Nessuna notizie delle cinque calciatrici eritree scappate dalla dittatura in Uganda lo scorso novembre

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Dal Nostro corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 giugno 2022

Chi le ha (più) viste?
Iseha Luwam Solomon, 16 anni? Assente
Mohammed Yordanos Abraham, 17 anni? Assente
Raka Shamat Futsum, 18 anni? Assente
Kahsay Rachel Michael, 18 anni? Assente
Knfu Trhas Habate 19 anni? Assente

Squadra femminile under 20 eritrea

Inutile continuare a chiamarle in camera il mattino di martedì 2 novembre 2021 al Sunset Hotel International di Jinja, città dell’Uganda Orientale, sulle rive del lago Vittoria.

Non risponde nessuno. Delle cinque giovani, calciatrici, eritree, nessun segno di vita. Né di morte. Si esaminano i filmati della Tv a circuito chiuso dell’albergo. Si setaccia il mondo della comunità eritrea di Jinja e dell’intero Uganda. Niente. Missing. Sparite. Non per sempre, però. “Sono vive e vegete, sane e salve, stanno tutte bene”, ha assicurato l’altro giorno il quotidiano britannico Guardian, che non ha voluto stendere il velo dell’oblio sulla sparizione collegiale. Senza, però, rivelare dove da 7 mesi e mezzo continuino a nascondersi

L’ultima traccia del quintetto risale, infatti, al giorno precedente, lunedì 1 novembre. Al campo sportivo dove si disputa Cecafa under 20, il campionato femminile dell’Africa Centrale e Orientale. Qui la nazionale eritrea con la maglia rosso verde, di cui fanno parte Solomon, Abraham, Futsum, Michael, Habate, è stata sonoramente battuta (0-5) dall’Etiopia.

La caccia alla donna diventa vana. Alla fine, però, la verità emerge. Ed è che si tratta di una fuga dalla sconfitta per la vittoria della libertà. Le cinque sono ragazze coraggiose, affamate di libertà. A tal punto da fare il gesto dell’ombrello con le gambe al repressivo, brutale regime di Isaias Afwerki (76 anni). E non tornare più a casa.

E’ la prima volta che la defezione coinvolge un gruppo di sportive. L’Eritrea, infatti, ha una lunga e nutrita tradizione di atleti che “se la battono”. Nel dicembre 2009 la serie di “chi se la svigna” si apre con la defezione di un intero team calcistico: al momento dell’imbarco nell’aeroporto di Nairobi, nessuno si presenta (a parte l’allenatore che torna in patria da solo).

Nel 2010, si dileguano 13 giocatori impegnati nello stesso torneo Cecafa a Dar es Salaam, in Tanzania. Alcuni di essi, dopo alcuni mesi, ricompaiono, come per incanto, a Houston, in Texas, nel programma di ricollocamento dei rifugiati.

Lo stesso anno, il Regno Unito concede l’asilo politico a sei runners reduci dal campionato di corsa campestre a Edimburgo, in Scozia. Nel 2012, si registra una fuga di massa: svaniscono dell’International Sky Hotel di Naalya, a Kampala (Uganda) ben 18 componenti del gruppo eritreo che prendeva parte al “Cecafa Senior Challenge Cup”.

Non è finita.

Nel dicembre 2019, al termine del torneo “Cecafa senior challenge cup”, in Uganda. se la danno a gambe sette membri del gruppo. Sono proprio quelli che per la prima volta hanno consentito alla rappresentativa nazionale di raggiungere la finale della Coppa Cecafa.

E ora il Guardian riaccende i fari sulla scomparsa delle cinque donne. Una disfatta per il governo di Asmara, tanto più bruciante in quanto – considerati i precedenti – “avevamo avvertito le autorità ed erano state prese eccezionali misure di sicurezza”, disse a suo tempo Auka Gecheo, direttore esecutivo del Cecafa.

5 giovanissime calciatrici spariscono in Uganda. Non vogliono far ritorno in Eritrea, nella dittatura di Isaias Aferwerki

Viene da chiedersi che cosa spinga decine di atleti (se ne calcolano almeno 60 finora) a dire by by a Isaias, immarcescibile dittatore dell’ex colonia italiana.

La risposta al fuggi fuggi, si può trovare nella speciale relazione dell’ONU sui diritti umani in Eritrea resa pubblica questo mese e citata dal Guardian. In essa si denuncia la coscrizione obbligatoria (compreso l’arruolamento di quattordicenni per combattere contro l’Etiopia), arresti arbitrari, sparizioni e torture.

Conclusione: “La situazione dei diritti umani ha continuato a spingere migliaia di cittadini a cercare rifugio in altri Paesi”. Insomma, si salvi chi può.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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