Domenica la Tanzania ha fatto marcia indietro sulla controversa decisione di abolire il divieto di esportazione di animali selvatici. Una revoca che aveva suscitato indignazione in tutto il Paese. Ma il ministro del Turismo, Pindi Chana, ha ripristinato il blocco, specificando: “Sono in corso ulteriori consultazioni e fintanto non saranno concluse, il veto adottato nel 2016 resterà in vigore.
Elefanti in Tanzania
Solo il giorno precedente i servizi per la protezione della fauna selvatica avevano annunciato l’autorizzazione per la vendita e l’esportazione di alcune specie di animali selvatici per la durata di sei mesi, dal 5 giugno al 4 dicembre 2022.
Nel 2016 era scattato il divieto per tale commercio per presunte irregolarità riscontrate sotto la presidenza di John Magafuli, morto nel marzo dello scorso anno. Ma fino a quella data l’esportazione di alcuni esemplari della fauna della Tanzania era legale e costituiva anche una fonte di reddito per lo Stato.
Il WWF, ONG che si occupa alla protezione degli animali, aveva subito espresso perplessità sull’allentamento delle restrizioni e aveva chiesto “procedure di monitoraggio trasparenti”, specificando che le nuove misure potrebbero compromettere i progressi compiuti nella protezione della fauna selvatica e favorire il bracconaggio.
Ma il problema va oltre. La decisione di togliere il veto ha suscitato indignazione anche su internet, sui social network, dove sono apparsi anche post come questi: “Sostengono che la presenza dei Masai sia negativa, da qui il loro possibile sfratto forzato dal parco Ngorongoro! Secondo me, vogliono che i Masai lascino le aree di conservazione in modo da poter catturare/esportare a loro piacimento, senza occhi indiscreti”.
La Tanzania permette alle comunità indigene, come ai Masai, di vivere in alcuni parchi nazionali, ma negli ultimi anni il rapporto tra pastori e fauna selvatica è diventato sempre più conflittuale. Con l’incremento demografico della popolazione e delle mandrie, il governo sta valutando la possibilità di sfrattarli dalla Ngorongoro Game Reserve.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
6 maggio 2022
Mentre le bandiere sono a mezz’asta in segno di lutto e si piangono ancora le vittime del terribile attentato che si è consumato la domenica di Pentecoste nella città di Owo, nell’Ondo State (il Paese comprende 36 stati, oltre al territorio della capitale federale Abuja), in altre zone della Nigeria si sono consumate e si stanno consumando nuove violenze, che difficilmente arrivano sulle pagine della stampa internazionale.
Basta sfogliare i giornali locali per capire la tragedia che vive da anni gran parte della popolazione del colosso africano. Praticamente nessuno stato è esente dalle violenze. Forse fino a ieri nell’Ondo i residenti hanno dovuto piangere meno vittime. Morti e feriti sono causati da malavita, criminalità organizzata, sequestri, terrorismo. E poi ci sono i conflitti tra i pastori semi-nomadi (per lo più musulmani) e gli agricoltori (di maggioranza cristiana), aiutati dai loro gruppi di vigilantes. Poi violenze etniche dovute a rigurgiti secessionisti. Anche in quest’area il sogno di una vita più o meno tranquilla è stato infranto all’improvviso.
Il queste foto sono ripresi pastori Fulani. Sono sempre armati per difendere il loro bestiame
Ora Owo trabocca di forze dell’ordine e di sicurezza, ma le scie di sangue non si possono cancellare con la loro presenza. Da ieri sono state avviate indagini a 360 gradi, ma è chiaro che gli inquirenti brancolano ancora nel buio e finora nessuno ha rivendicato la carneficina della domenica di Pentecoste.
Da anni la sicurezza è uno dei maggiori problemi che affligge il Paese intero, considerato tra i più ricchi di tutto il continente, in quanto primo produttore di greggio dell’Africa.
Dei proventi del petrolio la popolazione vede ben poco, gran parte delle royalities si perdono nei meandri della corruzione, piaga che tutti i presidenti del passato e Muhammadu Buhari, l’attuale capo di Stato al secondo mandato, hanno promesso di sradicare, ma sempre con scarso successo. Basti pensare che persino il giudice dello speciale Tribunale anti-corruzione è stato beccato con le mani nel sacco (https://www.africa-express.info/2018/02/03/nigeria-il-presidente-del-tribunale-anti-corruzione-accusato-di-corruzione/) e una ex ministra delle risorse petrolifere è stata arrestata a Londra con l’accusa di corruzione. La lista dei personaggi illustri coinvolti in traffici poco trasparenti è lunga.
In base all’ultimo rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale a fine marzo 2022, si prevede che nell’anno in corso 95,1 milioni di nigeriani, ossia il 42 per cento, vivrà in povertà; triste indice, dovuto a svariati fattori, come l’incremento demografico, la pandemia, la guerra in Ucraina che con l’aumento dei prezzi del grano si ripercuote in tutto il continente. Va sottolineato che la Nigeria importa anche prodotti derivati dal petrolio, visto che non dispone di una raffineria. L’istituto ha evidenziato che sarà molto difficile per il governo ridurre il tasso di povertà, se non affronta il problema della sicurezza.
Eppure Buhari aveva promesso di combattere povertà e terrorismo. Quasi alla fine del suo secondo mandato tali aspettative non sono state raggiunte, anzi, sempre secondo le proiezione della Banca Mondiale, si prevede che il tasso di disoccupazione raggiunga il 33 per cento nel 2022, mentre quello giovanile potrebbe addirittura sfiorare il 53 per cento.
La popolazione nigeriana è chiamata alle urne fra pochi mesi, nel febbraio 2023 e già ora i maggiori istituti di analisi sono davvero preoccupati dell’attuale trend nel Paese. La questione sicurezza deve essere affrontata seriamente prima della prossima tornata elettorale, in quanto la stessa potrebbe rappresentare una ulteriore potenziale fonte di instabilità.
Infatti Nextier, un organismo nazionale per o sviluppo, suggerisce una maggiore collaborazione tra il governo centrale e i leader locali per allentare le tensioni.
Ndubuisi Nwokolo, ricercatore di Abuja, ha evidenziato che lo Stato Federale, guidato da Buhari, ex militare ed ex golpista del 1983, è diventato troppo autocratico. Per ogni problema riguardante la sicurezza, vengono sguinzagliati soldati, senza nemmeno tentare altre soluzioni. “La situazione è davvero preoccupante – ha sottolineato ai reporter di Radio France Internationale – sono diminuiti nettamente gli investimenti e gli sforzi per quanto riguarda i processi di pace o altre soluzioni che avrebbero potuto prevenire l’escalation delle violenze”. E ha aggiunto: “Come può lo Stato assicurare la sicurezza nel periodo elettorale se ha già seri problemi ora?”.
Come dare torto al professore? I casi di violenza e di uccisione di civili sono in continuo aumento, per non parlare delle decine e decine di rapimenti per riscatto, denunciati e registrati settimanalmente.
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Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City, 5 giugno 2022
Questa mattina si è consumata una vera e propria mattanza nella chiesa cattolica Saint Francis di Owo, città nell’Ondo State, nel sud-ovest della Nigeria. Non si tratterebbe di un assalto motivato politicamente: gli assassini non sono quindi terroristi né tantomeno miliziani di Boko Haram, che nella zona non hanno né basi, né gruppi d’assalto.
Mentre i fedeli erano intenti a ascoltare la messa domenicale (oggi è Pentecoste) un gruppo di uomini armati è entrato nella chiesa e ha iniziato a sparare in ogni direzione, uccidendo almeno 50 persone. Tra loro anche parecchie donne e bambini. Non si contano i feriti ma sono decine. Anche altri banditi confusi tra i credenti hanno imbracciato le armi e premuto i grilletti.
Nigeria, mattanza in una chiesa cattolica dell’Ondo state
Secondo un medico di Owo, non meno di 50 salme sarebbero state trasportate al Federal Medical Center e nella camera mortuaria del Saint Louis Catholic Hospital di Owo.
Finora nessuno ha rivendicato il massacro. Le notizie su quanto accaduto sono ancora frammentarie, alcuni media locali hanno detto che il gruppo di uomini armati non solo avrebbe sparato all’impazzata, ma avrebbero gettato anche esplosivo all’interno della chiesa.
massacro di fedeli a Owo, Nigeria
Il presidente Muhammadu Buhari ha condannato l’atroce attacco, mentre il portavoce della polizia dell’Ondo state, Funmilayo Ibukun Odunlami, non ha voluto rilasciare dettagli per il momento. Ha parlato solamente di un incidente che si è verificato nella mattinata di oggi. Nelle prossime ore il commissariato ha promesso di rilasciare ulteriori dichiarazioni.
Un attentato di tale portata non si è mai verificato nel sud del gigante africano. Recentemente nel centro del Paese ci sono stati scontri tra i fulani (pastori semi-nomadi, per lo più musulmani), gruppi Hausa e agricoltori (di maggioranza cristiana).
Nel sud e nel centro si assiste spesso a sequestri di persone, che generalmente vengono rilasciate dietro pagamento di riscatto. Altri gruppi di criminali, classificati come terroristi dal governo di Abuja, stanno terrorizzando il nord e il nord ovest con rapimenti di scolari e studenti e sono proprio i genitori dei piccoli adolescenti a dover sborsare laute somme pur di riabbracciare i propri figli. Per questo motivo molte scuole sono chiuse in queste aree e ragazzi e ragazze vengono privati dell’istruzione.
Comunque pare che da questo massacro siano da escludere, almeno per il momento, i terroristi di Boko Haram o i loro concorrenti dell’ISWAP (Islamic State West Africa Province), cugini dei primi che si sono separati nel 2016 dal gruppo originale. L’Ondo State è molto lontano dal raggio d’azione di entrambi.
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Il governo di Dodoma ha approvato l’esportazione di alcune specie di animali selvatici vivi per un lasso di tempo limitato, ha così sospeso per la durata di sei mesi il veto in vigore dal 2016.
Fauna selvatica, Tanzania
Dal 5 giugno fino al 4 dicembre 2022 i commercianti potranno così immettere sul mercato internazionale gli animali selvatici rimasti invenduti dal 2016 a oggi. Allora il divieto era scattato per presunte irregolarità riscontrate sotto la presidenza di John Magafuli, morto nel marzo dello scorso anno. Ma fino al 2016 l’esportazione di alcuni esemplari della fauna della Tanzania era legale e costituiva anche una fonte di reddito per lo Stato.
Ora, la nuova presidente, Samia Suluhu Hassan, ex vicepresidente del Paese, che, secondo la Costituzione è subentrata come capo di Stato deceduto, ha deciso di riprendere in mano il dossier e di dare il via libera all’export per un periodo limitato, visto che il bracconaggio è in forte declino nel Paese.
Samia Suluhu Hassan, neo presidente della Tanzania
Tale decisione ha già messo in allarme le ONG per la protezione degli animali, come il WWF, che chiede “procedure di monitoraggio trasparenti” per non mettere a rischio i progressi compiuti negli ultimi anni nella protezione degli animali selvatici.
La Tanzania è conosciuta in tutto il mondo per la sua ricca fauna selvatica, e oltre un milione e mezzo di visitatori vengono annualmente nel Paese per ammirarla durante i safari. Un business non da poco, le cui entrate durante il periodo della pandemia sono venute a mancare alle casse dello Stato.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 5 giugno 2022
“I namibiani sono stati venduti ai cinesi”. Lo ha dichiarato ai media Kalimbo Iipumbu, deputato e vice presidente del partito nazionalista Combattenti per la Libertà Economica della Namibia (NEFF). E si oppone, insieme al partito di estrema sinistra Riposizionamento Affermativo (AR), per l’arresto di due loro militanti che protestavano nella Chinatown a Windhoek.
Ai due oppositori è stata negata la libertà su cauzione. Rimangono in custodia in attesa di comparire davanti al giudice di Windhoek il prossimo 5 luglio. Devono rispondere di violenza pubblica, incitamento alla violenza, aggressione e minaccia. Sono stati arrestati la settimana scorsa perché manifestavano contro la comunità cinese. L’Agenzia delle Entrate della Namibia (NAMRA) sta indagando su un incendio di merci contraffatte da imprenditori cinesi per un valore di 4,6 milioni di euro. La protesta intendeva denunciare che i cinesi evadono le tasse. “La Namibia in quanto tale è stata venduta e ora siamo nelle mani di coloro che vengono protetti – ha affermato il rappresentante NEFF -.
Accusati di riciclaggio di denaro e di evasione fiscale
Tre settimane fa c’è stata un’altra manifestazione di protesta di aderenti al NEEF e AR contro i commercianti cinesi. Iipumbu ha accusato i cittadini cinesi di riciclaggio di denaro e di evasione fiscale. Il politico ha chiesto alla NAMRA controlli fiscali alle imprese di proprietà cinese.
Chinatown nella capitale della Namibia, Windoek
“Abbiamo informazioni a nostra disposizione sugli imprenditori cinesi – ha dichiarato Iipumbu -. Hanno immagazzinato miliardi di valuta namibiana in scatole in vari magazzini. Conosciamo i negozi specifici e i luoghi in cui il denaro viene nascosto per essere spedito in Cina. Chiediamo che la polizia sequestri questi soldi”.
Il deputato NEFF ha spiegato che gli uomini d’affari cinesi in Namibia non utilizzano i servizi bancari locali. “Lo fanno deliberatamente per non pagare le tasse e frodare lo Stato”.
Molestie sessuali dei lavoratori “sfruttati come animali”
I cittadini cinesi sono stati accusati anche di molestie sessuali nei confronti delle dipendenti e di sfruttamento dei lavoratori. “I cinesi nelle proprietà da loro amministrate sono arroganti e razzisti. I nostri cittadini vengono sfruttati come animali, con salari bassi e senza benefici e privilegi” – ha affermato Iipumbu -.
I cinesi sono ormai diventati i maggiori partner degli Stati africani dove stanno creando le infrastrutture e portano modernità e tecnologia. Ma non è la prima volta che gli imprenditori del dragone vengono messi sotto accusa. Soprattutto per sfruttamento della mano d’opera ma anche di razzismo e pesanti danni all’ambiente.
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Tre giorni fa a Riyadh, il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha portato a casa un bel risultato. Nella capitale saudita si è svolta la “5a riunione ministeriale congiunta tra i Paesi del Gulf Cooperation Council e la Russia per il dialogo strategico”, presenti tutti i 6 rappresentanti dei paesi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait e Bahrein.
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov e il suo omologo del Bahrein, Abdullatif al-Zayani
Nel corso della riunione il Consiglio dei Ministri del cooperazione del Golfo, ha deciso all’unanimità di non imporre sanzioni alla Russia. Ergo: la guerra in Ucraina non ci riguarda, noi di “grano” ne abbiamo in abbondanza (in tutti i sensi, soprattutto quello figurato). Preferiamo pensare alle potenziali minacce che ci toccano più da vicino (il riferimento è all’Iran).
Il comunicato finale recita: “Oggi abbiamo avuto due proficui incontri con i ministri russo e ucraino, durante i quali abbiamo sostenuto la nostra posizione unitaria riguardo alla crisi russo-ucraina e alle sue conseguenze negative, vale a dire la sicurezza alimentare dei Paesi interessati e del mondo. Riflettere sulla sicurezza regionale è uno dei pilastri più importanti della nostra unità, che deve affrontare grandi sfide e richiede uno stretto coordinamento per raggiungere un approccio comune alle nostre relazioni internazionali e per difendere i nostri interessi”.
Poi parte l’affondo contro il regime degli ayatollah: “In prima linea in queste sfide c’è il progetto nucleare iraniano, il sostegno militare di Teheran alle milizie e al terrorismo e il suo comportamento destabilizzante nella regione. Ecco perché il nostro dialogo e il nostro rapporto con l’Iran necessitano di massima unità tra i Paesi del Golfo. La nostra unità ci permette di raggiungere pace, cooperazione e adesione ai principi di legittimità internazionale e buon vicinato. Dobbiamo poter lavorare insieme per raggiungere il nostro sviluppo ed elaborare piani all’interno di un ambiente regionale stabile che sostiene partenariati e progetti di diversificazione economica. La stabilità del Paese fraterno dello Yemen è parte integrante della sicurezza del sistema del Golfo e della penisola arabica”.
Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, con i membri del Consiglio dei Ministri del cooperazione del Golfo
Il lungo documento continua così: “Durante il nostro incontro di oggi abbiamo cercato di contribuire alla sicurezza e alla stabilità dei nostri Paesi e di realizzare le aspirazioni della nostra gente per un futuro migliore. Pertanto, i paesi del CCG sottolineano la fornitura di tutti i mezzi di sostegno per raggiungere gli obiettivi della presidenza collettiva dello Yemen e autorizzare i suoi organi di supporto a svolgere i ruoli loro assegnati, in modo che lo Yemen possa riguadagnare stabilità e sicurezza e mantenere la sua unità e sovranità. Ribadiamo il nostro sostegno agli sforzi delle Nazioni Unite, guidati dal suo inviato speciale in Yemen, con l’obiettivo di raggiungere una soluzione politica globale per porre fine alla guerra. La nostra posizione come Paesi del Golfo riguardo alla crisi russo-ucraina è unitaria”
A margine dell’incontro, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ha affermato che “le nazioni occidentali cercano di costruire un mondo unilaterale guidato dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti stanno intenzionalmente buttando benzina al fuoco. Il presidente Joe Biden, come parte di un nuovo pacchetto per aiutare Kiev a difendersi ha accettato di fornire all’Ucraina razzi che possono colpire con precisione obiettivi russi a lungo raggio”.
Durante la conferenza stampa di mercoledì 1° giugno, dopo un incontro a porte chiuse a Riyadh con i suoi omologhi dei paesi del CCG, ha anche accusato l’Occidente di spingere l’Ucraina a minacciare la sicurezza del suo Paese e di aver violato la Carta delle Nazioni Unite.
Ha chiesto poi il ritiro delle armi pesanti dall’Ucraina. Infine ha concluso compiaciuto: “Le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo comprendono bene la natura del conflitto tra la Russia e l’Occidente e così gli Stati del Golfo hanno assicurato che non si uniranno alle nazioni occidentali nell’imporre sanzioni a Mosca”.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
3 giugno 2022
La tensione tra Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo è alle stelle da settimane. Se ne è persino discusso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite qualche giorno fa. Ora si auspica che il presidente ruandese, Paul Kagame, e il suo omologo congolese Félix Tshisekedi, si incontrino per un faccia a faccia grazie alla mediazione del capo di Stato angolano, João Lourenço.
Il presidente ruandese, Paul Kagame (a sinistra) con il suo omologo congolese, Felix Tsisikedi
Martedì scorso il ministro degli Esteri del Congo-K, Christophe Lutundula, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza a New York, accusando il governo di Kigali di sostenere il gruppo ribelle M23.
Il ministro di Kinshasa ha sottolineato che la nuova crisi, iniziata alla fine di marzo con la ricomparsa dei miliziani M23, ha scatenato un nuovo peggioramento della situazione umanitaria nell’est della ex colonia belga. Dopo la ripresa dei combattimenti tra le forze armate congolesi (FARDC) e i ribelli, ben 11.000 residenti hanno cercato protezione nel vicino Uganda, altri 75.000 sono gli sfollati interni.
Anche Macky Sall, capo di Stato del Senegal, nonché presidente di turno dell’Unione Africana, è molto preoccupato dell’attuale crisi in atto tra Ruanda e Congo-K. Sall ha chiesto ai due Paesi si sedersi al tavolo delle trattative per risolvere la questione in modo pacifico.
Dalla fine di maggio Kinshasa ha vietato agli aerei di Rwandair (compagnia di bandiera ruandese) di operare nel Congo-K. E martedì scorso le autorità congolesi hanno convocato l’ambasciatore ruandese, Vincent Karega, accreditato nel Paese. In assenza del ministro degli Esteri, che si trovava a New York, Ève Bazaiba, vice primo ministro e a capo del dicastero dell’Ambiente, ha ricevuto il diplomatico, e, secondo quanto prescrive il protocollo, gli ha comunicato ufficialmente quanto il suo governo disapprovi il sostegno delle autorità di Kigali al movimento M23.
Il governo di Kagame nega ovviamente qualsiasi coinvolgimento con i ribelli, mentre in Congo-K non cessano le manifestazioni contro il governo ruandese. Il 1° giugno, centinaia di persone hanno manifestato davanti all’ambasciata ruandese di Kinshasa, per chiedere alle autorità di interrompere le relazioni diplomatiche con il Paese e di espellere immediatamente il rappresentante diplomatico. Altre manifestazioni simili si sono svolte anche a Bukavu, nel Sud-Kivu.
Nel frattempo la popolazione congolese – in maggioranza cattolica – attende con impazienza la visita di Papa Bergoglio, che si recherà anche a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, epicentro di violenze indescrivibili da parte di alcuni degli oltre 100 gruppi armati attivi nel Congo-K.
La CENCO (acronimo per Conferenza Episcopale Nazionale del Congo), ha espresso grande perplessità sul fatto che recenti scontri siano avvenuti poche settimane dopo il vertice di Nairobi, durante il quale i capi di Stato della regione dei Grandi Laghi e alcuni gruppi armati si sono impegnati per ristabilire la pace nella parte orientale del Congo-K. Ma in tale occasione, proprio dietro richiesta del governo di Kinshasa, M23 è stato escluso dai colloqui, che si sono svolti nella capitale del Kenya il 21 aprile scorso, insomma poco meno di un mese dopo dall’inizio della riapparizione dei ribelli appoggiati dal governo ruandese.
Anche in passato Kinshasa aveva regolarmente accusato Kigali di condurre incursioni nel proprio territorio e di sostenere gruppi armati presenti. Certo, le ricchezze del sottosuolo della ex colonia belga fanno gola a tutti e, nessuno escluso, vorrebbe ritagliare una fetta per sé.
A fine marzo sono stati arrestati due militari ruandesi in territorio congolese. Già allora è stato convocato l’ambasciatore di Kigali, che in tale occasione ha negato qualsiasi sostegno da parte del suo governo ai ribelli M23. Sembra che i due soldati saranno liberati nei prossimi giorni.
Nella ex colonia belga sono presenti anche truppe ugandesi per dare la caccia ai terroristi di ADF (Allied Democratic Forces), un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995, che recentemente si sono riattivati anche in Uganda. Tshisekedi, aveva dato la propria autorizzazione all’ esercito di Kampala ad entrare nel Paese.
Il 1° giugno 2022 l’operazione militare congiunta tra Uganda e Congo-K per stanare i miliziani dell’ADF è stata estesa; non è stato chiarito fino a quando. Secondo un alto ufficiale, la fine dell’operazione dipende dall’evoluzione della situazione sul campo e dalla volontà dei due capi di Stato.
L’M23 (acronimo per mars 23) prende il nome da un accordo di pace firmato dal governo del Congo-k e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009.
Con la firma di un accordo di pace siglato nel 2013 a Nairobi, l’M23 accetta lo scioglimento come gruppo armato e rinuncia alla violenza. Ora però i miliziani M23 si sono rifatti vivi, con la ripresa di scontri con l’esercito congolese; i ribelli hanno riconquistato posizioni strategiche nella provincia del Nord Kivu.
Ma perché si sono rifatti vivi proprio ora? Secondo Samba Cyuzuzo, corrispondente per la regione dei Grandi Laghi della BBC, vogliono un lavoro stabile in Congo e chiedono di essere arruolati nell’esercito, come promesso nell’accordo di pace.
I miliziani pretendono che il governo combatta gruppi ribelli stranieri che prendono di mira la comunità tutsi di lingua kinyarwanda (lingua parlata in Ruanda, e nei territori confinanti di Uganda e Congo-K) presenti sul territorio congolese, in quanto vorrebbero riportare in patria i loro parenti, che vivono nei campi profughi in Ruanda e in Uganda.
L’M23 ha chiesto a Kinshasa l’applicazione dell’accordo di pace del 2013, ma il governo, che ormai li ha classificati come terroristi, escludendoli dai recenti colloqui di Nairobi dello scorso aprile.
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South Sudan’s transitional government is due to wrap up in less than 10 months. Yet the country’s future looks as bleak as it did in 2018 when rival parties signed a deal to end a crippling civil war that killed nearly 400.000 people.
The peace agreement was supposed to end the conflict, but progress continues to drag and UN experts now say the deal is actually driving violence. Clashes between the ruling party and the opposition have increased in recent months and could get worse ahead of elections tentatively being arranged – but not yet scheduled – for next year.
President Salva Kiir (left) and his main rival, Riek Machar, the first vice-president and former rebel leader, shake hands after their meeting in the South Sudanese capital, Juba, in December 2019. (Jok Solomun/Reuters)
Meanwhile, humanitarian needs have spiked: Some 75 percent of the population are in need of assistance, hunger is the worst it has been since the country gained independence in 2011, and years of unprecedented floods have forced nearly one million people from their homes, according to the UN.
And while the peace deal quelled large-scale fighting, clashes across the country never ceased. In fact, they are increasing – between February and April this year at least 70 people, including aid workers, were killed in Unity, one of the most conflict-affected states. The UN has also reported sexual assaults, beheadings, and civilians being burned alive by armed groups. Fighting between government- and opposition-aligned militia in Western Equatoria state last year killed hundreds and displaced some 80,000 people.
The Panel of Experts on South Sudan, a UN-mandated investigative group, reported in April that “almost every component of the peace agreement is now hostage to the political calculations of the country’s military and security elites, who use a combination of violence, misappropriated public resources and patronage to pursue their own narrow interests.” As a result, much of the peace agreement remains gridlocked by political disputes between its principal signatories.
‘The community is crying’
Cautious optimism followed the signing of the peace deal over three and a half years ago – the latest attempt to pull South Sudan out of five years of fighting that displaced millions and plunged parts of the country into famine. A previous agreement signed in 2015 failed when renewed clashes erupted in the capital, Juba, forcing opposition leader Riek Machar to flee the country on foot.
Machar returned to the capital to form a coalition government with President Salva Kiir in February 2020, yet there were problems from the outset, including a shortage of funds and accusations that the ruling party lacked the political will to implement the agreement.
“We never trusted the agreement from day one.”
One of the key components, a unified national army – composed of 42,000 soldiers from both the government and the opposition – has not been established. Distrust with the deal was so high that both the government and opposition armies chose not to send most of their soldiers to the government-created cantonment sites, where soldiers could start the process of unifying into a national army. Instead, they sent low-level fighters or civilians who had never fought before. Of those in the training centres, “the majority [had] never participated in the war,” Lam Paul Gabriel, opposition spokesperson for the army, told The New Humanitarian.
It also took more than a year to create a parliament and fill local government positions. Many states where the power-sharing agreement has been implemented face political deadlock, with the ruling party accused of blocking appointees or undercutting decisions by opposition members, according to local authorities.
The peace deal’s slow implementation has had far-reaching implications. During a trip across the country in December 2021, South Sudanese civilians told The New Humanitarian they were no better off than when the country was at war; they didn’t feel the dividends of peace; and it was nearly impossible to rebuild their lives with no employment opportunities and no government support. Hundreds of thousands of people are still being forced from their homes due to floods or conflict, and tens of thousands more are too scared to leave a UN protection site.
“There’s no peace in Malakal [town]. People are being killed and no one’s held responsible,” said Adam Ajak, an ethnic Shilluk chief who lives in a UN-run camp in the northern city of Malakal where some 34,000 people seek refuge. In December, camp residents reported at least one person had been killed in the town a few weeks prior, and ethnic Nuer were being abused by the army.
In neighbouring Jonglei state, where years of floods have prevented the population from cultivating crops, people are reportedly starving to death. In October, a mother and her child died from hunger in a village outside Old Fangak, said Jeremiah Gatmai, the humanitarian representative for the government. “The community is crying,” he said, and notes that the local government has not received any of the $10 million in flood support promised from Juba.
But while the population suffers, factions in the political elite keep vying for power ahead of elections and the ruling party continues marginalising Machar, encouraging and capitalising on his party’s defections. Last year, the opposition’s top generals left, creating their own splinter group before forging an agreement with Kiir.
In recent months, government soldiers have been accused of attacking the opposition in Upper Nile and Unity states, according to a joint statement by the United States, Britain, and Norway, known as the Troika, which said it was concerned that “cycles of revenge attacks” risked greater violence. In March, the opposition announced it would stop participating in meetings related to security arrangements for the peace agreement because they were not productive, and as unprovoked attacks on their forces by the government showed no signs of ceasing. The opposition reportedly rejoined the meetings shortly afterwards.
Support wanes and frustration grows
Civil society leaders, religious leaders, and the international community are becoming exasperated at the listless peace deal and the increase in violence.
“These [peace] agreements have been deliberately undermined, and the way they’re being implemented – particularly the current one – [is] not taking the country anywhere and is just setting [it] up for more crisis and suffering,” said Rajab Mohandis, a founding member of the People’s Coalition for Civil Action (PCAA), a local umbrella group of activists. Members of his group were detained by the government last year after calling for peaceful countrywide protests to force the government to step down over failed leadership. Mohandis and others fled the country in fear of their safety.
Patience for the government is also waning from supporters abroad. In December, a group of American and British church leaders wrote an open letter to President Kiir, saying the government was leading the country to “tyranny”.
“We are extremely distressed about the ways in which your government is taking a wrong road, a road that is taking South Sudan in a different direction from that of democracy,” they said in the letter.
But while everyone has a lot to say about the peace deal’s failings, few alternatives or attempts at solutions are being articulated.
“[The peace deal] is very messy and very ugly and very frustrating… The question we have to ask is, if not the peace deal, then what? Reopen negotiations over a way forward? What does that look like?” said one Western diplomat in Juba who did not want to be named.
Long road to elections
According to the 2018 power-sharing agreement, the transitional government – which officially ends next February – culminates in elections in December this year. Yet this is unlikely to happen on time, and there is concern that if elections did take place things could get worse.
“Until now, the country [has] no conducive environment for casting electoral votes,” said Edmund Yakani, executive director for the Community Empowerment for Progress Organization, a local advocacy group. “Without genuine transitional security arrangements… the chances of returning to war are high.”
The main parties still haven’t agreed whether to hold elections. The ruling party says it wants to cast ballots next year, although it hasn’t specified a date; while the opposition says certain conditions must first be met, such as the return of some two million refugees, the creation of a permanent constitution – as opposed to the transitional one currently in place – and security arrangements. Despite the lack of consensus, the ruling party has already started campaigning. Rallies have been held in 6 of 10 states, according to local media reports from May, which rights groups say is stoking tensions.
A group of women walking through the UN-run protection of civilian site in Malakal.
In March, the UN Security Councilrenewed the peacekeeping mission’s mandate for South Sudan with the “significant” addition of providing support for holding elections. The head of the mission, Nicholas Haysom, encouraged all parties to put momentum towards completing the agreement’s remaining benchmarks.
Even if both parties agree to hold elections, it has been years since any resources have been put towards the bodies that would organise them. According to professor Abednego Akok, chairman of the National Election Commission, they would need 10 times as many staff as it has now and at least $95 million – the budget estimated for the 2015 elections, which never took place because war erupted. The government owes more than $500,000 in rent – three years’ worth – just for the building housing their offices, Akok added.
The UN says it will assist with technical and logistical support. However, neither they nor other countries have committed money to the process. Haysom warned that the window for completing the implementation of the peace deal is closing, and if elections occurred where the conditions were not appropriate, it “would likely lead to violence before, during, and after”.
One of the most concerning parts about these elections is that they are being seen as an endgame rather than one step towards a broader political solution, according to aid workers familiar with the process and who agreed to speak on the condition of anonymity. One of the main problems is that there is no trust between political parties, or between the people and the government, making it hard to agree on a legal framework for holding them, they say.
Some locals say elections should not be held at all. “If there’s conflict now, how can elections be held?” said Alison Simon, a youth leader from Western Equatoria, where fighting raged last year. “If there is not total peace in place, how can people contest?”
In March, the PCAA, the umbrella activist group, wrote a letter to the Intergovernmental Authority on Development, the east African regional bloc, proposing the creation of an Interim Public Trust Administration which would replace the current regime at the end of the transition in February 2023. The idea is that it would be led by people not politically aligned with the warring parties, according to the letter seen by The New Humanitarian.
Elections would then be held in December 2025, giving the country time to hold further political dialogue, rebuild public trust in the government, conduct a census, and return refugees and displaced people to their homes. “The whole country is up in flames,” reads the letter. “Violence is spreading uncontrollably and with it is death, displacements, hunger, [disease], and misery. Where is the peace?”
Sam Mednick
Edited by Helen Morgan.
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L’imponente nave ospedale della ONG Mercy Ships è stata inaugurata due giorni fa a Dakar dal presidente Macky Sall e dai suoi omologhi Umaro El Mokhtar Sissoco Embaló e Azali Assouman, rispettivi capi di Stato della Guinea Bissau e delle Comore.
La Global Mercy è arrivata nella ex colonia francese in un momento particolarmente doloroso: pochi giorni fa si è consumata una terribile la tragedia all’ospedale di Tivaouane, dove sono morti 11 neonati a causa di un incendio, scoppiato nel reparto maternità.
Nave della ONG Mercy Ships in Senegal, Dakar
I funerali dei piccolissimi si sono svolti domenica a Tivaouane, città nell’ovest del Paese. La popolazione chiede giustizia, indagini indipendenti per trovare i responsabili di questa immane tragedia.
Il presidente Sall ha già rimosso dal suo incarico il ministro della Sanità, Abdoulaye Diouf Sarr, che al momento del disastro si trovava in Svizzera per partecipare a una riunione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Ora il dicastero è stato affidato a Marie Khemesse Ngom Ndiaye, che fino a allora è stata Direttore Generale della Sanità Pubblica.
Dalle prime indagini emerge che l’incendio sia stato causato da un corto circuito nel reparto neonatale dell’ospedale Mame Abdou Aziz Sy Dabakh. L’unità terapeutica è stata divorata velocemente dalle fiamme e il personale sanitario presente non sarebbe riuscito a portare fuori tutti i neonati. Solamente tre piccolissimi sono stati tratti in salvo.
Intanto sono state fermate tre persone: un’ostetrica, un’infermiera e il direttore delle risorse umane, con l’accusa di aver messo in pericolo la vita altrui.
Questa tragedia è l’ultima di una lunga serie e mette nuovamente in primo piano le gravi carenze del sistema sanitario pubblico del Paese.
La Global Mercy attraccata nel porto di Dakar, il più grande nosocomio galleggiante al mondo, resterà nella capitale senegalese quattro settimane. Il compito di medici infermieri che fanno arte dell’equipaggio è quello di formate 260 professionisti della sanità locale. Un suo ritorno è poi previsto nel 2023, per offrire i propri servizi alla popolazione, come chirurgia maxillo-facciale e ricostruttiva, rimozione di tumori, operazioni volti a ridurre la malformazione da labiopalatoschisi (comunemente detto: labbro leporino n.d.r.), riparazione di fistole ostetriche, chirurgia ortopedica infantile, come il piede equino e quant’altro.
Con una lunghezza di 174 metri, una larghezza 28,6 e 12 ponti, con un totale di una superficie di 7.000 metri quadri, la nave della ONG è davvero un gigante degli oceani e non resta certamente inosservato nel porto della capitale senegalese, dove è giunto venerdì scorso.
L’ospedale galleggiante dispone di ben 6 sale operatorie e 102 posti letto destinati a malati con sintomi acuti, altri 90 per convalescenti e infine un reparto per cure intensive che può accogliere 7 pazienti.
La Mercy Ships è un’organizzazione internazionale basata su valori cristiani, fondata a Losanna, Svizzera, nel 1978, con lo scopo di rafforzare i sistemi sanitari in Africa, offrendo interventi chirurgici gratuiti a bordo delle sue navi, formazione per gli operatori sanitari locali e migliorare le infrastrutture sanitarie nei Paesi. Ma anche altre iniziative, come programmi di salute mentale, progetti agricoli e cure palliative per malati terminali completano la gamma degli interventi della ONG.
Incendio nel reparto neonatale dell’ospedale di Tivaouane, Senegal
“Grazie alle nostre due navi possiamo intervenire su quasi cinquemila pazienti l’anno”, ha dichiarato orgoglioso Nathan Claus, direttore dei servizi clinici della ONG.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
31 maggio 2022
Era nell’aria da tempo, ora è ufficiale: il parlamento della Repubblica Centrafricana ha abolito definitivamente la pena di morte il 27 maggio scorso. Un atto pro forma, in quanto l’ultima esecuzione capitale risale al 1981.
Abolizione pena di morte in Centrafrica
La nuova legge, approvata per acclamazione dall’Assemblea nazionale, deve ora essere promulgata dal presidente Faustin Archange Touadéra.
L’associazione Cristiani contro la Tortura (ACAT) ha accolto favorevolmente le misure adottate dal Parlamento centrafricano, ma resta perplessa e critica su un altro disegno di legge con il quale si vuole abolire il limite massimo dei mandati presidenziali. Finora la Costituzione ne prevede solamente due consecutivi.
In Centrafrica la cancellazione della pena di morta non cambierà la gravissima situazione del Paese, dove dal 2013 è in corso una cruenta guerra civile. Violenze e combattimenti tra gruppi ribelli e esercito nazionale, sostenuto da mercenari russi, sono continui.
A Vakaga, prefettura al centro-nord, al confine con il Ciad, da oltre una settimana i mercenari russi, a bordo di tre veicoli pesantemente armati, stanno seminando il panico tra la popolazione locale. I contractor di Mosca, per intimidire i residenti, sparano in aria, effettuano continue perquisizioni nelle case e ogni scusa è buona per rubare denaro, motociclette, cibo, bestiame e polli alla povera gente.
La popolazione è terrorizzata, ha paura degli irregolari bianchi, la gente ha capito che non sono nel Paese per difendere i civili dagli attacchi dei ribelli.
Uomini di Wagner controllano casa per casa in un villaggio in Centrafrica
Secondo il quotidiano online Corbeau News Centrafrique (CNC), gli uomini di Wagner avrebbero fatto piazza pulita in diversi villaggi della prefettura, portandosi via anche decine e decine di sacchi di farina, zucchero e bidoni di olio da una grossa rivendita.
I residenti, non appena sentono arrivare i mercenari, scappano nelle foreste vicine, temono per le loro vite. Sono in tanti che si pentono di aver rieletto Faustin Archange Touadera per un secondo mandato nel dicembre 2020. “Le conseguenze si vedono oggi. Ci stanno massacrando, eppure si tratta della stessa popolazione che lo ha portato al potere poco più di un anno fa”, ha spiegato un residente ai reporter del quotidiano online centrafricano.
I russi sono sempre pronti a usare violenza e maltrattamenti verso la popolazione che per altro teme anche i ribelli. Il 21 maggio i mercenari non sono corsi in aiuto dell’esercito a Nzako, nella prefettura di Mbomou, nel sud-est del Paese. La loro base era stata attaccata dai miliziani del CPC (Coalition des patriotes pour le changement).
Quel giorno sono stati uccisi 11 soldati, un dodicesimo catturato dai ribelli. Un drappello è poi rimasto per giorni e giorni bloccato in un piccolo villaggio di montagna, senza potersi spostare, per paura di nuove aggressioni. I miliziani, poiché originari dell’area, conoscono ogni angolo di territorio. Nessuno poi è tornato nella base per recuperare il corpo del comandante, ucciso durante il combattimento: tutti – militari e mercenari – temono gli uomini del CPC.
All’inizio del mese l’ Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha lanciato un nuovo allarme: il 60 per cento della popolazione centrafricana (ossia 3 milioni di persone) necessita di aiuti. Nei prossimi mesi la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente a causa del conflitto in corso in Ucraina. Finora il prezzo del grano è aumentato del 36 per cento e rischia nuove impennate fino a un altro 30 per cento in più entro agosto.
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