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Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

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Madagascar blocca voli da Sudafrica: “Ridateci i 73 chili d’oro sequestrati”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 giugno 2022

Il Madagascar ha deciso di bloccare i voli provenienti dal Sudafrica. Ma cosa ha spinto il presidente malgascio, Andry Rajoelina, a rinunciare agli introiti provenienti dal turismo sudafricano? Ben 73,5 chili d’oro di contrabbando provenienti dal Madagascar e in transito nell’aeroporto internazionale OR Tambo, Johannesburg.

Lo stupore dei doganieri

Tutto inizia il 31 dicembre 2020 quando tre persone, con bagaglio a mano, vengono fermate all’aeroporto di Johannesburg. Hanno viaggiato con un volo speciale proveniente dalla capitale del Madagascar, Antananarivo. Al controllo elettronico delle loro valigie appare qualcosa di molto anomalo. Aperti i bagagli i doganieri rimangono attoniti davanti alla vista di scintillanti lingotti d’oro del peso complessivo di 73,5 chili. Valore a momento in cui scriviamo 4,18 milioni di euro. I tre passeggeri vengono arrestati e i lingotti sequestrati insieme a 20.000 dollari USA nelle loro tasche.

lingotti oro
Lingotti d’oro da un chilogrammo

Pretoria rifiuta restituzione del tesoro e l’estradizione

Il governo malgascio ha chiesto la restituzione del tesoro e l’estradizione dei tre contrabbandieri asserendo che il prezioso carico era solo in transito. L’itinerario dei passeggeri – e dei lingotti – sarebbe dovuto essere Johannesburg-Etiopia-Dubai. Quindi, in Sudafrica, non avevano commesso alcun reato. Ma il tribunale sudafricano non è d’accordo.

Nel febbraio 2021, l’Alta Corte di Johannesburg respinge la richiesta di restituzione dell’oro, dei dollari e l’estradizione. Secondo quanto riportato dal giornale sudafricano Daily Maverick “I tre hanno commesso un reato in Sudafrica la legge deve fare il suo corso” – è stata la risposta -.

Il presidente Rajoelina ha così deciso di bloccare i voli dell’unica compagnia commerciale che collega il Madagascar con il Sudafrica, la Airlink. Ma ha esteso il blocco anche ad altri charter sudafricani e aerei privati dell’ex colonia britannica. Blocca così il turismo ripreso ad aprile scorso anche dal Sudafrica dopo la pandemia.

oro mappa rotte airlink
La mappa delle rotte aeree di Airlink. In rosso le tratte cancellate a causa del blocco (Courtesy Airlink)

Dopo oltre un anno di indagini malgasce il caso del contrabbando di oro si allarga alle isole Comore. Lo scorso 13 gennaio sono stati arrestati due presunti trafficanti ed estradati in Madagascar. Avevano un carico di 49 chili di oro e pare siano collegati ai 73,5 chili sequestrati a Johannesburg. Per il momento, sull’indagine del sequestro effettuato a Johannesburg, ventiquattro persone sono iscritte nelle liste degli imputati e quindici sono in detenzione preventiva.

Era il tesoretto del presidente?

Malelingue in Madagascar insinuano che il presidente sia infuriato perché quel carico d’oro di Johannesburg era il suo tesoretto da depositare nel conto di Dubai. Daily Maverick invece afferma il presidente malgascio è molto arrabbiato per un fatto accaduto nel 2018. Il suo partito, Tanora Malagasy Vonona-TVG (Giovani Malgasci Determinati), aveva pagato un’azienda sudafricana che gli avrebbe dovuto fornire gli aerei per la sua campagna elettorale. I velivoli non sono stati mai consegnati e il blocco aereo sarebbe una ritorsione.

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Catastrofica tempesta: decine di morti in Madagascar, Mozambico e Malawi

Paura di nuovi attacchi degli islamisti, il Togo decreta lo stato di emergenza nelle province del nord

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 giugno 2022

Le autorità del Togo hanno decretato lo Stato d’emergenza nel nord del Paese. La misura è stata decisa dopo l’attacco terrorista di metà maggio, rivendicato dai miliziani di Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM). Il leader del raggruppamento, cui fanno capo diverse sigle, è Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e ha fondato il Ansar Dine.

Il Togo teme nuovi attacchi dei terroristi del Sahel

In un comunicato ufficiale diffuso ieri, il governo ha fatto sapere che lo Stato di emergenza è stato imposto per questioni di sicurezza nella regione di Savanes, un’area all’estremo nord del Paese, già teatro di due attacchi – il primo nel novembre 2021 è stato respinto dalle forze armate di Lomé.

Akodah Ayewouadan, ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo, ha sottolineato che tale provvedimento resta in vigore per tre mesi, ma potrà essere prolungato dietro autorizzazione dell’Assemblea nazionale. “Abbiamo dovuto adottare tale misura, perché lo Stato deve agire velocemente e in modo efficace per combattere il terrorismo”, ha specificato il ministro.

Il GSIM ha rivendicato l’attacco di maggio all’avamposto militare a Kpinkankandi, nel cantone di Kandjouaré, nel nord del Togo, al confine con il Burkina Faso. Il un audio comunicato diffuso alla fine del mese scorso dal raggruppamento, e poi analizzato da MENASTREAM (Research & Risk Consultancy Medioriente – Nord Africa – Sahel Algeria Tunisia Libia Mali Burkina Faso Reports & Analysis), il gruppo terrorista sostiene di essersi recato sull’avamposto militare togolese con una mitragliatrice pesante russa (DShK), quattro casse di munizioni, un’altra contenente munizioni con cintura, 8 fucili d’assalto di fabbricazione francese e 28 caricatori, 1 AK (Kalashnikov) con due caricatori e una pistola.

Hanno inoltre precisato di aver aver fatto saltare una vettura con dell’esplosivo, mentre un’altra è stata incendiata.

Le autorità togolesi non hanno rilasciato nessun commento sull’audio diffuso dai terroristi. Durante l’attacco sono stati uccisi 8 militari, altri 13 sono stati feriti, alcuni in modo grave.

La settimana scorsa, invece, il ministero della Difesa del Ghana ha fatto sapere che alcuni terroristi sono stati avvistati in un’area montagnosa nella zona di confine con il Togo nel nord-est del Paese.

Golfo di Guinea

Secondo quanto riportato dalle autorità ghanesi, il gruppo si stava dirigendo verso la zona montagnosa nel distretto di Garu, in sella alle loro moto con i visi coperti da passamontagna per non essere riconoscibili.

Secondo alcuni ricercatori, i gruppi jihadisti stanno creando basi in Burkina Faso e Mali per diffondersi in Benin, Costa d’Avorio e, in misura minore, in Togo, Ghana, Senegal e Guinea. Basti ricordare che a metà aprile anche il Benin è stato teatro di un’imboscata nella zona del parco nazionale Penjari, al confine con il Burkina Faso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Tra Congo-K e Ruanda scambio di pesanti accuse e scaramucce mentre i reali del Belgio visitano l’ex colonia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 giugno 2022

Venerdì scorso il ministero della Difesa ruandese ha accusato le forze armate congolesi (FARDC) di aver lanciato due razzi nella parte occidentale del Paese, per fortuna senza fare vittime. Kinshasa ha replicato ribadendo le accuse a Kigali di appoggiare il gruppo ribelle M23.

Soldati congolesi (FARDC) in pattugliamento anti ribelli M23

Anzi, il Congo-K accusa il suo vicino addirittura di crimini di guerra per aver bombardato una scuola a Bahumba nel territorio di di Rutshuru nel Nord-Kivu. Secondo le autorità congolesi, l’ordigno sarebbe partito dal territorio ruandese e avrebbe ucciso due scolari di 6 e 7 anni, mentre un terzo sarebbe stato ferito gravemente.

Il Congo sostiene di essere in possesso di alcuni video girati da droni, che dimostrerebbero la presenza di militari ruandesi in Congo-K.

Solo due giorni prima erano stati feriti tre caschi blu del contingente di pace delle Nazioni Unite in Congo-K, la MINUSCO (Missione dell’ONU per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), che però non ha accusato direttamente i ruandesi. Ha invece puntato il dito contro i ribelli M23.

Kigali respinge tutte le accuse. Fino a poco tempo fa, sia la comunità internazionale sia le ONG non hanno mai menzionato un coinvolgimento diretto di Kigali, tutti o quasi si sono limitati a chiedere ai miliziani di M23 di deporre le armi. Qualcuno ha lanciato appelli al dialogo tra le parti interessate al conflitto, senza però mai nominarle apertamente.

Ma da qualche giorno i toni sono cambiati. Recentemente Huang Xia, rappresentante del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, per la regione dei Grandi Laghi, si è recato sia in Congo-K sia in Ruanda. Mentre l’Unione Africana ha nominato Joâo Lourenco, presidente dell’Angola, come mediatore. Grazie al suo intervento, Kinshasa ha liberato due militari ruandesi, arrestati a fine marzo in territorio congolese.

Anche ieri ci sono stati nuovi scontri a Bunagana, città nel territorio di Rutshuru, nella provincia del Nord-Kivu, al confine con l’Uganda. Secondo le autorità locali, una parte della cittadina sarebbe ancora controllata dai ribelli M23. Girerebbero liberamente, armati fino ai denti, in alcuni quartieri.

Un centinaio di soldati della FARDC hanno attraversato il confine con l’Uganda. Secondo quanto riferito dal portavoce delle forze armate di Kinshasa, alcuni sono stati accolti in una caserma dell’UPDF (Uganda Peoples’ Defence Forces), situata in prossimità della frontiera con Bunagana. Altri soldati di FARDC si sarebbero, invece, ritirati sulle colline circostanti.

Una situazione alquanto confusa e poco chiara per il momento. Sta di fatto che ieri sera i combattimenti tra i militari congolesi e i ribelli sono stati piuttosto intensi su più fronti. Secondo l’Agenzia Reuters, le autorità locali avrebbero riportato che soldati ruandesi avrebbero sostenuto i ribelli durante gli scontri di ieri.

Ovviamente Kigali continua a negare qualsiasi coinvolgimento con l’M23, e accusa Kinshasa di appoggiare un altro gruppo armato, i ribelli ruandesi delle Forces Démocratiques de Libération du Rwanda (FDLR).https://www.africa-express.info/2019/09/19/ucciso-in-congo-k-il-capo-dei-ribelli-hutu-ruandesi-accusato-di-genocidio/

Intanto anche il premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, ha chiesto l’intervento dei reali del Belgio, attualmente in visita nell’ex colonia africana. Il dottor Mukwege, durante una visita all’ospedale di Panzi, nel pressi di Bukavu, ha invitato il re Filippo e la consorte Mathilde a impegnarsi maggiormente per affrontare le radici politiche della crisi tra Ruanda e Congo-K.

L’ M23, per lo più composto da tutsi congolesi, ha ripreso le ostilità dalla fine di marzo 2022.

I reali del Belgio in visita all’ospedale del Premio Nobel per la Pace 2018, Dr Mukwege

Mukwege ha voluto denunciare come lo stupro venga utilizzato come come arma “efficace, perché distrugge non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. E disintegra persino  il tessuto sociale”.

Il Premio Nobel per la Pace sostiene che l’aggressione contro il Congo non è diversa da quella contro l’Ucraina. “Non possiamo più chiudere gli occhi. Questa politica di due pesi e due misure non può continuare. Il popolo congolese chiede di essere trattato come gli altri popoli”, ha aggiunto.

Il medico ha chiesto nuovamente che venga istituito un Tribunale internazionale per intervenire concretamente contro l’impunità dei crimini commessi durante i conflitti che hanno destabilizzato il Paese per quasi 30 anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Amnesty International: “Non accenna a diminuire il lavoro del boia, superlavoro in Iran e Cina che si piazzano primi”

 

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Giugno 2022

Nel 2021 c’è stato un preoccupante aumento delle esecuzioni e delle condanne a morte. È quanto afferma Amnesty International nel suo rapporto sulla pena di morte nel 2021.

Lo scorso anno, a livello mondiale, sono state eseguite almeno 579 pene capitali in 18 Paesi (+20 per cento rispetto al 2020).

Amnesty International: aumento esecuzioni capitali nel mondo nel 2021

Anche il numero delle condanne a morte è risalito: dalle 1.477 del 2020 alle 2.052 del 2021. A livello globale, tuttavia, non sono incluse le migliaia di esecuzioni che Amnesty International ritiene abbiano avuto luogo in Cina, dove i dati sulla pena di morte continuano a essere classificati come segreto di Stato

MEDIO ORIENTE E AFRICA SETTENTRIONALE

Il numero di persone giustiziate è aumentato: da 437 nel 2020 a 530 nel 2021 (+19 per cento rispetto al 2020). Il 60 percento tra queste sono state eseguite in Iran. Le sentenze capitali pronunciate dai tribunali sono cresciute: da 632 nel 2020 a 834 nel 2021 (+32 per cento). Amnesty International ha registrato esecuzioni in 7 Paesi della regione: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Siria e Yemen.

L’Iran resta sempre ai vertici di questa poco lusinghiera classifica, con almeno 314 esecuzioni eseguite, rispetto ai 246 dell’anno precedente. Ciò rappresenta il più alto numero dal 2017, dovuto principalmente all’incremento per reati di droga, con evidente violazione del diritto internazionale che vieta l’uso della pena di morte per reati diversi dall’omicidio intenzionale.

Il boia ha ucciso per reati connessi agli stupefacenti cinque volte di più rispetto al 2020 (132 nel 2021, mentre nel 2020 erano 23). Le donne messe a morte sono state almeno 14 rispetto a 9 dell’anno precedente, mentre tre erano minorenni quando hanno commesso il reato.

Anche l’Arabia Saudita ha più che raddoppiato il dato del 2020, da 27 a 65 casi e il trend è in crescita, visto che nel mese di marzo di quest’anno, in un solo giorno, il boia ha lavorato ben 81 volte.

In Yemen i tribunali hanno quasi triplicato le sentenze capitali nei confronti dei ribelli huthi: da 5 nel 2020 sono passati a 14 nel 2021.

Le esecuzioni sono diminuite, invece, in Iraq da 45 a 17 (-62 per cento).

Le condanne a morte sono state inflitte in tutti i Paesi della regione, ad eccezione di Israele, che è abolizionista per i reati ordinari e del Bahrein. Rispetto al 2020 sono aumentate in Iraq (da 27 a 91) e in Libano (da una a 12), mentre sono diminuite in Yemen (269 nel 2020 e 298 nel 2021) e in Tunisia (da 8 a 3 ).

In Egitto nel 2021 il boia non è mai rimasto senza lavoro: almeno 83 persone sono state uccise per legge nel 2021, anche se rispetto al 2020 il numero è diminuito, quando le esecuzioni capitali sono state 107. Alcune sono state eseguite in gran segreto, tenendo all’oscuro i familiari, negandogli persino l’ultima visita, infrangendo così anche la legge. Inoltre, nel 2021 i tribunali egiziani hanno emesso almeno 356 sentenze di condanne a morte, rispetto alle 264 dell’anno precedente (+34 per cento). Secondo Amnesty Il Cairo conquista così la vetta nella classifica mondiale.

Il 9 maggio le autorità egiziane hanno giustiziato in segreto il monaco Wael Tawadros, noto come padre Isaiah, la cui confessione è stata estorta sotto tortura. Nell’aprile 2019 era stato condannato per l’uccisione del vescovo Anba Epiphanius. In Egitto anche lo stupro è punito con la pena capitale, così come in Arabia Saudita

E’ preoccupante anche il numero elevato di persone rinchiuse nel braccio della morte, in attesa per anni dell’esecuzione, spesso con pesantissime conseguenze. Può succedere che la condanna venga commutata in una pena più lieve, o addirittura nel rilascio. C’è comunque il reale rischio che questi detenuti vengano lasciati marciare nelle prigioni. Vite sospese, visto che la pena capitale, pur ancora in vigore, non viene applicata di fatto. In tale situazione si trovano ben 8.000 condannati in Iraq, 1.000 in Algeria e 215 nello Stato di Palestina. Non sono accessibili i dati o è impossibile stimare un numero realistico per Arabia Saudita, Egitto ed Iran.

AFRICA SUBSAHARIANA E AUSTRALE

Il numero totale delle esecuzioni registrate è più che raddoppiato da 16 del 2020 a 33 dell’anno scorso, a causa dell’aumento in Somalia (almeno 21 rispetto ad almeno 11), Sud Sudan (almeno nove rispetto ad almeno due). Sono state state eseguite, come nel 2020, negli stessi tre Paesi – Botswana (3), Somalia (21) e Sudan del Sud (9). La maggior parte dei governi della regione che non ha ancora abolito la pena, ma di fatto il boia è rimasto disoccupato quasi ovunque.

Le condanne a morte sono aumentate complessivamente del 22 per cento a causa del notevole incremento nella Repubblica Democratica del Congo (almeno 81 nel 2021 rispetto a 20 dell’anno precedente); in Mauritania (60), in Nigeria 56 e in Mali 48, in Somalia 27, in Sierra Leone 23, in Kenya 14, 10 nel Sud Sudan e 7 in Ghana. Tuttavia va registrato un calo significativo in Zambia

Sono ancora tantissime le persone nel braccio della morte. Il numero più alto interessa la Nigeria, con 3.036 persone; seguono Kenya con 601; Tanzania con 480; Sud Sudan con 334; Zambia con 257; Camerun con 250 e Mauritania con 183.

LA PENA CAPITALE COME STRUMENTO DI REPRESSIONE

Nel 2021 la pena di morte è stata utilizzata da alcuni governi per reprimere le minoranze e i manifestanti. In Egitto le autorità hanno continuato a utilizzare torture ed esecuzioni di massa, al termine di processi iniqui, celebrati da tribunali di emergenza per la sicurezza dello Stato.

In Iran condanne a morte sono state inflitte in modo sproporzionato contro minoranze religiose con accuse vaghe quali “inimicizia contro Dio”. Almeno 61 esecuzioni hanno colpito la minoranza etnica dei baluci.

Amnesty cita, per fare un esempio, l’Arabia Saudita, dove Mustafa al-Darwish, un minorenne sciita, è accusato di aver partecipato a violente proteste antigovernative. Il ragazzo è stato ucciso il 15 giugno 2021, dopo un processo irregolare, basato su una “confessione” estorta sotto tortura

PASSI AVANTI VERSO L’ABOLIZIONE GLOBALE

Nonostante questi dati inquietanti, permane una tendenza verso l’abolizione della pena di morte, in questo senso vi sono stati numerosi fatti nuovi.

La Repubblica Centrafricana ha abolito la pena di morte, così come la Sierra Leone. In Ghana i parlamentari hanno iniziato a discutere sull’abrogazione. In Gambia è stata rispettata la moratoria sulle esecuzioni.

“La minoranza degli Stati – ha concluso la Segretaria Generale di Amnesty International, Agnès Callamard – che ancora continua a utilizzare la pena di morte, deve ricordare che un mondo senza omicidi di Stato non solo è immaginabile ma è anche possibile e prevedibile; continueremo a perseguire questo obiettivo, denunciando arbitrarietà, discriminazione e crudeltà di questa pena, fino a quando anche una sola persona continuerà a subirla. È davvero giunto il momento di consegnare ai libri di storia questa punizione crudele, disumana e degradante”,

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Armi, armi e ancora armi dalla Turchia alla Libia che invia i propri militari alle esercitazioni Nato in Anatolia

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Giugno 2022

Armi, armi e ancora armi turche alla Libia, mentre le ricostituite forze armate libiche vanno ad addestrarsi in Turchia. Nei mesi segnati dall’aggressione russa all’Ucraina si intensificano i programmi di riarmo del martoriato paese nord-africano, grande sponsor il regime del presidente-sultano Recep Tayyp Erdogan.

Hürkuş-C di Turkisk Aerospace Industries

Secondo quanto riportato da Libya Observer le autorità di Tripoli avrebbero ordinato alla Turkish Aerospace Industries (TAI) un imprecisato numero di addestratori armati “Hürkuş-C” per la formazione al volo degli allievi piloti dell’Accademia Aeronautica di Misurata.

Libya Observer ritiene che l’accordo sarebbe stato raggiunto a metà maggio nel corso di un vertice a Tripoli tra il capo di Stato maggiore delle forze aeree libiche, il generale Muhammad Gojil, e una delegazione della Turkish aerospace company (TUSAŞ). Oltre alla fornitura degli aerei-addestratori, Ankara si farà carico dell’assistenza e della preparazione tecnica del personale militare libico.

L’Hurkus è un velivolo ad ala bassa progettato come addestratore di nuova generazione e per l’attacco leggero e la ricognizione armata. Alimentato da un motore turboelica PT6A-68T, può raggiungere la velocità massima di crociera di oltre 570 km/h e un’autonomia di quasi 1.500 km. Ha una capacità di trasporto sino a 1.500 Kg di sistemi d’arma aria-superficie. “L’Hurkus-C è dotato di un sensore a infrarossi (FLIR) e può essere armato con missili anticarro L-UMTAS, razzi a guida laser Cirit, bombe, pod con mitragliatrici da 12,7 mm e cannoncini da 20 mm”, spiega Analisi Difesa. Il velivolo è in dotazione all’Aeronautica Militare turca mentre una dozzina di esemplari sono stati ordinati dalle forze armate del Niger.

Prima dell’accordo sugli addestratori armati, il regime di Ankara aveva espresso pubblicamente l’intenzione di rafforzare la cooperazione militare-industriale con la Libia. Il 2 dicembre 2021, la portavoce del Ministero della Difesa, Pinar Kara, aveva fatto sapere che la presenza militare turca nel Paese nordafricano sarebbe proseguita “come richiesto dal governo legittimo riconosciuto internazionalmente, sulla base dell’accordo bilaterale di assistenza militare libico-turco”.

La portavoce aggiungeva che le “forze armate turche hanno già addestrato 6.799 soldati libici in Libia e in Turchia, mentre è in corso la formazione di altri 974 militari”. “Circa 5.000 tra mine, ordigni esplosivi e munizioni inesplose sono stati individuati in Libia come risultato della cooperazione tra i due Paesi – ha concluso Pinar Kara, aggiungendo “Nell’ospedale di Tripoli gestito con la collaborazione delle autorità turche è stata fornita assistenza medica a circa 20.000 pazienti libici”.

Nel coso del 2021 erano stati intensificati pure i voli e cargo e i trasferimenti navali tra la Turchia e la Libia per la consegna di apparecchiature e sistemi di armi pesanti, compresi i carri armati M60 “Patton” utilizzati in largo numero dall’esercito turco nelle operazioni anti-kurde in Siria.

In queste settimane unità dell’esercito e della marina militare libica sono presenti in Turchia per partecipare alla maxi-esercitazione multinazionale EFES 2022 enfatizzata dai media militari come “la più grande mai effettuata nella storia recente dalla NATO in territorio turco”.

EFES 2022 sono schierati oltre 10.000 militari di 37 Paesi dell’Alleanza Atlantica e di importanti partner di Africa, Europa orientale e Asia (tra essi, oltre a Turchia e Libia, Azerbaijan, Bosnia Herzegovina, Pakistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Francia, Giappone, Stati Uniti d’America e l’immancabile Italia).

Esercitazione NATO in Turchia

“L’esercitazione è finalizzata a sviluppare le capacità militari delle forze nazionali congiuntamente a quelle straniere invitate, per mantenere la prontezza di combattimento”, riporta la nota stampa emessa dal ministero della difesa della Turchia. Le unità impiegate stanno svolgendo un incredibile numero di attività di tiro a fuoco, simulazioni di operazioni di attacco aereo e da elicotteri, assalti e sbarchi di forze speciali, ecc..

Secondo quanto emerso dalla stampa turca, a EFES 2022 la Marina libica partecipa con la cannoniera (la LNS Shafakh); inoltre, alla vigilia dell’esercitazione multinazionale, l’8 giugno, il primo ministro ad interim del Governo di unità nazionale (nonché ministro della difesa), Abdul Hamid Dbeibah, insieme al Capo di Stato maggiore generale Mohammed Al-Haddad e ai massimi vertici di Aeronautica, Marina ed Esercito, si sono recati in visita ufficiale a Izmir per incontrare il ministro della Difesa turco Hulusi Akar.

Nel corso del meeting – riferisce Lybia Observer – le autorità militari turche avrebbero assicurato l’implementazione di ulteriori programmi addestrativi a favore dei militari libici.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Madagascar: ucciso anziano ambientalista, denunciava da due anni il disboscamento dei trafficanti di legno prezioso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 giugno 2022

Henri Rakotoarisoa, attivista malgascio di 70 anni, denunciava da oltre due anni il disboscamento illegale di una parte di foresta primaria, a cavallo tra due distretti. Il suo impegno, l’amore per la propria terra gli sono costati la vita. Il 1° giugno l’ambientalista è stato barbaramente ammazzato nelle vicinanze del comune di Beparasy, nel distretto di Moramanga, nell’est del Madagascar, da un gruppo di trafficanti di legname.

Madagascar: deforestazione selvaggia

L’uomo, a capo di VOI Mialo (che significa: proteggere la foresta per le generazioni future), una associazione locale, volta alla protezione l’ultimo tratto di foresta primaria rimasta tra i distretti di Moramanga, Manjakandriana e Andramasina, è stato ritrovato morto, con le mani legate, la gola e il cuore squarciati e la schiena lacerata. Da oltre tre anni  Rakotoarisoa era in conflitto con i trafficanti di legname per la gestione dei terreni.

Henri Rakotoarisoa, ambientalista ucciso in Madagascar

Un membro di VOI Mialo, che per motivi di sicurezza ha preferito mantenere l’anonimato, ha spiegato che gli assassini sono quasi sicuramente persone residenti nei paraggi, pagati per lo sfruttamento illegale della foresta.

“L’anno scorso abbiamo costituito un’associazione, per ottenere la gestione della foresta dal ministero. Proprio il giorno prima del terribile delitto, abbiamo tenuto una riunione generale in vista dell’arrivo degli agenti del dicastero dell’Ambiente; avrebbero dovuto aiutarci a delimitare l’area”, ha aggiunto il membro di VOI Mialo.

Il 2 giugno, il giorno dopo l’assassinio, una quarantina di abitanti del villaggio si è presentato spontaneamente al commissariato di polizia, probabilmente perché temevano eventuali rappresaglie. Trenta sono stati rilasciati dietro cauzione, mentre altri sette sono stati sottoposti a detenzione preventiva presso il tribunale di Ambatolampy, tra loro anche il maggiore indiziato dell’omicidio dell’ambientalista. La prima udienza del processo nei confronti delle persone coinvolte nell’assassinio del 70enne inizierà il 13 giugno prossimo.

Ramilison Guilot, consigliere tecnico del ministro per l’Ambiente, Marie-Orléa Vina, ha confermato che Rakotoarisoa aveva allertato tempo fa il ministero sulla situazione. Il funzionario ha precisato che il dicastero è venuto in possesso del dossier solamente qualche settimana fa, in quanto la signora Vina è stata nominata solamente a fine marzo, dopo l’ennesimo rimpasto di governo (il quarto n.d.r.), diretto dal primo ministro Christian Ntsay . “Ora diversi rappresentanti ministeriali sono stati sguinzagliati sul posto per far luce sull’intera vicenda”, ha aggiunto Guilot.

L’appezzamento di terreno in questione si estende per circa 1.000 ettari, è ambito dai trafficanti per il pregiato legno di rosa e la produzione di carbone di legna, destinato alla capitale Antananarivo, situata a circa 100 chilometri di distanza. L’anziano ambientalista era solito sensibilizzare la popolazione locale sulla necessità di proteggere la foresta. Inoltre informava regolarmente polizia e ministero dell’Ambiente su quanto avveniva sul territorio.

E c’è chi sostiene che dietro il traffico di legname pregiato ci siano personaggi malgasci di rilievo, che, per ovvi motivi, non nutrono simpatia nei confronti degli ambientalisti; fanno pressione sui commissariati locali e sulla popolazione perché non trapeli nulla sul malaffare.

Dopo la pandemia, che ha ridotto in povertà una buona fetta della popolazione, nello Stato insulare è in forte aumento il saccheggio delle risorse naturali e di conseguenza sono in pericolo le persone che denunciano tali crimini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Il campione di golf Tiger Woods rifiuta il miliardo di dollari di Mohammed bin Salman per giocare in Arabia Saudita

Africa ExPress
10 giugno 2022

Con i profitti del petrolio alle stelle, la compagnia di Stato saudita (di proprietà della famiglia reale) Saudi Aramco, ha raddoppiato i suoi utili raggiungendo il livello più alto degli ultimi 14 anni. Nella sbornia da strapotere e nel suo delirio di onnipotenza il principe ereditario Mohammed Bin Salman sta facendo di tutto pur di apparire quel che non è, distraendo l’opinione pubblica internazionale.

Il più grande golfista del mondo, Tiger Woods, al secolo, Phil Mickelson

E’ arrivato addirittura ad offrire 1 miliardo di dollari al mito del golf, Tiger Woods, pur di averlo al suo fianco sui campi da Golf. Una cifra stratosferica, una vagonata di soldi, pur di sbandierare ai 4 venti la presenza del campione sul tee di partenza della buca numero 1.

Ma la tigre del Golf, il più grande giocatore di tutti i tempi, ha di nuovo centrato la buca con un colpo solo, “Hole in one” (come si dice in gergo). E ha detto “NO” al miliardo insanguinato del principe assassino (altri non hanno disdegnato di “prostituirsi” per molto, ma molto meno).

Qualche giorno prima il fuoriclasse americano Phil Mickelson aveva detto: “lo so che in Arabia Saudita ci sono torturatori e torturati, ma io sono solo un golfista, partecipare ai tornei è una grande opportunità”.

Nonostante il gran rifiuto di Tiger Woods, il principe ereditario Mohammed Bin Salman non demorde, e sogna di aggiungere quest’altro faraonico tassello alla sua collezione turistica (di Vision 2030), nell’utopica consapevolezza che “Qiddiya” contribuisca a “ripulire” l’immagine del Regno dell’Arabia Saudita, compromessa per sempre dopo l’omicidio di Stato del giornalista Yamal Khashoggi, torturato e assassinato (poi segato in pezzi con una motosega e con i poveri resti abbrustoliti sul barbecue del Consolato Saudita di Istanbul) da una banda di killer mandati da Bin Salman.

Chi s’intende, sostiene che lo sport in generale si può considerare come una metafora della vita. Infatti quando noi poveri mortali facciamo “scapoli contro ammogliati” generalmente giochiamo a pallone. Quando i top manager si ritrovano nei loro circoli esclusivi invece giocano a tennis. Però quando certi potenti s’incontrano, amano giocare a golf. Fateci caso: più grande è il potere più piccole sono le palle.

Chi ha anche solo una discreta conoscenza del mondo arabo sa che il principe ereditario  Mohammed Bin Salman, non ha in cantiere solo superprogetti turistici come Neom sul Mar Rosso e AlUla (quest’ultimo sponsorizzato da un noto senatore di casa nostra), ma anche un ciclopico progetto dei divertimenti: il Qiddiya Project. Vicino a Riyadh, a circa 40 km dalla capitale saudita, sta per nascere il megaprogetto del secolo che “sbalordirà il mondo intero lasciandolo a bocca aperta”.

Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita

La costruzione è iniziata un po’ in sordina all’inizio del 2019, ma con un’idea di base ben precisa: affrancare il Regno dal petrolio diversificando le risorse reddituali del Paese e pompando massicciamente petrodollari nel turismo e nell’ intrattenimento. Già sulla carta il Qiddiya Project si presenta come un vero kolossal (tipico delle “visioni” ancestrali del principe MBS) e in sè racchiude una miriade d’altri sottoprogetti che includono la costruzione di resort di lusso, parchi, newtown, coinvolgenti attrazioni per famiglie (da far impallidire Disneyland) e centinaia di diverse attività ricreative, ricettive e sportive.

L’ambizioso obiettivo del principe saudita Mohammed Bin Salman (MBS per gli amici) è di trasformare il suo arido deserto nella capitale mondiale dello Spettacolo, Sport e Arti varie, un vero ‘NNR’ (Nuovo Rinascimento Ricreativo).

Le aspettative del principe ereditario, inutile dirlo, sono altissime, tant’è vero che a Qiddiya è già stato completato un circuito automobilistico costruito con standard FIA Grade 1, in cui MBS sogna di ospitare gare di Formula1 e MotoGP (forse già a partire dal 2023). Ma come ben sapete, dalle parti del Golfo Persico si fa a gara a chi fa le cose più in grande (vedi Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti che si stanno imponendo come capitali mondiali dei Guinnes World Record).

MBS non volendo esser da meno, intende surclassare i fratelli arabi. Infatti a Qiddiya sta immaginando di costruire le Montagne Russe più veloci, più alte e più lunghe del mondo (solo queste costeranno più di 1 miliardo di dollari), la torre di lancio più alta di sempre e il più grande parco a tema che si sia mai visto da che mondo è mondo. E poi ci sarà tanto tanto tanto cemento, grattacieli a iosa (alti non meno di mezzo chilometro), piste da sci innevate H24, un super velodromo, tanti negozi/resort/ristoranti, un iper stadio per concerti, un gigantesco ippodromo, parchi acquatici a perdita d’occhio, cinema, teatri, circuiti motociclistici, trenini sotterranei, attrazioni varie a gogo, e campi da golf ampi come città, da far concorrenza a Shadow Creek (il più costoso campo da golf del mondo anche lui realizzato in pieno deserto del Nevada).

Per avere anche solo una vaga idea delle dimensioni di Qiddiya, la città del futuro, l’area interessata dai vari progetti e sottoprogetti si estenderà su una superfice totale di oltre 334 chilometri quadrati (grande 33 volte New York City), la cui gestione richiederà l’impiego di non meno di 17.000 steward qualificati in diversi ambiti. A tal riguardo i sauditi hanno già siglato un’accordo di partnership con l’Università della Florida Centrale per formare migliaia di giovani sauditi nei vari settori dell’ospitalità, turismo e gestione degli sport. Con investimenti che superano i 550 miliardi di dollari, l’Arabia Saudita costruirà questa Disneyland mastodontica che, secondo le intenzioni, dovrà diventare la Mecca del turismo permanente.

Arabia Saudita: progetto di Qiddiya, città del divertimento e dello sport

Ma come si suol dire, “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il deserto”, gran parte della fantascientifica città-cattedrale (nel deserto) per il momento è ancora sulla carta; in quell’area c’è ancora tanta sabbia e arido deserto. La domanda sorge spontanea: perché erigere megalopoli iper-tecnologiche e megagalattiche in mezzo al nulla, dedicate allo sport, all’arte e al divertimento?

La storia dell’umanità insegna che sport e spettacoli son sempre stati manifestazioni pubbliche di sfogo collettivo, che in generale mettono sempre di buon umore, visto che fanno dimenticare “operazioni speciali”, corruzione, malgoverno, crimini contro l’umanità e le guerre che insanguinano il pianeta, come quella in Yemen della coalizione guidata dall’Arabia Saudita (che ha riempito il Paese di orfani e di vedove).

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Commissionati dalla Turchia 15 elicotteri leggeri alla Leonardo: serviranno ad annientare i ribelli curdi in Siria

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 giugno 2022

I piloti turchi si addestreranno per le prossime guerre in Kurdistan con gli elicotteri “leggeri” di AgustaWestland, società controllata dall’holding Leonardo SpA. Secondo quanto rivelato da Defencenews, il ministero della difesa della Turchia ha scelto gli elicotteri AW119T (versione ammodernata degli AW119M prodotti dal maggior gruppo del comparto militare-industriale italiano) per l’addestramento del personale in forza al Comando delle forze terrestri. Prevista la fornitura di 15 velivoli.

Elicotteri leggeri AW119T

A confermare la commessa una fonte “anonima” del governo di Ankara che però non ha voluto fornire ulteriori informazioni sull’importo di spesa. Gli elicotteri AW119T saranno prodotti negli stabilimenti di Turkish Aerospace Industries (TAI) su licenza di Leonardo/AgustaWestland. Con un raggio operativo poco inferiore ai 1.000 km, gli elicotteri possono raggiungere una velocità di 250 Km/h.

Nel 2007 Leonardo SpA aveva fornito alle forze armate turche il know-how per realizzare gli elicotteri d’attacco T129 “Atak”, velivoli bimotori di oltre 5 tonnellate, molto simili all’A129 “Mangusta” in possesso dell’Esercito italiano. Il memorandum firmato tra AgustaWestland e Turkish Aerospace Industries ha previsto lo sviluppo, l’integrazione, l’assemblaggio degli elicotteri in Turchia, mentre la produzione dei sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica negli stabilimenti del gruppo italiano di Vergiate (Varese). La consegna del primo T129 alle forze armate di Ankara è avvenuta nell’aprile 2014.

I T129 “Atak” sono stati utilizzati in più occasioni dal regime di Ankara per sferrare sanguinosi e devastanti bombardamenti contro villaggi e postazioni delle milizie kurde nel Kurdistan turco, siriano e irakeno. Il primo impiego in operazioni belliche, secondo quanto denunciato dall’Ufficio stampa delle Forze di difesa del popolo kurdo (HPG), risalirebbe al maggio 2015 nelle province sud-orientali di Sirnak, Hakkari e Van. Fonti giornalistiche indipendenti hanno documentato l’impiego degli elicotteri italo-turchi nel gennaio-febbraio 2018 durante l’offensiva contro i kurdo-siriani del Ypg nell’enclave di Afrin.

Nel giugno del 2020 TAI – Turkish Aerospace Industries ha presentato una versione ancora più micidiale dell’elicottero d’attacco basato sull’AW129 “Mangusta”: con nuovi sistemi avanzati di individuazione e tracciamento dei bersagli e sofisticati di sistemi per la guerra elettronica, il nuovo velivolo è armato con razzi non guidati da 70 mm e missili anti-carro a lungo raggio L-UMTAS.

Leonardo SpA opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara. “Quella in Turchia è una presenza commerciale e industriale di lunga data – spiegano i manager del colosso italiano -. Leonardo è presente in Turchia attraverso programmi in tutti i settori di competenza. In questo specifico scenario, il gruppo è impegnato a mantenere e rafforzare ancora di più questa posizione con una partnership locale capace di rispondere alle domande del mercato nazionale e internazionale”.

Oltre agli elicotteri “leggeri” e d’attacco, Leonardo SpA, attraverso la controllata Telespazio, ha fornito alla Turchia componenti vitali per la realizzazione dell’ambizioso e costoso programma aerospaziale militare “Göktürk-1”, basato su un satellite di osservazione della Terra con un sensore ottico ad alta risoluzione, un centro per l’integrazione satellitare e i test (costruito ad Ankara) e un segmento terrestre responsabile del controllo missione, della gestione in orbita, dell’acquisizione e processamento dati. Il satellite “Göktürk-1” è stato lanciato in orbita il 5 dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana francese, con un lanciatore italiano VEGA, sotto il controllo del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

Leonardo S.p.A. Ankara

Leonardo ha fornito alle autorità turche pure il sistema di gestione del traffico marittimo VTMS (Vessel Traffic Management System), installato nelle postazioni della Marina di Izmit, Mersin ed Izmir e con un centro di comando e controllo nella capitale. Altra rilevante commessa in ambito militare si è rivelata la fornitura alla Marina della Turchia di 6 pattugliatori marittimi ATR-72/600 (“Meltem III”), dotati di sofisticate apparecchiature per la guerra anti-sottomarini e contro le unità navali di superficie. I velivoli sono stati prodotti in parte in Italia negli stabilimenti di Napoli Capodichino e ad Akinci dalle industrie TAI.

La holding italiana ha dotato le autorità turche pure con un nuovo sistema di controllo del traffico aereo denominato “SMART” (Systematic Modernisation of ATM Resources Turkey) con centro di controllo ad Ankara e stazione backup ad Istanbul, che supporta le operazioni di una ventina di stazioni remote ad Istanbul, Izmir, Antalya, Ercan, Dalaman e Bodrum.

All’Aeronautica militare turca sono stati consegnati i radar tridimensionali RAT-31D nell’ambito di un programma di ammodernamento del sistema di telerilevamento NATO, mentre alle forze navali sono stati forniti i radar di precisione SPN720.

“A riprova della consolidata e significativa relazione con la Marina Militare e la Guardia Costiera della Turchia l’uso da oltre trent’anni di cannoni da medio e piccolo calibro”, aggiunge Leonardo SpA. “Attualmente 30 cannoni navali 76/62 Compact e 35 40/70 sono in servizio con questi due clienti e 6 cannoni navali da 30mm MFCS stanno equipaggiando i cacciamine della Marina militare”..

Antonio Mazzeo
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Rivincita eritrea contro i fascisti: un ciclista asmarino sfreccia per primo al traguardo del Monte Grappa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
9 giugno 2022

“Monte Grappa, tu sei la mia patria, sovra te il nostro sole risplende…”.  E’ difficile, per non dire impossibile, che il 6 maggio scorso, il ciclista Natnael Tesfatsion Ocbit, 23 anni, nato ad Asmara (Eritrea), sfrecciando vittorioso sotto il traguardo del Monte Grappa, conoscesse la celebre canzone patriottica composta nel 1918 da Emilio De Bono.

Natnael Tesfatsion Ocbit taglia il traguardo sul Monte Grappa

Eppure, forse a sua insaputa, Natnael Tesfatsion Ocbit, vincendo per la prima volta in Europa, si prendeva una rivalsa impensabile su una montagna simbolo delle vicende italiche. De Bono, infatti, dopo aver composto quei versi, fu un fascistissimo della prima ora e poi divenne, fra l’altro, tristemente noto sia come creatore dei campi di concentramento in Libia sia come governatore dell’Eritrea. 

Come dire: la vendetta storica è un piatto freddo che si serve anche in bicicletta. Il 23enne eritreo lo ha fatto su un luogo di culto scolpito nella memoria popolare proprio grazie ai versi scritti da Emilio De Bono. 

Il successo del corridore della squadra italiana Drone Hopper-Androni Giocattoli nella seconda tappa della quarta edizione della “Adriatica Ionica Race/Sulle rotte della Serenissima”, è la conferma del momento magico che sta vivendo il ciclismo africano, in particolare quello eritreo, a livello internazionale. Il primo a irrompere è stato Biniam Girmay, 22 anni, alla Gand-Wevelgem del 27 marzo scorso, e nella tappa di Jesi dell‘ultimo Giro d’Italia, il 17 maggio, quando poi dovette ritirarsi per colpa del tappo dello spumante finitogli nell’occhio sinistro! https://www.africa-express.info/2022/03/28/epocale-vittoria-africana-nel-ciclismo-leritreo-girmay-vince-la-classica-gand-wevelgem-in-belgio/
https://www.africa-express.info/2022/05/18/il-giro-ditalia-si-colora-per-la-prima-volta-di-nero-vittoria-epocale-del-giovane-eritreo-bimian-girmay-hailu-a-jesi/

Ora è la volta di Natnael, (per tutti Natalino) che non solo ha conquistato la frazione sul Monte Grappa, ma pochi giorni fa era giunto secondo nel durissimo Giro dell’Appennino e fino all’ultimo è stato in lizza per la vittoria finale della “Adriatica Ionica Race”, corsa che si è sviluppata in 5 tappe e che si è conclusa ieri, mercoledì 8 giugno, ad Ascoli Piceno. La classifica generale ha visto al primo posto l’italiano Filippo Zana, 23 anni, della Bardiani-Csf– Faizanè , che ha preceduto di soli 15 secondi Natnael.

Fino a questa competizione, il giovane Natalino atleta africano aveva dominato solo in Africa conquistando il Tour del Rwanda.https://www.africa-express.info/2022/02/28/nel-giro-del-ruanda-vince-anche-lucraina/Per l’Eritrea è un bel momento – ha riconosciuto Natalino – ma posso assicurare che nel nostro Paese abbiamo tantissimi corridori fortissimi che non hanno la possibilità di mettersi in mostra, anche con più talento di me. Quello che stiamo facendo io e Biniam speriamo possa aiutare tutto il Paese, ma in generale tutta l’Africa, a trovare spazio nel ciclismo professionistico. Non so se cambierà qualcosa, ma lo spero”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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L’uranio arricchito è quasi pronto: l’Iran potrebbe costruire una bomba atomica in poche settimane

Africa ExPress
Teheran, 8 giugno 2022

Dopo una settimana frenetica, il Consiglio internazionale delle 35 nazioni dell’energia atomica dei Governatori (BoG) ha convocato una riunione che dovrebbe portare ad una possibile censura contro l’Iran, una mossa che potrebbe complicare ulteriormente la situazione dei colloqui sul nucleare iraniano, già bloccati a Vienna.

Hossein Amir Abdollahian, ministro degli Esteri iraniano

Il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian per tutta risposta ha avvertito che per chiunque deliberi qualcosa contro l’Iran alla riunione del BoG, “ci saranno conseguenze di cui alcuni saranno ritenuti responsabili”. Ha lasciato intendere così che l’Iran potrebbe prendere misure di ritorsione, qualora il consiglio adotti una risoluzione sfavorevole.

E’ arrivata addirittura una sorta di minaccia: il direttore dell’Organizzazione Atomica Iraniana Fereydoun Abbasi infatti ha scandito con molta chiarezza che “nel caso il consiglio adottati una delibera l’Iran dovrebbe aumentare il suo arricchimento”.

Dall’ira funesta degli ayatollah sono escluse, ovviamente, Russia e Cina che faranno buon viso a cattivo gioco, mettendosi di traverso.

Per capire come si è arrivati a questo stallo, è necessario fare un passo indietro. Nelle scorse settimane, durante i negoziati, Israele ha accusato l’Iran di aver rubato documenti dall’AIEA per nascondere le prove dei suoi piani per costruire una bomba nucleare. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha affermato senza tanti giri di parole: “L’Iran ha rubato documenti riservati… e ha usato quelle informazioni per eludere sistematicamente le sonde nucleari”.

Da qui la richiesta di chiarimenti all’Iran, ma secondo gli esperti dell’AIEA Teheran ancor oggi deve spiegare l’uranio rilevato in tre siti segreti dove pare siano state rinvenute tracce di attività nucleare: ed esattamente i siti di Marivan, Varamin e Turquzabad. In un rapporto della fine del mese scorso, l’IAEA ha affermato di avere ancora domande che “non sono state chiarite in merito a tracce di uranio arricchito precedentemente trovate in questi tre siti, dove Teheran non aveva dichiarato d’aver svolto attività nucleari”.

Da notare, che in una riunione a porte chiuse dei senatori americani in aprile era già stato lanciato l’avvertimento: “L’Iran potrebbe avere abbastanza materiale per costruire una bomba nucleare in poche settimane”. L’allerta era arrivata subito dopo che l’Iran aveva annunciato d’aver prodotto missili balistici in grado di percorrere 1.450 chilometri (simili al sistema americano Patriot, utilizzato dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e da altri paesi del Medio Oriente).

In conclusione l’Iran ora detiene il più grande arsenale di missili balistici della regione. E pensare che i negoziati di Vienna tra Washington e Teheran per il nucleare sembravano essere vicini alla conclusione con gli Stati Uniti che avevano recentemente preannunciato una possibile riduzione delle sanzioni. Ma i funzionari repubblicani hanno affermato che l’Iran aveva precedentemente violato lo spirito dell’accordo diffondendo l’instabilità in tutto il Medio Oriente attraverso i suoi delegati e producendo sempre più missili balistici.

“Penso che l’unico accordo possibile sia quello negativo. Ed è quello che temo: che l’amministrazione voglia un accordo così tanto da accettarne uno davvero pericoloso”, ha detto il senatore della Florida Marco Rubio, il massimo esponente repubblicano del comitato di intelligence.

A frenare l’accordo è stato poi anche un punto assai critico dei negoziati: la richiesta di Teheran a Washington di rimuovere il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (il braccio ideologico dell’esercito iraniano) dall’elenco ufficiale dei gruppi terroristici.

L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è rifiutata di farlo in vista delle difficili elezioni di medio termine di novembre.

Secondo l’ultimo rapporto dell’AIEA, la repubblica islamica ha ora circa 43,1 chilogrammi (95 libbre) di uranio arricchito al 60% di purezza, il livello più alto di sempre ad una brevissima distanza tecnica dai livelli di grado militare del 90% e di gran lunga superiori al limite del 3,67% dell’accordo nucleare. Anche le sue scorte di uranio arricchito continuano a crescere, fatto che preoccupa non poco gli esperti di proliferazione nucleare.

In questo inquietante contesto l’Iran potrebbe essere davvero vicina, più che mai, a possedere abbastanza materiale per un’arma atomica se scegliesse di fabbricarne una. In un recente rapporto, Kelsey Davenport (direttore della politica di non proliferazione presso la Arms Control Association con sede a Washington) ha avvertito che “Se arricchito al 90 percento, potrebbe permettere di creare una bomba in meno di 10 giorni. L’armamento richiederebbe ancora da uno a due anni, ma questo processo sarebbe più difficile da rilevare e interrompere, una volta che l’Iran avesse spostato l’uranio per armi dalle sue strutture di arricchimento dichiarate”.

L’Iran ha sempre negato di voler sviluppare un’arma nucleare, ma anche Rafael Mariano Grossi dell’International Atomic Energy ha osservato che “se l’Iran continua a sviluppare il suo programma basteranno poche settimane per ottenere abbastanza materiale necessario per un’arma nucleare”.

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