15.6 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 1, 2026

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...

Distruzione e morte: in Libano si rischia una nuova Gaza

Speciale per Africa ExPress Davide Banfi* 29 marzo 2026 Israele...
Home Blog Page 139

Mali nel caos: i terroristi si avvicinano a Bamako e attaccano una postazione governativa, sei morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 luglio 2022

I terroristi del Sahel si stanno scatenando. Mentre era in atto un attacco in Togo  nella notte tra il 14 e il 15 luglio, uomini armati non meglio identificati hanno aggredito quasi alla stessa ora in Mali, a poco più di 50 chilometri dalla capitale Bamako, una postazione delle forze di sicurezza sulla strada che porta a Ségou. Sono morte almeno 6 persone tra civili, poliziotti e gendarmi. Altri risultano ancora dispersi.

Attacco di uomini armati a una cinquantina di chilometri dalla capitale del Mali

Secondo una prima ricostruzione dei fatti e grazie alla testimonianza di un agente di polizia che si è salvato, circa tre ore prima della carneficina, un uomo si sarebbe presentato alla postazione delle forze di sicurezza a Zantiguila, nella regione di Koulikoro, simulando un guasto alla sua vettura. Ovviamente per dare un’occhiata in giro e per verificare quante persone fossero presenti.

L’agente ha specificato che l’attacco è stato perpetrato da veri professionisti, che, una volta giunti sul luogo, sapevano esattamente come procedere e muoversi, grazie alle informazioni in loro possesso.

Un attacco a una manciata di chilometri dalla capitale è davvero preoccupante.

Finora questa zona è stata risparmiata dalla incursioni dei jihadisti, i cui attacchi in questi anni si sono concentrati nel centro e nel nord del Mali. Va però ricordato che alla fine di giugno è stato ucciso un poliziotto a Fana, sempre nella regione di Koulikoro, durante un attacco al commissariato, che si trova nella stessa regione, nonché sulla strada che porta a Ségou, luogo nel centro del Paese.

Finora l’aggressione non è stata rivendicata. Stessa cosa per l’azione perpetrata a Fana il 24 giugno scorso.

Daoud Aly Mohammedine, ministro per la sicurezza, si è recato a Zantiguila nel pomeriggio di ieri per constatare i danni e dare istruzioni agli e agenti di sicurezza.

Il Mali si sta trasformando sempre di più in una polveriera. I militari francesi dell’operazione Barkhane sono ancora presenti nella base di Gao, l’ultimo baluardo francese ancora rimasto in territorio maliano, ma anche questa verrà consegnata alle forze armate della sua ex colonia entro la fine dell’estate.

A metà giugno la Francia ha consegnato le chiavi della caserma di Menaka, un punto strategico nella zona delle Tre Frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), che fino a poco meno di un anno fa ospitava oltre 850 soldati francesi. Appena partito il contingente di Parigi, si sono presentati i mercenari russi di Wagner, un déjà vu Timbuctu e a Gossi.

Ora il gruppo Wagner, legato al Cremlino, si sta trasferendo nelle basi francesi recentemente liberate in Mali, dalla città medievale di Timbuctù alla remota città desertica di Menaka.

Secondo Mvemba Phezo Dizolele, direttore per l’Africa del Centre for Strategic and International Studies di Washington DC, “i russi stanno ristabilendo le dinamiche di potere nella regione. Negli ultimi sessant’anni, i francesi hanno convinto gli USA – e se stessi – di essere la potenza indispensabile nell’Africa francofona. I maliani e i russi stanno cercando di abbattere questa certezza”.

L’uso di mercenari da parte della Russia in Africa è una tattica collaudata per ritagliarsi una sfera di influenza nei Paesi instabili e sfidare gli obiettivi occidentali. Il gruppo Wagner, si sa, è presente con operazioni militari nella Repubblica Centrafricana, in Sudan, Libia, Mozambico, Madagascar.

1* luglio 2022, fine della task force Takuba in Mali

Il 1° luglio ha lasciato definitivamente il Mali anche la task force Takuba, contingente internazionale lanciato nel marzo 2020, nell’ambito dell’operazione antiterrorismo Barkhane in Mali. Si trattava di 800 soldati delle forze speciali provenienti da dieci Paesi europei, tra cui Francia, Belgio, Italia ed Estonia. Le truppe danesi di Takuba sono state espulse dalla giunta militare di transizione guidata da Assimi Goïta all’inizio dell’anno. Erano accusati di essere entrati nel Paese senza il consenso di Bamako.

Le autorità maliane , dopo l’arresto di 49 soldati ivoriani, hanno sospeso tutte le rotazioni dei contingenti militari e di polizia della Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), comprese quelle già programmate o annunciate.

I militari fermati all’aeroporto della capitale maliana, secondo l’ONU, non facevano formalmente parte di MINUSMA, si tratta di personale dispiegato dai vari Paesi a sostegno dei propri contingenti che fanno parte di missioni di pace.

Il 29 giugno la missione dell’Onu è stata rinnovata dal Consiglio di Sicurezza per un altro anno: 13 membri hanno votato in favore, mentre Russia e Cina si sono astenuti.

Ultima ora: durante un altro attacco perpetrato ieri dai terroristi al mercato di Diandioumé, località che dista 35 chilometri da Nioro, nella regione di Kayé, nell’ovest del Mali, sono state ammazzate tre persone. La notizia è stata riportata sull’account Twitter di Serge Danle, autorevole e apprezzato giornalista del Benin e che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Carneficina dei terroristi islamici: attaccato nelle notte un gruppo di villaggi nel nord del Togo

Mercenari o caschi blu? Lite Mali-Costa d’Avorio per 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako

 

 

 

 

 

 

Carneficina dei terroristi islamici: attaccato nelle notte un gruppo di villaggi nel nord del Togo

Africa ExPress
15 luglio 2022

Un nuovo attacco, perpetrato presumibilmente dai jihadisti, del Gruppo d’Appoggio all’Islam e i Musulman (GSIM) ha scosso il nord del Togo nella notte tra il 14 e il 15 luglio.

Nella regione delle Savane, che confina con il Burkina Faso, nella prefettura di Kpendjal, alcuni villaggi sono stati attaccati la notte scorsa, da un gruppo di uomini armati non ancora chiaramente identificati.

 

Nuovo attacco scuote il Togo settentrionale

Fonti del luogo parlano di una ventina di morti. Il ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo, Akodah Ayewouadan, ha confermato la carneficina, senza però entrare nei dettagli e non ha menzionato il numero delle possibili vittime.

Eppure gli abitanti affermano che a Blamonga sarebbero stati ammazzati 10 residenti, altri 5 a Kpembol e man mano che il tempo passa vengono segnalati i nomi di altre località aggredite dalla furia omicida dei terroristi. Il numero dei morti sembra aumentare di ora in ora.

Gli abitanti stanno ancora scappando, cercando protezione in centri abitati più grandi. La vettura del capo della stazione militare di Mandouri è saltata in aria, probabilmente dopo aver urtato una mina artigianale mentre stava andando a Blamonga.

Lui e alcuni suoi uomini sono stati trasportati in un centro ospedaliero a Dapaong, capoluogo della regione delle Savane.

Si tratta del quarto attacco perpetrato in territorio togolese dal novembre dello scorso anno. Per evitare altri spargimenti di sangue, il governo di Lomé ha dichiarato lo stato di emergenza nella regione delle savane proprio un mese fa.

In questi ultimi mesi i terroristi sono particolarmente attivi nel nord del Paese. L’aggressione dello scorso maggio all’avamposto militare a Kpinkankandi, nel cantone di Kandjouaré è stata rivendicata dal gruppo GSIM.

In un comunicato audio diffuso alla fine di maggio dal raggruppamento, e poi analizzato da MENASTREAM (Research & Risk Consultancy Medioriente – Nord Africa – Sahel Algeria Tunisia Libia Mali Burkina Faso Reports & Analysisgruppo terrorista sostiene di essersi recato sull’avamposto militare togolese con una mitragliatrice pesante russa (DShK), quattro casse di munizioni, un’altra contenente munizioni con cintura, 8 fucili d’assalto di fabbricazione francese e 28 caricatori, 1 AK (Kalashnikov) con due caricatori e una pistola.

Dalla fine dello scorso anno le forze armate togolesi hanno rafforzato la loro presenza nella regione settentrionale, specie nell’area al confine con il Burkina Faso.

Domenica scorsa sono morti alcuni giovani in un villaggio nel nord del Paese, ma non per mano dei terroristi, come si temeva in un primo momento. Solo oggi le forze armate togolesi hanno riconosciuto di aver fatto esplodere una bomba nella prefettura di Tône, al confine con il Burkina Faso, convinti di aver colpito un convoglio di miliziani jihadisti. Durante l’esplosione sono morte 7 persone, altre 4 sono state ferite.

Nel frattempo il capo di Stato togolese, Faure Essozimna Gnassingbé, si trova nella regione di Kara, confinante a sud con quella delle Savane. Il presidente, in compagnia di gran parte del suo governo, sta assistendo in queste ore a una festa tradizionale con gare di lotta nella terra dei Kabyé (il maggiore gruppo etnico del Togo).

Lotta tradizionale togolese

I combattimenti si svolgono in squadre, ciascuna composta da 5 giovani tra i 18 e i 20 anni. Ogni incontro termina con la vittoria o il pareggio del concorrente entro un tempo limite. Non viene stabilita una classifica finale, ma conta solo il comportamento valoroso dei lottatori.

Poche ore fa il presidente si è recato per una breve visita nella vicina regione delle Savane, dove ha incontrato esponenti delle forze dell’ordine e alcuni familiari delle persone uccise.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

I terroristi dilagano nel Sahel e si espandono verso il Golfo di Guinea: attacco jihadista in Togo

Paura di nuovi attacchi degli islamisti, il Togo decreta lo stato di emergenza nelle province del nord

 

Guerra Russia-America a distanza in Medio Oriente: Putin con Erdogan in Iran, Biden in Israele ed Arabia Saudita

Africa ExPress
Teheran, 15 luglio 2022

Il presidente russo Vladimir Putin farà un viaggio a Teheran il 19 luglio per incontrare i sui omologhi iraniano, Ebralui Raisi, e turco, RecepTayyip Erdogan. L’ha annunciato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, senza fornire maggiori dettagli: “La visita del presidente a Teheran è in programma 19 luglio, i 3 capi di stato si incontreranno per colloqui sulla Siria e la pace”.

Durante gli oltre 11 anni di conflitto nel Paese mediorientale, Russia, Turchia e Iran hanno avuto diversi incontri sul tema come parte della cosiddetto “processo di pace di Astana”. Che l’incontro a tre Putin-Raisi-Erdogan abbia in agenda non solo le questioni che attanagliano il regime di Assad ma anche una nuova era di pace, è ben dimostrato dall’arsenale di centinaia di UAV e droni militari che l’Iran si sta preparando a consegnare allo zar (da impiegare non solo nella guerra in Ucraina).

Previsto anche un addestramento e formazione alle forze armate russe “per usarle al meglio” (come gli iraniani han già fatto in Yemen con i ribelli Huthi che hanno sostenuto militarmente in questi anni).

Con la guerra in Ucraina, la Russia ha dato fondo alle scorte di armamenti ed i nuovi droni iraniani da ricognizione ed attacco cadono proprio nel momento più propizio (nel contempo Erdogan continua a fare i suoi lucrosi business vendendo i suoi droni Baktiar a Kiev).

Quella del capo del Cremlino è la seconda visita all’estero da quando ha inviato truppe in Ucraina a fine febbraio (la prima visita a fine giugno quando è stato in Tagikistan).

Mentre Vladimir Vladimirovich Putin sarà in missione in Iran (chissà che non faccia visita alla base aerea segreta sotterranea per droni strategici sotto la catena montuosa di Zagros) il presidente americano Joseph Robinette Biden Jr sarà in visita ufficiale in Israele, dove è giunto lunedì mattina.

E’ questo il primo viaggio di Joe Biden in Medio Oriente da quando è entrato alla Casa Bianca (è il suo decimo in totale in Israele). Anche lui (come il presidente russo in Iran) sarà scortato nelle basi militari israeliane per visitare le postazioni del sistema Iron Dome (il sistema antimissili iraniani progettato per la difesa delle città sviluppato dalla RAFAEL in grado di intercettare razzi a media velocità e proiettili di artiglieria con traiettoria balistica) e farà visita anche alle postazioni del nuovo sistema di difesa antimissili a raggio laser “Iron Beam Laser Rocket”.

Dopo Israele Biden è atteso in Arabia Saudita, gradito ospite della monarchia Al Saud, dove cercherà di persuadere Riyadh ed i paesi dell’Opec a pompare più petrolio per abbassarne il prezzo che sta alimentando un’inflazione ai massimi livelli come non s’è mai vista da 4 decenni (l’inflazione statunitense è al tasso più alto da 40 anni).

Come ha osservato l’analista americano Craig Erlam “i tempi disperati richiedono misure disperate”, infatti la disperazione del momento pare abbia persuaso Biden a mettere da parte per una volta tanto problemi etici e diritti umani (come l’omicidio di giornalista dissidente Jamal Khashoggi fatto assassinare dal principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman).

L’Arabia ormai gioca un ruolo cruciale negli equilibri energetici globali futuri, abbracciarlo di nuovo come alleato strategico degli Stati Uniti, significa poter usare le sue ingenti riserve (il 20 per cento del greggio mondiale) per fornire un’opzione alternativa a tutti quei Paesi che in precedenza hanno fatto esclusivo affidamento sulla Russia per le loro necessità di approvvigionamento.

Biden l’ha promesso: “Inizia un nuovo e più promettente capitolo dell’impegno americano nella regione per rafforzare una partnership strategica basata su interessi e responsabilità reciproci con l’Arabia Saudita”.

Questo argomento, unito anche alle crescenti minacce della sicurezza regionale rappresentata dall’Iran, (e le modalità da esplorare per coordinare una risposta comune) saranno anche i temi all’ordine del giorno del prossimo vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo – GCC, cui parteciperà il presidente Biden (presenti le leadership arabe dei Paesi del Golfo: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman e per questa occasione anche i rappresentanti di Egitto, Giordania e Iraq).

Come ha commentato una fonte autorevole: “La conclusione di un accordo globale di difesa strategica sarebbe il passo giusto per garantire che non vi sia alcuna possibilità per l’Iran di mettere in pericolo la pace e il progresso dei suoi vicini arabi. Questa è la condizione primaria per un Medio Oriente stabile e integrato”.

Secondo il comando centrale degli Stati Uniti, “la forza missilistica balistica iraniana è la più formidabile nella regione”. Non è un segreto che Teheran abbia fornito ai suoi alleati e sue forze in tutta la regione missili e droni militari avanzati.

Secondo gli esperti le azioni dell’Iran non solo minacciano la stabilità regionale del Medio Oriente ma anche la libertà di navigazione e l’economia globale in generale.

L’aumento della cooperazione in materia di difesa missilistica con gli Stati del Golfo in questo momento potrebbe fungere da meccanismo importante per rilanciare il concetto di alleanza strategica per il Medio Oriente.

Sembra che dietro questo viaggio del Presidente Biden per rinsaldare le ” partnership strategiche” ci sia invece più di uno scopo.

Mentre l’Iran (che secondo l’AIEA è vicinissima al completamento di un’arma atomica, alla faccia delle sanzioni) sta sostenendo militarmente la Russia (aiutandola ad ostacolare l’espansionismo della Nato a est), in Arabia Saudita, il presidente americano approfitta dell’occasione per dare impulso alla creazione di una Nato bis sul modello americano, la NATO Araba, una coalizione militare di Paesi mediorientali in funzione anti-iraniana (di cui dovrebbe far parte anche Israele).

Stando così le cose, visto che l’obiettivo implicitamente dichiarato non è quello porgere il ramoscello d’ulivo ma di “Morte all’America”, forse saranno destinati ad avviarsi sul viale del tramonto anche i colloqui con l’Iran sul programma nucleare (più noto come JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action).

Africa ExPress
twitter #africexp

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

ONU condanna Tel Aviv per violazioni dei diritti umani, ma Roma rafforza collaborazione con Israele

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Luglio 2022

Italia e Israele rafforzeranno ulteriormente la loro cooperazione industriale militare. Mercoledì 13 luglio una folta delegazione del ministero della Difesa israeliano è venuta in visita ufficiale a Roma per incontrare il segretario generale della difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano.

Incontro a Roma: delegazione Difesa israeliana con controparte italiana

A guidare la delegazione il maggior generale Amir Eshel, direttore generale del ministero della Difesa, già comandante in capo dell’Aeronautica militare israeliana dal 2012 al 2017. Presenti anche il vice direttore generale e capo del directorate of procurement and production delle forze armate israeliane, il colonnello Avi Dadon, e l’addetto militare dell’ambasciata di Israele in Italia, colonnello Dror Altman.

“Gli incontri si sono svolti in un clima di reciproca stima e collaborazione e hanno permesso di consolidare ulteriormente le già eccellenti relazioni in atto tra Italia e Israele, con particolare riferimento al rafforzamento della cooperazione industriale, attraverso la condivisione di nuove aree di collaborazione da sviluppare con il pieno coinvolgimento delle rispettive Forze Armate – scrive l’ufficio stampa della Difesa -. Il costante dialogo strategico tra le parti ha inoltre permesso di confrontarsi in modo schietto, sincero e proficuo sul tema delle sfide imposte dagli attuali scenari di crisi internazionale e sul contesto in cui le parti intendono cooperare”.

A conclusione del meeting, il generale Amir Eshel ha espresso il “suo grande apprezzamento, a nome di tutto l’establishment della Difesa israeliana”, per l’alleanza strategica tra i due Paesi e la “ferma posizione dell’Italia a fianco dello Stato di Israele nei contesti internazionali”.

Continuano a non turbare in Italia né i crimini commessi dalle forze armate israeliane contro la popolazione palestinese, né le recenti sanguinose operazioni di Tel Aviv a Gaza, in Libano e in Siria. Gli affari sono affari e si manifesta sempre più solida e convinta la partnership tra l’holding a capitale pubblico Leonardo SpA e le aziende leader del complesso militare-industriale israeliano.

Peccato che in contemporanea alla visita ufficiale dell’autorevole delegazione militare israeliana le Nazioni Unite abbiano espresso l’ennesima pesante condanna nei confronti di Israele in tema di violazione dei diritti umani.

L’11 luglio il segretario generale Antonio Guterres ha presentato il rapporto annuale su Bambini e Conflitti armati nel mondo che annovera proprio Israele tra i paesi responsabili dei “maggiori livelli di gravi violazioni” nel corso del 2021, accanto ad Afghanistan, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Yemen.

Rapporto ONU 2022: Israele violazioni dei diritti umani

“Le Nazioni Unite hanno verificato 2.934 gravi violazioni contro 1.208 bambini e bambine palestinesi e 9 minori israeliani in West Bank, compresa Gerusalemme est, a Gaza e in territorio israeliano”, si legge nel report.

In particolare il segretario generale ha accertato la detenzione di 637 minori palestinesi per “presunti delitti contro la sicurezza” da parte delle forze israeliane. “Ottantacinque di questi minori hanno denunciato maltrattamenti e violazioni delle dovute garanzie processuali da parte delle autorità israeliane mentre erano detenuti e il 75 per cento di essi ha dichiarato di essere stato sottoposto a violenze fisiche”.

Le Nazioni Unite descrivono pure un drammatico bilancio di sangue: 88 bambine e bambini (86 palestinesi e 2 israeliani) sono stati assassinati a Gaza (69), in West Bank e Gerusalemme est (17) e in Israele (2) dalle forze armate e di polizia israeliane (78), da gruppi armati palestinesi (8) o da autori non identificati o a seguito dell’esplosione di residuati bellici (2).

“In West Bank i minori sono rimasti uccisi con armi da fuoco per lo più durante manifestazioni (9), o in relazione con presunti attacchi o tentativi di aggressioni contro civili o forze israeliane (7) – aggiunge il report -. A Gaza, 59 bambini e bambini sono morti a seguito di attacchi aerei, uno è stato colpito dalle forze israeliane durante l’aumento delle ostilità in maggio, 6 da razzi lanciati da gruppi armati palestinesi, uno dalle forze israeliane durante una manifestazione di fronte il muro perimetrale tra Israele e Gaza. Anche i due bambini israeliani uccisi nel 2021 sono stati colpiti dai razzi lanciati da gruppi armati palestinesi”.

Ancora più drammatico il numero dei minori che hanno subito mutilazioni e ferimenti gravi: 1.121 palestinesi e 7 israeliani (850 di sesso maschile e 278 femminile). “I responsabili dei ferimenti sono stati in ordine le forze armate israeliane (982), i coloni israeliani (28) e i gruppi armati palestinesi tra cui le Brigate Al-Quds della Yihad Islamica (46) – scrive il segretario generale ONU -. Le mutilazioni sono state causate dagli israeliani durante i bombardamenti di artiglieria e gli attacchi aerei (539), per l’inalazione di gas lacrimogeni (153), le pallottole di metallo ricoperte di gomma (133) e dai proiettili (116). In West Bank e a Gerusalemme est 196 bambini sono stati feriti gravemente dalle forze israeliane durante manifestazioni contro gli insediamenti dei coloni”.

Quarantatre i bambini di Gaza che hanno subito mutilazioni a seguito di operazioni dei gruppi armati palestinesi, 18 dopo il lancio di razzi del maggio 2021, 23 per l’esplosione di armi immagazzinate e 2 perché colpiti accidentalmente durante lo svolgimento di attività addestrative.

L’ONU ha verificato inoltre 246 attacchi armati contro scuole e ospedali, più della metà da parte delle forze armate israeliane. “Gli incidenti sono stati causati nel corso di attacchi aerei (67), a seguito di aggressioni contro il personale medico (59), per l’esplosione di munizioni immagazzinate in prossimità di scuole e ospedali (5), per l’attacco con razzi (1) – aggiunge il rapporto -. Inoltre si sono verificate 156 ingerenze di altro tipo nella sanità (54) e nell’istruzione (102) da parte delle forze armate e dei coloni israeliani. Nella maggior parte dei casi, queste ingerenze sono consistite in colpi da sparo contro presidi sanitari, ambulanze e personale paramedico e nella chiusura illegale delle scuole o nel divieto di accesso a docenti e alunni”.

L’ONU ha anche accertato che le autorità israeliane hanno rifiutato o ritardato la concessione dei permessi al 38 per cento dei bambini che hanno richiesto di poter uscire dal passaggio di Erez per accedere a trattamento medico specializzato fuori da Gaza (in tutto 933 bambini e 648 bambine).

“Sono scioccato per il numero di bambini morti e gravemente feriti dalle forze armate israeliane durante le ostilità, in attacchi aerei contro zone densamente popolate, per l’uso munizioni attive nelle operazioni delle forze dell’ordine e per la persistente mancata assunzione di responsabilità per queste violazioni”, lamenta il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

“Mi preoccupa altresì – continua il segretario generale – l’aumento del numero di minori detenuti da parte di Israele e delle denunce di violenza fisica che essi subiscono durante la detenzione. Ribadisco il mio appello perché Israele rispetti le norme della giustizia giovanile internazionale, incluso l’uso della privazione della libertà come mezzo di ultimo ricorso e per il tempo più breve possibile, e perché smetta di ricorrere alla detenzione amministrativa dei minori e prevenga ogni forma di violenza e maltrattamenti durante la detenzione”.

Un appello è stato lanciato anche ai gruppi armati palestinesi perché pongano fine al reclutamento e all’utilizzo di minori. “Li esorto altresì a che cessino del tutto i lanci di razzi e colpi di mortaio dalle zone densamente popolate di Gaza verso i centri con popolazione civile israeliana – conclude il segretario generale ONU, aggiungendo: Sollecito tutti i gruppi armati palestinesi a proteggere i minori, impedendo in particolare che essi siano esposti al pericolo di violenze o evitando di strumentalizzarli a fini politici”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Da immigrato irregolare in mano ai trafficanti, a star dell’atletica, baronetto ed esempio di vita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 luglio 2022

“Chiamatemi Hussein Abdi Kahin. Questo è il mio vero nome, non Mo Farah”. L’incipit non è memorabile come quello di Moby Dick (Chiamatemi Ismaele), ma merita di diventarlo. Se per Ismaele andare in mare fu la salvezza, per Hussein Abdi Khain/Mo Farah correre in pista è stata la rinascita, il riscatto, la gloria.

Sir Mo Farah, insignito baronetto dalla regina Elisabetta nel 2017

Quattro volte campione olimpico sui 5 e 10 mila metri nel 2012 a Londra e nel 2016 a Rio; 6 volte campione mondiale; detentore del record mondiale dell’ora e di quello europeo dei 10.000; insignito dalla regina Elisabetta del titolo di sir nel 2017 per meriti sportivi.

Conquiste ottenute con nome e identità falsi, dopo essere entrato illegalmente nel Regno Unito, vittima innocente della tratta di minori attuata in Africa e di schiavitù domestica subita a Londra. Aveva sempre raccontato di essere arrivato in UK dalla Somalia con i suoi genitori, come rifugiato. Anche nel film No easy mile sbarcato su Netflix nel 2021, aveva nascosto la verità.

Dopo 30 anni, la leggenda dell’atletica mondiale e britannica (oggi ha 39 anni) apre il libro del suo passato e rivela una storia sconvolgente di dolore e sopraffazione. Lo ha fatto in un documentario prodotto dalla BBC eRed Bull Studios e messo in onda mercoledì 13 luglio.

Dovrebbe – si spera – far riflettere su chi infierisce contro gli immigrati irregolari, soprattutto se bambini.

La star dell’atletica ha raccontato: “Tutti mi chiamano Mo Farah. Questo però non è il mio vero nome. La realtà è un’altra: io sono nato in Somaliland, nel nord della Somalia. E sono Hussein Abdi Kahin. Contrariamente a quanto ho detto in passato, i miei genitori non hanno mai vissuto nel Regno Unito. Quando avevo 4 anni, mi padre Abdivenne fu ucciso nella guerra civile. La mia famiglia andò in pezzi, fui separato da mia madre, Aisha, che vive in Africa con due miei fratelli. E che ho incontrato dopo molti anni.

Il mezzofondista Hussein Abdi Kahin, alias Mo Farah, campione olimpico

Fui mandato da familiari mai visti a Gibuti. Qui finii in mano a una donna che non conoscevo e che non era neppure parente. Mi portò nel Regno Unito illegalmente. Non ero mai stato su un aereo prima, ero eccitato. Nel visto di ingresso, avevo 9 anni, la foto è mia, ma col nome di un altro bambino, Mohamed Farah….”

Gli avevano detto che sarebbe andato in Europa per vivere con i parenti: finì in un appartamento di Hounslow, periferia occidentale di Londra, dove la megera aguzzina davanti al bambino ridusse in pezzettini il pezzo di carta con i contatti dei suoi parenti (o presunti tali) e lo gettò in un cestino.

“In quel momento – ha raccontato Sir Mo alla Bbc – ho capito di essere nei guai”. E in effetti i suoi guai erano appena cominciati: per potersi sfamare fu obbligato a effettuare i lavori domestici, a badare ai bambini e a tenere la bocca chiusa: “Se mai vuoi rivedere la tua famiglia, non dire niente!”, lo minacciò, infatti, la trafficante di bambini, che rintracciata dalla Bbc, non ha voluto parlare.

“Spesso mi chiudevo in bagno e piangevo”, ha commentato in TV, il podista. Per i primi anni quella famiglia gli impedì anche di frequentare la scuola, poi, ormai undicenne, lo iscrisse al Feltham Community College (oggi Springwest Academy) dichiarando che si trattava di un rifugiato somalo.

La sua vecchia tutor, Sarah Rennie, nel documentario della BBC ha spiegato che il ragazzino appariva “trascurato, emotivamente e culturalmente alienato e parlava pochissimo inglese”.

Alla professoressa, però, non sfuggì il fatto che quelli che dicevano di essere i suoi genitori, non si facevano mai vedere a scuola, alle attività e incontri programmati. La svolta nella vita del povero bambino avvenne quando l’insegnante di ginnastica, Alan Watkinson, lo vide correre in pista: “L’unica lingua che sembrava capire era la lingua dell’educazione fisica e dello sport”.

E l’attuale baronetto ha confermato: “L’unica cosa che potevo fare per uscire da questa situazione era andare a correre”.

Watkinson nel 2012 ha vinto il premio insegnante dell’anno e al suo fianco nella cerimonia per la consegna del riconoscimento c’era proprio Mo, che già lo aveva voluto come testimone di nozze.

Fra i due si instaurò un rapporto di fiducia e alla fine il ragazzo gli rivelò chi fosse, da dove venisse e come venisse schiavizzato nella famiglia che non era la sua.

Il professore contattò i servizi sociali, che in Gran Bretagna su situazioni del genere sono rapidi e inflessibili. Farah venne affidato a un’altra famiglia somala e da quel momento “tutto è migliorato. Mi sentivo come se molte cose mi fossero state tolte dalle spalle. Allora è uscito fuori Mo, il vero Mo”.

A 14 anni venne invitato a partecipare per le scuole inglesi ad una gara in Lettonia, ma era privo di documento di viaggio. Watkinson lo aiutò a richiedere la cittadinanza britannica con il nome di Mohamed Farah. Gli fu concessa nel luglio del 2000.

E non gli verrà tolta, come ha temuto per un attimo il neo (nato) Hussein Abdi Kahin, perché ottenuta con un atto fraudolento. Anzi: Hussein Abdi Kahin ha ricevuto elogi a non finire dai suoi fans per il coraggio dimostrato nel pubblicizzare il suo passato da irregolare e da incubo.

Il primo a esaltarlo è stato il Cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze) Nadhim Zahawi, 57 anni, costretto a fuggire dall’Iraq con la famiglia all’età di 11 anni: “Che uomo meraviglioso, straordinario per aver superato quel trauma dell’adolescenza. Sei un modello, un esempio da imitare”.

“Non mi è stato facile affrontare questo passato che nascondevo a me stesso e agli altri – ha confessato Hussein/Mo -. L’ho fatto su sollecitazione dei miei 3 figli, mi rendo conto di quanto sia stato fortunato. Non avevo idea di quanta gente abbia vissuto e stia vivendo la mia esperienza. E’ giusto che si conosca questa realtà di traffico e di schiavizzazione dei bambini”. Perchè il mercato dei dannati della terra è sempre florido.

Nella storia della rivincita di un piccolo clandestino, non ha importanza il nome del protagonista narratore (così come nel caso di Ismaele di Melville) quanto ciò che egli rappresenta: un reietto venduto e sfruttato che cerca e impara a sopravvivere. Con due buone gambe.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Mercenari o caschi blu? Lite Mali-Costa d’Avorio per 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 luglio 2022

Il governo di Yamoussoukro (capitale della Costa d’Avorio), ha chiesto alle autorità di Bamako di liberare immediatamente i 49 militari ivoriani arrestati domenica scorsa all’aeroporto di Bamako.

La Costa d’Avorio sostiene che i suoi soldati sono presenti nello scalo perché impegnati nell’ambito delle operazioni di supporto logistico della missione ONU in Mali, MINUSMA, in base a un accordo siglato nel 2019. Una conferma in tal senso è stata postata sull’account Twitter di Olivier Salgado, portavoce di MINUSMA.

49 soldati della Costa d’Avorio arrestati in Mali con l’accusa di essere mercenari

La tensione tra Mali e Costa d’Avorio è salita alle stelle da quando i militari arrestati sono stati classificati “mercenari” . Il portavoce del governo del Mali, Abdoulaye Maïga, ha annunciato lunedì all’emittente di Stato che i soldati sarebbero arrivati illegalmente sul territorio nazionale e il dossier sarebbe stato trasmesso alle autorità giudiziaria, in quanto trovati anche in possesso di armi e munizioni da guerra, senza essere muniti delle relative autorizzazioni o di un mandato di missione.

Maïga ha concluso il suo intervento alla TV accusando i soldati ivoriani di essere venuti nel Paese con l’intenzione di voler mettere un freno alla messa in sicurezza e la ricostruzione del Paese e di voler ostacolare addirittura il ritorno dell’ordine costituzionale.

Il governo ivoriano rigetta ogni accusa, sostenendo che le autorità maliane sono sempre state al corrente della presenza dei suoi militari in Mali, e che dalla firma dell’accordo nel 2019, si sono avvicendati ben 7 contingenti senza aver riscontrato alcuna difficoltà. “Abbiamo trasmesso copia dell’ordine di missione a Bamako”, ha chiarito il Consiglio Nazionale per la Sicurezza della Costa d’Avorio.

Il vice portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha spiegato che i soldati arrestati non facevano formalmente parte di MINUSMA, si tratta di personale dispiegato dai vari Paesi a sostegno dei propri contingenti che fanno parte di missioni di pace. “È una pratica comune”, ha aggiunto.

Alcuni militari ivoriani arrestati sarebbero arrivati nella ex colonia francese in base a un accordo per lavorare presso la base logistica della società Sahelian Aviation Services (SAS).

Secondo Bamako i soldati hanno dato versioni divergenti per giustificare la loro presenza nel Paese. Alcuni avrebbero sostenuto di far parte di una missione confidenziale, altri della rotazione nell’ambito di Minusma, e poi qualcuno ha menzionato la messa in sicurezza della base logistica SAS e infine c’è chi avrebbe detto di essere protezione del contingente tedesco.

L’arresto degli ivoriani è diventato virale suoi social network domenica sera.  Alcuni utenti hanno accusato i malcapitati soldati persino di essere venuti nel Paese con l’intento di voler commettere un golpe.

Assimi Goïta, l’uomo forte del Mali

Assimi Goïta, capo della giunta militare di transizione in Mali, martedì scorso ha avuto un lungo colloquio telefonico con il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres. Goïta ha riportato di aver parlato con Gueterres sul sostegno dell’ONU per quanto riguarda il processo di transizione, sottolineando che i partner devono assolutamente rispettare la sovranità del Mali.

D’altronde il 29 giugno la missione dell’Onu è stata rinnovata dal Consiglio di Sicurezza per un altro anno: 13 membri hanno votato in favore, mentre Russia e Cina si sono astenuti.

Sta di fatto che il governo maliano ha definito i 49 militari ivoriani come “mercenari” (che probabilmente non sono) in base alla definizione della Convenzione dell’Unione Africana, sull’eliminazione dei soldati di ventura in Africa. Eppure da tempo Bamako ospita paramilitari russi del gruppo Wagner, volti, secondo Bamako, a contrastare i jihadisti. https://www.africa-express.info/2022/06/18/i-francesi-lasciano-la-loro-base-di-menaka-in-mali-immediatamente-occupata-dei-mercenari-russi/

Persino il potente ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, in una intervista rilasciata a Mediaset nel maggio scorso, ha ammesso che i paramilitari di Wagner sono presenti in Libia e Mali, sottolineando però che si tratta di una società privata che non ha nulla che vedere con il governo russo, specificando che “sono lì solamente su accordi commerciali”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Il presidente somalo in Eritrea visita i suoi militari in addestramento e stringe un accordo con la dittatura

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 luglio 2022

Eletto da poco meno di due mesi fa, il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud (già capo di Stato dal 2012 al 2017), si è già recato tre volte all’estero per cercare aiuti e sostegno per il suo Paese.

Il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud

In questi giorni Mohamud è in Eritrea per rafforzare i legami nella regione. Ad Asmara è stato accolto calorosamente dal dittatore Isaias Aferwerki, che il 5 settembre 2018 aveva siglato un accordo con Farmajo, il precedente presidente della Somalia, e Abiy Ahmed, primo ministro etiopico.

Un trattato volto a costruire stretti legami politici, economici, sociali, culturali e di sicurezza per promuovere pace e stabilità nel Corno d’Africa. Nell’accordo è menzionato anche l’istituzione di un Comitato congiunto per coordinarne l’attuazione del programma.

In virtù del documento siglato a Asmara il nel 2018, l’anno seguente sono poi stati inviati migliaia di soldati somali per essere addestrati in Eritrea.

Dettagli del fascicolo non sono stati resi pubblici, anzi il governo somalo e quello eritreo hanno persino negato più volte la presenza di militari di Mogadiscio in Eritrea.

Ancora oggi non è chiaro quanti soldati somali siano stati inviati realmente nella nostra ex colonia sul Mar Rosso (pare tra 5 e 7 mila) e non è dato sapere quanti siano morti nella guerra in Tigray, dove, secondo molte fonti, avrebbero combattuto insieme agli uomini di Isaias accanto alle forze etiopiche.

Soldati somali in un campo di addestramento in Eritrea

Domenica scorsa Mohamoud ha finalmente incontrato migliaia di soldati somali, schierati sull’attenti in un campo militare eritreo. Negli ultimi anni le loro famiglie si sono preoccupate sulla sorte dei propri congiunti, al punto da aver messo persino in grande imbarazzo l’ex presidente Farmajo con ripetute richieste di informazioni sulla sorte dei figli. Nessuno sapeva dove si trovassero e che fine avessero fatto.

I giovani soldati somali hanno sfilato davanti alle telecamere di Eri-TV, l’emittente televisiva del regime eritreo,  e hanno visto il loro nuovo presidente in compagnia del suo omologo eritreo Issayas Afewerki insieme ai più stretti consiglieri.

Mohamoud ha parlato con i suoi uomini, complimentandosi per aver “completato l’addestramento”, lasciando intendere che sarebbero presto tornati a casa, come richiesto dalle loro famiglie.

Rashid Abdi, un analista somalo, ha sottolineato che non è chiaro quali mansioni abbiano svolto i giovani in questi ultimi anni. L’unità sarebbe stata istituita nell’ambito dell’accordo di sicurezza tra Etiopia, Somalia ed Eritrea.

Alcuni familiari dei militari somali sostengono che siano stati maltrattati, altri sarebbero morti. L’esperto ha commentato infine ai reporter di Radio France Internationale: “Nessun addestramento militare dura tre anni, che cosa è successo realmente?”

Il servizio dell’emittente ERI-TV non ha dato risposte ai molti quesiti che restano tutt’ora aperti. Non è stato fatto alcun cenno alla reale natura dell’addestramento militare, al motivo per cui i governi somalo, eritreo ed etiope hanno tenuto segreto l’addestramento fino a poco tempo fa, ma riportato dai media internazionali e anche da Africa ExPress e del ruolo dei soldati somali nel conflitto del Tigray. 

Durante la sua permanenza in Eritrea, il presidente somalo è andato anche a Massaua, sul Mar Rosso. In presenza del dittatore eritreo, ha fatto visita ai soldati somali impegnati in addestramenti navali. In teoria, ma non è chiaro, per combattere la pirateria sulle coste somale.

Infine, i due leader hanno siglato proprio oggi un nuovo Memorandum of Understanding, volto a rafforzare l’amicizia e la collaborazione tra Somalia e Eritrea. Nel punto 6 del documento si specifica l’esplicita volontà di voler migliorare la cooperazione per quanto riguardano difesa e sicurezza per salvaguardare la stabilità e la pace.

A giugno il nuovo presidente era già partito alla volta di degli Emirati Arabi Uniti, dietro invito del suo omologo Mohammed Bin Zayed. Durante i colloqui i due leader hanno discusso di vari argomenti, tra questi la cooperazione commerciale e la sicurezza.

Le autorità di Abu Dhabi hanno anche promesso di sostenere Mogadiscio per quanto riguarda il gravissimo problema della siccità, che ha costretto decine di migliaia di persone di lasciare le proprie case.

Gli Emirati non escludono una prossima riapertura del loro ospedale nella capitale somala, chiuso nel 2018 in seguito a divergenze con il predecessore dell’attuale presidente, Mohammed Abdullahi Mohammed detto “Farmajo”.

E’ inoltre prevista la ripresa della collaborazione militare, in particolare l’addestramento delle forze di sicurezza somale.

Malgrado tutte le precauzioni adottate, il capo di Stato, una volta ritornato a Mogadisco, è risultato positivo al covid-19. Poi è ripartito la settimana scorsa alla vota di Ankara, per incontrare l’amico storico della Somalia, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sempre in prima linea per sostenere il Paese del Corno d’Africa, dove la peggiore siccità degli ultimi 40 anni sta mettendo in ginocchio gran parte della popolazione.

Il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, a destra con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan

Giorni fa anche l’Unione Europea ha lanciato un ponte aereo per il trasporto di generi alimentari e equipaggiamento medico nelle regioni di Baidoa, Luuq e Wajid. In tale occasione l’UE ha pure annunciato un aiuto finanziario di 140 milioni di euro per i partner internazionali attivi sul campo.

Erdogan ha accolto il suo omologo con tutti gli onori, è stato steso persino un tappeto azzurro, i colori della Somalia, all’entrata del palazzo presidenziale.

Il capo di Stato del Paese del Corno d’Africa ha incontrato anche i seimila militari somali che attualmente si trovano in Turchia per uno speciale addestramento.

Il presidente turco ha promesso di voler intercedere a livello diplomatico per tentare di convincere Mosca a liberare il grano ucraino destinato all’Africa.

Sta di fatto che Erdogan è un vecchio alleato del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamoud. E non è un segreto che la Turchia sia presente da anni in Somalia, dove ha già investito oltre un miliardo du dillari per lo sviluppo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Interessi economici e terreni in mano alle multinazionali: a chi giova la guerra in Ucraina?

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 11 luglio 2022

Esaminando gli investimenti in terreni, fattori di produzione agricoli e prodotti di base, si scopre come tutti gli aspetti del sistema alimentare ucraino e della catena di approvvigionamento siano in mano straniere.

L’Ucraina è un Paese povero, forse il più povero di tutta Europa. La sua agricoltura invece è la più ricca di tutto il continente. Dei suoi 60 milioni di ettari di superficie, il 55 per cento è classificato come terreno coltivabile, la percentuale più alta in Europa. La sua “terra nera” è stata definita “leggendaria”.

Una delle questioni più controverse dall’inizio del processo di riforma agraria, cominciata dopo la caduta dell’impero sovietico nel 1992, è la moratoria stabilita sulla vendita di terreni.

In vigore da poco meno di vent’anni, è stata pensata per impedire che la proprietà della terra passasse sotto il controllo di poche mani. In realtà è accaduto esattamente il contrario.

Aggirare la legge

All’inizio della riorganizzazione, milioni di ucraini che vivevano nei villaggi rurali hanno ricevuto piccoli appezzamenti di terreno (in media quattro ettari) che in precedenza, durante il periodo sovietico, erano di proprietà statale o comunque pubblica.

Ma gli investitori, soprattutto stranieri, si sono resi conto che avrebbero potuto aggirare il divieto di vendita della terra stipulando contratti di affitto.

Così i piccoli proprietari, senza capitali né organizzazioni cooperativistiche comuni che permettessero loro coltivare autonomamente, sono stati costretti ad affittare la loro terra per cifre irrisorie.

In questo modo migliaia di questi appezzamenti si sono gradualmente concentrati, passando sotto il controllo di grandi aziende agricole.

Peraltro il 31 marzo 2020 il parlamento ucraino ha eliminato del tutto il divieto di compravendita dei terreni. Il land grabbing è quindi diventato a questo punto possibile e legale.

Sul porto di Odessa, la cui proprietà come abbiamo sottolineato appartiene alla americana Cargill, la società Sintal Agricolture, formalmente cipriota, indicata nella tabella pubblicata nell’articolo precedente come uno degli investitori stranieri in Ucraina, scrive nel suo sito piuttosto scarno: “Riforniamo numerosi clienti in cinque continenti”.

“Grazie al porto di Odessa come punto d’accesso al mondo – c’è ancora scritto – assicuriamo percorsi di acquisto più rapidi, agevolati dal know-how assai valido del nostro reparto spedizioni”.

Altre società presenti in quella lista lasciano perplessi e stupefatti. La francese Agro Generation nel suo sito web si vanta di condurre “operazioni in modo socialmente responsabile, applicando tecnologie agronomiche avanzate ed economie di scala per creare un’industria agroalimentare sostenibile e redditizia con un approccio globale alla produzione di beni agricoli”.

Gioco d’azzardo

Sul suo sito inoltre c’è scritto: “In un’epoca di opportunità derivanti dalla crisi alimentare globale, Agro Generation opera su alcuni dei migliori terreni del mondo in Ucraina, un Paese che è già uno dei principali esportatori di cereali e che aumenterà la sua produzione di diverse volte”.

Si resta però sconcertati (e anche un po’ stupefatti) quando in basso sulla home page del sito della società, vengono indicati i partner d’affari. Oltre alla già citata la Glancore e alla molto conosciuta Kernel (che fa parte, dopo vari incastri societari, di un enorme gruppo agroalimentare trasnazionale basato a Singapore), c’è anche un sito di gioco d’azzardo online, Vip Casino.

agro Generation
Il sito della AgroGeneration. Sul fondo compaiono i partner

Che ci fa un partner di questo genere, che imbonisce i clienti per indurli a giocare sul web, accanto a una società che si vanta di operare “in modo socialmente responsabile”, non è chiaro. Il sito casinos.net, inoltre è registrato in Ucraina, ma le sue scritte in cirillico sono in lingua russa. Quindi ci si aspetta che sia rivolto a una clientela russa.

Rapporto della FAO

Anche la FAO nei suoi rapporti considera l’Ucraina un Paese dal notevole potenziale agricolo e Christina Plank, nello studio “Land Grabs in the Black Earth: Ukrainian Oligarchs and International Investors” edito nel 2013 dal Transnational Institute (un think tank internazionale di ricerca e difesa senza fini di lucro fondato nel 1974 ad Amsterdam), scrive che quei 32 milioni di ettari di terreni fertili equivalgono a un terzo dell’intera superficie coltivabile dell’Unione Europea.

Non solo. Poi fornisce qualche dato sull’importanza che riveste l’agricoltura nell’economia del Paese: rappresenta l’8 per cento del prodotto interno lordo e dà lavoro al 17 per cento della popolazione attiva. L’Ucraina è il terzo esportatore di mais e il quinto esportatore di grano al mondo.

Nel 2014, quando è stato pubblicato lo studio dell’Oakland Institute, i terreni agricoli ucraini erano soggetti a un blocco commerciale che ne vietava la vendita fino al 1° gennaio 2016.

Nonostante questa moratoria, come scrivono Jettie Word, Alice Martin-Prevel e Frederic Mousseau nel rapporto “Walking on the West Side: The World Bank and the IMF in the Ukraine Conflict”, almeno 1,6 milioni di ettari di terreni agricoli ucraini sono passati in mani straniere. Secondo altri rapporti, solo 10 grandi aziende agroalimentari controllano ben 2,8 milioni di ettari.

Ma sono le conclusioni del rapporto dell’Oakland a inquietare maggiormente. Il 9 ottobre 2014, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) ha annunciato di avere dieci aziende agricole private che nell’ambito di un piano d’azione per il settore appena creato, sono disposte a investire nel 2015 un miliardo di dollari nell’agricoltura ucraina.

Investiamo sì, ma cambiate la legge

Il comunicato stampa della BERS che conteneva l’annuncio, aveva sottolineato che questi investimenti avrebbero richiesto diverse modifiche alla normativa in materia di tasse, leggi sull’importazione e sull’esportazione e vendita di terreni, liberalizzando il più possibile il settore.

Molti altri investitori avevano già richiesto alle autorità ucraine modifiche in questo senso. Nel gennaio 2014 si era già tenuto un incontro tra funzionari ucraini e rappresentanti di venti grandi aziende agroalimentari tedesche. Investiamo sì, ma cambiate la legge in nostro favore.

Via libera agli OGM

Secondo notizie pubblicate da agenzie di stampa dell’epoca, si era parlato della necessità “di semplificare le attività commerciali nel Paese” facendo “saltare la moratoria sulla vendita dei terreni”. Altro punto controverso era la richiesta di permettere coltivazioni OGM, anche autorizzando procedure vietate dall’Unione Europea.

Ma già nel 2007 l’ambasciata americana a Kiev aveva chiesto al governo ucraino di prendere provvedimenti contro i venditori di semi “falsi” (con questo indicando le sementi non transgeniche).

Per altro successivamente nel giugno 2011 l’amministratore delegato di Cargill, Greg Page, aveva candidamente dichiarato che l’Ucraina è un “ottimo posto per far crescere più cibo nel mondo. Ma tutti i doni che la natura ci offre possono essere vanificati da politiche sbagliate”. La Cargill è potentissima ed è una delle aziende leader mondiali nella produzione di Organismi Geneticamente Modificati.

La zona grigia dove operano le lobby, tra pressioni, imbonimento e corruzione

Il sito Il Salvagente, che si occupa di truffe ai consumatori, riporta che nel 2019 l’ex deputato americano Henry Waxman ha definito la Cargill la “peggior azienda del mondo” tra l’altro per la sua “ripetuta insistenza nel ostacolare il progresso globale sulla sostenibilità”.

Liberismo sfrenato

Inoltre la BERS e altre istituzioni finanziarie internazionali spinte da un forsennato liberismo economico fratello della globalizzazione senza freni, per far digerire investimenti a gogo avevano sostenuto che le modifiche normative e le agevolazioni fiscali per le imprese agroalimentari avrebbero migliorato il tenore di vita della popolazione perché sarebbero aumentati gli investimenti stimolando nel contempo la crescita economica.

Tuttavia, non è stato mai chiarito come gli investimenti stranieri avrebbero avuto ricadute positive sulla crescita economica, glissando, almeno in parte, sugli interessi che invece avrebbero mosso le grandi imprese agroalimentari.

Lobby già al lavoro

Le colture OGM sono state introdotte legalmente sul mercato ucraino nel 2013 e secondo varie stime sono state piantate fino al 70 per cento di tutti i campi di soia, al 10-20 per cento dei campi di mais e a oltre il 10 per cento di tutti i campi di girasole.

Ciò equivale a circa un milione di ettari coltivati a OGM (ovvero il 3 per cento).

L’ingresso dell’Ucraina nella UE rischia di avere un impatto rovinoso se i negoziati per l’adesione non saranno improntati a una tutela delle norme che regolano l’agricoltura dell’Unione. Ad Africa ExPress risulta che multinazionali del settore stiano da tempo esercitando forti pressioni per allargare le maglie degli attuali divieti. Le lobby, insomma, sono in azione.

Due facce della stessa medaglia

Ecco così che si manifestano con chiarezza due facce della stessa medaglia: da una parte le democrazie occidentali difettose (in alcuni momenti molto difettose e addirittura mostruosamente goffe) che si muovono per difendere interessi particolari, dall’altra regimi autoritari e repressivi come quello russo di Putin, che praticano soprusi e violenze con conseguenze devastanti. In mezzo, intrappolate tra due fuochi, le popolazioni civili, sudditi inconsapevoli di una guerra che si combatte sulla loro testa.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (destra) e il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, durante la conferenza stampa a Kiev l’11 giugno scorso (Foto cortesi di Sergei Supinsky per AFP)

In Africa il land grabbing ha avuto conseguenze devastanti sull’economia delle campagne e dei villaggi. Si calcola che negli ultimi anni nei Paesi in via di sviluppo, 227 milioni di ettari, una superficie grande quanto l’Europa Occidentale, sia stata data in concessione a società straniere, cinesi e indiane soprattutto, ma anche coreane o europee. Su queste espropriazioni  di fatto sono stati scritti fiumi di inchiostro.

Land grabbing sistema neocolonialista

Il land grabbing è stato definito un sistema neocolonialista studiato per impadronirsi pacificamente (almeno apparentemente) delle risorse di un Paese. Già, ma queste analisi, spesso impietose, si riferiscono all’Africa, un continente comunque lontano, dove questa pirata è cominciata.

Laggiù i beneficiari non sono – tranne in pochi casi – società occidentali. Certo è bene sapere l’Oakland Institute è politicamente orientato e lotta contro lo sfruttamento dei territori nei Paesi in difficoltà, ovunque nel mondo, ma soprattutto in Africa.

Ma le osservazioni contenute nella sua ricerca, tra l’altro pubblicata molto prima dell’attuale conflitto, sono interessanti e degne di considerazione. Se in Africa il land grabbing è considerato uno strumento politicamente e socialmente deplorevole per i danni che provoca alle popolazioni locali, impoverendole, e perché favorisce i grandi gruppi industriali, per quale regione la stessa pratica invece passa inosservata quando è utilizzata in Ucraina?

Argomento di riflessione

Forse sarebbe bene che la politica delle multinazionali agroalimentari diventasse un argomento di riflessione, soprattutto per chi erroneamente crede ancora che la geopolitica della guerra si descriva con la semplice equazione aggressori/aggrediti. Non è così. Le sfumature degli interessi in gioco sono essenziali e vanno capite, osservate e studiate.

Le guerre non vengono scatenate per ottemperare a qualche romantico ideale, ma, molto più materialmente, per difendere affari e prebende. O per impadronirsi di risorse e profitti di altri. Le sfaccettature di una guerra sono spesso inconfessabili.

Anche la semplice osservazione che a scatenare il conflitto sia stata la Russia è assolutamente semplice e naïf. E’ vero che i cari armati russi il 24 febbraio sono entrati in Ucraina, ma la guerra si può provocare in vari modi. Occorre scomodare la storia per spiegare perché Cartagine attaccò Roma? Fu una guerra per l’egemonia nel Mediterraneo. E così, per prevenire le ambizioni romane i cartaginesi attaccarono.

La domanda giusta da porsi non è chi ha scatenato la guerra (cui è facile rispondere con disarmante semplicità, “la Russia”), ma a chi giova questa guerra. Rispondendo a questa questione si riescono a chiarire responsabilità, cause ed origini e affinare i giudizi ora troppo spesso improvvisati e abborracciati.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
(2 – fine)

L’assalto delle multinazionali ai fertili terreni agricoli dell’Ucraina e al porto di Odessa comprato dagli americani

Cacciati dalle terre in Uganda: il dramma di 20 mila contadini

 

Ci ha lasciato improvvisamente Amedeo Ricucci: raccontava le guerre cercando di capire il perché del dolore e della devastazione

1

Speciale Per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Claudia Svampa
Roma, 11 luglio 2022

Ci ha lasciati oggi Amedeo Ricucci, giornalista Rai e inviato speciale nelle più calde aree di conflitto degli ultimi venti anni: Algeria Bosnia, Ruanda, Somalia, Afghanistan, Kosovo, Libano, Iran, Iraq, Palestina, Tunisia, Libia e Siria.

Ci ha lasciati, dalla sua Calabria, mentre lavorava al suo ultimo servizio. Dopo aver dedicato un’intera vita a raccontare gli orrori delle guerre secondo le regole di un giornalismo autorevole e competente: con attenzione, equilibrio, approfondimento, serietà e lealtà.

Amedeo Ricucci sul campo

Appena un mese fa aveva realizzato per Rai1 il reportage “Fame” in collaborazione con Cesvi Onlus, Fao, WFP e Azione contro la Fame in Italia, dando voce a chi incessantemente opera per contrastare la fame e la malnutrizione dei più deboli.

E qualche mese prima era stato tra gli 11 inviati di guerra firmatari della lettera aperta contro la disinformazione che spesso ha accompagnato le cronache del conflitto tra Russia e Ucraina.

Amedeo, scomparso prematuramente, mancherà a tutti noi: ai suoi familiari, agli amici, ai colleghi. Ma mancherà molto anche al giornalismo italiano. La sua voce autorevole, rispettosa e audace, espressione di una passione professionale sana e profonda, vogliamo ricordarla con le sue e non le nostre parole.

È un post che ha pubblicato sul suo profilo Facebook lo scorso 20 marzo, in occasione della ricorrenza dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e che riportiamo integralmente in corsivo, dove con amarezza ripercorre il disagio di assistere al degrado e al pressappochismo del “mercato della notizia”.

Fino a ieri era solo un post tra i tanti nelle nostre bacheche virtuali.

Da oggi invece, usando un termine militare a lui aduso, possiamo leggerlo come una “lettera testamentaria” al mestiere dell’inviato di guerra.

Ciao Amedeo, e grazie per quanto ci hai lasciato.

Claudia Svampa 

“Oggi, 28 anni fa – era il 20 marzo del 1994 – morivano a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Eravamo partiti assieme dall’aeroporto militare di Pisa una decina di giorni prima e nel nostro gruppo di giornalisti c’era anche Raffaele Ciriello, che morirà poi anche lui a Ramallah il 13 marzo del 2002. Anche per questo di quel viaggio mi resta dentro una tristezza infinita, un senso di vuoto incolmabile, e poi l’idea che il nostro sarà pure un lavoro bellissimo, che dà grandi soddisfazioni, ma è anche un lavoro maledetto, che ti espone a dei rischi che a volte – solo a volte, mi dico, ma ahimè sempre di più – non è detto sia il caso di correre.

Non ne vale la pena – mi viene da pensare – perché il valore e l’esempio della testimonianza sul campo, quella che il giornalista incarna – anche a rischio della sua vita – è ormai un fatto residuale, sempre meno apprezzato, ridotto anzi a un orpello di cui il mercato delle notizie può fare a meno: tanto oggi “uno vale uno” e i leoni da tastiera, brillanti-spigliati-scafati, la fanno da padroni ed hanno facilmente il sopravvento su chi invece consuma la suola delle sue scarpe per andare a cercarsele le notizie, per verificarle con scrupolo e per contestualizzarle e inserirle nella giusta prospettiva.

Mi ricordo che quando da Aleppo, nel 2012, postavo su un sito RAI i video delle “barrel bombs” che mi cadevano sulla testa e con cui il macellaio Assad massacrava il suo popolo c’era una lunga sfilza di commenti che mettevano in dubbio o addirittura sbeffeggiavano il mio lavoro, dicendo che quelle immagini – che giravo con la mia telecamera – erano un falso.

Allora non me ne capacitavo, poi ho capito e adesso vedo che è la norma: vedo che c’è un gioco perverso che consiste nel metter in dubbio tutto quello che ti viene raccontato, anche da giornalisti seri ed onesti, e questo solo per sentirsi più intelligenti degli altri o più furbi.

Beh, io non ci sto. Non pretendo di avere la verità in tasca, così come non la pretendevano Ilaria, Miran, Raffaele e i giornalisti  morti in Ucraina e in tutte le altre guerre. Ma il rispetto, sì, lo pretendo. Per loro, prima che per me, e per tutti quelli che ancora ci provano a fare questo mestiere con onestà, dedizione, passione e spirito di sacrificio”.

Amedeo Ricucci

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

 

Il bitcoin alla conquista dell’Africa: già adottato come valuta ufficiale dal Centrafrica (anche se pochissimi hanno accesso a internet)

Speciale per Africa ExPress
Luigi Cristiano
Luglio 2022

L’interesse verso i bitcoin è cresciuto sempre di più in questi ultimo mesi: le cripto-valute digitali, create nel 2009 dal giapponese Satoshi Nakamoto, stanno conquistando un ruolo da protagoniste nell’economia globale.

I bitcoin stanno iniziando a sedurre anche l’Africa, tanto che alcuni economisti di fama internazionale parlano già di un primo passo verso una rivoluzione economica della regione. “Quando si parla di criptovalute, il continente è raramente menzionato, ma potrebbe essere destinato a guadagnare terreno su altri mercati”, sottolinea Rakesh Sharma, giornalista di economia e tecnologia.

Secondo Sharma è possibile che nei Paesi dove l’inflazione è dilagante, i cittadini con possibilità economiche scelgano sempre di più le criptovalute per mettere al riparo i propri risparmi dalle politiche disastrose delle banche centrali.

Sudan, Zimbabwe, Etiopia, Ghana, Angola, Sierra Leone, Nigeria, Burundi e Burkina Faso sono i Paesi messi in ginocchio dall’inflazione e stanno già virando fortemente su un’economia a  “trazione bit” e a questi si aggiungono anche Sudafrica, Kenya, Uganda, Repubblica Centrafricana e Botswana.

Il bitcoin è usato in Africa come metodo di trasferimento di denaro veloce e più
efficace rispetto ai servizi offerti da Moneygram e Western Union perchè in un continente con grandi regioni sprovviste di banche, le cripto diventano una vera e propria ancora di salvezza.

Il caso dello Zimbabwe

Decisive per l’affermazione delle criptovalute sono le crisi economiche o particolari congiunture politiche. Ad esempio quando a Cipro nel 2013 intervenne la troika e dispose un prelievo forzoso del 15 per cento dai conti correnti superiori ai 100.000 dollari, aumentò vertiginosamente la richiesta di bitcoin. Lo stesso avvenne in Grecia e Spagna, Paesi sul lastrico dal punto di vista economico.

Il 25 novembre del 2017 in Zimbabwe un colpo di Stato rimuove dal potere il 93enne Mugabe e l’instabilità politica spinge gli zimbabwesi a convertire i risparmi in bitcoin: nei giorni successivi al putsch, sulla piattaforma Harare Golix, unica exchange attiva nel Paese, il valore del bitcoin oscilla tra i sette e dieci mila dollari.

Da oltre cinque anni il bitcoin è sempre più in uso in Zimbabwe, tanto da essere accettato come pagamento per tutte le attività. Un’economia disfunzionale e vessata dall’inflazione, sta spingendo il governo di Harare a regolarizzare il settore dei bitcoin così da adottarlo come opzione di pagamento legale.

Il passaggio alle cripto però aprirebbe a piaghe finanziare come trasferimenti transfrontalieri non registrati, esternalizzazioni di capitale, riciclaggio di denaro e finanziamento con fondi illeciti di attività illegali e terroristiche.

L’Assemblea nazionale del Centrafrica adotta i bitcoin all’unanimità nell’aprile 2022

Le cripto nel futuro del Centrafrica

La Repubblica Centrafricana è uno dei Paesi più poveri del mondo, sebbene ricco di diamanti, uranio e oro. Dal 2013 il Paese è devastato dalla guerra civile e da qualche anno anche dalle angherie dei mercenari russi del Gruppo Wagner.

Negli ultimi mesi il governo centrafricano ha votato all’unanimità l’adozione del bitcoin come moneta a corso legale, seguendo l’esempio di El Salvador, primo Paese ad adottare le cripto come valuta ufficiale nel settembre del 2021. La decisione di Bangui mette la Repubblica Centrafricana sulla mappa dei Paesi più audaci e visionari del mondo.

Il Paese non sembra però essere ancora pronto per una economia a base di bitcoin: poco meno del 5 per cento della popolazione della Repubblica Centrafricana ha regolare accesso ad internet, secondo i dati di Web World Data.

Nonostante ciò, l’economista Yann Daworo ha dichiarato a BBC Afrique i vantaggi che il bitcoin porterebbe nei pagamenti e nelle vite dei cittadini capaci di avere il proprio portafoglio a portata di mano sugli smartphone.

La scelta delle cripto sembra essere anche una mossa di forte valore geopolitico. Il bitcoin potrebbe minare il Franco CFA, arma di neocolonialismo nelle mani della Francia, come afferma sempre Daworo: “Gli uomini d’affari non dovranno più andare in giro con valigie di franchi CFA, che devono poi essere convertiti in dollari o in qualsiasi altra valuta per effettuare acquisti all’estero”.

A frenare l’entusiasmo, le parole dell’informatico Sydney Tickaya: “Il Centrafrica ha necessità più urgenti dell’economia, ha bisogno di sicurezza, istruzione e accesso all’acqua potabile; l’adozione dei bitcoin è prematura e irresponsabile”.

Proprio nel weekend del 4 luglio nella Repubblica Centrafricana è stato lanciato Sango Coin, la nuova valuta digitale del Paese. Il sito Sango si occuperà di facilitare la tokenizzazione delle risorse del Paese e di renderle disponibili a tutti: la Repubblica Centrafricana sembra essere lanciata verso il futuro economico e sociale.

Luigi Cristiano
lcristiano9718@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.