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Iran si prepara alla guerra: la tv mostra una base segreta sotterranea dove si preparano droni armati con missili

 

Africa ExPress
Teheran, 30 maggio 2022

Ecco l’arsenale segreto del colonnello delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche Iraniane Hossan Sayad Khodaei, assassinato qualche giorno fa nel centro di Teheran da un commando (con tutta probabilità del Mossad israeliano).

Iran: base aerea segreta sotterranea per droni sotto la catena montuosa di Zagros,

La televisione di stato iraniana sabato scorso ha trasmesso il filmato di una base aerea segreta sotterranea per droni sotto la catena montuosa di Zagros, nella parte occidentale del Paese, senza rivelare però l’esatta posizione della base. Anche se il corrispondente della TV di stato iraniana che ha realizzato il servizio ha fornito un’idea della location, affermando d’aver viaggiato in elicottero per quasi 40 minuti partendo dalla città di Kermanshah per raggiungerla (gli è stato permesso di togliersi le bende dagli occhi solo all’arrivo della base).

Le riprese video mostrano file di droni militari armati di missili in un tunnel sotterraneo, e questo servizio televisivo arriva a pochi giorni dell’attentato al colonnello Guardie Rivoluzionarie Iraniane), Hossan Sayad Khodaei, freddato da una grandinata di proiettili davanti casa sua, un personaggio di spicco dell’industria militare iraniana in particolare per vari progetti di sviluppo dei droni armati.

Queste rivelazioni sono giunte il giorno dopo che le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno sequestrato due petroliere greche nel Golfo Persico, in un’apparente rappresaglia per la confisca del petrolio iraniano da parte degli Stati Uniti a una petroliera trattenuta al largo delle coste greche.

Qualche giorno fa le autorità greche hanno sequestrato la petroliera Pegas battente bandiera iraniana, con 19 membri dell’equipaggio russi a bordo, a causa delle sanzioni dell’Unione Europea. Gli Stati Uniti hanno successivamente confiscato il carico di petrolio iraniano tenuto a bordo e hanno in programma di inviarlo negli Stati Uniti su un’altra nave. Per rappresaglia le Guardie Rivoluzionarie Iraniane hanno sequestrato a loro volta nel Golfo Persico due petroliere greche, la Delta Poseidon e Prudent Warrior appena salpate con due carichi di greggio iracheno.

L’Iran ha iniziato a sviluppare droni e UAV (veicoli aerei senza pilota) a partire dagli anni ’80 durante la sua guerra di otto anni con l’Iraq. Gli Stati Uniti e Israele hanno accusato l’Iran di inviare flotte di droni ai suoi alleati in Medio Oriente, compreso il movimento libanese Hezbollah, il regime del presidente siriano Bashar al-Assad nonché i ribelli huthi dello Yemen che sono attualmente impegnati un un sanguinoso conflitto armato contro la coalizione araba guidata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Il video trasmesso dalla televisione pubblica mostra il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Mohammad Bagheri, e il comandante dell’esercito Abdolrahim Mousavi in visita al sito sotterraneo. Bagheri, citato dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA, ha descritto il sito come una “base operativa sicura per droni strategici. Non sottovalutiamo mai le minacce, non assumiamo mai che il nemico stia dormendo e siamo costantemente vigili. Più di 100 droni da combattimento, ricognizione e attacco appartenenti all’esercito sono tenuti per le operazioni in questa base situata nel cuore delle montagne Zagros”.

Mousavi ha detto alla televisione di Stato che la base si trova “diverse centinaia di metri sottoterra”, senza fornire ulteriori dettagli. Secondo l’emittente l’ammiraglia della flotta è l’UAV militare “Kaman-22, un drone equipaggiato con missili Qaem-9 (una versione di fabbricazione iraniana dell’Hellfire statunitense aria-superficie) che è in grado di volare per oltre 1.245 miglia (2.000 chilometri).

Il comandante dell’esercito iraniano, il maggiore generale Abdolrahim Mousavi, ha affermato: “Senza dubbio i droni delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran sono i più potenti della regione, la nostra capacità di aggiornare i droni è inarrestabile”.

Il Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato il programma dei droni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane nell’ottobre dello scorso anno, accusando le guardie di essere dietro l’attacco di droni del settembre 2019 contro una raffineria di petrolio saudita, nonché l’attacco di droni del luglio 2021 contro una nave commerciale al largo delle coste dell’Oman che ha ucciso due membri dell’equipaggio (del quale però l’Iran ha negato ogni responsabilità).

Crollo di un palazzo a Abadan, Iran

Mentre l’Iran continua a spendere montagne di quattrini per produrre armi sempre più micidiali, la popolazione del Paese muore di fame e di sete e la nazione degli ayatollah rischia di implodere da un momento all’altro come i palazzi dalle fondamenta malcostruite che collassano al suolo dall’oggi al domani.

Proprio come il decadente quartiere nel centro di Abadan (Iran), che 2 giorni fa è crollato rovinosamente accartocciandosi su sé stesso, causando 24 morti, 37 feriti e più di 50 dispersi. La fatiscenza delle costruzioni è stata attribuita a colpevoli mancati controlli preventivi e alla diffusa corruzione dilagante.

Nonostante diverse denunce e allerte sulle pessime condizioni degli edifici, nessuna autorità è intervenuta preventivamente. Per evitare questa (ennesima) catastrofe sarebbe bastato investire in sicurezza una frazione infinitesimale dei fondi che ogni giorno l’Iran butta dalla finestra per gli armamenti (e i droni). La popolazione iraniana inferocita, ha sfogato tutta la sua rabbia contro il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, urlando a squarciagola: “Morte a Khamenei”.

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Iran spende ingenti somme in armi e nucleare: divorato dalla corruzione crolla un palazzo ad Abadan

Conseguenze della guerra: petroliera iraniana sequestrata dagli USA in Grecia, petroliera greca dall’Iran nel Golfo

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Africa Express
Teheran, 30 maggio 2022

Mentre Teheran gioca a braccio di ferro e polverizza risorse in armamenti e progetti nucleari, l’Iran cade letteralmente a pezzi.

Proprio venerdì un palazzo è collassato nel centro di Abadan, nella zona occidentale del Paese 24 morti e più di 50 i dispersi. La fatiscenza e decadenza della costruzione è stata attribuita alla diffusa corruzione che c’è in Iran ed i mancati controlli preventivi, nonostante diverse denunce ed allerte nessuna autorità è intervenuta preventivamente per evitare la strage.

Manifestanti inferociti hanno sfogato la loro rabbia contro il leader supremo ayatollah Ali Khamenei, cantando: “Morte a Khamenei”.

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Iran si prepara alla guerra: la tv mostra una base segreta sotterranea dove si preparano droni armati con missili

Conseguenze della guerra: petroliera iraniana sequestrata dagli USA in Grecia, petroliera greca dall’Iran nel Golfo

Africa Express
Atene, 28 maggio 2022

Mentre le speranze di un accordo sul nucleare iraniano svaniscono come neve al sole, gli Stati Uniti applicano una nuova ondata di pesanti sanzioni agli ayatollah sequestrando 600.000 barili di greggio iraniano di contrabbando da una petroliera al largo delle coste greche. Con un’operazione di transhipment, come si dice in gergo tecnico nello shipping, cioè trasbordo da nave a nave lontano dai porti (e soprattutto da occhi indiscreti).

Petroliera Lana, alias Pegas

Al largo delle coste in mare aperto, il carico di petrolio era stato pompato da una petroliera iraniana in un’altra nave (russa) giovedì e ora il prezioso carico, confiscato, sarà trasferito negli Stati Uniti. La petroliera Pegas, è stata presa di mira con due serie di sanzioni: contro la Russia perché la nave è di proprietà di un’armatore russo e contro l’Iran perché trasportava petrolio di origine iraniana.

La Pegas era una delle cinque navi individuata da Washington il 22 febbraio, cioè due giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, nelle sanzioni contro Promsvyazbank, una banca considerata fondamentale per il settore della difesa russo.

La petroliera è stata ribattezzata Lana il 1° marzo e batte bandiera iraniana dal 1° maggio. La nave, con a bordo 19 membri dell’equipaggio russo, era già stata inizialmente sequestrata dalle autorità greche il mese scorso al largo delle coste dell’isola ellenica meridionale di Evia.

La Grecia afferma che la nave era stata sequestrata nell’ambito delle sanzioni dell’UE alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, ma poi era stata successivamente rilasciata.

Gli Stati Uniti mercoledì scorso hanno imposto sanzioni a quella che hanno descritto come “una rete di contrabbando di petrolio e riciclaggio di denaro sostenuta dalla Russia e dalle Forze Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane”.

A seguito del sequestro della nave battente bandiera della Repubblica Islamica dell’Iran, mercoledì scorso il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’incaricato d’affari del governo greco per protestare, condannando come inaccettabile la resa della Grecia alle pressioni degli Stati Uniti: “La confisca del carico della nave battente bandiera iraniana è un esempio di pirateria internazionale per cui Atene e coloro che hanno illegalmente sequestrato la nave saranno ritenuti responsabili”, ha precisato il ministro.

Come immediata ritorsione, venerdì 27 maggio, le Guardie Rivoluzionarie Iraniane hanno sequestrato a loro volta nel Golfo Persico due petroliere greche (casualmente subito dopo che Teheran aveva minacciato di voler intraprendere “azioni punitive” contro Atene per la confisca del petrolio iraniano da parte degli Stati Uniti).

Senza fornire ulteriori dettagli né spiegare la natura delle presunte violazioni, uno scarno comunicato dell’Agenzia di stampa iraniana IRNA ha riferito: “La Marina delle Guardie Rivoluzionarie ha sequestrato due petroliere greche per violazioni nelle acque del Golfo”.

Il Ministero degli Esteri greco ha dichiarato d’aver protestato con l’ambasciatore iraniano ad Atene per quello che ha definito un “atto di pirateria, che con violenza ha preso possesso delle due navi battenti bandiera greca nel Golfo Persico”.

Contemporaneamente il governo di Atene ha messo in guardia i cittadini greci di evitare di recarsi in Iran. Il ministero greco ha chiesto inoltre il rilascio immediato delle navi e dei loro equipaggi.

Alquanto rocambolesco il blitz secondo quanto riferito da alcune fonti: venerdì scorso un’elicottero militare iraniano è atterrato sulla petroliera Delta Poseidon battente bandiera greca in acque internazionali a circa 22 miglia nautiche al largo delle coste dell’Iran e uomini armati fino ai denti hanno catturato tutto l’equipaggio.

La Poseidon, una delle due petroliere greche sequestrate dalle autorità di Teheran

Un blitz molto simile è andato in scena su un’altra nave battente bandiera greca, la Prudent Warrior della società armatrice greca Polembros Shipping, che transitava vicino alla costa iraniana. Le due petroliere erano da poco salpate, dopo aver caricato petrolio greggio iracheno.

Nel 2019, l’Iran aveva sequestrato una petroliera britannica vicino allo Stretto di Hormuz per presunte violazioni marittime, due settimane dopo che le forze britanniche avevano bloccato una petroliera iraniana vicino Gibilterra, accusandola d’aver spedito petrolio in Siria in violazione delle sanzioni dell’Unione Europea (entrambe le navi erano state successivamente rilasciate).

Teheran ha sviluppato e perfezionato negli anni un sofisticato sistema per aggirare l’embargo globale e ora lo sta insegnando ai suoi amici russi sotto sanzioni internazionali. Probabilmente hanno parlato proprio di questo nell’ultimo incontro al Cremlino tra Presidente iraniano Ebrahim Raisi e il suo omologo Vladimir Vladimirovich.

Il business è riassumibile in pochi semplici passaggi: il greggio russo viene trasbordato su oil tanker iraniane per essere poi ‘shakerato’ e miscelato direttamente su petroliere e/o terminali iraniani per la distribuzione a paesi terzi.

Il greggio caricato dal terminale iraniano di Gharg Island invece viene trasportato con petroliere della compagnia di stato IRISL in prossimità di piccoli porti asiatici per il “rebranding” (cioè per cambiarne formalmente la provenienza), soprattutto in Malaysia.

Arrivate all’appuntamento le navi della Repubblica islamica usano la tecnica del “ghosting”, spegnendo i sistemi per l’identificazione automatica. Nel cuore della notte le tanker iraniane vengono avvicinate in mare aperto da petroliere di altri paesi per il transhipment (anche europee e americane), ed il carico viene trasbordato sempre in mare aperto.

Poi le navi complici si dirigono verso i porti asiatici, per rivendere il greggio a clienti più o meno inconsapevoli della sua provenienza. Secondo la CNN, la Russia starebbe già usando questa tecnica del “Malaysia blend”, trasformandola nel “Latvian blend”, dove un 49,99 per cento di petrolio di Mosca viene mescolato ad altro.

Bloomberg ha scritto che la compagnia britannica Shell lo ha comprato. Per le importazioni vietate, il WallStreet Journal ha scritto che gli ayatollah hanno creato 61 compagnie di facciata con conti in 28 banche straniere in Cina, Hong Kong, Singapore, Turchia e Emirati Arabi Uniti.

Lo stretto collaboratore di Khamenei Mesbahi Moghaddam ha ammesso che così sono stati completati acquisti di beni proibiti per 80 miliardi di dollari all’anno, diventati 150 nel 2022, secondo le stime dell’Fondo Monetario Internazionale. Queste compagnie vengono chiamate “Rahbar”, pionieri, e Mosca potrebbe copiarle.

Anche la banca centrale iraniana ha sviluppato tecniche di finanziamento clandestino, creando un sistema usato per trasferire fondi a Hezbollah e Hamas. Proprio di recente diverse delegazioni guidate dal ministro del Petrolio Javad Owji e dal vice governatore della banca centrale Mohsen Karimi, sono state a Mosca. Chissà di che avranno parlato..

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Iran spende ingenti somme in armi e nucleare: divorato dalla corruzione crolla un palazzo ad Abadan

Iran si prepara alla guerra: la tv mostra una base segreta sotterranea dove si preparano droni armati con missili

Sempre alla grande gli affari delle armi: cooperazione militare tra Italia e Tanzania e clienti in vista per Leonardo

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 maggio 2022

Il complesso militare-industriale italiano ha individuato un altro importante cliente in Africa orientale.

Nei giorni scorsi il generale Venance Salvatori Mabeyo, capo di Stato maggiore della Difesa della Tanzania, già responsabile del settore intelligence e sicurezza della Tanzanian People’s Defence Force (TPDF) è stato in missione ufficiale a Roma dove ha incontrato, tra gli altri, il generale Luciano Portolano, segretario generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti.

Luciano Portolano, generale di Porto d’Armata riceve a Roma Venance Salvatori Mabeyo, capo della Tanzanian People’s Defence Force

“La visita si è svolta in un clima franco e cordiale e ha permesso al generale Portolano di rafforzare i rapporti di amicizia e di cooperazione tra i due Paesi, particolarmente nel settore del procurement militare”, riporta la nota di Segredifesa. “A premessa dei colloqui, il generale Mabeyo ha fornito un quadro di situazione del ruolo geopolitico che la Tanzania gioca nello scacchiere africano. Inoltre ha chiesto il supporto dell’Italia in termini di programmi per l’addestramento dei piloti dell’Aeronautica e per la formazione degli istruttori”.

Sempre secondo il ministero della Difesa italiano, nel corso del meeting il capo di Stato maggiore della Tanzania ha espresso l’interesse del governo della nazione africana per “diversi prodotti aeronautici” del gruppo Leonardo SpA, in particolare per i caccia addestratori Aermacchi M-345 (che dovrebbero andare a sostituire i “vecchi” Hongdu K-8 di produzione cinese), gli aeromobili da trasporto tattico C-27J “Spartan” e gli elicotteri multiruolo AgustaWestland AW139 e AW109.

Le relazioni tra le forze armate italiane e quelle tanzaniane sono state sporadiche in questi anni, ma il ministero della Difesa guidato da Lorenzo Guerini (Pd) e la Farnesina di Luigi Di Maio non nascondono l’intenzione di inserire il governo di Dar Es Salaam tra i partner-chiave con cui rafforzare la penetrazione del Sistema Italia nel continente africano.

Il 14 febbraio 2022 ha fatto uno scalo tecnico-operativo in Tanzania la fregata missilistica Nave Bergamini della Marina Militare. “Si tratta di una significativa operazione di collaborazione tra l’Italia e la Tanzania, realizzata nell’ambito della Missione Atalanta che mira a contrastare la pirateria anche tramite la lotta ai traffici illeciti”, scrive l’ufficio stampa del ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale.

Gli obiettivi dell’iniziativa sono stati illustrati dal comandante della fregata Luca Moro durante un briefing al quale hanno partecipato i rappresentanti della Difesa della Tanzania, gli ambasciatori dell’Unione Europea ed una delegazione della task force anti-pirateria Atalanta. “L’evento ha costituito un momento di grande visibilità per il nostro Paese e ha consentito di fare il punto sulla cooperazione dell’UE con la Tanzania soprattutto in materia di collaborazione nel contrasto ai traffici di sostanze stupefacenti ed esseri umani”, aggiunge la Farnesina.

“Esso, inoltre, sarà suscettibile di positive ricadute nell’ambito della già buone relazioni bilaterali in materia di difesa e favorirà quella cooperazione della conoscenza che sta alla base dello sviluppo dei rapporti dell’Italia con un Paese di grande vitalità come la Tanzania”, aggiunge la nota del Ministero degli Esteri.

Nave Bergamini della marina militare italiana, in Tanzania a febbraio 2022

“La presenza della Nave Bergamini ha fornito una grande opportunità per mostrare quale tipo di partnership il nostro Paese può offrire alla Tanzania in tutti i settori”, ha enfatizzato l’ambasciatore italiano a Dar Es Salaam, Marco Lombardi. “Grazie alla sua strategica posizione geografica ed alla sua sostenuta crescita economica, la Tanzania sta continuando ad acquisire un ruolo di rilievo nella Regione”. Ecco allora che potrebbero arrivare redditizie commesse per le maggiori holding nazionali, soprattutto quelle armiere a capitale statale come Leonardo e Fincantieri SpA.

Meno di una decina di anni fa il gruppo Leonardo aveva consegnato alcuni elicotteri AW139 a due importanti società internazionali che forniscono servizi per il trasporto nel settore energetico off-shore, Bristow Group Inc. ed Everett Aviation, per operare proprio in Tanzania. I velivoli che possono ospitare a bordo sino a 15 persone, furono realizzati presso lo stabilimento di AgustaWestland a Philadelphia (USA), e sempre negli States furono formati i funzionari dell’autorità dell’aviazione civile tanzaniana per la certificazione dei velivoli di Leonardo.

Coincidenza vuole che la commessa sia stata contestuale a quella che ad oggi resta la principale esercitazione militare tra Italia e Tanzania. Dal 10 al 14 marzo del 2013 si tenne infatti in acque africane l’addestramento congiunto tra le componenti marittime impiegate nel contrasto alla pirateria. L’attività vide in particolare la partecipazione della nave di assalto anfibio “San Marco” della Marina militare, oltre 150 militari e diversi mezzi da sbarco, gommoni ed elicotteri “impiegati in perquisizioni di ambienti e personale sospetto, ricerca ordigni, ecc.”.

A guidare i war games l’ammiraglio Abdallah Mwemnjudi, capo delle operazioni addestrative della Marina della Tanzania e il contrammiraglio Antonio Natale, Comandante della Task Force 508 impegnata nell’Operazione Nato “Ocean Shield” di “contrasto alla pirateria navale” (questa missione si è conclusa nel dicembre 2016).

“L’addestramento ha avuto, peraltro, una risonanza del tutto particolare, grazie alla presenza a bordo di numerose emittenti e testate internazionali – CNN in primis – che hanno così potuto documentare il sempre maggior coinvolgimento dei partner regionali in un’autonoma gestione dei fenomeni criminali nelle rispettive aree marittime di competenza”, dichiarava lo Stato maggiore della Marina italiana. “I risultati raggiunti oggi sono un enorme passo in avanti verso il futuro, ha spiegato l’ammiraglio Natale al termine dell’esercitazione, dove una graduale responsabilizzazione delle autorità degli Stati rivieraschi nonché una sinergica collaborazione tra tutti gli attori in campo sarà la chiave del successo nella lotta a questo fenomeno nel Corno d’Africa”.

Ancora prima, nell’agosto 2006, il consorzio italo-francese ATR (joint venture al 50% tra il gruppo aerospaziale EADS e Leonardo SpA) con sede legale a Blagnac-Tolosa, aveva firmato un contratto del valore di 97 milioni di dollari con la compagnia tanzaniana “Precision Air Services” per la fornitura di sei nuovi velivoli (tre ATR 42-500 e tre ATR 72-500). Gli aerei furono consegnati tra il 2008 ed il 2010 e sono impiegati nel trasporto passeggeri in tutto il continente africano.

Il consorzio ATR e la “Precision Air Services” siglarono altresì un Memorandum of Understanding che prevedeva l’avvio di un programma da realizzarsi in Francia, per l’addestramento di personale tanzaniano alla manutenzione aeronautica e al pilotaggio dei velivoli.

Antonio Mazzeo
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Il sogno nero sull’ Everest, missione compiuta. Ora sventola anche la bandiera del Kenya sulla vetta più alta del mondo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 maggio 2022

“Grandi cose accadono, quando uomini e montagne si incontrano”: è uno degli aforismi più noti e abusati di William Blake.

La bandiera del Kenya sventola sulla vetta dell’Everest

Se però gli uomini sono neri e la montagna è la più alta del mondo, accadono cose grandissime. Non era mai successo che un team composto interamente da alpinisti neri scalasse con l’Everest, 8848, 46 metri, il tetto del nostro pianeta. Giovedì 12 maggio scorso, verso mezzogiorno, ora del Nepal, l’evento si è verificato.

E l’alpinismo africano e afroamericano è entrato nella storia. L’impresa è stata compiuta da sette membri, tutti neri, e della spedizione organizzata dal Full Circle Everest, un progetto messo in piedi a Denver nel 2021 per incoraggiare la “gente di colore” ad amare, a sognare, a scalare le montagne. Per smentire un luogo comune: i neri non sono fatti per l’alpinismo! Grazie a una raccolta fondi che ha fruttato oltre 180 mila dollari, la missione è potuta partire.

Animatore del gruppo è stato Philip Henderson, californiano di 58 anni, che ha dato l’annuncio dell’evento epocale: ”Sono profondamente onorato di comunicare che sette membri del team Full Circle Everest hanno raggiunto la vetta il 12 maggio. Mentre alcuni membri, tra cui il sottoscritto, non hanno raggiunto il vertice, tutti gli altri scalatori e sherpa sono tornati in sicurezza”.

Del gruppo all black arrampicatosi sull’Himalaya fanno parte due donne, Abbey Dione, 25 anni, climber della Florida e Rosemary Saal, 29, di Seattle (la prima a portare un gruppo nero sul Kilimanjaro); il californiano Manoah Ainuu, nato da genitori di Samoa ed Etiopia; Desmond “Dom” Mullins, cresciuto a Brooklyn, veterano (schifato) della guerra in Iraq, ora sociologo; Eddie Taylor, professore di chimica in Colorado, Thomas Moore, imprenditore della Georgia. E poi James KG Kagambi, 62 anni, l’unico africano, del Kenya, pioniere delle grandi scalate del Continente Nero https://www.africa-express.info/2022/04/10/kenya-nepal-gruppo-nero-sul-monte-piu-alto-e-piu-bianco-luguaglianza-razziale-si-raggiunge-anche-conquistando-leverest/

È doveroso, però, ricordare anche i supporter locali, i mitici e sempre negletti sherpa, senza i quali in vetta i magnifici sette non ci sarebbero arrivati. Sono una decina e tutti ben noti nel mondo dell’alto alpinismo: Pasang Nima, Lhakpa Sonam, Phurtemba, Dawa Chhiri, Sonam Gaylje, Nima Nuru, Chopal, Chawang Lhendup, Tasha Gyalje, Amrit Ale. Senza dimenticare i due cineoperatori Pemba e Nawang Tenji.

James Kagambi, accolto come un eroe a Nairobi il 23 maggio al rientro dal Nepal, ha ricordato : “Sulla cima dell’Everest mi risulta che siano salite circa 6000 persone. Di esse meno di 10, mi pare 8, avevano la pelle scura. Ora la quota è cresciuta! Ci vuole fiducia e coraggio per lanciarsi. Spero che questa impresa ispiri la prossima generazione di appassionati di outdoor, educatori, leader e alpinisti di colore a continuare a inseguire le loro vette personali”.

E pensare che Kagambi – come ha raccontato diverse volte e ultimamente a RFI.com – la sua prima salita in montagna, sul Monte Kenya, l’ha compiuta a 23 anni, nel 1983. “All’epoca solo gli stranieri facevano gli scalatori. Incuriosito, son voluto andare a vedere chi fossero e che cosa li spingesse. Purtroppo non ero preparato e sono salito in jeans e in maglietta. Quasi morivo di freddo e ho ha avuto un gran mal di testa. Giurai punto di non fare più scalate!”.

Il kenyota, James Kagambi, che ha conquistato l’Everest

E invece…il mal di montagna lo ha preso completamente. Tanto da dedicare tutta la sua vita all’alpinismo e a lanciare una folle idea: costituire un team tutto keniano con cui lanciarsi alla conquista del cielo. Aveva ragione il nostro Walter Bonatti: “Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede più a lungo sogna”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Nuova via della droga dal Sudamerica all’Europa: due maxi sequestri in Burkina Faso e nel Golfo di Guinea

Africa Express
27 maggio 2022

Anche in Africa sono giorni difficili per i trafficanti di droga. L’ufficio delle dogane del Burkina Faso ha annunciato di aver sequestrato 115 chilogrammi di cocaina il 19 maggio scorso, ma la notizia è stata diffusa solamente due giorni fa. I gruppi Jihadisti che operano nel Sahel e più a nord un tempo si finanziavano con il contrabbando di sigarette. Da una decina d’anni si sono raffinati e si dedicano a un traffico ben più redditizio: il traffico di droga.

Importante quantitativo di cocaina sequestrato in Burkina Faso

Secondo quanto riferito da  Sansan François d’Assise Kambou, direttore delle dogane nell’ovest della ex colonia francese, la preziosa merce del valore di quasi 11,5 milioni di euro, è stata trovata su un furgoncino immatricolato all’estero. Precisamente in Sierra Leone e era diretto verso il Ghana. La droga proveniente dal Sud America e probabilmente diretta in Europa prima di giungere in Burkina Faso aveva già attraversato due Paesi: la Guinea e il Mali. In base alle bolle di accompagnamento il veicolo avrebbe dovuto trasportare sacchi contenenti farina di manioca.

Ed è proprio il complesso tragitto del veicolo che ha messo in allerta i doganieri: la vettura avrebbe dovuto attraversare quattro Paesi per arrivare in Ghana, grande produttore di farina di manioca ha destato forte sospetti. Il furgoncino è stato così setacciato da cima a fondo non appena ha varcato la frontiera con il Burkina Faso e gli agenti hanno trovato la droga in nascondigli ricavati nel pianale del veicolo.

Il Burkina Faso occidentale è un crocevia del traffico di droga, proveniente dai Paesi costieri (dove arriva dal Sudamerica) verso il deserto saheliano e quindi l’Europa.

Stessa sorte è toccata a un peschereccio a largo delle coste occidentali dell’Africa. E’ stato bloccato da una fregata della marina francese. La nave militare pattuglia regolarmente quel tratto di mare nell’ambito della missione Corymbe, attiva dal 1990 per proteggere gli interessi del Paese d’Oltralpe nella regione e per controllare quel tratto di mare, particolarmente battuto dai pirati.

Marinai francesi a bordo della fregata che ha effettuato il sequestro nel Golfo di Guinea

Il natante, lungo 20 metri, è stato ispezionato sabato mattina dai marinai francesi. A bordo hanno trovato 1,7 tonnellate di cocaina, confezionate in balle. Il carico, del valore di oltre 50 milioni di euro è stato sequestrato. Purtroppo ancora non è stato rivelata la nazionalità dell’imbarcazione.

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Pirateria: il Golfo di Guinea è il tratto di mare più pericoloso del mondo; sequestrati 13 marinai

Il covid-19 non frena le spese militari in Africa che continuano a crescere: Algeria in testa alla classifica

Speciale per Africa-ExPress
Luciano Bertozzi
Maggio 2022

Nel 2021 e spese militari africane sono cresciute dell’1,2 per cento rispetto all’anno precedente, per un ammontare complessivo stimato in 39,7 miliardi di dollari.

Tali spese sono divise quasi a metà fra Africa subsahariana (51 per cento) e Africa settentrionale (49 per cento). Lo afferma il SIPRI, il prestigioso istituto di ricerca sulla pace e sul disarmo di Stoccolma, nel suo rapporto Trends In World Military Expenditure del 2021.

Nel corso del decennio 2012-21, la spesa del continente ha seguito tre distinte tendenze: nel periodo 2012-2014 è aumentata continuamente, per poi calare fino al 2018, mentre negli ultimi 3 anni, è salita a 20,1 miliardi di dollari (+2,5 per cento).

NORDAFRICA

Nel 2021, la spesa militare nel Nordafrica è stata pari a 19,6 miliardi di dollari, (-1,7 per cento rispetto al 2020 ma + 29 per cento rispetto al 2012). Tuttavia questi dati sembrano destinati a crescere per le tensioni tra Algeria e Marocco, connesse all’ex Sahara spagnolo, e peggiorate nel 2021.

L’anno scorso, ad ogni modo, Algeri ha speso 9,1 miliardi di dollari (- 6,1 per cento nel 2021). Tale livello colloca il Paese al primo posto fra quelli africani ed al ventiseiesimo posto mondiale (due posizioni in meno rispetto al 2020) ed l’unico Paese del continente fra i primi quaranta. Il suo rivale, il Marocco, ha speso 5,4 miliardi di dollari (+3,4 per cento).

AFRICA SUBSAHARIANA

Nel 2021, la spesa militare nell’Africa subsahariana è aumentata del 4,1 per cento rispetto al 2020. Va sottolineato che è il primo incremento della regione dal 2014. In testa alla classifica dell’Africa a sud del Sahara è la Nigeria. Abuja ha speso 4,5 miliardi di dollari (+56 per cento rispetto al 2020). La notevole crescita è dovuta alle sfide poste da Boko Haram e da altre milizie islamiste, che hanno seminato il terrore fra la popolazione civile.

AFRICA AUSTRALE

Si stima che la spesa militare del Sudafrica sia stata di 3,3 miliardi di euro, (-13 per cento). La diminuzione è connessa alla difficile situazione economica, anche a causa del covid-19.

Ai posti successivi della classifica troviamo, rispettivamente, Kenya, Uganda e Angola. Nel periodo 2012-21, Nairobi e Kampala hanno dovuto affrontare insurrezioni che hanno condizionato l’entità della spesa militare.

Mentre il Kenya l’ha ridotta del 4,5 per cento, l’Uganda, invece, l’ha raddoppiata nel decennio (+203 per cento). Anche l’Angola le ha diminuite del 66 per cento. Il calo si spiega con la riduzione della produzione petrolifera e la diminuzione del prezzo del greggio nell’ultimo decennio.

A livello mondiale, la spesa militare 2021, anno caratterizzato della pandemia, ha superato i 2.100 miliardi dollari, in crescita per il settimo anno consecutivo (+0,7 per cento).

Aumento delle spese militari a livello globale

Gli USA sono al primo posto della classifica con ben 801 miliardi (-1,4 per cento rispetto al 2020)  Al secondo posto troviamo la Cina, con 293 miliardi, (+4,7 per cento). Continua dunque il trend di crescita in vigore da tanti anni; Stati Uniti e Cina da soli rappresentano poco più della metà del totale mondiale (52 per cento).

Il riarmo di Pechino ha spinto altri Paesi del Pacifico a fare altrettanto: come il Giappone, che ha speso 7 miliardi di dollari (+7,2 per cento, registrando il livello più alto da cinquanta anni.

Al terzo posto della classifica c’è l’India con 76,6 miliardi, seguita dal Regno Unito con 68,4 miliardi e dalla Russia. L’anno scorso Mosca ha speso 65,9 miliardi di dollari, (+2,9 per cento e +11 per cento nel decennio), ossia il 4,1 per cento del PIL.

La spesa militare russa è cresciuta per il terzo anno consecutivo, grazie ai notevoli incassi per le esportazioni di petrolio e gas.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’Italia si colloca all’11° posto con 32 miliardi di dollari, (+4,6% in più rispetto al 2020 e +10% in più rispetto al 2012). E’ evidente una scelta politica di privilegiare  l’industria militare per risollevare il Paese, nonostante la crisi sanitaria, economica e sociale derivante dal covid-19.

Ma come dimostra il caso dell’Ucraina, fornire armi a Paesi belligeranti non risolve le controversie internazionali, moltiplicano i lutti e le sofferenze dell’inerme popolazione civile. Va quindi modificata l’agenda mondiale che pone al primo posto risposte militari alle tante tensioni internazionali.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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In Sierra Leone la guerra ha provocato migliaia di disabili: il calcio oggi regala speranze di un futuro migliore

Africa ExPress
Freetown, 26 maggio 2022

C’è molto pubblico oggi su un tratto di spiaggia in Sierra Leone, dove un gruppo di sostegno ha improvvisato un campo di calcio per persone speciali.

Il calcio regala nuove speranze alle persone che hanno subito l’amputazione di un arto in Sierra Leone

Tutti giocatori sono, privi di un arto. Per molti tra loro sono i ricordi di un atroce conflitto interno che si è consumato nel Paese dal 1991 al 2002, costata la vita a oltre 120 mila persone. A qualche altro componente della squadra, invece è stata amputata una gamba o un braccio in seguito a un incidente stradale o altro.

Grazie all’Associazione Single leg (una sola gamba, n.d.r.), Sheku Turay, oggi 37enne, e altri come lui, hanno ritrovato fiducia in se stessi, la voglia di vivere, di affrontare la quotidianità. E Sheku, con gli occhi lucidi, ha detto: “Quando gioco a calcio, mi sento qualcuno”.

Sheku è privo di una gamba, in campo si sposta velocemente con due stampelle. Controlla bene il pallone, cerca di trovare l’equilibrio giusto, per calciarlo in rete, e ce la fa. Quando centra la rete gli applausi degli spettatori sono interminabili. E anche il portiere, con un braccio solo, regala una pacca e un sorriso al suo avversario.

“Ero un ragazzino di soli 12 anni  – racconta Sheku – quando i ribelli hanno attaccato il mio villaggio. I medici hanno dovuto amputarmi la gamba per salvarmi la vita. L’arto stava andando in cancrena”.

Certo, la vita non è facile per i disabili in Sierra Leone, uno tra i Paesi più poveri al mondo, dove oltre la metà della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Qui le persone con handicap vengono ancora derise, additate, discriminate. La società non è pronta a considerarle semplicemente come diversamente abili.

Tutti i componenti della squadra sostengono che il governo dovrebbe mostrare maggiore interesse per i disabili, aprire istituti professionali specializzati e garantire accesso gratuito a istruzione e cure mediche, tutte questioni fortemente raccomandate dalla Commissione Verità e Riconciliazione.

L’organismo, istituito per svolgere indagini sul conflitto, in un rapporto del 2004, aveva ritenuto inoltre, che ad alcune categorie di persone, tra cui gli amputati, spettasse un risarcimento da parte del governo. Da allora, secondo quanto riporta la Commissione nazionale per le persone disabili, su 32.000 cittadini ritenuti idonei a un compenso, poco più di 20.000 hanno ricevuto un indennizzo da un minimo di 66 a un massimo di 189 euro.

Associazione sportiva Single Leg, Sierra Leone

Sheku lavora come sarto in un laboratorio a Kamayama, una periferia di Freetown, la capitale del Paese. Tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro è davvero un’impresa: deve farsi strada tra cumuli di detriti e rami secchi fino alla sua piccola abitazione, una capanna di una sola stanza, sul fianco di una collina.

“Risparmio tutto quello che posso, vorrei aprire un piccolo negozio, non ho mai ricevuto nessun sostegno da parte del governo o da qualche organizzazione. A differenza di altri disabili che chiedono l’elemosina per strada, lavoro sodo per essere indipendente”, racconta il giovane.

Oggi la squadra di calcio conta 70 giocatori e comprende anche una decina di donne, tutti privi di almeno un arto. Il club è stato fondato dal pastore Mamoudi Samai nel 2002, subito dopo la guerra. Ancora oggi il religioso sostiene finanziariamente la squadra.

Con gli anni Single Leg ha anche creato una fattoria biologica che dista una trentina di chilometri dalla capitale. La piccola impresa agricola dà lavoro e cibo a un gran numero dei giocatori. Anche il direttore, Lahai Makieu, oggi quasi cinquantenne, ha perso una gamba durante la guerra civile.

Il vecchio Centro Nazionale di Riabilitazione di Freetown ormai non si occupa più delle vittime di guerra; oggi i pazienti sono per lo più reduci da poliomielite, incidenti stradali o hanno subito amputazioni a causa del diabete, specifica Abdulrahman Dumbuya, chirurgo ortopedico e vicedirettore del centro.

L’istituto realizza anche protesi, applica tariffe basse, ma le cure non sono gratuite. “Ci mancano il personale e le attrezzature per realizzare gli arti artificiali”, lamenta Dumbuya.

Africa ExPress
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Nigeria: testa mozzata di un politico in un parcheggio, accusati secessionisti del Biafra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 maggio 2022

Trovare una testa mozzata in un parcheggio non è davvero una cosa da tutti giorni. I poliziotti nigeriani non hanno voluto credere ai propri occhi quando hanno fatto la macabra scoperta a Nnewi, nell’Anambra State, nell’sud-est della Nigeria.

Okechukwu Okoye, politico nigeriano dell’Anambra state, ucciso

Il capo mozzato è stato identificato come quello appartenente a Okechukwu Okoye, membro del Parlamento dell’Anambra state. Lui e il suo assistente erano spariti dal 15 maggio scorso. Il portavoce della polizia di Stato, Tochukwu Ikenga, ha detto che la testa di Okoye è stata ritrovata domenica. Finora non ci sono tracce dei resti del suo collaboratore, ma si presume che sia stato ucciso pure lui.

Charles Soludo, governatore dell’Anambra, ha promesso una ricompensa di 10 milioni di naira (22.400 euro circa) a chiunque possa fornire informazioni sugli assassini.

Sono in molti a puntare il dito sugli IPOB (acronimo per Indigenous People of Biafra, gruppo separatista nazionalista della Nigeria che mira a ripristinare la Repubblica del Biafra), gran parte degli abitanti dell’Anambra sono di etnia igbo, e alcuni fanno parte del gruppo.

All’inizio del mese sono stati uccisi e poi decapitati due militari nel vicino Imo state. Il governo ha accusato appunto gli IPOB del crimine, loro però hanno respinto qualsiasi responsabilità.

Al gruppo è stato anche addebitato di essere il mandante di rapimenti e uccisioni in alcune zone della regione.

Nigeria, Anambra state

Amnesty International ha accusato le forze di sicurezza nigeriane di aver ucciso 115 persone nel sud-est del Paese nei primo 8 mesi del 2021 e di aver arrestato arbitrariamente decine di altri, e/o di averli torturati mentre erano sotto interrogatorio. Il governo non ha commentato il rapporto della ONG, pubblicato lo scorso agosto.

Nnamdi Kanu, leader dei separatisti IPOB (gruppo da lui fondato nel 2014) è attualmente sotto processo, dopo essere stato estradato dal Kenya nel giugno 2021, dove è stato arrestato dall’Interpol. E’ stato imprigionato già nel 2015, due anni dopo è stato rilasciato e è fuggito all’estero, da dove ha ugualmente coordinato le azioni del suo raggruppamento.

Nnamdi Kanu, leader di IPOB

Kanu e il suo gruppo lottano per l’indipendenza della patria degli igbo dalla Nigeria, vorrebbero ripristinare la Repubblica del Biafra, che ebbe vita breve, da maggio 1967 a gennaio 1970. La tentata secessione scatenò una terribile guerra civile, lasciando sul terreno quasi 3 milioni di morti, per lo più bambini, deceduti per fame e malnutrizione.

Il secessionista rimprovera al governo di Abuja di emarginare e escludere gli igbo da incarichi governativi e militari importanti. Con l’ascesa al potere di Muhammadu Buhari, presidente del gigante dell’Africa e ex golpista del 1983, la situazione è addirittura peggiorata. Tuttavia, non tutti gli igbo sono d’accordo con il metodo adottato dal leader dell’IPOB.

Nel 2017 il governo federale della Nigeria ha proscritto gli IPOB come gruppo terrorista.

Cornelia I. Toelgyes
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Pugno di ferro in Etiopia: ondata di arresti nell’Amhara, mentre senza cibo e rifornimenti il Tigray muore

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 maggio 2022

Continua l’ondata di arresti nell’Amhara, nel nord dell’Etiopia. Oltre 4.000 persone sono state fermate nella regione, tra loro anche giornalisti e combattenti di FANO (gruppo giovanile armato Amhara) che fino a poco fa ha combattuto accanto alle truppe etiopiche contro i “ribelli” del Tigray.

Etiopia: ondata di arresti

Infatti, le autorità dell’Amhara hanno sostenuto il primo ministro Abiy Ahmed e l’esercito federale nel conflitto, ma ora sono emerse divergenze sulla gestione della guerra.

“Tra gli arrestati, più di 200 persone sono accusate di omicidio”, ha dichiarato il funzionario della sicurezza dello Stato Amhara, Desalegne Tasew, all’Amhara Media Corporation, incolpandole di “attività illegali” a nome del gruppo paramilitare Fano. Però non è chiaro perchè siano state imprigionate ben 4.000 persone, e quali siano le incriminazioni nei loro confronti.

Pochi giorni fa, la Commissione etiopica dei diritti umani (EHCR), organismo indipendente pubblico, ha fatto sapere che molti sono stati incarcerati arbitrariamente, senza essere stati portati davanti a un tribunale.

In carcere è finito anche un generale, Tefera Mamo, rimosso lo scorso febbraio, senza alcuna spiegazione, dall’incarico di comandante delle truppe amhara. E’ stato arrestato poco più di una settimana fa a Addis Ababa, dopo aver rilasciato un’intervista televisiva, durante la quale ha criticato aspramente il primo ministro, la sua strategia militare nei confronti del Tigray e il TPLF (Fronte Popolare di  liberazione del Tigray). Ha poi rincarato la dose, accusando i membri di etnia amhara del raggruppamento politico di Abiy –  Partito della Prosperità, fondato il 1° dicembre 2019 dallo stesso primo ministro –  di farne parte solamente per interessi personali, per questioni di denaro.

La moglie del generale, Menen Haile, ha detto ai reporter di Reuters che il marito è sospettato di attentato alla personalità dello Stato.

 

Insomma il governo di Abiy non gradisce le critiche. Basti pensare che una decina di giorni fa è stato espulso dal Paese il giornalista Tom Gardner di The Economist. Addis Ababa ha accusato Gardner di “approccio sbagliato” al giornalismo. La colpa del collaboratore della prestigiosa rivista inglese è stata quella di aver riportato in un suo articolo ciò che ha visto in occasione di una sua visita nel Tigray.

Un anno fa la stessa sorte era toccata a Simon Marks, corrispondente di The Times. E all’inizio del mese, il capo della Commissione etiopica per i diritti umani, Daniel Bekele, aveva chiesto la liberazione del giornalista Gobeze Sisay, arrestato perché non in linea con la politica del governo.

E, in occasione della giornata mondiale Stampa libera, il Comitato per la protezione dei giornalisti (organizzazione indipendente, con sede a New York, volta a difendere la libertà di stampa e i diritti dei giornalisti in tutto il mondo), ha lanciato un appello al governo etiopico per la liberazione di due giornalisti, incarcerati con l’accusa di attentato alla personalità dello Stato. Se dovessero essere condannati per tale reato, rischiano la pena capitale.

Sfollati nel Tigray, Etiopia

Le bombe, i fucili tacciono nella travagliata regione del Tigray dalla fine di marzo, quando Abiy ha dichiarato un cessate il fuoco per questioni umanitarie. Ora è la fase dell’assedio, della fame che si espande a macchia d’olio. Secondo PAM (Programma alimentare mondiale) già a fine gennaio, l’83 per cento della popolazione del Tigray necessitava aiuti umanitari per sopravvivere, mentre 2 milioni di persone si trovavano in uno stato simile alla carestia.

In base a uno studio condotto dall’Univeristà di Ghent in Belgio, pubblicato a metà marzo 2022, si stima che durante il conflitto in atto siano morte almeno mezzo milione di persone nel Tigray, da 150.000 a 200.000 tra questi di fame o per mancanza di cure mediche. Quasi 1,4 milioni di bambini non possono frequentare la scuola, molte sono chiuse perchè distrutte o perchè utilizzate come campi per sfollati.

Ancora oggi i convogli umanitari arrivano a rilento, l’ONU e i suoi partner non riescono a soddisfare le necessità della popolazione. Un sospiro di sollievo è arrivato la scorsa settimana, quando sono entrati ben 319 camion a Makallé, capoluogo del Tigray.
Mentre il servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite (UNHAS) continua a operare con due voli passeggeri a settimana e voli cargo tra Addis Abeba e il capoluogo del Tigray. Giacché gli ospedali sono ancora sprovvisti di molti medicinali e carburante per i generatori, il personale sanitario è costretto a rimandare a casa gran parte dei pazienti.

In questi giorni il TPLF ha dichiarato di essere pronto a liberare 4.000 prigionieri di guerra, tra questi 401 donne. Secondo quanto riportato dai funzionari del TPLF, gran parte delle persone saranno rilasciate grazie a una amnistia, sono state catturate in combattimenti fuori dal Tigray, altre, invece, perchè sono state costrette a arruolarsi.

Secondo quanto riferito da un diplomatico di un Paese straniero, accreditato a Addis Ababa, la liberazione dei prigionieri di guerra sarebbe stata decisa dopo vari colloqui tra comandanti militari della due fazioni. “Purtroppo finora non sono ancora iniziati dialoghi a livello politico”, ha aggiunto.

A tutt’oggi non è stato ristabilito internet, le comunicazioni sono sempre difficili e è praticamente impossibile avere notizie imparziali, in quanto nel Tigray non sono ammessi giornalisti indipendenti.

Sin dall’inizio della guerra in Tigray, scoppiata nel novembre 2020, tra le forze allineate con il governo etiopico e le truppe del TDF (Tigrinya Defence Forces) guidate dal TPLF, il conflitto è stato ampiamente sottovalutato dalla comunità internazionale, nonostante le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità formulate da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International.

Cornelia I. Toelgyes
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