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Con una piattaforma gigantesca l’ENI, comincia la produzione di gas al largo delle coste del Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 giugno 2022

“Con l’immissione di gas nell’impianto, la Coral Sul FLNG si prepara a produrre il primo carico di Gas Naturale Liquido nella seconda metà del 2022. Il Mozambico si aggiunge così ai Paesi produttori di GNL”. La conferma dell’inizio della produzione, “in piena sicurezza”, arriva con un comunicato ufficiale ENI di sabato scorso.

La multinazionale petrolifera italiana è l’Operatore delegato upstream dell’Area 4 nel nord del Mozambico. Lavora dal giacimento Coral Sul. “a monte” con l’esplorazione, perforazione ed estrazione di gas per conto dei partner ExxonMobil, CNPC, GALP, KOGAS e ENH.

gas naturale Coral Sul FLNG
Coral Sul FLNG (Courtesy ENI)

Ingegneria navale ed estrattiva di ultima generazione

La Coral Sul FLNG è un impianto di estrazione di GNL fluttuante di ingegneria navale di ultima generazione. La sua costruzione è iniziata nel 2018 in Corea del Sud ed è stata completata in 38 mesi. Partita dai cantieri nel novembre 2021, è arrivata nel giacimento off-shore mozambicano nel gennaio scorso. Ha ormeggiato e collegato la strumentazione ai sei pozzi di produzione in acque ultra-profonde, a  2.000 metri, a marzo e maggio 2022.

La Coral Sul FLNG ha misure titaniche. Lunga 432 metri e larga 66, pesa circa 220.000 tonnellate. Nel suo modulo abitativo di otto piani è in grado di ospitare fino a 350 persone. L’impianto e tenuto in posizione tramite 20 linee di ormeggio per un peso complessivo di 9.000 tonnellate.

Produzione 450 miliardi di metri cubi di gas

Coral Sul FLNG è il primo impianto galleggiante di GNL mai installato nelle acque profonde del continente africano. I dati divulgati da ENI confermano che la Coral Sul FLNG ha una capacità di liquefazione di gas di 3,4 milioni di tonnellate all’anno (MTPA). Metterà in produzione 450 miliardi di metri cubi di gas dall’immenso giacimento di Coral, situato nel bacino del Rovuma.

“La Coral Sul FLNG è stata implementata con un approccio improntato all’ottimizzazione energetica, basato su una analisi sistematica dell’efficienza – spiega il comunicato -. Tra le caratteristiche si segnalano, tra l’altro, zero flaring (nessuna fiamma in uscita con emissioni che vanno in atmosfera, ndr) durante le normali operazioni. Viene fatto uso di turbine a gas aeroderivate termicamente efficienti per la compressione di refrigeranti e la generazione di elettricità. Utilizzo di tecnologia Dry Low NOx per ridurre le emissioni di ossidi di azoto e sistemi di recupero del calore residuo per il processo”.

Ong contro la corsa al gas

Il teoria lo sfruttamento dei giacimenti di gas in Mozambico dovrebbe portare benessere, risanare il “debito occulto” dell’ex colonia portoghese e modernizzare il Paese. Ma non tutti sono d’accordo sullo sfruttamento del GNL nel Canale del Mozambico. Tra questi l’ong Amici della Terra Mozambico (AdT).  “In Mozambico la corsa al gas, sta aggravando la crisi climatica e avvantaggia solo le multinazionali e le élite corrotte. È una situazione che deve finire”. Sono le affermazioni di Anabela Lemos, direttrice di Amici della Terra Mozambico e fondatrice di JA! Justiça Ambiental.

Gas naturale Area 4
Giacimenti di gas naturale nel Bacino del Rovuma, Mozambico

In una quarantina di pagine del report “Dall’eldorado del gas al caos”, pubblicato nel giugno 2020 la denuncia delle ong ambientaliste. Accusano soprattutto la Francia, per le sue politiche in Mozambico dove a Cabo Delgado opera Total in un progetto da 20 milioni di dollari oggi ancora chiuso a causa della guerra contro i gruppi islamisti.

ENI in Mozambico

ENI è presente in Mozambico dal 2006. Tra il 2011 e il 2014 l’azienda ha scoperto risorse supergiant di gas naturale nel bacino del Rovuma, nei giacimenti Coral, Mamba Complex e Agulha.  Ci sono volumi complessivi di gas stimati di 2.400 miliardi di metri cubi. ENI detiene inoltre diritti esplorativi nei blocchi offshore A5-B, Z5-C e Z5-D nei bacini dell’Angoche e dello Zambezi.

Area 4 del Bacino del Rovuma

L’Area 4 è operata da Mozambique Rovuma Venture S.p.A. (MRV), una joint venture costituita da ENI, ExxonMobil e CNPC. MRV detiene una quota del 70% nel contratto di concessione di esplorazione e produzione dell’Area 4. Oltre a MRV, Galp, KOGAS e Empresa Nacional de Hidrocarbonetos E.P. detengono quote del 10% ciascuna nell’Area 4. ENI è Operatore Delegato offshore e guida la costruzione e l’esercizio dell’impianto galleggiante di gas naturale liquefatto per conto di MRV.

Sandro Pintus
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Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

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Incontro in FNSI Assange eroe o criminale? Dovremmo dargli il Pulitzer non la galera!

Speciale Per Africa ExPress
Costanza Troini
Roma, 22 giugno 2022

Il 21 giugno si è tenuta, nella sala Walter Tobagi della Federazione in corso Vittorio Emanuele II a Roma, la presentazione dell’appello contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, promosso dal premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel.

La conferenza stampa è stata davvero ricca di interventi e contenuti. Moderato da Vincenzo Vita, giornalista ed ex senatore della Repubblica – alla presenza del presidente FNSI Giulietti e del segretario Lorusso da remoto – il dibattito si è aperto con la testimonianza da Strasburgo degli europarlamentari impegnati da tempo in iniziative a favore di Assange. “Ci sono ancora i margini – ha detto Gianni Marilotti – per salvare la democrazia nonché la libertà e la vita di Assange”. Chiederanno infatti alla Corte europea per i diritti umani di deliberare sulla questione.

In collegamento anche Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione: “Questa è una battaglia che devono operare tutti i mezzi d’informazione. Assange è accusato di spionaggio, invece la sua attività ha permesso di conoscere informazioni nascoste. E un Paese con una tradizione giornalistica come il Regno Unito non può andare fiero della sua parte nell’intera vicenda. Non si può parlare di reato nel momento in cui si svelano notizie di interesse pubblico. Chiediamo quindi una massiccia mobilitazione della stampa che deve servire a portare il caso Assange davanti alla Corte europea dei diritti umani”.

In diretta da Buenos Aires, ha parlato Adolfo Pérez Esquivel, pacifista argentino premio Nobel per la Pace nel 1980 – per le denunce contro gli abusi della dittatura militare argentina negli anni Settanta. “Sono preoccupato, non solo per la salute fisica e mentale di Julian, ma anche per la libertà di stampa, messa a rischio in tutto il mondo – ha detto – Per salvare la vita e l’integrità di Assange la stampa stessa però non sta facendo abbastanza. Abbiamo solo quattordici giorni per mobilitarci a livello nazionale e internazionale contro l’estradizione decisa dal governo britannico”.

E’ poi la volta di Armando Spataro – ex magistrato e procuratore, giurista, ha lavorato anche nel settore dell’antiterrorismo, un vero esperto: “Ho notato un certo servilismo verso gli Stati Uniti da parte dell’Europa – ha commentato senza mezzi termini – come ex magistrato non conosco i dettagli dei capi d’accusa verso Assange, ma non si dà l’ergastolo, o una pena simile, per aver diffuso informazioni di pubblico interesse, seppur riservate. Ora abbiamo di fronte un Paese che vuole nascondere verità che la gente deve invece conoscere”.

“Anche in quello stesso Paese – ha continuato – i giornalisti sono considerati i cani da guardia del potere, ma se i cani da guardia non mordono, anche se fanno male, non servono a nulla (ricordiamo che Assange come giornalista ha diritto alla protezione della libertà di parola garantita dal primo emendamento della Costituzione USA, ndr). Nella stessa Italia non tutti sono disposti a far conoscere realtà scomode”.

“L’area del segreto di Stato – ha poi suggerito – deve essere ristretta al minimo, e solo per tutelare la sicurezza dei cittadini. Ricordo che il lavoro del fondatore di WikiLeaks ha fatto conoscere lo sterminio di civili a Bagdad nel 2007, e le atrocità in Afghanistan. A parte il pericolo di suicidio per la persecuzione che ha subito, questo giornalista ha diritto di non essere considerato un criminale. La libertà di stampa comporta il diritto di conoscere e il dovere di far conoscere”.

E’ intervenuta anche Tina Marinari di Amnesty International Italia: “Le campagne condotte per questi ultimi dieci anni hanno portato a un nulla di fatto. Questa del governo inglese è una decisione vergognosa; il giornalismo non è reato”.

La FNSI si schiera nettamente. Il consiglio nazionale studierà come dare miglior supporto alla causa di Julian Assange. “Invece di vincere il Pulitzer – ha detto Vincenzo Vita – Julian viene accusato pesantemente e rischia 175 anni di prigione. Non se ne parla abbastanza. Il Manifesto e il Fatto Quotidiano sono gli unici due quotidiani che ne hanno parlato e ne parlano”. “Anche Left”, ha aggiunto Stefania Maurizi (al suo importante contributo in questa occasione, dedicheremo un prossimo articolo a parte).

Molte le adesioni all’iniziativa pro Assange: la professoressa Grazia Tuzi che era presente alla conferenza, l’Anac con Giuseppe Gaudino, Presa Diretta, Report; anche l’Anpi, che considera quella di Assange una vera e propria resistenza. Naturamente non potevano mancare Senza Bavaglio e Africa ExPress.

Costanza Troini

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Il presidente del Malawi silura il suo vice, colto con le mani nel sacco nell’inchiesta contro la corruzione

Africa ExPress
22 giugno 2022

Il presidente del Malawi, Lazarus Chakwera, ha sospeso tutte le deleghe e ha ritirato tutte le funzioni affidate al suo vice, Saulos Chilima, perché implicato in uno scandalo di corruzione, che si sta allargando a macchia d’olio.

Il presidente del Malawi, Lazarus Chakwera

Il capo dello Stato non ha il potere di sospendere o di silurare il vicepresidente, perché eletto dal popolo.

Chilima è stato citato in un rapporto dell’Ufficio anti-corruzione (ACB), che da tempo sta indagando sull’uomo d’affari britannico-malawiano, Zuneth Sattar, nell’occhio del ciclone per presunta corruzione, frode e riciclaggio di denaro. Nell’ambito dell’inchiesta in corso sono già stati arrestati alcuni ministri e ex capi di dicastero.

In base al rapporto di ACB, cinquantatré, tra alti funzionari in servizio e ex “servitori” dello Stato, avrebbero incassato somme importanti da Sattar tra marzo e ottobre 2021.

Durante un suo intervento alla TV, il presidente ha detto di aver sospeso anche il capo della polizia, George Kainja.

Nello scandalo sono implicati anche una trentina di personaggi del settore privato, dei media o attivi in ambito giuridico. Insomma il dio denaro attira tutti, politici, funzionari, privati. E grazie alle “spintarelle”, tra il 2017 e il 2021, polizia e esercito avrebbero assegnato 16 contratti per un valore di 150 milioni di dollari a cinque società di proprietà di Sattar.

Chakwera è determinato nella lotta contro la corruzione, da quando è stato eletto sono già cadute diverse teste, tra questi anche Ken Knadodo, ormai ex ministro del Lavoro.

Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti, oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Africa ExPress
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La Turchia prima fornisce alla CIA le prove contro Bin Salman sull’assassinio di Khashoggi, poi Erdogan va a Gedda a chiedere scusa

Africa ExPress
Riyad, 21 giugno 2022

E’ uno sgarro davvero imperdonabile, difficile da digerire. Quello fatto dal presidente Turco Recep Tayyip Erdogan al principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman.

I suoi servizi segreti, per diverso tempo hanno monitorato l’ambasciata saudita di Istambul con microspie ambientali per carpire notizie e segreti. Il commando di sicari inviati dal principe Mohammed bin Salman nel consolato dell’Arabia Saudita di Istambul per assassinare Jamal Khashoggi mai e poi masi sarebbero immaginati che le cimici turche avrebbero immortalato tutte le fasi della macelleria saudita: le urla del giornalista dissidente dentro l’ambasciata quando fu sequestrato dai killer sauditi, le torture, il fragore della motosega assassina che smembrava il corpo in pezzetti e gli ordini perentori di far sparire tutti i poveri resti bruciandoli sul barbecue della sede diplomatica.

Il presidente Turco Recep Tayyip Erdogan e il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman

Tutto registrato, archiviato e consegnato alla CIA (Central Intelligence Agency, spionaggio americano) la quale, proprio sulla base di queste evidenze produsse un dettagliato rapporto puntando direttamente il dito contro il principe ereditario Mohammed Bin Salman, denuciandolo al mondo intero come il mandante di quell’orribile delitto.

Come ritorsione il principe Mohammed Bin Salman lanciò una fatwa rispondendo pan per focaccia, con un’ embargo commerciale totale mettendo al bando tutte le esportazioni turche in Arabia Saudita.

Decisione che tormentò non poco le già dissestate finanze turche alle prese con svariate turbolenze geopolitiche. La Turchia, si sa, è come un’enorme pentola a pressione posta sul braciere tra Europa e Medio Oriente che confina con alcuni Paesi tra i più tranquilli, democratici e pacifici del globo (come Iran, Iraq, Siria, sultanati e califfati). (sic!)

Secondo una diffusa leggenda metropolitana poi, i turchi sarebbero responsabili del genocidio degli armeni avendo occultato le prove storiche di questo luttuoso evento. (secondo sic!) .Ma è un fatto smentito dai altri fatti, perché i ‘fratelli” musulmani tra di loro non serbano mai rancori a lungo. Tant’è vero che le relazioni tra Ankara e Riyad si sono presto rasserenate, e così tanto, che qualche giorno fa ha avuto luogo l’incontro più inatteso ed inaspettato nella storia della diplomazia internazionale.

Giovedì 28 marzo 2022 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è volato a Gedda, per stringere mani insanguinate, abbracciando fraternamente il mandante di quell’omicidio: il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman.

E’ la sua prima visita in Arabia Saudita dal quel lontano 2017, l’anno prima dell’efferato omicidio del giornalista del Washington Post, che ha creato non pochi problemi tra Arabia e Turchia. Dissapori che attualmente si son quasi del tutto diradati, specialmente dopo che il presidentissimo, qualche giorno fa, ha annunciato alla stampa d’aver disposto un decreto ad personam per sospendere il procedimento legale contro i sospettati dell’omicidio Khashoggi disponendo il trasferimento del processo dalla Turchia all’Arabia Saudita.

Decisione apparentemente paradossale, ma che risponde alla perfetta logica del primato della della ragion di Stato sulla morale (e sull’ordinamento giudiziario) di machiavellica memoria come direbbe maliziosamente qualcuno. “Il Principe ringrazia”, direbbe Niccolò Machiavelli.

Contrariamente alle apparenze Erdogan è un uomo assai rispettoso delle istituzioni e della loro dignità, però un benevolo gesto politico “distensivo” non si nega a nessuno, tanto più se poi risulta utile per spianare la strada alla riconciliazione tra due popoli e ricucire gli strappi tra due Paesi “fratelli”.

E poi, perché no, in Turchia si può sempre cambiare idea, non è vietato dalla Costituzione, vedi la citta dai 1000 nomi che ha mutato denominazione un certo numero di volte (Costantinopoli, Bisanzio, Seconda Roma, Istambul …).

Insomma voltare del tutto questa spiacevole pagina lorda di sangue per inaugurare una nuova e proficua stagione di relazioni è nell’ordine delle cose in Turchia.

Un bel messaggio beneaugurante anche per tutti i despoti del mondo che si macchiano di crimini orrendi. Applicando il modello al conflitto in corso – la sanguinosa guerra della Federazione Russa in l’Ucraina – nel prossimo “Tribunale di Norimberga” contro Putin e i suoi generali per crimini contro l’umanità, si potrebbe già immaginare di spostare il processo dall’AIA (in Olanda) a Mosca (in Russia), facendolo ovviamente celebrare da magistrati amici dello Zar.

All’aeroporto della città del Mar Rosso di Gedda il leader turco Recep Tayyip Erdogan è stato accolto dalle 3 delle più importanti cariche del regno: il governatore della Mecca principe Khalid Al Faisal, dal re dell’Arabia Saudita Salman al Saud e dal raggiante (davvero molto raggiante) principe ereditario Mohammed bin Salman che hanno ricevuto il presidente turco e la sua folta delegazione con i fasti e tutti gli onori di Stato.

Dopo i convenevoli di rito la Casa Reale ha imbandito un luculliano banchetto degno dell’imperatore romano Vespasiano (per comprendere il senso della citazione è necessario proseguire la lettura), con cena e ricevimento ufficiale in onore del presidente turco ed il suo entourage.

Erdogan non ha perso l’occasione per visitare la Sacra Moschea al centro della Mecca dove si è recato all’interno della Kaaba, il luogo più sacro di tutto l’Islam, dove il presidente turco si è raccolto in preghiera eseguendo l’Umrah (pellegrinaggio di minore sacralità, perché effettuato in un periodo da quello comandato, n.d.r.))

Nell’ambito dei colloqui diplomatici, il principe ereditario Mohammed Bin Salman ed Erdogan hanno discusso delle relazioni saudite-turche e delle modalità per svilupparle in ogni campo, auspicando un incremento della cooperazione in tutti i settori strategici: salute, energia, sicurezza alimentare, industria della difesa e finanza.

Chiaro il messaggio che il Presidente Erdogan ha voluto mandare, spiegato così: “L’Arabia Saudita occupa un posto speciale per la Turchia in termini di commercio e investimenti, nonché di progetti su larga scala che saranno realizzati dalle nostre società. Il valore totale dei progetti che i nostri appaltatori hanno intrapreso in Arabia Saudita raggiunge i 24 miliardi di dollari. La natura complementare delle nostre economie è il fattore principale che attrae gli investitori sauditi nel dinamico ambiente della Turchia. La mia visita riflette la nostra volontà comune di iniziare una nuova era di cooperazione come due Paesi fratelli. Faremo degli sforzi per iniziare una nuova era di relazioni rafforzate i legami tra i nostri due Paesi sotto tutti gli aspetti. Vedo e credo che sia nel nostro comune interesse rafforzare la nostra cooperazione in settori quali l’assistenza sanitaria, l’energia, la sicurezza alimentare, le tecnologie agricole, l’industria della difesa e la finanza”.

Come soleva dire l’imperatore Vespasiano (quello da cui presero il nome i pubblici orinatoi della città eterna): “Pecunia non olet”. Si sa, oggi il vil denaro riveste la sua non indifferente importanza nella vita di tutti noi poveri mortali. Il denaro non puzza, e manco certe scelte di politica estera borderline. I cadaveri bruciati sul barbecue del consolato saudita invece si.

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La guerra in Ucraina mette in ginocchio gran parte dei Paesi africani, pochi fondi per sostenere migranti e popolazioni vulnerabili

 

Dalla Nostra Inviata Speciale
Cornelia Toelgyes
Bruxelles, 20 giugno 2022

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha chiesto 426 milioni di dollari per rispondere alle necessità delle persone in fuga da guerre, violenze, cambiamenti climatici.

Crisi alimentare nel Corno d’Africa

I fondi scarseggiano, la guerra in Ucraina ha fatto lievitare ovunque nel mondo il costo della vita, già fortemente colpito dalla pandemia e da cambiamenti climatici. E, proprio a causa dei problemi economici, il PAM ha già iniziato a ridurre gli aiuti in Africa e si prevede che la situazione potrebbe peggiorare ancora.

Il PAM dovrà ridurre del 50 per cento degli aiuti destinati ai rifugiati nell’Africa dell’Est (soprattutto in Etiopia, Kenya, Sud Sudan e Uganda) dove si trovano attualmente la maggior parte delle persone vulnerabili sostenute dall’organizzazione.

David Beasley, direttore esecutivo di Programma ha specificato che anche in altri Paesi, come Burkina Faso, Mali, Niger e Mauritania, l’assistenza alle persone vulnerabili sarà notevolmente ridotta.

“La sopravvivenza dei rifugiati dipende in gran parte da noi. Purtroppo le risorse disponibili non riescono a soddisfare la crescente necessità di cibo nel mondo intero”, ha specificato Beasly.

L’offensiva della Russia contro l’Ucraina – che insieme rappresentano il 30 per cento delle esportazioni globali dei cereali – ha portato a un’impennata dei costi del grano e del petrolio, con prezzi che hanno superato quelli della primavera araba del 2011 e delle rivolte alimentari del 2008. L’ONU teme “un uragano di carestie”, soprattutto nel continente africano che importa gran parte del grano dai due Paesi ora in guerra.

Ma non sono solo i migranti a essere in pericolo, anche grandi fette di popolazione in diversi Paesi sono a rischio carestia. In Somalia è una corsa contro il tempo, oltre 200.000 persone sono esposte alla peggiore siccità degli ultimi 40 anni. “Dobbiamo agire immediatamente per evitare una catastrofe umanitaria”, ha fatto sapere El-Khidir Daloum, responsabile di PAM nel Paese, dove la vita dei più vulnerabili è minacciata da malnutrizione e fame.

La quasi totale assenza di piogge sta provocando una crisi senza precedenti nel Corno d’Africa, in particolare Etiopia, Kenya e Somalia. Per il momento PAM sta cercando di concentrarsi soprattutto sulla nostra ex colonia, per evitare che si ripeta la crisi del 2011, che aveva causato la morte di 260 mila persone.

Shebab in parata

Alcune zone della Somalia sono particolarmente esposte, specie il sud del Paese, per la presenza dei terroristi al-Shebab, che spesso impediscono il passaggio dei convogli umanitari.

Anche il Ciad è pesantemente toccato dalla crisi e il governo ha decretato l’emergenza alimentare  già all’inizio del mese, proprio per l’assenza di cereali provenienti dall’Ucraina. “E’ in atto un peggioramento costante dello stato nutrizionale della popolazione” hanno fatto sapere le autorità di  N’Djamena in un breve comunicato rilasciato il 2 giugno scorso e il presidente della giunta militare al potere, Mahamat Idriss Déby Itno, ha chiesto aiuto a tutti gli attori nazionali e internazionali per far fronte alla crisi.

Ma in Ciad la situazione non dipende solo dal conflitto attuale tra Mosca e Kiev. Secondo l’ONU, già nel 2021 un terzo della popolazione ciadiana, ossia 5,5 milioni di persone, versava in stato di necessità e dipendeva da aiuti umanitari.

E che dire della situazione del Bacino del Lago Ciad, le cui sponde comprendono quattro nazioni, Camerun, Niger, Nigeria e Ciad. Dopo ben 13 anni di violenze, 11 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari, tra questi 4,1 milioni sono confrontati con insicurezza alimentare e oltre 300 mila bambini soffrono di malnutrizione grave. Oltre mille scuole sono chiuse per i continui attacchi da parte dei terroristi, privando così migliaia di giovanissimi dell’istruzione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il business batte il rispetto dei diritti umani: Joe Biden in visita dai massacratori dell’Arabia Saudita

Africa ExPress
Giugno 2022

Il 16 giugno su tutta la stampa araba la notizia del giorno, con le foto di 3 potenti sorridenti, una a fianco all’altra: il presidente americano Joe Biden e i due monarchi dell’Arabia Saudita, Re Salman con il figlio prediletto il principe ereditario (futuro re del Paese), Mohammed bin Salman.

Ora è ufficiale, tra 1 mese comincerà la prima visita del Presidente americano Joe Biden in Medio Oriente.

Il re Salman (a sinistra) con Joe Biden, presidente USA

A Gedda, in Arabia Saudita, Biden parteciperà ad una riunione del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) che vede seduti allo stesso tavolo i 6 fondatori: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman (per l’occasione saranno presenti anche Giordania, Egitto e Iraq).

Il 15 e 16 luglio 2022 farà invece tappa a Riyadh in Arabia Saudita, dove incontrerà l’anziano Custode delle 2 Sacre Moschee, re Salman al Saud. La storica visita a lungo ipotizzata arriva nel bel mezzo di un’impennata globale dei prezzi dell’energia elettrica a causa della guerra in Ucraina.

Focus petrolio

L’obiettivo della visita di Biden sarà quello di cercare di ottenere un forte impulso alla produzione di petrolio saudita per cercare di domare i crescenti costi dei carburanti e l’inflazione interna che gli analisti prevedono potrebbe danneggiare il suo Partito Democratico alle prossime elezioni del Congresso di medio termine.

Biden con i sauditi “discuterà anche i mezzi per espandere la cooperazione economica e la sicurezza regionale, comprese nuove e promettenti iniziative infrastrutturali e climatiche, nonché i piani per scoraggiare le minacce dell’Iran, promuovere i diritti umani e garantire la sicurezza alimentare e energetica globale”.

Domanda spontanea

Naturalmente una domanda è sorta spontanea: visto che il Presidente americano intenderà promuovere i diritti umani, incontrerà anche il principe assassino Mohammed Bin Salman?

Un rapporto della CIA lo accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, sequestrato, torturato, assassinato, segato in pezzi con la motosega e bruciato sul barbecue del consolato dell’Arabia Saudita di Istambul.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha risposto senza esitazione alcuna: “Sì, possiamo aspettarci che il presidente veda il principe ereditario”. Ma è ovvio, con la crisi petrolifera che incombe è meglio mantenere relazioni amichevoli con un principe assassino piuttosto che sanzionarlo per l’omicidio d’un giornalista.

Alla faccia della promozione dei diritti umani, più che rispetto dei diritti umani questo è un “dispetto’ ai diritti umani…

Africa ExPress
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I francesi lasciano la loro base di Menaka in Mali, immediatamente occupata dei mercenari russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2022

Lunedì scorso i militari dell’Opération Barkhane – attiva in Mali dall’agosto 2014 – hanno consegnato ufficialmente le chiavi della loro base a Menaka, nel nord-est del Paese, alle forze armate di Bamako (FAMa).

I militari di Opération Barkhane lasciano la base di Menaka, Mali

Poco meno di un anno fa, la base, un punto strategico nella zona delle 3 frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger) ospitava ben 850 soldati, tra francesi e uomini della Task Force europea Takuba, tra cui estoni, cechi e svedesi.

I soldati d’oltralpe, un centinaio, sono partiti alla volta di Gao, l’ultimo baluardo francese ancora rimasto in territorio maliano, ma anche questa base verrà consegnata alle forze armate della sua ex colonia entro la fine dell’estate.

Non appena ammainata la bandiera francese, ecco, solo due giorni dopo la partenza dei militari di Barkhane, alla base di Menaka si sono presentati i russi, i mercenari di Wagner. Un déjà vu a Timbuctu e a Gossi. https://www.africa-express.info/2021/12/16/i-francesi-via-dal-nord-mali-in-arrivo-i-mercenari-russi-della-wagner/

A Menaka però il contesto è particolare e ben diverso da quello delle altre aree dove sono stati dispiegati finora i russi.

I russi di Wagner arrivano alla base di Menaka, Mali

Nella regione di Menaka il raggruppamento terrorista Stato Islamico nel Grande Sahara è molto attivo dall’inizio di marzo e sta seminando morte, terrore e distruzione tra i civili. Finora gli islamisti sono stati contrastati dai gruppi armati locali, firmatari dell’accordo di pace del 2015, una alleanza che prende il nome di MSA-GATIA, dalle sigle delle formazioni che ne fanno parte: il Movimento per la salute dell’Azawad, nato da una scissione dal Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA), e il filogovernativo GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imgad e alleati).

Ora, per la prima volta, diversi attori dovranno interagire sul campo contro il nemico comune. “Finora non abbiamo avuto contatti con i nuovi arrivati”, ha confidato uno dei capi della coalizione MSA-GATIA. “In un modo o nell’altro dovremmo collaborare con i russi”, ha aggiunto la stessa persona. https://www.africa-express.info/2022/05/14/ciad-e-mali-i-tentativi-falliti-di-pace-della-ngo-italiana-ara-pacis-che-la-francia-ritiene-troppo-vicina-allintelligence-italiana/

Secondo alcune fonti locali e internazionali, mercoledì pomeriggio sarebbero arrivati alla base di Menaka tra 40 e 50 russi su aerei delle forze armate di Bamako, ma finora non ci sarebbe ombra di soldati maliani.

Lo Stato Maggiore maliano, come sempre, non ha fornito dettagli sulla presenza dei russi (“istruttori” dell’esercito russo, secondo la terminologia di Bamako, mercenari del gruppo Wagner, per il resto del mondo). https://www.africa-express.info/2021/09/16/i-francesi-in-mali-ucciso-il-rapitore-di-rossella-urru-e-bamako-vuole-i-mercenari-russi/

In questi tre mesi l’esercito non è intervenuto durante gli attacchi dei terroristi Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) nell’area di Menaka. Solo una decina di giorni fa i soldati sono apparsi nella regione con il battaglione GTIA 8, composto per lo più da combattenti di GATIA, capeggiato dal generale dell’esercito maliano El-Hadj Ag Gamou, che è contemporaneamente anche un capo militare del gruppo paramilitare filogovernatvo.

Insieme agli altri loro alleati della regione hanno tentato di distruggere una delle roccaforti di EIGS al confine con il Niger, missione fallita.

Secondo diverse fonti, durante i molteplici scontri e aggressioni sarebbero morte tra 300 e 500 persone. Amnesty International ha inoltre denunciato che migliaia di persone sono fuggite dai loro villaggi, perché prese di mira dai miliziani di EIGS, che hanno distrutto case, pozzi e sequestrato il bestiame degli abitanti. https://www.africa-express.info/2019/01/07/jihadisti-e-scontri-interetnici-nel-mali/

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Bracconieri in azione in Namibia: strage di rinoceronti a rischio nel parco Etosha, 11 capi uccisi in una settimana

Africa ExPress
17 giugno 2022

Ci risiamo, i bracconieri sono entrati nuovamente in azione. Nel parco nazionale d’Etosha, nel nord della Namibia sono state ritrovate 11 carcasse di rinoceronte in meno di una settimana, ovviamente le corna sono state rimosse.

Rinoceronte nero a rischio bracconaggio
Rinoceronte nero a rischio bracconaggio

L’Etosha si estende su una superficie di 22.900 chilometri quadrati e il suo nome in lingua oshivambo significa grande luogo bianco, perché il 25 per cento del parco si trova nel deserto salino, che è appunto bianco.

I bracconieri danno la caccia a questi pachidermi per il loro corno, che viene pagato profumatamente sul mercato nero cinese e asiatico. Per la medicina tradizionale cinese, senza prove scientifiche, la polvere di corno di rinoceronte è utilizzata contro il cancro, l’impotenza e altre patologie, ma non solo, è molto ambito anche dai gioiellieri per la creazione di monili preziosi.

I clienti alla ricerca del corno del pachiderma per scopi terapeutici, sono per lo più persone anziane e molto facoltose, che credono nell’efficacia della polvere di rinoceronte. Eppure è stato dimostrato scientificamente che la sua composizione è identica a quella delle unghie e dei capelli.

Il portavoce del ministro dell’Ambiente, Romeo Muyunda, ha detto che dall’inizio dell’anno sono stati uccisi ben 22 rinoceronti neri. “La battaglia contro i bracconieri non è terminata”, ha aggiunto Muyunda.
L’anno scorso sono stati uccisi 43 esemplari e 40 nel 2020.
Dopo il Sudafrica, la Namibia è la casa della più grande popolazione di rinoceronti bianchi al mondo, inoltre ospita un terzo dei rinoceronti neri rimasti al mondo.

Secondo le stime di Save the Rhino Trust, in Namibia ci sono poco più di 200 rinoceronti neri liberi che vivono per lo più nel nord-est del Paese.

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Guerra in Ucraina: alleanza tra Iran e Venezuela e gli USA permettono a Caracas di vendere petrolio agli europei

Africa ExPress
Teheran, giugno 2022

Washington ha allentato le sanzioni al Venezuela consentendogli di esportare il suo greggio per ampliare il ventaglio dei paesi fornitori e mitigare la dipendenza dal petrolio russo, tanto che l’Eni ora potrà riprendere le esportazioni (e a ruota anche i francesi di Chevron e gli spagnoli di Repsol).

In nome del Dio petrolio si può anche chiudere un occhio sul regime di Caracas (uno dei più controversi di tutto il continente sudamericano), e chiuderne un’altro sui tanti altri misteri nostrani (vedi l’accusa di aver finanziato con 3,5 milioni di dollari in contanti che Maduro avrebbe inviato ad un partito italiano, oppure il traffico di sottomarini Made in Italy per il Venezuela, oppure ancora il misterioso export a Trieste nell’aprile del 2019 di un container carico del prezioso minerale venezuelano Coltan,così via).

Nicoals Maduro ha festeggiato l’allentamento delle sanzioni degli Stati Uniti volando a Teheran per siglare con l’Iran un Piano di cooperazione ventennale. Iran e Venezuela, sono due Paesi tra i leader mondiali dei produttori di petrolio, alle prese con sanzioni americane che hanno paralizzato le loro esportazioni.

La cerimonia della firma a Palazzo Saadabad di Teheran, tra il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il suo omologo venezuelano Nicolas Maduro è stata immortalata dalla TV di Stato iraniana. Complimentandosi con Maduro, il presidente iraniano ha affermato: “Il Venezuela ha mostrato una resistenza esemplare contro sanzioni e minacce dei nemici imperialisti. Anche negli ultimi 40 e più anni ci sono state sanzioni e minacce contro la nazione iraniana, ma l’Iran ha trasformato queste sanzioni in un’opportunità di progresso per il Paese”.

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, a sinistra, in visita ufficiale in Iran. Qui con il suo omologo iraniano Ebrahim Raisi a Teheran

Durante un’incontro con Maduro, il leader Supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei ha promesso che l’Iran continuerà a sostenere il Venezuela contro tutte le pressioni statunitensi e ha dichiarato: “L’esperienza di successo dei nostri due Paesi dimostra che questa resistenza è l’unico modo per far fronte alle pressioni. Iran e Venezuela hanno legami così stretti come nessun’altro Paese, e l’Iran ha dimostrato di assumersi dei rischi nei momenti di pericolo, tenendo per mano i suoi amici”.

Maduro ha replicato con gratitudine: “L’Iran è tornato in nostro aiuto quando la situazione in Venezuela è diventata molto difficile e nessun paese ci ha aiutato” (sfidando le sanzioni statunitensi l’Iran ha inviato diversi carichi di carburante al Venezuela fornendo assistenza tecnica per la manutenzione e riparazione delle raffinerie).

Il piano 2022 prevede la cooperazione nei settori petrolifero, chimico, difesa, agricoltura, turismo e cultura ed è stato controfirmato dal ministro degli esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian e il venezuelano Carlos Faria. Include anche la manutenzione di Raffinerie venezuelane e l’export di knowhow tecnico ed ingegneristico nonchè servizi di ricerca.

Maduro ha riferito attraverso un interprete che saranno istituiti voli settimanali regolari da Caracas a Teheran a partire dal prossimo 18 luglio.

Il presidente venezuelano è arrivato a Teheran venerdì scorso, in una due giorni di visite accompagnato da una folta delegazione politica ed economica d’alto rango (in precedenza aveva già fatto visita in Turchia ed Algeria).

L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA ha riferito anche che Maduro e Raisi hanno tenuto una cerimonia per la consegna della seconda unità di quattro Aframax, petroliere di grandi dimensioni (con capacità equivalente a 800.000 barili di petrolio ciascuna), ordinate dalla società iraniana SADRA, corporation iraniana già sotto embargo e sanzioni dagli Stati Uniti per i suoi legami con l’élite delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane.

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Madagascar blocca voli da Sudafrica: “Ridateci i 73 chili d’oro sequestrati”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 giugno 2022

Il Madagascar ha deciso di bloccare i voli provenienti dal Sudafrica. Ma cosa ha spinto il presidente malgascio, Andry Rajoelina, a rinunciare agli introiti provenienti dal turismo sudafricano? Ben 73,5 chili d’oro di contrabbando provenienti dal Madagascar e in transito nell’aeroporto internazionale OR Tambo, Johannesburg.

Lo stupore dei doganieri

Tutto inizia il 31 dicembre 2020 quando tre persone, con bagaglio a mano, vengono fermate all’aeroporto di Johannesburg. Hanno viaggiato con un volo speciale proveniente dalla capitale del Madagascar, Antananarivo. Al controllo elettronico delle loro valigie appare qualcosa di molto anomalo. Aperti i bagagli i doganieri rimangono attoniti davanti alla vista di scintillanti lingotti d’oro del peso complessivo di 73,5 chili. Valore a momento in cui scriviamo 4,18 milioni di euro. I tre passeggeri vengono arrestati e i lingotti sequestrati insieme a 20.000 dollari USA nelle loro tasche.

lingotti oro
Lingotti d’oro da un chilogrammo

Pretoria rifiuta restituzione del tesoro e l’estradizione

Il governo malgascio ha chiesto la restituzione del tesoro e l’estradizione dei tre contrabbandieri asserendo che il prezioso carico era solo in transito. L’itinerario dei passeggeri – e dei lingotti – sarebbe dovuto essere Johannesburg-Etiopia-Dubai. Quindi, in Sudafrica, non avevano commesso alcun reato. Ma il tribunale sudafricano non è d’accordo.

Nel febbraio 2021, l’Alta Corte di Johannesburg respinge la richiesta di restituzione dell’oro, dei dollari e l’estradizione. Secondo quanto riportato dal giornale sudafricano Daily Maverick “I tre hanno commesso un reato in Sudafrica la legge deve fare il suo corso” – è stata la risposta -.

Il presidente Rajoelina ha così deciso di bloccare i voli dell’unica compagnia commerciale che collega il Madagascar con il Sudafrica, la Airlink. Ma ha esteso il blocco anche ad altri charter sudafricani e aerei privati dell’ex colonia britannica. Blocca così il turismo ripreso ad aprile scorso anche dal Sudafrica dopo la pandemia.

oro mappa rotte airlink
La mappa delle rotte aeree di Airlink. In rosso le tratte cancellate a causa del blocco (Courtesy Airlink)

Dopo oltre un anno di indagini malgasce il caso del contrabbando di oro si allarga alle isole Comore. Lo scorso 13 gennaio sono stati arrestati due presunti trafficanti ed estradati in Madagascar. Avevano un carico di 49 chili di oro e pare siano collegati ai 73,5 chili sequestrati a Johannesburg. Per il momento, sull’indagine del sequestro effettuato a Johannesburg, ventiquattro persone sono iscritte nelle liste degli imputati e quindici sono in detenzione preventiva.

Era il tesoretto del presidente?

Malelingue in Madagascar insinuano che il presidente sia infuriato perché quel carico d’oro di Johannesburg era il suo tesoretto da depositare nel conto di Dubai. Daily Maverick invece afferma il presidente malgascio è molto arrabbiato per un fatto accaduto nel 2018. Il suo partito, Tanora Malagasy Vonona-TVG (Giovani Malgasci Determinati), aveva pagato un’azienda sudafricana che gli avrebbe dovuto fornire gli aerei per la sua campagna elettorale. I velivoli non sono stati mai consegnati e il blocco aereo sarebbe una ritorsione.

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Catastrofica tempesta: decine di morti in Madagascar, Mozambico e Malawi