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Genocidio in Tigray: la vergogna dell’indifferenza del mondo

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
(Hanno collaborato diversi stringer in Sudan, Etiopia, Eritrea, Sudan, Kenya e Somalia)
26 settembre 2022

Il premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed era certo di vincere la guerra in pochi giorni. Aveva preventivato tre settimane, invece gli è andata male. La guerra lampo, così la chiamava Hitler (in tedesco Blitzkrieg), è “una tattica militare basata su manovre rapide finalizzate a sfondare le linee nemiche, ad accerchiare e isolare, per poi annientare, le loro unità, a colpire in tempi brevi i punti vitali degli avversari” come spiegano i manuali militari.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia

La Guerra Lampo di Abiy si è trasformata in un genocidio, finalizzato a distruggere l’avversario su basi etniche. Un genocidio che viene negato dal governo etiopico e dai suoi alleati. E che in Occidente passa sotto colpevole silenzio.

Accuse alle NGO

Il Nobel accusa le agenzie che si occupano di tutela dei diritti umani di dire il falso, di descrivere la guerra con argomenti inesistenti e fraudolenti. Sostiene che i loro rapporti sono menzogneri e hanno l’unico scopo sia quello di voler danneggiare l’immagine dell’Etiopia.

Abiy come il suo socio e sodale alleato eritreo, il tiranno Isaias Afeworki, ha cacciato le NGO dal suo Paese. Meglio ammazzare senza testimoni. Medici Senza Frontiere (3 dei loro assassinati ad Abiady), UNICEF, Save The Children, WFP e ONU sono stati espulsi per avere denunciato ciò che hanno visto.

In realtà quanto da loro riportato è soltanto la punta dell’iceberg di quanto sta accadendo in Tigray. Pallottole e bombardamenti sono il male minore per i civili. Fame, sete, mancanza di medicine, di carburanti, di comunicazioni, confisca di qualsiasi valuta depositata in banca e arresto totale del sistema bancario, nessuno stipendio da 17 mesi, ignoranza (scuole distrutte e 2 anni di blocco nell’insegnamento), stupri di bambine, donne, anziane, suore tigrine: questa è l’orribile realtà.

I maschietti sono evirati, i raccolti bruciati, gli animali domestici massacrati. Furti, saccheggi, bombardamenti a tappeto che distruggono villaggi e centri abitati. Impossibilità di far arrivare sementi e di procurarsi beni essenziali come il latte in polvere per i neonati.

Sottoposto ad assedio

Il Tigray è sottoposto ad assedio e preso per fame come ai tempi dei barbari. Queste sono le armi utilizzate dal genocidio. Uno spettacolo già visto in Europa, in Armenia, nel Kurdistan, in Ruanda solo per citare alcuni degli abominevoli massacri provocati dalle feroci ideologie razziste.

Crisi umanitaria nel Tigray

La partecipazione alla mattanza, sempre colpevolmente negata, di eritrei e somali, descritti come bestie feroci peggiori dei federali etiopi, è documentata ora da chi riesce a scappare per cercare rifugio in Sudan o dove può. Il Tigray è circondato, a nord dall’Eritrea e a sud dai governativi; la sua popolazione, quindi, è intrappolata e rischia di esser totalmente eliminata.

Voli sospesi

I voli nazionali sono sospesi da 2 anni, gli aeroporti di Axum e Shirè sono fuori uso. Anche quelli umanitari dell’ONU, occasionalmente disponibili per residenti, stranieri e operatori di ONG, sono soppressi.

L’Ethiopian Airlines, compagnia civile, viene adoperata per aviotrasportare militari e armi da Addis ad Asmara. Un utilizzo che comporterebbe la cancellazione della compagnia quale vettore legale in qualsiasi aeroporto del mondo. Ma anche qui tutti chiudono gli occhi e fanno finta di non vedere e capire.

Eritrean offensive against Tigray, a Lockheed L-100-30 or C-130-30 Hercules (likely 🇪🇹Ethiopian Air Force) was spotted *AT LEAST TWICE* at 🇪🇷Asmara in Eritrea, on 12 and 16 Sep

Ma ci sarebbe da chiedere perché il genocidio in atto in Tigray è tenuto a un livello molto basso dai media internazionali, tutti intenti invece a raccontare con dovizia di particolari la guerra in Ucraina.

Guadagnare tempo

Un’astuzia estrema nell’uso dei media che si coniuga perfettamente con la strategia del guadagnare tempo in finti incontri diplomatici, dichiarazioni fasulle e contrastanti: intanto ogni giorno centinaia di poveracci innocenti muoiono di fame, di sete, di malattie curabili. Disperati e soli.

C’è da chiedersi come la semplice constatazione di non permettere la libera entrata di osservatori indipendenti e di giornalisti, non sia sufficiente per destare sospetti e punti interrogativi sulle dichiarazioni di Abiy, dei suoi ambasciatori e dei suoi rappresentanti in tutto il mondo. Intanto il mercato delle armi prospera e il mercato nero gonfia le tasche dei criminali, spesso in giacca e cravatta!

In Tigray ci sono “solo” 6 milioni di persone da annientare. Tante quanto gli ebrei gassati nei forni crematori in Europa. A genocidio compiuto la comunità internazionale organizzerà altre commemorazioni ipocrite?

Martellamento di droni

Intanto le truppe eritree entrate in Etiopia e quindi nel Tigray, continuano la loro offensiva. I combattimenti sono continui con alterne vicende e continuano i martellamenti dei droni forniti ai governativi dai turchi e dagli emirati.

La città di Shiraro, nei pressi di Badme, è passata di mano diverse volte. Ora è controllata dagli eritrei, ma circondata dai tigrini. A Shire, 80 chilometri dal confine tra i due Paesi la situazione è tranquilla anche se il clima è tesissimo e la paura si taglia con il coltello.

Stessa cosa ad Axum, Adua e Adigrat. I centri abitati però si stanno riempiendo di profughi disperati e affamati. Sempre i federali hanno sferrato un attacco nella zona Kobo/Robit, sulla strada che unisce Makallè ad Addis Abeba, ma non sono riusciti a sfondare. E’ stato aperto un nuovo fronte nella regione Afar, dove si combatte a Birhe Abala.

Arrestato leader del Fano

Venerdì è stata bombardata di nuovo la capitale Makallè. Colpita la zona residenziale vicino a Desta Hotel, nei cui pressi c’è la vecchia stazione autobus: un morto accertato.

Anche la situazione politica è confusa; giovedì a Bahar Dar i federali hanno arrestato Zemine Kassa, uno dei leader del Fano, gruppo giovanile amhara che all’inizio del conflitto in Tigray era schierato con il governo centrale.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Photocredit: Gerjon on Twitter

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Offensiva eritrea contro il Tigray: furiosi combattimenti al confine, ma i morti in quella guerra non fanno notizia

L’Eritrea ci riprova ancora: le sue truppe entrano in Etiopia per combattere nel Tigray

 

E’ nuovamente medaglia d’oro a Berlino per il keniota Eliud, il maratoneta superman

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 settembre 2022

Che cosa mai combinerà quest’anno a Berlino l’uomo più veloce vivente sulla lunga distanza?”

Questo si domandava, tra il serio e il faceto, sabato 24 settembre il sito NN Running Team, l’associazione più forte di campioni mai vista al mondo, capeggiata da Eliud Kipchoge.

Il keniota Eliud Kipchoge, medaglia d’oro alla maratona di Berlino

La risposta perentoria è arrivata il giorno dopo, domenica mattina 25 settembre: Eliud Kipchoge, 37 anni, keniano, che da piccolo si faceva mandare dalla mamma a vendere il latte a Kapsabet, ha battuto se stesso. Ha scritto un altro capitolo della sua incredibile carriera.

Alla sua quinta BMW Berlin Marathon, già vinta tre volte, Eliud ha demolito il record mondiale ottenuto sempre qui nella capitale tedesca, nel 2018: al termine dei 42, 195 km ha fermato i cronometri su 2h 01’09”. Quattro anni fa, il 16 settembre, (qui ne abbiamo parlato diffusamente) aveva segnato 2:01:39, ben 30” in più.

 Inutile ribadirlo: il filosofo, o il maestro, come lo chiamano, è il più grande maratoneta della storia. Ha conquistato due olimpiadi (Rio, 2016, e Tokyo, 2020), ha dominato 15 delle 17 maratone corse, è l’unico ad essere sceso a 1h59’40”, a Vienna, nel 2019, anche se la gara non venne riconosciuta e il tempo non venne omologato, perché si trattava di una manifestazione non ufficiale ed era stato aiutato da 41 “lepri”.

E pensare che nella seconda parte della competizione berlinese, condotta a ritmi velocissimi, aveva cominciato a rallentare. Al quinto chilometro erano rimasti in tre al comando : Kipchoge, il campione uscente Guye Adola, 31 anni,ed il 23enne Andamlak Belihu insieme alle 3 “lepri”.

Poco dopo si è staccato Adola e per Eliud è cominciata una gara contro il cronometro. A un certo punto si è pensato perfino che avrebbe potuto diventare il primo sulla terra a toccare ufficialmente il tempo monstre sotto le 2 ore.

Così non è stato – ma ha commentato Eliud dopo aver varcato la Porta di Brandeburgo, gioioso e battendosi le mani – – “ci penserò più avanti. Per ora mi accontento di questo primato. Al 38° km mi ero reso conto che avrei battuto il record. Le circostanze e l’organizzazione lo consentivano. Va bene così…”

Al secondo posto un altro kenyano trentasettenne, Mark Korir, giunto ben 4 minuti e 49” dopo e poi gli etiopi Deme Tadu, 25 anni, Abate e Belihu.

Se Eliud è stato strepitoso, non è possibile passare sotto silenzio quanto è avvenuto in campo femminile. 

Medaglio d’oro alla maratona BMW di Berlino per l’etiope Tigist Assefa

La 28enne etiope Tigist Assefa si impone a sorpresa con un tempo memorabile 2h15’37, vale a dire il terzo della storia e terza donna di sempre a correre sotto le 2h16′. E pensare che prima aveva un personale 2h34′ 01”. Era semisconosciuta, una Carneade, come si dice. Nella sua carriera, una sola maratona, a Ryad, in marzo, quando si classificò al 7° posto. A Berlino aveva corso e vinto un’altra volta, nel 2014, ma negli 800 metri piani!. Nel 2018 si è buttata sulla..strada, ovvero nella gara più dura e massacrante, cominciando con la semi maratona.

Questa volta ha stupito tutti, anche perché l’attenzione generale era rivolta alla sfida maschile. Eppure Tigist è riuscita a segnare una serie di 3’10” al kilometro portandosi a meno di 10″ dal primato del mondo di Paula Radcliffe.

La favoritissima americana Keira D’Amato, titolare del primato USA, si è classificata sesta, dopo Rosemary Wanjiru, 27 anni,  kenyana di Mombasa, e le tre etiopi Tigist Abayechew, 28, Workenesh Edesa, 30, Meseret Sisay Gola, 24. Curiosità: per la prima volta alla 48a maratona di Berlino, una delle più prestigiose (e la più veloce, 10 record del mondo dal 1977) tra i runner nessun italiano era presente, né maschio né femmina! Alcune centinaia, invece, tra gli oltre 40 mila amatori di 150 Paesi.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

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In Centrafrica il tribunale boccia revisione della Costituzione, addio al terzo mandato di Touadéra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 settembre 2022

Inseguito a un ricorso presentato da alcuni raggruppamenti dell’opposizione,  la Corte costituzionale della Repubblica Centrafricana ha annullato ieri, 23 settembre, il decreto volto a creare un comitato composto di una cinquantina di personalità, con il compito di redigere il testo della nuova Costituzione.

Danièle Darlan, presidente della Corte suprema di Bangui, Centrafrica

Mercoledì, 15 settembre 2022, il capo di Stato centrafricano, Faustin-Archange Touadéra, aveva dato il via al comitato per la stesura della nuova costituzione. Gran parte delle formazioni politiche di minoranza e la Chiesa cattolica avevano rifiutato l’invito, perchè preoccupati che una nuova legge fondamentale potesse autorizzare il presidente a candidarsi per un terzo mandato.

Ieri però gli ermellini della suprema Corte centrafricana hanno bloccato sul nascere le aspirazioni di Touadéra.

Per poter cambiare la Costituzione, ci vuole un senato, Camera ancora non istituita in Centrafrica. Poi i giudici hanno analizzato il giuramento di Touadéra, prestato a fine marzo 2021 in occasione del suo insediamento per il secondo mandato, dopo aver vinto le elezioni che si sono svolte il 27 dicembre 2020.

Hanno spiegato che il presidente ha giurato sulla Bibbia e davanti alla nazione che non avrebbe modificato il numero e la durata dei suoi mandati. Per la Corte, quindi, rappresenta un impegno vincolante, che non può assolutamente essere rivisto. I giudici hanno quindi sentenziato che il decreto è illegale e incostituzionale, il tribunale non riconosce il comitato incaricato a redigere una nuova Carta.

La Corte costituzionale ha precisato che è facoltà del presidente indire un referendum volto alla revisione costituzionale, ma non può essere applicato in quanto viola il giuramento prestato da Touadéra al momento del suo insediamento.

L’organo supremo ha anche annunciando azioni legali contro alcune delle persone che hanno espresso minacce nei confronti dei giudici. Tra loro un personaggio politico in vista, Evariste Ngamana,  vicepresidente dell’Assemblea nazionale e portavoce del partito del presidente,  Mouvement cœurs unis (MCU), ma anche presidente del comitato di redazione della nuova Costituzione.

Dopo la lettura della sentenza, alcune centinaia di persone pro revisione della Costituzione si sono radunate davanti al tribunale con cartelloni e striscioni con scritte astiose, in particolare contro Danièle Darlan, presidente della Corte suprema. Polizia e caschi blu della missione di Pace dell’ONU nel Paese (MINUSCA), si sono schierati davanti ai manifestanti, che hanno lanciato anche pietre, prima di disperdersi spontaneamente.

Manifestazione davanti alla Corte suprema di Bangui, Centrafrica

Secondo Thierry Vircoulon, specialista dell’Africa centrale presso l’Istituto francese di relazioni internazionali (IFRI), si tratta di una grave battuta d’arresto per Touadéra, che ora dovrà escogitare un’altra strategia per potersi candidare per un terzo mandato.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Uno smacco anche per Mosca, presente nella Repubblica Centrafricana dal 2018. La collaborazione tra Bangui e Mosca inizia già nel 2017, poco dopo il ritiro delle truppe francesi dell’Operazione Sangaris. Il vuoto viene subito colmato dai russi. Vista l’intesa e la stretta collaborazione con l’attuale presidente, il Cremlino gradirebbe certamente che l’attuale presidente resti sulla poltrona più ambita del Paese per un ulteriore mandato.

Il consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del capo di Stato. Inoltre una quarantina di uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

Per non parlare dei mercenari del gruppo Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite, presenti nel Paese.

Nel Centrafrica, uno tra i Paesi più poveri al mondo, si consuma un terribile conflitto interno dal 2013. Dal 2018 i combattimenti sono meno intensi e gran parte dei territori prima in mano ai gruppi armati, sono nuovamente sotto il controllo dello Stato.

Scontri tra i ribelli e le forze armate, sostenute dai paramilitari russi, continuano, anche se in misura minore e come accade in ogni guerra, sono sempre i civili a pagare il prezzo più alto.

Le Nazioni Unite, l’Unione Europea e molti governi occidentali sostengono che Bangui, in cambio del sostegno dei mercenari, permetta ai russi di sfruttare le risorse minerarie e per giunta resti quasi sempre in totale silenzio quando gli uomini di Wagner aggrediscono i civili.

Disboscamento illegale dei mercenari di Wagner in Centrafrica

I mercenari non sono solamente interessati alle ricchezze del sottosuolo, dal 2021 hanno occupato quasi tutta le foreste della prefettura di Lobaye, nel centro-sud del Paese, e la produzione di legname illegale ora fa parte delle loro attività. Grazie alle motoseghe dei russi è iniziata una deforestazione in grande stile nella regione.

A Boda le segherie lavorano a pieno ritmo e i clienti arrivano per lo più da Bangui per acquistare dai mercenari legna proveniente da abbattimenti illegali. E gli agenti del corpo idrico e forestale, incaricati del controllo, sono spariti. Mentre i residenti e ambientalisti che denunciano la deforestazione, vengono continuamente minacciati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Centrafrica: Human Rights Watch accusa mercenari russi di esecuzioni, torture e pestaggi civili

Centrafrica, le multinazionali e il saccheggio delle grandi foreste pluviali

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Guinea Equatoriale: attentati veri o inventati dal regime per giustificare l’ulteriore pugno di ferro contro gli oppositori

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 settembre 2022

Nicolas Obama Nchama, ministro della Sicurezza della Guinea Equatoriale, ha annunciato con grande soddisfazione che le autorità del suo Paese avrebbero sventato una serie di attentati, progettati da un gruppo di membri della coalizione dell’opposizione (coalipdge).

Sulla pagina ufficiale del governo equato-guineano si legge:  “Un gruppo di venti persone stava per far esplodere quattro stazioni di servizio contemporaneamente, due in ciascuna delle principali città del Paese (Malabo e Bata). Inoltre sarebbero stati pronti a attaccare membri del governo nelle rispettive residenze”.

Mappa della Guinea Equatoriale
Mappa della Guinea Equatoriale

Il ministro ha poi aggiunto che il piano degli oppositori sarebbe dovuto essere messo in atto il 29 settembre prossimo; gli attentatori avrebbero anche progettato di dare fuoco a alcune ambasciate.

Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate 6 persone, tra loro anche Gabriel Nse Obiang Obono, uno dei leader di Citizens for Innovation (CI), raggruppamento politico sciolto nel 2018.

Quattro degli accusati sono apparsi alla TV di Stato lunedì scorso, mentre altri due sono stati fermati dalla polizia mercoledì. “Le persone coinvolte in questo caso saranno perseguite per aver attaccato l’autorità e per atti di terrorismo”, ha dichiarato il procuratore generale del Paese, Anatalio Nzang Nguema.

Tra le persone sentite dal procuratore generale figura anche Ricardo Mangue Obama Nfubea, ex primo ministro dal 2006 al 2008, ma nessuna accusa è poi stata mossa nei suoi confronti.

Andres Nsue Ntutumu, avvocato di Salvador Bibang e Emilio Ndong Biyogo, i due arrestati mercoledì, ha espresso seri dubbi sulle incriminazioni mosse dal governo.

Secondo Joaquin Eloy Ayeto, coordinatore della ONG per i diritti umani Somos, si tratta di una mossa del governo per eliminare qualsiasi voce dell’opposizione, in vista della prossima tornata elettorale, prevista per il 20 novembre prossimo. “Vogliono incutere incertezza e paura nei cittadini”, ha precisato il coordinatore della ONG.

Le presidenziali sono state anticipate di 5 mesi e si terranno contemporaneamente alle elezioni legislative e quelle comunali. Non è ancora chiaro se Teodoro Obiang Nguema Mbasogo sia candidato a succedere se stesso o se designerà il figlio. L’ottantenne capo di Stato è al potere dal 1979, quando ha deposto suo zio, Francisco Macías Nguema, con un golpe militare. Da allora regna incontrastato nel piccolo Stato; le principali poltrone sono occupate da persone del suo entourage, familiari e amici, ma diciamola tutta: è un regime spietato, corrotto, cleptocrate. Assieme all’Eritrea e alla Corea del Nord occupa l’ultimo posta nella classifica dei protettori dei diritti umani. 

Il decreto presidenziale di martedì scorso ha spiegato che a causa della crisi economica, dovuta al covid-19 prima e ora alla guerra in Ucraina, è necessario ridurre il budget destinato alle spese elettorali.

Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Fonte Instagram.

Dieci mesi fa, durante il congresso del partito al potere, Partito Democratico della Guinea Equatoriale (PDGE), controllato interamente dal presidente e dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, sono nati contrasti  senza precedenti tra i sostenitori di Teodorin e quelli di Teodoro.

Teodorin è stato a lungo considerato come il successore del padre ed è stato onnipresente sulla scena politica negli ultimi due anni. Ma con grande sorpresa di tutti, il congresso del PDGE, che avrebbe dovuto eleggerlo come suo candidato, alla fine non l’ha fatto.

Sull’estito delle elezioni legislative non c’è dubbio alcuno, il PDGE, come ogni volta dovrebbe lasciare solo poche briciole ai raggruppamenti di opposizione “tollerati”, quei pochi non oggetto di spietata repressione.

Il figlio del presidente, Teodorin Obiang, nominato vice-presidente del suo Paese dal padre, e ministro della Difesa, è stato tra le persone ricercate dall’Interpol ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013.

Teodor Obiang, presidente della Guinea Equatoriale

Teodoro Obiang ha fatto poi risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, Teodorin continua a girare il mondo indisturbato. Come quest’estate, quando l’aereo di Stato, un Boeing 777-200 LR, è stato avvistato all’aeroporto di Olbia (Sardegna), come ha riportato il quotidiano L’Unione Sarda in un suo articolo del 4 settembre 2022.

Questa settimana la Guinea Equatoriale ha anche abolito ufficialmente la pena di morte. Ma in sostanza cambierà poco, il regime di Obiang è regolarmente accusato dalle ONG internazionali di violazioni dei diritti umani, tra questi detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali e torture.

La Guinea Equatoriale è un piccolo stato africano ricchissimo di petrolio, diamanti e uranio. Con 1,2 milioni di abitanti, ha un PIL pro capite di 23.700 USD. Peccato che questa ricchezza sia nelle mani di pochissimi cleptocrati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Offensiva eritrea contro il Tigray: furiosi combattimenti al confine, ma i morti in quella guerra non fanno notizia

Africa ExPress
21 settembre 2022

Ieri è iniziata la temuta offensiva delle truppe eritree contro la provincia settentrionale. un portavoce del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) ha dichiarato che i soldati del Paese confinante  hanno iniziato un attacco su larga scala martedì. Furiosi combattimenti sono in corso in diverse aree di confine.

Vasta offensive delle truppe eritree al confine con il Tigray

“L’Eritrea sta schierando l’intero esercito e i riservisti su tutti i fronti”, ha twittato il portavoce del TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray), Getachew Reda. Anche truppe di ENDF (Ethiopian Defense Force) si sarebbero unite all’offensiva, come pure le forze speciali della regione di Amhara, a sud.

Sollecitazioni interazionali

L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Mike Hammer,  ieri pomeriggio ha dichiarato ai media che gli Stati Uniti stanno “seguendo” i recenti movimenti di truppe eritree lungo il confine con l’Etiopia.

Dunque l’Eritrea, malgrado le infinite sollecitazioni, lanciate dalle istituzioni internazionali, è nuovamente parte attiva nel conflitto, fatto che sta solamente peggiorando la situazione.

Finora Asmara e Addis Abeba non hanno rilasciato commenti sui combattimenti in corso.

Solo pochi giorni fa anche Africa ExPress ha riportato che in Eritrea sono in atto da tempo reclutamenti forzati di ragazze e ragazzi. Ma la grande stampa italiana non ha dato nessuna notizia. La guerra in Ucraina invece è ancora sulle prime pagine.

Sembra quasi che al mondo ci siano morti di serie A e morti di serie B. Forse dipende anche dal colore della pelle?

Comunque in Eritrea giovedì scorso sono stati richiamati in tutto il Paese persino i riservisti fino all’età di 55 anni. Un piano ben congegnato dalla spietata dittatura, per avere uomini e donne a sufficienza da mandare al massacro al fronte, al confine con il Tigray.

Fame come arma

Lunedì scorso una commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato di avere ragionevoli motivi per ritenere che il governo etiopico stia “usando la fame come arma da guerra”.

La commissione ha anche affermato che non esclude che siano stati commessi crimini di guerra da entrambe le parti in conflitto.

E mentre il conflitto si infiamma, sono i bambini a pagare il prezzo più alto nel Tigray. Oltre alla fame, sono in forte aumento malattie gravissime, come morbillo, tetano, pertosse, che nei piccoli sotto i 5 anni possono essere letali, visto che il tasso di immunizzazione è sceso di oltre il 10 per cento durante il conflitto, iniziato i primi di novembre 2020.

Senza cure

Gli esperti dell’ONU hanno affermato nel loro rapporto che il mancato accesso alle cure mediche, all’assistenza sanitaria e a altri aiuti costituiscono un crimine contro l’umanità.

Il governo di Addis Abeba ha ripetutamente negato di aver bloccato gli aiuti umanitari e scarica le responsabilità sul TPLF, che sarebbe l’unico responsabile di questo conflitto, che ha già causato migliaia di morti.

Come sempre, va ricordato anche ora che è davvero difficile verificare le notizie che giungono dal TigrayNessun giornalista indipendente ha accesso alle zona di guerra e le informazioni giungono dunque frammentarie e impossibili da controllare.

Africa ExPress
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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mobilitazione generale in Eritrea contro il Tigray: Asmara invia i suoi soldati in aiuto del regime etiopico

 

 

Lo spettro dell’ebola ancora in Uganda: i primi contagi confermati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità

  • Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    21 settembre 2022

Ritorna lo spettro dell’ebola in Africa. Questa volta il temibile virus si è affacciato in Uganda, dove nel distretto di Mubende (al centro del Paese) è morto un giovane di 24 anni.

L’uomo, ricoverato da qualche giorno, è stato curato inizialmente per malaria, perché si è presentato in ospedale con febbre alta, dolori addominali, diarrea e vomiti di sangue. Dopo le analisi effettuate, è stata invece riscontrato il virus ebola, di un ceppo relativamente raro, quello sudanese, che da oltre 10 anni non è più apparso nel Paese.

Nuova epidemia di ebola in Uganda

Le autorità sanitarie ugandesi, nonché l’Organizzazione Mondiale della Sanità  hanno confermato ieri che nel Paese è presente una nuova epidemia di ebola.

Intanto ci sono altri 8 casi sospetti, tutti ricoverati in una struttura ospedaliera. OMS Africa ha dichiarato che sta collaborando con le autorità sanitarie ugandesi nelle indagini e sta dispiegando personale nell’area colpita.

L’OMS ha dichiarato che la immunizzazioni ad anello delle persone ad alto rischio con il vaccino Ervebo è stata molto efficace nei recenti focolai nella Repubblica Democratica del Congo e altrove, ma che questo vaccino è stato approvato solo per proteggere contro il ceppo Zaire.

Un altro vaccino, prodotto da Johnson & Johnson, potrebbe risultare idoneo, ma non è ancora stato testato specificamente contro il ceppo sudanese.

I virus Ebola fanno parte della famiglia dei Filoviridae e del genere Ebolvirus, del quale esistono 5 ceppi: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Tai Forrest ebolavirus (che sostituisce il nome precedente Costa d’Avorio) e Zaire ebolavirus.

L’OMS ha spiegato che ci sono stati individuati sette precedenti focolai del ceppo Ebola Sudan, quattro in Uganda e tre in Sudan. In Uganda l’ultimo focolaio di Ebola Sudan risale al 2012, mentre quello di Ebola Zaire al 2019.

La malattia da virus Ebola è spesso fatale, ma ora sono disponibili vaccini e trattamenti. Il virus viene trasmesso all’uomo da animali infetti. Il contagio avviene attraverso i fluidi corporei e i sintomi principali sono febbre, vomito, emorragia e diarrea.

Il fiume Ebola nel Congo-K

La prima epidemia di ebola è scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord dela attuale Repubblica Democratica del Congo. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.

I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo-K, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il presidente del Mozambico corteggia la Total: “Area dei giacimenti gas è sicura. Tornate”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 settembre 2022

“I terroristi sono in fuga e le Forze di Difesa e Sicurezza (FDS) stanno stabilizzando tutti i distretti colpiti. Il successo nella lotta ai terroristi sull’asse Mocimboa da Praia-Palma che comprende le strade e l’accesso al porto dà una situazione di maggiore stabilità. Tornate”.

È l’appello del presidente mozambicano, Filipe Nyusi, in un incontro sul gas che si è tenuto la settimana scorsa a Maputo. Invito rivolto soprattutto alla multinazionale francese TotalEnergies a riprendere i lavori nei giacimenti di gas a Cabo Delgado interrotti a marzo 2021.

Il megaprogetto bloccato da venti miliardi di dollari

Si tratta di un megaprogetto da 20 mld di dollari interrotto più volte a causa degli attacchi jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà, gruppo affiliato all’ISIS. Dopo l’attacco di Capodanno 2021 ai cantieri TotalEnergies, nel marzo 2021 i terroristi hanno occupato la città di Palma per una settimana.

È stato il più violento attacco jihadista. Ha distrutto la città e lasciato decine di morti nelle strade. Per la prima volta anche bianchi. L’assalto ha fatto decidere alla multinazionale francese la chiusura dei cantieri a tempo indeterminato. Ora il capo dello Stato mozambicano garantisce la sicurezza dell’area e chiede agli investitori di riprendere i lavori.

Progetto dell'area degli impianti Total di Afungi
Progetto dell’area degli impianti Total di Afungi (Courtesy: Total)

Nyusi ha scelto un buon momento, visto il nuovo contesto internazionale, con l’interruzione delle forniture di gas dalla Russia verso l’Europa. “L’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche sembra favorevole alla redditività degli investimenti” – ha affermato il presidente mozambicano -. La situazione permette al Mozambico di andare oltre i volumi di produzione di gas stimati dagli studi iniziali dei progetti”.

L’offerta di Nyusi potrebbe essere allettante sia per Total che per l’Europa. Se la sicurezza dell’area è realmente garantita.

Da Total ancora nessuna risposta

Al momento in cui scriviamo nessuna risposta da TotalEnergies e nel sito rimane il messaggio sulla stato del progetto. “Considerando l’evoluzione della situazione della sicurezza nel nord di Cabo Delgado, TotalEnergies conferma il ritiro di tutto il personale del progetto Mozambico LNG da Afungi. Questa situazione porta TotalEnergies, in qualità di operatore a dichiarare la forza maggiore” – si legge nella pagina -. TotalEnergies “…si augura che le azioni condotte dal governo del Mozambico e dai suoi partner regionali e internazionali consentano di ripristinare in modo duraturo la sicurezza e la stabilità nella provincia di Cabo Delgado”.

Total homepage sito web
Homepage del sito di TotalEnergies indica la chiusura del progetto (Courtesy TotalEnergies)

I tremila militari stranieri contro i jihadisti

Per il momento, a Cabo Delgado, continua l’intervento militare di un migliaio di soldati ruandesi presenti in Mozambico da maggio 2021. Oltre ai militari del Ruanda sono operativi, da giugno 2021, anche 1.800 soldati della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) con la Missione SAMIM. Gli attacchi jihadisti sono diminuiti a Cabo Delgado ma ad ovest, nel vicino Niassa, ci sono stati vari assalti. Da qualche settimana è sotto attacco jihadista anche la provincia di Nampula a sud di Cabo Delgado. Lo scorso 6 settembre è stata assaltata una missione cattolica comboniana a Chipene.

Con un colpo alla testa è stata ammazzata suor Maria De Coppi di 84 anni, e la missione è stata messa a ferro e fuoco. Nei giorni successivi è stato confermato che i terroristi hanno decapitato almeno sette persone.

Dall’inizio del terrorismo islamista nell’ottobre 2017 continua ad aumentare il bilancio dei morti. Secondo l’ong Cabo Ligado, fino all’11 settembre 2022, si contano 4.233 morti dei quali 1.858 civili molti dei quali decapitati e con i corpi tagliati a pezzi. Secondo le Nazioni Unite i profughi sono oltre gli 800 mila.

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Sono 38 i ministri che fanno parte del nuovo governo del Senegal, guidato dal primo ministro Amadou Ba

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 settembre 2022

Il Senegal ha nuovamente un primo ministro, carica che il presidente Macky Sall aveva abolito nel 2019, per poi ripristinarla nel 2021. Sall ha voluto attendere i risultati delle elezioni amministrative e legislative prima di nominare un nuovo capo di governo.

Amadou Ba, primo ministro del Senegal

Sabato scorso l’incarico è stato conferito con decreto presidenziale al 61enne Amadou Ba, che vanta un curriculum politico di tutto rispetto. E’ stato  ministro delle Finanze dal 2013 al 2019 e degli Affari esteri tra il 2019 e il 2020. Poi è stato escluso da incarichi in seno al governo. All’epoca, alcuni osservatori gli avevano attribuito ambizioni presidenziali, che avrebbero potuto metter nell’ombra Sall, ma Ba ha sempre assicurato la sua fedeltà al presidente.

Ba quindi è rimasto lontano dalla scena politica per un certo periodo, per poi riapparire come coordinatore della campagna elettorale per la coalizione di governo durante le amministrative che si sono svolte all’inizio dell’anno; ha poi svolto lo stesso compito per le legislative dello scorso luglio.

Nella serata di sabato è poi stata annunciata anche la formazione del nuovo governo, composto da ben 38 ministri, tra loro otto donne e otto giovani. La nuova squadra è stata presentata come un governo “pronto a combattere”.

Nei dicasteri strategici troviamo alcuni “vecchi” ministri, come Sidiki Kaba, riconfermato a capo del dicastero delle Forze Armate, così pure Aïssata Tall Sall, che dal 2020 occupa la poltrona degli Affari Esteri, altrettanto Antoine Félix Diome quale Ministro dell’Interno e Marie Khémesse Ngom Ndiaye alla Sanità, malgrado i diversi scandali che hanno travolto il ministero negli ultimi mesi.

Grande sorpresa, invece, per quanto riguarda il dicastero dell’ Economia: Oulimata Sarr, finora direttrice regionale dell’agenzia ONU, UN Women, prende il posto di Amadou Hott.

Il costituzionalista Ismaïla Dior Fall è stato invece nominato ministro della Giustizia. E’ riapparso anche Aly Ngouille Ndiaye, un ex ministro degli Interni, che ora è stato ora nominato a capo del dicastero dell’Agricoltura.

Macky Sall, presidente del Senegal

Ora si apre un nuovo capitolo in Senegal, sullo sfondo della crisi globale, i 38 ministri dovranno affrontare sfide economiche e sociali non indifferenti. Ma per Macky Sall sarà anche un confronto politico, visto che fra 17 mesi, nel 2024, sono previste le presidenziali.

Nel suo discorso alla nazione del 16 settembre scorso, Sall non ha fatto alcun accenno su una sua eventuale ricandidatura.

Alcune associazioni della società civile avevano organizzato un concerto, volto a sensibilizzare la popolazione sulla limitazione dei mandati presidenziali in Africa.

La manifestazione era stata programmata per sabato scorso, ma è stata vietata dalle autorità per “rischi di disordini”. Il fatto ha scatenato indignazione sui social network.

La coalizione al potere, Benno Bokk Yaakar (BBY) ha perso terreno sia nelle amministrative di gennaio, che nelle legislative dello scorso luglio. Solo grazie a Pape Diop, ex sindaco di Dakar, deputato indipendente, che si è aggiunto a BBY, questa ha raggiunto la maggioranza assoluta in parlamento: 83 seggi su 165.

Scontri all’Assemblea nazionale del Senegal durante l’elezione del nuovo presidente

E il 12 settembre scorso, l’elezione del presidente dell’Assemblea nazionale si è svolta in un clima di grande tensione. Una seduta segnata da scontri, insulti, urla, infine sono intervenuti i gendarmi per placare gli animi.

E’ stato poi eletto Amadou Mame Diop, membro di Alliance pour la République (APR), partito creato dal presidente Macky Sall. Diop, farmacista di formazione, nonché vice-sindaco di Richard-Toll, città nel nord del Senegal, è un personaggio poco conosciuto dal grande pubblico.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il Senegal piange i neonati bruciati vivi in ospedale mentre attracca a Dakar la più grande nave ospedale del mondo

Silvano Girotto con la «compagna Laura», diventata sua moglie, aiuta le suore salesiane in una missione di Adua

Il 31 marzo scorso è morto a 83 anni Silvano Girotto, noto anche come Padre Leone e più famoso con il soprannome di Frate Mitra: è stato un ex legionario, ex frate francescano missionario in Bolivia, ed ex guerrigliero italiano in Cile, dove fu tra i fondatori del Movimento di Sinistra Rivoluzionaria, esponente della teologia della liberazione e oppositore del dittatore Augusto Pinochet. Diventò famoso negli anni Settanta quando collaborò con i carabinieri del generale Dalla Chiesa e permise la cattura dei capi brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini. Ripubblichiamo qui l’intervista rilasciata a Massimo Alberizzi, nel 2005 ad Adua in Tigray nella missione che è vicinissima ai campi dove si combatte la guerra in Etiopia.

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo Alberizzi
Adua, 25 aprile 2005

Ricordate Frate Mitra, Silvano Girotto, parroco a Chapare, una sperduta regione dell’ Amazzonia, che negli anni ’70, in Bolivia, per combattere la sanguinosa dittatura di Hugo Banzer, fondò il Mir (Movimiento de Izquierda Revolucionaria), imbracciò il mitra e si diede alla guerriglia?

Silvano Girotto, alias Padre Leone

Il prete, allora si chiamava Padre Leone, che durante il colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile (l’11 settembre 1973), ricercato dalla polizia si rifugiò, assieme a decine di persone, nell’ambasciata italiana? Colui che, tornato in Italia, fu infiltrato dal generale Dalla Chiesa nelle Brigate rosse e l’ 8 settembre 1974 fece catturare a Pinerolo, Renato Curcio e Alberto Franceschini?

Ebbene, Frate Mitra si è trasferito ad Adua (in Etiopia, a pochi chilometri dal confine con l’Eritrea) e aiuta la sorella Laura, superiora delle suore salesiane, nella difficile gestione della più bella missione di tutta l’ Africa.

Silvano, 66 anni portati benissimo (attenzione notare che quest’articolo è stato scritto nel 2005, ndr) e occhi di un azzurro intenso, si è sposato parecchio tempo fa con Carmen (boliviana e ex guerrigliera anche lei, il suo nome di battaglia era Compagna Laura) e ha due figlie che vivono in Italia.

La missione salesiana sorge a poche centinaia di metri dalla piana dove il primo marzo 1896 le truppe italiane subirono una storica sconfitta da parte dell’esercito etiopico del ras Menelik II. L’ esperienza guerrigliera di Silvano Girotto, spesso considerata una «montatura» pilotata da più servizi segreti e usata dell’allora colonnello Dalla Chiesa per facilitarne l’infiltrazione nelle Br, è stata seguita dagli studi in ingegneria: ora cura la parte impiantistica.

“Non rimpiango niente del mio passato – racconta -. Ho agito con coerenza e correttezza, sempre al fianco dei più deboli e bisognosi. In Bolivia ho deciso di appoggiare la guerriglia quando ho visto l’esercito ammazzare oltre 500 persone e una settimana dopo le alte gerarchie della Chiesa celebrare il “Te Deum”, nella cattedrale di La Paz, con invitato d’onore Banzer. Stessa cosa in Cile, dove noi del Mir avevamo le basi e avevamo trovato rifugio. L’ assassino di Allende, lo stadio dove venivano ammassati i comunisti, e il Te Deum con i vescovi e Pinochet. Troppo”.

Se non fosse successo tutto questo sarebbe ancora sacerdote? “Certamente io non ho mai pensato di lasciare il mio ministero. Mi hanno chiesto di abiurare il mio passato, di pentirmi di aver partecipato alla guerriglia. Ci ho pensato e mi sono chiesto se valeva la pena abbandonare la mia gente, tradirla. Ho detto no”.

Poi si è sposato… “Si, non lo avrei fatto se fossi rimasto prete, come avrei voluto. Ma una volta fuori ho pensato di crearmi una famiglia e Carmen è una donna straordinaria. Mi ha aiutato moltissimo”.

Silvano Girotto in Etiopia

La compagna Laura di una volta è oggi un’infermiera professionale. Nella missione si fa in quattro per chiunque e la piccola clinica della struttura, nata per aiutare gli studenti, è diventata un punto di riferimento per la popolazione di Adua. “Ci siamo conosciuti durante la guerriglia, poi ci siamo persi di vista quando a Santiago ci siamo rifugiati in ambasciate diverse. Io sono tornato in Italia con il primo aereo che ha rimpatriato i nostri connazionali. Dopo un po’ lei mi ha chiesto aiuto e l’ho fatta venire da noi”.

Silvano Girotto, che ha scritto un libro sulla sua storia («Mi chiamavano Padre Mitra») era ad Adua quando è scoppiato il conflitto tra Etiopia ed Eritrea: “Abbiamo aiutato i profughi che arrivavano in missione senza nulla. Almeno centocinquantamila persone sono passate da qui chiedendo aiuto. Chi paga per le guerre è la povera gente. Ho sempre presente nella mia mente Benjamin, un ragazzino che aveva 14 anni. Conservo la sua foto in camera. Era intelligentissimo e voleva fare l’ elettricista. Lo portavo con me a mettere a posto gli impianti della missione. Quando gli ho regalato un cacciavite e una pinza era felicissimo. Un giorno è sparito. Si è arruolato per difendere la sua gente, mi ha detto. So che appena arrivato al fronte me l’ hanno ammazzato”.

C’è molta differenza tra l’ America Latina e l’ Africa. “Sono situazioni assai diverse, ma ho visto molti morti sia lì che qui e vorrei non vederli mai più. Desidererei che la Chiesa, cui sono ancora molto legato, facesse di più per i poveri, i diseredati, i paria del mondo. E invece mi accorgo che resta lontana dalla realtà”.

Una realtà che è sempre più drammatica: fame, carestie, la piaga dell’ Aids. La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ’70 avrebbe potuto aiutare? “Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’altro l’allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano”.

E i rapporti con i brigatisti che fece catturare? “Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’accordo con me”.

Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti. “Sì, all’appuntamento doveva esserci anche lui. Ma all’ultimo momento fu avvisato da una telefonata che se ne stesse lontano. Non so chi l’abbia avvisato, ma di quell’incontro sapeva soltanto un pugno di persone e nessun’altro. Strano che sia sfuggito, vero?”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

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Mobilitazione generale in Eritrea contro il Tigray: Asmara invia i suoi soldati in aiuto del regime etiopico

Africa ExPress
17 settembre 2022

Da qualche giorno è scattata una mobilitazione generale in Eritrea. Era nell’aria da tempo, giacché reclutamenti forzati di ragazze e ragazzi proseguono da quasi due anni per le strade dei villaggi e delle città eritree. L’obbiettivo è reclutare con la forza giovanissimi per spedirli in Etiopia a combattere i tigrini a fianco delle truppe federali di Addis Abeba.

Eritrea: mobilitazione generale

Basti pensare che all’inizio di settembre i militari del dittatore Isaias Aferwerki sono entrati persino nella chiesa di  San Salvatore nel villaggio di Akrur, vicino a Segeneyti, costringendo i ragazzi e le ragazze presenti di seguirli. Arruolati a forza, saranno mandati in Tigray, la vicina regione etiopica, dove si combatte nuovamente dal 24 agosto, dopo una tregua di 6 mesi.

Avvisi di mobilitazione

Da giovedì scorso sono stati diramati avvisi di mobilitazione ad Asmara, nella seconda città più grande, Keren, nella città occidentale di Tessenei e nel resto del Paese, richiamando alle armi anche i riservisti fino all’età di 55 anni.

Insomma il regime eritreo sta mobilitando tutti per rafforzare il proprio esercito che affianca le forze etiopiche nella guerra in Tigray. Chi non si presenta alla chiamata  paga un caro tributo: oltre all’arresto immediato dei congiunti, viene sequestrata la casa di famiglia.

Chiusa un’altra scuola

La repressione del tiranno continua anche in altri campi. Il 23 agosto il regime ha posto i sigilli a un’altra scuola tecnica gestita da Lassaliani (Fratelli delle scuole cristiane, ordine religioso fondato da Giovan Battista La Sallle) a Hagaz.

La stessa fine ha fatto la Don Bosco Technical School a Dekemhare vicino ad Asmara e sostenuta dalla Confederazione elvetica. Il dipartimento federale degli Affari esteri svizzero (DFAE) ha confermato la notizia e ha aggiunto: “La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) non ha riuscito a bloccare la decisione delle autorità eritree di rilevare la scuola”. Alunni e operatori hanno dovuto lasciare l’istituto.

Va ricordato che le truppe di Isaias hanno combattuto con le forze etiopiche nel Tigray già in precedenza e un anno fa Washington aveva imposto sanzioni a alcuni esponenti militari e della sicurezza eritree.

Accuse ad Asmara

L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro aveva accusato le truppe di Asmara di massacri, saccheggi, stupri, torture, esecuzioni e quant’altro, addebiti ovviamente respinti categoricamente dal governo della nostra ex colonia.

Intanto non si esclude che Isaias possa impiegare nuovamente i militari somali che si trovano ancora in Eritrea per l’addestramento. A tutt’oggi non è chiaro quanti di questi soldati  siano morti nella guerra in Tigray, dove, secondo molte fonti, avrebbero combattuto in passato insieme agli uomini di Isaias accanto alle forze etiopiche.

Il neo eletto presidente Hassan Sheikh Mohamud (già capo di Stato della Somalia dal 2012 al 2017) ha incontrato il suo omologo a luglio a Asmara. Durante la sua visita, Muhamud ha avuto modo di parlare anche con le sue truppe, lasciando sottendere che presto sarebbero tornati a casa.

Addestrate truppe speciali

Al momento attuale il regime eritreo fa orecchie da mercante e, in una intervista rilasciata al Center for Strategic and International Studies (CSIS) proprio ieri, il presidente somalo ha detto di aver chiesto il sostegno degli Stati Uniti per riportare a casa i propri soldati.

Va anche ricordato che l’esercito di Isaias ha addestrato forze speciali dell’Amhara e delle milizie volontarie di FANO (gruppo giovanile armato Amhara).

Dalla ripresa dei combattimenti nel Tigray, il 24 agosto scorso, il regime di Asmara ha facilitato ancora l’accesso delle truppe alleate dell’ENDF (Ethiopian Defense Force) nel Tigray tramite l’ingresso dal proprio territorio. E infine, secondo quanto riportato su twitter da Getachew Reda, portavoce del TPLF, l’Etiopia starebbe inviando quasi giornalmente altre truppe in Eritrea con camion e via aerea.

Attacco congiunto

E giovedì, 1° settembre, un portavoce delle forze tigrine ha fatto sapere che truppe governative e eritree hanno lanciato un attacco congiunto nella regione settentrionale dell’Etiopia. Dunque l’Eritrea, malgrado le infinite sollecitazioni, lanciate dalle istituzioni internazionali, è nuovamente parte attiva nel conflitto.

 

Infatti combattimenti continuano senza sosta, nonostante a Gibuti siano iniziati i colloqui di pace sotto l’egida dell’Unione Africana, con Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa e ex presidente della Nigeria, degli Stati Uniti, con la partecipazione dell’inviato speciale americano per il Corno d’Africa , l’ambasciatore Mike Hammer, e del Kenya, che ha nominato l’ex presidente Uhuhu Kenyatta come suo inviato di pace per la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa.

Bombardamenti a tappeto

Mentre del team dei negoziatori del TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray) fanno parte Getachew Reda e Tsadkan Gebretinsae; Addis Ababa, invece ha nominato come suoi rappresentanti Gedion Thimotheos, ministro della Giustizia e Redwan Hussein, ambasciatore e alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico.

Distruzione e morte provocate dei bombardamenti a tappeto soprattutto a Makallé, capoluogo della regione. Ieri, secondo alcune fonti, sarebbe stata colpita anche Sciré (città Nord Ovest del Tigray, nella zona di Bademe) .

Ma come sempre, è davvero difficile verificare le notizie che giungono dal TigrayNessun giornalista indipendente ha accesso alle zona di guerra e le informazioni giungono dunque frammentarie e impossibili da controllare.

Africa ExPress
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Nuovo giro di vite ad Asmara: la dittatura confisca le scuole cattoliche