Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 16 agosto 2022
Sono due minuscoli Paesi africani in cima alla graduatoria per numero di suicidi a livello mondiale. Il Regno del Lesotho, piccola monarchia costituzionale di re Letsi III, con 72,4 morti ogni 100 mila abitanti è risultato il primo. Al terzo posto, dopo la Guyana, troviamo il Regno di eSwatini (ex Swaziland), monarchia assoluta di Mswati III, che conta 29,4 suicidi ogni 100 mila abitanti. Ma nella classifica africana è al secondo posto seguito dal Sudafrica con 23,5 e dal Botswana con 16,1 ogni 100 mila residenti.
Suicidi in calo negli ultimi vent’anni
Lo dice uno studio della Banca Mondiale che fa riferimento agli ultimi dati raccolti del 2019. La buona notizia è che, negli ultimi vent’anni, a livello globale, c’è stato un calo dei suicidi. Nel 2000 si contavano quasi 13 suicidi ogni 100 mila abitanti scesi nel 2019 a 9,2. Quattro punti importanti che ci fanno capire che qualcosa sta cambiando e potrebbe anche migliorare.
Settecentomila suicidi ogni anno
È un problema planetario quello dei suicidi. L’organizzazione mondiale della Sanità (OMS–WHO) stima che oltre 700 mila persone si tolgano la vita ogni anno nel mondo. Uno ogni 25 secondi e, a causa della sua morte, almeno 135 persone subiscono il lutto. Ogni anno 108 milioni di persone sono colpite profondamente dal suicidio di un parente, un amico o una persona che conoscono. Secondo l’OMS il 79 per cento dei suicidi nel mondo avviene nei Paesi a medio e basso reddito. I sistemi più utilizzati sono l’ingestione di pesticidi, impiccagione e armi da fuoco.
Una giornata per sensibilizzare
Nel 2003, dall’Associazione Internazionale per la Prevenzione del Suicidio in collaborazione con l’OMS è stata intuita la “Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio”. Cade ogni 10 settembre e per il triennio 2021-2023 il tema scelto è “Creare speranza attraverso l’azione”. Secondo l’OMS, la Giornata – e il tema del triennio – servono a focalizzare l’attenzione sul problema. Inoltre “riducono lo stigma e sensibilizzano le organizzazioni, i governi e il pubblico trasmettendo un messaggio univoco: il suicidio può essere prevenuto”.
“Le nostre azioni, piccole o grandi che siano, possono dare speranza a chi sta lottando – suggerisce l’OMS. Possiamo incoraggiare la comprensione del problema, raggiungere le persone che stanno lottando e condividere le nostre esperienze. Possiamo creare speranza attraverso l’azione ed essere la luce”.
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Una ragazzina di 14 anni è morta all’inizio di questa settimana in seguito a un aborto clandestino, nel villaggio di Boumia, nella provincia di Midelt nel sud-est del Marocco. La notizia è stata riportata ieri dai media nazionali e ha subito suscitato grande indignazione in tutto il Regno.
Manifestazioni in Marocco per la liberalizzazione dell’aborto
A tutt’oggi l’interruzione volontaria di gravidanza è vietata in Marocco, a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo. Nonostante vari tentativi di cambiare la legge, l’aborto rimane punibile da sei mesi a due anni di carcere per la donna, mentre per chi lo esegue sono previsti da uno a cinque anni.
Una coalizione di associazioni femministe marocchine, Printemps de la dignité, è andate su tutte le furie quando ha saputo che l’aborto è stato eseguito a domicilio, in casa di un giovane, che sfruttava sessualmente la ragazzina.
In seguito alla tragedia, la polizia ha arrestato la madre della vittima, un’infermiera e il proprietario della casa dove è avvenuto l’aborto illegale, ha fatto sapere mercoledì l’emittente 2M sul suo sito web. Un altro sospettato è stato poi arrestato con l’accusa di assistenza durante l’aborto. Intanto proseguono le indagini degli inquirenti.
Per interruzione di gravidanza clandestina, nel 2019 è stata arrestata una giornalista, poi condannata a un anno di galera, il dottore che ha eseguito l’aborto, a due anni, e per altri due è stato interdetto all’esercizio della professione medica.
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Molti bambini ciadiani non sono mai andati a scuola. Tra questi i figli dei pastori nomadi, che si spostano in continuazione, una tradizione antica di secoli, non compatibile con il sistema scolastico del Paese.
Una scuola mobile per i bambini dei pastori nomadi in Ciad
Da qualche tempo, in un’aula improvvisata, all’aperto, decine di bambini, seduti su una stuoia, uno accanto all’altro, possono assistere a vere e proprie lezioni nel loro accampamento. Mentre il maestro scrive semplici calcoli su una lavagna in ardesia, i piccoli alunni lo guardano e ascoltano attentamente le sue parole.
Così i piccoli nomadi possono frequentano una scuola mobile, ideata e creata da Leonard Gamaigue, un insegnante di N’Djamena. Il giovane maestro ha avuto questa idea geniale nel 2019, quando ha visto i bambini giocare in un campo nomadi poco lontano dalla capitale, mentre i loro coetanei stanziali erano seduti nelle aule scolastiche.
Il Ciad conta poco più di 16 milioni di abitanti, di cui il 7 per cento nomadi che ogni anno si spostano con le loro mandrie centinaia di chilometri dal sud verso le zone centrali. Con l’arrivo delle piogge stagionali queste aree semi-aride rinverdiscono e offrono ricchi pascoli al bestiame.
Secondo IWGIA ( International Work Group for Indigenous Affairs con sede in Danimarca) nel 2018 solamente l’1 per cento dei figli dei nomadi ciadiani erano iscritti a scuola.
“Quando abbiamo iniziato, non avevamo praticamente nulla, nemmeno un pezzo di gesso”, ha ricordato il 28enne Gamaigue. Oggi, dopo tre anni, la sua scuola – che segue la comunità quando si sposta circa ogni due mesi – ha 69 alunni di varie età. Grazie a varie donazioni ora dispone anche di quaderni e penne e “l’aula” è persino dotata di una lavagna.
“Prima di allora i bambini di questa comunità nomade non sono mai andati a scuola. Oggi sanno scrivere il loro nome, si esprimono correttamente in francese e sono capaci di fare i conti”, racconta con immenso orgoglio Gamaigue.
Anche l’insegnante ha dovuto imparare molte cose prima di potersi adattarsi alla vita dei nomadi, come conservare l’acqua, vivere con una dieta a base di latte e abituarsi a impacchettare e spostare la scuola.
Ousmane Brahim, un genitore e leader del campo, ha detto di essere davvero contento di questa piccola, modesta scuola, eppure tanto importante per i bambini e ha sottolineato: “Noi nomadi non conoscevamo l’importanza della scuola, dell’istruzione. Solo ora ne comprendiamo il valore, per noi stessi e per il nostro Paese”
L’indice di sviluppo umano stilato dalle Nazioni Unite classifica il Ciad in 187esima posizione su 189 Paesi, con l’80 per cento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà; la mortalità infantile si attesta al 102 per mille e anche il tasso di analfabetismo è ancora molto elevato. Ne sono colpite maggiormente le donne, soprattutto quelle che vivono nelle zone rurali.
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Il ministero della Sanità del Gambia ha aperto un’inchiesta sulla morte per insufficienza renale acuta di almeno 28 bambini dell’età compresa tra i cinque mesi e i 4 anni. I decessi sono cominciati a fine luglio.
Non si esclude, specifica il ministero in un rapporto dell’8 agosto, che una delle cause che ha scatenato la gravissima patologia renale, potrebbe essere uno sciroppo largamente usato per abbassare la febbre, a base di paracetamolo.
Molti piccoli pazienti hanno accusato i primi sintomi della patologia 3-4 giorni dopo aver preso il medicinale. Non è comunque chiaro se a tutti bambini deceduti sia stata somministrata la stessa marca di sciroppo.
Gambia: insufficienza renale grave riscontrata in molti bambini in Gambia
Mustapha Bittaye, direttore dei servizi sanitari del Gambia, non esclude nemmeno che anche il batterio escherichia coli ( E. coli) possa essere la causa della morte dei bambini.
Nella maggior parte dei casi l’E.coli è innocuo per l’uomo e fa parte della flora intestinale, ma alcuni ceppi di questo batterio possono causare infezioni gravissime, come la sindrome emolitico-uremica, che è la causa più importante di insufficienza renale nei primi anni di vita, spesso letale nei bambini al di sotto dei 5 anni.
Bittaye ha spiegato che nelle ultime settimane in Gambia e in gran parte dell’Africa occidentale le forti piogge hanno causato inondazioni. Le strade non asfaltate della capitale Banjul e delle città circostanti sono state sommerse dalle acque.
L’uso di latrine a cielo aperto e di pozzi non sigillati nei centri urbani può portare alla contaminazione dell’acqua potabile e contribuire alla diffusione di malattie, come appunto l’E. coli.
Il batterio killer è stato trovato nelle feci di molti bambini malati, però parecchi tra loro hanno assunto anche sciroppo a base paracetamolo, ha dichiarato il ministero. “Il medicinale sotto inchiesta ha già causato malattie renali in altri Paesi – ha spiegato un portavoce del dicastero che ha aggiunto – Per il momento abbiamo sospeso la vendita dello sciroppo in tutto il Paese, finche non saranno effettuate tutte le verifiche del caso”.
Le autorità sanitarie hanno raccomandato ai genitori di lavare spesso le mani sia ai piccoli, ma anche a chi li accudisce e di far bollire l’acqua prima di darla da bere ai bambini.
Gli Stati Uniti hanno promesso di inviare in Gambia alcuni esperti per indagare insieme ai medici locali dell’Unità di epidemiologia e controllo delle malattie, e ad altri inviati dall’Agenzia per il controllo dei farmaci, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef. Tutti dovranno aiutare a capire cosa ha causato l’insufficienza renale acuta che ha colpito e ucciso molti piccoli pazienti dalla fine di luglio.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
11 settembre 2022
Grazie alla mediazione del Togo la scorsa settimana sono state liberate tre donne soldato che facevano parte del gruppo di 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako a metà luglio. Per gli altri 46 “mercenari”, ancora imprigionati in Mali la situazione è meno rosea. I soldati dovevano essere impegnati nell’ambito delle operazioni di supporto logistico della missione ONU in Mali, MINUSMA, ma il governo di transizione ritiene che siano mercenari.
Militari della Costa d’Avorio detenuti in Mali
Ora per la loro liberazione il governo di Bamako pretende l’estradizione immediata di tutti politici maliani che si sono rifugiati in Costa d’Avorio. Richiesta che ha irritato non poco il governo ivoriano. Una fonte vicino alla presidenza di Yamoussoukro (capitale della Costa d’Avorio) ha risposto che la pretesa avanzata dal presidente Assimi Goïta è un ricatto e i soldati ancora in mano ai maliani sono ormai ostaggi del governo di transizione.
La Costa d’Avorio esclude categoricamente l’estradizione dei personaggi politici maliani. Si tratta del figlio dell’ex-presidente del Mali, Karim Keïta, l’ex primo ministro Boubou Cissé e l’ex ministro Tiéman Hubert Coulibaly, contro i quali la giustizia maliana ha spiccato, in alcuni casi, mandati di cattura internazionali.
Poco più di una settimana fa il presidente golpista del Mali, Assimi Goïta, ha ricevuto a Bamako il suo omologo del Burkina Faso, Henri Sandaogo Damiba, salito al potere con un colpo di Stato lo scorso gennaio. I colloqui tra i due capi di Stato si sono concentrati sulla cooperazione bilaterale e sulla sicurezza.
Durante l’incontro è stata toccata anche la questione dei militari ivoriani. Poi i due presidenti hanno parlato per lo più del problema sicurezza, inquanto entrambi i Paesi sono particolarmente esposti ai continui attacchi di gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda, o da altri, fedeli allo stato islamico.
Per questo motivi i leader di Burkina Faso e Mali hanno deciso di rinforzare la cooperazione militare insieme al Niger, per poter controllare meglio la cosiddetta zona delle tre frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), particolarmente battuta dai terroristi.
Intanto, malgrado la presenza dei mercenari di Wagner, gli attacchi dei terroristi continuano senza sosta.
Martedì scorso miliziani del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) hanno preso in ostaggio la città di Talataye, che dista 150 chilometri da Gao e si trova nella zona delle tre frontiere.
Secondo quanto riferito da un combattente delMovimento per la salvezza di Azawad (MSA, movimento politico tuareg che riunisce diverse sigle che hanno firmato il trattato di pace del 2015), centinaia di uomini armati sarebbero arrivati in sella alle loro moto nella città. Gli scontri si sarebbero protratti per diverse ore, poi l’abitato sarebbe caduto in mano ai terroristi dell’EIGS per alcuni giorni.
Finora Talataye è sempre stata nelle mani del raggruppamento jihadista rivale, Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), in particolare Ansar Dine e Katiba Macina, che fanno parte di JNIM.
Secondo alcune fonti, sembra che EIGS abbia lanciato l’offensiva in due parti distinte a Talataye: a ovest contro i jihadisti del Jnim, mentre a est contro i tuareg (MSA), che negli ultimi mesi hanno cercato di proteggere la popolazione della zona.
RFI ha riferito che nessun altro gruppo tuareg, come GAITA (Gruppo di autodifesa tuareg Imgad e alleati) e nemmeno CMA (coalizione dei movimenti per l’Azawad) avrebbe partecipato insieme a MSA alla difesa della popolazione. Tantomeno i militari di FAMa e i loro alleati, i mercenari russi del gruppo Wagner.
Per fortuna gran parte dei residenti sono riusciti a fuggire, eppure, una volta terminato l’attacco, sono stati trovati una trentina di corpi, tra questi anche alcuni bambini. Inoltre tutti i negozi sono stati saccheggiati e alcune case bruciate. Un notabile del luogo ha riferito: “Non c’è più nulla da mangiare. Hanno portato via qualunque cosa”.
I responsabili civili della zona hanno chiesto aiuto alle ONG e al governo. Una situazione che sta peggiorando di giorno in giorno: dall’inizio dell’offensiva di EIGS nella zona (marzo di quest’anno), secondo l’ONU, oltre 50 mila persone hanno lasciato le loro case e si sono rifugiate a Menaka, senza contare i migliaia di sfollati che hanno scelto Gao o Kidal per mettersi al sicuro dai terroristi.
Intanto la scorsa settimana il villaggio di Nia-Ouro, situato vicino a Sofara, nella regione di Mopti, al centro del Mali, è stato oggetto di un’operazione anti-terrorista da parte di FAMa, in collaborazione con i mercenari russi e un gruppo di cacciatori tradizionali dozo.
Diverse fonti locali hanno riportato che alcune donne hanno subito aggressioni, sono state costrette a spogliarsi davanti ai contractor russi, altre hanno persino subito violenze sessuali.
Testimoni hanno inoltre riferito che il villaggio è stato saccheggiato: i dozo avrebbero caricato su carretti e pick-up bestiame, cereali, mobili, motociclette; mentre gioielli e oro sarebbero stati invece rubati dai russi.
Mercenari del gruppo Wagner in Mali
La maggior parte degli abitanti sono ormai fuggiti, il villaggio è praticamente deserto. Gli uomini se ne sono andati domenica scorsa, ancor prima dell’arrivo dei militari e i loro alleati.
Martedì scorso i militari hanno rilasciato un comunicato dove hanno sottolineato di aver neutralizzato due jihadisti e di aver fermato alcune persone sospette di far parte di gruppi armati. L’esercito ritiene che Nia-Ouro sia un covo di terroristi. Nessun accenno sulle violenze subite dalle donne, anzi nella comunicazione ufficiale l’esercito denuncia “propaganda e disinformazione dei terroristi e dei loro complici” .
Secondo fonti ONU, MINUSMA avrebbe già aperto un’indagine sulle accuse di abusi commessi a Nia-Ouro, ma le autorità hanno rifiutato l’accesso all’area.
Dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le accuse di abusi contro l’esercito maliano e i suoi ausiliari e le autorità promettono sistematicamente l’apertura di indagini indipendenti, ma rifiutano l’accesso alle aree interessate alla missione dell’ONU.
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La redazione di Africa ExPress, tutti corrispondentie collaboratori sono vicini al nostro direttore Massimo Alberizzi per la perdita del caro fratello Giorgio
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
10 settembre 2022
Se la montagna non viene a Muhamed, allora Muhamed va alla montagna. Moglie permettendo.
Se la montagna più alta in Senegal è di 581 metri, Muhamed va alla montagna anche se è la più alta d’Europa, 4810 metri. Non è un miracolo del Profeta, ma comunque si tratta di un’impresa alpinistica prodigiosa.
Muhamd Tunkara, senegalese, sul Monte Bianco
A compierla è stato Muhamed Tounkara, 31 anni, ingegnere informatico di professione, paracadutista e alpinista per passione e primo senegalese a scalare il Monte Bianco. E non per trovare un po’ di fresco, in questa torrida estate europea, ma per continuare a smentire il luogo comune per cui “gli africani subsahariani sono bravi solo nell’atletica e sono negati nello sport alpinistico o alle attività su neve e ghiaccio”.
Nel 2022 molto più in alto è andato il kenyota James “KG” Kagambi, 62 anni, che nel maggio scorso è salito sull’Everest (8848metri) con un gruppo all black (e qui ne abbiamo parlato).
Anche Muhamed Tounkara, però, intende volare su, sempre più su, nel blu dipinto di blu: “Alla fine del febbraio prossimo intendo salire sul Kilimanjaro, la cima del mio continente con i suoi 5895 metri – ha dichiarato ai media – Voglio che la gente prenda ispirazione da quello che faccio”.
“Essere il primo senegalese a conquistare il Monte Bianco non mi ha procurato un piacere particolare. E’ più importante applicare nella vita di tutti i giorni quelle capacità che ho sviluppato durante la scalata e che non avevo: coraggio, abnegazione, resistenza, dominio della paura e della morte. Se i sogni non ci fanno paura è perché non sono abbastanza grandi”.
Il suo grande sogno Muhamed Tounkara ha cominciato a coltivarlo nel 2009. Nato in Senegal, ha frequentato per 7 anni il Prytanée Nationale Militaire di Sain-Louis (nord Senegal), un istituto di formazione giovanile molto selettivo delle Forze Armate. Accoglie ogni anno i 50 migliori studenti del Paese (più 15 dall’estero), scelti attraverso un concorso cui prendono parte oltre 3 mila candidati.
Giunto in Francia per continuare gli studi, ha scoperto, grazie al cognato, la montagna, la neve, lo sci e perfino lo snowboard. A un certo punto ha deciso che invece “di continuare a scendere gli sarebbe piaciuto andare verso l’alto” e si è innamorato dell’alpinismo.
E così dal territorio quasi completamente pianeggiante di casa sua, in Senegal (dove continua ad andare per trovare la famiglia, vita da pendolare Parigi-Dakar) ha preso ad addestrarsi nelle Alpi francesi. Fino a diventare l’unico cittadino del Paese di Teranga a toccare il tetto del vecchio continente. Nonostante “mia moglie ami la tranquillità, non le montagne, né le mie avventure rischiose…Però non si oppone..”.
Ora lo attende il Kilimanjaro. Per ribadire il suo messaggio ai giovani senegalesi:”Credere nei sogni, convincersi che niente è impossibile. Gli unici limiti sono quelli che ci si impone”.
E parlando con emedia.sn ha ricordato: “Quando in luglio sono partito da Chamonix, le guide hanno cercato di dissuadermi, che le condizioni climatiche erano cattive, che avevano annullato tutte le spedizioni, che avventurarmi da solo era una follia, che non avrei percorso più di 100 metri… Sono andato avanti lo stesso dopo aver valutato i pro e i contro. E ce l’ho fatta”.
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
9 settembre 2022
Le Forze Armate italiane saranno presenti in Qatar per proteggere i mondiali di calcio, che si svolgeranno nel periodo 21 novembre – 18 dicembre di quest’anno. Si tratta di una novità contenuta nel provvedimento emanato dal Governo Draghi che autorizza le missioni militari all’estero.
Mondiali di calcio 2022 in Qatar
Nel Paese arabo saranno inviati 560 soldati, con 46 mezzi terrestri, un mezzo navale e 2 aerei, l’onere è pari a quasi 11 milioni di euro, di cui 3,5 relativi al 2023. Del resto la spedizione, come si legge nel Documento governativo, non ha un termine di scadenza. L’evento sportivo avrà una visibilità enorme a livello mondiale.
Il torneo “potrebbe potenzialmente essere oggetto di attività ostili di natura militare o terroristica – afferma il provvedimento governativo – condotte da Stati terzi, attori non statuali, organizzazioni terroristiche transnazionali o singoli individui”.
I vertici qatarioti hanno, pertanto, espresso l’auspicio che l’Italia – insieme a un gruppo ristretto di altri Paesi, segnatamente Francia, Regno Unito, USA e Turchia – possa contribuire a garantirne la protezione”.
L’Emirato, quindi, ha costituito una task force, composta da 5.000 militari, a cui si aggiungono i contingenti internazionali. Il contributo italiano consiste, in una fase di pianificazione congiunta, per la stesura del piano di difesa, svolta nel Paese arabo.
Inoltre, sono forniti corsi e moduli formativi, da svolgere sia in Italia sia in Qatar. Durante la fase operativa saranno schierati nel Paese del Golfo e nelle acque internazionali prospicienti, un dispositivo nazionale interforze, costituito da assetti CBRN (Chemical, biological, radiological and nuclear), Counter-IED (Counter Improvised Explosive Device), Counter-UAS (Counter Unmanned Aerial Systems), cinofili, una unità navale con elicotteri imbarcati e un radar di scoperta contro minaccia aerea. Per garantire il coordinamento delle attività operative
Il comandante del nostro contingente sarà ospitato presso l’autorità militare qatariote.
Militari italiani saranno presenti durante i mondiali di calcio in Qatar
La richiesta di supporto alle attività di difesa per i mondiali “si configura come il naturale corollario e il coronamento di una collaborazione tecnico-operativa e industriale avviata da anni nel settore della Difesa.”
Riserve di Amnesty
Ma non tutti giudicano la cosa positivamente: “Amnesty International Italia ritiene inaccettabile il supporto militare offerto dall’Italia a un Paese colpevole di sfruttare fino allo stremo centinaia di migliaia di lavoratori migranti dal 2010, quando gli venne assegnata la Coppa del mondo del 2022.
Sebbene vi sia stato qualche progresso – afferma Amnesty – grazie alle iniziative del Comitato supremo per la consegna e il patrimonio (il Comitato organizzatore dei mondiali di calcio) e alle riforme promosse dalle autorità qatariote, la limitata portata e la scarsa applicazione delle une e delle altre hanno fatto sì che le violazioni proseguissero e che i lavoratori migranti avessero scarso accesso alle forme di riparazione.”
L’associazione ha chiesto al governo quale posizione intenda assumere per il rischio di possibili violazioni dei diritti umani da parte delle autorità locali, nei confronti della comunità LGBTQIA+ o di iniziative di protesta pacifica.
La ONG ha anche chiesto al parlamento di rivedere l’autorizzazione alla missione nell’ottica del rispetto dei diritti umani e non degli interessi economici. La risposta è stata, come previsto, un silenzio assordante.
Le vendite di armi
Del resto i rapporti in ballo sono enormi. Il Paese arabo è stato nel 2021, nel 2018 e nel 2019 il principale cliente dell’industria della Difesa italiana, con circa 7,5 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione, concesse nel quinquennio 2016-21. Leonardo e Fincantieri, entrambe controllate dal ministero dell’Economia hanno fatto affari d’oro con Doha.
La prima ha venduto con una commessa miliardaria 24 caccia Eurofighter e quest’anno sei aerei addestratori M-346, velivoli che possono anche essere armati con missili o bombe.
Tale contratto rientra nell’accordo di cooperazione italo-qatariota del 2020 che include anche la formazione dei piloti in Italia, in particolare presso l’International Flight Training School di Galatina (Lecce).
Sempre Leonardo ha fornito, pochi mesi fa, due elicotteri per operazioni navali NFH. Tali velivoli sono parte della maxicommessa da 3 miliardi di euro siglata nel 2018 da NH Industries, di cui Leonardo possiede il 32 per cento.
Anche in questo caso la formazione degli elicotteristi avviene in Italia. Fincantieri è impegnata a fornire diverse navi per un valore di 4 miliardi comprendenti due pattugliatori, quattro corvette e una unità anfibia.
Il nostro ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha incontrato a La Spezia con il vice primo ministro e ministro di Stato per gli affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Mohamed Al Attyiah, per la consegna del pattugliatore d’altura “Sheraouh”, prodotto da Fincantieri.
Guerini ha così definito i rapporti bilaterali tra i due Paesi: “La cooperazione tra Italia e Qatar con l’intesa nel settore Difesa, coprono numerose attività di spiccato valore strategico”
Gli interessi nelle energie fossili
La grande rilevanza del Qatar interessa anche il settore energetico divenuto fondamentale alla luce della necessità di diversificare le forniture.
A giugno Eni e Qatar Energy hanno firmato un’intesa che consente al Cane a sei zampe di entrare nel più grande progetto mondiale per l’estrazione di gas naturale liquefatto.
Questi ingenti investimenti nelle energie fossili rischiano, tuttavia, di vanificare la lotta al cambiamento climatico e gli obiettivi fissati a livello internazionale in tal senso
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Le rivelazioni di Africa ExPress dei giorni sull’impegno preso dall’Italia ad addestrare i paramilitari sudanesi del Rapid Support Forses (RSF) approdano in parlamento. Ieri il senatore del Movimento 5 Stelle, Alberto Airola, ha preso la parola durante la riunione ed ha arringato i suoi colleghi.
I Rapid Support Forces sono formati in gran parte dagli ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini) e l’accordo con l’Italia, finanziato dall’Europa, prevede che il gruppo di tagliagole si occupi di bloccare i migranti che dall’Africa Centrale attraversano il Sudan e poi la Libia per raggiungere il Mediterraneo.
Il 12 gennaio scorso e poi il 5 d’agosto, gli RSF hanno ricevuto una delegazione di 007 italiani arrivata in segreto a Khartum.
Per altro poi in febbraio il capo di questo gruppo paramilitare, il generale Mohamed Hamdan Daglo, soprannominatoHemetti, ha fatto visita in gran segreto in Italia e alla fine ha presentato una lista di richieste comprendenti attrezzature per l’assistenza tecnica e il supporto strategico (cioè istruttori per corsi d’addestramento e armi).
Il nostro Paese e gli altri partner coinvolti (l’Unione Europea che finanzia l’operazione) dopo un’attenta valutazione hanno approvato la “lista” che contiene anche droni con i quali l’ex janjaweed intenderebbe, a suo dire, controllare le frontiere per fermare il flusso migratorio verso l’Europa.
Ma gli uomini del Rapid Support Forces sono anche impiegati dalla giunta militare al potere per reprimere nel sangue le manifestazioni pacifiche per la democrazia che da mesi si susseguono nel Paese africano.
Si pecca di ingenuità se si crede che le armi fornite e che fornirà l’Italia non saranno utilizzate contro i civili inermi per impedire alla dittatura di essere travolta.
Secondo informazioni raccolte daAfrica ExPress, da fonti sudanesi bene informate, almeno 15 istruttori italiani sono già impegnati in Sudan in gran segreto, e senza che sia stato informato il nostro parlamento, nell’addestramento degli ex janjaweed. Cosa che è stata sottolineata dal senatore Alberto Airola.
Attenzione però, c’è un’altra chicca: come sostiene il sito sempre ben informato sito dabangasudan.org con sede ad Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF.
Africa ExPress twitter @africexp
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Il 21 agosto 2022 tutto era pronto per l’inaugurazione del nuovo ponticello in una delle tante periferie di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo.
La struttura finanziata dalla fondazione DJCEP e lunga pochi metri, avrebbe dovuto collegare due quartieri, a sud della capitale. Al momento della piccola cerimonia di inaugurazione era presente la signora Badila, avvocato e presidente della DJCEP, e alcune autorità del luogo.
La signora, tagliando il nastro, ha tentato di pronunciare poche parole di circostanza: “Uniamo la gioventù congolese, risolleviamo il nostro Paese”. In quel momento è crollato tutto, ponticello e persone.
Kinshasa, Congo-K : durante la cerimonia di inaugurazione crolla il ponte che avrebbe dovuto collegare due quartieri periferici a sud della capitale
E’ proprio il caso di ricordare l’antico detto: “Acqua cheta rompe i ponti”. Come si evince dal video, diventato subito virale in tutto il Paese una volta postato sui social, alcune persone sono cadute, riportando lievi ferite.
La ditta che ha eseguito i lavori è stata querelata.
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