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Kenya, il popolo Sengwer sfrattato teme il genocidio in nome della conservazione della natura

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° luglio 2022

“Se volete fare conservazione, la prima cosa è garantire i diritti territoriali di noi sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla”. Sono alcune parole significative di una lettera mandata dai sengwer della foresta di Embobut, Kenya, a Survival International, ong che difende i diritti delle minoranze.

Non sono l’unica etnia keniota che lotta contro la conservazione imposta dal governo di Nairobi alle minoranze sfrattate dai loro territori con finanziamenti dell’Occidente. Nella lettera divulgata da Survival il popolo sengwer chiede all’occidente smettere di finanziare progetti di conservazione che li derubano delle loro terre e distruggono le loro vite.

Denaro che finanzia le violazioni dei diritti umani

“Il vostro denaro non viene usato per proteggere la natura, ma per finanziare violazioni dei diritti umani. La cancellazione del progetto dell’Unione Europea, Water – Towers Protection and Climate Change Mitigation and Adaptation Programme, lo dimostra.  Senza i fondi, nella terra sengwer, gli sfratti sono drasticamente diminuiti”, scrivono i sengwer.

“Il modello di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà a un genocidio. Non rinunceremo a un centimetro di questa terra. Se il governo keniota vuole ucciderci, è meglio che ci uccida qui, sulla nostra terra”.

manifestazione popolo sengwer
Manifestazione del popolo Sengwer

Alcuni dei popoli violentati in nome della conservazione

Survival denuncia che nell’elenco dei popoli in pericolo in Kenya ci sono anche i borana, gli ogiek e gli enderois. In Tanzania ci sono i masai e in Congo-B e Camerun i pigmei, di cui Africa ExPress ha scritto ampiamente. “Chiedo al mondo, al mondo intero, che dona denaro alla Northern Rangelands Trust (NRT ndr) – ha detto un uomo burana a Survival -. Veniamo torturati e colonizzati una seconda volta, stiamo morendo. In quanto esseri umani, non considerate il mio colore, la mia religione ma consideratemi un essere umano. Vi chiediamo di fermare queste donazioni alla NRT. Se siete umani, se siete davvero umani, fermate tutto questo”.

“ll governo ha detto che sfrattare le comunità è un modo per ripristinare la foresta. Ma se la foresta fosse lasciata agli ogiek, non verrebbe distrutta. Noi apparteniamo alla foresta, è lì che ci sono molte delle cose da cui dipendiamo”, ha raccontato un ogiek.

“Il vostro denaro è veleno”

Un anziano masai ha detto forte e chiaro: “Il vostro denaro per noi è veleno. Tra tutti i nemici nel mondo, la Frankfurt Zoological Society (FZS) è il nemico numero uno dei masai. Da quando abbiamo lasciato il Serengeti è responsabile di tutti gli sfratti del nostro popolo”.

Survival, oltre che denunciare la FZS, accusa anche The Nature Conservancy e altre grandi organizzazioni per la conservazione. “Unione Europea, Germania, Francia e USA sono tra i principali finanziatori di programmi di conservazione – afferma l’Ong -. Questi progetti implicano la creazione e il sostegno ad Aree Protette nelle terre ancestrali dei popoli indigeni, che vengono quindi sfrattati e abusati”.

Oltre a Survival anche Amnesty International ha denunciato le violenze contro un’etnia minoritaria in Uganda. In nome della conservazione i benet sono stati violentemente sfrattati dalla foresta del Monte Elgon e derubati della loro casa ancestrale.

Sandro Pintus
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Uganda, il calvario della minoranza Benet cacciata dalle proprie case e senza diritti

ONU condanna progetto WWF per abusi su larga scala contro i pigmei in Congo-B

Congo, pigmei scrivono alla Commissione Europea: “Ci avete derubato della nostra foresta”

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

Pigmei, ragazzo ammazzato da ranger pagati da Fondazione dello zoo di New York

I massacri dei mercenari russi in Sudan documentati (anche con fotografie) dagli avvocati del Darfur

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2022

Violenze e massacri dei mercenari della compagnia russa Wagner in Sudan. Poco meno di una settimana fa, l’ordine degli avvocati del Darfur ha accusato i contractor di aver ucciso un gruppo di minatori artigianali nella località di Um Dafuq.

Con un ampia documentazione, corredata anche da fotografie, l’associazione degli avvocati conferma di aver individuato i contractor russi mentre bivaccavano nei bar e passeggiavano nelle strade di Um Dafuq. La loro presenza era stata registrata nella regione già oltre un anno fa.

I miliziani sono stati visti anche nelle vallate del Sud Darfur al confine con la Repubblica Centrafricana e l’ordine degli avvocati ha anche raccolto testimonianze di familiari dei lavoratori uccisi.

Il governo militare al potere in Sudan continua a negare la presenza dei mercenari russi nel Paese, ma la faccenda non è altro che un segreto di pulcinella: i soldati di ventura sono arrivati già ai tempi dell’ex dittatore Omar al Bashir, Come Africa ExPress ha documentato più volte.

Minatori in Darfur, Sudan

Non va dimenticato che il Sudan è ricco in giacimenti auriferi, eppure è una delle nazioni più povere al mondo. Per la maggior parte, l’oro viene estratto in miniere a conduzione artigianale che mette in grave pericolo i minatori. Basti pensare che a dicembre sono morte oltre 30 persone nel West-Kordofan, in Darfur, in un giacimento che ufficialmente risultava chiuso.

Gli uomini di Wagner hanno stretti rapporti con i paramilitari sudanesi del Rapid Support Forces(RSF), cioè quelli che una volta si chiamavano janjaweed, i diavoli a cavallo che terrorizzavano le popolazioni del Darfur. Ancora oggi il loro capo è il vicepresidente del Sudan, il tagliagole Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti.

I mercenari russi sono presenti anche a al-Ibediyya, un’area ricca di miniere d’oro, che dista poco più di 300 chilometri da Khartoum. In questa zona, una società sudanese, la Meroe Gold, è proprietaria di un impianto che trasforma cumuli e cumuli dell’ancora polveroso ma prezioso minerale, in lingotti d’oro semi-lavorati.

L’impianto industriale è sorvegliatissimo e la gestione è stata affidata a un russo, molto vicino a Wagner. La popolazione ritiene che lo straniero domini il business dell’oro in tutta la zona. Infatti i locali hanno soprannominato la Moroe Gold “la compagnia dei russi”.

Ovviamente il governo sudanese smentisce sistematicamente qualsiasi informazione ripresa dai media, evitando però di entrare nei dettagli. E proprio una decina di giorni fa il ministro delle Finanze di Khartoum, Jibril Ibrahim, ha dichiarato senza mezzi termini di non essere al corrente di nulla per quanto concerne la Moroe Gold.

L’esatto contrario di Dagalo, che non nega affatto i suoi ottimi rapporti con il Cremlino, ed è inoltre onnipresente nel settore aurifero.

Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed

Pochi giorni dopo l’invasione russa in Ucraina, Dagalo si è recato a Mosca, dove ha avuto colloqui con personaggi di spicco del governo di Vladimir Putin. Il vice-presidente sudanese è stato ricevuto dal ministro della Difesa, Alexander Fomin, dal vice-primo ministro Alexander Novak, nonché dal potente ministro degli Esteri, Sergej Viktorovič Lavrov.

Non va dimenticato che il capo delle RSF è da sempre attivo nel settore con l’azienda di famiglia, la Al Gunade, che si occupa dell’estrazione e del commercio dell’oro. Secondo documenti visti dalla ONG Global Witness, il Sudan esporta anche ogni anno 16 miliardi di dollari d’oro negli Emirati Arabi.

Secondo alcuni esperti, la visita del vice-presidente sudanese a Mosca è stata organizzata proprio dal gruppo Wagner che gli ha garantito i necessari appoggi per restare al potere. Un occasione per i russi che così possono continuare a saccheggiare le risorse del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Business e salute: l’Italia vieta gli ospedali psichiatrici? Bene andiamo a costruirne uno in Kenya

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Giugno 2022

I manicomi in Italia sono stati chiusi con la legge Basaglia del 1978 e quindi non si possono più costruire. Allora cosa fa una persona buona, generosa e caritatevole? Va in Kenya ad aprirne uno. E così fa il gruppo italiano San Donato (con forti legami con Comunione e Liberazione). Oltretutto la nuova struttura offre buone opportunità di business, il che non guasta, perché queste attività non sono solo altruiste e disinteressate.

Luigi di Maio, ministro degli Esteri italiano, a sinistra e Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya

E così il 14 giugno scorso, il ministro degli Esteri Di Maio, è volato in Kenya (tappa del suo tour in quella parte del mondo) per assistere alla posa della prima pietra dell’ospedale psichiatrico Kenya International Mental Wellness Hospital, sito a Ngong, a una ventina di chilometri da Nairobi.

La struttura potrà accogliere oltre 1.000 pazienti, che saranno seguiti da altrettanto personale: tra medici e altri operatori sanitari si prevede l’assunzione di 1.100 persone

Oltre agli edifici per la cura, il centro sarà dotato di un’area per la didattica universitaria, una zona per le abitazioni del personale e un complesso sportivo.

La nuova struttura vorrebbe creare anche un polo di turismo medico per la comunità dell’Africa orientale, dove ospedali specializzati di questo genere non esistono.

Da parecchie fonti italiane, e non solo, sono state rivolte aperte critiche alla coerenza della presenza di un rappresentante dello Stato italiano ai massimi livelli per inaugurare un complesso per il trattamento delle malattie mentali della quale poco si sa, a parte i comunicati stampa lanciati per l’occasione.

In Italia, le strutture per le malattie psichiatriche sono regolamentate dal 1978 dalla legge Basaglia, precursore di una volontà di un trattamento più umano dei soggetti affetti da disturbi psichici. Siamo sicuri che in Kenya il trattamento dei pazienti sarà improntato alla tutela dei loro diritti e dei diritti umani in genere? Qualcuno ha avuto chiare e specifiche garanzie?

Prima della riforma dei servizi psichiatrici legata alla legge n. 180/1978, i manicomi erano spesso connotati come luoghi di contenimento sociale, dove l’intervento terapeutico e riabilitativo scontava frequentemente le limitazioni di un’impostazione clinica che si apriva poco ai contributi della psichiatria sociale, delle forme di supporto territoriale, delle potenzialità delle strutture intermedie, e della diffusione della psicoterapia nei servizi pubblici.

La legge voleva anche essere un modo per modernizzare l’impostazione clinica dell’assistenza psichiatrica, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali. (Fonte: Wikipedia)

Il merito di tali osservazioni potrebbe imputarsi a una possibile scarsa considerazione keniota del paziente affetto da disturbi della mente, affastellando in un unico fascio dei banali stereotipi, decidendo di primo acchito e dalla tastiera del proprio PC in salotto che una tale opera in questo Paese non potrà assolvere a un principio al quale i nostri rappresentanti in presenza nel Kenya avrebbero dovuto ispirarsi, la legge Basaglia approvata ben 44 anni fa.

Al contrario, l’utilizzo della parola “manicomio” sembra sia il leitmotiv della polemica, anche se questo termine si traduce in inglese con un’allocuzione più gentile (“mental hospital”) né tantomeno è stata menzionata negli annunci che hanno accompagnato l’inaugurazione visto che si parlava di “mental health”.

Effettuare un parallelo su come eravamo quasi una generazione addietro, come siamo diventati adesso e come sono i Kenioti oggi, sembrerebbe un esercizio di scarsa sensibilità: forse l’unico rilievo che si potrebbe imputare ai nostri rappresentanti presenti all’inaugurazione sarebbe quello di una scarsa coerenza istituzionale, ma Di Maio nasceva sette anni dopo la legge Basaglia, nel 1985.

L’interesse semmai sarebbe da portare alle organizzazioni che hanno proposto il progetto perché se il Gruppo San Donato emerge come uno dei più importanti operatori medicali e sanitari in Italia e (forse) adesso anche all’estero, permane una certa perplessità riguardo alle società componenti la cordata.

Presente a Ngong per l’inaugurazione con il ministro Di Maio e il nostro ambasciatore Alberto Pieri, c’era lo stesso Gruppo San Donato, rappresentato dal vice presidente Paolo Rotelli. Alla posa della prima pietra c’era anche un altro vice presidente del gruppo, Kamel Ghribi, uomo d’affari tunisino, proprietario della società GKSD Investment Holdings, una sorta di Joint Venture con il gruppo San Donato (da cui l’acronimo GKSD) e attiva in molteplici attività come sanità, edilizia, ingegneria, servizi professionali.

Insomma l’investimento in Kenya è stato dettato da intenzioni umanitarie da “buon samaritano” o piuttosto dalla prospettiva di far business, per esempio attivando finanziamenti dalla cooperazione italiana che poi finirebbero nelle casse del Gruppo San Donato?

Le realizzazioni della GKSD sono solo due, l’Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano e proprio il Kenya International Mental Wellness Hospital, e, tra l’altro, l’abbraccio tra il Presidente Kenyatta e Ghribi in occasione della visita alla Statehouse a Nairobi nel maggio scorso, in presenza del nostro Ambasciatore, era tutt’altro che protocollare.

Auguriamo il meglio al Gruppo San Donato e al suo partner GKSD. Ma forse sarebbe il caso, invece di guardare alla possibile pagliuzza di coerenza non percepita dal nostro rappresentante di governo, sarebbe piuttosto meglio assicurarsi che il progetto vinto in Kenya dal consorzio lo sia stato secondo le regole della buona e sana amministrazione: abbiamo già visto in un passato non troppo lontano delle storie di orrore come quella della Cooperativa Muratori e Cementieri (CMC) di Ravenna, per cui pende sulla testa dell’Amministratore Delegato Porcelli un mandato di cattura per truffa per una serie di dighe, mai portate a termine. Proprio in Kenya.

Michael Backbone
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Torna l’incubo jihadista in Mozambico: attentati e attacchi (morti e feriti) nelle zone controllate dalle truppe ruandesi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 giugno 2022

Ancora attacchi jihadisti a villaggi indifesi di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico vicino all’area dove ENI ha iniziato la produzione off-shore di gas.  Mocimboa da Praia e Macomia, aree bonificate dalle truppe ruandesi e dai militari della SADC (Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe) sono nuovamente sotto attacco.

Torna l’incubo del terrorismo jihadista

Torna così l’incubo dei terrorismo islamista che sembrava sconfitto. Per quattro giorni – dal 23 al 26 giugno scorsi – gruppi di jihadisti hanno attaccato veicoli ed effettuato incursioni in vari villaggi con morti e feriti.

Alcune fonti hanno dato conferma al giornale mozambicano Carta de Moçambique che a pochi chilometri da Mocimboa da Praia è stato assaltato un veicolo. Erano una decina di uomini armati che dopo aver saccheggiato il mezzo, gli hanno dato fuoco. Gli occupanti sono fortunatamente riusciti a fuggire.

mappa attacchi jihadisti
Mappa degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado tra il 23 e il 26 giugno 2022 (Courtesy GoogleMaps)

Il fatto che l’assalto sia avvenuto a poca distanza da Mocimboa da Praia desta preoccupazione e insicurezza nella popolazione. Dopo Palma, la cittadina è un importante porto per giacimenti di gas. Inoltre,  è stata il quartier generale del gruppo Alhu Sunnah wa-jammà, oggi chiamato IS Moz, affiliato all’ISIS.

Giovedì 23, nel distretto di Ancuabe, i jihadisti hanno assaltato il villaggio di Mahecani. Hanno ucciso una persona e bruciato diversi beni della popolazione. Altri attacchi terroristici sono stati effettuati in tre villaggi del distretto di Macomia: Nkoe, Chai, e Nanjaba.

A Nkoe, venerdì 24 giugno, i jihadisti, vestiti con uniformi simili a quelle dei militari mozambicani, sono stati scambiati per militari locali. Attaccato il villaggio hanno ammazzato due persone e bruciato una decina di case. Nel villaggio di Nanjaba, hanno sparato alla cieca, ferendo due persone e bruciato le capanne della popolazione. I due feriti sono ricoverati in terapia intensiva all’ospedale di Pemba.

Gli attacchi di Cabo Delgado rivendicati da ISIS

Jasmine Opperman, analista dell’ong di Cabo Ligado, tra il 23 e il 26 giugno, ha segnalato – e denunciato – sette attacchi jihadisti. Quattro nel distretto di Macomia; uno ad Ancuabe e uno a Mocimboa da Praia.  Con un tweet Opperman denuncia anche un altro attacco domenica 26 a Litanduacua (Macomia). Qui terroristi hanno attaccato il villaggio e bruciato le case. Secondo l’analista, ISIS oltre all’attacco di Litanduacua, ha rivendicato anche altri due assalti nel distretto di Macomia e di Ancuabe.

Da maggio 2021 a Cabo Delgado sono presenti circa 2.800 soldati stranieri oltre a istruttori militari dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Un migliaio sono soldati e poliziotti del Ruanda in base a un accordo bilaterale Maputo-Kigali con la mediazione del presidente francese Emmanuel Macron.

Anche la Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe ha mandato truppe dei 16 Paesi aderenti che si occupano anche della logistica. Il Sudafrica è presente con 1.500 militari e gli altri Paesi, a turno, con circa 300 soldati.

Il conflitto a Cabo Delgado è iniziato nell’ottobre 2017. Fino ad oggi secondo dati di Cabo Ligado, ci sono stati 4.051 di cui 1.752 civili e oltre 700.000 sfollati.

Tutto questo accade mentre la Missione militare della Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe in Mozambico (SAMIM) ha deciso di attuare le iniziative di sostegno alla costruzione della pace. Il programma SADC vuole migliorare la protezione sociale, l’ordine pubblico, l’assistenza umanitaria e le iniziative di sviluppo a Cabo Delgado.

Sandro Pintus
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Con una piattaforma gigantesca l’ENI, comincia la produzione di gas al largo delle coste del Mozambico

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Khartum e Addis Ababa ai ferri corti per l’uccisione di sette soldati sudanesi e il controllo di una fertile piana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 giugno 2022

La tensione tra Addis Ababa e Khartoum è nuovamente alle stelle, dopo l’uccisione di sette militari sudanesi e un civile.

Il presidente del Consiglio supremo del Sudan Al-Burhan nella piana di al-Fashqa

Le ostilità nella contesa per il controllo della fertile piana al-Fashqa si sono inasprite dopo l’infiammarsi della guerra in Tigray scoppiata nel novembre 2021. L’area contesa si estende su 12 mila chilometri quadrati e si trova tra due fiumi, da un lato confina con il nord della regione Amhara e il Tigray, dall’altra con lo stato sudanese Gedaref.

Il presidente del Consiglio sovrano, nonché capo di Stato del Sudan, Abdel-Fattah Burhan, si è recato sul posto ieri, per dare sostegno ai propri soldati in servizio nella zona di confine dove è avvenuto il tragico “incidente”.

Secondo quanto afferma il ministero degli Esteri di Khartoum, sette militari e un civile sarebbero stati catturati il 22 giugno scorso in territorio sudanese da soldati etiopici. In seguito sarebbero stati portati in Etiopia dove sarebbero stati giustiziati. In un comunicato rilasciato domenica, le forze armate del Sudan hanno accusato i colleghi del Paese confinante di aver poi esposto al pubblico i corpi dei militari e del civile ammazzati.

Intanto è già stato convocato l’ambasciatore di Addis Ababa accreditato a Khartoum, mentre il Sudan ha richiamato per colloqui il proprio rappresentante dall’Etiopia. Il ministero degli Esteri sudanese ha inoltre annunciato che presenterà una denuncia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nonché agli organi istituzionali regionali.

Dal canto suo l’Etiopia sostiene che le violenze sono state “deliberatamente architettate” per minare le relazioni tra i due vicini che, nonostante i numerosi cicli di negoziati, non sono mai riusciti a raggiungere un accordo sulla delimitazione del confine.

In un comunicato del ministero degli Esteri dell’Etiopia, del quale Africa ExPress ha potuto prendere visione, Addis Ababa sostiene che militari sudanesi sarebbero penetrati in territorio etiopico grazie all’aiuto di ribelli del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Secondo il governo del primo ministro, Abiy Ahmed, i sudanesi sarebbero stati ammazzati da un gruppo di miliziani.

I confini tra Sudan ed Etiopia sono stati tracciati in epoca coloniale; quando il Sudan ha raggiunto l’indipendenza nel 1956, non è stata fatta una chiara demarcazione dei 1.600 chilometri che separano i due Stati. Recentemente Khartoum ha instaurato una commissione tecnica, Sudan’s border development committee, con l’incarico di studiare in dettaglio la questione.

Cornelia I. Toelgyes
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Emancipazione femminile in Arabia Saudita: Di Maio sulle orme di Renzi loda il principe che per la Cia è un assassino

Africa ExPress
27 giugno 2022

Sarà il caldo, saranno gli effetti collaterali della guerra in Ucraina o forse quelli del Covid-19, ma occorre registrare che sulle orme di Matteo Renzi si è incamminato un altro politico italiano: il ministro degli Esteri Luigi di Maio. Folgorato non sulla via di Damasco ma su quella di Riyad ha elogiato le riforme sociali messe in atto nel Paese del “Nuovo Rinascimento”, cioè l’Arabia Saudita.

In una intervista esclusiva, rilasciata al quotidiano saudita Arab News, il capo della Farnesina senza mezzi termini ha sottolineato che il nostro governo è pronto a sostenere il principe ereditario, Mohammed Bin Salam, di fatto già monarca e il regno dell’Arabia Saudita. La CIA lo considera il mandante dell’assassinio del giornalista saudita del Washington Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018. Il suo cadavere fu sezionato con una sega elettrica e bruciato sul barbecue della sede diplomatica.

Proprio ieri Di Maio è partito nel regno wahabita, visita che coincide con 90° anniversario della stabilizzazione delle relazioni diplomatiche bilaterali. Occasione per consolidare ulteriormente il dialogo strategico tra Roma e Ryiad.

Durante l’intervista al quotidiano saudita, il ministro degli Esteri ha affermato che entrambi i governi sono pienamente allineati e condividono interessi comuni e priorità strategiche. Le basi per una relazione onnicomprensiva a lungo termine sono già state poste con il Memorandum of Understanding, siglato a Al Ula nel gennaio 2021.

Di Maio ha sottolineato che entro la fine dell’anno l’Italia organizzerà eventi celebrativi per il 90° anniversario delle relazioni diplomatiche con ia l’Arabia Saudita. “L’Italia è stato uno dei primi Paesi a stabilire relazioni diplomatiche con il Regno all’inizio degli anni ’30 e il 2022 segna un anniversario molto importante in questa lunga amicizia”, ha precisato di Maio durante l’intervista.

Oggi il nostro ministro ha co-presieduto la 12a sessione della Commissione mista saudita-italiana insieme al capo del dicastero delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, e parteciperà inoltre anche al Forum saudita-italiano per gli investimenti, dove istituzioni e imprese di entrambi i Paesi si incontreranno per sviluppare nuovi partnership.

“All’epoca, l’Italia e l’Arabia Saudita avevano deciso di avviare un dialogo strategico e la mia visita mira a consolidare la nostra relazione di lunga data, esplorando nuove aree di cooperazione e partnership – ha dichiarato Di Maio nell’intervista pubblicata sabato -. La 12a sessione della commissione mista si concentrerà su questi obiettivi. Le aziende italiane high-tech presenti all’evento potranno contribuire agli obiettivi del Regno di un’economia più diversificata, soprattutto nei settori della sostenibilità e della transizione energetica”.

Le relazioni italo-saudite sono improntate verso un maggiore sviluppo politico, economico e culturale. Sviluppo che si materializza soprattutto nella vendita di armi italiane all’intollerante e repressivo regno arano.

Di Maio ha elogiato la leadership saudita per aver compiuto “sviluppi sociali significativi, soprattutto per quanto riguarda l’emancipazione femminile – aggiungendo che L’Italia “è pronta a fornire tutto il supporto di cui il Regno ha bisogno per attuare ulteriori riforme”.

Il ministro 35enne è considerato dagli arabi una delle figure di spicco nella scena politica italiana. La scorsa settimana ha costituito un gruppo parlamentare “Insieme per il Futuro” (IpF), frutto della scissione dal Movimento Cinque Stelle, nato per combattere la corruzione e il malaffare e ora schierato in parlamento con il governo Draghi.

Di Maio nell’intervista ha sottolineato che l’Italia e l’Arabia Saudita condividono “profondi legami storici” e si è detto “felice” di tornare nel regno dopo la sua ultima visita nel gennaio 2021, “quando ho anche avuto il privilegio di visitare il magnifico sito di Al Ula” (sponsorizzato da Matteo Renzi).

Ha osservato poi che la cooperazione tra Roma e Riyadh è “cresciuta nel corso degli anni in tutti i settori. Non vediamo l’ora di rafforzare ulteriormente la nostra cooperazione nei settori delle infrastrutture, delle nuove tecnologie, dell’economia intelligente, del turismo e della transizione verde”, ha aggiunto Di Maio.

Nel 2021, il commercio bilaterale tra le due nazioni ha superato gli 8,6 miliardi di dollari, con un aumento del 32,9 per cento rispetto al 2020. L’Italia è il settimo fornitore di beni commerciali dell’Arabia Saudita e il Regno è al 21° posto per quelli forniti all’Italia.

Il 9 per cento delle nostre importazioni di petrolio proviene dall’Arabia Saudita. L’Osservatorio della complessità economica, lo strumento di visualizzazione dei dati leader nel mondo per le statistiche sul commercio internazionale, nel 2020 ha indicato che le esportazioni saudite verso l’ Italia ammontano a 3,18 miliardi di dollari. Al primo posto troviamo il greggio per un valore di 1,7 miliardi di dollari, il petrolio raffinato con 931 milioni di dollari e 97,9 milioni di dollari per etilene polimeri.

Negli ultimi 25 anni, le esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita sono aumentate del 3,31 per cento all’anno: da 1,67 miliardi di dollari nel 1995 a 3,77 miliardi di dollari nel 2020.

Le forniture di petrolio e gas saranno all’ordine del giorno durante gli incontri ufficiali, poiché l’Italia, insieme alla Germania, ha approvato l’apertura di conti in rubli russi all’inizio di maggio affinché le aziende possano continuare ad acquistare petrolio e gas russi senza violare la lettera di sanzioni imposto dall’Unione Europea alla Russia. Di Maio ha detto: “C’è sempre spazio per migliorare però. Contiamo di rafforzare la nostra cooperazione nei settori del petrolio e del gas naturale”.

L’Italia e i suoi partner dell’UE hanno concordato di ridurre le importazioni di greggio russo entro il 2023, in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Mossa definita dal nostro presidente del Consiglio Mario Draghi come “un completo successo”.

Il ministro degli Esteri italiano ha aggiunto: “L’Arabia Saudita è un partner chiave per la stabilità regionale del Medio Oriente e del Golfo per l’Italia. Pertanto, apprezziamo profondamente il nostro dialogo sui principali fascicoli regionali. Crediamo fermamente che un Mediterraneo più ampio sia una regione di opportunità, dove è possibile instaurare fruttuose sinergie tra persone ed economie. Condividiamo questo impegno con il Regno dell’Arabia Saudita e siamo pronti a lavorare insieme per questi obiettivi comuni”.

Sul tema della cooperazione, il ministro ha affermato: “La mia partecipazione in questi giorni alla commissione mista e al business forum dimostra ancora una volta il nostro impegno a celebrare questo anniversario, rafforzando la nostra cooperazione sia nei settori tradizionali che in quelli nuovi. Rimane ancora molto da fare, ma l’Italia è pronta a fornire tutto il supporto di cui il Regno ha bisogno per attuare ulteriormente le sue riforme. Con questo spirito, sono fiducioso che l’Investment Business Forum saudita-italiano che co-presiederò il 27 giugno si rivelerà un successo e sarà un fattore scatenante per promuovere nuove partnership industriali e commerciali”.

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Assange: spia o giornalista da Pulitzer? Ne parlano Stefania Maurizi, Gianni Barbacetto, Massimo Alberizzi

Africa Express e Senza Bavaglio
Milano, 26 giugno 2022

Lunedì 27 giugno – ore 18 Stefania Maurizi presenta il suo libro “Il potere segreto” nello studio dell’architetto Emilio Battisti.
Milano, viale Caldara 13, interno 7.
Con l’autrice, discuteranno sull’estradizione di Julian Assange i giornalisti Gianni Barbacetto e Massimo Alberizzi.

Incontro aperto al pubblico, e in diretta sulla pagina Facebook di Emilio Battisti

https://www.facebook.com/emilio.battisti.56

Gli aggiornamenti sulla vicenda di Assange si possono leggere su Micromega, all’indirizzo https://micromega.substack.com/p/la-battaglia-per-la-liberta-di-julian

Fate girare questo messaggio. La mobilitazione è importante per salvare la vita di Julian Assange

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Julian Paul Assange, giornalista australiano, ora detenuto in custodia cautelare in un carcere di massima sicurezza in Gran Bretagna, nei prossimi giorni rischia di essere estradato negli Stati Uniti, dove potrebbero attenderlo 175 anni di galera: è accusato di aver divulgato documenti segreti che hanno rivelato crimini di guerra e torture delle truppe americane in Afghanistan e in Iraq.

A decidere di ribaltare completamente il verdetto del giudice che nel gennaio dello scorso anno aveva negato l’estradizione, è stata la High Court di Londra con una sentenza emessa il 10 dicembre, proprio nel giorno in cui si celebrava la Giornata mondiale dei Diritti umani. Gli USA vorrebbero processare Assange perché ha reso pubblici documenti coperti dal segreto militare. Ma il loro contenuto – la testimonianza di crimini di guerra e violazione dei diritti umani – è tale che la sua divulgazione rappresenta un servizio reso ai cittadini di quelle nazioni che, proprio perché si dichiarano democratiche, devono sottoporsi al controllo degli elettori affinché si sappia ciò che i governanti fanno in loro nome.

Senza questo controllo, che esige una trasparenza quanto più ampia possibile e perciò una stampa quanto più libera e indipendente, non si può avere democrazia, perché saremmo privati della libertà di parola, e soprattutto degli strumenti che ci permetterebbero di avere una visione informata e critica.

Se coronata da successo, l’incriminazione di Assange ai sensi dell’ Espionage Act (una legge risalente al 1917 che non distingue tra il giornalista che pubblica materiale nel pubblico interesse e la spia che rivela segreti al nemico) decreterebbe non solo la fine della libertà di stampa e del giornalismo di inchiesta a scala mondiale, ma anche della democrazia intesa come forma di governo in cui la titolarità del potere risiede permanentemente nelle mani dei cittadini che, attraverso gli organi di informazione, ne controllano l’esercizio.

Poiché la decisione finale dell’ultra conservatrice ministra degli interni britannica Priti Patel autorizza l’estradizione, Assange potrà essere deportato negli USA nei prossimi giorni e la sua sorte dipende ormai soltanto dalla urgente mobilitazione che sapremo creare.

Stefania Maurizi, giornalista investigativa, ha affrontato e approfondito il tema nel suo documentatissimo libro “Il potere segreto” (edito da Chiarelettere), e ne discuterà in collegamento da remoto con Massimo Alberizzi e Gianni Barbacetto, presenti in studio.

Emilio Battisti

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Misteriosa tragedia in Sudafrica: trovati morti 22 studenti dopo una festa in un pub

Africa ExPress
26 giugno 2022

E’ ancora senza responsabili la tragedia che si è consumata nelle prime ore di questa domenica in un night a East London, città nella provincia del Capo Orientale del Sudafrica.

La polizia sudafricana indaga sulla morte di 22 giovani

Secondo quanto riportato da New24 South Africa, che ha intervistato il primo ministro della provincia, Oscar Mabuyane, non sono ancora chiare le circostanze in cui sono morti oltre 20 giovani tra i 18 e 20 anni, che hanno passato la notte in una discoteca del luogo, situata al Scenery Park, per festeggiare la fine degli esami scritti delle superiori.

In base a una prima ricostruzione dei fatti, 20 giovani sarebbero morti nel locale, mentre, altri due sarebbero stati trasportati in ospedale in fin di vita.

Un giornale locale ha riportato che i giovani erano stesi per terra, sotto i tavoli e tra le sedie. La scena del crimine non mostra violenze di alcun genere. I corpi non presentano ferite. Nessun segno che siano rimasti uccisi durante un fuggi fuggi  generale. Secondo un rapporto stilato dalle autorità, altre 35 persone risultano introvabili al momento attuale.

Intanto centinaia di persone si sono accalcate all’esterno del locale, con la speranza di ritrovare i propri congiunti. Finora la polizia ha vietato l’entrata a chiunque, per non inquinare la scena del crimine.

Le salme dei giovani sono state portate all’obitorio statale. “Effettueremo quanto prima le autopsie per conoscere la causa della morte dei ragazzi”, ha commentato il portavoce del dipartimento della Sanità della provincia, Siyanda Manana.

Le famiglie che non hanno visto tornare a casa i propri figli stanotte, sono state invitate dalle autorità a recarsi all’obitorio per aiutare a identificare i ragazzi morti.

Sudafrica: 22 giovani morti durante una festa

Mentre il capo della polizia locale, Tembinkosi Kinana, ha detto che le forze dell’ordine sono state avvisate della tragedia questa mattina presto da alcuni cittadini.

Le indagini procedono a 360 gradi, non si esclude nessuna pista, ma è ancora presto per formulare ancora solo ipotesi.

Africa ExPress  
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Nessuna notizie delle cinque calciatrici eritree scappate dalla dittatura in Uganda lo scorso novembre

Dal Nostro corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 giugno 2022

Chi le ha (più) viste?
Iseha Luwam Solomon, 16 anni? Assente
Mohammed Yordanos Abraham, 17 anni? Assente
Raka Shamat Futsum, 18 anni? Assente
Kahsay Rachel Michael, 18 anni? Assente
Knfu Trhas Habate 19 anni? Assente

Squadra femminile under 20 eritrea

Inutile continuare a chiamarle in camera il mattino di martedì 2 novembre 2021 al Sunset Hotel International di Jinja, città dell’Uganda Orientale, sulle rive del lago Vittoria.

Non risponde nessuno. Delle cinque giovani, calciatrici, eritree, nessun segno di vita. Né di morte. Si esaminano i filmati della Tv a circuito chiuso dell’albergo. Si setaccia il mondo della comunità eritrea di Jinja e dell’intero Uganda. Niente. Missing. Sparite. Non per sempre, però. “Sono vive e vegete, sane e salve, stanno tutte bene”, ha assicurato l’altro giorno il quotidiano britannico Guardian, che non ha voluto stendere il velo dell’oblio sulla sparizione collegiale. Senza, però, rivelare dove da 7 mesi e mezzo continuino a nascondersi

L’ultima traccia del quintetto risale, infatti, al giorno precedente, lunedì 1 novembre. Al campo sportivo dove si disputa Cecafa under 20, il campionato femminile dell’Africa Centrale e Orientale. Qui la nazionale eritrea con la maglia rosso verde, di cui fanno parte Solomon, Abraham, Futsum, Michael, Habate, è stata sonoramente battuta (0-5) dall’Etiopia.

La caccia alla donna diventa vana. Alla fine, però, la verità emerge. Ed è che si tratta di una fuga dalla sconfitta per la vittoria della libertà. Le cinque sono ragazze coraggiose, affamate di libertà. A tal punto da fare il gesto dell’ombrello con le gambe al repressivo, brutale regime di Isaias Afwerki (76 anni). E non tornare più a casa.

E’ la prima volta che la defezione coinvolge un gruppo di sportive. L’Eritrea, infatti, ha una lunga e nutrita tradizione di atleti che “se la battono”. Nel dicembre 2009 la serie di “chi se la svigna” si apre con la defezione di un intero team calcistico: al momento dell’imbarco nell’aeroporto di Nairobi, nessuno si presenta (a parte l’allenatore che torna in patria da solo).

Nel 2010, si dileguano 13 giocatori impegnati nello stesso torneo Cecafa a Dar es Salaam, in Tanzania. Alcuni di essi, dopo alcuni mesi, ricompaiono, come per incanto, a Houston, in Texas, nel programma di ricollocamento dei rifugiati.

Lo stesso anno, il Regno Unito concede l’asilo politico a sei runners reduci dal campionato di corsa campestre a Edimburgo, in Scozia. Nel 2012, si registra una fuga di massa: svaniscono dell’International Sky Hotel di Naalya, a Kampala (Uganda) ben 18 componenti del gruppo eritreo che prendeva parte al “Cecafa Senior Challenge Cup”.

Non è finita.

Nel dicembre 2019, al termine del torneo “Cecafa senior challenge cup”, in Uganda. se la danno a gambe sette membri del gruppo. Sono proprio quelli che per la prima volta hanno consentito alla rappresentativa nazionale di raggiungere la finale della Coppa Cecafa.

E ora il Guardian riaccende i fari sulla scomparsa delle cinque donne. Una disfatta per il governo di Asmara, tanto più bruciante in quanto – considerati i precedenti – “avevamo avvertito le autorità ed erano state prese eccezionali misure di sicurezza”, disse a suo tempo Auka Gecheo, direttore esecutivo del Cecafa.

5 giovanissime calciatrici spariscono in Uganda. Non vogliono far ritorno in Eritrea, nella dittatura di Isaias Aferwerki

Viene da chiedersi che cosa spinga decine di atleti (se ne calcolano almeno 60 finora) a dire by by a Isaias, immarcescibile dittatore dell’ex colonia italiana.

La risposta al fuggi fuggi, si può trovare nella speciale relazione dell’ONU sui diritti umani in Eritrea resa pubblica questo mese e citata dal Guardian. In essa si denuncia la coscrizione obbligatoria (compreso l’arruolamento di quattordicenni per combattere contro l’Etiopia), arresti arbitrari, sparizioni e torture.

Conclusione: “La situazione dei diritti umani ha continuato a spingere migliaia di cittadini a cercare rifugio in altri Paesi”. Insomma, si salvi chi può.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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In fuga cinque calciatori della nazionale Eritrea durante un torneo in Uganda

 

 

 

Oltre 2.000 migranti tentano l’assalto a Melilla, una delle due enclave spagnole in Marocco

Africa ExPress
24 giugno 2022

Secondo le autorità, oltre 2.000 migranti avrebbero tentato di scavalcare le altissime recinzioni per entrare a Melilla, enclave spagnola in Marocco. E alcuni di loro ci sono riusciti. Ora si trovano in territorio europeo.

Marocco: migranti tentano di scavalcare la recinzione per entrare nell’enclave spagnola Melilla

Poco dopo l’alba di oggi, alle 06.30, la polizia spagnola ha intercettato oltre 2.000 migranti che si stavano avvicinando alla frontiera con Melilla. “Malgrado le forze messe in campo da entrambi i regni – Spagna e Marocco – un folto gruppo di giovani provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana, molto ben organizzato, ha forzato l’ingresso di Barrio Chino, porta di accesso del controllo di frontiera per entrare a Melilla”, hanno fatto sapere le autorità. Poi l’assalto vero e proprio è iniziato alle 08.40, quando un numero imprecisato di persone è riuscito a scavalcare la recinzione.

E’ il primo tentativo di entrata in massa in una delle due enclave spagnole sulla costa settentrionale del Marocco, dopo la normalizzazione delle relazioni tra Madrid e Rabat, avvenuta a metà marzo dopo quasi un anno di attriti diplomatici.

Nell’aprile 2021 il leader del Fronte Polisario del Sahara occidentale, Brahim Gali, era stato ricoverato in un ospedale spagnolo, perché affetto da Covid-19, gesto che non è stato apprezzato dal governo marocchino.

Dopo intensi colloqui bilaterali, a metà marzo 2022, le parti hanno detto che è stata inaugurata una nuova collaborazione tra i due Paesi.

Ma lo scopo principale di Madrid per riavviare le relazioni con Rabat va ben oltre la questione del Sahara Occidentale. Il premier spagnolo, Pedro Sanchez, ha voluto così assicurarsi la collaborazione del regno per il controllo dell’immigrazione illegale.

La Spagna esercita la sua sovranità su Ceuta dal 1580, mentre su Melilla già dal 1496. L’ONU non classifica Ceuta e Melilla come territori occupati.

Aggiornamento 25 giugno 2022

Il bilancio dei morti e feriti è altissimo: nella serata di ieri 18 migranti hanno perso la vita per le gravi ferite riportate nel tentativo di raggiungere l’enclave di Melilla, mentre 140 agenti delle forze dell’ordine hanno riportato lesioni. Cinque tra loro sono in condizioni gravi.

In base a quanto riferito dalle autorità di Nador (città in Marocco) ai reporter di AFP, i migranti si sarebbero accalcati “a colpi di spintoni” e sarebbero caduti dall’altissima recinzione di ferro che separa l’enclave spagnola dal territorio marocchino. “I giovani sono stati molto violenti durante questo assalto”, ha specificato la fonte di AFP.

La Guardia Civil spagnola, che sorveglia l’altro lato della recinzione, ha invece dichiarato di non avere informazioni sulla tragedia che si è consumata dalla parte del Marocco.

La prefettura di Melilla ha solo confermato che 49 agenti delle forze dell’ordine spagnole sono stati leggermente feriti venerdì al confine, mentre 57 migranti hanno riportato lesioni. Solamente tre – ha concluso la fonte ufficiale – hanno dovuto essere curati nell’ospedale dell’enclave spagnola. Tutti i feriti sono poi stati trasferiti all’ospedale Al Hassani di Nador e all’ospedale universitario di Oujda (nord-est) per essere curati.

 

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