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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

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Morti e feriti nel Congo-K orientale nella rivolta popolare contro la presenza dei caschi blu

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 luglio 2022

Le manifestazioni contro Missione dell’ONU in Congo-K, hanno coinvolto diverse città dell’est del Paese: Goma, Beni, Butembo, Nyamilima, Sake (nel Nord-Kivu) e infine si sono estese anche a Uvira, nel Sud-Kivu.

Il bilancio dei morti e feriti di questi giorni è pesante: 16 civili (5 a Goma, 4 a Uvira e 7 a Butembo, dove hanno perso la vita anche un casco blu indiano e 2 agenti di polizia dell’ONU (un indiano e un marocchino).

La popolazione di Butembo piange i suoi morti

Già la settimana scorsa diverse associazioni di donne hanno fatto un sit-in davanti al quartier generale della MONUSCO (Missione dell’ONU per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), considerata una delle operazioni ONU più grandi e costose al mondo, con un budget annuale di un miliardo di dollari; attualmente è presente sul territorio con 14.000 uomini.

Mercoledì quattro manifestanti sono morti, mentre il corteo si dirigeva verso quartier generale del contingente internazionale a Uvira. I dimostranti hanno perso la vita a causa di un incidente che ha a dir poco dell’inverosimile: sono stati folgorati da cavi elettrici caduti a terra dopo essere stati tranciati da alcune pallottole.

I caschi blu negano di aver sparato colpi di avvertimento che potrebbero aver causato l’incidente. Sarebbero stati gli spari della polizia, volti a disperdere i manifestanti che avrebbero provocato la rottura e la caduta di cavi elettrici.

Uvira, 4 morti dopo la caduta di un cavo elettrico durante le manifestazioni

Solo un esame balistico potrà stabilire le reali responsabilità. Il portavoce del governo, Patrick Muyaya ha dichiarato alla Reuters: “Ho chiesto di indagare per sapere se il proiettile è stato sparato dalla MONUSCO o dalle nostre forze di sicurezza”. Poi ha aggiunto che secondo alcune informazioni il proiettile potrebbe essere partito dall’interno della base della MONUSCO.

Gli attacchi contro le forze di pace sono stati condannati dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha invitato le autorità congolesi a fare luce su ciò che potrebbe costituire un crimine di guerra. Intanto in tutto il Congo-K si moltiplicano gli appelli alla calma.

Anche Modeste Bahati Lukwebo, presidente del senato, leader e fondatore del partito Alliance des Forces Démocratiques du Congo (AFDC), ha sottolineato che le sue parole sarebbero state mal comprese. In precedenza si era espresso in questi termini: per il contingente dell’ONU è arrivato il momento di “levare le tende”, visto che dopo oltre due decadi MONUSCO non è riuscita a riportare la pace nell’est del Congo-K, destabilizzato da quasi tre decenni.

Ora il presidente del senato ha specificato di non aver mai detto di cacciare i caschi blu in questo modo e ha invitato la popolazione alla calma.

Monsignor Joseph-Sébastien Muyengo, vecovo della diocesi di Uvira, Sud-Kivu, Congo-K

Giovedì scorso anche il vescovo di Uvira, Monsignor Joseph-Sébastien Muyengo, che Africa ExPress ha sentito telefonicamente ieri sera, ha espresso le sue condoglianze alle famiglie di tutte le vittime e ha invitato i suoi diocesani alla prudenza. Ha condannato fermamente le violenze che si sono consumate in questi giorni.

Il messaggio del vescovo non ha risparmiato nessuno. Il prelato ha puntato il dito contro il governo di Kinshasa, contro le forze armate congolesi (FARDC) e anche su tutti militari stranieri presenti sul territorio, i caschi blu dell’ONU a non solo.

Finalmente, dopo giorni e giorni di disordini e morti, anche il presidente della Repubblica democratica del Congo, Felix Tshisekedi, è intervenuto sui fatti che si sono verificati in questi giorni nella parte orientale del Paese.

Durante il consiglio dei ministri che si è svolto oggi, ha chiesto al responsabile degli Interni di tenere sotto controllo la situazione. Il presidente ha inoltre denunciato che è in atto una campagna di disinformazione.

L’est del Congo-K è una zona particolarmente militarizzata, soldati di molte nazionalità ed eserciti di molti Paesi sono stati sguinzagliati nel Paese, con il compito di sradicare i gruppi armati presenti sul territorio. Intanto gli attacchi dei miliziani si susseguono, la popolazione civile continua a scappare dai villaggi – oltre 700mila dall’inizio dell’anno -, i morti non si contano più e la situazione umanitaria si aggrava di giorno in giorno proprio a causa delle incessanti violenze quotidiane.

Alla fine di giugno è nata una nuova forza militare, volta a contrastare i miliziani dei grupi ribelli M23 e ADF. Il nuovo contingente di EAC (acronimo per Comunità dell’Africa Orientale), sarà coordinato dal Kenya. Viste le recenti tensioni tra Kigali e Kinshasa le truppe ruandesi non ne faranno parte.

I militari dell’EAC opereranno in collaborazione con le autorità del Congo-K. Inoltre, coopereranno in maniera complementare con le altre missioni internazionali, da quella ONU, MONUSCO, alla Force Intervention Brigade (FIB) della SADC (Southern African Development Community), passando per il contingente UPDF (Uganda People’s Defens Forces), schierato a Beni e Ituri e presente nel Paese dal novembre dello scorso anno.

I militari ugandesi sono affiancati dai soldati di FARDC nella lotta contro il gruppo terrorista ADF un gruppo armato di origine ugandese che opera nella RDC orientale dal 1995 e ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). L’ADF è accusato di aver massacrato migliaia di civili nella ex colonia belga e di aver commesso attacchi terroristici in Uganda. Oltre un anno fa gli Stati Uniti hanno inserito l’Alliance Democratic Forces nella lista dei gruppi terroristi.

Secondo un documento pubblicato pochi giorni fa dalla ong IDHB (Organisation Initiative pour les Droits Humains au Burundi) nell’est del Congo-K sarebbero presenti anche militari burundesi, affiancati da combattenti di Imbonerakune, lega dei giovani del partito al potere a Gitega, la nuova capitale del Burundi. Si tratterebbe di un’operazione segreta, messa in atto per dare la caccia ai miliziani di RED-Tabara, un gruppo ribelle dell’ex protettorato belga.

Imbonerakune è stato classificato dall’ONU come un’associazione di miliziani. Ovviamente il governo burundese e quello congolese negano l’intervento, ma la ONG afferma di avere in mano prove e testimonianze anche da parte dei miliziani stessi. Insomma, si tratterebbe dell’ennesimo segreto di pulcinella. Ufficialmente i burundesi non sono presenti, ma ufficiosamente tutti lo sanno.

Il Congo-K conta oltre 6,2 milioni di sfollati. Il Paese accoglie inoltre quasi mezzo milione di rifugiati provenienti per lo più dalla Repubblica Centrafricana, Sud Sudan e Burundi.

 

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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“Andate a casa, non ci proteggete”: nuove proteste contro i caschi blu in Congo-K, morti e feriti

 

 

Shakespeare aveva ragione: “Quando il denaro scorre veloce, si aprono tutte le porte”, e Macron riabilita Mohammed Bin Salman

Africa ExPress
Parigi, 30 luglio 2022

“Emmanuel Macron – Mohammed Bin Salman a strong partnership and unique frindship” (titolava ieri Arab News). Il presidente francese Emmanuel Macron – alla faccia dei diritti umani – non s’imbarazza neanche un po’ a ricevere il principe killer Mohammed Bin Salman come super ospite di riguardo per la cena di gran gala all’Eliseo.

Nessun disagio

E non prova il benché minimo disagio nel presenziare ai banchetti luculliani e alle laute libagioni del principe saudita al suo maestoso Chateau de Louveciennes, il castello francese ultramoderno ad un tiro di schioppo dalla sontuosa Reggia di Versailles, acquistato qualche anno fa da Mohammed Bin Salman per 300 milioni di dollari.

E’ un nobile maniero (ma trattasi solo d’una riproduzione non è affatto un castello originale) di oltre 7 mila metri quadrati con 23 ettari di giardini che s’ispira alle sontuosità del Re Sole Luigi XIV, tutto tempestato di opere d’arte, arazzi, quadri d’epoca, baldacchini, stucchi dorati e fontane.

Per ironia della sorte questa principesca magione è stata costruita un decennio fa da
Emad Khashoggi, nipote del buon’anima miliardario mercante d’armi arabo Adnan Khashoggi, cugino del giornalista Jamal Khashoggi, il dissidente saudita ed editorialista del Washington Post sequestrato, torturato, assassinato, segato in pezzi con una sega elettrica e incenerito sul barbecue da una squadra di sicari mandati dal principe ereditario dell’Arabia Saudita).

Fasti e onori

Un benvenuto del presidente francese con tutti i fasti e gli onori di Stato che sa tanto di definitiva riabilitazione (dopo quella di qualche settimana fa con il viaggio del Presidente americano Joe Biden a Gedda). Come diceva William Shakespeare (che probabilmente si rivolta nel sepolcro): “Quando il denaro scorre veloce, si aprono tutte le porte”.

Probabilmente Macron la pensa esattamente come il Presidente Biden: “Dialogare non significa essere compiacenti”.

Twitt provocatorio

Ma l’ex fidanzata del giornalista assassinato, Hatice Cengiz, invece non pare essere dello stesso avviso: “Sono assolutamente scandalizzata ed indignata”. Non la pensa così neppure l’ex candidato dei verdi francesi alla presidenza Yannick Jadot che ha lanciato un tweet assai provocatorio: “Nel menù della cena fra Macron e Mbs c’è per caso anche il corpo smembrato di Khashoggi?”

Comunque, nonostante le calorose strette di mano, il principe ereditario saudita MBS, l’arabo (che si crede) più furbo del mondo, non ha ancora smaltito la fregatura presa proprio dai francesi per l’acquisto del falso più costoso della storia dell’arte, attribuito a Leonardo Da Vinci: il “Salvator Mundi” comprato dalla celebre casa d’aste Christie’s (e successivamente appeso sul suo superyacht) costato 450 milioni di dollari.

Mbs credeva che fosse un’opera del più grande genio di tutti i tempi (come la Gioconda che è al Louvre). Invece non è  affatto una creazione di Leonardo Da Vinci.

I francesi però lo sapevano da tempo che era un falso (falso come i soldi del Monopoli e come il castello di Louveciennes). Che lo Stato francese fosse consapevole che si trattasse d’un clamoroso falso l’ha raccontato il regista francese Antoine Vitkine autore del documentario “Salvator Mundi la stupéfiante affaire du dernier Vinci” che è stato trasmesso su France 5 il 13 aprile di quest’anno.

Pompa magna

Nell’aprile del 2018 Mohammed Bin Salman venne accolto a Parigi in pompa magna proprio da Emmanuel Macron per siglare alcuni accordi commerciali miliardari. MBS mai avrebbe immaginato che sarebbe rimasto doppiamente folgorato da quel gioiello del Rina$cimento per il quale ha scucito quasi mezzo miliardo per portarselo nell’ oasi culturale desertica di Alula (per la sua culla del Nuovo Rinacimento saudita).

Dopo la terribile defaillance del consolato arabo di Istambul (dov’è avvenuto l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi per ordine del principe ereditario) Mbs potrebbe passare nuovamente alla storia per l’arabo più incauto del pianeta: 300 milioni di dollari per un castello farlocco e 450 milioni di dollari per una riproduzione.

Il dubbio sorge spontaneo ed è più che legittimo: che il principe ereditario dell’Arabia Saudita sia proprio come le cose che acquista?

Africa ExPress
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Non c’è recessione per il mercato delle armi: nuovi contratti tra Turchia e Nigeria, affari per la Leonardo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 luglio 2022

La Turchia consegnerà elicotteri d’attacco alle forze armate della Nigeria ma a fregarsi le mani con Erdogan & C. ci sono pure i manager e gli azionisti di Leonardo SpA.

Temel Kotil, direttore di TAI – Turkish Aerospace Industries –, la principale azienda pubblica del comparto militare-industriale turco ha reso noto l’esportazione alla Nigeria di sei elicotteri da combattimento avanzato T-129  “Atak”. Ignoto ad oggi il valore della commessa.

 

T129 Atak, elicottero fabbricato in Turchia dietro licenza di Leonardo S.p.A.

Il velivolo da guerra T-129  “Atak” viene costruito su licenza dell’azienda italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata dal gruppo italiano Leonardo. Si tratta di un bimotore di oltre 5 tonnellate, molto simile all’A129 “Mangusta” in possesso dell’Esercito italiano.

Nel 2007 AgustaWestland e Turkish Aerospace Industries hanno firmato un memorandum che prevede lo sviluppo, l’integrazione, l’assemblaggio degli elicotteri in Turchia, demandando invece la produzione dei sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica agli stabilimenti del gruppo italiano di Vergiate (Varese).

Gli elicotteri T129 “Atak” sono stati acquisiti dalle forze armate turche e utilizzati in più occasioni per sferrare sanguinosi attacchi contro villaggi e postazioni delle milizie kurde nel Kurdistan turco, siriano e irakeno.

Nel giugno del 2020 TAI ha presentato una versione ancora più micidiale dell’elicottero “cugino” del “Mangusta”: con nuovi sistemi avanzati di individuazione e tracciamento dei bersagli e sofisticati di sistemi per la guerra elettronica, il nuovo velivolo è armato con razzi non guidati da 70 mm e missili anti-carro a lungo raggio L-UMTAS.

Sei T-129 per un valore di 269 milioni di dollari sono stati venduti lo scorso anno alle forze armate delle Filippine; due velivoli sono stati già consegnati mentre i restanti quattro giungeranno a Manila entro la fine del 2023.

La conferma della commessa degli elicotteri alla Nigeria giunge un paio di giorni dopo la missione in Turchia del Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare nigeriana, il generale Oladayo Amao.

Incontrando il comandante delle forze aeree di Ankara, il generale Hasan Kucukakyuz, Amao ha espresso l’intenzione di rafforzare la cooperazione industriale-militare con la controparte “in vista del miglioramento dell’efficienza operativa nella lotta al terrorismo, così come stanno facendo in questi mesi i due Paesi”.

Nigeria e Turchia si sono impegnati, in particolare, a scambiarsi le esperienze nell’impiego dei velivoli a pilotaggio remoto nelle operazioni anti-terrorismo e a moltiplicare le esercitazioni militari congiunte, a partire da quella multinazionale Anatolia Eagle che si svolge annualmente in Turchia. “I due paesi potranno beneficiare enormemente dello scambio di studenti militari durante i programmi di addestramento”, ha dichiarato il Capo di Stato maggiore nigeriano. “Chiediamo inoltre il supporto dell’Aeronautica militare turca per potenziare e modernizzare le piattaforme aeree e sviluppare programmi formativi per le forze speciali e per il personale nigeriano impiegato nelle tecnologie di intelligence e telecomunicazione”.

Prima di lasciare la Turchia, lo staff dell’Aeronautica nigeriana ha effettuato un tour presso le maggiori industrie militari: TAI – Turkish Aerospace Industries, Aselsan, Havelsan, Manatek, BNW Group, Fly BVLOS – Airways Group ed Express Technics.

OPV-76, pattugliatori prodotti dai cantieri navali turchi Dearsan

La Nigeria si è rivolta ad Ankara pure per potenziare il dispositivo navale. Nel novembre dello scorso anno la Marina militare nigeriana ha sottoscritto un contratto con i cantieri navali Dearsan di Istanbul per la consegna di due pattugliatori d’altura tipo OPV-76 da completarsi entro tre anni.

Secondo il capo di Stato maggiore della marina, l’ammiraglio Awwal Gambo, le due unità da guerra verranno utilizzate per le operazioni di interdizione marittima, sorveglianza e per il supporto alle forze speciali e alle unità terrestri. “I pattugliatori OPV-76 saranno anche in grado di svolgere attività di ricerca e salvataggio, anti-pirateria, anti-traffici e anti-droga e operazioni di pronto intervento in caso di disastri naturali”.

Le due unità navali avranno una lunghezza di 76.8 metri e un dislocamento di oltre 1.100 tonnellate e ospiteranno a bordo 43 militari.

Grazie a due potenti motori diesel esse raggiungeranno una velocità massima di 28 nodi con un raggio di azione di 3.000 miglia nautiche. Anche con i due pattugliatori d’altura si prospettano ottimi affari per Leonardo SpA e le aziende controllate: i sistemi d’arma che saranno impiegati a bordo comprendono infatti i cannoni da 76 mm Super Rapid e quelli “leggeri” da 40 mm (produzione Oto Melara/Leonardo) e i sistemi missilistici superficie-aria a corto raggio Simbad-RC (produzione MBDA).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Mozambico: arrestato padre di famiglia, voleva vendere i suoi tre figli albini

Africa ExPress
28 luglio 2022

Grazie a una segnalazione anonima, la polizia di Tete, provincia nell’ovest del Mozambico, ha arrestato un padre di famiglia in procinto di concludere un affare a dir poco mostruoso: stava per vendere i suoi tre figli albini per la cifra di 39.000 dollari.

I tre ragazzini, tra i 9 e 16 anni, erano già stati portati via dalla propria abitazione e tenuti prigionieri, mentre il padre di 39 anni e suo fratello di 36, stavano definendo alcuni dettagli sulla vendita dei piccoli. Ovviamente entrambi hanno respinto le accuse.

Feliciano da Câmara, portavoce della polizia, ha chiarito che nel distretto di Agonia (provincia di Tete) sono stati fermati anche i due probabili acquirenti, che hanno ammesso le trattative in corso.

La provincia di Tete confina con il Malawi, Paese dove gli albini sono particolarmente discriminati. Vivono nel terrore perchè bande criminali li cacciano come prede per vendere parti del loro corpo, che poi vengono utilizzate per pratiche rituali di stregoneria. E se non vengono ammazzati, sono mutilati.

Bambini albini africani

In molti Paesi africani, specie in Malawi, persiste ancora la credenza popolare che le ossa e i capelli degli albini abbiano poteri magici, portatori di salute e ricchezza.

In una tradizionale famiglia africana la nascita di un bambino affetto da albinismo desta sempre molte preoccupazioni e tanti credono che si tratti di una maledizione divina. Non di rado i piccoli vengono abbandonati e le madri sono costrette a lasciare la casa.

Credenze popolari e superstizione hanno dato origine a un vero e proprio traffico di esseri umani. Organizzazioni criminali rapiscono e poi uccidono in modo crudele uomini, donne e bambini africani dalla pelle immacolata. Ne vendono le parti del corpo da usare come talismani o nelle pozioni magiche.

Quando questi criminali non riescono a rapire e uccidere gli africani dalla pelle immacolata, deturpano le loro tombe per portar via le ossa. Negli ultimi anni sono state denunciate decine e decine di esumazioni illegali nel solo Malawi.

Solo due mesi fa sono state condannate 12 persone in Malawi, tra loro anche un sacerdote cattolico, ritenuto colpevole per aver voluto vendere parti del corpo di un giovane albino, assassinato brutalmente nel 2018. Cinque di loro, tra questi il fratello della vittima, dovranno scontare il resto della loro vita in galera.

Nessuna pietà nemmeno per il prete. Il giudice Dorothy NyaKaunda Kamangadu, gli ha inflitto una condanna di 30 anni, non solo per il capo d’accusa cui è stato ritenuto responsabile, ma anche per aver tradito la fiducia della comunità e dei suoi parrocchiani.

L’albinismo è un’anomalia congenita ereditaria che consiste nella totale o parziale deficienza di pigmentazione melaninica nella pelle, dei capelli e dell’iride. In Africa questa anomalia genetica è molto più diffusa che In Europa.

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In costruzione nel deserto saudita la megalopoli avveniristica voluta dal principe megalomane per il sollazzo dei Paperoni di tutto il mondo

Africa ExPress
Gedda, 27 luglio 2022

Se in futuro andrete in perlustrazione con Google Earth (applicazione di grafica tridimensionale che permette di visualizzare comodamente sul computer tutte le location più belle e strane del pianeta), scandagliando il globo alla ricerca di posti misteriosi e se dovesse capitarvi d’imbattervi in un’enorme specchio lungo 120 kilometri che taglia in due il deserto, non trasecolate.

Neom The Line

Le megalomani, audaci, fantascientifiche e costosissime cattedrali nel deserto (e non è solo un modo di dire) immaginate e proposte del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman al Saud, non finiscono mai di stupire.

Dopo Oxagon (futuristica città galleggiante di 48 chilometri quadrati tutta interamente sull’acqua), l’aspirante re d’Arabia, lancia in pompa magna “The Line – Neom”. A dir il vero è dal lontano 2017 che se ne parla, ma come tutti i fantasmagorici progetti sauditi (ancora sulla carta), solo ora, il futuro monarca, il principe ereditario Mohammed bin Salman, svela i dettagli.

Di quella che sarà la prima città del futuro, ne ha enfaticamente parlato in questi giorni a giornali arabi unificati (nessuno escluso), come succede da tempo (alzando ogni volta sempre più l’asticella): “The Line – Neom è una città futuristica da cui tutta l’umanità, non solo l’Arabia Saudita, trarrà vantaggio. La Linea risolverà le sfide che l’umanità deve affrontare oggi nella vita urbana e sarà un modello per un modo di vita alternativo. Non possiamo ignorare la vivibilità e le crisi ambientali che affliggono le città del nostro mondo e Neom è in prima linea nel fornire soluzioni nuove e fantasiose per affrontare questi problemi.”

Situata nel nord-ovest dell’Arabia Saudita, sul Mar Rosso, ad un tiro di schioppo dalla Giordania, Neom (che significa “nuovo futuro”) è un’insediamento urbano che sorgerà su un’area che ha un’estensione di circa 26.500 chilometri quadrati, incastonato in una gradevole cornice composta da 41 isole e isolotti. E’ ritenuto essere un laboratorio vivente dell’innovazione, dove poter sviluppare nuove tecnologie, innovativi modelli per la vivibilità e la conservazione dell’ambiente.

Sarà la megalopoli più lunga del mondo, con oltre 170 chilometri di estensione (supererà per dimensione anche New York che è lunga “solo” 58 chilometri), un’urbe ‘carbon free’ e zero emissioni, senza auto, né strade, capace di ospitare non meno di 9 milioni di residenti, cosa inaudita rispetto ad altre città di simili capacità.

Ma questo, in grandi linee, già lo si sapeva. La vera rivelazione è un’altra. L’aspirante monarca vuole strafare, superando in possenza e magnificenza persino le piramidi dei faraoni d’Egitto.

La The Line di Neom di MBS prevede la costruzione di un mastodontico grattacielo a specchio (un ‘Mirror Line’ per confondersi con lo skyline), alto 500 metri e lungo ben 120 chilometri, così ciclopico e mastodontico che sarà persino visibile dallo spazio (come la Grande Muraglia Cinese che ha affascinato il principe quando qualche anno fa si è recato in viaggio in Cina).

Non è ben chiaro l’impatto ambientale che potrà avere in mezzo al deserto un simile ecomostro (che costerà non meno di 500 miliardi di dollari). Alla fine della fiera tutto questo mega progetto prevede una spesa di oltre 1 trilione di dollari (1.000.000.000.000.000.000 USD ossia un miliardo di miliardi USD), in pratica l’equivalente necessario per ricostruire due volte l’intera Ucraina, distrutta e ridotta in macerie.

Il ciclopico progetto del principe sarà finanziato in parte grazie al sostegno del PIF – Public Investments Fund, un fondo di investimento pubblico saudita, nonché da investitori locali, che vorrebbero attrarre finanziatori internazionali.

Last but not least, sarà anche finanziato da tutti gli occidentali che dipendono dal petrolio di Saudi Aramco.

Ma son soldi ben spesi, che favoriranno la realizzazione di questo ecosistema futuristico alimentato al 100 per cento da energie pulite/rinnovabili, che integrerà in sé una eccezionale vivibilità, in armonia con la natura, sfruttando in modo ecocompatibile le risorse del territorio desertico.

Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita

Mohammed Bin Salman, già padre del Nuovo Rinascimento, sarà il pioniere, regista, attore ed interprete di questo rivoluzionario cambiamento, diventando il protagonista assoluto di questa Quarta Rivoluzione Industriale.

Peccato che Jamal Khashoggi (giornalista sequestrato, torturato, assassinato, segato in pezzi con una motosega e incenerito sul barbecue da sicari, mandati dal principe ereditario dell’Arabia Saudita) non potrà ammirare tanta bellezza…

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“Andate a casa, non ci proteggete”: nuove proteste contro i caschi blu in Congo-K, morti e feriti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 luglio 2022

Si intensificano le manifestazioni nella Repubblica Democratica del Congo contro la Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). Ieri durante una marcia di protesta a Goma, capoluogo del Nord Kivu, dimostrazione tra l’altro non autorizzata dal sindaco, è stato persino saccheggiato il quartier generale dei caschi blu. Mentre oggi le dimostrazioni si sono estese anche in altre città della provincia orientale del Paese.

 

Manifestazione contro la MONUSCO a Goma, Nord-Kivu,Congo-K, 25 luglio 2022 scorso

“Da quando è iniziata la guerra in Congo, non abbiamo mai visto che MONUSCO abbia sradicato un solo gruppo armato, non uno”, ha detto uno dei manifestanti. Un altro, un autista di moto-taxi, ha specificato: “Visto che hanno asserito di non avere la forza per combattere il gruppo M23, cosa fanno ancora qui?”.

La missione ONU ha di fatto fallito il suo compito (cioè proteggere i civili) e così la gente è scesa nelle strade di Goma, Beni, Butembo per chiedere il suo ritiro immediato. E non è la prima volta. Anche in passato si sono svolte manifestazioni contro i caschi blu.

Ciao MONUSCO, uno dei manifesti durante le proteste a Goma

I dimostranti hanno espresso la loro rabbia con violenza e durante l’attacco al quartier generale di Goma, i caschi blu hanno usato gas lacrimogeni per disperdere la folla, ma secondo qualcuno avrebbero lanciato anche “tiri di avvertimento”. Ora MONUSCO è stata accusata di aver sparato contro i dimostranti, fatto che i responsabili della missione negano categoricamente.

Protesta davanti al quartier generale di MONUSCO, Goma, Congo-K

Lunedì a Goma sono stati arrestati diversi manifestanti. Il governo “condanna fermamente ogni forma di attacco contro il personale e le strutture delle Nazioni Unite. I responsabili saranno perseguiti e puniti severamente”, ha scritto su Twitter Patrick Muyaya, portavoce del governo congolese.

Per oggi a Beni e Butembu, due città nel Nord-Kivu, sono state organizzate altre manifestazioni.

Secondo quanto ha riferito il portavoce del governo, a Goma durante l’assalto alle basi sarebbero morti 5 manifestanti, altri 50 sarebbero stati feriti. Mentre a Butembo, la terza città della provincia, secondo fonti di MONUSCO, sarebbero stati uccisi tre membri della missione ONU: un casco blu indiano e due uomini delle forze di polizia.

Sul suo account Twitter MONUSCO ha precisato: “Gli assalitori hanno strappato le armi a alcuni agenti della Polizia Nazionale Congolese (PNC) e hanno sparato contro le nostre forze di pace”.

Paul Ngoma, capo della polizia di Butembo, ha riferito che durante i disordini sarebbero morti anche 7 civili, parecchi altri sarebbero stati feriti.

I caschi blu sono presenti nell’est del Paese da 22 anni e da tempo vengono accusati dalla popolazione di inefficienza nella lotta contro i gruppi armati. MONUSCO è considerata una delle missioni ONU più grandi e costose al mondo, con un budget annuale di un miliardo di dollari; attualmente è presente sul territorio con 14.000 uomini.

Modeste Bahati Lukwebo, presidente del senato, leader e fondatore del partito Alliance des Forces Démocratiques du Congo (AFDC), ha ribadito quello che aveva già espresso in precedenza: per il contingente ONU è arrivato il momento di “levare le tende”, visto che dopo oltre due decadi MONUSCO non è riuscita a riportare la pace nell’est del Congo-K, destabilizzato da quasi tre decenni.

Durante una conferenza stampa congiunta tenutasi a Kinshasa, le autorità congolesi e MONUSCO hanno fatto sapere che una commissione d’inchiesta dovrà stabilire chi è responsabile delle sparatorie che hanno provocato vittime tra i civili e uomini della missione dell’ONU.

La popolazione è stanca dei continui attacchi da parte dei gruppi armati e la situazione umanitaria si aggrava di giorno in giorno proprio a causa delle incessanti violenze quotidiane.

Il Congo-K conta oltre 6,2 milioni di sfollati, 700 mila dei quali hanno dovuto lasciare i loro villaggi dall’inizio dell’anno. Il Paese accoglie inoltre quasi mezzo milione di rifugiati provenienti per lo più dalla Repubblica Centrafricana, Sud Sudan e Burundi.

Cornelia I. Toelgyes
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L’Etiopia fa incetta di medaglie ai mondiali di atletica nell’Oregon, primeggiano le atlete del Tigray

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
26 luglio 2022

L’Etiopia dell’Atletica è la seconda al mondo nella classifica per nazioni ai campionati mondiali numero 18 appena conclusisi a Eugene, in Oregon (USA).

 

Gudaf Tsegay, atleta del Tigray (Etiopia), medaglia d’oro ai 5000 m

Con 4 medaglie d’oro, 4 d’argento, 2 di bronzo è preceduta solo dagli Stati Uniti. Il dominio etiopico assoluto nelle maratone maschile e femminile (con Tamirat Tola e Gotytom Gebreslase, il 18 luglio), nei 10 mila metri (con Letesenbet Gidey, 16 luglio), è stato completato dalla vittoria nei 5 mila (Gudaf Tsegay, il 23 luglio).

L’argento brilla su Mosinet Geremew, giunto alle spalle di Tola; su Lamecha Girma, secondo, il 19 luglio, nei 3 mila siepi maschili; su Werkuha Getachew, seconda, il 20 luglio, nei 3 mila siepi femminili, e Gudaf Tsegay, nei 1500 metri donne. Il bronzo etiope, infine, è andato ad altre due esponenti dell’atletica femminile: Dawit Seyaum (5 mila metri, 23 luglio) e Mekides Abebe (3 mila siepi, 20 luglio).

Il successo dei campioni di Addis Abeba è ancora più eclatante se raffrontato alla debacle dei rivali di sempre: i kenyani. Nella classifica generale, questi sono al quarto posto, dietro la Jamaica. L’aspetto più grave, però, è che il Kenya, per la prima volta da Helsinki 1983, non ha conquistato nessun titolo tra i 5000, 10000, 3000 siepi e maratona, maschili e femminili!

Eppure, per l’Etiopia non è tutto oro ciò che luccica. Ciò che sembra bello ed esaltante, in realtà, copre realtà drammatiche, amare e dolorose. Che sono venute allo scoperto grazie al successo di tre atlete eccezionali: Letesenbet Gidey, Gotytom Gebreslase, Gudaf Tsegay. Un terzetto tutto al femminile accomunato dalle capacità sportive, ma anche dalla comune origine: il Tigray. Le loro vittorie, stupefacenti di per se stesse, diventano un’impresa incredibile se si considera appunto il contesto in cui sono maturate (ha commentato la BBC), in cui sono cresciute le protagoniste e quello che hanno provocato nello stadio Heyward Field di Eugene.

Qui, tra fiumi e foreste, ancora una volta lo sport è diventato il proscenio di una protesta che ha raggiunto una platea planetaria. Al termine della sudatissima conquista dell’oro nei 5 mila metri da parte della venticinquenne Gudaf Tsegay, all’improvviso, nel cuore dell’Oregon ha fatto irruzione la politica.

Il pubblico rumoreggiava, applaudiva, sventolava stendardi con il verde, giallo e rosso. Ma sono comparse anche le bandiere giallorosse con la stella del Tigray. Si è formato un corteo rumoroso, combattivo con un cartello che diceva: “Stop al genocidio compiuto dall’Etiopia e dall’Eritrea, le famiglie non riescono a sentire le loro figlie da due anni”.

La diaspora denuncia la guerra in Tigray durante i mondiali di Atletica nell’Oregon, USA

Infatti le conseguenze di questa situazione la stanno pagando anche i genitori di Letesenbet Gidey e di Gotytom Gebreslase. “Da mesi non riusciamo a parlare con le nostre figlie – hanno dichiarato le loro mamme -. Abbiamo appreso delle loro vittorie solo giorni dopo e in modo indiretto e le abbiamo sempre incoraggiate”.

C’è stato chi si è ricordato e ha voluto ricordare al mondo intero quello che avvenne il 4 novembre 2020: il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, ha invaso il Tigray .

Da allora è stato un susseguirsi di denunce di massacri di civili, pulizia etnica, violenze sessuali usate come arma di guerra, distruzione e saccheggi da parte dell’esercito etiopico e di suoi alleati (Eritrea in primis), ondate di sfollati, oltre 2 milioni, secondo Human Rights Watch.

“Hanno voluto creare l’inferno in terra”, sostiene la diaspora tigrina. Subito dopo la gara dei 5 mila metri, è sceso in pista un uomo avvolto nel vessillo del Tigray. E’ corso verso Tsegay e Gidey le ha abbracciate e sollevate da terra. Poi la security con cortesia lo ha “fermato, ma non arrestato”.

L’uomo è stato intervistato e non si è nascosto (come si può vedere su Youtube): “Mi chiamo Mearg Mekonen, ho 40 anni, sono nato nel Tigray, da molto tempo vivo in Texas. Sono venuto qui ai mondiali di Atletica, ma non avevo programmato questo gesto. Mi è scaturito all’improvviso, nello stadio. Perché l’ho fatto? Perché voglio essere la voce di chi non ha voce, voglio che si prenda coscienza del genocidio che sta avvenendo a casa nostra, nel Tigray”.

Ha cercato di affrontare lo scottante argomento anche un giornalista intervistando Tsegay, la conquistatrice della medaglia d’oro nei 5000. La risposta è venuta da un omaccione della squadra etiope, che allontanando la campionessa, ha bofonchiato; “Questa domanda non va bene per noi”.

Si sa che le dittature e i regimi totalitari usano lo sport per farne un formidabile strumento di propaganda politica, veicolo per il consenso di massa. Ma spesso basta una medaglia d’oro per svelare “alle genti di che lacrime grondi e di che sangue”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Aiuti militari italiani alla Somalia mentre l’ONU denuncia attacchi a scuole, ospedali e violazioni dei diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Luglio 2022

Ma le Nazioni Unite hanno verificato anche altri crimini: 99 attacchi a scuole ed ospedali, in misura inferiore rispetto al passato. Non è escluso che alcuni di questi edifici siano stati realizzati/finanziati dalla Cooperazione allo Sviluppo italiana. In 32 casi è stato vietato l’accesso agli aiuti umanitari.

 

Somalia: ONU, stop alle violenze sulle donne

Abusi sessuali

Le violenze sessuali sono state oltre 700. Il numero è sottostimato, per il pericolo di rappresaglie sulle vittime, infatti, oltre la metà dei casi è attribuita ad ignoti e ciò garantisce l’impunità dei colpevoli.

Almeno 1.857 bambini sono stati uccisi o mutilati, con una crescita significativa rispetto al 2020 dovuta all’intensificarsi di un conflitto, ignorato dai principali mezzi di comunicazione.

Le missioni militari italiane

Nella nostra ex colonia sono presenti circa settecento militari italiani, nell’ambito di alcune missioni dell’Unione Europea e bilaterali. EUTM Somalia, comandata dal generale Roberto Viglietta, impegna 167 soldati italiani per la formazione di militari somali, per un costo annuo di circa 15 milioni di euro.

Militari italiani della missione EUTM in Somalia

EUNAVFOR Atalanta, invece, combatte la pirateria nelle acque antistanti il Paese africano, con duecento marinai, una nave e due aerei, per un totale di 27 milioni annui. La Missione Bilaterale di Addestramento delle forze di polizia somale e gibutine (MIADIT), operata da 75 di carabinieri, per un costo di 4,5 milioni, ha formato, secondo il ministero della Difesa, dal 2013 a oggi circa 2.800 poliziotti di Mogadiscio e 80 nei primi mesi di quest’anno.

Infine la base di Gibuti svolge da centro logistico per le predette missioni, e si affaccia sullo strategico stretto di Bab el Mandeb (tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano), con un onere di 13 milioni di euro.

La risposta italiana a queste drammatiche ed autorevolissime denunce, che le Nazioni Unite formulano da molti anni è un assordante silenzio. Un governo che viola le libertà fondamentali, infatti, non dovrebbe godere di aiuti militari italiani, peraltro concessi senza porre condizioni.

Dibattiti parlamentari

Durante i dibattiti parlamentari sui provvedimenti di autorizzazione alle missioni all’estero nessuno o quasi ha sollevato problemi. Non solo, con un Paese ricco solo di armi, abbiamo stipulato un accordo di cooperazione militare (ratificato dal Parlamento con la legge 19.4.2016, n.64), anche per favorire l’export dell’industria della difesa “made in Italy”.

Allora il movimento 5 Stelle votò contro, in particolare fino a quando “non verranno fornite le necessarie e irrinunciabili garanzie del rispetto dei diritti umani, con particolare riferimento soprattutto al fenomeno dei bambini soldato”. Da quando è al governo, però non si è più opposto, né a tale accordo né alle missioni militari in Somalia.

Droni contro i civili

Il governo italiano, infine, non ha protestato con gli USA, che nell’ambito delle operazioni contro Al Shabaab con i droni hanno ucciso civili scambiati per terroristi.

Il nostro Paese, che ha un debito morale nei confronti del popolo somalo per la notte coloniale, dovrebbe lavorare per risolvere il conflitto e non per alimentarlo.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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(2 – fine)

Allarme dell’ONU: in aumento le violenze sui minori in Somalia

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Arabia Saudita: giornalista israeliano s’intrufola nella Città Santa profanando La Mecca

Africa ExPress
Gerusalemme, 25 luglio 2022

Sfiorato l’incidente diplomatico tra Arabia Saudita e Israele questa settimana per un breve reportage d’un giornalista dello stato ebraico o che ha suscitato grande indignazione.

Il reporter è riuscito ad entrare indisturbato (rischiando fisicamente) nel sito più sacro dell’Islam, imbucandosi di frodo profanando La Mecca (luogo sacro severamente vietato ai non musulmani).

I funzionari sauditi hanno denunciato il blitz giornalistico come dannoso per i legami in via di normalizzazione e riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.

Quasi sicuramente il principe ereditario del regno, Mohammed Bin Salman, farà saltare qualche testa tra i responsabili della sicurezza e della vigilanza. Probabilmente infliggerà punizioni esemplari (la più in voga attualmente quella d’appendere i rei per le caviglie a testa in giù per una settimana ad intervalli regolari).

Video di 10 minuti

Channel 13 News lunedì scorso ha mandato in onda un servizio video di circa 10 minuti girato nel luogo dove è nato l’Islam, in cui si vede il giornalista Gil Tamary, che viaggia in auto vicino alla Grande Moschea della Mecca e mentre sta scalando il Monte della Misericordia, che sovrasta la pianura di Arafat, venerato come il luogo in cui il profeta Maometto tenne il suo ultimo sermone 14 secoli fa.

 

 

Tamary, che è un giornalista navigato e fino a poco tempo corrispondente del canale negli Stati Uniti, era a Gedda per seguire da vicino l’incontro del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Arabia Saudita con il principe ereditario Mohammed Bin Salman.

Irresponsabile fare informazione

Nel video si vede il giornalista accompagnato da una persona, probabilmente una guida locale, ripreso con il viso trafelato per impedirne l’identificazione.

Tamary abbassa la voce mentre parla alla telecamera in ebraico e, a volte in inglese per evitare di rivelare d’essere israeliano.

“Mi dispiace è stata una cosa stupida da fare e di cui essere orgoglioso – ha commentato all’emittente pubblica Kan 11 il ministro israeliano della cooperazione regionale Esawi Freij, un esponente musulmano del partito della sinistra sionista Meretz -. È stato un gesto irresponsabile e dannoso mandare in onda questo reportage solo per fare dell’informazione”.

Hashtag virale

Freij ha affermato che il reportage ha danneggiato gli sforzi in atto, incoraggiati dagli Stati Uniti, per riavvicinare gradualmente Israele e Arabia Saudita ed arrivare ad una normalizzazione dei rapporti, analogamente a quanto è stato fatto con gli accordi diplomatici del 2020 con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain.

L’hashtag di Twitter “Un ebreo nella Grande Moschea della Mecca” è diventato virale dopo la messa in onda del reportage.

Mohammed Saud, un attivista saudita filo-israeliano ha twittato: “Miei cari amici in Israele, un vostro giornalista è entrato nella città della Mecca, santa per l’Islam, e lì, senza vergogna, ha girato un video. Vergognati Canale 13, per aver ferito la religione dell’Islam in questo modo. Sei stato scortese”.

Silenzio dei media sauditi

La generalità dei media sauditi (strettamente controllati dal governo), non hanno dato molto risalto all’incursione, eccezion fatta per il quotidiano arabo Alaraby (edito a Londra). Diversi funzionari sauditi interpellati per un commento hanno preferito non rispondere.

Non è ancora ben chiaro se qualche autorità ha preventivamente approvato il suo viaggio alla Mecca (ma è altamente improbabile), per il quale comunque, in seguito il giornalista si è scusato, dicendo che non aveva intenzione di offendere i musulmani: “Se qualcuno si offende per questo video, mi scuso profondamente. Lo scopo di questo mio servizio era quello di mostrare l’importanza della Mecca e la bellezza della religione e, così facendo, promuovere una maggiore tolleranza e inclusione religiosa”, ha precisato in inglese su twitter.

Linfa vitale del giornalismo

Channel 13 News ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che: “La visita del giornalista di Foreign News Gil Tamary alla Mecca è un importante risultato giornalistico, non inteso in alcun modo a offendere i musulmani e se qualcuno si è offeso, ci scusiamo. La curiosità è la linfa vitale della professione giornalistica”.

“Il credo giornalistico si basa sull’essere ovunque e sul documentare gli eventi in prima persona – continua la nota dell’emittente -. Questi principi ci hanno guidato in questa missione giornalistica e ha permesso a molti spettatori un contatto iniziale non mediato con questo importante luogo, che corrisponde alla curiosità e all’entusiasmo in Israele per le relazioni in erba con l’Arabia Saudita”.

Riteniamo che conoscere in prima persona l’importanza di un posto di rilievo contribuisca solo ad aumentare la tolleranza religiosa e ad apprendere e riconoscere le credenze dell’altro”

Arrestata la guida

Al momento la cosa pare non finirà qui e potrebbe avere pesanti ripercussioni (forse anche a livello diplomatico).

Intanto secondo l’agenzia stampa saudita SPA è stato individuato ed arrestato (e “deferito alla pubblica accusa”) il cittadino saudita che ha aiutato il giornalista americano-israeliano ad entrare illegalmente alla Mecca, violando la legge del Paese che vieta ai non musulmani di entrare in città.

“La santità delle due sacre moschee della Mecca e Medina è una ‘linea rossa’, la cui violazione non sarà tollerata chiunque sia il trasgressore, non ci sarà clemenza verso chi viola o trasgredisce questa santità qualunque sia la sua nazionalità”, ha sentenziato il capo della presidenza generale per gli affari della Grande Moschea del Profeta, Abdul Rahman Al Sudai.

In Arabia Saudita quando ti deferiscono alla pubblica accusa per certi reati poi solitamente non hai più occasione di raccontare più nulla.

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Protestano i tigrini davanti alle ambasciate italiane in Europa contro il sostegno di Roma ad Addis Abeba

Africa ExPress
24 luglio 2022

Venerdì scorso centinaia di persone hanno manifestato davanti alle ambasciate italiane in diverse città europee e persino in Israele, per protestare contro il supporto dell’Italia al governo dell’Etiopia. Un presidio della diaspora si è tenuta anche a Roma davanti alla Farnesina.

La diaspora del Tigray davanti alla Farnesina contro il supporto finanziario del governo italiano all’Etiopia

Durante la sua ultima visita lo scorso giugno ad Addis Abeba, l’allora ministro degli Esteri, Luigi di Maio, ha incontrato il suo omologo Demeke Mekonnen e la presidente, Sahle Work Zewde.

Di Maio ha avuto anche colloqui con il primo ministro Abiy Ahmed, nonché con altri alti funzionari etiopici e regionali. E, secondo una nota della Farnesina: “L’Italia vanta con l’Etiopia, Paese prioritario per la nostra Cooperazione, relazioni bilaterali storiche e intense e una tradizionale collaborazione in ambito culturale ed economico commerciale”.

Giuseppe Di Maio a colloquio con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed

E a questo proposito durante il breve soggiorno in Etiopia, l’allora ministro Di Maio ha siglato un nuovo accordo di supporto economico con il ministro delle Finanze del governo di Addis Abeba, Ahmed Shide, in presenza del nostro ambasciatore, Agostino Palese e della responsabile della sede Aics (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) nel Paese, Isabella Lucaferri.

I finanziamenti stanziati – 22 milioni di euro sotto forma di prestito agevolato – secondo quanto precisato dal ministero etiopico delle Finanze, saranno utilizzati per sostenere lo sviluppo dei parchi agroindustriali integrati (Iaip) di Bulbula, Bure, Yirgalem e Ba’eker ed i vicini centri di trasformazione rurale (Rtc), con lo scopo di creare posti di lavoro nelle aree rurali del Paese, aumentare i redditi degli agricoltori, generare proventi da esportazione, sostituire le importazioni di prodotti agricoli e contribuire alla crescita economica e alla trasformazione strutturale.

Non è apparso nessun accenno ufficiale alla guerra in atto nel Tigray, che coinvolge anche le due regioni limitrofe – Amhara e Afar -, mettendo in ginocchio milioni di persone. Un silenzio quasi totale è calato su questa guerra, iniziata nel novembre 2020. A tutt’oggi non sono state ripristinate le comunicazioni, internet e le attività bancarie, inoltre, la cronica mancanza di carburante limita la distribuzione di cibo, medicinali e beni di prima necessità.

Gli aiuti arrivano ancora con il contagocce e non bastano assolutamente per soddisfare i bisogni delle popolazioni, una catastrofe umanitaria ignorata da gran parte dei media.

Il responsabile di World Food Programme per il nord Etiopia, in una intervista alla BBC, ha dichiarato che grazie alla tregua entrata in atto a aprile, l’organizzazione è riuscita a raggiungere 1,1 milione di persone, poco più della metà degli abitanti in stato di necessità.

Ha dichiarato che un po’ di cibo per i restanti è stoccato nei magazzini, ma ci vogliono altri corridoi umanitari per raggiungere tutti. Servono fondi per rimettere in piedi quanto prima i servizi essenziali per far ripartire l’economia locale.

Una denuncia in tal senso è contenuta anche in una lettera aperta del 17 giugno 2022 dalla Eparchia cattolica di Adigrad  (nella Chiesa cattolica di rito orientale l’eparchia corrisponde alla diocesi della Chiesa latina, ndr). Il vescovo di Adigrad, Abune Tesfaselassie Medhin, chiede che vengano ripristinati immediatamente i servizi essenziali nel Tigray che ha portato a un totale isolamento della regione.

Milioni di persone sono ridotte alla fame, i morti non si contano più.

Guerra nel Tigray

Una catastrofe umanitaria, una guerra che continua il suo percorso silenzioso, anche se non si combatte più a suon di bombe e cannoni. A tutt’oggi mancano medicinali e materiale sanitario. Il conflitto ha provocato 2,2 milioni di sfollati e quasi un milione di morti.

Ciononostante il governo italiano ha concesso nuovi supporti al governo di Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace nel 2019, che oltre al conflitto nel Tigray ha anche altre guerre in corso, non da ultime le violenze nell’Oromia (il maggiore gruppo etnico del Paese, cui appartenne lo stesso Abiy Ahmed).

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Fotocredit: video Davide Tommasin

La guerra in Ucraina mette in ginocchio gran parte dei Paesi africani, pochi fondi per sostenere migranti e popolazioni vulnerabili