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Giornalismo investigativo svela la trappola di Uber agli autisti del Sudafrica e non solo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 luglio 2022

“L’app di Uber è diventata una piattaforma criminale, una piattaforma di paura” – ha dichiarato Derick Ongansie, sudafricano, ex autista Uber di 66 anni. Lo scrive il Washington Post in un ampio servizio sulla multinazionale grazie ai file messi a disposizione dal Consorzio internazionale di giornalismo investigativo (ICIJ).

Storie sudafricane su Uber

Ongansie è tra coloro che, in Sudafrica, hanno contribuito a organizzare le proteste e uno degli autisti che ha denunciato l’azienda. “Quando si guida un’auto per Uber, si ha paura. Un poliziotto potrebbe farti accostare e sequestrarti il veicolo, oppure un cliente potrebbe essere un criminale”.

Proteste degli autisti Uber
Proteste degli autisti Uber (Courtesy ICIJ)

Secondo il quotidiano USA anche Shaun Cupido, 44 anni, è rimasto intrappolato con Uber. Sognava una vita migliore per la sua famiglia e Uber lo prometteva: poteva essere capo di sé stesso e avere i suoi orari. Con un’auto in affitto ha cominciato a trasportare i turisti per Città del Capo e gli affari andavano bene. Per i pagamenti delle corse era accettata solo la carta di credito. Niente contanti. Guadagnava bene, e ha cominciato a sognare: avrebbe potuto creare una flotta auto tutta sua.

Ma ecco la fregatura. Uber, poco per volta, ha modificato gli accordi. Minore retribuzione e aumento del numero di autisti. Il numero dei clienti si è dimezzato e Cupido doveva lavorare 12 ore al giorno per avere le stesse entrate guidando anche in aree pericolose. La fine del sogno è stata l’introduzione di accettare anche il pagamento in contanti “per ampliare la platea dei clienti che non hanno la carta di credito”.

L’incubo si è avverato

Con la sua ultima corsa l’incubo di cui aveva sentito parlare dai colleghi è diventato realtà: Shaun è stato rapinato e ferito alla testa. Per riprendersi dallo shock e dalle lesioni dell’aggressione ci è voluto un mese ma è rimasta la paura. Non vuole più fare il taxista per Uber. Queste sono solo alcune brutte storie di sfruttamento selvaggio causato di Uber in Sudafrica. Il mondo ne è pieno perché il copione dell’azienda è consolidato e globalizzato.

Ovviamente, l’ingresso di Uber nel mercato con 20 mila nuovi autisti in tutto il Sudafrica ha fatto imbestialire i taxisti “regolari”. Ci sono state aggressioni ai ‘nuovi’ autisti accusati di concorrenza sleale e proteste con feriti e auto bruciate. La multinazionale, invece, è stata accusata di ingresso aggressivo e senza regole nel mercato.

Auto Uber
Auto Uber (Courtesy ICIJ)

Analizzati 124 mila file di Uber

Uber Files, questo il nome dell’inchiesta ICIJ, ha permesso a 180 giornalisti di 44 testate internazionali di svelare le malefatte del colosso USA del trasporto privato. Per sei mesi i giornalisti di 29 Paesi hanno analizzato 124 mila documenti tra i quali 83 mila email (2013-2017) di massimi dirigenti Uber. La fonte di questa vasta documentazione è Mark MacGann, l’ex lobbista pentito dell’azienda, conosciuto anche in Italia. MacGann era responsabile delle politiche aziendali di Uber in Europa, Africa e Medioriente. Lo scandalo di Uber Sudafrica è oggi noto grazie a questa importante indagine di giornalismo investigativo.

Uber nell’occhio del ciclone

Le maggiori responsabilità sono di Travis Kalanick, ex amministratore delegato, silurato nel 2017. I documenti mostrano che, in tutto il mondo, Kalanick ha spinto i suoi dirigenti a dare incentivi agli autisti. Poi ha gradualmente tagliato le loro commissioni e aumentato le percentuali a favore dell’azienda e dei suoi azionisti. In questo modo ha abbassato pesantemente il reddito degli autisti mettendoli in serie difficoltà economiche. Molti non sono riusciti a pagare le rate per l’acquisto delle auto e sono rimasti strozzati dai debiti.

Dopo lo scandalo del 2014 che ha determinato la class action di 550 donne molestate dai taxisti a San Francisco. Oggi vengono alla luce anche in Francia con le pressioni di Uber quando il presidente francese, Emmanuel Macron, era ministro dell’economia. Ma ce n’è anche per l’Italia.

Campagna di pressione sul governo Renzi

Tra le 44 testate internazionali con cui lavora l’ICIJ, L’Espresso ha l’esclusiva per l’Italia. Secondo l’edizione del 17 luglio scorso, Uber tra il 2014 e il 2016 ha contattato anche il governo di Matteo Renzi. Il mediatore dell’operazione era Carlo De Benedetti già azionista di Uber ed ex editore del L’Espresso. È stata fatta una vera e propria campagna di pressione sul governo italiano: nome in codice “Italy-Operation Renzi”.

Obiettivo dell’Operation Renzi era condizionare la legge sulla concorrenza. L’ex premier ha smentito dicendo di non aver mai avuto contatti diretti con Uber: la questione taxi e trasporti era gestita a livello ministeriale. Ha confermato di non aver approvato nessun provvedimento a favore di Uber.

Provvedimento che il presidente del Consiglio, Draghi, sta facendo passare con un decreto legislativo che garantisca la promozione della concorrenza. Ciò che Uber stava cercando di far entrare dalla finestra riuscirà a passare dall’ingresso principale. Ma senza scrivere il nome dell’azienda.

sandro.p@catpress.com
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Fallisce l’attacco dei jihadisti del Sahel al cuore del potere di Bamako

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 luglio 2022

Con un comunicato alla fine di questa mattina, lo Stato maggiore dell’esercito del Mali ha confermato l’attacco terrorista al campo militare Soundiata Keita, a Kati, a una quindicina di chilometri da Bamako.

L’aggressione, avvenuta verso le 05.00 del mattino con due veicoli carichi di esplosivo, sarebbe stata perpetrata dal gruppo islamista Katiba Macina, legato ad al Qaeda. L’organizzazione terrorista e conosciuta anche con il nome di Front de libération du Macina ed è stata fondatanel 2015 dal predicatore fanatico Amadou Koufa.

I militari sostengono di aver respinto con successo l’attacco. Durante i combattimenti è morto un soldato, altri 5 e un civile sono stati feriti. Sette terroristi sono stati “neutralizzati”  e parecchi altri arrestati. Inoltre l’esercito avrebbe recuperato materiale bellico. Viene inoltre precisato che la situazione è ora sotto controllo.

Base militare Soundiata Keïta a Kati, Mali

Katiba Macina fa parte del raggruppamento Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), fondato nel marzo 2017, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, oltre a Ansar Dine, Katiba Macina, sono presenti anche AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico), Al-Mourabitoun.

Con l’attacco odierno i terroristi hanno voluto dimostrare che nessun luogo è sicuro, in quanto il campo militare di Soundiata Keïta è il feudo dei militari al potere, nonché la residenza di Assimi Goïta, capo del governo golpista di transizione.

Negli ultimi tempi si sono susseguite diverse aggressioni nel centro e nel sud del Mali, dopo che l’esercito maliano, sostenuto da Wagner, ha colpito duramente il raggruppamento JNIM nel Mali centrale, all’inizio dell’anno. Questi attacchi sono stati perpetrati in modo indiscriminato e hanno causato la morte di molti civili, ma anche il JNIM è stato indebolito, soprattutto Katiba Macina.

Secondo alcuni analisti non bisogna escludere che ora JNIM voglia riaffermare la propria capacità operativa. Gli attacchi degli ultimi giorni sono avvenuti in più luoghi, allo stesso tempo, con armamenti pesanti e grande coordinamento tra le unità di combattimento, tra i quali sembra ci fossero anche miliziani burkinabé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mali nel caos: i terroristi si avvicinano a Bamako e attaccano una postazione governativa, sei morti

Breaking News/Gli islamisti attaccano simultaneamente due basi militari in Mali

Africa ExPress
22 luglio 2022

Attacco simultaneo in corso a Bamako contro le basi militari governative di Kati e Senou. Al momento risultano bloccati anche gli accessi all’aeroporto e alla base della Minusma. Pochissime notizie e ancora tutto molto confuso. Sembra comunque che l’attacco sia opera di terroristi islamici, che sono molto attivi, con vari gruppi e varie sigle, nella regione del Sahel.

Base militare Soundiata Keïta a Kati, Mali

Alle 5 del mattino si sono sentiti spari all’esterno del campo militare Soundiata Keita, a Kati, a una quindicina di chilometri da Bamako. Simultaneamente è stata attaccata anche una base aerea militare a Sénou.

La base di Kati è diventata famosa perché durante il golpe dell’agosto 2020 era il quartier generale dei putschisti. Infatti l’allora presidente, Ibrahim Boubacar Keitae il primo ministro, Boubou Cissé sono stati portati lì dopo il loro bloccati gli accessi all’aeroporto e alla base della missione dell’ONU (MINUSMA) in Mali.

Solo pochi giorni fa un gruppo di uomini armati non meglio identificati ha attaccato una base governativa a una cinquantina di chilometri da Bamako, la capitale del Paese.

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Notizia in aggiornamento

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Mali nel caos: i terroristi si avvicinano a Bamako e attaccano una postazione governativa, sei morti

Patto d’acciaio Italia-Turchia: accordi su migranti, sicurezza, difesa e Roma pronta a intervenire a fianco del dittatore

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzzeo
Luglio 2022

L’Italia si dichiara pronta a intervenire nel Mar Nero a fianco della Turchia e della NATO mentre rafforza la partnership militare-industriale con Ankara e concede pieni poteri a Erdogan in Libia, anche contro i migranti.

Intervenendo il 14 luglio in audizione davanti alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa delle due Camere sul tema del rinnovo delle missioni militari all’estero, il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha annunciato l’intenzione delle forze armate di partecipare alle attività di bonifica di mine e materiali esplosivi nel Mar Nero.

Minaccia subacquea

“Un buon dialogo con la Turchia potrà essere foriero di sinergie e condivisione di questo sforzo”, ha dichiarato Cavo Dragone. “La minaccia subacquea c’è e va affrontata e l’Italia lo farà in coordinamento con le altre Marine interessate”. Obiettivo strategico dell’asse Roma-Ankara e NATO quello di accrescere il pressing a tutto campo contro le unità navali e sottomarine di Mosca.

“La presenza nel Mediterraneo della flotta russa è marcata, più marcata rispetto a prima, anche perché in base al trattato di Montreux la Turchia ha chiuso gli stretti e non li rende accessibili agli Stati belligeranti, cioè in sostanza alla Russia”, ha aggiunto il Capo di Stato maggiore. “Questo non permette un turnover, che era auspicabile, delle forze della Federazione Russa e anche questo imbottigliamento ha causato la presenza che dobbiamo ormai considerare probabilmente duratura e endemica”.

Affollamento Ankara

Meno di dieci giorni prima della sortita dell’ammiraglio, a consacrare il patto di acciaio con il regime di Erdogan ci aveva pensato la folta compagine governativa in missione ufficiale in Turchia. Alla corte dell’ultimo sultano di Ankara si erano presentati il presidente del consiglio Mario Draghi e i ministri Lorenzo Guerini (difesa), Luigi Di Maio (esteri), Luciana Lamorgese (interni), Giancarlo Giorgetti (sviluppo economico) e Roberto Cingolani (transizione “ecologica”).

“Questo vertice intergovernativo indica la volontà comune di rafforzare la collaborazione: Italia e Turchia sono partner, amici alleati”, aveva enfatizzato il premier Draghi al termine dell’incontro con il presidente Recep Tayyip Erdogan. Numerosi gli accordi di cooperazione sottoscritti, dallo sviluppo industriale, culturale e della ricerca scientifica comune fino – e soprattutto – a quello diplomatico-militare.

“Non posso che esprimere soddisfazione per la firma dell’accordo sulla reciproca protezione delle informazioni classificate nell’industria della Difesa, esplicita dimostrazione di coesione tra i nostri due Paesi, legati da sentimenti di profonda amicizia, i cui rapporti in ambito di cooperazione militare sono destinati a consolidarsi ulteriormente”, ha dichiarato il ministro Guerini a conclusione del vertice con il responsabile del dicastero della difesa turco, Hulusi Akar.

Partner rilevante

“Il nostro Paese – ha aggiunto Guerini – vede da sempre nella Turchia un partner rilevante, sul piano della cooperazione operativa e industriale, col quale lavorare insieme a obiettivi condivisi nell’interesse della sicurezza collettiva, della crescita reciproca e della stabilità del Mediterraneo”.

Vertice intergovernativo Italia-Turchia. In primo piano Lorenzo Guerini (ex ministro della Difesa) con il presidente turco Erdogna

Conflitto Russia-Ucraina, sicurezza mediterranea, crisi libica e collaborazione bilaterale in ambito operativo e in particolare nelle missioni Nato in Iraq e in Kosovo, alcuni dei temi approfonditi. “Queste forme di cooperazione tra le forze armate dei nostri Paesi sono l’esempio lampante della solidità dei nostri rapporti e gettano le basi per future opportunità sempre più importanti”, ha spiegato Guerini.

“La stabilità della regione mediterranea è l’imprescindibile premessa della sicurezza di noi tutti e l’Italia segue con attenzione e preoccupazione i recenti avvenimenti in Libia”, ha aggiunto il ministro. “Auspichiamo la massima attenzione da parte di tutti gli Alleati per giungere a una soluzione attuabile, che indirizzi il Paese verso una normalizzazione istituzionale, politica, economica e di sicurezza interna.

Soluzione finale per i curdi

L’unità e la stabilità della Libia sono un requisito essenziale per affrontare al meglio i fenomeni che interessano il Mediterraneo”. Ovvio che di Libia se ne dovesse parlare ad Ankara: per strappare il sì di Erdogan all’ingresso nella NATO di Finlandia e Svezia, Washington e partner occidentali non hanno solo dato l’Ok per una soluzione finale anti-curda, ma hanno legittimato lo strapotere diplomatico e militare della Turchia nel martoriato paese nordafricano.

Come riportato da una nota dello Stato maggiore della Difesa, gli accordi raggiunti durante il vertice interministeriale del 5 luglio 2022 “hanno rappresentato l’ultima tappa di un confronto ad ampio raggio, sviluppatosi attraverso i numerosi incontri bilaterali, inaugurati nel luglio 2020 con la visita del Ministro Guerini ad Ankara, e proseguiti sino ad oggi con il bilaterale tra i ministri della Difesa dei due Paesi, che segue la recente trilaterale tra Italia, Regno Unito e Turchia dell’8 aprile 2022”.

Apprezzamento per il regime

In occasione della visita a Istanbul dello scorso aprile, Lorenzo Guerini non aveva fatto mancare tutto il suo apprezzamento per il regime. “La Turchia è un partner importante per l’Italia e un prezioso alleato NATO”, aveva dichiarato il ministro pd. “Il nostro Paese, del resto, vede da sempre nella Turchia un partner con cui soddisfare le reciproche esigenze di difesa e con cui condividere opportunità di collaborazione tra le rispettive industrie. Questo incontro va nella direzione di un rafforzamento delle relazioni tra i nostri Paesi”.

Relazioni da rafforzare anche relativamente al contrasto di una “minaccia” che in ambito alleato è stata classificata come ibrida: le migrazioni “irregolari” nella regione mediterranea.

Non sono state certamente casuali le parole pronunciate da Mario Draghi a conclusione dell’ultimo faccia a faccia con Erdogan. “La gestione dell’immigrazione deve essere umana, equa ed efficace; noi cerchiamo di salvare vite umane, ma occorre anche capire che un Paese che accoglie non ce la fa più”, ha dichiarato il premier oggi dimissionato. “E’ un problema che abbiamo posto in Europa, lo abbiamo detto qui in Turchia e lo diremo alla Grecia quando la incontreremo. Forse noi siamo il Paese meno discriminante e aperto, ma anche noi abbiamo limiti e ora ci siamo arrivati”.

Inferno Libico

Il sultano di Ankara ha colto la palla al balzo, anzi la ghiotta occasione per alzare il prezzo con Bruxelles in tema di lotta ai migranti e per sferrare l’ennesimo attacco allo storico nemico di Atene. “La Grecia ha cominciato a essere un minaccia anche per l’Italia con i suoi respingimenti di migranti nell’Egeo”, ha chiosato Erdogan. ONG e commentatori temono che Italia e Turchia abbiano posto le basi per il rafforzamento delle attività di “blocco” dei migranti, con particolare attenzione all’inferno libico.

Come poi Draghi, Lamorgese, Di Maio e Guerini possano ritenere Ankara un partner serio e credibile per respingere i migranti in Libia – e dalla Libia verso il Sahel – è davvero un mistero.

Proprio in contemporanea alla missione in Turchia del governo italiano del 5 luglio scorso, a Tripoli il quotidiano Libya Observer riportava la notizia che la forza aeronavale europea che vigila sul rispetto dell’embargo di armi al Paese nordafricano (Operazione Irini) si era vista rifiutare per ben otto volte l’ispezione a una nave battente bandiera turca nel porto di Misurata.

Amici impresentabili

Attualmente all’operazione UE sono assegnate tre fregate (la ITS Grecale della Marina militare italiana, la HS Themistocles greca e la FS Commandant Blaison francese), più alcuni aerei pattugliatori di Italia, Francia, Grecia, Germania, Lussemburgo e Polonia, con principale base operativa la stazione di Sigonella in Sicilia.

Amici e vaddati recita un antico detto siciliano. Cioè meglio guardarsi da certi “amici”, davvero impresentabili e che non perdono l’occasione per approfittare della fiducia accordata. Chissà, se e quando, Roma e Bruxelles lo capiranno.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Lite tra la giunta militare e le Nazioni Unite: espulso dal Mali il portavoce della MINUSMA

Africa ExPress
21 luglio 2022

Nuovo colpo di scena in Mali: la giunta militare ha espulso ieri il portavoce della Missione di pace dell’ONU (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali, MINUSMA), Olivier Salgado.

 

MINUSMA, missione dell’ONU in Mali.

Il ministero degli Esteri ha inviato ieri a Daniela Kroslak, vice-rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU nel Paese, a capo di MINUSMA, una notifica, ordinando a Salgado di lasciare il Mali entro 72 ore. Nel provvedimento Bamako accusa il portavoce di aver riportato informazioni inaccettabili a riguardo dell’arresto dei 49 militari della Costa d’Avorio.

Il ministero degli Esteri contesta a Salgado di aver dichiarato “senza alcuna prova che le autorità maliane erano state informate in anticipo dell’arrivo dei 49 soldati ivoriani con un volo civile all’aeroporto internazionale di Bamako, domenica 10 luglio 2022”.

Il ministero degli Esteri di Bamako ha però sottolineato di voler mantenere aperto il dialogo e di voler continuare la cooperazione con tutti i partner internazionali, compresa MINUSMA. La missione dell’ONU è stata rinnovata il 29 giugno scorso dal Consiglio di Sicurezza per un altro anno: 13 membri hanno votato in favore, mentre Russia e Cina si sono astenuti.

L’arresto dei militari ivoriani, dichiarati, “mercenari” dalle autorità maliane, ha scatenato uno scontro diplomatico tra Yamoussoukro e Bamako e per risolvere la crisi tra i due Paesi, il Mali ha chiesto la mediazione del Togo.

Subito dopo l’incidente le autorità di Bamako hanno sospeso tutte le rotazioni dei contingenti militari e di polizia della MINUSMA, comprese quelle già programmate o annunciate.

Salgado, cittadino franco-belga, è uno dei volti più noti della rappresentanza ONU in Mali, perché presente nel Paese fin dall’arrivo del contingente, 9 anni fa. In questo lungo periodo ha pubblicato centinaia di comunicati e organizzato numerose conferenze stampa e viaggi sul campo con i giornalisti.

Africa ExPress
@africexp
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Mercenari o caschi blu? Lite Mali-Costa d’Avorio per 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako

 

 

Allarme dell’ONU: in aumento le violenze sui minori in Somalia

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Luglio 2022

In Somalia le violenze commesse verso i più piccoli da tutte le parti in conflitto continuano senza sosta. L’allarme è stato lanciato dall’ONU nel suo ultimo rapporto, relativo al periodo ottobre 2019 – settembre 2021. Virginia Gamba, rappresentante speciale del segretario generale, Antonio Guterres, ha descritto come i minori nella nostra ex colonia “vengano reclutati e usati, uccisi o mutilati, rapiti e sottoposti a stupri e altre forme di violenza sessuale a livelli impressionanti”.

 

Uno dei tanti bambini soldato in Africa

“La situazione dei bambini in Somalia – ha affermato Virginia Gamba – è devastante Oltretutto è aggravata da un ambiente politico e di sicurezza altamente instabile  e da una situazione umanitaria terrificante, esacerbata dalla pandemia di COVID-19 e dalle ricorrenti inondazioni e siccità legate all’emergenza climatica”.

I bambini soldato

Particolarmente preoccupante il reclutamento e l’uso di bambini come soldati, una delle violazioni più diffuse del diritto internazionale, che ha coinvolto 2.852 ragazzini (di cui 100 femmine), alcuni di appena dieci anni!

I terroristi somali al-Shebab sono i maggiori responsabili di tali crimini. A loro è dovuto  l’80 per cento dei casi. La metà dei piccoli rapiti viene sequestrata nei propri villaggi o nelle scuole, ma esistono anche altri modi di arruolamento. In molti casi piccoli vengono incoraggiati ad unirsi al gruppo eversivo da parenti o da capi locali.

Il numero dei ragazzini nei ranghi degli Shebab è aumentato nei territori sotto il loro controllo. I piccoli sono costretti a frequentare le madrase, dove vengono indottrinati. E’ è facile plasmare menti così giovani.

I minori sono impiegati come guardie del corpo o come messaggeri ma anche nel controllo dei posti di blocco. Le femmine, invece sono costrette a dedicarsi alla cucina e alle pulizie. Alcune vengono date in moglie ai capi guerriglieri.

Anche le forze di sicurezza governative sono responsabili di crimini contro i bambini: il rapporto dell’ONU addossa 190 casi alla  polizia, e 121 all’esercito. I minori sono costretti a fare da guardie del corpo degli ufficiali o nei check point per il  controllo di strade.

I ragazzini catturati dalle forze governative vengono considerati come criminali, quando in realtà sono solamente vittime. Oltre 400 giovanissimi sono detenuti per presunta associazione con gruppi armati. L’arresto dovrebbe essere utilizzato, però, solo come misura estrema e per un periodo molto breve, in attesa di essere inseriti in programmi volti al reinserimento nella società. In questo senso è da sottolineare il prezioso lavoro dell’UNICEF, che ha permesso a 1.606 bambini di beneficiare di servizi di reintegrazione nella comunità.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscalili.it
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(1 -continua)

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Il micidiale virus Marburg ricompare il Ghana: due morti in luglio, oltre 90 casi in quarantena

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 luglio 2022

Il micidiale virus di Marburg è stato identificato su due pazienti ricoverati a luglio nella parte sud della regione Ashanti in Ghana. Altri test sono poi stati inviati anche all’istituto Pasteur di Dakar, in Senegal, e hanno confermato l’infezione. L’annuncio è stato fatto domenica scorsa dalle autorità competenti di Accra.

Accra conferma la presenza del virus di Marburg su due pazienti deceduti a luglio

 

I due malati si sono presentati all’ospedale con dolori diffusi su tutto il corpo, febbre alta, diarrea e sangue nelle feci. Inizialmente le loro condizioni non hanno detestato preoccupazione. I medici pensavano si trattasse di una banale gastro-enterite.

L’allarme è scattato quando uno dei due pazienti è morto, la stessa sorte è toccata all’altro, solamente 48 dopo. Immediatamente è iniziata la rincorsa alle persone entrate in contatto con i due malati. Il ministero della Sanità pubblica del Ghana sostiene di aver individuato 98 contatti, tra questi solamente uno presenta sintomi, ma, a quanto pare, le analisi effettuate sul paziente sono risultate negative al temuto virus. Tutti 98 sono comunque attualmente in quarantena.

Ovviamente l’OMS sta monitorando la situazione. Il virus di Marburg, infatti, è una malattia altamente contagiosa, molto simile all’ebola e, come quest’ultima, appartiene alla famiglia dei filovirus.

La grave patologia, che è molto simile all’ebola anche se un pochino più leggera, è stata identificata per la prima volta nel 1967 a Francoforte, Germania e a Belgrado, nell’allora Jugoslavia, dopo una ricerca su scimmie verdi africane importate dall’Uganda. Allora alcuni ricercatori ne furono contagiati.

Il virus è poi riapparso nel 1975 in Sudafrica, nel 1980 e nel 1987 in Kenya, con pochissimi casi, subito isolati. Epidemie più violente sono poi state registrate nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1988 e il 2000 e nel 2004 in Angola, con più di un centinaio di morti.

Virus filiforme di Marburg

Le ricerche effettuate negli anni hanno escluso che gli esseri umani siano parte del ciclo naturale del virus di Marburg. In sintesi, il contagio avverrebbe per contatto casuale con altri animali infetti. Tuttavia, fino a oggi non è stato identificato l’animale che possa essere serbatoio naturale della malattia, nonostante siano stati analizzati più di 3000 vertebrati e oltre 30 mila artropodi (insetti, zecche, ragni, acari, ecc) E ciò rende molto più difficile l’attuazione di misure preventive.

Secondo OMS, non va escluso il fatto che l’infezione da Marburg possa derivare inizialmente dall’esposizione prolungata in miniere o grotte abitate da colonie di pipistrelli Rousettus.

Sembra sia stato il caso del paziente deceduto un anno fa in Guinea, dove il virus è apparso nell’agosto 2021. Fortunatamente anche allora nessuna persona entrata in contatto con il malato è poi risultata positiva.

Il  contagio del microrganismo killer avviene poi per trasmissione diretta da persona a persona, per contatto con i fluidi corporali, il sangue, l’urina, il vomito ma anche le secrezioni respiratorie. Il virus di Marburg non si trasmette durante il periodo di incubazione, che dura da 3 a 9 giorni. Il momento in cui il paziente è più contagioso è invece quello della fase acuta della malattia, soprattutto durante le manifestazioni emorragiche.

La malattia si manifesta in modo improvviso e rapido con forte mal di testa, dolori muscolari e un acuto stato di malessere, febbre alta. Al quinto sesto giorno possono insorgere emorragie da diverse parti del corpo, che spesso portano a esito fatale. Il virus può colpire persone di tutte le età, anche se meno frequente nei bambini. Il tasso di mortalità varia dal 24 all’88 per cento. Finora non esistono vaccini e antivirali validi per combattere questa infezione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Marinava la scuola per non partecipare alle gare di corsa: ora un’etiope vince la medaglia d’oro ai mondiali di atletica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 luglio 2022

Non fosse stato per l’intransigenza di un dirigente scolastico, oggi Letensebet Gidey non sarebbe una star dell’atletica mondiale e l’Etiopia non si sarebbe potuta fregiare della prima medaglia d’oro al World Athletics Championship in corso a Eugene, nell’Oregon (Usa) dal 16 al 25 luglio. Una manifestazione che nei primi giorni ha visto una straripante Etiopia, un brillante Uganda, un deludentissimo Kenya.

 

La strepitosa etiope Letensebet Gidey ai mondiali dell’Atletica a Eugene, nell’Oregon, USA

Alle Medie, Letensebet Gidey si rifiutava di prendere parte alle lezioni di educazione fisica: non amava correre. E il preside la espulse dalla scuola. “Tornerai in classe – decretò l’inflessibile direttore – solo se accetterai di fare ginnastica e soprattutto di partecipare alle gare di corsa”.

Era il 2011, Letensebet aveva 13 anni, stava finendo le medie nel villaggio natale Endameskel, nella regione del Tigray, al confine con Sudan ed Eritrea, dove c’è una guerra spietata tra l’esercito federale etiope e le forze locali del TPLF (Fronte di Liberazione del Tigray).

Gidey, quartogenita di una famiglia di agricoltori con due fratelli e una sorella, per amore dell’istruzione e della cultura (che conserva ancora), chinò la testa. La ragazzina testarda tornò dal preside con i genitori e con la coda fra le gambe, quelle gambe che dal 2011 presero a mulinare, a coprire chilometri e chilometri fino a diventare la regina del mezzofondo: primatista mondiale dei 5.000, dei 10.000 e della mezza maratona. E il 16 luglio, a Eugene, in un avvincente finale, ha conquistato il suo primo titolo mondiale dopo l’argento a Doha 2019.

Lo ha fatto in 30’09”94, il tempo più veloce in terra yankee. Ha preceduto le keniane Hellen Obiri, 32 anni, e Margaret Chelimo Kipkemboi, 29 anni, oltre – nientemeno – la campionessa mondiale 2019 e olimpica, l’olandese (naturalizzata), di origini etiopiche.

La sua impresa è ancor più mirabile se si pensa che per tutto il 2020 è stata impossibilitata a lasciare il suo Paese. Sia per la pandemia da Covid 19 sia per la situazione bellica: attesa a Valencia per una mezza maratona a dicembre, da novembre si erano perse le tracce. E il mondo sportivo era entrato in ansia per lei.

Finalmente nel 2021 è rientrata nella normalità e sabato scorso ha ribadito la superiorità etiope nel mezzofondo. E nel fondo. Dominando le due maratone. Il giorno dopo, il 17 luglio, il connazionale Tamirat Tola, (31 anni il prossimo 11 agosto) ha sbaragliato gli avversari nella grande distanza. E 24 ore dopo la connazionale Gotytom Gebreslase lo ha imitato nella disfida femminile.

Al 34° km, ovvero a 8 chilometri dallo striscione d’arrivo, Tamirat Tola ha salutato tutti, ha sciolto le briglie e si è involato solitario con il notevole crono di 2h05:36, record di questi mondiali. Un cavallo, più che un uomo… Ha distaccato di oltre un minuto il vicecampione nel 2019, Mosinet Geremew, 30 anni, pure lui dell’Etiopia, Paese che ha così segnato una splendente doppietta. Oro e argento!

Tola, già medaglia d’argento nel 2017 a Londra, si è lasciato alle spalle i kenyani e soprattutto Geoffrey Kamworor, 29, due volte re alla maratona di New York, giunto soltanto quinto. Tola è tanto forte quanto riservato sulla sua vita privata: anche nel sito Worldathletics, la Bibbia del settore, non esiste la voce biografia.

Una riservatezza da lui voluta, non come quella voluta da altri, che circonda la nuova campionessa della competizione femminile: Gotytom Gebreslase, 27 anni, etiope pure lei, incoronata ieri regina della “gara regina” del programma su strada.

Dopo 10 anni, Gotytom riporta il titolo ad Addis Abeba. Con un tempo strepitoso: 2h18’11” a soli 70 secondi dal primato mondiale. A meno di 2 chilometri dalla conclusione ha detto ”ciao ciao, ci vediamo dopo lo striscione”, a JudithJeptum Korir, 26 anni, di Kapsait della contea Elgeyo Marakwet (Kenya) con la quale per molti chilometri ha gareggiato spalla a spalla.

Terza è giunta una (si fa per dire) israeliana, Lonah Korlima Chemtai maritata Salpeter, nata 33 anni fa in Kenya. Una baby sitter diventata maratoneta: arrivò in Israele nel 2008, come bambinaia dei tre figli di un diplomatico keniano. In Kenya correva, scalza, In Israele trovò il futuro marito e allenatore, Dan Salpeter. E tante paia di scarpe! La Gebreslase non partiva favorita nella sfida alla fortissima Korir, avendo esordito nella maratona solo nel settembre scorso, quando alzò le braccia al cielo nella Porta di Brandeburgo alla maratona di Berlino.

E’ una delle atlete più veloci del pianeta “eppure di lei si sa pochissimo perché le runners femminili vengono discriminate – ha accusato tempo fa Alison Wade, ex ginnasta americana, studiosa del Bowdoin College (Bronswick, Maine), che nel suo sito FastWomen dal 1999 si batte in difesa delle donne che corrono – Le atlete spesso hanno umili origini, non parlano inglese e non vengono esaltate e fatte conoscere adeguatamente. Di esse quasi mai conosciamo il loro background”.

Gotytom, in effetti, è una figura eccezionale, ma non celebrata come meriterebbe. Nata anch’essa nel Tigray da una povera famiglia contadina, è stata sempre supportata dai genitori e dalla sorella, con i quali vive in una modesta casa a Kotobe, un sobborgo di Addis Abeba. Con il successo a Berlino, ha guadagnato un po’ di soldi che le consentiranno di acquistare un appartamento più grande e confortevole. La sua fortuna è stata aver incontrato Haji Adilo Roba, 52 anni, etiope, ex maratona divenuto uno dei più preparati coach in materia. Hadilo ha scoperto e valorizzato il talento straordinario della giovane.

l’ugandese Joshua Kiprui Cheptegei

Agli squilli, allo strapotere dell’Etiopia nei primi giorni di questi Mondiali di atletica, ha risposto in modo stupefacente, ma non a sorpresa, l’Uganda: Joshua Kiprui Cheptegei, 26 anni, ha stravinto la finale dei 10 mila metri e ha fatto il bis dopo l’oro conquistato a Doha del 2019. Alle spalle di Cheptegei, poliziotto laureato in lingue, (https://www.africa-express.info/2020/08/17/notte-di-ferragosto-da-campione-per-poliziotto-corridore-ugandese-batte-record-sui-5mila-metri/), secondo di 9 figli, nato e cresciuto nel distretto orientale di Kapchorwa, si è piazzato il kenyano Stanley Waithaka Mburu, 22 anni, mentre la medaglia di bronzo è andata al collo di un altro ugandese, Jacob Kiplimo, di appena 21 anni.

Ma si sa l’appetito vien correndo: Chepetegei ora mira a fare la doppietta anche sui 5 mila metri, dominati alle Olimpiadi di Tokio lo scorso anno.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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La vendetta dei freelance: il Pulitzer 2022 a una giornalista indipendente USA per la guerra contro l’ISIS in Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 luglio 2022

“Siamo lieti di annunciare che la giornalista freelance Neha Wadekar è stata selezionata come vincitrice del premio annuale Breakthrough Journalism Award del Pulitzer Center”. L’annuncio del prestigioso riconoscimento lo troviamo sul sito istituzionale dell’organizzazione.

Premio Pulitzer 2022 e narcotrafficante
Il Premio Pulitzer 2022, Neha Wadekar, intervista un narcotrafficante a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy PBS NewsHour)

Il risultato di mesi di pianificazione

“Wadekar non ricorre a narrazioni semplificate sul terrorismo islamico in Africa – spiega una dei giudici, Rhitu Chatterjee -. Racconta una storia complessa e ricca di sfumature sulle cause dell’insurrezione. Racconta la corruzione e l’incuria del governo locale, lo sfruttamento da parte di imprese multinazionali che traggono profitto dalle risorse naturali della regione”.

Il premio della sezione “Breakthrough” (sfondamento) assegnato a Neha Wadekar è di 12.000 dollari. Riconosce e celebra i risultati ottenuti dai giornalisti freelance affiliati al Centro Pulitzer che si occupano di questioni globali poco trattate.

Il servizio video premiato – di 9,30 minuti, realizzato con l’operatore Ed Ram – è stato trasmesso lo scorso 30 settembre sull’emittente TV USA, PBS NewsHour. “Neha è stata una delle poche giornaliste straniere a coprire questo conflitto – ha affermato Nadja Drost, altra giudice -. È stato il risultato di mesi di pianificazione e di un’evidente abilità di reportage sul campo. Ha raccontato le molte sfaccettature di un conflitto complesso, esaminando non solo l’impatto di Al-Shabab sui civili”.

Premio Pulitzer 2022, Neha Wadekar, con minatori illegali
Il Premio Pulitzer 2022, Neha Wadekar, con minatori illegali a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy PBS NewsHour)

Il pubblico ha capito la situazione di Cabo Delgado

La giornalista ha intervistato le vittime delle violenze facendo conoscere le loro storie a un vasto pubblico americano. Ha raccontato le battaglie per le risorse naturali, dalle pietre preziose agli idrocarburi e il traffico di droga che passando da Cabo Delgado arriva in Europa. Ha, inoltre, messo in evidenza i fallimenti del governo mozambicano che fanno prosperare il jihadismo e la delusione di un’intera popolazione del nord del Paese.

“Per la prima volta, ho ottenuto due lunghi segmenti in televisione – ha dichiarato la reporter -. Sono riuscita a portare la storia a un numero enorme di spettatori americani che altrimenti non avrebbero saputo della diffusione dell’ISIS in Africa. Ho instaurato un rapporto con PBS NewsHour che mi consentirà di continuare a fare reportage per loro. Ho scritto per la prima volta per il Telegraph e ho approfondito i miei rapporti con il Guardian”.

Dall’ottobre 2017 a luglio 2022, a causa della guerra, l’ong Cabo Ligado ha registrato 4.115 morti tra i quali 1.780 civili. Gli sfollati sono tra i 700 e gli 800 mila.

sandro.p@catpress.com
Twitter:
@sand_pin
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Biden incontra in Arabia Saudita il principe Bin Salman, l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi

Africa ExPress
Riyad, 17 luglio 2022

“È straziante e deludente veder mettere convenienze e petrolio al di sopra dei principi, i valori e i diritti umani”. Così Hatice Cengiz, moglie del giornalista Jamal Khashoggi, ha commentato la visita del presidente americano Joe Baiden in Arabia Saudita.

Comunque alle fine, dopo infinite polemiche e critiche, Biden 15 luglio è arrivato lo stesso in Arabia Saudita. Ma al palazzo Al-Salam non ha stretto la mano insanguinata del Principe ereditario Mohammed Bin Salman, mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi.

Bruciato sul barbecue

Un commando di sicari su suo incarico ha sequestrato al consolato Saudita di Istanbul l’editorialista del Washington Post. Lì Khashoggi è stato turturato, smembrato in pezzi con una motosega e bruciato sul barbecue nel giardino della legazione diplomatica.

Per quell’orribile delitto portato a termine con ferocia ed atrocità raccapriccianti, Biden ha sfogato la sua rabbia (saudita) evitando contatti ravvicinati col Principe killer. Gli ha dato invece un cordiale bel pugno (mentre all’anziano Re Salman Al Saud ha stretto la mano).

Monito ridicolo

Biden è stato assai esplicito: “Ho detto, molto chiaramente, che un presidente americano taccia su una questione di diritti umani non è coerente con chi siamo e chi sono io. Mi batterò sempre per i nostri valori. Ho sollevato il caso Khashoggi all’inizio dell’incontro. Bin Salman mi ha detto di non essere coinvolto nella morte di Khashoggi e ha punito i colpevoli. Sono stato chiaro con il principe se dovesse ricapitare ne pagherebbe le conseguenze”.

Non è ben chiaro il senso di questa frase che suona stravagante e un po’ ridicola: cioè se dovesse capitare di nuovo? Ovverosia se il principe ereditario ordina ancora l’assassinio di un altro dissidente, lo fa a tagliare a pezzi con la sega elettrica e poi arrostisce il corpo sul braciere?

Il valore della coerenza

Chissà se Biden intendesse includere tra i suoi valori anche quello della coerenza. Tributare onori ad un principe criminale (che ha fatto assassinare un giornalista) e tenere in carcere a vita un giornalista (come Julian Assange) che quei crimini li ha sempre combattuti e denunciati, non è certo una gran bella dimostrazione di coerenza…

Il portavoce delle Forze Armate Iraniane, generale di brigata Abolfazl Shekarchi, sul Tehran Times ha commentato così: “Ma Joe Biden soffre di allucinazioni”?

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