Un’epidemia di morbillo ha già ucciso 157 bambini nello Zimbabwe e il numero dei contagi continua a crescere a dismisura.
Lunedì scorso il governo di Harare ha reso noto che sono stati registrati oltre 2.000 casi negli ultimi giorni. Le autorità sanitarie del Paese hanno detto che la responsabilità della rapida diffusione del virus sarebbe dovuto ai raduni che si tengono per lo più nei mesi di luglio e agosto, organizzati da alcune sette religiose
Zimbabwe, epidemia di morbillo
Monica Mutsvangwa, ministro dell’Informazione di Harare, comunicato che l’epidemia ha avuto inizio nella provincia di Manicaland, al confine con il Mozambico. Lì sono stati diagnosticati 1.270 casi. Martedì scorso si sono contati 122 decessi.
Il ministero della Salute ha rilasciato una dichiarazione domenica scorsa, nella quale sostiene che ora l’epidemia si sta diffondendo in tutto il Paese e finora avrebbe raggiunto un tasso di mortalità del 6,9 per cento.
Nessuna delle vittime, sempre secondo il ministero della Sanità, sarebbe stata vaccinata contro il virus, che provoca febbre altra e un rush cutaneo. Il morbillo è una malattia esantematica altamente contagiosa, che, nei casi più gravi può portare alla morte o causare perdita della vista, dell’udito, o/e danni cerebrali permanenti.
Ora il governo sta cercando di mettere in atto un programma di vaccinazione, volto a immunizzare tutti i minori dai 0 ai 15 anni, con l’aiuto e la collaborazione di agenzie della Nazioni Unite, cioè UNICEF e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Inoltre, le autorità stanno cercando di coinvolgere anche i leader tradizionali e religiosi affinché sostengano il programma di vaccinazione varata da governo. Un punto importante, perché le sette proliferano in ogni parte del Paese, è gran parte di esse sono contrarie a tali immunizzazioni.
Nello Zimbabwe alcune sette di chiese apostoliche vietano ai loro seguaci di sottoporsi a vaccinazioni o a qualsiasi trattamento medico. Queste chiese attirano milioni di fedeli con la promessa di guarire le malattie e di liberare le persone dalla povertà.
E July Moyo, a capo del dicastero dei Governi locali, ha sottolineato che sono state mobilitate risorse per far sì che i bambini vengano vaccinati prima dell’apertura delle scuole.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
17 agosto 2022
Un giorno dopo il ritiro dei militari francesi di Barkhane dal campo di Gao, l’ultimo baluardo di Parigi in Mali, caschi blu tedeschi e britannici della missione ONU nel Paese (MINUSMA) hanno registrato l’arrivo di forze russe, all’aeroporto della città maliana.
Aeroporto di Gao, Mali
Secondo quanto riporta Der Spiegel (autorevole giornale tedesco), citando una nota inviata dal comando della missione tedesca nella ex colonia francese, alla commissione Difesa del Bundestag, si evince che sono stati avvistati due velivoli per il cosiddetto supporto aereo ravvicinato, un EMB 314 Super Tucano e un L39 Albatros (jet arrivati da Mosca pochi giorni fa).
Solo due ore più tardi i caschi blu hanno avvistato anche 20-30 persone con uniformi militari non in dotazione alle forze armate del Mali (FAMa), mentre scaricavano equipaggiamento da un aereo maliano.
Nel documento inviato alla commissione Difesa tedesca è stato evidenziato che si tratta quasi sicuramente di membri delle forze di sicurezza russe, L39 dovrà essere pilotato da uomini di Mosca, in quanto i militari dell’aeronautica di Bamako non sono ancora stati addestrati per l’utilizzo di questo tipo di aeromobile.
E mentre era ancora in atto la smobilitazione dei francesi, che da mesi non sono più intervenuti durante gli attacchi dei jihadisti in Mali, il raggruppamento terrorista Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM), affiliato a al-Qaeda, in un comunicato di sabato scorso ha dichiarato di aver ucciso 4 mercenari del gruppo russo di Wagner durante un’imboscata al centro del Mali.
Nel messaggio postato su az-zallaqa – piattaforma di propaganda dei terroristi – recuperato dal sito “SITE” (ONG statunitense che traccia le attività online di organizzazioni suprematiste e jihadiste), c’è scritto: “Un gruppo di mercenari di Wagner è uscito in moto dal villaggio di Djallo, nella zona di Bandiagara (centro del Mali). Mentre si dirigeva verso le montagne, i soldati di Allah, che li stavano cercando, sono riusciti a uccidere 4 di loro, gli altri si sono dati alla fuga”.
Paramilitari russi del gruppo Wagner in Mali
Az-zallaqa (Al-Zallaqa) prende il nome dallaBattaglia di Sagrajas, Spagna, del 23 ottobre 1086, durante la quale i musulmani almoravidi – dinastia berbera proveniente dal Sahara – di Yúsuf ibn Tasufín sconfissero le truppe cristiane di Alfonso VI de León.
L’uccisione dei paramilitari russi è stata confermata anche a France Presse da due politici locali, nonché da una fonte ospedaliera, mentre FAMa non ha rilasciato nessun commento. Già alcuni mesi fa lo stesso raggruppamento aveva annunciato la cattura di mercenari russi.
Messi praticamente alla porta dalla giunta militare al potere in Mali, in questi ultimi sei mesi i francesi hanno consegnato le loro basi a FAMa e hanno trasferito oltre 4.000 container e un migliaio di veicoli, tra questi un centinaio di blindati. Barkhane resterà attiva nella lotta contro i terroristi nel Sahel con 2.500 uomini.
E il 15 agosto sono partiti gli ultimi uomini di Barkhane in un convoglio, composto da una cinquantina di veicoli blindati sui quali hanno viaggiato per lo più legionari e paracadutisti di marina del gruppo di combattimento “Monclar“. La carovana ha lasciato Gao per raggiungere il campo dell’esercito francese in Niger, al confine con il Mali.
Il governo nigerino ha accettato di mantenere una base aerea a Niamey e di sostenere le operazioni militari al confine con il Mali con l’appoggio di 250 soldati.
Il Ciad continuerà a ospitare una base militare francese a N’Djamena e Parigi spera di riuscire a mantenere un contingente di forze speciali a Ouagadougou, la capitale burkinabé.
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E’ scattato un nuovo allarme per i pinguini in Sudafrica, già a rischio di estinzione.
Fino a non molto tempo fa l’isola di Saint-Croix, nella baia di Algoa, nota anche come Baia di Nelson Mandela, in Sudafrica, ospitava la più grande colonia riproduttiva di pinguini al mondo.
Pinguini sudafricani
Sei anni fa il governo di Pretoria ha autorizzato alle navi di fare rifornimento in mare, una pratica nota con il nome di bunkeraggio offshore, nella baia di Algoa, situata in una trafficata rotta di navigazione.
Da allora è iniziata una moria di pinguini senza precedenti. “Quest’anno siamo a 1.200 coppie riproduttive a St Croix, rispetto alle 8.500 coppie del 2016, con un calo che corrisponde quasi all’85 per cento da quando è iniziato il bunkeraggio in Sudafrica”, ha precisato ai reporter della Reuters, Lorien Pichegru, direttore di Coastal and Marine Research Institute dell’università Nelson Mandela .
L’inquinamento acustico è il maggiore responsabile della scomparsa dei pinguini sudafricani. Il Spheniscus demersus Linnaeus è il nome scientifico di questi uccelli marini ma la gente li chiama Jackass, cioè somari, perché comunicano tra loro con un raglio simile a quello degli asini.
Il nuovo studio, pubblicato il 10 agosto 2022 sulla rivista “Science of the Total Environment“, ha evidenziato l’impatto dell’inquinamento acustico causato dal traffico marittimo sugli uccelli marini e le conseguenze delle attività di bunkeraggio offshore sui livelli di rumore sottomarino.
Lorien Pichegru ha precisato che i pinguini delle isole St Croix hanno difficoltà a riprodursi a causa di una serie di problemi, tra questi anche la pesca industriale, che riduce notevolmente la quantità di pesci, crostacei e calamari dei quali sono ghiotti.
Per raggiungere le loro prede, i “Jackass” sono capaci di immergersi a notevoli profondità, anche per tempi molto lunghi ed è proprio qui che entra in gioco il bunkeraggio, in quanto il livello di rumore, già elevato, è alquanto aumentato dal 2016.
Già da tempo gli scienziati hanno scoperto che livelli elevati di rumore influiscono negativamente e in modo incisivo sulla capacità degli animali marini di individuare e catturare le prede, di comunicare o di orientarsi correttamente.
Operazione di bunkeraggio offshore
Nel 2016 l’Autorità per la sicurezza marittima del Sudafrica (SAMSA) ha assegnato alla Aegean Marine la prima licenza di operatore di bunkeraggio offshore del Paese. In seguito sono state assegnate altre due licenze a SA Marine Fuels e Heron Marine rispettivamente nel 2018 e nel 2019.
Aegean, che ora opera con il nome di Minerva, è interamente controllata da Mercuria (Mercuria Energy Group Ltd , società commerciale multinazionale di materie prime con sede in Cipro) e Heron Marine, una filiale di Trafigura, mentre SA Marine Fuels è controllata a maggioranza da Oryx Energies (un gruppo di aziende svizzere, la cui maggioranza è detenuta dal gruppo di investimento privato AOG Energy).
Finora, secondo quanto ha riferito Reuters, Trafigura, Minerva e Oryx Energies non hanno voluto rilasciare nessun commento.
Mentre un funzionario di SAMSA ha fatto sapere che le licenze, in vigore dal 2019, potrebbero essere revocate solamente l’anno prossimo, quando le autorità portuali sudafricane avranno completato la valutazione sull’impatto ambientale.
Già nel 2019 gli ambientalisti avevano chiesto il divieto del bunkeraggio nella baia, dopo il ritrovamento di oltre 100 pinguini e altri uccelli marini completamente ricoperti di petrolio. Durante l’azione di rifornimento in mare (bunkeraggio), il 6 luglio dello stesso anno una nave battente bandiera liberiana, aveva perso 400 litri di carburante . E non si è trattato del primo incidente del genere.
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Dal Nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi, 15 agosto 2022
William Ruto è il quinto presidente del Kenya. Ha sconfitto il suo avversario, Raila Odinga che durante per la quinta volta il circa 25 anni ha cercato di essere eletto.
Ruto ha sparigliato le elezioni del Kenya, portando a casa una maggioranza sufficiente (metà più uno del vori) per non solo superare il suo ormai demoralizzato contendente ma anche evitando un ballottaggio che avrebbe probabilmente dato instabilità al Paese.
Ma il verdetto elettorale, prima ancora che venisse annunciato, è stato contestato da quattro membri su sette della Commissione elettorale indipendente che si sono dissociati sostenendo che il risultato era oscuro o poco trasparente. Praticamente hanno evocato brogli: quelli che si temevano.
Il primo discorso di William Ruto da Presidente ha avuto un taglio fortemente inclusivo, chiamando tutti a contribuire al progresso del Paese, cercando così di riunificare un elettorato fortemente polarizzato e separato da meno di 200 mila voti (su un parco di circa 22 milioni di votanti) che hanno fatto pendere la bilancia in suo favore.
Nella realtà, la sua prima affermazione è discutibile, perché ha insistito sul fatto che il risultato era conosciuto da chiunque si fosse collegato al sito della Commissione Elettorale Indipendente perché i tabulati elettorali erano in linea: ha ragione solo in parte, l’accesso al sito era congestionato e ancora al momento in cui questo articolo è scritto, il tabulato finale non è scaricabile. E’ probabile che si tratti di un intasamento dovuto ai troppi accessi al sito.
La commissione elettorale, (IEBC, Independent Electoral and Boundaries Commission) ha fatto, dopo due elezioni veramente discutibili, un lavoro più che degno e sembra aver assorbito bene il colpo di scena causato dai quattro commissari che si sono dissociati e hanno convocato una conferenza stampa fuori dalla sede dello scrutinio.
Parimenti, poco prima i leaders del partito perdente, Azimio, si sono dileguati dal quartier generale dell’elezione senza rilasciare dichiarazioni: la sconfitta era nell’aria per chi lo sapeva o per chi aveva avuto accesso ai risultati dello scrutinio.
Resta il fatto che per legge solo ilchairman della commissione elettorale, Wafula Chebukati, ha l’esclusiva autorità di dichiarare il vincitore, e ciò è avvenuto cinque minuti dopo la conferenza stampa dei dissenzienti.
Nel frattempo, si è sviluppato il peggio dei costumi locali, con scene di facinorosi che hanno scaraventato seggiole giù sedie dal palco, dimostrando di non volere seguire la legge e mostrando al mondo l’immagine sbagliata di un intero processo elettorale, tutto sommato sopra gli standard che regolano le elezioni in questo continente.
Chi ne ha beneficiato è stata soprattutto la stampa estera che si è deliziata nel riportare questi eventi.
William Ruto, il nuovo presidente del Kenya
Ciò detto, nel discorso di investitura del neo presidente Ruto, i suoi termini sono stati incredibilmente concilianti, come mai prima era accaduto, offrendo una sponda ai suoi oppositori e precisando di avere bisogno di tutti per permettere al Paese di risalire la china e riprendere il proprio ruolo di potenza dell’Africa orientale.
Ruto è un cambiamento epocale rispetto al previsto, perché rappresenta la risalita dal basso di un individuo che si ha combattuto per ogni scalino che è riuscito a varcare, e adesso è il presidente del Kenya per cinque anni.
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Nel circondario di Mangalmé, dipartimento di Guéra, nel nord-est del Ciad, il consiglio superiore islamico ha imposto una nuova norma: se una giovane o un giovane rifiutano una proposta di matrimonio sono soggetti a pesanti multe.
Secondo i residenti, la nuova regola, che ha suscitato non poche polemiche, è stata imposta dalle autorità musulmane del luogo per incoraggiare i giovani a sposarsi senza spendere un patrimonio per la cerimonia e per arginare la crescente diffusione di costumi troppo liberi.
L’ammenda, chiamata “amchilini”, che significa “scegli me” in arabo locale, è di 14 euro, ma può arrivare anche a 40 per le ragazze. Una somma importante per i ciadiani, specie per coloro che vivono in zone disagiate.
Ciad: multe salate per chi rifiuta una proposta di matrimonio
Anche i giovani maschi sono soggetti a tale multa qualora dovessero rifiutare una proposta di matrimonio. In questo caso è ben più elevata, si aggira sui 100 euro.
La Lega Ciadiana per i Diritti delle Donne non ci sta. Ritiene la multa una forma di matrimonio forzato e ha chiesto l’annullamento immediato del provvedimento, che ritiene discriminatoria nei confronti della donna.
Secondo Falmata Issa Mahamat Maina, portavoce della Lega, ha sottolineato: “Stanno esercitando una pressione psicologica sulle ragazze, in quanto sono costretta a accettare la proposta di matrimonio, se la famiglia non ha mezzi sufficienti”. La Maina ha spiegato che per l’islam nessun matrimonio è valido se la ragazza non è consenziente.
La Lega Ciadiana per i Diritti delle Donne ha lanciato un hashtag #StopAmchilini per denunciare questa pratica, secondo loro illegale, perchè contraria alla legge sul libero consenso al matrimonio.
Il vicepresidente del Consiglio superiore per gli affari islamici, sceicco Abdeldayim Abdallah, ha precisato che tale pratica non ha nulla a che vedere con la religione musulmana, non rispecchia affatto le condizioni o i principi del matrimonio islamico. “Quello che vogliamo, invece, è che la gente abbassi il prezzo del matrimonio per incoraggiare i giovani a sposarsi, oggi ogni ragazza, ogni ragazzo lo vorrebbe. Ma il più grande ostacolo sono i soldi”, ha aggiunto lo sceicco.
Finora le autorità ciadiane non hanno rilasciato commenti a riguardo di “amchilini”.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
14 agosto 2022
Durante una cerimonia che si è svolta martedì scorso all’aeroporto internazionale Modibo Keita a Bamako-Sénou, la giunta militare di transizione del Mali ha consegnato al capo di Stato maggiore dell’aeronautica, Alou Boi Diarra, 5 aerei da caccia del tipo L-39 e Su-25 e un elicottero da combattimento Mi-24P, appena arrivati da Mosca, mezzi che provengono dall’aeronautica russa. Infatti su alcuni aerei sono ancora visibili le insegne in caratteri cirillici.
Consegna di nuovi aerei militaria russi al Mali
La consegna ufficiale degli aeromobili è stata presieduta da Assimi Goïta, capo di Stato del Mali, in presenza di alti dignitari e esponenti del corpo diplomatico russo, accreditati a Bamako.
I “nuovi” aerei – 4 L-39 da addestramento, 1 SU-25 caccia da combattimento e 1 elicottero d’attacco – arricchiscono così la flotta maliana, anche grazie agli altri velivoli arrivati da Mosca il 30 marzo scorso, insieme a un ingente carico di sistemi di guerra di produzione russa.
Secondo il database per il trasferimento delle armi di SIPRI (acronimo per Stockholm International Peace Research Institute) un istituto che monitora il commercio delle armi, nel 2020 il Mali avrebbe ordinato 4 elicotteri Mi-8MT/Mi-17Sh dalla Russia per un valore di 61 milioni di dollari, compreso l’addestramento e l’armamento.
Il SU-25 e gli L-39 sembrano essere nuove acquisizioni. Finora non è trapelato nulla sulle condizioni di pagamento.
Il giorno seguente alla cerimonia della consegna, Goïtae il presidente russo, Vladimir Putin, si sono sentiti telefonicamente. Il dialogo tra i due leader è stato improntato sulla sempre più stretta collaborazione tra i due Paesi, in particolare proprio nell’ambito militare.
Fonti vicine a Goïta hanno fatto sapere che durante la telefonata Putin avrebbe precisato che la Russia è pronta a dare una mano al Mali non solo nel campo della sicurezza, ma anche in altri settori.
Vladimir Putin, presidente russo (a destra) e Assimi Goita, capo della giunta militare di transizione in Mali
Secondo alcune fonti, gli addestratori russi giunti in Mali insieme ai nuovi aerei sarebbero uomini del gruppo Wagner. Nulla di nuovo sull’orizzonte, gran parte degli addestramenti militari non vengono più effettuati da soldati di carriera. Molti governi affidano questi e altri compiti ormai ai contractor, società di natura privata che erogano servizi in ambito militare.
Malgrado la presenza dei mercenari di Wagner, sempre negata dalla giunta di transizione, e i nuovi mezzi bellici a disposizione di FAMa (le forze armate maliane) i jihadisti continuano indisturbati i loro attacchi e si stanno avvicinando sempre più alla capitale Bamako. Basti pensare che a luglio hanno tentato una aggressione al campo militare Soundiata Keita, il cuore del potere militare, a una quindicina di chilometri da Bamako.
E domenica scorsa sono morti 42 soldati maliani, altri 22 sono stati feriti, una vera e propria carneficina che si è consumata a Tessit, nella cosiddetta regione delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso). Si tratta del peggior attacco terrorista in Mali dal 2019.
Il governo di Bamako punta il dito sui miliziani del gruppo StatoIslamico del Grande Sahara, branca dell’ISIS in forte espansione in tutto il Sahel. Secondo quanto riportato dallo Stato maggiore maliano, l’attacco è stato perpetrato con l’utilizzo di droni, artiglieria, esplosivi, autobombe.
La cittadina di Tessit si trova nella regione di Gao, nella zona delle tre frontiere; è una vastissima area rurale, dove lo Stato centrale è poco presente, ed è spesso teatro di sanguinarie aggressioni da parte dei terroristi.
I soldati francesi dell’operazione Barkhane sono ancora presenti nella loro base a Gao, ma anche questa sarà affidata ai maliani entro la fine dell’estate. Le chiavi delle loro postazioni militari di Menaka, Timbuctu e Gossi sono già state consegnate alla FAMa. Pochi giorni dopo la partenza delle truppe d’oltralpe si sono insediati i mercenari russi.
L’intervento di FAMa è spesso criticato dalle Organizzazioni internazionali e da ONG dei diritti umani. Anche recentemente l’ONU ha evidenziato in un suo rapporto il coinvolgimento di soldati maliani e bianchi (ovviamente si tratta di mercenari russi) della morte di 33 civili, tra cui 29 mauritani e 4 maliani, avvenuta all’inizio di marzo in Mali, nella regione di Ségou, in prossimità della frontiera con la Mauritania.
Il 12 agosto la Germania ha deciso di sospendere momentaneamente gran parte delle operazioni delle proprie truppe in Mali. Berlino ha preso tale decisione perchè è stato negato il sorvolo di un aereo tedesco, autorizzato solo il giorno prima dallo stesso ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, durante una conversazione telefonica con il suo omologo tedesco, Christine Lambrecht. Il volo era previsto venerdì nell’ambito di una missione dell’ONU in Mali (MINUSMA).
Non è la prima volta che Bamako vieta il proprio spazio aereo a un aero di MINUSMA. L’ultimo rifiuto risale al 14 luglio, dopo l’arresto di 49 militari ivoriani dichiarati, “mercenari” dalle autorità maliane, seguita dalla sospensione di tutte le rotazioni dei contingenti militari e di polizia di MINUSMA, comprese quelle già programmate o annunciate. Ieri è stato comunicato che dopo la sigla di un nuovo accordo sulle procedure tra i contingente ONU in Mali e il ministro degli Esteri di Bamako, Abdoulaye Diop, i turnover potranno riprendere dal prossimo lunedì.
MINUSMA, missione dell’ONU in Mali.
Intanto procedono le trattative per la liberazione dei “mercenari” ivoriani, grazie alla mediazione del Togo. Durante i dialoghi, il governo maliano avrebbe chiesto – secondo quanto riporta Radio France Internationale – alla controparte ivoriana di intercedere presso la Banque centrale des Etats de l’Afrique de l’Ouest (BCEAO) in merito a alcune operazioni di rifinanziamento.
Si tratta di operazioni complesse, volte a fornire, su richiesta, liquidità di riserva alle banche per non limitare la possibilità di concedere crediti. In tal modo si garantisce il buon funzionamento delle attività economiche dei Paesi della regione e non si pregiudica la loro crescita.
Di queste operazioni possono usufruire gli istituti di credito e le istituzioni comunitarie previste dal Trattato di Union économique et monétaire ouest-africaine (UEMOA), i cui membri sono: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo.
E proprio all’inizio della settimana il governo del Mali ha annunciato aver ottenuto un finanziamento di 420 milioni di euro.
Ieri Bamako ha spiegato di aver onorato tutti debiti che si sono accumulati a causa delle sanzioni economiche e commerciali imposte dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) lo scorso gennaio.
Le parti hanno finalmente trovato un accordo sul periodo della transizione e la CEDEAO ha così tolto le penalità inflitte a Bamako con il 1° luglio 2022. Le prossime elezioni libere e democratiche dovrebbero svolgersi entro 24 mesi.
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Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
13 agosto 2022
I comandanti del Rapid Support Force, il gruppo paramilitare sudanese formato in gran parte dagli ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini) hanno ricevuto una delegazione di 007 italiani arrivata in segreto a Khartum nei giorni scorsi.
Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e vicepresidente del Sudan
Forse il governo del nostro Paese dovrebbe spiegare perché per lottare contro il terrorismo utilizza gruppi notoriamente terroristi. Gli uomini del gruppo paramilitare, accusato di esecuzioni sommarie e violenze sui civili, sono utilizzati per reprimere nel sangue le continue manifestazioni popolari scoppiate in Sudan per chiedere libertà e democrazia.
Missione segreta
La missione italiana era così segreta che né il governo italiano, né quello sudanese ne erano al corrente, sebbene la delegazione pare sia stata ricevuta dal vicepresidente del governo di transizione, il tenente generale Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto con il soprannome di Hemetti, vicepresidente del Consiglio Sovrano, ex capo supremo dei janjaweed e ora comandante delle Forze di Supporto Rapido.
Hemetti è ben conosciuto per essere stato il mandante di efferati massacri. Egli stesso ha ammesso davanti a funzionari dell’Unione Africana la sua corresponsabilità all’inizio degli anni Duemila in massacri e stupri nel Darfur meridionale. Dal 2013 ha preso il comando delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che, secondo Human Rights Watch si sono rese responsabili di crimini contro l’umanità, tra cui uccisioni sistematiche di civili e stupri, nel Darfur nel 2014 e 2015.
L’RSF è stato, senza alcun dubbio, ritenuto responsabile della carneficina di Khartoum del 3 giugno 2019 (oltre 100 dimostranti per la democrazia uccisi).
Interessi commerciali
Attraverso l’RSF Hemetti ha preso il controllo delle operazioni di estrazione dell’oro in Sudan nel 2017. Nel 2019 era una delle persone più ricche e potenti del Sudan attraverso la sua società al-Junaid, che ha una vasta gamma di interessi commerciali, tra cui investimenti, miniere, trasporti, noleggio auto, ferro e acciaio.
I-TARH – Dassault Falcon 900EX
Come spiega il sito sudanese Montecarro.com, la delegazione italiana è arrivata da Roma a Khartoum a bordo dell’aereo privato, I-TARH-Dassault Falcon 900EX, all’alba di mercoledì 3 agosto. E’ scesa allo scalo della capitale sudanese passando dal gate 17 che non è soggetto ai controlli delle autorità aeroportuali. In aeroporto le 12 persone appena sbarcate, tutte di nazionalità italiana, sono state ricevute dal tenente colonnello Abdel Rahim Taj El Din uno dei capi del cerimoniale del RSF.
Bagagli importanti
Secondo informazioni raccolte e verificate da Africa ExPress, con i passeggeri sono stati scaricati bagagli all’apparenza importanti: una serie di grandi borse e di 8 zaini realizzati in tessuto speciale – simile all’equipaggiamento in dotazione all’esercito italiano – il cui contenuto non è stato identificato.
Per altro il generale Mohamed Hamdan Daglo, Hemetti, il 29 luglio scorso, alla radio sudanese aveva rivolto apprezzamenti al nostro Paese spiegando che le “sue” Forze di Supporto Rapido, “stanno cooperando esclusivamente con l’Italia nei settori della lotta al terrorismo e dell’immigrazione”.
Uomo d’affari siriano
Hemetti aveva già visitato l’Italia il 9 febbraio scorso, su un aereo privato degli Emirati Arabi Uniti, in una visita senza preavviso, durante la quale era stato accompagnato dal fratello, Al-Qoni Hamdan (l’ufficiale che si occupa degli appalti delle RSF), e da un uomo d’affari siriano di nome Muhammad Abdul Halim. L’aereo degli Emirati aveva fatto scalo ad Abu Dhabi prima di proseguire il suo viaggio verso Roma.
Muhammad Abdel Halim, gestisce parte degli investimenti della famiglia Daglo in Etiopia e ha organizzato una visita in Italia per conoscere l’industria casearia e trattare l’acquisto di attrezzature necessarie ad un impianto che la famiglia di Hemetti sta costruendo in Etiopia.
L’ex janjaweed a Roma
All’inizio dello scorso anno, fonti regionali avevano rivelato che durante la visita in Italia Mohamed Hamdan Daglo, aveva assicurato che le Forze di Supporto Rapido avrebbero rispettato l’accordo stipulato con il Gruppo di lavoro europeo sulla Libia.
Hemetti ha partecipato ad un incontro tra i rappresentanti di alcuni Paesi coinvolti nella ricerca di una soluzione alla crisi libica (Turchia, Italia e un rappresentante della NATO) e ha visitato tre capitali straniere. L’ex janjaweed ha voluto passare attraverso l’Italia; a Roma infatti ha anche sponsorizzato la partecipazione degli Emirati Arabi Uniti al processo di pace in Libia, giacché Abu Dhabi è un fedele alleato della NATO nella regione.
La visita è avvenuta con la copertura e l’accordo dell’Europa, ma Hemetti mirava anche ad ottenere finanziamenti per acquistare da una fabbrica italiana le attrezzature lattiero-casearie necessarie agli impianti in costruzione in Etiopia. E’ per questo che durante il suo viaggio è stato accompagnato da suo fratello minore Al-Qoni e dal siriano Muhammad Abdul Halim.
Istruttori e armi
Dopo il suo arrivo in Italia, il comandante delle RSF ha presentato una lista di richieste comprendenti attrezzature per l’assistenza tecnica e il supporto strategico (cioè istruttori per corsi d’addestramento e armi).
Il nostro Paese e gli altri partner coinvolti nell’operazione dopo una valutazione accurata, hanno informato Hemetti dell’approvazione delle sue richieste che contemplano anche droni dei quali l’ex janjaweed ha sostenuto di avere bisogno per il controllo delle frontiere e per fermare il flusso migratorio verso l’Europa.
Secondo informazioni raccolte da Africa ExPress, istruttori italiani sono già impegnati in gran segreto, e senza che sia stato informato il nostro parlamento, nell’addestramento degli ex janjaweed. Ma come sostiene il sito sempre ben informato dabangasudan.org con sede a Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF.
Le Forze di Supporto Rapido, tra le altre cose, hanno ottenuto dalla Sudan Civil Aviation Authority (l’Autorità per l’Aviazione Civile sudanese) l’autorizzazione per realizzare un aeroporto per droni, nell’area di Al-Shafir, che si trova vicino al triangolo di confine tra Sudan, Libia ed Egitto.
L’aereo dei servizi
Per quanto riguarda invece l’aereo italiano, il sito www.itamilradar.com ha rivelato che lo stesso TARH – Dassault Falcon 900EX, atterrato all’aeroporto di Khartoum, era partito da Roma il 7 luglio alle 6:40 locali ed era atterrato a Tripoli, intorno alle 9:00 CEST.
Mezz’ora dopo aveva lasciato Tripoli per rientrare a Roma. Il sito ha anche riferito che questo aereo è a disposizione dei servizi di sicurezza italiani per il trasporto di VIP.
Il 28 luglio lo stesso aereo è atterrato in Iraq nella città di Baghdad e da questa è partito per la città di Sulaymaniyah per poi fare ritorno a Roma.
Si tratta dello stesso velivolo che ha portato in Arabia Saudita l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che, secondo il quotidiano Domani, riceve 80.000 dollari all’anno in cambio della sua appartenenza all’advisory board della Future Initiative, il fondo di investimento saudita gestito dalla Public Investment Fund Administration e controllato dalla famiglia regnante del Paese arabo e dal suo principe ereditario Mohammed Bin Salman.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
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L’Arabia Saudita durante secoli di splendore della sua (in)civiltà, è riuscita a coniugare con mirabile eleganza il culto del Nuovo Rinascimento con le torture.
Ne sa qualcosa Abdulrahman al Sadhan, operatore umanitario della Mezzaluna Rossa – Croce Rossa Internazionale di Riyad – condannato a 20 anni di galera, più altri 20 di divieto di espatrio, per aver commentato sui social (con un profilo rigorosamente anonimo) che in Arabia Saudita non vengono rispettati i diritti umani.
Le critiche al regime hanno infastidito il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, che ha sguinzagliato i suoi 007 per rapire (a fin di bene, s’intende!) l’autore del post su Twitter per un “civile” confronto dialettico.
Come ha fatto il principe ereditario a scoprire l’infingardo è stato per lungo tempo un segreto. Nessuno ha più saputo nulla del desaparecidos fino a qualche mese fa, quando (nel massimo segreto) in Arabia si è tenuto il processo farsa contro lo sventurato giovane saudita di 37 anni, al quale non è stato concesso neppure un avvocato di fiducia per difendersi.
La condanna a 20 anni di carcere è per “collusione con potenze straniere pregiudizievoli dell’ordine pubblico e dei valori religiosi”.
Si è poi appreso ch’era stato sequestrato e fatto sparire dalla circolazione dagli aguzzini del principe MBS, confinato in una Guantanamo saudita (ovviamente detenuto senza mandato e senza accuse formali) dov’è stato abbondantemente malmenato con bastoni, frustato, torturato con scosse elettriche dove non batte il sole, molestato sessualmente, privato del sonno e altre belle cose tipiche del Nuovo Rinascimento.
Dulcis in fundo – sotto tortura – dal tribunale della santa inquisizione del Nuovo Rinascimento saudita, è stato costretto a firmare dei documenti ammettendo ogni addebito, senza aver nulla a pretendere.
Sempre meglio che pestato a sangue, torturato, ammazzato, segato in pezzetti e cotto sul barbecue, com’è accaduto al povero giornalista Jamal Khashoggi, assassinato per ordine del principe del Nuovo Rinascimento, in una sede diplomatica dell’Arabia Saudita.
Ma siccome il diavolo generalmente fa le pentole (ma non i coperchi), prima o poi tutti i nodi arrivano al pettine. E così una corte americana, grazie alle indagini dell’FBI, ha scoperto gli intrallazzi del principe ereditario MBS e ha rinviato a giudizio e condannato un dipendente di Twitter, tal Ahmad Abouammo (con doppia cittadinanza libanese e statunitense).
Ahmad Abouammo
E’ stato ritenuto colpevole dalla Corte Federale della California d’aver spiato dal quartier generale di Twitter di San Francisco diversi dissidenti sauditi che utilizzavano la piattaforma del social media e di aver trasmesso queste informazioni riservate a uno strettissimo collaboratore del principe ereditario Mohammed bin Salman, tal Bader al-Asaker, direttore del sui ufficio privato.
Bader-al-Asaker, direttore dell’ufficio privato del Principe ereditario Mohammed bin Salman
Data la sua posizione di rilievo all’interno di Twitter, per Abouammo è stato un gioco da ragazzi trovare i dettagli personali che identificavano i critici della monarchia saudita, anche se – per non rischiare fisicamente – questi postavano i messaggi con profili anonimi per non essere identificati e svelare la loro identità al boia di Riyadh.
Un lavoro certosino e meticoloso, svolto – ovviamente – non a titolo gratuito, ma dietro adeguato compenso (costosi orologi d’oro da migliaia di dollari e vagonate di quattrini depositati su sicuri conti in Libano).
Alla Corte Federale americana non è certo sfuggito il fatto che Mohammed bin Salman è già pregiudicato e plurirecidivo.
Tant’è vero che il nome del principe ereditario era già salito agli onori della cronaca a proposito dello scandalo mondiale che ha coinvolto la società informatica israeliana NSO (lavora anche per il Mossad), che ha venduto il suo micidiale spyware Pegasus a diversi Stati canaglia.
Pegasus è stato utilizzato per spiare e hackerare i telefonini di attivisti per i diritti umani, dissidenti politici, reporter, giornalisti (alcuni anche assassinati come Jamal Khashoggi), avvocati, accademici, businessman (compreso Jeff Bezos boss di Amazon, anche lui oggetto di attenzioni del principe del rinascimento saudita), dottori, magistrati, capi di Stato, militari d’alto rango, politici, parlamentari, nonché leader religiosi.
Matteo Renzi durante la visita al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman
Anche il cyberspazio saudita ormai è in rapida crescita ma nel villaggio globale della New Economy tutto il mondo può essere considerato come un’immenso oceano, nel quale scorrazza uno sterminato esercito di pirati cibernetici alla ricerca di tesori da depredare.
Si veda – solo per citarne alcuni – i vari Anonymous, 4chan, AnonOps, LulzSec, Lazarus, Shadow Brokers, DarkSide, AntiSec, Indra, MalKamak, Lyceum, Cozy Bear, Fancy Bear, Ghostwriter, Chafer, Wizard Spider, Winnti, Void Balaur, LuckyMouse, MuddyWater, Sandworm, Hacker Isis, RedAnons, Lizard Squad, Carbanak, Nobelium, Equation Group, Honker Union, Evil Corp, Revil, Black Shadow, Lockbit, Arvin Club, CopyKittens, Agrius, NCHP, TA453, APT1, APT10, APT29, APT39, etc etc.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
11 agosto 2022
Israele bombarda per l’ennesima volta Gaza e le forze armate italiane puntano al complesso militare industriale di Tel Aviv per rifornirsi di potenti missili anti-tank.
Secondo quanto rivelato da Ares Difesa è approdata in parlamento per la sua approvazione prima della fine della legislatura, la fase 2 del programma di acquisizione dei lanciatori e dei missili Spike Long Range (a lungo raggio).
Spike LR
Previsto l’acquisto da parte dell’Esercito italiano di 124 lanciatori e 165 missili Spike LR, di 10 sistemi di simulazione indoor e 11 sistemi outdoor e delle parti di ricambio e di supporto.
I nuovi sistemi d’arma controcarro saranno prodotti dalla società israeliana Rafael Advanced Defense Systems Ltd. e serviranno ad equipaggiare una decina di reggimenti di fanteria.
Lo Spike LR è la versione portatile a lungo raggio dell’omonimo sistema missilistico con un raggio d’azione di 4.000 metri ed è impiegato per “neutralizzare” i veicoli corazzati, compresi i moderni carri da combattimento.
“Gli Spike consentono l’ingaggio di mezzi dotati di corazzature reattive, ovvero di sistemi attivi antimissile ma sono impiegabili in tutto lo spettro delle operazioni militari, in qualunque condizione metereologica, nonché in ambiente contaminato NBC (nucleare, batteriologico e chimico) o in presenza di disturbi elettromagnetici”, spiegano i manager dell’azienda israeliana.
Come riferito dallo Stato maggiore dell’esercito, il programma di acquisizione “è volto a realizzare la sostituzione dei vetusti sistemi controcarro Milan e Tow, fornendo così alle unità di fanteria e cavalleria di mantenere la capacità controcarri a media e lunga gittata”.
L’avvio della fase 2, oggetto di approvazione parlamentare, è previsto entro la fine del 2023 e la durata complessiva del programma è di sei anni. E’ stata stimata una spesa complessiva di 143 milioni di euro, con una tranche di 51 milioni già finanziata mentre per il restante valore previsionale di 92 milioni si provvederà con i futuri bilanci.
Secondo Ares Difesa non è da escludersi il coinvolgimento di realtà industriali italiane nell’assemblaggio degli Spike, “localizzate principalmente nelle regioni Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Liguria”.
La prima fase di acquisizione del sistema missilistico made in Israele era stata approvata nel 2019. Complessivamente per l’intero programma è prevista la spesa di 426 milioni di euro.
Lo schema di decreto ministeriale di approvazione dei nuovi missili controcarro (con relativo munizionamento e supporti addestrativi e logistici) presentato dal governo l’8 ottobre 2019 (premier Giuseppe Conte di M5S, ministro della difesa Lorenzo Guerini, Pd) fornisce una descrizione delle caratteristiche tecniche e operative del sistema di guerra. “Con la generica espressione Spike si identifica un insieme di missili anticarro leggeri di quarta generazione, prodotti dalla Rafael, industria israeliana che sviluppa sistemi d’arma e tecnologia militare”, scrive l’esecutivo. “Nello specifico il programma in esame è volto ad equipaggiare ulteriori 9 reggimenti di fanteria che si aggiungono ai 7 (sui 24 previsti) già equipaggiati con 96 sistemi controcarro di terza generazione frutto di precedenti acquisizioni”.
“In via generale, si segnala che a seconda della gittata, le armi controcarro vengono impiegate da unità specializzate sia nella lotta contro i carri da battaglia, sia come mezzo di autodifesa di tutte le unità combattenti”, prosegue lo schema di decreto ministeriale. Venivano richiesti in tutto 126 lanciatori e 800 missili Spike Long Range, più il supporto logistico integrato per un periodo massimo di dieci anni. “Con riferimento ai profili addestrativi, dovranno essere acquisiti 14 simulatori, sia di tipo indoor per le operazioni di lancio e per la verifica costante delle attività, sia di tipo outdoor per l’espletamento dell’attività didattica in ambienti operativi”. Previsti anche corsi formativi per il personale dell’esercito da parte dei tecnici dell’azienda produttrice.
“Per quanto riguarda i requisiti tecnici, il sistema è costituito essenzialmente da un missile del peso di 13,3 kg, una camera termica, un’unità di comando e un supporto tipo tripode”, spiega lo Stato maggiore della difesa. “Il sistema d’arma in esame si caratterizza per la sua versatilità potendo impiegare con lo stesso lanciatore diverse tipologie di missili (medium range e long range) e di lanci. Esso consente, inoltre, la distruzione di bersagli compresi i moderni carri da combattimento, inclusi quelli protetti da corazzature reattive e da sistemi antimissile da ultima generazione”.
Il sistema Spike sarebbe in grado di dirigersi autonomamente, dopo il lancio, verso il bersaglio (fire and forget), mentre i militari lanciatori possono controllare e aggiornare la mira sul bersaglio successivamente al lancio e di cambiare perfino il bersaglio in prossimità dell’impatto (fire and observe and update). “Rispetto ai suoi concorrenti, lo Spike è dotato di un collegamento a fibre ottiche fra la postazione di lancio e il missile, per una modalità di guida addizionale di tipo spara e osserva/aggiorna”, aggiunge la Difesa. “Questa capacità consente di lanciare il missile contro bersagli osservati che non possono essere agganciati dalla postazione di tiro, per la presenza di colline, a causa della posizione defilata, per la presenza di cortine fumogene, ecc.”.
Nello schema di decreto per l’acquisizione dei missili controcarro, il governo spiega senza giri di parole come la commessa sia funzionale al rafforzamento dei legami militari Italia-Israele anche in vista di nuove forniture di armi a Tel Aviv da parte della holding Leonardo SpA.
“Per quanto riguarda gli aspetti di cooperazione internazionale del programma, si fa presente che nel 2016 il Ministero della difesa italiano ed il Ministero della difesa israeliano hanno confermato l’intenzione dei due Paesi di voler continuare la cooperazione in ambito militare, sia a livello governativo che industriale ed hanno concordato un ulteriore e potenziale pacchetto di programmi”, si riporta in nota. “Si tratta, nel dettaglio, dell’acquisizione, da parte di Israele di un lntegrated System for Helicopter Pilot Training, basato sull’elicottero Leonardo AW119Kx “Koala” (con Leonardo supportata per la logistica dall’israeliana Elbit); dell’acquisizione da parte italiana di missili Spike Long Range della ditta Rafael, per esigenze dell’Esercito, e di un simulatore per un Rotary Wing Mission Training Center multipiattaforma, da realizzare in Italia da parte di Leonardo e Elbit per supportare le esigenze delle forze armate”.
Rafael Advanced Defense Systems Ltd. ha già prodotto sei differenti versioni del missile Spike: SR (Short Range); MR (Medium Range); LR (Long Range); ER (Extended Range); NLOS (Non Line Of Sight) e PBF (Penetration Blast and Fragmentation). Le versioni sono caratterizzate da differenti piattaforme di lancio, sistemi di guida, dimensioni e raggi d’azione.
L’esercito italiano impiega i missili Spike dal 2009, quando furono acquistati 53 sistemi di lancio (21 veicolari per i blindati e 32 da fanteria) e 165 missili MR a medio raggio, con una spesa di 53,6 milioni di euro. Nel 2014 furono consegnati ai reparti di terra pure 20 lanciatori e 870 missili Spike LR, mentre nel 2017 altri due lanciatori MR/LR. Successivamente anche la Marina Militare ha acquistato missili controcarro a lungo raggio Spike LR per armare il Gruppo Operativo Incursori e le nuove unità navali polifunzionali ad altissima velocità.
Lo Stato maggiore dell’esercito sarebbe intenzionato ad acquisire anche il missile aria-superficie controcarro Spike in configurazione II LR di “quinta generazione” per armare il futuro elicottero d’attacco AH-249 commissionato a Leonardo SpA (la consegna di 45 esemplari è fissata entro il 2035). Da poco sperimentato, lo Spike II LR avrebbe una gittata fino a 16.000 metri e una capacità di perforazione maggiore del 30% rispetto alle versioni precedenti del missile.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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La lettera inviata domenica scorsa da Rassemblement populaire pour le progrès (RPP) (Raggruppamento Popolare per il Progresso), partito al potere a Gibuti, al ministro cinese del dipartimento Internazionale del comitato centrale del partito comunista cinese, con copia all’ambasciatore di Pechino accreditato nel Paese del Corno d’Africa, ha suscitato non poca perplessità, ma anche una certa ilarità.
Il segretario generale di RPP, Ilyas Moussa Dawaleh, ha precisato nella missiva che per il suo partito esiste una sola Cina; Taiwan è una parte integrante del territorio cinese e il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legittimato dell’isola.
Certo, un atto dovuto da parte di Gibuti, che ospita l’unica base militare cinese all’estero e Pechino versa ben 100 milioni di dollari all’anno per la concessione del terreno sul quale è sorta il complesso militare.
La base militare cinese a Gibuti
Si tratta di una struttura imponente. Secondo l’agenzia Stratfor, una delle più importati piattaforme di intelligence geopolitica molto vicina alla CIA e ad altri servizi statunitensi, la superficie è impressionante: una parte terrestre, dunque visibile e una parte sotterranea che si estenderebbe su ben ventitremila metri quadrati e dovrebbe essere suddivisa su tre livelli molto protetti.
Una base navale ben lontana da essere un semplice supporto logistico, perché nei tre livelli sotterranei sono previsti anche degli hangar per aerei e una grande superficie asfaltata, senza ovviamente contare le strutture esterne.
L’edificio, inaugurato nel 2017, è situato vicino al porto di Doraleh e la Zona franca di Gibuti, entrambi costruiti sempre dai cinesi.
Malgrado le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina dopo la visita a Taiwan di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, Stephen Townsend, comandante uscente (è in pensione da ieri) di AFRICOM, con sede a Stoccarda, Germania, ha precisato che non ci sarebbero assolutamente mai stati problemi, né in passato e tantomeno ora, tra le truppe cinesi e quelle statunitensi a Gibuti.
Camp Lemonnier (base USA a Gibuti) e quella cinese si trovano a poca distanza l’una dall’altra. Gibuti ospita anche una grande base francese e una piccola struttura italiana.
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