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Il Giro d’Italia rosa si colora di nero: vittoria epocale a Jesi del giovane eritreo Bimian Girmay Hailu

 

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
17 maggio 2022

Good morning Africa, buon giorno Africa. Benvenuta nel ciclismo mondiale. La corsa rosa si colora di nero. Finalmente. A conclusione della tappa numero 10 Pescara-Jesi, 196 km, del Giro d’Italia numero 105. In Viale della Vittoria ieri a Jesi, provincia di Ancona, a 7 mila km da Asmara, Eritrea. 

Bimian Girmay, giovane eritreo, Giro d’Italia

Ha vinto un ragazzo di Asmara, Bimian Girmay Hailu, 22 anni, ha vinto l ‘Africa, ha vinto il ciclismo globale. Bimian è il primo pedalatore nero a trionfare in uno dei tre grandi giri ciclistici (Francia, Italia, Spagna).

In realtà è la seconda vittoria per un atleta del continente nero, dopo il successo del sudafricano Alan Van Heerden a Pesaro nel 1979. Alan fu anche il primo africano di sempre a prendere parte al Giro. Purtroppo ebbe una vita sfortunata:  la sua carriera internazionale fu breve a causa dei problemi razziali del suo Paese e morì in seguito a un incidente stradale nel 2009.

Eppure ieri con Bimian Girmay, della squadra Intermarche’ Wanty Gobert Materiaux, a Jesi si è fatta la storia. 

Non tramonterà mai la fiaba della bicicletta”, aveva scritto Dino Buzzati sul Corriere della Sera il 12 giugno 1949 seguendo il Giro d’Italia di quell’anno. Quella di Bimian è una piccola fiaba. Per ora. La sua carriera è sorprendente. Come abbiamo avuto modo di scrivere anche qui, nel 2021 si era classificato al secondo al Mondiale U23 e la primavera scorsa aveva trionfato nella grande classica belga Gand – Wevelgem, primo successo assoluto per un pedalatore africano. E’ giunto 12esimo alla Milano Sanremo e nella corsa rosa, atteso come protagonista, lo è stato. Sempre combattivo e nelle prime posizioni alla ricerca di una vittoria, che oggi a Jesi è arrivato. E in modo mirabile: ha distrutto uno dei corridori più tosti, l’olandese Mathieu van der Poel, 27 anni. 

Lo stesso da cui era stato battuto per un soffio a Visegrad, in Ungheria, nella tappa inaugurale. 

Van der Poel, pur sconfitto, ha dimostrato “di essere un vero campione e un vero uomo in un mondo di mezze figure. – ha commentato un tifoso sul sito della Gazzetta dello Sport – riconoscendo il merito di un avversario fortissimo ed estremamente meritevole e complimentandosi più volte con lui. Ha vinto lo sport, quello vero, quello pulito”. Van der Poel, che è considerato un mostro nel ciclismo moderno, non solo ha alzato il pollice appena resosi conto di essere stato sconfitto, ma è stato il primo ad abbracciare Bimian. Purtroppo la tappa storica per il giovane eritreo ha avuto un drammatico e sfortunato l’epilogo.

Sul podio, Girmay ha stappato il magnum di spumante e il tappo gli è finito nell’occhio sinistro ferendolo in modo preoccupante. Tanto da essere ricoverato in ospedale. Girmay non ha nascosto la sua soddisfazione. “Ero venuto a questo giro con l’obiettivo di vincere una tappa – ha scritti nel Twitter – consapevole che se ci fossi riuscito sarei entrato nella storia del ciclismo. Sono grato mai miei compagni, allo staff e alla mia famiglia e ai tifosi che mi hanno supportato. La vittoria appartiene a tutti loro”.

Questa giornata indimenticabile, nel bene e nel dolore, però non può essere archiviata senza ricordare le decine di atleti che sono fuggiti dal regime dittatoriale di Isaias Afewerki.

Per limitarci al ciclismo, un fiore all’occhiello della propaganda governativa, 7 noti ciclisti eritrei, nel 2015, finsero di fare un largo giro ai confini del Paese e scapparono in Etiopia.https://www.africa-express.info/2015/10/18/dopo-i-calciatori-dalleritrea-scappano-anche-i-ciclisti-il-7-chiedono-asilo-in-etiopia/

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Epocale vittoria africana nel ciclismo: l’eritreo Girmay vince la classica Gand-Wevelgem in Belgio

Shireen, giornalista uccisa due volte dagli israeliani, vittima degli intrighi politici e degli interessi economici

Speciale per Africa ExPress
Francesca Canino
16 maggio 2022

Uccisa due volte. E non è la trama di un film di Hitchcock, ma si presume sia l’ennesimo fatto di sangue perpetrato dagli israeliani sui palestinesi. L’11 maggio scorso, la giornalista palestinese-americana corrispondente di “Al Jazeera”, Shireen Abu Akleh, ha perso la vita a Jenin mentre documentava un’operazione militare israeliana.

Assalto alla bara di Shireen Abu Akleh, da parte delle forze dell’ordine israeliane, durante i funerali della giornalista ammazzata a Jenin

I palestinesi hanno subito accusato gli israeliani di averla uccisa durante gli scontri nella città della Cisgiordania. Gli israeliani, invece, hanno risposte alle accuse sostenendo di non poter stabilire se fosse stata deliberatamente uccisa o se si fosse trattato di un incidente causato dalla sparatoria tra i miliziani e i soldati.

A suffragare le accuse mosse dai connazionali di Shireen sono stati gli stessi israeliani con l’attacco alla bara della giornalista e ai partecipanti durante i funerali. Le immagini che hanno fatto il giro del globo hanno mostrato l’intervento a colpi di bastone della polizia sulla folla al seguito del feretro, che ha rischiato di cadere dalle spalle dei portantini. Una violenza che si è sommata a quella dell’omicidio e che ha ucciso per la seconda volta Shireen.

A distanza di pochi giorni, la portavoce della Casa Bianca ha definito le immagini del funerale “inquietanti” e la comunità internazionale si è detta “sconvolta”. In conseguenza a ciò, la polizia israeliana ha fatto sapere che avvierà delle indagini su quanto accaduto. Questi i fatti, al di là dei quali rimangono interrogativi e problemi mai risolti, incentrati sulla volontà di voler annientare i palestinesi anche quando sono già morti.

“La voce della Palestina”, come era definita Shireen Abu Akleh, probabilmente non otterrà mai giustizia, così come senza giustizia è lasciata la sua gente da oltre mezzo secolo, assediato dagli israeliani e senza possibilità di trovare una soluzione che non scontenti nessuno. Neanche i cosiddetti “grandi della terra” sono riusciti a far trionfare la pace tra i due popoli, intenti a portare avanti una sfida infinita, imperniata da una parte sulla negazione dell’identità palestinese, dall’altra sulla difesa di confini, riconoscimenti, diritti.

Ora, tra le prevaricazioni storico-politiche che caratterizzano il Medio Oriente si è inserita la vita di una sfortunata giornalista, caduta sul campo delle operazioni militari per svolgere il suo lavoro. Un triste episodio che introduce un altro problema, quello dei giornalisti senza tutele, spesso mandati allo sbaraglio nelle zone calde o a indagare negli intrighi politici ed economici, ovvero nel mondo dell’indicibile, manovrato dalle oscure forze che sopprimono chi vi si addentra.

Un disegno della giovane giornalista uccisa realizzato da Raouf Karray

Il paragone con i giornalisti ufficiali al seguito degli eserciti sul fronte di guerra o con quelli a libro paga di qualche politico è immediato. E rattrista chiunque crede ancora in questo mestiere e si batte ogni giorno per divulgare i fatti così come accadono. Per questi motivi Shireen deve ottenere giustizia, chi l’ha uccisa e chi ha cercato di far cadere la sua bara non devono rimanere impuniti. Lo si deve a un popolo e ad una categoria di lavoratori.

Francesca Canino
francescacanino7@mail.com
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Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 maggio 2022

Torna alla ribalta la scottante questione della schiavitù in Mauritania –  de iure abolita, de facto esiste ancora – dopo la visita nel Paese di Tomoya Obokata, il giapponese relatore speciale delle Nazioni Unite.

L’esperto si è congratulato con le autorità, perché in effetti sono stati fatti dei passi in avanti, ciononostante ha puntualizzato che resta ancora molta strada da fare. “E’ necessario – ha precisato Obokata – adottare quanto prima misure volte a accelerare l’attuazione delle leggi anti-schiavitù. Inoltre vanno affrontati anche gli ostacoli pratici, legali e sociali”.

Schiavitù in Mauritania

Durante il suo soggiorno nel Paese, l’inviato dell’ONU ha constatato che rispetto a qualche anno fa, ora c’è più disponibilità e volontà di combattere la schiavitù e oggi si parla anche più apertamente del problema rispetto alla sua ultima visita nel 2014.

Sta di fatto che in Mauritania esiste ancora la piaga della schiavitù basata sulla casta e la servitù per debiti, nonostante sia stata abolita nel 1981. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese a cancellare tale asservimento.

La società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. Lo status di schiavo viene ancor oggi tramandato da madre in figlio. Gli schiavi non negano il loro status, così subiscono violente rappresaglie e difficilmente hanno accesso ai servizi essenziali.

Il Global Slavery Index nella sua ultima pubblicazione del 2018, stima che in Mauritania ci siano 90.000 persone ridotte in schiavitù. Non così secondo Biram Dah Abeid, leader del partito all’opposizione IRA, raggruppamento politico anti-schiavitù, che all’inizio dell’anno ha affermato che il numero è ben più elevato.

Di fatto non esistono statistiche ufficiali e i governi mauritani che si sono succeduti hanno sostenuto che le cifre pubblicate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani sono esagerate.

Sin dal XI secolo, una delle forme maggiormente praticata nel Paese ancora oggi è il matrimonio coatto. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti.

In seguito la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015 e la nuova legge ora la considera come un reato contro l’umanità. Con l’approvazione di questa norma, sono stati creati anche dei tribunali speciali, che, anche per mancanza di fondi, funzionano però poco e male.

Mauritania: donne schiave

Se non cambia la mentalità dei leader del Paese, difficilmente le leggi vigenti potranno essere applicate con determinazione. Ma ci sono forti interessi in gioco difficili da sradicare. E il ricercatore giapponese ha affermato: “In Mauritania la schiavitù esiste ancora, le persone ridotte a questo tipo di asservimento, in particolare donne e bambini, sono ancora oggi soggetti a violenze e abusi sessuali”.

Sempre secondo l’esperto dell’ONU, resta tutt’ora aperto anche il problema di molti minori, alcuni costretti all’accattonaggio, altri, invece, al lavoro forzato, pratiche comuni nel settore informale del Paese, e riguardano sia migranti che cittadini mauritani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Quando l’inferno è sulla Terra: schiavi ed ex schiavi della Mauritania si raccontano

 

Morto lo sceicco capo degli Emirati: ha creato un enorme e ricco paradiso fiscale rifugio (anche) del malaffare

Africa ExPress
15 maggio 2022

Una nota ufficiale del 13 maggio, diramata da Ministero degli Affari Presidenziali degli Emirati Arabi Uniti, ha dato la notizia che il potente monarca 73enne, Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan, “ha concluso la sua vita terrena”.

Tutte le prime pagine dei quotidiani UAE ieri erano listate a lutto con l’effige dello sceicco in copertina rigorosamente in B/N.

Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan,

Figlio del fondatore

Figlio primogenito di Zayed, fondatore dello Stato, è stato il secondo Presidente degli Emirati Arabi Uniti dopo la morte del padre. Era in carica dal 2004 e ha regnato per 18 anni.

In tutti gli Emirati sarà osservato un periodo di 40 giorni di lutto nazionale con bandiere a mezz’asta e tre giorni di chiusura totale per ministeri, enti ufficiali a livello federale e locale, nonché per il settore privato.

Gravemente ammalato da tempo, era praticamente scomparso dalla scena pubblica da 7 anni quando era stato colpito da ischemia (era stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico nel 2014 per un ictus). Da allora è stato visto molto raramente in occasioni ufficiali.

Solo due foto

Il quotidiano UAE Al Ittihad del 13 maggio, ha ritratto probabilmente l’ultimo atto dell’emiro di Abu Dhabi, Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan. In questa occasione, Sua Altezza, Presidente dello Stato e Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, ha conferito al Luogotenente Generale Hamad Mohammed Thani Al Rumaithi la “Medaglia Militare Zayed bin Sultan Al Nahyan”, in segno di “apprezzamento e onore per la sua dedizione nel servire la nazione degli Emirati nel corso di quasi 50 anni di duro lavoro e fedele servizio”.

Ma sulle pagine del quotidiano lo sceicco era solo ritratto con due foto d’archivio (nella prima applaude e nell’altra è seduto). Non era infatti presente alla cerimonia e si è limitato ad inviare un suo messaggio augurale. In sua vece, a consegnare l’onorificenza era presente il fratellastro del monarca, Sua Altezza lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate emiratine.

Ieri, subito dopo la morte dello sceicco Khalifa, i governatori dei sette Emirati si sono riuniti in conclave al Palazzo Al-Mushrif di Abu Dhabi e hanno deciso unanimemente di eleggere il nuovo Presidente della federazione, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan: “Ci congratuliamo con lui e gli giuriamo fedeltà, anche il nostro popolo gli giura fedeltà. A Dio piacendo, guiderà tutto il Paese sui sentieri della gloria e dell’onore”, ha dichiarato su Twitter il sovrano di Dubai, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al-Maktoum.

Massaggi di cordoglio

In queste ore stanno giungendo messaggi di cordoglio  da tutto il mondo arabo: Arabia Saudita, Kuwait, Sultanato di Oman, Qatar, Egitto Iraq, Turchia e tanti altri.

Tra i leader mondiali, anche il presidente americano Joe Biden ha inviato la sua partecipazione al lutto: “Jill (la first lady) e io siamo profondamente rattristati nell’apprendere della morte dello sceicco Khalifa bin Zayed al Nahyan. Durante il suo mandato decennale come presidente degli Emirati Arabi Uniti, Khalifa è stato un vero partner e amico degli Stati Uniti. A nome del popolo americano, porgo le mie condoglianze alla famiglia dello sceicco Khalifa e a tutti gli Emirati, mentre piangono per questa grande perdita. Onoreremo la sua memoria continuando a rafforzare i legami di lunga data tra i governi e i popoli degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti”.

Anche il presidente russo, Vladimir Putin ha inviato un breve messaggio di cordoglio.  Ha espresso dispiacere per la morte di Sheikh Khalifa, porgendo le sue condoglianze alla leadership, al governo e al popolo degli Emirati Arabi Uniti: “Khalifa è stato un pilastro nel rafforzamento relazioni amichevoli e nella cooperazione tra i nostri due Paesi” (Gulf News del 14 maggio). Tra i Paesi che hanno inviato messaggi di cordoglio c’è anche l’Iran (ne da notizia oggi il Tehran Times).

Leader potente

Lo statista deceduto è considerato uno dei più potenti leader del mondo arabo e degli esponenti più autorevoli del Medio Oriente. Per un decennio ha governato de facto Abu Dhabi, incontrando capi di Stato e ambasciatori. Ha preso poi tutte le decisioni essenziali per il Paese.

E’ salito alla ribalta negli ultimi anni guidando i conflitti armati degli Emirati Arabi Uniti in Libia e nella sanguinosa guerra in Yemen, ha sponsorizzato la campagna di boicottaggio contro il Qatar.

Uno schema da leadership più o meno analogo a quello dell’Arabia Saudita (principale alleato della coalizione araba nel conflitto yemenita). Infatti, l’anziano e claudicante re Salman Al Saud, reduce qualche giorno fa da un delicato intervento chirurgico, di fatto anche non governa più da anni, esercitando semplicemente una presenza più che altro simbolica.

E’ il figlio del monarca saudita, il principe Ereditario Mohammed Bin Salman che regge da tempo le sorti del Regno. Per cui, nell’immediato futuro, poco o nulla cambierà nella politica regionale ed estera degli Emirati Arabi Uniti.

Il defunto sceicco Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan (imparentato anche con il ricco emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani) figurava nella top ten dei sovrani più ricchi del mondo (la rivista Forbes nel 2018 l’ha inserito nella lista delle persone più potenti del globo).

Contributo determinante

E’ stato certamente una delle personalità più influenti del pianeta, la potente Famiglia Al-Nahyan di fatto controlla buona parte dell’intero apparato statale e gestisce uno dei più grandi fondi sovrani (con un patrimonio dichiarato di oltre 900 miliardi di dollari).

Il suo contributo è stato indubbiamente determinante nella guida verso la trasformazione dell’emirato, portandolo alla ribalta internazionale.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una confederazione di sette piccoli Stati, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna e si sono riuniti 50 anni fa sotto la guida del suo fondatore e primo presidente, il defunto Sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan (padre di Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan) monarca molto amato dal suo popolo, specie nel 2007 quando ordinò un’aumento di stipendio del 70% per i dipendenti del governo federale (il più alto aumento di stipendio nella storia del Paese).

Gli Emirati Arabi Uniti hanno attualmente uno dei tassi di prodotto interno lordo pro capite più alti al mondo. Da quando gli Emirati si sono uniti all’inizio degli anni ’70, Abu Dhabi – l’emirato più grande e ricco – ha guidato il Paese sotto la seconda presidenza dello sceicco Khalifa bin Zayed. Nell’arco di sole due generazioni, grazie soprattutto al petrolio, gli Emirati sono passati dalla miseria all’opulenza più esagerata, erigendo in mezzo al deserto città futuristiche.

Dalle primordiali tendopoli di tribù accampate nel deserto, dove non c’era elettricità né acqua corrente, gli sceicchi hanno percorso molta strada, costruendo sfavillanti metropoli tra le più moderne del mondo. Gli Emirati sono al nono posto in termini di PIL pro capite, grazie all’aumento degli investimenti finanziari e al mercato degli idrocarburi. Prima degli anni 60, quando si intensificarono le scoperte petrolifere, gli Emirati Arabi erano poco più che una landa desolata ed economicamente depressa, ed Abu Dhabi un anonimo villaggio in mezzo al deserto.

Modernizzare i più poveri

Con la fine del protettorato britannico negli anni ’70 e l’aumento dei capitali per l’estrazione del greggio, i sette emirati hanno conosciuto un’espansione economica vertiginosa. Il primo Al-Nahyan a diventare presidente degli Emirati sfruttò il reddito del petrolio non solo per modernizzare l’ emirato di Abu Dhabi ma anche per sviluppare i 6 emirati del nord più poveri (Abu Dhabi possiede oltre il 90 per cento delle risorse di petrolio e gas di tutti gli Emirati), investendo per il loro benessere e non risparmiando sforzi per sviluppare le infrastrutture del Paese, come progetti abitativi, servizi sanitari, istruzione e tenore di vita.

Per questa semplice ragione, oggi, delle 6 famiglie regnanti negli Emirati, quella di Al Nahyan è una delle più influenti (seguono in ordine di importanza quelle degli Al Maktoum di Dubai, Al Qasimi, Al Nuaimi, Al Sharqi e Al Mualla).

Il grattacielo più alto del mondo, Burj Dubai, è stato ribattezzato Burj Khalifa proprio in suo onore. Arab News (quotidiano dell’Arabia Saudita) di ieri ricorda così l’amato monarca scomparso: “Lo sceicco Khalifa era un uomo d’onore e un leader di pace. Credeva nello sviluppo di legami pacifici con i Paesi di tutto il mondo, compresi i suoi vicini, e nel rispetto del diritto internazionale. Amava dire: “Le nostre relazioni all’interno della regione si basano sul rispetto dei vicini, sulla difesa dei giusti, secondo il diritto e i principi internazionali”. Non era molto interessato all’attenzione dei media. Era umile, un filantropo che si concentrava sulla priorità degli interessi del proprio Paese e della sua gente” (punti di vista, uno yemenita non sarebbe d’accordo).

Secondo certuni, Khalifa era un buon leader, autorevole ma non autoritario. Si narra infatti che un giorno lo sceicco Khalifa invitò diverse persone a pranzo. Una di queste, un uomo sulla settantina si alzò, e senza troppi inchini e salamalecchi, disse al monarca con fare molto confidenziale: “Khalifa, come stai e come sta la tua famiglia?” L’emiro non scomponendosi più di tanto rispose con un gran sorriso. A detta di molti questa era la norma. Con lo sceicco Khalifa si poteva colloquiare come si fa tra vecchi amici. In altri tempi – alle stesse latitudini – un uomo, non usando la consueta cortesia imposta dal rispetto del rango (chiamando il monarca “Vostra Altezza”) avrebbe potuto rischiare fisicamente.

Non solo lusso

Va ricordato comunque che “non è tutto oro tutto quel che luccica”. In virtù del concetto per cui con le parole si può dire tutto e il contrario di tutto, dietro questi Emirati così scintillanti, dei quattrini a palate, le supercar, degli hotel esclusivi – gli Emirati che tutti noi conosciamo – c’è anche un lato più oscuro e inquietante.

Come per esempio quello dello “Stato prigione” che alimenta il sistema feudale della Kafala, che fomenta l’oscuro sistema della schiavitù e riduce migliaia di lavoratori stranieri alla condizione di merci.

Con circa il 90 per cento di abitanti costituito da cittadini stranieri – la maggior parte lavoratori a basso reddito, provenienti per lo più da Pakistan, India, Bangladesh e Africa, l’economia degli Emirati è fortemente legata alla mano d’opera straniera. La maggioranza di questi nuovi schiavi è prevalentemente sfruttata nel settore edilizio.

Sono loro che hanno costruito Abu Dhabi e Dubai, lavorando 12 ore e più al giorno, sotto il caldo torrido del deserto, per uno stipendio da fame, senza alcuna tutela, costretti a vivere in baraccopoli a cielo aperto (la più famosa di queste la squallida Sonapur, dove vivono oltre 300 mila operai migranti.

Turismo sessuale

Per non parlare della prostituzione (ufficialmente vietata nel Paese), che alimenta il turismo sessuale di molti faccendieri e mercanti arabi. Questo business segue lo stesso modus operandi degli operai edili e coinvolge più di 1 milione di individui (generando profitti per oltre 32 miliardi di dollari l’anno).

L’ONU ha più volte denunciato il mancato rispetto dei diritti umani negli Emirati. Le metropoli del lusso hanno però saputo diversificare la loro economia, rivolgendosi anche al commercio dell’oro e dei diamanti (insanguinati) per compensare la diminuzione delle riserve petrolifere, diventando così una calamita per il denaro sporco ed i proventi illeciti, generati da corruzione e criminalità.

Nel 2020, gli Emirati Arabi Uniti hanno importato oro per un totale di 37 miliardi di dollari ed esportato lingotti per un valore di 29 miliardi (secondo i dati delle Nazioni Unite).

Un’analisi del 2016 rilevava che quasi la metà dell’oro importato dagli UAE proveniva da Paesi in cui milizie e altre fazioni armate estorcevano denaro ai minatori, utilizzando i proventi per finanziare le loro campagne di spargimento di sangue.

Gli Emirati importano oro di dubbia provenienza da più di 100 Paesi, prevalentemente africani. Oro che in sostanza viene prelevato da milizie armate locali che esportandolo negli Emirati prevedono di finanziare acquisti di armi, guerre ed insurrezioni.

Gli Emirati non seguono alcuno standard di tracciabilità per quanto riguarda  questo metallo prezioso; le 500 tonnellate di oro importate annualmente dagli Emirati attraversano le dogane aeroportuali del tutto indisturbate (e molte delle capitali africane sono servite da voli diretti per gli Emirati).

Transazioni per miliardi di dollari finiscono ogni giorno fuori dai radar dei registri bancari internazionali, finanziando terrorismo, il mercato degli stupefacenti, il commercio di armi e anche il traffico di organi umani, contribuendo a favorire la corruzione governativa e a fomentare molti conflitti africani/internazionali.

Il sistema è così ben rodato che tra il 2018 e 2019 la Banca Centrale del Venezuela cedette senza troppe formalità 73 tonnellate di oro a 2 società anonime con sede fittizia negli Emirati Arabi Uniti.

Coacervo di malaffare

La facilità con la quale si conducono gli affari negli Emirati ha portato il top dei personaggi criminali e corrotti: malavitosi russi, paperoni reali, commercianti d’armi e componenti nucleari iraniani, signori della guerra afgani, evasori fiscali europei, contrabbandieri di oro e diamanti del Corno d’Africa, cleptocrati nigeriani, e chi più ne ha più ne metta. Ad attirare il denaro sporco è stato indubbiamente anche il boom del mercato immobiliare dei primi anni 2000 per invogliare i capitali stranieri.

L’Emirato è tempestato di ville di lusso e case da sogno a ridosso delle acque del Golfo, dove grandi gruppi immobiliari hanno accettato e senza fare troppe domande, enormi somme di denaro di dubbia provenienza da investitori che hanno scelto l’emirato come location perfetta per riciclare parte dei proventi derivanti da attività criminali.

Anche i pirati somali hanno investito il denaro proveniente dai riscatti milionari in palazzi e grattacieli in questo bengodi.

Malavitosi e cleptocrati alla ricerca dell’anonimato, hanno trovato qui un ecosistema perfetto alle loro esigenze. Le autorità emiratine non hanno fatto domande né sulla provenienza del denaro, né sull’attività esercitata dagli investitori stranieri, pur sapendo che quel denaro sporco avrebbe contribuito a rimpinguare le casse degli sceicchi.

Società di comodo

Per rendere gli emirati più attraenti per quanto riguarda i flussi finanziari illeciti, sono state legalizzate le società di comodo per mascherare le identità dei reali proprietari. Trovandosi in un punto strategico del Medio Oriente, a metà strada tra India e Africa, gli Emirati han pensato bene di riciclarsi come territorio offshore, offrendo dozzine di comode zone di libero scambio interne (oltre 30), per fornire ancora più ombre in cui nascondere e far proliferare una florida economia sommersa.

E per questa ragione la Federazione è stata inclusa nella black list della Financial Action Task Force, organismo di vigilanza globale sul riciclaggio di denaro sporco, finanziamento del terrorismo e quello della proliferazione delle armi: “Sulla base di queste conclusioni, la Commissione Europea dovrebbe attivare la black list nell’UE. Tuttavia, in questo caso, non è ancora successo. Tali ritardi sono intollerabili, poiché questa pratica è estremamente dannosa per l’Unione Europea, in particolare per l’integrità del nostro sistema finanziario. In quanto noto rifugio per denaro illecito, l’Emirato protegge i politici e gli uomini d’affari corrotti in tutto il mondo, compresi gli oligarchi russi. In questo modo, aiuta anche il regime del Cremlino a eludere le sanzioni globali e a dichiarare guerra all’Ucraina. Questo dovrebbe essere interrotto immediatamente. Gli Emirati Arabi Uniti devono essere inseriti nella lista nera senza ulteriori indugi”.

Graham Barrow, esperto di riciclaggio di denaro e co-conduttore del podcast The Dark Money Files ha dichiarato: “Gli Emirati Arabi Uniti forniscono segretezza, complessità e controllo. È una tempesta perfetta. Un’invito ai criminali a sfruttarlo al meglio”.

Africa ExPress
@africexp
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Ciad e Mali: i tentativi (falliti) di pace della ONG Ara Pacis che la Francia ritiene “troppo vicina all’intelligence italiana”

Africa ExPress
14 maggio 2022

Ara Pacis, Initiatives for Peace, una ONG italiana fondata nel 2010 a Roma da Maria Nicoletta Gaida, attuale presidente dell’organizzazione, si è proposta per una nuova mediazione nel Sahel: questa volta in Ciad.

la regione Tibesti, ricca di oro

L’organizzazione vorrebbe condurre i negoziati tra il governo di N’Djamena e il gruppo armato Comité d’Autodéfense de Miski, al quale aderiscono veterani e disertori dell’esercito ciadiano. I ribelli sono impegnati nell’estrazione dell’oro a Miski, nella incandescente regione del Tibesti, nella parte nord-occidentale del Ciad, al confine con Libia e Sudan.

Idris Déby, ex presidente del Ciad, ucciso nel 2021 da un altro gruppo ribelle, Alternance et la Concorde au Tchad, aveva siglato un accordo con i minatori, concedendogli l’esclusiva dell’estradizione nella regione. Purtroppo l’accordo di allora non ha entusiasmato il nuovo capo di Stato, Mahamat Idriss Déby, figlio di Idris, che si è impossessato del potere dopo la dipartita del padre.

Misiki (Tibetsi) la corsa all’oro

Ora Mosca è alla ricerca di nuovi mercati per approvvigionarsi di oro: lo sta facendo da tempo in Sudan e nella Repubblica Centrafricana . Mosca deve  pagare i suoi conti con l’estero. Dopo l’invasione in Ucraina, le sanzioni di Washington impediscono a Mosca di utilizzare il dollaro come valuta di scambio commerciale.

Ara Pacis non ha per ora ricevuto risposte dal governo N’Dajemena, forse perché attualmente impegnato a Doha, in Qatar, in colloqui di pace con altri gruppi ribelli.

La corsa all’oro fa gola a tutti in questo momento di grave crisi, il gruppo ribelle del Tibesti e i minatori del prezioso minerale di Miski, sono un problema da non sottovalutare per il Ciad. Gran parte dei membri di Comité d’Autodéfense de Miski, sono ben addestrati, in quanto ex militari, e, ancora oggi, molti ribelli hanno ottimi rapporti con alti ranghi dell’esercito. Insomma, al momento attuale il governo di transizione non può assolutamente permettersi eventuali contrasti nella regione.

Parigi, ancora molto presente in Ciad, non si fida delle trattative di Ara Pacis, ritiene la ONG troppo vicina ai servizi segreti italiani. Non solo: oltre alla Francia, anche altri partner stranieri del Paese, sono scettici per quanto riguarda un’eventuale mediazione dell’organizzazione italiana.

La ONG ha avviato altre trattative di pace in passato. E’ molto attiva in Mali dove poco tempo fa ha promosso e mediato l’accordo tra le comunità tuareg del nord della ex colonia francese, riunendole sotto un solo “tetto”, il CSP (Cadre stratégique permanent).

Un documento in tal senso, conosciuto come “Dichiarazione di Roma” è stato siglato il 6 maggio 2021, in presenza del nostro ministro degli Esteri, Luigi di Maio.

Nell’aprile 2021, poco prima della riunione promossa da Ara Pacis, Di Maio si era recato proprio in Mali, dove ha incontrato alte cariche dello Stato. In tale occasione il capo della Farnesina è riuscito a concordare anche l’apertura di una nostra rappresentanza diplomatica nel Paese saheliano. Infatti dal 3 agosto 2021 è attiva l’Ambasciata d’Italia a Bamako.

Luigi di Maio con i rappresentanti tuareg a Roma, maggio 2021

Durante i colloqui con le autorità in Mali, Di Maio ha anche accennato alla questione migratoria. Finora non sono stati presi impegni da parte del governo maliano, tantomeno da parte degli ex ribelli.

L’unità dei movimenti del nord (CSP), ufficializzata dalla mediazione italiana tra il primo e il secondo putsch, ha però suscitato qualche diffidenza da parte delle autorità al potere istituite dopo il colpo di Stato del 24 maggio 2021. Le tensioni tra i gruppi firmatari e la nuova giunta militare non si sono placate.

Per questo motivo, a gennaio di quest’anno, dietro invito della ONG italiana, si sono seduti nuovamente al tavolo delle trattative a Roma i rappresentanti degli ex-ribelli del nord del CSP (Cadre stratégique permanent), che comprende i movimenti dell’Azawd (CMA), firmatari del trattato di pace di Algeri del 2015 https://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/ e il ministro per la Pace e Riconciliazione del governo transizione di Bamako, Ismaël Wagué.

In occasione dell’incontro, è stato firmato un documento “Accordo di principio di Roma” che porta le sigle di Wagué, in rappresentanza del governo di Bamako, di Bilal Ag Cherif, presidente del CMA, di Hanoune Ould Ali, presidente “Platforme du 14 Juin 2014 d’Alger”  nonché della fondatrice di Ara Pacis, del quale alleghiamo copia. Nel documento le parti s’impegnano formalmente della completa attuazione del trattato di pace di Algeri del 2015.

Poche settimane dopo, a fine marzo 2022, la presidente di Ara Pacis si è precipitata in Mali, per l’insorgere di nuovi problemi tra le parti in causa. Da un lato il governo vorrebbe avere un maggiore controllo sui gruppi del nord, mentre dal canto loro, gli ex ribelli, che controllano ancora una porzione di territorio, hanno nuovamente alzato i toni contro Bamako, e, in un comunicato hanno chiesto al governo di chiarire quanto prima la sua posizione riguardante alcuni punti dell’accordo di Algeri. Hanno inoltre sottolineato “il proprio impegno per l’unità e il diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Azawad”. Dunque, in realtà il progetto di autonomia non è mai stato accantonato del tutto. E infine la mediazione di pace della ONG romana sembra essere fallita.

In una breve dichiarazione, gli ex ribelli hanno comunicato di aver incontrato la presidente di Ara Pacis a fine marzo 2022 in Mali. Hanno specificato di essere in disaccordo su alcuni principi del trattato e che necessitano di altre consultazioni tra loro per raggiungere un’intesa sul documento siglato a Roma. Naturalmente ringraziano la ONG italiana per “il coraggio, la disponibilità e il sostegno”.

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I terroristi dilagano nel Sahel e si espandono verso il Golfo di Guinea: attacco jihadista in Togo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 maggio 2022

I togolesi sono ancora sotto shock dopo l’attentato perpetrato da un gruppo di terroristi, attivi nel Sahel. Nella notte tra martedì e mercoledì sono stati uccisi 8 soldati togolesi, altri 13 feriti, in un avamposto militare a Kpinkankandi, nel cantone di Kandjouaré, nel nord del Togo, al confine con il Burkina Faso.

Attacco terrorista in Togo

Si tratta del primo attacco di questa portata nel Paese. Finora il Togo ha subito un’altra aggressione nel novembre 2021, ma i terroristi sono stati respinti dai soldati togolesi. Da allora sono stati inviati rinforzi nella regione e a febbraio il capo di Stato, Faure Gnassingbé, ha visitato il luogo dell’attacco per incontrare la truppa impegnata nell’operazione Koundjoare.

Il governo di Lomé ha condannato con veemenza la “vile e barbara” aggressione, sottolineando che farà il possibile per stanare i responsabili e si impegnerà con tutte le forze che simili fatti non avvengano più in territorio togolese.

Fonti militari, che hanno voluto mantenere l’anonimato, hanno riportato alla France Presse che l’attacco è stato perpetrato da una sessantina di uomini armati, arrivati sul luogo dell’aggressione in sella alle loro moto. Il combattimento tra gli aggressori e i militari si sarebbe protratto per oltre due ore; un gruppo di soldati, chiamati per dar man forte ai commilitoni, è caduto in un’imboscata. La loro vettura avrebbe urtato una mina artigianale e sarebbe poi esplosa.

Mercoledì scorso, Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha dichiarato che l’attacco in Togo dimostra che la minaccia terrorista si sta propagando verso i Paesi del Golfo di Guinea. “Gli sforzi per bloccare tale fenomeno devono essere raddoppiati prima che sia troppo tardi”, ha sottolineato Borrell.

Golfo di Guinea

Secondo alcuni ricercatori, i gruppi jihadisti stanno creando basi in Burkina Faso e Mali per diffondersi in Benin, Costa d’Avorio e, in misura minore, in Togo, Ghana, Senegal e Guinea. Basta ricordare che a metà aprile anche il Benin è stato teatro di un’imboscata nella zona del parco nazionale Penjari, al confine con il Burkina Faso.https://www.africa-express.info/2022/04/13/i-terroristi-del-sahel-si-spostano-a-sud-alla-conquista-dei-paesi-del-golfo-di-guinea-nuovo-attacco-il-benin/

In Burkina Faso, Niger e Mali sono molto attivi diversi gruppi armati. In particolare Katiba Macina (conosciuto anche con il nome di Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa), legato ad al Qaeda, sta cercando di rafforzare la sua presenza sia nel sud-est del Burkina Faso che nel sud-ovest del Niger. Approfitta delle vaste aree forestali per stabilire nuove basi. Questa pressione si riversa anche sul Benin settentrionale e sul Togo.

Ma Koufa e i suoi uomini sono ricercati anche in Mali, dove i soldati di FAMa (Forces armées maliennes) gli stanno dando la caccia. I militari maliani, appoggiati dai mercenari russi del gruppo Wagner, sono ora accusati da ONG per i diritti umani di aver brutalmente ammazzato 300 civili.

E proprio a fine aprile, il Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (Katiba Macina è una delle sigle che fa parte del raggruppamento) ha sostenuto di aver preso in ostaggio alcuni mercenari del gruppo Wagner. Ancora però non ha fornito alcuna prova.

I terroristi sostengono che ad un combattimento a Moura, accanto a militari maliani, hanno partecipato mercenari russi. Secondo Human Rights Watch, a Mura sarebbe stata compiuta una strage di civili.https://www.africa-express.info/2022/04/25/mercenari-russi-della-wagner-catturati-in-mali-dai-jihadisti-bamako-nega-la-loro-presenza

Ciononostante la giunta militare di Bamako, guidata da Assimi Goïta  continua a negare la presenza dei contractor sul territorio maliano. Insiste sul fatto che si tratta di soldati russi, con il solo compito di addestrare le truppe.

Faure Gnassingbé, presidente del Togo

Pochi giorni fa il presidente del Togo, Faure Gnassingbé, ha accettato il ruolo di mediatore per la crisi del Mali. Tale proposta è stata avanzata dal governo transitorio di Bamako, visto che la giunta militare è sotto forte pressione per i tempi di ripristino del governo civile. Per questo motivo la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha sottoposto il Mali a forti sanzioni.

Cornelia I.Toelgyes
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Uccisa una giornalista palestinese a Jenin: un editoriale del quotidiano Haaretz esprime tutta la vergogna possibile

Ieri in Cisgiordania, nei territori occupati da Israele è stata uccisa
una giornalista palestinese-americana, Shireen Abu Akleh, corrispondente di Al Jazeera.
Riportiamo qui l’editoriale publicato dal quoitidiano israeliano Haarets,
che accusa senza mezzi termini l’esercito israeliano dell’omicidio

da Haaretz
Gideon Levy
11 maggio 2022

L’orrore espresso per l’uccisione di Shireen Abu Akleh è giustificato e necessario. Ma è anche tardivo e moralista. Ora siete inorriditi? Il sangue di una famosa giornalista, per quanto fosse coraggiosa ed esperta  – e lo era davvero – non è più rosso di quello dell’anonima studentessa liceale che un mese fa è stata uccisa sempre a Jenin dagli spari dei soldati israeliani mentre stava tornando a casa in un taxi pieno di donne.

La giornalista Shireen Abu Akleh brutalmente ammazzata a Jenin

È così che è stata uccisa Hanan Khadour. Anche in questo caso, il portavoce militare ha cercato di mettere in dubbio l’identità dei tiratori: “La questione è in corso di esame”. È passato un mese e questa “indagine” non ha portato a nulla, né mai porterà a nulla – ma i dubbi sono stati piantati e sono germogliati nei campi israeliani della negazione e della l’oppressione, dove nessuno si preoccupa realmente della sorte di una ragazza palestinese di 19 anni, e la coscienza ormai morta e sepolta del Paese viene nuovamente messa a tacere. C’è un solo crimine commesso dall’esercito di cui la destra e l’establishment si assumeranno mai la responsabilità? Uno solo?

Hanan Khadour, studentessa liceale uccisa mentre rientrava in tassì

La morte di Abu Akleh sembra essere un’altra storia: una giornalista di fama internazionale. Proprio domenica scorsa un giornalista locale, Basel al-Adra, è stato attaccato dai soldati israeliani nelle colline meridionali di Hebron. E nessuno se ne è preoccupato. Un paio di giorni fa, due israeliani che hanno assalito dei giornalisti durante la guerra di Gaza lo scorso maggio, sono stati condannati a 22 mesi di carcere.

Quale punizione sarà inflitta ai soldati che hanno ucciso Abu Akleh, se davvero lo hanno fatto? E quale punizione è stata data a chi ha deciso ed eseguito l’ignobile bombardamento degli uffici dell’Associated Press a Gaza durante i combattimenti dello scorso anno?

Qualcuno ha pagato per questo crimine? E che dire dei 13 giornalisti uccisi durante la guerra di Gaza nel 2014? E il personale medico che è hanno perso la vita durante le manifestazioni al confine di Gaza, tra cui Razan al-Najjar, 21 anni, che è stata ammazzata dai soldati mentre indossava la sua uniforme bianca? Nessuno è stato punito. Queste cose saranno sempre coperte da una nuvola di cieca giustificazione e di immunità automatica per l’esercito e il culto dei suoi soldati.

Anche se si dovesse trovare il proiettile israeliano che ha ucciso Abu Akleh, e anche se dovessero apparire i filmati che mostrano il volto di chi ha sparato, sarà trattato dagli israeliani come un eroe al di sopra di ogni sospetto.

Si è tentati di scrivere che se dei palestinesi innocenti devono essere uccisi da soldati israeliani, è meglio che siano famosi e in possesso di un passaporto statunitense, come Abu Akleh. Almeno così il Dipartimento di Stato americano esprimerà un po’ di dispiacere – ma non troppo – per l’insensata uccisione di un concittadino da parte dei soldati di uno dei suoi alleati.

Al momento in cui scriviamo, non è ancora chiaro chi abbia ucciso Abu Akleh. E’, come sempre, il risultato della propaganda di Israele: seminare dubbi, che gli israeliani sono pronti a accettare come fatti e giustificazioni, anche se il mondo non ci crede e di solito ha ragione.

Anche quando nel 2000 fu ucciso il giovane palestinese Mohammed al-Dura, la propaganda israeliana aveva cercato di offuscare l’identità dei suoi assassini; non ha mai portato le prove.

L’esperienza passata dimostra che i soldati che hanno ucciso la giovane donna in un taxi sono gli stessi che potrebbero uccidere un giornalista. Lo spirito è sempre lo stesso: loro hanno l’autorizzazione di uccidere, di sparare a piacimento. Quelli che non sono stati puniti per l’uccisione di Hanan, hanno continuato indisturbatamente con Shireen.

Un disegno di Shireen Abu Akleh realizzato da Raouf Karray

Ma il crimine inizia molto prima della sparatoria,  incomincia con l’irruzione in ogni città, nei campi per profughi, nei villaggi e nelle camere da letto della Cisgiordania, spesso di notte, sia quando è necessario ma soprattutto quando non lo è.

I corrispondenti militari diranno sempre la stessa cosa, azioni necessarie per “arrestare dei sospettati”, senza specificare chi e di cosa sarebbero accusati, e la resistenza a queste incursioni sarà sempre vista come “una violazione dell’ordine”.

L’ordine in cui l’esercito può fare ciò che vuole e i palestinesi non possono fare nulla, certamente non mostrare alcuna resistenza.

Abu Akleh è morta da eroina, mentre stava facendo il suo lavoro. È stata la giornalista più coraggiosa di tutti i suoi colleghi israeliani messi insieme. Si è recata a Jenin e in molti altri luoghi occupati, dove altri reporter non sono mai andati e ora devono chinare il capo in segno di rispetto e di lutto.

Avrebbero anche dovuto smettere di diffondere la propaganda diffusa dai militari e dal governo sull’identità dei suoi assassini. Fino a prova contraria, oltre ogni ombra di dubbio, la conclusione predefinita deve essere: l’esercito israeliano ha ucciso Shireen Abu Akleh.

Gideon Levy

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Quinta ondata di Covid in arrivo in Sudafrica: ieri impennata dei contagi, oltre 10 mila in un solo giorno

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Africa ExPress
12 maggio 2022

Negli ultimi giorni il Sudafrica registra una nuova impennata di casi di covid. Ieri il National Institute for Communicable Diseases (NICD) (Istituto nazionale per malattie trasmissibili), ha rilevato ben 10.017 nuovi contagi. Un numero così alto di contagi non si registrava dallo scorso gennaio. Nelle ultime 24-48 ore sono decedute 26 persone, che porta così il totale dei morti a 100.559.

Varianti omicron BA.4, BA.5

Le autorità sanitarie avevano lanciato l’allarme già un paio di settimane fa. Con l’arrivo dell’inverno nell’emisfero australe, non si esclude una nuova recrudescenza della pandemia, caratterizzata dalle due nuove sub varianti di omicron: BA.4 e BA.5.

Il Sudafrica è il Paese africano maggiormente colpito dalla pandemia. Ufficialmente sono stati registrati 3.8 milioni di positivi e solo a gennaio è uscito dalla quarta ondata.

In Sudafrica, che conta poco più di 60 milioni di abitanti, finora solamente il 45 per cento della popolazione adulta ha completato il ciclo vaccinale, mentre quasi la metà ha ricevuto almeno una dose.

Negli ultimi mesi la richiesta di vaccini è notevolmente diminuita; all’inizio della pandemia, invece, il Sudafrica, come tutti Paesi africani, ha riscontrato enormi difficoltà nel procurarsi le prime forniture.

Nei giorni scorsi il governo ha chiesto nuovamente alla popolazione di rispettare tutte le norme di prevenzione e di sottoporsi alla vaccinazione. “E’ il solo modo per proteggere noi stessi e gli altri”, ha detto Joe Phaahla, ministro della Sanità del governo di Pretoria e ha aggiunto: “Con l’arrivo del freddo e la maggiore permanenza nelle case, c’è il forte rischio che ci colpisca una nuova ondata”.

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Ucraina: migranti ancora detenuti nei centri di raccolta, intrappolati in una guerra non loro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 maggio 2022

Dal 24 febbraio piovono bombe sull’Ucraina. Milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case e cercare protezione in un altro Paese.

Eppure c’è chi è costretto a restare, tra loro anche migranti e richiedenti asilo, rinchiusi nei MAC (Migrant Accommodation Centre). Alcuni si trovano ancora a Mykolaiv, nell’Ucraina meridionale, sulla linea del fronte, altri sono rinchiusi a Zhuravychi, nella Volonia, nella parte nord-occidentale del Paese.

Mykolaiv, Ucraina

Human Rights Watch, che si è già occupata in passato degli sfortunati ragazzi, intrappolati in una guerra non loro, ha lanciato un nuovo appello pochi giorni fa, chiedendo la loro immediata liberazione.

Il 30 marzo, il Global Detention Project ha riferito che un terzo centro di detenzione, il Chernihiv Temporary Holding Center, è stato evacuato poco prima che venisse bombardato, molto probabilmente da un drone.

In un precedente rapporto pubblicato a aprile, HRW aveva già parlato della grave situazione dei migranti detenuti nei centri. Allora gli “ospiti” avevano riferito alla ONG che secondo le guardie avrebbero potuto lasciare le strutture qualora avessero accettato di combattere accanto le forze armate ucraine. In tal caso avrebbero ottenuto immediatamente la cittadinanza. Nessuno aveva accettato la proposta.https://www.africa-express.info/2022/04/06/non-tutti-migranti-trovano-le-porte-spalancate-nellue-eppure-fuggono-tutti-dalla-stessa-guerra/

Il 28 aprile scorso HRW ha ricevuto un messaggio da uno uomo rinchiuso a Mykolaiv: “Ho perso ogni speranza, credo che la fine sia vicina”. Il centro è poco distante dalla linea del fronte. Le persone hanno riferito di sentire il rombo degli aerei militari proprio sopra l’edificio e dalle immediate vicinanze il frastuono di bombe e il rumore di artiglieria a intervalli regolari.

L’Unione Europea ha finanziato per anni i programmi di controllo delle frontiere e la gestione dell’immigrazione in Ucraina e, secondo Nadia Hardmann, ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti di HRW: “Ora che l’Ucraina è diventata una zona di guerra, l’UE dovrebbe collaborare per il rilascio dei migranti e richiedenti asilo e far sì che possano lasciare il Paese in massima sicurezza”.

Cornelia I. Toelgyes
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Quattro escursionisti sudafricani, scomparsi nel Fish River Canyon in Namibia: si erano avventurati senza guida

 

Africa ExPress
10 maggio 2022

Da sabato scorso 4 turisti sudafricani risultano dispersi nel Fish River Canyon, Namibia, uno dei più grandi al mondo, secondo solamente al Grand Canyon negli Stati Uniti.

I quattro dispersi fanno parte di un gruppo di 10 escursionisti sudafricani, che si erano avventurati nel canyon senza guida. Sabato hanno lanciato un SOS non appena hanno raggiunto il primo campo. Sei tra questi sono riusciti a uscire dal canyon da soli, mentre altri quattro risultano ancora introvabili.

Una veduta aerea del  Fish River Canyon

I soccorsi sono partiti immediatamente. Nel pomeriggio di sabato è stato inviato un elicottero sul luogo della sparizione degli sfortunati escursionisti e una squadra di soccorso è partita via terra.

Nelson Ashipala, portavoce di Namibia Wildlife Resorts (NWR), ha detto che le ricerche dei dispersi sono tutt’ora in corso e ha lanciato un appello a tutti turisti che intendono visitare il Fish River Canyon: “Attenetevi ai percorsi indicati e fatevi accompagnare sempre da una guida”.

Il Fish River Canyon si trova al sud del Paese, al confine con il Sudafrica. E’ tra le maggiori attrazioni turistiche della Namibia. Seppur non paragonabile al fratello maggiore, il Gran Canyon. Con i suoi  160 chilometri di lunghezza, 27 di larghezza e una profondità che raggiunge i 550 metri, regala scorci di straordinaria bellezza.

In seguito a diversi incidenti mortali, oggi si può raggiungere l’interno del canyon solamente accompagnati da una guida.

Nel 2016, due cittadine tedesche, una donna di 47 anni e sua figlia di 28, sono state ritrovate morte nel canyon. Le due sfortunate signore erano venute in Namibia per riportare a casa le salme di due congiunti, deceduti in un incidente d’auto.

Anche nel 2001 è stato registrato un altro incidente fatale: un turista francese è precipitato nel canyon durante una escursione.

La Namibia è ricchissima di diamanti, che vengono estratti dalla NAMDEB Diamond Corp., una joint-venture tra il governo, l’Anglo American Plc (AAL) e la De Beers, la più grande compagnia di diamanti al mondo. E’ il quinto produttore di uranio. Ha parecchie miniere di zinco e oro, ma meno del 5 per cento della popolazione è impegnata nell’estrazione mineraria. Oltre la metà dei namibiani si dedica all’agricoltura e/o all’allevamento di bestiame.

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