Massacro di civili in Congo-K: i caschi blu aprono il fuoco a un posto di frontiera con l’Uganda

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° agosto 2022

Dopo le manifestazioni contro la Missione dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO), che si sono svolte la scorsa settimana in svariate città nell’est del Paese, ieri mattina i caschi blu hanno aperto il fuoco a Kasindi, posto di frontiera tra il Congo-K e l’Uganda, uccidendo almeno tre persone, altre 15 sono state ferite.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i caschi blu della brigata di intervento di MONUSCO, di ritorno da un congedo, avrebbero forzato il passaggio del posto di frontiera, sparando contro le persone presenti sul luogo, seminando morte e terrore.

Alla MONUSCO non sono bastate le accuse dei giorni scorsi per aver aperto il fuoco sui civili durante le dimostrazioni – sulle quali sono in corso ancora le indagini per stabilire le responsabilità – ora la violenza del corpo di pace dell’ONU è stata evidente.

Il vice portavoce del segretario generale dell’ONU, ha fatto sapere che Antonio Guterres è indignato per il grave incidente avvenuto domenica mattina al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda.

La rappresentante speciale del capo del Palazzo di Vetro nel Paese, la signora Bintou Keita, ha presentato le condoglianze alle famiglie delle vittime e ha detto che i responsabili del grave fatto sono stati identificati e arrestati.

Kasindo: posto di frontiera tra Congo-K e Uganda, MONUSCO apre il fuoco

Anche il governo di Kinshasa ha espresso indignazione per il comportamento del contingente tanzaniano di MONUSCO, responsabile della carneficina. Il vice-primo ministro dell’Interno e della Sicurezza, Daniel Aselo, ha dichiarato oggi che è un atto di disprezzo nei confronti del Congo-K.

Lo stringer di Africa Express ha riferito che anche questa mattina si sono svolte nuove manifestazioni contro il contingente dell’ONU a Beni, città nel Nord-Kivu, nell’est del Paese.

Mentre i caschi blu hanno aperto la sparatoria al confine con l’Uganda, il gruppo terrorista ADF (Alliance Democratic Forces) ha attaccato diversi villaggi nel Nord-Kivu e Ituri, massacrando decine di persone.

ADF è un gruppo armato di origine ugandese che opera nella RDC orientale dal 1995 e pochi anni fa ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). L’ADF è accusato di aver massacrato migliaia di civili nella ex colonia belga e di aver commesso attacchi terroristici in Uganda. Oltre un anno fa gli Stati Uniti hanno inserito i ribelli nella lista dei gruppi terroristi.

Intanto la società civile prende posizione. In un documento inviato a Africa-ExPress, l’organizzazione Société civile Forces Vives condanna la brutalità di MONUSCO ma accusa anche l’esercito congolese (FARDC), che, invece di difendere la popolazione contro gli attacchi dei ribelli, è impegnata a proteggere i caschi blu durante le dimostrazioni.

Nell’est del Congo la popolazione continua a fuggire a causa dei continui attacchi dei gruppi armati

La gente continua a fuggire dai propri villaggi a causa di violenti scontri tra i militari di Kinshasa e il gruppo armato M23 (Movimento 23 Marzo), composto prevalentemente da membri di etnia tutsi.

I ribelli avevano raggiunto un accordo per porre fine alle loro attività nel 2013, ma da qualche mese si sono rifatti vivi e hanno nuovamente abbracciato le armi attaccando postazioni di FARDC e di MONUSCO. Da tempo Kinshasa accusa Kigali di sostenere i miliziani, ovviamente il governo ruandese nega qualsiasi coinvolgimento.

Secondo Grant Leaity, rappresentante dell’UNICEF in Congo-K, a causa di questi nuovi scontri, oltre 190.000 persone sarebbero state costrette a lasciare i propri villaggi negli ultimi mesi. Oltre il 50 per cento degli sfollati sono bambini. La maggior parte dei fuggitivi provengono dai territori intorno a Rutshuru e al vulcano Nyiragongo, nel Nord-Kivu.

La situazione umanitaria degli sfollati è grave, anche a causa del difficile di accesso all’area, dovuta all’insicurezza. In secondo luogo, ha specificato il rappresentante di UNICEF, i fondi a disposizione, per soddisfare le necessità degli sfollati non sarebbero sufficienti.

E come sempre accade nei conflitti, sono i piccoli a pagare il prezzo più alto. I bambini vivono in stato di grave precarietà e gran parte di quanti sono sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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