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Agguato nel centro di Teheran: commando mitraglia e ammazza uno dei capi dei Guardiani della Rivoluzione

Africa ExPess
Teheran, 23 maggio 2022

Cinque colpi di pistola alla testa, sparati con pistole silenziate, da sicari armati a bordo di moto, per giustiziare uno dei massimi ufficiali dei Pasdaran proprio davanti casa sua. Un colonnello della Forza Quds dell’IRGC – il potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche Iraniane – il colonnello Hossan Sayad Khodaei.

Hossan Sayad Khodaei,ucciso a Teheran domenica

Teheran domenica pomeriggio è stato teatro di una feroce esecuzione, nel più tipico stile del Mossad (Servizio Segreto Israeliano). Un blitz in pieno giorno in un’area considerata tra le più sicure di Teheran proprio ad un tiro di schioppo dal parlamento iraniano, pieno centro della capitale.

Una foto dei media iraniani mostra l’autovettura Kia Pride con il corpo dell’ufficiale accasciato al posto di guida immerso in una pozza di sangue, con i vetri dell’abitacolo dell’auto in frantumi per la pioggia di proiettili. Ma che gli autori dell’agguato siano pedine del Mossad è solo un semplice sospetto, nessuno per il momento s’arrischia ad affermarlo con certezza.

Quel che è certo è che c’è una determinata escalation omicida, col solito modus operandi, ed il fattaccio arriva ad otto mesi dai dettagli sull’assassinio del Generale e scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (il “padre della bomba iraniana”), anche lui assassinato ad Absard, in Iran, il 27 novembre 2020 con una grandinata di colpi partiti da mitragliatrici telecomandate in remoto (l’ipotesi iniziale era che almeno 12 killer sarebbero arrivati sul luogo del delitto a bordo di motociclette).

Lo scorso febbraio la BBC ha riferito che “Il Mossad israeliano è il principale sospettato dall’Iran, è l’unico ad avere un così alto livello di penetrazione”.

Secondo la ricostruzione di alcune fonti bene informate, Hossan Sayad Khodaei era certamente un personaggio d’alto rango e di spicco nell’industria militare iraniana (in particolare per vari progetti di sviluppo dei droni armati). Sarebbe stato addirittura il braccio destro di Qasem Soleimani, l’ex Comandante dell’ IRGC, assassinato nel gennaio 2020 con un’attacco di droni a Baghdad (in Iraq).

Il Jerusalem Post sostiene che il colonnello iraniano Khodaei era in prima linea nella “pianificazione di attacchi agli ebrei e israeliani in tutto il mondo” e la sua eliminazione è arrivata in un contesto geopolitico in cui “stanno aumentando le minacce di Teheran di lanciare droni tecnologici contro Israele”.

vettura dove è stato colpito Hossan Sayad Khodaei

Non è un caso infatti che le Guardie Rivoluzionarie Iraniane abbiano da tempo dato forte impulso alla progettazione e costruzioni di droni armati di nuova generazione, investendo in questo settore miliardi di dollari (mentre la popolazione sta morendo di fame/sete e il paese e sull’orlo del baratro) tanto da aver addirittura aperto una grande UAV Factory a Dushambe in Tajikistan per la produzione in serie dei Droni Militari.

Casualmente, proprio ieri, il Jerusalem Post, ha dato notizia che il genero dell’ex Comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Qasem Soleimani, è sospettato da tempo di contrabbandando di armi strategiche e droga dall’Iran agli hezbollah libanesi e la sua rete è supportata dalle Guardie Rivoluzionarie Iraniane.

Secondo il quotidiano la notizia arriva da Sayyed Reza Hashim Safieddine, figlio di Sayyed Hashim Safieddine, il capo del Consiglio esecutivo di Hezbollah (sposato bene ricordarlo, con Zeinab Soleimani, figlia del generale assassinato in Iraq. Reza sicuramente sa quel che dice, risulta essere molto vicino al secondo figlio di Nasrallah Jawad, collocato nella black list antiterrorismo degli Stati Uniti nel 2018 per la sua attività di reclutamento di combattenti di organizzatore di attacchi terroristici e attentati suicidi sia in Israele sia in Cisgiordania.

Sul commando che ha attaccato domenica a Teheran il quotidiano israeliano Shaharit ha commentato: “questa è un’operazione di intelligence israeliana… alti funzionari in Israele da anni rivendicano elevate capacità operative in Iran…” mentre il Teheran Times più cautamente ha evitato – per il momento – di attribuire paternità a vanvera: “L’ufficio pubbliche relazioni dell’IRGC in un suo comunicato ufficiale ha annunciato che il colonnello Sayad Khodaei è stato ammazzato nel centro di Teheran domenica alle ore 16:00. L’ufficiate Sayad Khodaei, che ha anche combattuto contro Daesh in Siria, è stato ‘martirizzato’ in un’atto terroristico criminale commesso da elementi affiliati all’arroganza globale (terminologia usualmente utilizzata per identificare Israele e Stati Uniti, ndr) Sono in corso le necessarie azioni per identificare e arrestare gli aggressori”.

Poi però qualcuno a Teheran si é lasciato scappare che “i responsabili sono senz’altro teppisti legati all’intelligence del regime sionista”.

Il quadro che emerge da questa escalation è che l’Iran sembra essere molto più vulnerabile rispetto al passato. Questo modus operandi potrebbe essere assai rischioso (oltreché abbastanza stupido). Nel manuali di guerra s’insegna che non si dovrebbe mai umiliare il nemico, bisognerebbe sempre dargli una via d’uscita, in modo che possa salvare la faccia.

Poi ci sono cose di molto più buon senso che invece non s’imparano dai manuali di guerra. Che portano a porsi semplici domande, come ad esempio: anziché gettare miliardi al vento per combattere con armi sempre più micidiali, perché non spenderli più degnamente per combattere, la fame, la sete, le malattie e le pandemie?

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Continua in Giordania la faida nella famiglia reale: l’usurpatore re Abdullah accusa di tradimento Hamzah, l’erede al trono usurpato

Africa Express
Amman, 23 maggio 2022

La faida della famiglia reale giordana, iniziata come una soap opera, proseguita come una telenovela, continua. Ma questa volta la spaccatura familiare s’allarga a dismisura, ed ora il principe “ribelle” potrebbe anche rischiare severe conseguenze. Il re (usurpatore) di Giordania, Abdullah II, ha messo agli arresti domiciliari stretti il fratellastro, il principe ereditario Hamzah.

Il principe ereditario Hamzah agli arresti domiciliari

Con un’apposito Decreto Reale partorito a tempo di record ed emanato l’altro ieri, Re Abdullah II ha imposto severe restrizioni ai movimenti, al luogo di residenza e alle comunicazioni del fratellastro “ribelle”, Hamzah bin al-Hussein.

Con una lettera dai toni molto forti pubblicata il 19 maggio sui maggiori quotidiani giordani (e ripresa da una buona parte della stampa araba) il monarca di Giordania Abdullah II, spiega le ragioni del severo Decreto ad personam: “Durante l’ultimo anno Hamzah ha esaurito tutte le occasioni per rimettersi sulla retta via. Non permetterò a nessuno di porre i propri interessi al di sopra di quello della nazione, e non permetterò nemmeno a mio fratello di disturbare la pace della nostra orgogliosa nazione. Non abbiamo il lusso del tempo per affrontare il comportamento irregolare e le aspirazioni di Hamzah. Abbiamo molte sfide e difficoltà davanti a noi e dobbiamo tutti lavorare per superarle e soddisfare le ambizioni del nostro popolo e il suo diritto a una vita dignitosa e stabile”.

Qui parte il primo affondo: “Purtroppo mio fratello crede davvero a ciò che afferma. L’illusione in cui vive non è nuova; altri membri della nostra famiglia hashemita e io ci siamo resi conto da tempo che rinnega i suoi impegni ed è persistente nelle sue azioni irresponsabili che cercano di seminare disordini, incurante delle conseguenze della sua condotta sul nostro paese e sulla nostra famiglia”.

“Hamzah – prosegue il testo pubblicato – continua a ignorare tutti i fatti e le prove indiscutibili, manipolando gli eventi per rafforzare la sua falsa narrativa del suo ruolo nel caso di sedizione, ignorando i fatti di cui il pubblico è venuto a conoscenza riguardo alla sua relazione sospetta e ai complotti con il traditore Bassem Awadallah e Hassan bin Zeid. Mio fratello ha avvicinato due funzionari stranieri dell’ambasciata per chiedere informazioni sulla possibilità che i loro Paesi sostengano quello che ha prospettato loro come un cambio di regime”.

“Forniremo ad Hamzah tutto ciò di cui ha bisogno – conclude la lettera – per vivere una vita confortevole, ma non avrà più lo spazio di una volta, ha abusato offendendo la nazione, le sue istituzioni e la sua famiglia, minando la stabilità della Giordania. È stato emesso un decreto reale, approvando la raccomandazione del consiglio formato in conformità con la legge della famiglia reale, di limitare le comunicazioni, il luogo di residenza e i movimenti del principe Hamzah”.

Abdullah e Hamzah sono entrambi figli di re Hussein di Giordania (avuti da 2 diverse mogli), l’amato sovrano che governò saggiamente la Giordania per quasi 50 anni. Hamza, 42 anni venne nominato principe ereditario dal padre Re Hussein poco prima di morire di cancro nel 1999.

Secondo il suo volere il fratellastro maggiore Abdullah II sarebbe stato Re solo il tempo necessario a far crescere il principe Hamzah, allora ancora troppo giovane. Dopo la morte del re, il fratellastro Abdullah II si rimangiò il giuramento fatto a Re Hussein sul letto di morte.

Re della Giordania, Abd Allāh II

Con un golpe in guanti bianchi nominò suo figlio come erede, espropriando Hamzah del titolo di Principe Ereditario. Già l’anno scorso Hamzah venne posto agli arresti dal fratellastro per il (presunto) suo coinvolgimento in un tentato colpo di stato. Uno “strano” caso di sedizione e una stravagante accusa: aver cospirato per rovesciare il regime e aver tentato di destabilizzare la monarchia, con un piano facente parte d’un più ampio complotto, ordito con l’appoggio d’una imprecisata entità straniera.

Mentre tutti gli altri congiurati vennero condannati a 15 anni di lavori forzati (dopo essere stati giudicati colpevoli d’aver cospirato per rovesciare il re a favore del principe), ad Hamzah fu risparmiata la severa punizione, solo dopo aver fatto un plateale mea culpa. Fu costretto ad inviare alla Casa Reale (del tutto “spontaneamente”) una lettera di scuse e di “fedeltà al Re”, atto riparatore che portò al perdono da parte della clemente e misericordiosa famiglia hashemita.

Una nota della Real Casa pareva aver del tutto archiviato l’increscioso incidente: “Con questo formale atto di pentimento possiamo voltare pagina su questo oscuro capitolo della storia del nostro Paese e della nostra famiglia”. Ma era una pia illusione.

Meno di qualche settimana fa, l’ex erede al trono Hamzah bin al-Hussein torna alla ribalta della cronaca, mandando in fibrillazione il Re e tutta la Corte Reale, annunciando pubblicamente di voler rinunciare al suo titolo di Principe in segno di protesta contro le attuali politiche dispotiche della leadership hashemita.

Nella lettera pubblicata sul suo profilo twitter, torna a denunciare quanto sta accadendo in Giordania e le politiche tiranniche perseguite dall’attuale regime che il principe ereditario (ormai ‘ex’) non intende avallare: “Sono giunto alla conclusione che la mia convinzione personale e i principi che mio padre (il defunto Re Hussein) mi ha instillato non sono in linea con il percorso, le direttive e i metodi moderni delle nostre istituzioni. Ho avuto il grande onore di servire il mio amato Paese e il mio caro popolo giordano, il solo al quale rimarrò fedele finché vivrò”.

Una mossa che ha mandato su tutte le furie il Re usurpatore che ora si è scagliato contro il fratellastro: “E’ un’atto grave, secondo le leggi della famiglia reale, i titoli possono essere revocati solo dal monarca”.

C’è da dire che nella dinastia giordana nulla ormai è più certo, però una cosa è sicura: la storia non finirà qui. La telenovela continua.

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Italiani rapiti nel Sahel: jihadisti e ostaggi in viaggio verso i santuari dei terroristi nel nord del Mali

Africa ExPress
22 maggio 2022

Secondo fonti della sicurezza maliana, i rapitori dei tre italiani, originari di Potenza, e del cittadino togolese loro amico, sequestrati nella serata di giovedì scorso nella casa dove abitano a Sizina, a 11 chilometri dalla cittadina di Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali, si sono diretti con i loro ostaggi verso il nord del Paese, roccaforte di alcuni raggruppamenti di terroristi del Sahel.

 

Il convoglio dei rapitori con gli ostaggi è stato individuato dai servizi di sicurezza maliani che ne seguono a distanza i movimenti.

La notizia è arrivata pochi minuti fa da Bamako, dallo stringer di Africa-Express, Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista del Benin e che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi

Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, Giovanni il figlio 43enne della coppia e un cittadino togolose sono stati portati via con la forza e caricati su una macchina che poche ora prima del rapimento è stata avvistata in un garage della cittadina.

Mali: Forze di sicurezza controllano il territorio

Ieri sono stati sequestrati altri due cittadini maliani nel nord del Paese, tra questi un impiegato locale di una ONG occidentale.

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Pane alle stelle in Iran: la popolazione inferocita protesta contro aumento prezzi e il governo

Speciale Per Africa ExPress
Francesca Canino
22 maggio 2022

Nell’ultima settimana in Iran a causa dell’aumento dei prezzi sono scoppiate diverse proteste di piazza. I disordini si sono verificati in seguito all’annuncio di un rialzo dei costi del pane e degli altri generi alimentari di circa il 300 per cento.

Manifestazioni in Iran contro il rincaro dei prezzi

Il conflitto in atto in Ucraina, infatti, ha provocato un rialzo generale del costo del grano, al punto che il governo iraniano ha revocato i sussidi sul grano importato. Ciò ha fatto schizzare i prezzi della farina e le persone, già provate anche da altri problemi, sono scese in piazza a manifestare.

La Tv di stato iraniana ha mandato in onda i filmati delle manifestazioni, sfociate in violenza e furia distruttrice. I video condivisi sui social network hanno mostrato i dimostranti inferociti contro l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, e contro il presidente Raisi. Le proteste si sono estese in diverse province, mentre, già dalla scorsa settimana, i media iraniani hanno comunicato l’interruzione di internet per impedire l’uso dei social, tramite i quali vengono organizzate le manifestazioni.

Una persona ha perso la vita a Dezful, città situata nella provincia del Khuzestan, durante le proteste contro l’aumento dei prezzi. Le autorità, inoltre, avrebbero arrestato 22 manifestanti.

Il Khuzestan, in passato ricco di acqua e petrolio, è una delle province meridionali dell’Iran da cui la scorsa estate è partita la protesta dei cittadini per la grave crisi idrica che aveva colpito questa parte del paese. Le scelte sbagliate effettuate dalle autorità di Teheran nel corso degli anni aveva provocato la rabbia dei cittadini, scesi in piazza al grido di “Abbiamo sete”.

La rabbia della popolazione iraniana, proteste contro il governo

Oggi, invece, è la fame a spingere gli iraniani a manifestare nelle piazze. I dati ufficiali confermano che l’inflazione è salita del 40 per cento e la metà degli abitanti vive in povertà. La sopportazione della popolazione ha raggiunto il limite, in quanto già vessata dal regime di Teheran e dalle difficoltà economiche. La pazienza della gente sta per esaurirsi, la rabbia della popolazione ha dato origine a scontri in varie parti del Paese, spesso guidati da giovani che gridano “Abbasso Khamenei”, “Abbasso Raissi”.

Khamenei ha schierato i suoi agenti nelle piazze, ma nonostante i tentativi di repressione delle rivolte, i cittadini continuano urlare slogan contro il regime. Una situazione esplosiva che potrebbe, stavolta, insidiare i teocrati di Teheran dopo oltre 40 anni di potere.

I segni di debolezza sono ravvisabili nell’incapacità mostrata da Khamenei a circoscrivere o a reprimere sul nascere le rivolte, che, di questo passo, potrebbero costituire un serio pericolo per il regime e uno spiraglio di speranza per la popolazione. Gli iraniani ci credono.

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
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La grande sete dell’Iran: il regime lascia a secco il sud e scoppiano le proteste

Tentano di esportare 1,5 tonnellate di zanne d’elefante dal Katanga, contrabbandieri bloccati in Congo-K

Africa ExPress
21 maggio 2022

Una settimana fa le autorità della Repubblica Democratica del Congo sono riuscite a bloccare un carico di 1,5 tonnellate di zanne d’elefante, ben imbustate in 18 sacchi. Erano a Lubumbashi, nel Katanga nel sud-est del Paese, ai confini conto Zambia.

Sequestro di avorio in Congo-K

Cinque persone, che avevano stipato l’avorio in grossi camion, sono stati fermati. Due tra questi sono però riusciti a fuggire subito dopo l’interrogatorio. Pare che fossero i proprietari della preziosa, illecita merce.

Mentre gli altri tre, si sa che sono  congolesi, ancora in stato di fermo, hanno affermato di essere camionisti, addetti al trasporto e di non avere nulla a che fare con il traffico.  Hanno sostenuto di non essere al corrente né della provenienza, tantomeno della destinazione del carico.

Si tratta di uno dei più importanti sequestri effettuati negli ultimi anni in Africa e, secondo Sabin Mande, avvocato della ONG Réseau ressources naturelles , per racimolare una tale quantità di avorio, sono stati abbattuti tra 80-90 elefanti. “E’ un vero e proprio crimine”, ha aggiunto.

Il traffico illecito di avorio è uno dei più redditizi, è terzo nel ranking mondiale delle attività illegali, si posiziona subito dopo quello della droga e delle armi.

elefante africano

Altri sequestri importanti – da 2 a 4 tonnellate – sono stati effettuati in Kenya e in Togo negli ultimi 10 anni. Mentre risale al 2019 l’intercettazione di ben 9 tonnellate di avorio in Vietnam. Il prezioso carico è stato scovato su una nave, proveniente dal Congo-K.

Le zanne degli elefanti sono molto richieste in Asia e in Medioriente, dove i clienti sono pronti a pagare qualsiasi cifra per la realizzazione di oggetti ornamentali, ma da non sottovalutare nemmeno il suo utilizzo per la preparazione di medicine tradizionali.

Africa ExPress
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Cooperazione militare Uganda-Mozambico contro jihadisti potrebbe peggiorare il conflitto

 

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 maggio 2022

Anche l’Uganda vuole combattere contro i jihadisti di Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. Militari ugandesi si aggiungerebbero i 2.000 soldati del Ruanda e ai 1.800 militari della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) con la missione SAMIM.

Il debito di riconoscenza dell’Uganda verso il Mozambico

Dal 27 al 30 aprile nella capitale dell’Uganda, Kampala, il presidente mozambicano Filipe Nyusi ha incontrato il suo omologo ugandese Yoweri Museveni. “Siamo sempre grati al FRELIMO (partito al potere ndr) e al Mozambico per il sostegno contro la dittatura di Idi Amin – ha dichiarato Museveni. L’Uganda era ormai al fallimento e la sua ripresa è stata sostenuta da Julius Nyerere della Tanzania e Samora Machel del Mozambico. Queste due Nazioni amiche hanno addestrato i primi 28 soldati dell’Esercito di Resistenza Nazionale (NRA) che hanno poi liberato l’Uganda nel 1979”.

Uganda Museveni e Nyusi
A sin. il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni e Filipe Nyusi, presidente del Mozambico

Bisogna ricordare che anche Museveni, dal 1976 al 1978, a Cabo Delgado è stato addestrato dal FRELIMO. Ha quindi un debito di riconoscenza con il partito di Nyusi, al potere dal 1975, e con l’etnia makonde rappresentata con l’attuale presidente della repubblica. Erano, infatti, makonde i militari che addestravano l’NRA ugandese.

Un aiuto che potrebbe diventare un enorme danno

Ma se Kampala ha tutte le buone intenzioni per aiutare militarmente Maputo nella guerra contro i jihadisti nel nord, la questione è complicata. Lo spiega Borges Nhamirre, consulente dell’Institute for Security Studies (ISS) di Pretoria. In un’analisi, pubblicata su ISS, esamina la situazione di Cabo Delgado: l’intervento dell’Uganda potrebbe aggiungere benzina all’ ”incendio” in atto nel nord del Paese.

“Il sostegno è rivolto ai veterani della lotta di liberazione del Mozambico che hanno addestrato Museveni e i membri del suo Fronte ribelle – scrive Nhamirre -. Quando gli attacchi terroristici si sono diffusi nell’entroterra, i veterani (makonde ndr) hanno creato una milizia, Força local, per difendere le loro comunità e proprietà. Sostenendo la Força local, l’Uganda potrebbe involontariamente perpetuare l’instabilità. Questo aiuto potrebbe aumentare il conflitto etnico tra i makonde, dominanti in Mozambico, e i makwa e kimwani, maggioritari a Cabo Delgado. Per evitare ciò, la SADC e l’Unione Africana dovrebbero coordinare il sostegno promesso con i governi di Mozambico e Uganda”.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Gli ultimi dati sulla guerra contro i jihadisti a Cabo Delgado

Mentre si discute sulla cooperazione militare ed economica Uganda-Mozambico, l’ong Cabo Ligado aggiorna i dati sulla guerra a Cabo Delgado. Dall’inizio della violenza jihadista – nell’ottobre 2017 – di Al Sunnah wa-Jammà, oggi associato a ISIS, sono stati registrati 3.990 morti. Tra questi, oltre 1.700 sono civili. Secondo dati dell’UNHCR, agenzia ONU per i rifugiati, la guerra ha creato oltre 735 mila profughi.

Nel momento in cui scriviamo, i dati raccolti dall’analista britannico Joseph Hanlon, dicono che a Cabo Delgado ci sono i militari di 24 Paesi. La missione militare SAMIM della SADC comprende 10 nazioni e il Sudafrica ha il maggior numero di soldati. Il Ruanda conta oltre 2.000 presenze tra militari e poliziotti. L’UE sta valutando lo stanziamento di un fondo di 21 milioni di dollari per sostenere la missione del Ruanda contro il terrorismo jihadista a Cabo Delgado. La missione di addestramento dell’Unione Europea rappresenta 11 Paesi e il maggior numero di militari è portoghese. Sono presenti anche gli Stati Uniti per il training dei militari. E ora c’è anche la presenza dei militari dell’Uganda.

Sandro Pintus
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Mozambico, dopo Cabo Delgado la guerra contro jihadisti arriva in Niassa

Mozambico, 2.800 soldati di cinque Paesi africani contro i jihadisti di Cabo Delgado

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

 

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

Massacri e carneficine: così l’ISIS si espande in Africa Centrale e Mozambico

Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

 

Urgentissimo/una coppia italiana testimoni di Geova rapita in Mali

BREAKING NEWS


Africa ExPress
Bamako, 20 maggio 2022

Il nostro stringer da Bamako, Serge Daniel, ci scrive nella notte: “Una coppia italiana, un togolese e il loro bambino, sono stati rapiti ieri sera a Sinzina, nel distretto di Koutiala, nel sud del Mali. Il gruppo appartiene alla setta dei Testimoni di Geova. La notizia è stata confermata dopo attente verifiche.
La Farnesina ancora non ha dato nessuna conferma.

La notizia del sequestro è stata confermata da fonti della sicurezza maliana e dalla Farnesina. Secondo le nostre fonti di Bamako, i tre italiani (marito, moglie e figlio) e un togolese, sono state sequestrate in una località vicino a Koutiala da un gruppo di persone armate che le hanno caricate sulla loro vettura. Non si esclude che i sequestratori siano miliziani di Katiba Macina (conosciuto anche con il nome di Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa).

I tre rapiti italiani sono potentini: Rocco Antonio Langone, 64 anni, la moglie Maria Donata Caivano, 62 anni, di Ruoti (in provincia di Potenza), e il loro figlio Giovanni, 43 anni.

Appena saremo in grado di darvi maggiori notizie, vi informeremo.

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Africa ExPress a Firenze per parlare del Corno d’Africa

Africa ExPress
20 maggio 2022

“Il Corno d’Africa. La situazione odierna all’ombra delle responsabilità storiche dell’Italia” è il titolo dell’incontro che si tiene a Firenze sabato 21 maggio 2022.

Locandina Corno d'Africa
Locandina dell’incontro sul Corno d’Africa il 21 maggio 2022

Partecipano Massimo A. Alberizzi, direttore di Africa ExPress; Mohamed Mohamud Ismail, rappresentante in Italia della repubblica del Somaliland; lo storico Ugo Barlozzetti e il ricercatore Giuseppe Scuto.

L’appuntamento fa parte dell’iniziativa “Africa 2022. Ciclo di incontri sul continente africano” organizzato da A.N.P.I Sez. Potente, dall’ong Anelli Mancanti e dalla Casa per i diritti dei popoli.

È la seconda volta che Africa ExPress partecipa all’iniziativa “Africa 2022”. La prima occasione è stata lo scorso 12 marzo sul tema Angola e Mozambico con la relazione “Le sfide del Mozambico 
tra corruzione, terrorismo islamista e cambiamenti climatici”.


“Il Corno d’Africa. La situazione odierna all’ombra delle responsabilità storiche dell’Italia”
Sabato 21 maggio 2022, ore 16
Casa del popolo Il Campino, Via G. Caccini, 13b, Firenze.
L’ingresso è gratuito aperto a tutti

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L’Unione Africana discute, ma non di Tigray dove la guerra continua a uccidere

Etiopia: piovono bombe dal cielo in Tigray, massacri durante il Natale ortodosso

Siccità e carestia aggrediscono l’Etiopia e Abiy annuncia una tregua umanitaria nel Tigray

 

Somalia: Camera bassa annulla proroga mandato del presidente

Somalia, scontri tra etiopi (tigrini e non) nel contingente UA: 41 morti

 

Nasce Task group Air-Sahel: Italia potenzia dispositivo armato nel Niger

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 maggio 2022

Occhi e orecchie dei media e della politica puntati sul sanguinoso conflitto in Ucraina e un po’ meno al sempre maggiore coinvolgimento militare italiano, ma intanto il governo Draghi-Guerini-Di Maio potenzia il dispositivo armato nel continente africano.

Task Group Air Sahel

Nelle scorse settimane è stato costituito il Task Group Air Sahel, una forza di pronto intervento aereo nell’ambito della Missione bilaterale di supporto delle forze armate italiane a favore della Repubblica del Niger (MISIN).

“Il Task Group consentirà alla missione di espandere le proprie capacità operative e logistiche in Sahel”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “Esso opera dalla Base Aérienne 101 di Niamey con il velivolo C-27J, cargo medio, particolarmente versatile e flessibile nell’impiego e in grado di svolgere con efficacia le diverse missioni da trasporto tattico, operando anche da piste semi-preparate o deteriorate, così come le missioni di aviolancio di paracadutisti, fondamentali per l’addestramento del personale delle forze di sicurezza nigerine, svolto dai Mobile Training Team della MISIN”.

Il C-27J Spartan, realizzato da Leonardo Spa, ha una lunghezza di 22,70 metri, un’apertura alare di 28,70 e può raggiungere una velocità massima di 590 km/h e un’autonomia di volo di 5.950 km. A bordo può ospitare fino a 40 paracadutisti ed è stato trasferito in Niger dalla 46esima Brigata Aerea dell’Aeronautica Militare di stanza nella base di Pisa san Giusto.

L’aereo da trasporto opera nell’Africa sub sahariana congiuntamente con gli assetti del Comando Forze per la Mobilità e il Supporto dell’Aeronautica italiana (CFMS) di Centocelle-Roma, che – come spiega ancora lo Stato Maggiore – “garantiscono al Teatro Operativo saheliano le loro capacità di Airlift Transportation, ovvero le potenzialità di trasporto di personale, materiali e mezzi ovunque ve ne sia necessità, con una capacità di intervenire in ogni condizione e con minimo preavviso, anche in territori ostili”.

Tra gli aerei da trasporto presenti nel Sahel ci sono anche i C-130J della 46esima Brigata Aerea di Pisa, mentre il 14° Stormo di Pratica di Mare mette a disposizione i KC-767A, velivoli che possono essere impiegati per caricare uomini e mezzi di guerra o come mezzi cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “Inoltre – aggiunge la Difesa – i Fucilieri dell’Aria del 9° Stormo di Caserta-Grazzanise e del 16° Stormo di Martina Franca, dipendenti dalla prima Brigata Aerea Operazioni Speciali (Furbara), operano a bordo dei velivoli dell’Aeronautica Militare, garantendo l’insieme di misure e procedure volte a ridurre al minimo la vulnerabilità del personale, dei mezzi e delle operazioni, rispetto a qualsiasi minaccia ed in ogni circostanza e ciò allo scopo di preservare la libertà d’azione e l’efficienza operativa delle forze in campo”.

I C-27J Spartan sono impiegati per l’addestramento e gli aviolanci del battaglione paracadutisti e delle forze di sicurezza del Niger.

MISIN: formazione lancio

Nel 2021 la missione MISIN ha svolto ben tre sessioni bimestrali di formazione del personale nigerino con oltre 2.500 lanci e la “promozione” a paracadutista di oltre 400 “allievi” dell’Esercito e della Gendarmeria nazionale. I corsi sono stati condotti da personale del Centro Addestramento Paracadutisti di Pisa, del 187° Reggimento Paracadutisti e dall’8° Reggimento Genio Paracadutisti della Brigata “Folgore”, presso la zona lancio denominata in codice Niger 4, nei pressi della capitale Niamey.

“I corsi di paracadutismo militare rientrano nel nuovo concetto d’azione della missione MISIN che sta rivedendo e migliorando le capacità della controparte nigerina, passando da una tipologia addestrativa sviluppata per singoli moduli, al più complesso programma di sviluppo di capacità, step fondamentale per l’incremento della formazione individuale e collettiva dell’esercito nigerino”, spiega lo Stato maggiore.

“Dopo l’acquisizione della qualifica di paracadutista militare, le unità appartenenti al 1° Battaglione Paracadutisti nigerino sono state immediatamente impegnate sul fronte, con il delicato compito di contrastare e prevenire le attività ostili perpetrate da organizzazioni terroristiche nei confronti della martoriata popolazione civile nigerina”. Le attività a favore delle forze armate della repubblica del Niger sono state avviate anche quest’anno presso il CITAP (Centre d’Instruction aux Techniques AéroPortées) di Niamey.

Nelle scorse settimane la missione MISIN ha condotto pure un corso di addestramento teorico e pratico di Primo Intervento/Squadre Operative di Soccorso in favore dei militari del Gruppo Operazioni Speciali della Gendarmeria Nazionale. “Il corso ha favorito lo sviluppo delle capacità delle Unità destinate al Primo Intervento della Gendarmeria nigerina, necessarie per fronteggiare attacchi di matrice terroristica, migliorando la sicurezza degli operatori e l’efficienza dell’intervento, così da salvaguardare l’incolumità dei civili, evitare danni collaterali e catturare soggetti armati e pericolosi nei casi di gravi eventi”, informa la Difesa.

Parallelamente è stato svolto ad Agadez un corso per operatore di ordine pubblico per 45 membri della Gendarmeria, della Guardia Nazionale e della Polizia del Niger. Sempre secondo lo Stato Maggiore, “l’addestramento svolto ad Agadez, crocevia strategicamente rilevante nella regione per le attività di contrasto ai fenomeni del terrorismo, della criminalità organizzata e dei traffici di esseri umani, armi e droga, consolida l’ottimo rapporto di fiducia e cooperazione costruito con i partner nigerini, che hanno fortemente richiesto la presenza degli istruttori militari italiani in questa vasta e complessa regione”.

Avviata nel settembre 2018 dopo gli accordi stipulati tra i ministeri della Difesa di Italia e Niger, la missione MISIN fornisce assistenza militare alle forze di sicurezza nigerine per accrescerne le funzioni tecnico-logistiche ed operative (oltre 6.500 i militari e gli agenti di polizia formati ed addestrati).

“Il Governo ha autorizzato la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, NdA)”, spiega il Ministero della difesa.

I Mobile Training Team italiani attualmente impiegati sono composti da militari della Brigata Paracadutisti “Folgore”, da operatori delle Forze Speciali del 185° Reggimento Ricognizione ed Acquisizione Obiettivi e da Carabinieri. Il contingente comprende un team per ricognizione e comando e controllo, addestratori da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, un team sanitario, una squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), unità di supporto/protezione e per la raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni. Per la Missione MISIN è stato autorizzato dal Parlamento un impiego medio annuale fino a un massimo di 295 militari, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei.

All’interno della base aerea 101 di Niamey, sede del Comando di MISIN, personale del 6° Reggimento Genio Pionieri (Roma) dell’Esercito Italiano sta completando i lavori infrastrutturali per la prima base interamente italiana in Africa e che servirà anche come vero e proprio hub logistico ed operativo per tutte le attività delle forze armate nazionali nel Sahel.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ennesimo colpo di Stato fallito in Mali e Bamako si ritira dall’organizzazione regionale del Sahel

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 maggio 2022

I colpi di scena in Mali sono diventati una consuetudine. “Abbiamo sventato un tentativo di colpo di Stato”, ha affermato il governo di transizione, precisando che i fatti si sarebbero svolti nella notte tra l’11 e il 12 maggio scorso.

 

Secondo il comunicato ufficiale delle autorità di Bamako “Il fallito tentativo è stato organizzato da un gruppetto di ufficiali e sottufficiali, sostenuti da uno Stato occidentali”.

Finora non sono trapelati molti dettagli, tantomeno i nomi dei presunti colpevoli. Radio France Internationale (RFI) ha però riferito che, secondo alcune fonti, sarebbero stati arrestati 7 militari, tra questi anche il colonnello Amadou Keïta, membro del Consiglio Nazionale di transizione. Intanto continuano le ricerche degli altri responsabili.

Le persone arrestate hanno denunciato un certo malcontento e tensioni all’interno dell’apparto militare, specie per quanto riguarda il modus operandi sul campo e cambiamenti in seno alla gerarchia.

Fallito tentativo golpe a Bamako

Comunque non è la prima volta che le autorità di transizione denunciano tentativi di colpo di Stato. Quello attuale è il quarto. Alcuni dei presunti colpevoli sono ancora in galera e i loro avvocati hanno svelato che avrebbero subito gravissime torture.

Domenica sera, invece, il governo di Bamako ha annunciato il ritiro da tutti gli organi del G5 Sahel, l’Organizzazione che coordina la politica di sicurezza nel Sahel cui partecipano Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania.

L’esercito maliano sarà richiamato quindi dal contingente Force G5 Sahel, task force dei 5 Paesi creata per combattere il terrorismo, ampiamente finanziata dall’UE, USA e altri partner. https://www.africa-express.info/2018/02/28/altri-50-milioni-della-ue-per-finanziare-la-caccia-ai-migranti-nel-sahel-bilico-la-missione-italiana/

Quartier generale della Force G5 Sahel

Bamako contesta il rifiuto degli altri Paesi membri di non rispettare i termini della rotazione della presidenza. ll Ciad, attualmente a capo dell’organizzazione regionale, in occasione del vertice dello scorso febbraio, avrebbe dovuto cedere il testimone al Mali. La data del summit è stata rinviata sine die e la presidenza rimasta assegnata a N’Djamena

L’ultima riunione dei 5 capi di Stato dell’organizzazione risale al febbraio 2021 nella capitale ciadiana. Dopo il colpo di Stato del maggio 2021 in Mali, le relazioni tra gli Stati membri del G5 Sahel e il governo di transizione di Bamako sono piuttosto tese, ragione per la quale i golpisti ritengono che i loro partner vorrebbero negare al Paese la presidenza di turno.

Nel comunicato del governo di transizione viene sottolineato Bamako non ammette interferenze nei suoi affari interni. Neanche da Paesi vicini e formalmente amici. Anche se non menzionato, il riferimento è al Niger, oggi il miglior alleato di Parigi nella regione.
Viene inoltre precisato, che il tutto sarebbe stato orchestrato da un Paese “extra-regionale”, questa volta non citata è la Francia.

Ieri il presidente del Niger, Mohamed Bazoum, intervistato dal quotidiano francese La Croix, ha sottolineato che l’isolamento del Mali si ripercuote su tutto il Sahel. “Con l’uscita del Mali, il G5 Sahel è morto. Se il Paese fosse in una situazione normale, saremmo in grado di sviluppare la nostra cooperazione con Barkhane”.

L’influenza russa, soprattutto la presenza dei mercenari di Wagner, hanno fatto sì che il Mali cancellasse tutti gli accordi siglati nel passato. Non solo: ha praticamente messo alla porta la Francia e l’Opération Barkhane.

Bamako poi si è inimicata anche altri alleati, tant’è vero che proprio in questi giorni Josep Borrell,  Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha confermato la sospensione della missione EUTM (programma di addestramento delle forze militari e della sicurezza) in Mali. L’UE teme interferenze da parte dei contractor russi e il governo di transizione non avrebbe dato garanzie in tal senso.

Borrell ha inoltre espresso il proprio rammarico per la decisine del Paese di lasciare l’organizzazione regionale. Ha inoltre criticato la stretta collaborazione di Bamako con il contractor russi, che combattono accanto all’esercito maliano. I mercenari sono accusati di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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