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Da combattente per la libertà a dittatore cleptocrate: muore Eduardo dos Santos, ex presidente dell’Angola

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 luglio 2022

José Edoardo dos Santos, presidente dell’Angola dal 1979 al 2017, è morto ieri nella prestigiosa clinica privata Teknon di Barcellona. Aveva 79 anni.

Eduardo Dos Santos, ex-presidente dell’Angola

Malato da tempo di cancro, le condizioni dell’ex presidente sono peggiorate il 23 giugno dopo un arresto cardiaco. Da allora era ricoverato nel reparto cure intensive della più esclusiva clinica della Spagna.

Capo di Stato e leader del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola per quasi quattro decenni, dos Santos ha governato il Paese con il pugno di ferro, appropriandosi dei proventi del petrolio per il suo clan, prima di essere costretto all’esilio.

Nasce poverissimo

Josè Edoardo nasce nel 1942 in un quartiere povero di Luanda. Sa cosa significa la repressione, la miseria: si iscrive ancora giovanissimo all’ MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) e nel 1956 il governo coloniale portoghese lo costringe all’esilio. Dapprima in Francia, poi in Congo e per ultimo si trasferisce in Russia, dove termina gli studi come ingegnere.

Torna nel suo Paese nel 1970 e, dopo l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975 diventa ministro degli Esteri. Una volta morto Agostinho Neto, suo mentore e primo capo di Stato dell’Angola, dos Santos viene scelto come presidente, incarico che ha ricoperto fino al 2017, quando ha ceduto lo scranno al suo delfino e ex ministro della Difesa, Joao Lorenço.

Promesse mancate

Dos Santos aveva fatto tante promesse al suo popolo che, certo, gli aveva creduto; lui era uno di loro, aveva sofferto insieme a loro durante il periodo coloniale, aveva combattuto per la libertà. Per poi trasformarsi in cleptocrate e feroce dittatore, una volta che il Paese è diventato uno dei maggiori produttori di petrolio del continente.

Il clan dos Santos: José Eduardo, Isabel, José Filomeno

Durante la sua presidenza ha dirottato le ricchezze del Paese al clan Dos Santos e ai suoi amici più stretti, uomini d’affari, mentre la popolazione languiva nella miseria. Un angolano su due vive al di sotto della soglia di povertà.

Nel 2018 l’anziano presidente lascia anche la leadership dell’MPLA, consegnando le redini a Lorenço. Durante il suo ultimo discorso, pronunciato l’8 settembre 2018 prima di abbandonare definitivamente ogni incarico politico, ha detto: “Me ne vado a testa alta e cedo il testimone al compagno Lorenço”. E ha aggiunto: Solo sbagliando si impara”,  ammettendo così pubblicamente di aver commesso “errori” durante i quasi quarant’anni alla guida del suo Paese, senza però specificare quali.

“Errori” che conosce però molto bene il suo successore Lorenço, che ha definito il nepotismo e la corruzione perpetrati da dos Santos e dai suoi figli miliardari (indagati dai tribunali da quando ha lasciato il potere) come il nemico numero uno dell’Angola.

La figlia Isabel miliardaria

Nel 2016 dos Santos nomina la primogenita Isabel (che dos Santos avuto dalla prima moglie Tatiana Kukanova, campionessa di scacchi russa, originaria dell’Azerbaigian) a capo delle compagnia statale del petrolio, Sonangol, mentre nel 2013 affida la presidenza del fondo statale petrolifero al secondogenito José Filomeno, incarichi revocati dal nuovo presidente.

Dal suo esilio a Barcellona, l’anziano ex leader angolano ha continuato a lottare per il suo clan, contro la crociata anticorruzione del suo successore nei confronti dei figli. Lorenço “si accanisce” in particolare contro la primogenita Isabel (il suo patrimonio è stimato in almeno tre miliardi di dollari), e José Filomeno, già condannato da un tribunale di Luanda per appropriazione indebita e altro. Anche la magistratura portoghese ha poi aperto un’indagine sulla miliardaria Isabel per riciclaggio di denaro.

L’ex presidente se ne va senza aver mai provato la sua innocenza dalle accuse di corruzione e appropriazione indebita di beni statali a beneficio del suo clan. Lascia dieci figli – avuti da cinque mogli diverse – e un patrimonio incalcolabile, che comprende partecipazioni in grandi aziende internazionali, attraverso paradisi fiscali e conti in tutto il mondo, soprattutto in Svizzera. Il suo ricchissimo Paese, invece, è ancora stremato dagli scandali e oltre il 70 per cento dei suoi connazionali vive con meno di 2 dollari al giorno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

Scontro armato in Nigeria: trecento terroristi in moto attaccano il convoglio presidenziale, ma Buhari non c’è

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 luglio 2022

Martedì scorso un commando di terroristi  a cavallo di rombanti moto, ha attaccatoun convoglio diretto nello Stato di origine del presidente della Nigeria. Nella carovana di autovetture viaggiavano uomini della sicurezza, altri addetti al protocollo e alla stampa, diretti a Daura (nello stato di Katsina), città natale di Muhammadu Buhari.

Avrebbero dovuto organizzare una visita del leader in occasione della festività musulmana di Eid-el-Kabir, che si celebra questo fine settimana. La Nigeria continua essere flagellata da bande criminali –  da gennaio 2022 definiti anch’essi terroristi dal governo di Abuja – dai ben conosciuti Boko Haram e dai miliziani di ISWAP (acronimo per The Islamic State in West Africa Province, fazione dei BH che si è staccata dal gruppo originale nel 2016).

Mohammadu Buhari

Garba Shehu, uno dei portavoce del presidente, ha confermato l’aggressione dei motociclisti armati: “Due persone del convoglio sono state ferite lievemente. L’attacco dopo uno scontro armato è stato respinto immediatamente da militari, agenti di polizia e da uomini dei servizi (DDS) che stavano accompagnando il convoglio”.

E proprio martedì l’emiro di Katsina, Alhaji Abdulmumini Kabir-Usman, ha annullato il Durbar, un festival che si ripete da centinaia di anni, durante il quale si esibiscono cavalieri appartenenti alla nobiltà locale, per rendere omaggio all’emiro nel giorno dell’Eid, noto a Katsina come Hawan Daushe.

Nigeria, Durbar, Hawan Daushe a Katsina

Sembra però che questa festività musulmana non porti molta fortuna all’attuale presidente. Il 27 agosto 1985, proprio il giorno di Eid El Kabir, Buhari, che allora era a capo della coalizione militare che aveva preso il potere con un colpo di Stato il 31 dicembre 1983, è stato deposto da un golpe organizzato da un suo collaboratore, il generale Ibrahim Babangida.

Nel 2015 Muhammadu Buhari si è presentato alle presidenziali ed è stato eletto democraticamente. Nel 2019 è stato confermato per un secondo mandato.

Muhammadu Buhari, presidente della giunta militare golpista del 1983

Durante la sua campagna elettorale del 2015, l’attuale presidente aveva promesso che avrebbe sconfitto Boko Haram  entro la fine dello stesso anno, ma ancora, dopo 7 anni, continuano a operare con attacchi uno dietro l’altro.

Alla piaga dei jihadisti si sono aggiunti ormai da anni anche bande criminali che terrorizzano vaste aree della Nigeria settentrionale. Le violenze e gli attacchi perpetrati da questi banditi hanno causato una nuova profonda crisi nel Paese. Queste bande estremamente ben organizzate, sono responsabili di rapimenti, mutilazioni, violenze sessuali e uccisioni di cittadini soprattutto nelle zone settentrionali del Paese, dove hanno sequestrato migliaia di studenti, chiedendo un lauto ricatto ai familiari. In alcuni casi i parenti hanno dovuto persino provvedere al cibo dei propri figli mentre erano in mano agli aguzzini.

Secondo Armed Conflict Location & Event Data Project (ONG specializzata nella raccolta, analisi e mappatura delle crisi), nel 2021 i banditi sarebbero responsabili della morte di oltre 2.600 civili, ben di più di quelli attribuiti ai terroristi Boko Haram e ISWAP nello stesso anno.

Domenica scorsa un gruppo di banditi ha tentato di rapire un sacerdote italiano. Pare che Luigi Brena, missionario dei Padri Somaschi, sia riuscito a liberarsi da solo, senza l’aiuto della polizia. Mentre padre Emanuel Silas, sequestrato il 4 luglio nel Kaduna state, è stato liberato dai suoi aguzzini qualche ora dopo. Non si hanno più notizie, invece di un altro religioso nigeriano, padre Pietro Amodu, sacerdote della diocesi di Otukpo, nello stato di Benue, rapito anch’esso in questi giorni.

Mercoledì sono scappati 900 detenuti da una prigione di Abuja, la capitale del Paese. Oltre la metà dei fuggiaschi sono ancora a piede libero; altri, invece, sono stati catturati dalle forze dell’ordine, altri ancora si sono presentati spontaneamente ai commissariati di polizia.

Le autorità hanno attribuito il rocambolesco attacco alla casa circondariale ai jihadisti, in quanto tra detenuti della prigione di Kuje, che si trova nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale della capitale, c’erano anche una sessantina di pericolosi terroristi. Negli ultimi 18 mesi sono state aggredite almeno 5 galere sul territorio nazionale.

E’ evidente che la sicurezza della nazione viene messa a dura prova quotidianamente. La colpa è da attribuirsi alla dilagante corruzione su tutti livelli della popolazione. Dunque non si può parlare di odio verso i cristiani. Sono ben di più i musulmani che quotidianamente vengono rapiti e ammazzati.

La Nigeria è considerata tra i Paesi più ricchi del continente, in quanto primo produttore di petrolio in Africa. Dei proventi dell’oro nero la popolazione vede ben poco, gran parte delle royalities si perdono appunto nei meandri della corruzione, piaga che tutti i presidenti del passato e anche l’attuale capo di Stato, hanno promesso di sradicare, ma sempre con scarso successo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Il massacro in Nigeria mette a nudo le falle nella sicurezza di un Paese divorato dalla corruzione e dal malaffare

 

Cinismo della diplomazia europea: l’Egitto è un buon amico per respingere i migranti, quindi alleiamoci

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
6 luglio 2022

L’Unione Europea rafforza i legami con il regime egiziano nel nome della lotta al terrorismo e alle migrazioni e il governo Draghi ringrazia.

Il 19 giugno scorso si è tenuto in Lussemburgo il Nono meeting del Consiglio associativo Ue-Egitto, presenti Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari esteri e le Politiche di difesa dell’Unione Europea, e Sameh Shoukry, ministro degli Esteri della Repubblica Araba d’Egitto dal 2014, l’anno dell’ascesa del federmaresciallo Abdel Fattah Al-Sisi.

Collaborazione UE e Egitto

“L’incontro ha confermato quanto sia robusta e multiforme la partnership tra i due Paesi”, riporta l’ufficio stampa della Commissione europea. Che aggiunge: “UE ed Egitto hanno sottolineato l’importanza di adottare un approccio globale alla governance delle migrazioni che affronti alle radici le cause dell’immigrazione irregolare, combatta il traffico di migranti e il traffico di persone, assicuri ritorni e reintegrazioni dignitose e sostenibili”.

“L’UE e l’Egitto sono impegnati nella protezione dei diritti dei migranti e dei rifugiati”, aggiunge Bruxelles facendosi beffa dei report delle organizzazioni internazionali e delle ONG che denunciano le gravi violazioni perpetrate dal regime del Cairo a danno di migranti e rifugiati.

E per il dittatore Al-Sisi è scattato pure l’ennesimo premio in denaro da convertire in nuovi sistemi d’arma e tecnologie sicuritarie e repressive. La Commissione europea ha infatti comunicato al ministro Shoukry l’approvazione del Multi-Annual Indicative Program 2021-2027 con lo stanziamento di una prima tranche di 240 milioni di euro per il triennio 2021-2024 a supporto dei programmi egiziani nel campo dello sviluppo sostenibile, della resilienza economica e dell’edificazione della prosperità attraverso la transizione verde e digitale.

“Sarà sviluppata la cooperazione della ricerca nel settore dell’energia, dell’acqua, dell’agroalimentare e della salute così come quella sulle tecnologie digitali”, aggiunge Bruxelles. E poi la ciliegina finale: “La lotta al terrorismo e all’estremismo violento rappresenta un obiettivo comune dell’UE e dell’Egitto.

Le due parti sono liete dell’imminente co-presidenza del Global Counter Terrorism Forum che prenderà il via nel marzo 2023 (si tratta della piattaforma multilaterale per sviluppare pratiche comuni contro il terrorismo internazionale, attualmente presieduta da Canada e Marocco, ndr) e ribadiscono l’impegno diretto a sradicare le cause del terrorismo nel pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.

L’insostenibile condivisione dell’UE e Al-Sisi per quanto riguarda le politiche di “contrasto” alle migrazioni e al terrorismo è stata ribadita il 27 giugno nel corso della vista ufficiale dell’ambasciatore egiziano presso l’Unione Europea, Badr Abdel Aati, al Comitato militare UE. “Il diplomatico egiziano ha discusso con il presidente permanente del Comitato, il generale Robert Brieger, sulla lotta all’immigrazione illegale e sui grandi progressi che l’Egitto ha registrato a riguardo, così come sulla situazione in atto nel Sahel e nel Corno d’Africa, alla luce della grande importanza che queste due aree rivestono per le due parti”, riferisce il quotidiano Daily News Egypt.

“Grande apprezzamento” sarebbe stato espresso dal generale Brieger per il ruolo centrale che l’Egitto ha assunto “per assicurare stabilità e sicurezza in Medio oriente e in Africa”.

Il Comitato militare UE si è altresì impegnato per sviluppare le relazioni di cooperazione con il partner mediterraneo nel settore dell’addestramento e del miglioramento dell’efficienza operativa.

Il colpo di acceleratore ai nuovi accordi di collaborazione UE-Egitto è giunto dopo la visita Al Cairo del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, lo scorso 15 giugno. Dopo il vertice con Abdel Fattah Al-Sisi, Bruxelles ha annunciato un nuovo accordo per accrescere le importazioni del gas estratto a largo delle coste egiziane.

Ursula von der Laye, Alto rappresentante dell’UE e il presidente egiziano Al-Sisi

Coincidenza vuole che proprio lo stesso giorno della visita di Ursula von der Leyen al Cairo, la Commissione UE ha redatto un paper a uso interno relativo allo stanziamento di 80 milioni di euro a favore del Corpo della Guardia costiera egiziana per “prevenire che le persone prendano le imbarcazioni per dirigersi verso l’Italia”, come riferisce EU Observer, entrato in possesso del documento.

Sempre secondo la Commissione UE, il denaro sarà sborsato in due fasi: 23 milioni saranno consegnati quest’anno per l’acquisto di “equipaggiamento per la sorveglianza delle frontiere marittime”, mentre i rimanenti 57 milioni giungeranno nel 2023 per “altre attrezzature non identificate”. Altri 32.9 milioni di euro verranno stanziati per “interventi umanitari” a favore dei rifugiati e dei richiedenti asilo “ospiti” in Egitto.

“Il denaro fa parte del piano di sviluppo della Commissione europea a supporto delle attività di ricerca e soccorso e di sorveglianza delle frontiere terrestri e marittime – spiega EU Observer -. La Commissione afferma che l’Ue è pronta a sostenere l’Egitto perché intervenga a impedire che le persone fuggano in barca dal Paese. Essa vuole accrescere i controlli della frontiera dell’Egitto con la Libia e il Sudan, ma non fornisce approfondimenti vista la lontananza della regione”.

Nel paper redatto il 15 giugno 2022, la Commissione UE annota che più di 3.500 cittadini egiziani avrebbero lasciato il Paese d’origine a bordo di imbarcazioni nei primi cinque mesi dell’anno. “La maggior parte di essi è giunta in Italia”, si aggiunge.

“Questo dato è quattro volte superiore a quanto registrato nello stesso periodo del 2021. Quella egiziana è adesso la prima nazionalità delle persone che sono giunte irregolarmente in Italia (…) Per questo è urgente che si sviluppi la cooperazione tra Egitto, Libia e altri paesi alla luce del drammatico incremento degli arrivi irregolari di cittadini egiziani in Unione europea (Italia)”. Bruxelles omette ovviamente di analizzare le ragioni per cui sempre più egiziani tentano di fuggire da un regime all’indice per la brutalità della repressione di ogni forma di dissenso, per la violazione sistematica dei diritti umani e sociali, per l’aumento esponenziale degli omicidi extragiudiziali, delle torture e delle sparizioni forzate.

Nell’autunno dello scorso anno alcuni organi di stampa egiziani hanno rivelato l’avvio di trattative top secret tra l’Italia e Il Cairo finalizzate a facilitare le deportazioni in Egitto di migranti egiziani “irregolari” in cambio di nuovi aiuti militari.

Il 4 ottobre Al-Araby Al-Jadeed, citando fonti anonime interne al regime, ha riferito di un accordo di cooperazione tra Egitto e Italia in via di elaborazione con cui Il Cairo continuerà ad accettare il rientro di rifugiati che hanno tentato di raggiungere l’Europa in cambio di incentivi militari e per la sicurezza da parte del Paese europeo. “Questa non dichiarata cooperazione alla sicurezza – ha aggiunto la fonte di Al-Araby Al-Jadeed – è la ragione per cui l’Egitto non è stato finora oggetto di una netta condanna nonostante il record di abusi dei diritti umani”.

Malgrado le proteste delle maggiori organizzazioni non governative internazionali, l’Italia ha aumentato le procedure di deportazione di cittadini egiziani. Nel periodo compreso tra il marzo e il maggio 2022 il Viminale ha noleggiato tre aeromobili per altrettanti servizi di rimpatrio di migranti (“tra 60 e 120”), con tanto di scorta di oltre 300 operatori di polizia.

Il primo volo è stato effettuato il 9 marzo con partenza da Roma Fiumicino, scalo a Palermo Punta Raisi e destinazione finale Il Cairo (costo 99.580 euro, contractor l’azienda P.A.S. – Professional Aviation Solutions Srl di Milano). La seconda espulsione è stata effettuata il 29 aprile con identico itinerario di volo (costo 82.500 euro, contractor Air Partner Srl di Milano); la terza il 14 maggio con partenza da Roma Fiumicino, scali a Bari Palese e Palermo Punta Raisi e destinazione finale Il Cairo (101.300 euro ancora una volta alla P.A.S. – Professional Aviation Solutions).

Secondo l’ultimo Rapporto tematico sull’attività di monitoraggio dei rimpatri forzati di cittadini stranieri del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, l’Egitto è stato il terzo Paese di destinazione dei rimpatri forzati tra il 1° gennaio e il 15 settembre 2021 (252 migranti espulsi, dopo Tunisia con 1.159 casi e Albania con 462). Nei tre anni precedenti gli egiziani deportati dall’Italia erano stati 748.

In una recente intervista a Repubblica, il garante nazionale Mauro Palma ha invitato le autorità italiane a una “doverosa riflessione” sull’opportunità dei rimpatri nel Paese nord-africano. “Molti rapporti internazionali parlano di casi di detenzione in Egitto basati su motivi ideologici e, alla luce dei fatti, non ci sono garanzie sul futuro delle persone che vengono espulse, una volta rientrate in quel Paese”, ha dichiarato Mauro Palma.

“Già nel 2018, nella nostra Relazione al Parlamento, avevamo espresso forti perplessità sull’opportunità di organizzare voli di rimpatrio forzato verso Paesi come l’Egitto che non hanno istituito un organismo nazionale di prevenzione della tortura o di altri trattamenti o pene inumane o degradanti e che non hanno firmato e tantomeno ratificato il trattato Opcat (il trattato sulla prevenzione della tortura, ndr) delle Nazioni Unite”.

L’Accordo di cooperazione tra Italia ed Egitto in materia di “riammissione e contrasto dell’immigrazione irregolare”, assunto a fondamento giuridico dell’escalation delle espulsioni è stato firmato a Roma il 9 gennaio 2007 dall’allora viceministro Ugo Intini (Presidente del Consiglio Romano Prodi) e dall’omologo viceministro della Repubblica d’Egitto Mohammed Meneisi.

L’Accordo è rimasto in vigore nonostante l’estromissione del presidente Hosni Mubarak, l’11 febbraio 2001, da parte del Consiglio supremo delle forze armate guidato dal generale Mohammed Hoseyn Tantawi, cui è seguita la contestata elezione di Mohamed Morsi (Fratelli Musulmani) e il golpe militare del 3 luglio 2013, con la presidenza provvisoria del magistrato Adil Mahmud Mansur e infine l’arrivo al potere di Al-Sisi (8 giugno 2014).

In vista del consolidamento dell’accordo di cooperazione contro l’immigrazione “clandestina”, il 6 maggio 2010 l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni (Lega Nord, premier Silvio Berlusconi) si recò in visita al Cairo insieme al capo della Polizia, Antonio Manganelli.

“In occasione dell’incontro con il ministro dell’Interno egiziano Habib Ibrahim El Adly, l’Italia ha consegnato, nel porto di Alessandria d’Egitto, due imbarcazioni classe 500 per controllare le acque territoriali e contrastare le partenze di immigrati clandestini”, riporta la nota del Viminale.

“Con l’Egitto – ha spiegato allora Maroni – abbiamo un ottimo accordo nell’ambito della lotta all’immigrazione clandestina, alla criminalità e al terrorismo: facciamo informazione ai poliziotti egiziani, cui abbiamo dato, prima delle motovedette di oggi, jeep e altre dotazioni. L’Egitto è interessato ad ampliare la cooperazione con l’Italia nel settore della sicurezza, soprattutto nell’ambito della lotta al terrorismo”.

Allora come adesso, governi, ministri e parlamentari chiudono entrambi gli occhi di fronte ai crimini del regime egiziano. Non sono stati sufficienti per imporre un cambio di rotta a Roma l’efferato omicidio del giovane ricercatore Giulio Regeni e i depistaggi delle autorità egiziane, così come la lunga e illegittima detenzione in Egitto di Patrick Zaki (studente del Master in studi di genere dell’Università di Bologna).

L’ultimo sentito riconoscimento alle politiche di contenimento migratorio è giunto il 22 giugno scorso per bocca del deputato di Italia Viva, Gennaro Migliore, già sottosegretario alla Giustizia e odierno Presidente dell’Assemblea parlamentare del Mediterraneo (PAM). Secondo Egypt Today. Migliore ha definito come “molto efficace” la cooperazione con l’Egitto nella lotta all’immigrazione illegale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Si rifiuta di pagare il pizzo: ammazzato in Somalia l’uomo accusato ingiustamente di aver ucciso Ilaria e Miran

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
6 luglio 2022

E sono due. Dopo l’autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, ucciso a Mogadiscio, appena sceso all’aeroporto, ieri una bomba, messa sotto il sedile dell’auto su cui viaggiava nel quartiere di Medina, ha ammazzato Hashi Omar Hassan, il somalo incriminato per la morte della giornalista della Rai e del suo cameraman, Miran Hrovatin, avvenuta il 20 marzo del 1994.

Nessuno finora ha rivendicato l’attentato che quindi viene attribuito a un atto di banditismo. Hashi abitava in Italia, nei pressi di Padova, e si occupava di piccolo commercio. Da qualche giorno era tornato in Somalia per visitare la mamma gravemente malata e non certamente per tornare a viverci.

Non lavorava per guadagnare perché il risarcimento dello Stato italiano per i 16 anni passati ingiustamente in carcere era stato considerevole. 3,8 milioni di euro. Cercava di aiutare la sua gente, soprattutto i più poveri.

L’auto dove viaggiata Hashi Omar Hassan, devastata dalla bomba

E forse sta in quel risarcimento la motivazione del suo assassinio. A Mogadiscio non sfugge la notizia su qualcuno che è “diventato ricco” e in Somalia non è molto difficile procurarsi un mitra o un ordigno necessario per fare saltare un veicolo. E il ricatto, il pizzo, è un fatto generalizzato. Nulla di più facile che qualcuno gli abbia intimato: “Dammi un po’ di quel denaro o ti facciamo fuori”.

Un’ipotesi di questo genere viene confermata anche da Mogadiscio: “Molti degli shebab conoscevano Hashi e soprattutto sanno che poteva disporre di grandi quantità di denaro. Nulla di più facile che gli abbiano chiesto “il pizzo”. Una forma di finanziamento per la congregazione islamista”.

“Dopo la scarcerazione – racconta un suo amico che lo conosceva bene – era già stato in Somalia e aveva ricevuto pesanti minacce. Gli avevano chiesto soldi ma lui aveva rifiutato. ‘I soldi mi servono per aiutare i somali, non per ammazzarli’, diceva. Non era più tornato”.

E allora perché quattro giorni prima di morire è rientrato? “Sua mamma – spiega il nostro interlocutore che per motivi di sicurezza non vuole si faccia il suo nome – è in condizioni di salute gravissime e potrebbe morire da un momento all’altro. Voleva rivederla ancora una volta e si è precipitato in Somalia. Si è armato di gran coraggio perché sapeva che avrebbe rischiato la vita e c’era qualcuno pronto a farlo fuori”.

Hashi Omar Hassan durante il processo nel 1998 (ansa)

“Era generoso. Con il denaro del risarcimento – raccontano ancora da Mogadiscio – cercava di aiutare la popolazione prostrata da 30 anni di guerra civile. Aveva finanziato la costruzione di pozzi ad Adale, il villaggio che si chiamava Italo (durante il periodo di colonizzazione italiana), poco a nord di Mogadiscio, dov’era nato. Il padre di Hashi invece abitava in Svezia dove si è rifugiato un po’ di anni fa ed è morto da pochi mesi”.

La società somala è organizzata in cabile, cioè in tribù, in forte antagonismo tra loro ma anche con robusti legami di solidarietà interna. Hashi apparteneva al clan abgal, sottoclan agonier, famiglia abdallah arone. Gli abgal, assieme agli habergidir, costituiscono la spina dorsale degli shebab, i terroristi legati ad Al Qaeda che danno un gran filo da torcere agli occidentali.

Aden Sabrie, è il giornalista somalo dalla BBC, che ha scovato il testimone Gelle con cui Hashi prima era stato incastrato e poi, grazie alla sua ritrattazione, liberato. Racconta: “L’avevo scongiurato di non partire, gli avevo chiesto di prendere sul serio quelle minacce. Invece lui è voluto andare lo stesso”.

Ironia della sorte il destino di Hashi è stato molto simile a quello dell’altro suo accusatore, l’autista di Ilaria e Miran, Ali Abdi. Suo grande accusatore. Ali aveva testimoniato di aver visto Hashi nel commando che aveva sparato ai giornalisti italiani.

Ali era l’autista della Panda che avevo noleggiato per diversi mesi a Mogadiscio, quindi lo conoscevo assai bene. Incontrato in Italia durante il processo mi aveva confessato che avrebbe voluto restare nel nostro Paese e non tornare mai più in patria. La testimonianza gli era servita per questo. Era convinto che accusando Hashi sarebbe potuto restare da noi.

Ali il fedele autista di Massimo Alberizzi vicino alla Panda noleggiata a Mogadiscio

La nostra conversazione avvenuta durante una delle udienze del processo era stata bruscamente interrotta da una delle guardie che lo teneva d’occhio. Non ho avuto mai la possibilità di proseguire e approfondire. Abitava in un appartamento vicino Roma.

Ali però era stato poi raggiunto da una proposta: “Se torni in Somalia ti diamo 50 mila euro”. Presi i soldi è stato messo su un aereo e rimpatriato. A Mogadiscio c’è rimasto un paio di giorni poi qualcuno l’ha ammazzato. Nella capitale somala erano convinti che a ucciderlo siano stati i familiari e gli amici di Hashi, per vendicare la sua testimonianza.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
#africexp
(1-continua)

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Tra severe norme anticovid e rigida sicurezza comincia il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca ottimo affare per il regno saudita

Africa ExPress
Gedda 5 luglio 2022

L’annuale Hajj (pellegrinaggio) alla Mecca, in Arabia Saudita, si svolgerà quest’anno dal 7 al 12 luglio 2022. Il più grande raduno religioso annuale di persone che riunisce milioni di musulmani da tutto il mondo.

Arabia Saudita Hajj, La Mecca 2022

Una marea di gente che arriva che si dirige, come attirate da una calamita, verso un unico punto della Terra. Pellegrini internazionali e nazionali sono attesi per l’edizione del 2022 (nel 2019 hanno partecipato circa 2,5 milioni di persone).

Il numero storicamente è stato molto più alto; tuttavia, le autorità hanno posto un limite ai pellegrini a causa delle preoccupazioni per la diffusione del COVID-19. La novità dell’edizione 2022 è che l’ Arabia Saudita ha introdotto nuove regole per l’accesso ai luoghi di culto, i visitatori dovranno preventivamente prenotare le loro visite alla Mecca attraverso un sito web del governo, e non tramite agenzie di viaggio (che hanno pacchetti piuttosto salati che partono dai 7.000 dollari, salgono a 10.000 e poi ancora più su.

Una “lotteria automatizzata” effettuerà l’estrazione designando il numero ristretto di autorizzati (non più di 1 milione) che potranno partecipare. Come ogni anno da 14 secoli, i pellegrini musulmani si raduneranno alla Mecca per eseguire rituali basati su quelli condotti dal profeta Maometto durante la sua ultima visita alla città.

L’esecuzione di questi rituali, noti come Hajj, è il quinto pilastro dell’Islam e la manifestazione più significativa della fede islamica. Intraprendere l’Hajj almeno una volta nella vita è un dovere per i musulmani che sono fisicamente e finanziariamente in grado di sostenere il viaggio alla Mecca (mentre l’”Umrah”, che è un pellegrinaggio minore, può essere intrapreso in qualsiasi momento dell’anno).

L’hajj consiste in una serie di riti religiosi che vengono completati nell’arco di cinque giorni nella città più sacra dell’Islam, La Mecca, e nelle aree circostanti dell’Arabia Saudita occidentale.

Per partecipare all’Hajj quest’anno, le persone devono avere meno di 65 anni ed essere completamente vaccinate contro COVID-19.

I pellegrini che vengono dall’estero sono tenuti a presentare un risultato negativo del test COVID-19 raccolto entro 72 ore prima della partenza per l’Arabia Saudita.

L’accesso ai luoghi santi di Mona, Muzdalifah e Arafat sarà limitato a coloro che hanno i permessi Hajj per la durata del pellegrinaggio (chiunque tenterà di eseguire l’Hajj senza il relativo permesso sarà multato con un’ammenda di 2.665dollari).

È probabile che una maggiore sicurezza e interruzioni localizzate del trasporto siano possibili in prossimità dei luoghi santi.

La maggior parte dei pellegrini volerà probabilmente all’aeroporto internazionale King Abdulaziz (JED) di Gedda e all’aeroporto internazionale Prince Mohammad bin Abdulaziz (MED) di Medina (molti sono già arrivati dall’ Indonesia, dalla Malesia e dall’India). Gli aeroporti sono attrezzati per far fronte al grande afflusso di viaggiatori e il personale di sicurezza aggiuntivo e i soccorritori di primo intervento si schiereranno in tutte le province della Mecca e Medina.

I titolari di visto Hajj sono limitati a viaggiare tra Gedda, Medina e La Mecca, con il divieto ai non musulmani di entrare alla Mecca e al centro di Medina. Quindi, l’impatto operativo al di fuori di quelle città sarà probabilmente minimo.

Prima della pandemia, i pellegrinaggi musulmani ed il turismo religioso erano una delle principali fonti di gettito per l’Arabia Saudita (che portavano circa 12 miliardi di dollari all’anno nelle casse statali) per il quale il Regno ha stanziato oltre 8o miliardi di dollari, investiti principalmente nella ristrutturazione della grande moschea di La Mecca, l’ampliamento di un albergo con 10 mila camere nei pressi del luogo di culto, nonché il potenziamento della tratta ferroviaria La Mecca–Medina.

L’Arabia Saudita ha quindi due delle cose più importanti del mondo arabo: La Mecca e Medina, dove si trovano le Due Sacre Moschee (il cui custode è l’anziano Re Salman Al Saud) che sono la Casa di Dio e la Moschea del Profeta che rappresentano l’Islam. Secondo il Corano, la religione del rispetto e della fratellanza.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

L’Unica nota stonata è il figlio del custode delle due Sacre Moschee: il principe ereditario Mohammed Bin Salman, tristemente noto per essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (sequestrato, torturato, assassinato, segato in pezzi con una motosega e bruciato da una squadra di sicari inviati dal principe sul barbecue del Consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul). L’uomo che, con un certo azzardo, qualcuno ha definito “l’artefice del rinascimento saudita”.

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Vacilla la giunta militare in Sudan: il generale-presidente apre a un governo civile

Africa ExPress
5 luglio 2022

Dopo quattro giorni di manifestazioni, che sono costate la vita a 9 dimostranti, uccisi dalle forze dell’ordine sudanesi, il presidente del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato del Sudan, il generale Abdel Fatah al-Burhan, è intervenuto inaspettatamente alla TV del regime, aprendo alla possibilità di trattare con i civili il futuro del Paese.

Sudan:Abdel Fatah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione

Durante la sua breve apparizione televisiva, il generale ha parlato di nuovo possibile scenario politico, dopo mesi e mesi di impasse e repressioni. Il putschista del golpe dello scorso ottobre ha invitato i “partiti politici e le organizzazioni rivoluzionarie sudanesi a impegnarsi in un dialogo immediato e serio per formare un governo di persone competenti, indipendenti che possano portare a termine i compiti del periodo di transizione”.

In poche parole, il presidente del Consiglio sovrano chiede ai suoi avversari di partecipare al dialogo avviato da Nazioni Unite, Unione Africana e IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), ai quali però gli oppositori del regime militare finora si sono rifiutati di partecipare, proprio per la presenza dei putschisti.

Al-Burhan ha aggiunto il particolare più importante: “l’esercito non parteciperà più a questi incontri e in futuro si occuperà solamente di difesa e sicurezza nazionale”.

Inaspettatamente il generale ha anche detto che non esclude che il Consiglio sovrano di transizione che presiede possa essere sciolto, una volta formato il nuovo governo civile, anche se un Consiglio supremo delle forze armate dovrà poi essere istituito.

La formazione di un esecutivo civile è la principale richiesta delle forze rivoluzionarie che per quattro giorni hanno occupato pacificamente strade, piazze a Khartoum e in altre città del Paese.

Sudan: non si arrestano le manifestazioni contro il regime militare

Finora le forze politiche in campo non hanno ancora reagito alle proposte del capo di Stato del governo di transizione. Intanto continuano i sit-in dei manifestanti in luoghi strategici della capitale e nemmeno lanci massicci di gas lacrimogeno sono riusciti disperdere i dimostranti.

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L’assalto delle multinazionali ai fertili terreni agricoli dell’Ucraina e al porto di Odessa comprato dagli americani

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Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 4 luglio 2022

Ma di chi è il grano prodotto dell’Ucraina e bloccato nei silos senza possibilità di essere esportato, in Africa soprattutto? Un rapporto della Oakland Institut, anche se un po’ datato (è del 2014), spiega come alcune le imprese agroalimentari transnazionali stavano investendo sempre di più in Ucraina e come stavano prendendo il controllo di tutti gli aspetti del sistema agricolo ucraino. Tra le altre le americane Monsanto, Cargill e Du Pont.

Le imprese, sostiene il rapporto, sono riuscite ad aggirare i divieti sulle compravendite dei terreni e le norme che regolano l’investimento in strutture per la produzione di sementi, l’acquisizione di impianti per la lavorazione e il trasporto delle materie prime.

Porto sul Mar Nero

Ma non solo. Alla domanda, a chi appartiene il terminal del porto di Odessa rispondono le notizie di economia e finanza facilmente reperibili anche online.

Il 16 luglio 2021, cioè esattamente un anno fa, una delle società interessate all’acquisto dei terreni agricoli ucraini, la Cargill (società a conduzione miliare più grande del mondo, con sede in Minnesota e non quotata in borsa), è diventata proprietaria del 51 per cento della joint venture Neptune, possessore del terminal più profondo del Mar Nero.

Lo scalo portuale nelle acque di Odessa è utilizzato dagli agricoltori ucraini come punto di partenza altamente competitivo sui mercati cerealicoli mondiali. E, secondo i programmi, avrebbe consentito di incrementare ulteriormente la produzione di grano e mais.

La guerra del grano

La guerra del grano è un tassello che nessuno ha ancora analizzato nella giusta dimensione e piazzato al posto corretto nel mosaico del conflitto tra Stati Uniti e Russia in corso in piena Europa.

Un tassello che mostra come sia semplicistica e superficiale la narrazione di una guerra descritta come uno scontro tra aggrediti (gli ucraini) e aggressori (i russi).

La guerra del grano viene liquidata con la battuta: “Bastardi i russi che affamano mezzo mondo bloccando l’esportazione dei cereali”. Oppure: “L’africa muore di fame perché i russi impediscono agli ucraini di inviare a chi ne ha bisogno il proprio grano”.


La geopolitica è così
. E’ una composizione di diversi elementi, ciascuno dei quali riveste un’importanza sia particolare, sia generale. Come le previsioni del tempo alcune variabili compaiono improvvisamente e scombussolano tutte le analisi e i pronostici validi fino a un attimo prima.

Forse è proprio analizzando gli interessi agricoli che si possono trovare alcune delle motivazioni che hanno portato alla guerra.

Gli impianti della Meptune nel porto di Odessa

L’interesse delle grandi imprese agroalimentari per i terreni agricoli ucraini non sorprende. Il Paese è da secoli conosciuto come il “granaio d’Europa” e ospita oltre 32 milioni di ettari di terreni incredibilmente fertili (e coltivabili), noti come black soil, cioè “terra nera” (il termine tecnico è chernozem). Ovviamente la collettivizzazione sovietica non ha permesso uno sviluppo adeguato e uno sfruttamento intensivo delle risorse disponibili.

Sicurezza alimentare

Il direttore regionale della Du Pont Europa, Jeff Rowe, all’epoca aveva infatti dichiarato: “L’agricoltura Ucraina è in rapidissima crescita mondiale ed è diventata un attore importante della sicurezza alimentare globale”. Ovvio che le multinazionali dell’agricoltura abbiano preso al volo una buona opportunità di business.

Il colore scuro della fertilissima “terra nera” ucraina

L’Oakland Institut nel suo rapporto del 2014, pubblica anche una scheda piuttosto significativa che illustra dettagliatamente la portata degli investimenti agroalimentari su larga scala in Ucraina dal 2010, da parte di società multinazionali.

I dati non sono recentissimi; risalgono a poco meno di dieci anni fa, ma si può vedere come già allora gli interessi agricoli verso l’Ucraina fossero rilevanti. Alcune di queste società non esistono più, come la Mriya Agro Holding Public Limited, che peraltro a Cipro aveva solo la sede legale, mentre altre come la Kernel Holding spa, lussemburghese, sono sussidiarie di altre compagnie: la Kernel in realtà appartiene alla Kopernik Global Investors, con sede a Tampa in Florida.

Si noti la presenza del fondo sovrano dell’Arabia Saudita lo strumento di investimento pubblico statale più ricco e importante del mondo.

Una storia a sé meriterebbe la Glencore Xstrata che il 2 maggio 2013 era stata interamente acquisita dalla Glencore, la chiacchierata società gigante delle commodities, fondata nel 1974 da Marc Rich con sede a Baar, nel cantone di Zug, in Svizzera, assai vantaggioso perché quasi esentasse.

Graziato da Clinton

Marc Rich era un commerciante internazionale di materie prime, gestore di fondi speculativi, finanziere e presunto criminale finanziario.

Era soprannominato “il fuggitivo più famoso del mondo”. Incriminato negli Stati Uniti con l’accusa federale di evasione fiscale per 48 milioni di dollari, frode telematica, racket e accordi petroliferi con l’Iran durante la crisi degli ostaggi iraniani, insomma più o meno 60 capi d’accusa, rischiava 300 anni di carcere. Per evitare di finire in cella, era quindi riparato in Svizzera.

Il 20 gennaio 2001, il giorno della scadenza del suo mandato presidenziale, Bill Clinton gli ha concesso la grazia, criticata da molte parti. Poco dopo venne rivelato che Rich, attraverso la sua ex moglie Denise, aveva finanziato il Partito Democratico e la fondazione che porta il none dell’ex presidente.

Massimo A. Alberizzi
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(1-continua)

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Weekend di proteste in Sudan: la polizia carica i dimostranti e spara sulla folla 9 morti e parecchi feriti

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Africa ExPress
Khartoum, 2 luglio 2022

I giovani sudanesi sono determinati. Scendono nelle strade e nelle piazze, chiedono con insistenza libere elezioni democratiche e un governo guidato da civili.

Il 30 giugno il governo di transizione militare guidato da  Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e de facto capo di Stato del Paese, ha nuovamente represso con la forza le manifestazioni. Il bilancio è pesante: 9 morti, la maggior parte di questi sono stati colpiti dalla pallottole sparate dalle forze dell’ordine, che hanno usato armi e lanciato lacrimogeni nel tentativo di disperdere la folla. I feriti sono tanti ma non si conosce il loro numero.

La comunità internazionale ha condannato l’esagerato l’uso della forza e le Nazioni Unite hanno chiesto che venga aperta un’inchiesta.

Già la mattina presto sono stati chiusi ponti e strade a Khartoum e in tutto il Paese internet è stato interrotto. Giovedì scorso, anniversario della presa del potere di Omar al Bashir  (30 giugno 1989), deposto depo le proteste dell’aprile 2019, centinaia di migliaia di sudanesi hanno manifestato contro il regime militare, non curanti del pericolo e della repressione. Il corteo di giovedì scorso è il più grande dal golpe del 25 ottobre scorso.

E ieri, 1° luglio, si sono svolte nuove manifestazioni in tutto il Paese. I sudanesi hanno voluto esprimere il loro sdegno per la morte dei compagni,  chiedendo nuovamente con insistenza ai militari di cedere il governo ai civili.

La giornata di venerdì è stata caratterizzata anche da un’ondata di arresti senza precedenti.  Gli avvocati parlano di centinaia di persone in stato di fermo, tra questi anche 48 donne, 20 minori e oltre 300 uomini. La maggior parte delle persone sarebbero state bloccate durante le manifestazioni, molti sarebbero stati picchiati selvaggiamente.

Intanto ieri, il presidente della Commissione Esteri del Senato americano, Bob Menendez, e uno dei suoi membri, Jim Risch, hanno detto di ritenere i leader militari del Sudan responsabili dell’uccisione dei manifestanti pro-democrazia.

Insieme a altri rappresentati della commissione hanno chiesto al governo di Washington di imporre sanzioni alle persone ai vertici della sicurezza sudanese.

Il tweet di condoglianze diffuso dall’ambasciata americana a Khartoum

Mentre in un tweet l’ambasciata USA a Khartoum ha esortato tutte le parti a riprendere i negoziati.

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George Pagulatos, il greco icona di Khartoum per i giornalisti, proprietario e manager dell’affascinante Hotel Acropole ci ha lasciato

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 3 luglio 2022

“Oh my God! What a pity! I talked to him few weeks ago! We all lose an historical reference in Khartoum, kind, gentlemen, polite and an unparalleled source! A friend has gone!” (“Oh mio Dio! Che peccato! Ho parlato con lui poche settimane fa! Perdiamo tutti un riferimento storico a Khartoum, gentile, garbato, educato e una fonte impareggiabile! Se n’è andato un amico!”).

Così ho reagito questa mattina quando ho risposto a un twitt di Philip Davies, impareggiabile amico cameraman della BBC, che mi ha annunciato la morte di George Pagulatos, lo straordinario manager e proprietario dell’hotel Acropole a Khartum. L’ho conosciuto nel 1987 quando per la prima volta ho visitato la capitale sudanese. E da allora quando passavo di li soggiornavo nel suo albergo. Di tanto in tanto gli telefonavo da Milano o da Nairobi.

George Pagulatos con la moglie Eleonora

Albergo? No, no. In realtà era una comunità dove si ritrovavano tutti gli stranieri (giornalisti, diplomatici dell’ONU, operatori di NGO) che soggiornavano a Khartum in quel momento. Ogni volta si formavano gruppi che diventavano amici (ma anche complici) che si scambiavano idee, informazioni e impressioni.

Ubicato in un palazzo coloniale (non certo spettacolare) nel centro di Khartoum non era certamente una struttura di super lusso, ma era affascinante. Li potevi trovare tante cose che per esempio non trovavi all’Hilton (ora ha cambiato proprietà ed è collassato), tranne la vista superba dell’albergo internazionale, alla confluenza dei due bracci del Nilo (azzurro a destra, bianco a sinistra).

Accanto a George a organizzare l’albergo e rispondere alle esigenze degli ospiti, sempre la moglie Eleonora e uno stuolo di camerieri, rispettosi e sempre attenti.

L’ultima volta ho sentito George al telefono qualche mese fa, quando il veneto Marco Zennaro era stato arrestato a Khartoum. Dopo essere finito nelle non invidiabili carceri sudanesi, Zennaro, rilasciato ma con obbligo di non partire, si era trasferito nell’albergo di George.

Al solito Pagulatos era stato garbato e mi aveva fatto parlare con l’italiano.

Addio George, la mia prossima visita a Khartoum non sarò più la stessa.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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La vendetta della natura, ucciso con un colpo in testa un cacciatore che ammazzava per “passione” leoni ed elefanti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
3 luglio 2022

L’inseguitore è diventato preda. Ma non dei leoni che voleva uccidere. Famoso in tutto il mondo e soprattutto in Sudafrica per i suoi trofei, Riaan Naude, 55 anni, cacciatore sudafricano di professione è morto ammazzato.

Riaan Naude con alcuni trofei di animali in via di estinzione

Secondo le prime ricostruzioni del World Animal News pare che sia stata una vera e propria esecuzione. Anche se non ci sono certezze. Il cacciatore si stava dirigendo verso il Kruger Park nella regione del Limpopo, quando si è dovuto fermare per un guasto all’auto. È stato avvicinato da due uomini che lo hanno freddato con un colpo alla testa.

Sono famose le foto con le sue prede/trofeo: leoni, giraffe, elefanti, rinoceronti trucidati. Odiato dagli ambientalisti, con la sua morte sono esplosi i post contro di lui. Tutto il pianeta si è scatenato sul web in varie lingue: “Il cacciatore è  stato cacciato”. “#RiaanNaude il bastardo che ha ammazzato animali in Africa è stato ammazzato con un colpo alla testa. Ciao pezzo di fango”.

#RiaanNaude ha fatto la stessa fine degli innumerevoli e meravigliosi animali che ha sterminato. Spiace. Per gli animali. Cià, ‘sa bevémo?”

“Secondo quanto riferito, il cacciatore di trofei Riaan Naude è stato ucciso. Alleluia”

Riaan Naude era noto per la sua passione per la caccia grossa e per l’organizzazione di safari per facoltosi turisti dal grilletto facile. Con la stessa intensità era odiatissimo dagli ambientalisti per la strage di animali in via di estinzione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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