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Sud Sudan: esecuzione sommaria di tre capi ribelli catturati in Sudan e consegnati alle autorità di Juba

Africa ExPress
9 agosto 2022

Sono stati giustiziati ieri in Sud Sudan tre capi ribelli, espulsi dalle autorità sudanesi il giorno precedente. Erano membri di un gruppo, il South Sudan People’s Movement/ Army (SSPM/A), fondato nel maggio dello scorso anno e capeggiato da Stephen Buay Rolnyang.

Stephen Buay Rolnyang, capo di SSPM/A

Secondo quanto riportato da Sudan Tribune, giornale online con sede a Parigi, i tre sarebbero stati arrestati nella città di Al-Fula nel Kordofan occidentale, Stato del Sudan che confina con il Sud Sudan.

Il leader di SSPM/A ha dichiarato che i tre miliziani si trovano nel Paese confinante per far visita a parenti e per acquistare medicinali per i feriti, quando sono stati bloccati da Rapide Support Forces (RSF), paramilitari ex janjaweed, al servizio del governo sudanese. Il comandante del RSF è Mohamed Hamdan Daglo, meglio noto come Hemetti, vicepresidente del Sudan, nonché numero due del Consiglio militare di transizione.

Molti dei membri di RSF facevano parte dei famigerati janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur. Janjaweed vuol dire “diavoli a cavallo”, neologismo creato dalle popolazioni civili che subivano le loro violenze: bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Comunicato stampa dei SSPM

Nyuon Garang, Pur Ruop Kuol e Gatluak Majok sono poi stati trasportati via terra nel Sud Sudan e lunedì mattina sono stati consegnati al confine tra i due Stati al governatore del Unity State, Joseph Nguen Monytuil, che, senza battere ciglio ha ordinato la loro esecuzione sommaria e immediata.

Le autorità del Sudan e quelle del Sud Sudan non hanno commentato l’accaduto, non ci sono quindi conferme ufficiali. Secondo alcune informazioni filtrate con difficoltà, sembra che il governatore del Unity State sia stato informato dell’arrivo dei tre miliziani da Tut Gatluak Manime, consigliere per la sicurezza del presidente del Sud Sudan, Salva Kiir.

Manime, avrebbe coordinato l’arresto e l’espulsione dei tre ribelli con le autorità di Khartoum.

La pena capitale inflitta così, senza alcun processo, assomiglia molto a una esecuzione extragiudiziale, è stata eseguita a Kaikang nel Unity State. Rolnyang sperava che i suoi miliziani sarebbero stati portati nella capitale Juba per essere processati.

Nella maggior parte degli stati del Sud Sudan mancano ancora gli uffici giudiziari e i tribunali, come è stato anche precisato solo qualche giorno fa dallo stesso presidente, quando ha annunciato la proroga delle elezioni al 2025. Tra le motivazioni del rinvio ch’è anche la mancata creazione di istituzioni giudiziarie appropriate.

SSPM/A ha rivendicato l’attacco del 22 luglio 2022 nella contea di Mayom nel Unity State. Durante l’aggressione sono morti 12 militari delle truppe governative sud sudanesi (SSPDF), tra questi anche James Chuol Gatluak, commissario del distretto.

Secondo quanto riferito lunedì dal portavoce della contea di Mayom, Wuor Keah, 17 miliziani del gruppo sarebbero stati arrestati, tra loro anche Nyuon Garang, Pur Ruop Kuol e Gatluak Majok e i ribelli si troverebbero attualmente nella prigione di Bentiu, capoluogo del Unity state. Il portavoce non ha fatto nessuna menzione sull’esecuzione dei tre ribelli.

Esecuzioni extragiudiziali non sono nuove nel più giovane Stato della terra. In un rapporto del 2017, le Nazioni Unite e Human Rights Watch hanno espresso forti sospetti sulla morte di Dong Samuel Luak, un avvocato e attivista sud sudanese e di Aggrey Ezbon Idri, membro di un partito dell’opposizione. I due sono stati ammazzati a Nairobi in Kenya e non si esclude che sia stata una esecuzione in piena regola, perpetrata dai servizi di Juba.

Aggiornamento:

Il consigliere per la sicurezza del Unity state, Stephen Salaam Malui, ha confermato che i ribelli sono stati uccusi da un plotone di esecuzione. La notizia è stata data nella tarda serata di ieri da Radio Tamazuj emittente radio e giornale online. Mentre in un comunicato stampa SSPM/A sostiene che miliziano siano stati bruciati vivi.

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Prorogate al 2025 le elezioni del Sud Sudan: accordo tra i dinka e i nuer, ma gli shilluk di Lam Akol non ci stanno

 

Domani si vota in Kenya, con i rischio di sommosse e rivolte: Odinga appoggiato dal presidente uscente Kenyatta

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 8 agosto 2022

Domani oltre 22 milioni di kenioti si recheranno dalle 6 di mattina in poi agli uffici elettorali per scegliere il loro nuovo presidente della Repubblica: si vota anche per scegliere deputati, senatori, governatori, assessori e via discorrendo. I candidati sono 16 mila. 

Il presidente uscente Uhuru Kenyatta ha già esaurito i suoi due mandati e, per la Costituzione, non può più essere eletto. Si deve scegliere non solo il suo successore, ma anche l’intero corpo esecutivo della macchina statale a tutti i livelli del Paese. Un mare di schede elettorali, circa 140 milioni da distribuire ovunque.

Ai lettori che non sono cittadini del Kenya, l’interesse della contesa ovviamente si incentra sull’esito dell’elezione per il presidente. Dopo le ripetute scremature operate dalla Commissione Elettorale Indipendente (IEBC), i candidati alla prima carica dello Stato sono scesi dai 17 iniziali a 4, che fattualmente sono coppie perché per ogni candidato presidente, il ticket prevede anche il “running-mate” ossia il candidato alla vice presidenza.

Le scorse elezioni

Nell’ultima (e corrente) legislatura, Uhuru Kenyatta era fiancheggiato da William Ruto, un’alleanza di ferro con affiliazioni alla tribù Kikuyu, la più popolosa nel Paese e la tribù Kalenjin, ossia la terza per ordine di importanza nel Paese.

Due tribù molto diverse: la prima di derivazione bantu, la seconda nilotica.

Le elezioni del 2017 furono annullate per manifesti errori nel computo delle schede. La loro ripetizione nell’ottobre dello stesso anno di fatto confermò e sancì la vittoria del ticket Kenyatta-Ruto: il contendente “storico” alla stessa poltrona Raila Odinga dimostrò alto senso civico poiché preferì agire per via costituzionale piuttosto che gettare il Paese nell’incubo vissuto dieci anni prima.

Quarta sconfitta

Il risultato finale rappresentò la quarta sconfitta di Odinga, ma la perseveranza del perdente di ieri è nuovamente rimessa alla prova nella consultazione elettorale di martedì prossimo, per la quinta volta.

Dopo un incredibile gioco di trasformismi politici, cambi di casacca e pugnalate alle spalle, un’alleanza quanto mai inverosimile tra il Presidente odierno Uhuru Kenyatta e il suo avversario (perdente) di sempre, Raila Odinga, si è materializzata all’incirca due anni fa con un enfatica e molto mediatizzata “stretta di mano”.

Giano bifronte sarebbe considerato un principiante, se paragonato a questi due ex-avversari, la cui nuova unione ha di fatto escluso colui il quale pensava che dopo due termini di ticket con Kenyatta, potesse presentarsi come rappresentante della terza tribù del Paese, alla prima carica dello Stato ossia William Ruto.

Ma c’è un dilemma da risolvere. Il presidente attuale non può, per la Costituzione essere più ricandidato.

Strana coppia

Ed ecco che la strana coppia inventa un processo di revisione costituzionale che con l’ipocrita indifferenza della comunità internazionale, ambisce a creare una Repubblica presidenziale, riorganizzando di fatto l’organigramma del governo, introducendo la figura del primo ministro, con la maggioranza dei poteri, e un presidente, con un ruolo maggiormente onorifico, alla stregua del modello in vigore in Etiopia.

Enfaticamente, la retorica del documento chiamato “Building Bridges” si prefigge di riorganizzare il governo keniota secondo un modello per programmi o idee e non più secondo affiliazioni tribali.

Sicuramente un intento lodevole, ma in realtà i detrattori del progetto lo vedono come un accrocchio per mantenere al potere il gruppo esecutivo corrente, e forse anche con buona pace della pubblica opinione.

La riforma costituzionale deve essere approvata dalle Camere in sessione plenaria. Sicura di vincere, la strana coppia Kenyatta-Odinga avrebbe poi condiviso le cariche a danno del vicepresidente attuale, William Ruto, nonché candidato presidenziale per la futura elezione, quella l’attuale.

Vizi formali

La ciambella però non riesce con il buco, perché la Corte Costituzionale rileva vizi formali e costituzionali nel progetto di revisione che quindi non passa mai al voto rimanendo un “cahier d’intentions” ormai riposto in un cassetto.

A fronte di questa vittoria morale delle opposizioni, con cui si schiera ovviamente William Ruto, due anni fa cominciano le trame per l’elezione del presidente. Si rinsalda così l’alleanza iniziata con quell’iconico ”handshake” Kenyatta-Odinga.

Il presidente uscente, Uhuru Kenyatta e Raila Odinga

Ora si sono chiuse anche le battute finali di una campagna elettorale che è stata lunga, bellicosa, a 360 gradi sui social media con molteplici accuse di uso di fake news ad opera di organizzazioni di difesa dei diritti politici e opinionisti. Da ieri, è in vigore “il silenzio di riflessione”.

Più nel male che nel bene, la competizione elettorale ha scandito a gran voce il calendario di parte del 2021 e tutto il 2022 sino ad oggi: la rosa dei candidati è adesso ristretta dagli originali diciassette candidati a quattro ticket e possiamo partire dai più patetici per risalire verso i maggiormente papabili.

La hit parade dei candidati

In ultima posizione di questa graduatoria popolana David Mwaure Waihiga, un avvocato di 65 anni, in tandem con Ruth Mucheru Mutua, portano il vessillo del partito chiamato in swahili Agano, ossia promessa in italiano.

Mwaure è anche un predicatore, che combina il proselitismo religioso con l’attività forense.

Le opzioni per questa coppia sono infime, i sondaggi li piazzano a meno del 1 per cento delle preferenze anche se il candidato presidenziale non è nuovo a passati tentativi, sia per le presidenziali del 2013 (dove si ritirò) sia in altre non meno positive avventure elettorali per posizioni elettive mai raggiunte.

Mwaure è un Kikuyu, la tribù dominante per numeri, ma visibilmente non sarà che una “lepre” in caso di ballottaggio dei due più quotati, barattando sicuramente il suo pacchetto di voti per una posizione nel futuro governo. Tutto il mondo è Paese.

Testicoli di iena

In penultima posizione il candidato più iconoclasta, George Wajackoyah, un avvocato di 63 anni in coppia con Justina Wamae e a capo di un surreale partito chiamato Roots di ispirazione Rastafariana che ha come programma elettorale una decisa sterzata anticonformista, proponendo come manna per l’economia keniana in difficoltà. lo sviluppo, la produzione e la legalizzazione della cannabis più o meno allucinogena, l’allevamento di serpenti per il loro veleno e il commercio dei testicoli di iena (testuale) esportati verso la Cina che a suo dire pagherebbe questi prodotti a peso d’oro, risollevando le sorti dell’economia del suo Paese.

Sembra però che vi siano disaccordi tra candidato presidente e vice presidentessa che non si parlano da un mese e la cui conferma in lista pare messa in dubbio, tuttavia ancora una volta le loro possibilità sono vicine all’uno per cento.

Per finire, i due ticket contendenti da cui a seconda dei sondaggi, a volte molto parziali, emergerà il nuovo presidente e vicepresidente.

Raila Odinga, il quattro volte perdente alle presidenziali dal 1992 in poi, in ticket con Martha Karua, l’irriducibile Ministro della Giustizia della Presidenza Kibaki del 2007.

Martha Karua e Raila Odinga

Giuramento contestato

Quell’anno l’elezione, risolta in meno di 24 ore con un giuramento contestato, accese la miccia delle rivolte terminate con più di 1,000 morti.

La Karua è conosciuta per avere tenuto testa proprio nel Gennaio 2008 in un’intervista a Hard Talk, il ruvido programma della BBC, e al suo intervistatore Sir Edward Clay, difendendo il governo del quale era stata nominata ministro. Ma poco dopo aveva rassegnato le dimissioni per via della corruzione dilagante in quell’esecutivo che era frutto del compromesso imposto da Condoleezza Rice e Kofi Annan per cessare le poteste che avevano provocato un bagno di sangue.

Odinga, il redivivo, ha 77 anni ed è di etica luo. Ha perso quattro volte la sfida delle urne sotto regimi diversissimi, da Moi sino a Kenyatta figlio nel 2017. Adesso sembra che con gli accordi e l’ultimo cambio di casacca potrebbe finalmente coronare il sogno di diventare il leader del suo Paese.

Infine, William Ruto, 55 anni, kalenjin ma figlio di un Dio minore perché inviso all’establishment della sua tribù che ha avuto in Daniel Arap Moi il suo più alto rappresentante come presidente (perenne) per 24 anni ,dopo la morte di Jomo Kenyatta, il padre dell’Indipendenza.

Ruto per due mandati è stato vicepresidente di Uhuru Kenyatta, e da due anni a questa parte ha assistito al tradimento politico del suo “capo”, che ha scelto un percorso con Raila Odinga invece del patto non scritto che prevedeva alternanza al potere alla fine del mandato corrente di Kenyatta.

La vice di Ruto

Attivo, non fumatore, astemio, alacre lavoratore dall’alba al tramonto e oltre, Ruto ha scelto come suo vice un kikuyu, Rugathi Gachagua, rendendo in sostanza la pariglia al suo partner Kenyatta con la scelta di un candidato che potesse generare un’emorragia di voti al principale serbatoio elettorale del paese, i kikuyu.

Ma allora, chi vince?

Secondo gli ultimi sondaggi, il ticket Odinga-Karua godrebbe del 48 per cento dei consensi, mentre quello dei loro antagonisti si assesterebbe attorno al 42.

In sostanza il ballottaggio sembra essere l’opzione più verosimile: la sensazione è che la battaglia sarà all’ultimo voto, ma alla seconda tornata, prevista entro 30 giorni dalla conclusione della prima.

Di diverso avviso sono le testate internazionali, secondo cui la corsa tra i due contendenti molto più sul filo del rasoio, comunque non con una maggioranza conclamata il che offre parecchi elementi di rischio tipici di queste giovani democrazie.

Scenario peggiore

Il primo elemento di rischio è rappresentato da un possibile risultato bulgaro con un divario cioè pesante tra i due schieramenti. Si potrebbe presentate lo scenario peggiore con rivolte e violenze generalizzate nelle città e nei villeggi.

La situazione potrebbe essere risolta democraticamente con il percorso previsto del ricorso alla corte suprema con un contenzioso legale da sbrogliare dal corpo legislativo come già avvenuto nel 2017, invalidando le elezioni e ordinandone delle nuove. Sarebbe un precedente sicuramente di peso e positivo.

Se invece le schermaglie vedessero emergere le due forze con pesi pressoché eguali e senza maggioranza, si rimanderebbe la tenzone a un ballottaggio che potrebbe dividere scindere le parti in maniera definitiva e probabilmente senza spargimenti di sangue.

Probabile ballottaggio

Le previsioni sembrano propendere per il ballottaggio, sempre che la commissione elettorale IEBC locale dimostri equilibrio, imparzialità e integrità nel processo, tuttavia la stessa commissione elettorale è stata nelle ultime due consultazioni nell’occhio del ciclone per decisioni discutibili, sia in termini dei discutibili controlli effettuati sullo scrutinio elettorale ma anche in termini di equità di giudizio, visibilmente influenzati da interessi di parte. questi comportamenti non hanno contribuito ad offrire un’immagine molto trasparente del sistema elettorale keniota.

L’auspicio è che questo processo logorante durato così si compia con ordine e tranquillità. e che si concluda con un risultato accettabile e accettato dalle parti, un po’ come succede in altre parti del mondo seppur non ovunque.

Michael Backbone
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Si riaccende la guerra in Darfur: scontri armati al confine tra Ciad e Sudan, morti e feriti per furti di dromedari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 agosto 2022

Recentemente il Darfur (Sudan) è stato nuovamente teatro di violenti scontri e attacchi che hanno causato morti e feriti.

Venerdì sono stati ammazzati una ventina di allevatori sudanesi nel Darfur occidentale mentre erano sulle tracce di ladri di bestiame che qualche giorno prima gli avevano portato via 300 dromedari.

Scontri tra allevatori ciadiani e sudanesi per furto di dromedari

Mentre sempre venerdì, vicino a Ragbat El Jama,nel Darfur centrale, sono morti cinque membri di un’unità di forze di sicurezza, composta da agenti di polizia, militari e Rapid Support Forces (RSF), in un’ imboscata, tesa da un gruppo armato. Secondo quanto viene riportato dalla stampa locale, altri membri del convoglio sarebbero stati feriti. Fonti della polizia hanno riferito che l’unità era diretta a Ragbat El Jama per una missione non ufficiale.

L’aggressione dei ladri di dromedari è avvenuta a Bir Saliba, area non lontana dal confine con il Ciad. In un comunicato rilasciato da  Coordination of Shepherds and Nomads (coordinamento Allevatori e Nomadi ndr), altre 17 persone sarebbero state ferite durante l’attacco. L’associazione ha poi puntato il dito su Khartoum, attribuendo al governo di transizione la responsabilità del brutale assalto.

Venerdì Khartoum ha confermato l’uccisione di 18 persone da parte di criminali ciadiani nel Darfur occidentale e sabato ha inviato una protesta ufficiale a N’Djamena.

In una dichiarazione diffusa dai media ufficiali in arabo e francese, un portavoce militare delle forze congiunte dell’esercito di N’Djamena ha confermato la morte di 18 sudanesi e di 9 ciadiani durante gli attacchi intercomunitari.

“Il conflitto sarebbe iniziato dopo il furto di cinque cammelli in territorio ciadiano da parte di cittadini sudanesi, degenerato in scontri durante l’inseguimento da parte dei proprietari”, ha precisato l’ufficiale.

Mohamed Hamdan Daglo, vice presidente del Consiglio sovrano, nonché capo di RSF, dopo i funerali delle vittime, ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza e difesa per adottare misure contro l’incursione dei ciadiani nel Darfur occidentale.

Giovedì, invece,  Daglo si è recato in Ciad per colloqui con il presidente del Consiglio militare di transizione, Mahamat ibn Idriss Déby Itno. L’incontro, che si è tenuto a porte chiuse, centrato sulla collaborazione bilaterale, in particolare del rilancio della forza congiunta Ciad-Sudan, che controlla la sicurezza lungo il confine (di oltre 1.000 chilometri) tra i due Paesi e quant’altro.

Il presidente del Ciad, Mahamat ibn Idriss Déby Itno, a destra e il vicepresidente del Sudan, Mohamed Hamdan Daglo

Secondo quanto dichiarato da Daglo, le parti hanno concordato di rafforzare ulteriormente il ruolo della forza congiunta Ciad-Sudan per garantire la sicurezza lungo il confine comune e la circolazione di beni e persone tra i due Paesi.

Cornelia I. Toelgyes
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Il governo ugandese attacca la comunità LGBTQ: chiusa la ONG che difende i diritti delle minoranze arcobaleno

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 agosto 2022

La scure del governo ugandese ha colpito nuovamente la comunità LGBTQ (acronimo per persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer).

Questa volta  Kampala ha sospeso le attività della ONG Sexual Minorities Uganda (SMUG), impegnata nella difesa dei diritti delle minoranze arcobaleno dal 2004, apostrofandola come illegale.

 

Frank Mugisha, presidente dell’organizzazione, ha riferito che le autorità incaricate alla supervisione delle ONG gli avrebbero consigliato di bloccare qualsiasi attività perché non in possesso della documentazione richiesta dal governo.

Mugisha ha sottolineato: “Al momento le nostre attività sono sospese, non possiamo proteggere e supportare le persone LGBT vulnerabili” e ha aggiunto: “Ovviamente è tutta una questione di omofobia e transfobia”.

In un breve comunicato, l’Ufficio ugandese addetto alla supervisione delle ONG, ha fatto sapere che SMUG non è un’impresa e tanto meno una ONG. Per questo motivo deve cessare ogni attività con effetto immediato.

Il registrar of companies (il registro ufficiale delle società) si è rifiutato di registrare la SMUG, in quanto ha ritenuto la sua denominazione inappropriata. In seguito al diniego, Sexual Minorities Uganda si è rivolta alla Corte e un giudice ha accettato l’appello del gruppo, che al momento attuale è in attesa della sentenza di un Tribunale di istanza superiore.

Viste le difficoltà e le ostilità riscontrate, Mugisha preferisce ora gestire SMUG come associazione piuttosto che come ONG.

Le severe leggi contro gli omosessuali ancora in vigore in molti Paesi africani, risalgono all’era coloniale. Dai rapporti dei primi missionari approdati in Africa, si apprende che le popolazioni locali erano dedite ad attività sessuali del tutto libere e spregiudicate. Usi e costumi che avevano imbarazzato fortemente il perbenismo europeo.

E proprio con l’ingresso delle religioni cristiane, insieme all’esasperato bigottismo vittoriano, che fecero nascere in Africa una profonda repulsione per l’omosessualità.

L’Uganda, come molti Paesi africani, ha ereditato dalla potenza coloniale che la governava, il Regno Unito, parecchie norme tra cui quella che punisce l’omosessualità, anche tra persone adulte e consenzienti, come un qualunque reato.

Ancora oggi lo scottante argomento divide la Chiesa anglicana e quella ugandese ha interrotto da anni i rapporti con le consorelle americana e canadese, perché avrebbero violato il patto stipulato durante la conferenza di Lambeth nel 1998, secondo cui: “La Chiesa non può benedire o legittimare unioni di persone dello stesso sesso”.

Anche quest’anno i vescovi anglicani di Uganda, Ruanda e Nigeria non hanno partecipato alla conferenza di Lambeth, che si è tenuta in questi giorni a Canterburry (Gran Bretagna), per protestare contro gli argomenti trattati. In una nota congiunta si sono espressi in questi termini: “La sessualità umana non è una questione morale da avvolgere nell’abito dei diritti umani, che permette di distorcere la verità biblica fondamentale”.

Nel 2014 la Corte Costituzionale ugandese ha cancellato la draconiana legge anti-gay , ufficialmente per un vizio di forma, ma la realtà era ben diversa. Dopo la promulgazione delle nuove severissime norme contro gay e lesbiche, alcuni governi della comunità internazionale avevano sospeso gli aiuti finanziari all’Uganda.

Ma ancora oggi la comunità LGBTQ è sempre nel mirino della polizia e continua a essere perseguitata.

Cornelia I. Toelgyes
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Prorogate al 2025 le elezioni del Sud Sudan: accordo tra i dinka e i nuer, ma gli shilluk di Lam Akol non ci stanno

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 agosto 2022

Nuovo colpo di scena nella travagliata Repubblica del Sud Sudan, il più giovane Stato della terra, che ha avuto l’indipendenza dal Sudan solamente nel luglio 2011. Le elezioni, previste per febbraio 2023, sono state rinviate al 2025. Dunque il governo di transizione, formato nel febbraio 2020, rimarrà al potere per altri due anni.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan,(con il cappello) e il suo vice, Riek Machard

Il governo di Juba, ha presentato giovedì una nuova tabella di marcia, volta ad “affrontare le sfide che ostacolano l’attuazione dell’accordo di pace del 2018. Gran Bretagna, Norvegia e Stati Uniti, che hanno appoggiato e sostenuto il processo di pace, non hanno per nulla apprezzato il nuovo rinvio. I rappresentanti dei tre Paesi hanno respinto la proroga, in quanto i leader sud sudanesi non hanno consultato la popolazione.

Il capo di Stato, Salva Kiir, ha precisato: “Non stiamo prolungando la transizione perché voglio rimanere al governo più a lungo. Non vogliamo essere precipitosi, perché indire nuove elezioni ora, potrebbe riportarci in guerra”.

Riek Machar, il vicepresidente del Paese, ha confermato che non c’è stata altra scelta che prorogare la tornata elettorale.

Infatti molte clausole dell’accordo del 2018 – come la stesura di una costituzione, la riforma della gestione delle finanze pubbliche e la creazione di istituzioni giudiziarie – non sono ancora state attuate, in parte a causa delle dispute tutt’ora in corso tra Kiir e Machar, malgrado avessero avessero accettato di governare insieme nel 2020.

Martin Elia Lomuro, ministro degli Affari di Gabinetto (un dicastero del Sud Sudan), ha evidenziato che l’articolo 8.4 del trattato di pace, dà alle parti la possibilità e il diritto di estendere la transizione.

Mentre il leader dell’opposizione, Lam Akol, leader di National Democratic Movement (NMD), ha preso le distanze dalla decisione del governo di prolungare il mandato. Ritiene che si tratta semplicemente di una tattica per mantenere la poltrona.

Intanto la situazione umanitaria nel Paese è drammatica. Secondo un rapporto World Food Programme, il 75 per cento della popolazione – vale a dire 8,3 milioni di persone – vivono in estrema insicurezza alimentare. Due milioni, tra donne e bambini sotto i cinque anni, soffrono di malnutrizione grave.

La situazione umanitaria in Sud Sudan è gravissima

La guerra è ufficialmente terminata, ma la pace è ancora lontana, scontri tra comunità sono all’ordine del giorno. Dall’inizio dell’anno sono state uccise centinaia di persone a causa di razzie di bestiame e vendette a sfondo etnico.

La guerra civile, scoppiata nel 2013, è costata la vita a quasi 400 mila persone. Ancora oggi i rifugiati nei Paesi limitrofi sono oltre 2,3 milioni, mentre gli sfollati sono 1,3 milioni.

Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.

Ora, dopo anni di guerre, bisogna ricostruire la nazione. Un compito non facile, dopo la feroce repressione attuata dall’etnia araba, contro gli altri abitanti. Una guerra civile che aveva causato migliaia di morti e fatto precipitare il Paese in estrema povertà. Poco dopo l’indipendenza è poi scoppiato un conflitto tra i leader dei diverso gruppi etnici: il presidente Salva Kiir Mayardit (dinka), Rieck Machar Teny Dhurgon (nuer), e Lam Akol Ajwin (shilluk). La pace è a tutt’oggi una parola sconosciuta per gran parte dei sud sudanesi.

Cornelia I. Toelgyes
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Documentario shock sui banditi in Nigeria trasmesso dalla BBC e ripreso da televisioni locali multate dal governo

Africa ExPress
4 agosto 2022

La Commissione Televisiva Nazionale (NBC) della Nigeria ha multato quattro emittenti per aver messo in onda un documentario della BBC Africa Eye sul banditismo nel nord-ovest del Paese, dal titolo “Bandits Warlords of Zamfara.”

Banditismo nel Nord-ovest della Nigeria

Abuja ha minacciato di sanzionare anche la BBC per aver fatto circolare il video in Nigeria, in quanto non apprezza le critiche della stampa, specie quando questa rivela le carenze dell’operato del governo.

In precedenza l’emittente britannica aveva dichiarato che “la storia raccontata dal documentario è di interesse pubblico”.

Ciascuna delle quattro stazioni TV nigeriane – Multichoice Nigeria Ltd, TelCom Satellite Limited (TSTV), NTA-Startimes Limited and Trust Television Network (Trust TV) – dovranno pagare una multa di 5 milioni di Naira (12 mila dollari) entro il 30 agosto.

Il presidente della Commissione, Malam Balarabe Ilelah, sostiene che con la messa in onda del documentario le emittenti avrebbero infranto due articoli del codice di NBC, in quanto il video esalterebbe le attività dei criminali, compromettendo così la sicurezza nazionale del Paese.

Nel suo comunicato di ieri, Ilelah cita due clausole del codice di NBC, che non sarebbero state rispettate dalle emittenti.

3.1.1: “Nessuna trasmissione deve incoraggiare o incitare al crimine, portare al disordine pubblico o all’odio, essere ripugnante per i sentimenti pubblici o contenere riferimenti offensivi a persone o organizzazione, vive o morte, o in generale, non rispettare la dignità umana”.

3.11.2: qui si precisa che l’emittente deve garantire che l’applicazione della legge venga sostenuta in ogni momento, deve sottolineare che norme e ordine sono socialmente superiori o più ambite del crimine o dell’anarchia”.

Il filmato mette in evidenza le violenze che si consumano quotidianamente nel nord-ovest della Nigeria da una decina di anni.

I responsabili delle aggressioni hanno diversi nomi – banditi, milizie, allevatori/pastori, terroristi e appartengono a decine e decine di gruppi armati diversi, ognuno con un proprio leader. Ma tutti hanno un denominatore comune: i loro metodi sono estremamente brutali.

Da anni in questa zona della Nigeria i residenti vivono nel terrore, le aggressioni hanno causato migliaia si morti, centinaia di scuole sono state chiuse, massacri e rapimenti di massa sono frequenti. Scontri, lotte, contese delle quali si parla poco, specie nei media internazionali.

La direzione generale di TRUST TV (fa parte del gruppo del noto quotidiano Daily Trust) ha dichiarato: “Vogliamo affermare in modo inequivocabile che, come emittente televisiva, crediamo di aver agito nell’interesse pubblico facendo luce sulla spinosa questione del banditismo”.

Nel documentario BBC Africa Eye cerca di illustrare la situazione e di mostrare i vari lati di questo “silenzioso” conflitto.

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Scuola pericolosissima in Nigeria: rapite ieri in un college oltre 400 studentesse

 

Rinnovato il cessate il fuoco in Yemen ma solo per due mesi, ancora lontana una pace duratura

Africa ExPress
3 agosto 2022

Anche questa volta le parti in conflitto nello Yemen hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso.

A poche ore dalla scadenza del cessate il fuoco – in vigore dal 2 aprile fino al 2 giugno, poi rinnovato per altri due mesi –  ieri è stata siglata una nuova tregua di altri due mesi tra i ribelli houthi (sostenuti dall’Iran) e il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale (appoggiato dalla coalizione militare capeggiata dall’Arabia Saudita).

Firmata nuova tregua nello Yemen

L’inviato speciale del segretario generale del Palazzo di Vetro, Hans Grundberg, in un comunicato rilasciato ieri, ha specificato: “Il nuovo documento siglato il 2 agosto comprende le stesse condizioni del precedente, ma include l’impegno delle parti di intensificare i negoziati per raggiungere un accordo di tregua allargato il prima possibile”.

L’annuncio del rinnovo è arrivato poche ore dopo che una delegazione omanita ha concluso colloqui di tre giorni nella capitale yemenita Sana’a, con la leadership houthi, tra l’altro anche con il capo dei ribelli, Abdul-Malek al-Houthi.

Il capo negoziatore e portavoce degli houthi, Mohammed Abdel-Salam, ha scritto su Twitter che i colloqui si sono concentrati sul “consolidamento delle possibilità di fermare la guerra e di rimuovere il blocco”, imposto dalla coalizione a guida saudita.

Il risultato è buono, ma non ottimo. Un successo limitato perché l’ONU insisteva per una una tregua  almeno di sei mesi che inoltre prevedesse un impegno maggiore delle parti a lavorare sul processo di pace. In realtà i due mesi sono un mero roll-over del precedente accordo, che denota poca convinzione nel credere alla pace.

Washington ha apprezzato la riconferma della tregua. E Joe Biden, presidente degli USA, ha chiesto agli yemeniti di proseguire i colloqui in collaborazione con l’ONU per trovare una strada che porti alla risoluzione definitiva del conflitto.

La guerra civile è cominciata nel 2015 e vede contrapposte due fazioni: da un lato gli houthi, un movimento religioso e politico sciita, che aveva appoggiato l’ex presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel dicembre 2018. Dall’altro le forze del presidente sunnita Mansur Hadi, rovesciato dagli houthi con un colpo di Stato nel gennaio 2015. Da marzo 2015, con l’intervento della coalizione saudita che sostiene Mansur Hadi, sono morte oltre 100.000 persone, i feriti non si contano nemmeno e ha ridotto alla fame milioni di yemeniti.

Africa ExPress
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Transizione ecologica alla sudafricana: due battaglioni di anatre difendono e concimano i pregiati vigneti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 agosto 2022

Quasi due battaglioni di anatre, oltre 1.600 volatili, nella provincia del Capo, in Sudafrica, pattugliano e curano i preziosi vigneti. Non solo, a passo di marcia fanno anche la concimazione dei terreni.

Volatili alleati preziosi

Succede nella Vergenoegd Löw The Wine Estate, una trentina di chilometri a sud-est di Città del Capo. Qui le anatre sono indispensabili e preziose alleate dei viticoltori oltre che lavoratrici indefesse e mangiatrici voraci. Divorano lumache, afidi e altri parassiti che danneggiano le viti e, durante il loro pasto, fertilizzano il terreno con le loro pregiate deiezioni.

anatre indiane pronte per i vigneti
Anatre indiane pronte per i vigneti

“Le nostre anatre costituiscono una parte fondamentale della sostenibilità a cui teniamo molto” – si legge nel sito -. In questo modo evitiamo l’uso di pesticidi dannosi. Nei loro ricoveri hanno il tempo di riposare, riprodursi e deporre le uova, come vuole la natura. Ci basiamo su pratiche agricole verdi, sostenibilità, armonia con la natura e sulla riduzione dell’impronta di CO2”.

Una razza speciale 

Ma come è nata l’idea delle anatre? Bisogna dire che questo tipo di volatile si chiama Indian runner duck (Anatra indiana corritrice). È una razza che deriva dall’anatra domestica (Anas platyrhynchos domesticus), non vola ma cammina e corre in posizione eretta e ha un olfatto eccezionale. È un’anatra ovaiola che depone oltre 350 uova all’anno.

La Vergenoegd Wine Estate negli anni ‘80 ha scoperto che nelle risaie dell’Asia questi volatili venivano utilizzati per eliminare i parassiti. Una pratica antica ed efficace che ha riprodotto nei suoi vigneti. In omaggio alle sue anatre ha dedicato loro un vino rosso e uno bianco: Runner Duck Sauvignon Blanc e Runner Duck Red Blend. E un monumento all’ingresso dell’azienda.

monumento alle anatre indiane
Monumento alle anatre indiane nella Vergenoegd Wine Estate

Quando non “lavorano” alla bonifica delle vigne e alla fertilizzazione del terreno le anatre sono “in ferie”. Il meritato riposo lo fanno durante la vendemmia per evitare che si mangino i grappoli maturi. Le ferie le passano nei pascoli aperti dell’azienda e nuotando nel vicino laghetto. Durante questo periodo l’azienda ne approfitta per la selezione dei volatili per l’allevamento. Uno dei progetti è, infatti, vendere gli anatroccoli ad altre aziende vinicole e incrementare l’uso di sistemi sostenibili e non inquinanti in viticoltura.

Le uova d’anatra vengono consumate nel ristorante del vigneto ma ai clienti non viene servita la carne di questi uccelli. Gavin Moyes, responsabile della sala di degustazione dell’azienda, in un’intervista del 2020 ha dichiarato: “Sarebbe come mangiare un collega”.

Ottimi i vini del Sudafrica

Non tutti sanno che il Sudafrica, nell’area del Capo, ha un clima ottimale e più stabile che in Europa per la produzione vinicola. Una tradizione che ha 350 anni di esperienza. La viticoltura è stata introdotta dagli Ugonotti francesi arrivati nel 1680, poi hanno contribuito e raffinato il gusto anche gli italiani, soprattutto veneti e piemontesi, militari ex prigionieri degli inglesi rimasti nel Paese dopo la seconda guerra mondiale. Nell’ex colonia britannica ci sono circa 3.150 aziende vitivinicole che occupano 120.000 ettari. Circa 270.000 addetti lavorano in questo settore. Oggi il Sudafrica, soprattutto nella zona del Capo di Buona Speranza produce degli ottimi vini.

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Terminata in Mozambico bonifica dalle mine I ratti protagonisti dello sminamento

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Massacro di civili in Congo-K: i caschi blu aprono il fuoco a un posto di frontiera con l’Uganda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° agosto 2022

Dopo le manifestazioni contro la Missione dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO), che si sono svolte la scorsa settimana in svariate città nell’est del Paese, ieri mattina i caschi blu hanno aperto il fuoco a Kasindi, posto di frontiera tra il Congo-K e l’Uganda, uccidendo almeno tre persone, altre 15 sono state ferite.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i caschi blu della brigata di intervento di MONUSCO, di ritorno da un congedo, avrebbero forzato il passaggio del posto di frontiera, sparando contro le persone presenti sul luogo, seminando morte e terrore.

Alla MONUSCO non sono bastate le accuse dei giorni scorsi per aver aperto il fuoco sui civili durante le dimostrazioni – sulle quali sono in corso ancora le indagini per stabilire le responsabilità – ora la violenza del corpo di pace dell’ONU è stata evidente.

Il vice portavoce del segretario generale dell’ONU, ha fatto sapere che Antonio Guterres è indignato per il grave incidente avvenuto domenica mattina al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda.

La rappresentante speciale del capo del Palazzo di Vetro nel Paese, la signora Bintou Keita, ha presentato le condoglianze alle famiglie delle vittime e ha detto che i responsabili del grave fatto sono stati identificati e arrestati.

Kasindo: posto di frontiera tra Congo-K e Uganda, MONUSCO apre il fuoco

Anche il governo di Kinshasa ha espresso indignazione per il comportamento del contingente tanzaniano di MONUSCO, responsabile della carneficina. Il vice-primo ministro dell’Interno e della Sicurezza, Daniel Aselo, ha dichiarato oggi che è un atto di disprezzo nei confronti del Congo-K.

Lo stringer di Africa Express ha riferito che anche questa mattina si sono svolte nuove manifestazioni contro il contingente dell’ONU a Beni, città nel Nord-Kivu, nell’est del Paese.

Mentre i caschi blu hanno aperto la sparatoria al confine con l’Uganda, il gruppo terrorista ADF (Alliance Democratic Forces) ha attaccato diversi villaggi nel Nord-Kivu e Ituri, massacrando decine di persone.

ADF è un gruppo armato di origine ugandese che opera nella RDC orientale dal 1995 e pochi anni fa ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). L’ADF è accusato di aver massacrato migliaia di civili nella ex colonia belga e di aver commesso attacchi terroristici in Uganda. Oltre un anno fa gli Stati Uniti hanno inserito i ribelli nella lista dei gruppi terroristi.

Intanto la società civile prende posizione. In un documento inviato a Africa-ExPress, l’organizzazione Société civile Forces Vives condanna la brutalità di MONUSCO ma accusa anche l’esercito congolese (FARDC), che, invece di difendere la popolazione contro gli attacchi dei ribelli, è impegnata a proteggere i caschi blu durante le dimostrazioni.

Nell’est del Congo la popolazione continua a fuggire a causa dei continui attacchi dei gruppi armati

La gente continua a fuggire dai propri villaggi a causa di violenti scontri tra i militari di Kinshasa e il gruppo armato M23 (Movimento 23 Marzo), composto prevalentemente da membri di etnia tutsi.

I ribelli avevano raggiunto un accordo per porre fine alle loro attività nel 2013, ma da qualche mese si sono rifatti vivi e hanno nuovamente abbracciato le armi attaccando postazioni di FARDC e di MONUSCO. Da tempo Kinshasa accusa Kigali di sostenere i miliziani, ovviamente il governo ruandese nega qualsiasi coinvolgimento.

Secondo Grant Leaity, rappresentante dell’UNICEF in Congo-K, a causa di questi nuovi scontri, oltre 190.000 persone sarebbero state costrette a lasciare i propri villaggi negli ultimi mesi. Oltre il 50 per cento degli sfollati sono bambini. La maggior parte dei fuggitivi provengono dai territori intorno a Rutshuru e al vulcano Nyiragongo, nel Nord-Kivu.

La situazione umanitaria degli sfollati è grave, anche a causa del difficile di accesso all’area, dovuta all’insicurezza. In secondo luogo, ha specificato il rappresentante di UNICEF, i fondi a disposizione, per soddisfare le necessità degli sfollati non sarebbero sufficienti.

E come sempre accade nei conflitti, sono i piccoli a pagare il prezzo più alto. I bambini vivono in stato di grave precarietà e gran parte di quanti sono sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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“Andate a casa, non ci proteggete”: nuove proteste contro i caschi blu in Congo-K, morti e feriti

Morti e feriti nel Congo-K orientale nella rivolta popolare contro la presenza dei caschi blu

Gli asini immolati alla medicina tradizionale, esportati illegalmente in Cina, rischiano l’estinzione in Sudafrica

Africa ExPress
31 luglio 2022

Gli asini sudafricani sono in via di estinzione e ora sono stati posti sotto massima protezione per evitare che vengano esportati illegalmente in Cina. Nel Paese asiatico il pellame dei somari è molto ricercato perché contiene una particolare gelatina, utilizzata nella medicina tradizionale per la preparazione di tonici, che rallenterebbero la menopausa, curerebbero l’insonnia e sarebbero pure indicati per problemi di circolazione e aumenterebbe la libido.

Secondo l’allevatore Jesse Christelis, co-proprietario di Donkey Dairy, in Sudafrica il numero degli asini è in forte diminuzione a causa della macellazione illegale per rifornire di pelli i commercianti cinese.

Un business che vale milioni di dollari, visto che in Asia la gelatina, chiamata ejiao, raggiunge fino a 340 euro al chilogrammo e le sue proprietà sono equiparata a quelle del corno di rinoceronte.

L’ejiao viene servito sotto forma di bibita o con delle noci come aperitivo. Un tempo questa “prodigiosa” gelatina era riservata esclusivamente agli imperatori, oggi, invece, i maggiori consumatori appartengono alla classe media del Paese.

Secondo una ricerca di una università sudafricana, in poco più di 20 anni gli asini sudafricani sono diminuiti del 30 per cento, passando da 210.000 capi nel 1996 a 146.000 nel 2019. Lo stesso fenomeno è stato riscontrato in altri Paese africani, in particolare in Burkina Faso e Kenya. Le organizzazioni per la difesa degli animali temono l’estinzione della specie nel continente nel giro di pochi anni.

La Cina, che negli ultimi anni ha visto quasi dimezzare la propria popolazione di asini, ora si è rivolta all’Africa per soddisfare le sempre crescenti richieste. Secondo Donkey Sanctuary, un’organizzazione britannica per la protezione degli asini, il mercato cinese necessita di 10 milioni di pelli d’asino l’anno.

Diversi Paesi hanno già vietato l’abbattimento di questi animali. Nel Kenya questa proibizione viene applicata dal 2020 per evitare l’esportazione verso l’Asia.

Il Sudafrica esporta legalmente 10.500 pelli l’anno verso Hong Kong e la Cina, ma certamente il numero reale venduto al mercato nero e inviato illegalmente verso le stesse destinazioni è certamente molto più elevato. Già nel 2017 le forze dell’ordine sudafricane avevano sequestrato 5.000 pelli in una fattoria a est di Johannesburg.

L’allevatore sudafricano Christelis  ha fatto notare che negli ultimi anni i prezzi degli asinelli sono saliti in modo esponenziale: da 28 a 120 euro per ogni capo. Secondo l’allevatore, la drastica diminuzione di questi animali e l’aumento del costo di ogni animale, metterebbe a rischio la nascente industria del latte d’asina, che, grazie all’elevato contenuto di lisozima (proteina batteriostatica) è particolarmente indicato per la cura di alcune malattie cutanee, come la psoriasi, l’acne, l’eczema e dermatiti di vario genere.

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Sudafrica: La polizia sequestra cinquemila pelli d’asino destinate al mercato cinese