20.9 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 1, 2026

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...
Home Blog Page 148

Errore a Zurigo che rimpatria un eritreo: torturato e sbattuto in galera, evade torna in Svizzera che lo accoglie

Africa ExPress
9 maggio 2022

“Ho ancora forti dolori alle gambe”, racconta il giovane eritreo Yonas (nome di fantasia) ai reporter di RSF (Schweizer Radio und Fernsehen, azienda radiotelevisiva pubblica della Svizzera tedesca e romancia). “Non posso dimenticare tutto quello che ho dovuto subire”, si sfoga.

Yonas, rispedito in Eritrea

Al ragazzo eritreo, approdato in Svizzera, era stato negato il permesso di soggiorno nel 2017, perché la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) aveva ritenuto contraddittorie le sue dichiarazioni. Il Tribunale federale amministrativo ha poi confermato la decisione.

Anche se le dichiarazioni rilasciate da Yonas, secondo la procedura elvetica, non sono state del tutto convincenti gli uomini del SEM si sono dimenticati che il piccolo Paese africano non gode né di democrazia, né di giustizia indipendente. Entrambi inesistenti. Nella nostra ex-colonia regna il dolore, la tortura, la paura. I diritti umani restano un optional.

Dopo il respingimento della richiesta d’asilo, Yonas non può lavorare, tantomeno formulare una tale domanda in un altro Paese. Il giovane viene portato nel centro per migranti a Adliswil, nel canton Zurigo, dove, preso dalla disperazione, tenta anche di suicidarsi.

Non vuole tornare nel suo Paese natale, l’Eritrea, dal quale è scappato per non assoggettarsi alle decisioni disumane del regime, essere costretto a arruolarsi per un periodo indefinito, per uno stipendio da fame. Il ragazzo non vuole rinunciare ai propri sogni.

In Svizzera, le autorità competenti gli suggeriscono di riflettere sulla possibilità del “ritorno volontario”, assicurandogli anche una discreta somma – secondo gli standard eritrei –  come aiuto per il reinserimento. Non vedendo altra prospettiva, Yonas, dopo mille tentennamenti, accetta.

Appena atterrato ad Asmara, viene bloccato da due uomini dei servizi di sicurezza del dittatore Isaias Afeworki il padre padrone dell’Eritrea. Gli portano via tutto, anche i 3.000 dollari ricevuti “in dono” dalla Confederazione Elvetica per aver accettato il “rimpatrio volontario”. Poi lo portano in un appartamento, poco distante dall’aeroporto di Asmara, lo legano, lo interrogano a suon di bastonate e cinghiate alle gambe e sulla schiena. I suoi aguzzini sono informati di ogni dettaglio del suo soggiorno in Svizzera. Sanno persino di una sua partecipazione a una manifestazione contro il regime eritreo a Ginevra.

Dopo le due interminabili settimane Yonas viene condotto a Adi Abetu, una delle tantissime, terribili putride galere sparse in tutto il territorio del Paese. Infine riesce a evadere dalla prigione, anche grazie all’aiuto di un secondino e tenta nuovamente la fuga verso l’Europa.

Del caso di Yonas, che non può e non vuole mostrare il suo viso, tantomeno dichiarare la sua vera identità, si era occupato per la prima volta la ONG Reflekt (un collettivo di ricerca svizzero). Il caso di Yonas nel 2020 viene anche riportato dalla rivista on-line Report.

Il giovane, dopo l’evasione riesce a raggiungere la Grecia via la Turchia, poi, nel luglio 2021 comunica alla ONG: “Sono riuscito a arrivare illegalmente in Svizzera, sono qui”. E finalmente nel dicembre 2021 gli viene concesso il diritto d’asilo. Stavolta il SEM ha ritenuto la versione dei fatti credibile, anzi riconosce che Yonas stesso è una persona attendibile. Infatti i segni delle torture sulle sue gambe e sul corpo raccontano tutto, anche le parole non dette.

La questione va oltre, con la riammissione del giovane, la Confederazione, nei fatti, riconosce ufficialmente che una persona deportata in Eritrea è stata cacciata in prigione, torturata e costretta a una nuova fuga. Il SEM ammette: “Ora dobbiamo verificare se nella nostra procedura c’è stato un errore di valutazione”.

E Daniel Bach, portavoce del SEM aggiunge con rammarico: “Se davvero esistono pericoli e minacce più gravi di quanto ipotizzato, in futuro si potrebbe arrivare addirittura a uno stop delle espulsioni dei rifugiati eritrei”.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

 

 

 

 

Montezuma colpisce in Kenya: Jakob ricoverato a Nairobi, si impone di prepotenza in casa Ferdinand, l’uomo più veloce del mondo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
7 maggio 2022

In Messico la chiamano la maledizione di Montezuma. E in Kenya? Forse Nyama choma? O Sukuma wiki? O Ugali?

Non sono parolacce, ma cibi ben noti a chi frequenta l’Africa orientale. Talvolta con effetti collaterali indimenticabili.

L’italiano Marcell Jacob Lamont, ricoverato in ospedale a Nairobi, non ha potuto gareggiare

Carne alla brace, soprattutto di capra, accompagnata da verze e spinaci. Polenta bianca di contorno allo spezzatino unto e bisunto. Chi e che cosa ha messo a letto in ospedale (e – pardon – sul water ) il nostro campione olimpico Marcell Jacob Lamont, venuto a Nairobi a miracolo mostrare?

Qualunque sia stato il piatto killer, di sicuro – ha commentato uno spettatore italiano sentito da Africa Express – “Mi sa che lo sprinter di Desenzano non ha proprio capito come funziona il cibo da queste parti! E nessuno ha pensato di metterlo in guardia contro certe prelibatezze locali!… “. Eh sì che alloggiava al Safari Park Hotel, non certo nella slum di Kibera…

Di sicuro c’è che la “prima” africana del trionfatore di Olimpia è finita prima a cominciare.

In tanti si aspettavano sabato 7 maggio al Moi International Sports Centre, dello stadio Kasarani di Nairobi, di assistere alla sfida fra i superumani della pista. Andava in scena la terza della 12 tappe del World Continental Tour di Atletica, dedicata allo storico olimpionico locale Kipchoge Keino (oggi 82 anni) e per questo nota come Kip Keino Classic.

Numerose la gare in programma, numerose le “stelle” presenti, che promettevano scontri…stellari. Il momento più atteso era quello dei 100 metri piani dove gareggiavano alcuni tra i più veloci al mondo del 2021.

Primo fra tutti, Jacobs, 27 anni, e l’altro italiano Filippo Tortu, 23, poi gli americani Kennet Bednarek, 23, Isaia Young, 32, e quel Fred Kerley, 27, medaglia d’argento a Tokio alle spalle del nostro Jacobs. Gli occhi del numeroso pubblico, del presidente della repubblica in primis, erano però puntati sul beniamino locale che più locale non si può: Ferdinand Omanyala Omurwa, nato a Nairobi il 2 gennaio 1976, studente di Chimica a Nairobi, domiciliato a Nairobi, terzo di 5 figli, padre di un bimbo, detentore del record africano dei 100 metri e ottavo uomo più veloce di tutti i tempi con 9”77 segnato, sempre a Nairobi il 18 settembre 2021 (nella sua carriera però anche una squalifica per doping di 17 mesi).

Ferdinand Omanyala Omurwa, atleta kenyota, vincitore della gara dei 100 metri di Nairobi

Ferdinand non ha deluso né il suo pubblico, né il presidente della Repubblica Uhuru Kenyatta, né il suo papà, ex atleta.

Ha vinto la gara in 9”85 davanti ai due americani mentre Jacobs soffriva al Pronto soccorso del Ruaraka Uhai Neema Hospital, gestito dalla ONG italiana World Friends.

Una vittoria non proprio limpidissima quella di Ferdinand: si è reso responsabile di una falsa partenza e quindi la giuria avrebbe dovuto eliminarlo. Invece lo ha “graziato”, nonostante ne abbaino risentito i suoi avversarti, compreso il nostro connazionale, pure lui olimpionico a Tokio, Filippo Tortu, che è stato fermato quando già aveva percorso almeno 30 metri.

A Marcell Jacobs non è rimasto che sfogarsi su Instagram, dove ha scritto: “Ragazzi, che rabbia! Un banale virus intestinale mi toglie la felicità di gareggiare nei 100 a Nairobi contro dei fantastici velocisti. Ma l’appuntamento è solo spostato. A Savona, il 18 maggio!”.

La folla al Kasarani stadium, comunque, ha avuto modo di andare in delirio anche per lo strapotere (solito) dimostrato dai suoi atleti in altre specialità: negli 800, 1500, 3 e 5 mila metri maschili. Solo in campo femminile sono emerse alcune atlete etiopi.

Stupore e meraviglia di tutti però per una donna, non africana, ma assolutamente eccezionale in dieci anni di carriera: la giamaicana Shally Ann Frazer-Price, campionessa insuperabile. Nei 100 metri è stata 2 volte medaglia d’oro alle olimpiadi e 4 volte ai mondiali. Nel giugno scorso ha fermato i cronometri a 10”63. La seconda donna più veloce di sempre.

Ebbene: sabato 7 maggio a Nairobi, a 1860 metri d’altitudine, a 35 anni compiuti il 27 dicembre scorso, sui 100 metri ha segnato 10”67. Un prodigio che non finisce di stupire.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Centrafrica: Human Rights Watch accusa mercenari russi di esecuzioni, torture e pestaggi civili

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 maggio 2022

Pestaggi, uccisioni, esecuzioni sommarie, torture, sono le accuse mosse da Human Rights Watch ai mercenari del gruppo russo Wagner nella Repubblica Centrafricana, dove i contractor sono approdati nel 2018.

Centrafrica: mercenari del gruppo russo Wagner

La collaborazione tra Bangui e Mosca inizia già nel 2017, poco dopo il ritiro delle truppe francesi dell’Operazione Sangaris. Il vuoto è stato subito colmato dai russi.

Le testimonianze raccolte, precisa la ONG nel suo rapporto, indicano che i paramilitari abbiano commesso gravi abusi  su civili sin dal 2019. E Ida Sawyer, direttrice della divisione Crisi e Conflitti di HRW: “Ci sono prove inconfutabili che le forze identificate come russe, che sostengono il governo centrafricano, hanno commesso gravi abusi contro i civili nella completa impunità.

La Sawyer ha poi rincarato la dose puntando il dito sul governo di Bangui: “Ogni Paese ha il diritto di richiedere assistenza internazionale per la propria sicurezza interna, ma non può assolutamente permettere che forze straniere abusino e uccidano impunemente i civili”.

Nel Centrafrica, uno tra i Paesi più poveri al mondo, si consuma un terribile conflitto interno dal 2013. Ora, anche se dal 2018 i combattimenti sono meno intensi e gran parte dei territori prima in mano ai gruppi armati, sono nuovamente sotto il controllo dello Stato. Scontri tra i ribelli e le forze armate, sostenute dai paramilitari, continuano, anche se in misura minore. Come accade in ogni guerra, sono sempre i civili a pagare il prezzo più alto.

Le Nazioni Unite, l’Unione Europea e molti governi occidentali sostengono che Bangui, in cambio del sostegno dei mercenari, permette che i russi sfruttino le risorse minerarie e per giunta resta in totale silenzio quando gli uomini di Wagner aggrediscono i civili.

Sul rapporto di 13 pagine pubblicato da HRW, finora il governo centrafricano non ha rilasciato commenti. Anche Mosca rimasta silenziosa.

Il potente ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, in una intervista rilasciata a Mediaset proprio questa settimana, ha ammesso che i paramilitari di Wagner sono presenti in Libia e Mali, sottolineando però che si tratta di una società privata che non ha nulla che vedere con il governo russo. “Sono lì solamente su base commerciale”,ha specificato.

Ma Bangui ha sempre negato la presenza dei contractor russi, chiarendo da parte sua: “Non trattiamo con il gruppo Wagner, bensì con il ministero della Difesa di Mosca, nell’ambito di un trattato bilaterale trasparente e controllato dal Consiglio di Sicurezza”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Kenya: un intero villaggio nel panico per avvistamento di un (falso) leone

Africa ExPress
6 maggio 2022

Un intero villaggio in Kenya è entrato nel panico dopo che un bracciante agricolo ha lanciato l’allarme per aver avvistato un leone. Il poveraccio si è spaventato a morte quando ha visto spuntare la faccia di un leone sotto un cespuglio nelle immediate vicinanze dell’abitazione del suo padrone, proprietario di una fattoria a Kinyana, nella contea di Meru.

Sacchetto della spesa con la faccia di un leone

Visto che il proprietario della fattoria non era in casa, il contadino ha allertato immediatamente le autorità, che hanno inviato sul luogo tre ranger del Parco Nazionale del Monte Kenya, che dista solo un chilometro dal villaggio.

Armati di tutto punto, i tre guardiani si sono avvicinati con grande cautela al cespuglio, ma tutto quello che hanno trovato era un sacchetto della spesa sul quale era stampato la testa di un leone. L’involucro conteneva alcune piantine di avocado, acquistate il giorno prima dal proprietario della fattoria. Le aveva messe sotto la siepe per evitare che si seccassero.

Il capo del villaggio ha poi raccontato ai reporter che bisogna dar sempre seguito alle richieste di aiuto. Abbiamo dapprima appurato che tutti coloro che si trovavano nelle vicinanze fossero al sicuro, poi abbiamo diramato l’allarme. “Poteva essere davvero un leone. Anche se non ne abbiamo avvistati recentemente, alcuni abitanti si sono lamentati della scomparsa di capi di bestiame”.

Quando sono arrivati i ranger per catturare il leone, i proprietari della casa erano appunto assenti. Una volta tornati, sono stati avvertiti di entrare dalla porta sul lato opposto, in quanto c’era un leone nelle vicinanze, ma non hanno collegato all’istante la segnalazione della belva feroce con il sacchetto contenente le piantine.

All’s well that ends well (tutto bene quel che finisce bene) avrebbe detto William Shakespeare.

Africa Express
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Il Lesotho in testa alla classifica per numero di omicidi: la faida delle fisarmoniche al centro di molti assassini

Africa ExPress
5 maggio 2022

La rivalità tra le stelle di uno stile musicale unico, basato principalmente sulla fisarmonica, si è trasformato in una vera e propria guerra, che da anni affligge il Lesotho. Il piccolo regno, un enclave del Sudafrica, è diventato la capitale degli omicidi nel continente e ha raggiunto la sesta posizione a livello mondiale.

Gruppo musicale di FAMO, Lesotho

Il genere musicale Famo ha origini antiche, nato come poesia orale, con il tempo sono apparsi anche i primi strumenti per accompagnare la narrazione. Si pensa che il nome derivi da “wafamola”, una parola della lingua sotho, che significa “sventolare” o “alzare la gonna”, riferendosi al modo esuberante in cui le donne ballavano su queste note.

Le canzoni, composte per lo più da pastori e/o viandanti per passare le lunghe ore controllando il bestiame o attraversando a piedi le montagne e le vallate del piccolo regno, sono poi state accompagnate prima dalla concertina e solo in seguito dalla fisarmonica e a seguire anche dal tamburo e dal basso.

La faida delle star del Famo è scoppiata nel lontano 2004 in seguito all’uccisione di un noto musicista, ammazzato presumibilmente da un collega. Da allora si è innescato un ciclo di vendette inarrestabile. Decine e decine di artisti e centinaia di altri personaggi collegati al genere musicale, come DJ, produttori, fan, familiari delle star, sono stati brutalmente assassinati nell’ultimo ventennio.

Diversi villaggi si sono addirittura svuotati, le famiglie sono fuggite per paura di essere ammazzate. Secondo molti, gli omicidi sono dovuti alla gelosia sfrenata. Cantare è una competizione, tutti vogliono vincere, tantoché gli artisti e i loro fan si sono divisi in veri e propri gruppi di guerrieri, che si distinguono grazie al colore delle  tradizionali coperte che indossano. Il giallo, per esempio, è il colore dei Terene, una delle band più popolari.

In molti si sono rifugiati in Sudafrica, alcuni, con il passare degli anni sono tornati a casa, ma si tengono lontani dalla musica e non si esibiscono più. Un ragazzo di 17 anni, figlio di uno dei cantanti ammazzati anni fa, dice di aver salvato i canti del padre nel cellulare. “Io non ho preso la sua strada. Preferisco fare il pastore, guardare le bestie. Non ascolto nemmeno più il famo di oggi. Le parole sono troppo provocanti, piene di odio, questa musica ha ucciso mio padre”.

Da qualche anno la guerra si è estesa. I gruppi rivali del famo sono ora anche in lotta per il controllo delle lucrative miniere d’oro illegali in Sudafrica, dove lavorano molti seguaci di varie band. Chi torna a casa per far visita ai parenti rischia di essere ammazzato.

Anche le forze dell’ordine hanno legami con i gruppi. Qualche mese fa da un commissariato di polizia sono scomparsi una settantina di fucili. Pare che gli agenti stessi li abbiano venduti a membri di alcune band.  Tanki Mothae, un alto funzionario della sicurezza ha confermato che un indagine è tutt’ora in corso.

Il governo sostiene che la tolleranza nei confronti di poliziotti e funzionari implicati in attività criminali è pari a zero, ma i rapporti tra i politici e il Famo è un segreto di pulcinella. Uno degli esponenti di una gang della fisarmonica, assassinato solo un mese fa, ha lavorato fino alla sua morte come autista presso il ministero degli Interni.

Il vice-ministro del dicastero, Maimane Maphathe, ha raccontato ai reporter della BBC di aver assunto il “musicista” con la speranza di migliorare la situazione, per far capire che è meglio lavorare, avere un impiego stabile, anziché far parte di bande criminali.

Lo scorso anno anche il Guardian si è occupato dell’alto numero di omicidi in Lesotho, il cui sistema giudiziario è al collasso anche perché i finanziamenti che il governo mette a disposizione alla magistratura sono assolutamente insufficienti, spesso non coprono nemmeno le spese della bolletta dell’energia elettrica. I fascicoli si accumulano negli uffici, si fa fatica portare i casi nelle aule giudiziarie.  Intanto gli omicidi e altri crimini stanno aumentando perché gli autori non vengono colpiti da punizioni esemplari.

E intanto la gente continua a morire, gli omicidi non si arrestano e i concerti live della musica tradizionale sono diventati eventi rari, perché è considerato troppo pericoloso esibirsi.

La ex regina del Famo, la 73enne, Puseletso Seema, è sconcertata: “Hanno distrutto tutto con queste lotte intestine”. Oggi l’anziana donna non canta più. Si occupa dei nipotini e di altri orfani del suo villaggio e fa davvero fatica a mettere due pasti in tavola, non ha più le entrate di un tempo, quando ancora cantava. “Sono una celebrità del Famo, ma questa musica mi ha spezzato il cuore.

Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare.  I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Mondiali di football Qatar: il presidente italo svizzero della FIFA dà un calcio ai diritti umani

Africa ExPress
4 maggio 2022

Mancano pochi mesi ai campionati mondiali di calcio, che per la prima volta nella storia si terranno in un Paese del Medioriente, in Qatar. Sarà uno dei mondiali più spettacolari, ma anche il più controverso nella storia di questo sport.

Infatti da un po’ di tempo sono cominciate dure polemiche che denunciato le condizioni di sfruttamento economico cui sono costretti i lavoratori impiegati nella costruzione degli impianti sportivi che saranno utilizzati per disputare le partite.

In Qatar sono messi al bando i sindacati e sono negati i diritti umani, specie per gli immigrati che hanno salari da fame e condizioni di vita piuttosto precarie. Ogni protesta viene punita con il licenziamento in tronco e spesso con l’espulsione dal Paese.

E ora le polemiche rischiano di degenerare dopo le controverse e stupefacenti dichiarazioni di Gianni Infantino, l’italo svizzero presidente della FIFA, la Fédération Internationale de Football Association. 

In occasione  della 25esima conferenza globale del Milken Institute (un think tank economico indipendente con sede a Santa Monica, California) che quest’anno si tiene a Los Angeles dal 1° al 4 maggio, Infantino è stato intervistato dai reporter dell’emittente TV statunitense MSNBC.

Alla domanda se la FIFA avrebbe risarcito in qualche modo le famiglie dei lavoratori stranieri (per lo più asiatici, ma anche africani) assunti per la costruzione degli stadi che ospiteranno la prestigiosa competizione calcistica, Infantino ha risposto: “Non dimentichiamo una cosa, stiamo parlando di lavoro, anche un duro lavoro. L’America è un Paese fondato sull’immigrazione e anche i miei genitori sono emigrati dall’Italia alla Svizzera. Quando dai lavoro a qualcuno, anche in condizioni difficili, gli dai dignità e orgoglio. Non è carità. Tu non fai beneficenza”.

In pratica vuol dire: “Sii contento perché io ti sto dando il permesso di lavorare. E siccome sono io che ti do il permesso, le condizioni le stabilisco io. E non ti devi lamentare perché sei un mio beneficiato dalla mia benevola concessione”.

“Non dai qualcosa a qualcuno – continua nella sua intervista Infantino – e gli dici: ‘Resta dove sei. Ti do qualcosa e mi sento bene'”.

Poi rincarando anche la dose dichiarando: “Aver costruito gli stadi dove si disputeranno i Mondiali è anche una questione di orgoglio e di aver cambiato le condizioni di questi 1,5 milioni di persone (i lavoratori immigrati, ndr) è qualcosa che rende orgogliosi anche noi”.

Gianni Infantino, presidente FIFA

 

Pensando ai genitori di Infantino emigrati dall’Italia in Svizzera dopo la seconda guerra mondiale in cerca di lavoro, a noi di Africa ExPress viene in mente una frase celebre attribuita a Franz Kafka. Si colloca bene in questo contesto e recita più o meno così: “I signori, com’è naturale dato il loro grande sapere, hanno da un pezzo dismesso ogni superbia e arroganza, che sembra raccolta tutta dai loro inservienti”

Sono molte le questioni che restano aperte, in particolare su come il Qatar tratta i lavoratori che hanno costruito gli stadi e le altre infrastrutture per la realizzazione dell’avvenimento calcistico. Malgrado i diversi appelli di Amnesty International lanciati al governo del Qatar di abolire il sistema Kafala, che vincola la residenza legale dei lavoratore migranti alla relazione contrattuale con chi li ha assunti.

Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.

Già nel 2016 in un suo rapporto Amnesty International aveva segnalato le gravi condizioni di vita degli operai migranti nell’Emirato. Da allora poco è cambiato.

Nel 2020 il governo qatariota aveva adottato due leggi volte a migliorare le condizioni dei lavoratori migranti e escludendo praticamente il sistema  kafala, che, invece, continua a vincolare gli sfortunati operai al datore di lavoro.

Insomma, un ordinamento che equivale a una forma di moderna schiavitù. E ci chiediamo se sia davvero questo ciò che serve a “dare dignità e orgoglio” ai migranti in Qatar.

Calpestati i diritti umani dei lavoratori migranti in Qatar

Molti operai provengono dal Ghana, Kenya, Bangladesh e altri Paesi dove le possibilità di trovare un impiego  sono scarse.  La maggior parte ha pagato somme da 900 a 2.000 dollari agli intermediari dei propri Paesi di origine per ottenere un contratto di lavoro in Qatar. Spesso hanno dovuto contrarre un debito per affrontare tale spesa.

Alla domanda sulle migliaia di morti di migranti segnalati grazie a un indagine di un anno fa del The Guardian, il presidente della FIFA ha risposto che solamente tre operai sarebbero deceduti durante la costruzione degli stadi. Altri 6.000 avrebbero forse perso la vita durante la realizzazione di altri edifici o infrastrutture. E ha aggiunto: “La FIFA non è la polizia del mondo o responsabile di tutto ciò che accade nel mondo”.

Il Qatar è 13esimo produttore di petrolio al mondo, e terzo per quanto concerne il gas. Insomma, è uno dei Paesi leader degli idrocarburi. La popolazione dell’Emirato conta 2,6 milioni di Persone. Solo 300 mila tra questi abitanti sono qatarioti. La maggior parte è composta da stranieri (90 per cento) che emigrano nel Paese per lavorare.

Africa ExPress
@africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

La guerra Russia-Ucraina fa un altra vittima: penuria di grano e prezzo del pane alle stelle, l’Africa in ginocchio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 maggio 2022

La guerra che si sta combattendo in Europa sta avendo pesanti ripercussioni in Africa. Il continente importa grano sia dall’Ucraina, sia dalla Russia: l’aumento dei prezzi e la carenza di forniture rischia di mettere in ginocchio parecchi Paesi del sud del mondo.

Durante la sua recente visita in Senegal, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha discusso con Macky Sall, capo di Stato del Paese, nonché presidente di turno dell’Unione Africana, del conflitto Russia – Ucraina. Sall ha evidenziato che la guerra che si sta combattendo a migliaia di chilometri di distanza ha innescato una tripla crisi nel continente: “Abbiamo grossi problemi per la fornitura di prodotti petroliferi, si aggiunge un’impennata dell’inflazione e soprattutto c’è la minacce di carestia, dai due Stati in guerra provengono anche i fertilizzanti e in loro assenza, nostri raccolti saranno pessimi”.

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres con Macky Sall, capo di Stato del Senegal e presidente di turno dell’UA

Mentre il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha detto proprio domenica scorsa ai suoi connazionali:  “Manca il pane, mangiate la cassava (meglio conosciuta da noi con il nome di manioca n.d.r.), in alternativa al pane”.

Il prezzo del pane è salito alle stelle sin dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina; la maggior parte dei Paesi africani importa dall’80 all’85 per cento di fabbisogno del grano da Mosca (primo esportatore di questo cereale al mondo) e da Kiev (quarto nella classifica globale).

Per gentile concessione di Mauro Biani

La dipendenza dal grano estero non è un problema nuovo nel continente, e ora, con la guerra in atto è diventato più attuale che mai. Alcuni governi stanno tentando di porre rimedio al problema e propongono l’uso di prodotti locali come alternative al grano. Secondo molti, il sorgo (cereale rustico e resistente, ricco di proteine, fibre, minerali e polifenoli) potrebbe rappresentare una risposta almeno parziale all’uso delle farine classiche. Il sorgo è una proposta interessante, soprattutto in termini di costo.

Piantagione di Sorgo

Si intravede anche la possibilità di trasformare le giacenze delle banane verdi – impossibile commercializzare tutta la produzione in tempi rapidi, visto che si guastano velocemente – in farina. Anche questo potrebbe essere una delle tante soluzioni possibili, al momento attuale però il prezzo per la conversione è ancora molto elevato.

Non si escludono nemmeno l’uso di farina di fagiolo dolico, appartenenti alla famiglia delle leguminose, coltivato soprattutto nelle zone aride dell’Africa occidentale. Insomma, una soluzione deve essere trovata quanto prima.

In Africa la mancanza di grano è diventato un’arma come le bombe. Secondo il Fondo monetario Internazionale l’aumento della farina e del combustibile sono una grave minaccia per lo sviluppo economico del continente. E non solo, potrebbe sfociare in gravi disordini sociali in alcune parti del continente.

Il rincaro del combustibile e dei fertilizzanti pesano anche sulla produzione alimentare nazionale, e l’insieme di questi fattori colpiranno soprattutto la popolazione povera delle aree urbane, e accentueranno l’insicurezza alimentare.

L’impennata dei prezzi del petrolio colpirà maggiormente i Paesi importatori di petrolio, perché si prevede un aumento del costo dei trasporti, nonché di molti altri prodotti. Mentre gli Stati produttori e esportatori di greggio della zona subsaharina (Nigeria, Angola, Guinea Equatoriale, Congo-Brazzaville, Sudan, Sud Sudan, Gabon, Camerun, Ciad e Ghana), potranno trarre grandi benefici da questa situazione.

In questo momento così delicato, la solidarietà internazionale è indispensabile per attenuare almeno parzialmente la crisi alimentare. A questo proposito, FMI, Banca Mondiale, Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, Organizzazione Mondiale del Commercio hanno chiesto che vengano adottate alcune misure essenziali, come scorte alimentari d’emergenza, assistenza finanziaria e sovvenzioni, aumento della produzione agricola e uno stop alle barriere commerciali.

Intanto diversi governi del continente stanno limitando notevolmente alcune esportazioni, come il Camerun che per il momento ha sospeso la vendita di cemento, olio raffinato, riso, cereali e farina di grano verso il Centrafrica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

 

 

 

La ragion di Stato batte la morale: Erdogan in Arabia Saudita abbraccia il mandante dell’omicidio Khashoggi

Africa ExPress
Riyad, 2 maggio 2022

E’ uno sgarro davvero imperdonabile, difficile da digerire. Quello fatto dal presidente Turco Recep Tayyip Erdogan al principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman.

I suoi servizi segreti, per diverso tempo hanno monitorato l’ambasciata saudita di Istambul con microspie ambientali per carpire notizie e segreti. Il commando di sicari inviati dal principe Mohammed bin Salman nel consolato dell’Arabia Saudita di Istambul per assassinare Jamal Khashoggi mai e poi masi sarebbero immaginati che le cimici turche avrebbero immortalato tutte le fasi della macelleria saudita: le urla del giornalista dissidente dentro l’ambasciata quando fu sequestrato dai killer sauditi, le torture, il fragore della motosega assassina che smembrava il corpo in pezzetti e gli ordini perentori di far sparire tutti i poveri resti bruciandoli sul barbecue della sede diplomatica.

Tutto registrato, archiviato e consegnato alla CIA (Central Intelligence Agency, spionaggio americano) la quale, proprio sulla base di queste evidenze produsse un dettagliato rapporto puntando direttamente il dito contro il principe ereditario Mohammed Bin Salman, denuciandolo al mondo intero come il mandante di quell’orribile delitto.

Come ritorsione, il principe Mohammed Bin Salman lanciò una fatwa rispondendo pan per focaccia, con un’ embargo commerciale totale mettendo al bando tutte le esportazioni turche in Arabia Saudita.

Decisione che tormentò non poco le già dissestate finanze turche alle prese con svariate turbolenze geopolitiche. La Turchia, si sa, è come un’enorme pentola a pressione, posta sul braciere tra Europa e Medio Oriente, che confina con alcuni Paesi tra i più tranquilli, democratici e pacifici del globo (come Iran, Iraq, Siria, sultanati e califfati). (sic!)

Secondo una diffusa leggenda metropolitana poi, i turchi sarebbero responsabili del genocidio degli armeni avendo occultato le prove storiche di questo luttuoso evento. (secondo sic!) .

Ma è un fatto smentito dai altri fatti, perché i “fratelli” musulmani tra di loro non serbano mai rancori a lungo. Tant’è vero che le relazioni tra Ankara e Riyad si sono presto rasserenate, e così tanto, che qualche giorno fa ha avuto luogo l’incontro più inatteso ed inaspettato nella storia della diplomazia internazionale.

Giovedì 28 marzo 2022 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è volato a Gedda, per stringere mani insanguinate, abbracciando fraternamente il mandante di quell’omicidio: il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman.

E’ la sua prima visita in Arabia Saudita dal quel lontano 2017, l’anno prima dell’efferato omicidio del giornalista del Washington Post, che ha creato non pochi problemi tra Arabia e Turchia. Dissapori che attualmente si son quasi del tutto diradati, specialmente dopo che il presidentissimo, qualche giorno fa, ha annunciato alla stampa d’aver disposto un decreto ad personam per sospendere il procedimento legale contro i sospettati dell’omicidio Khashoggi disponendo il trasferimento del processo dalla Turchia all’Arabia Saudita.

Decisione apparentemente paradossale, ma che risponde alla perfetta logica del primato della della ragion di Stato sulla morale (e sull’ordinamento giudiziario) di machiavellica memoria come suggerirebbe qualcuno. “Il Principe ringrazia”, direbbe Niccolò Machiavelli.

Contrariamente alle apparenze, Erdogan è un uomo assai rispettoso delle istituzioni e della loro dignità (terzo sic!), però un benevolo gesto politico “distensivo” non si nega a nessuno, tanto più se poi risulta utile per spianare la strada alla riconciliazione tra due popoli e ricucire gli strappi tra due Paesi “fratelli”.

La fidanzata di Jamal Khashoggi, Hatice Cengiz, ha postato su twitter la foto di questo piccola altareeratto  di fronte a Capitol Hill a Washington, per ricordare Jamal Khashoggi e chiedere giustizia per il suo assassinio

E poi, perché no, in Turchia si può sempre cambiare idea, non è vietato dalla Costituzione, vedi la citta dai 1000 nomi che ha mutato denominazione un certo numero di volte (Costantinopoli, Bisanzio, Seconda Roma, Istambul …).

Insomma voltare del tutto questa spiacevole pagina lorda di sangue per inaugurare una nuova e proficua stagione di relazioni è nell’ordine delle cose in Turchia.

Un bel messaggio beneaugurante anche per tutti i despoti del mondo che si macchiano di crimini orrendi. Applicando il modello al conflitto in corso – la sanguinosa guerra della Federazione Russa in l’Ucraina – nel prossimo “Tribunale di Norimberga” contro Putin e i suoi generali per crimini contro l’umanità, si potrebbe già immaginare di spostare il processo dall’AIA (in Olanda) a Mosca (in Russia), facendolo ovviamente celebrare da magistrati amici dello Zar.

All’aeroporto della città del Mar Rosso di Gedda il leader turco Recep Tayyip Erdogan è stato accolto dalle 3 delle più importanti cariche del regno: il governatore della Mecca, principe Khalid Al Faisal, dal re dell’Arabia Saudita, Salman al Saud, e dal raggiante (davvero molto raggiante) principe ereditario, Mohammed bin Salman, che hanno ricevuto il presidente turco e la sua folta delegazione con i fasti e tutti gli onori di Stato.

Dopo i convenevoli di rito la Casa Reale ha imbandito un luculliano banchetto degno dell’imperatore romano Vespasiano (per comprendere il senso della citazione è necessario proseguire la lettura), con cena e ricevimento ufficiale in onore del presidente turco ed il suo entourage.

Erdogan non ha perso l’occasione per visitare la Sacra Moschea al centro della Mecca, dove si è recato all’interno della Kaaba, il luogo più sacro di tutto l’Islam. Lì il presidente turco si è raccolto in preghiera eseguendo l’Umrah (pellegrinaggio di minore sacralità, perché effettuato in un periodo da quello comandato, n.d.r.)

Nell’ambito dei colloqui diplomatici, il principe ereditario Mohammed Bin Salman ed Erdogan hanno discusso delle relazioni saudite-turche e delle modalità per svilupparle in ogni campo, auspicando un incremento della cooperazione in tutti i settori strategici: salute, energia, sicurezza alimentare, industria della difesa e finanza.

La fidanza di Jamal Khashoggi, Hatice Cengiz, ha violentemente criticato il trasferimento in Arabia Saudita del processo contro gli assassini del giornalista del Washington Post: una garanzia per la loro impunità

Chiaro il messaggio che Erdogan ha voluto mandare, spiegato da lui stesso così: “L’Arabia Saudita occupa un posto speciale per la Turchia in termini di commercio e investimenti, nonché di progetti su larga scala che saranno realizzati dalle nostre società. Il valore totale dei progetti che i nostri appaltatori hanno intrapreso in Arabia Saudita raggiunge i 24 miliardi di dollari. La natura complementare delle nostre economie è il fattore principale che attrae gli investitori sauditi nel dinamico ambiente della Turchia. La mia visita riflette la nostra volontà comune di iniziare una nuova era di cooperazione come due Paesi fratelli. Faremo degli sforzi per iniziare un nuovo corso di relazioni e rafforzeremo i legami tra i nostri due Paesi sotto tutti gli aspetti. Vedo e credo che sia nel nostro comune interesse rinsaldare la nostra cooperazione in settori quali l’assistenza sanitaria, l’energia, la sicurezza alimentare, le tecnologie agricole, l’industria della difesa e la finanza”.

Come soleva dire l’imperatore Vespasiano (quello da cui presero il nome i pubblici orinatoi della città eterna): “Pecunia non olet”. Si sa, oggi il vil denaro riveste la sua non indifferente importanza nella vita di tutti noi poveri mortali. Il denaro non puzza, e manco certe scelte di politica estera borderline. I cadaveri bruciati sul barbecue del consolato saudita invece si.

Africa ExPress
www.africa-express.info
twitter #africexp

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

La rumba congolese è in lutto: è morto Papa Bikunda, pilastro dell’orchestra Bakolo Music

Africa ExPress
1° maggio 2022

L’articolo sulla morte di Papa Bikunda, al secolo Bikunda Nzoku Moko Buélé, uno dei pilastri della rumba congolese, avrebbe dovuto scriverlo Michele Manzotti. Non ce l’ha fatta, ci ha lasciato anche lui pochi giorni dopo la morte di questo grande della rumba congolese, ormai famosa ovunque da quando l’UNESCO ha dichiarato questo genere musicale patrimonio dell’umanità.

E non solo, le note della samba hanno saputo unire i due Congo, la Repubblica del Congo (ex colonia francese) e la Repubblica Democratica del Congo (ex colonia belga).

Papa Bikunda, pioniere della rumba congolese

Avevamo inviato una mail a Michele, chiedendogli di farci due righe sulla morte di Papa Bikunda, sulla band Bakolo Music, ci ha risposto via WhatsApp: “Non mi sono dimenticato di Africa-ExPress, appena trovo un attimo, faccio l’articolo”. Ecco, è uno dei messaggi, dei numeri di telefono che non cancelleremo mai nei nostri cellulari.

La morte del vecchio leader della samba congolese non è stata improvvisa come quella di Michele. La manager del gruppo, Jeanne Vu Van, Bakolo Music International, ha comunicato la dipartita del grande musicista lunedì, 25 aprile.

E Papa Bikunda, sapendo di essere ormai vicino alla fine, in quanto la grave malattia che lo aveva colpito lo stava consumando, a novembre dello scorso anno aveva sentenziato: “Sono certo che Bakolo Music non morirà con me. Ormai ci sono molti giovani che ne fanno parte e stanno facendo un ottimo lavoro”.

Papa Bikunda, come ha scritto Voice of America, è stato uno dei pionieri della rumba, genere musicale che ha amato per tutta la vita e che ha portato nel mondo intero.

Il gruppo è stato creato nel 1948 da Wendo Kolosoyi con il nome di  Victoria Bakolo Miziki. Negli anni, la mitica orchestra di un tempo ha saputo imporsi ovunque, diventando poi ancora più famosa con il nome di Bakolo Music International.

Una bella immagine di Michele Manzotti fotografato Giulia Nuti durante un concerto

Caro Michele, sicuramente avresti potuto fare di meglio, noi ci abbiamo provato, ricordandoti con tutto il nostro affetto.

I funerali di Michele Manzotti si svolgeranno domani, 2 maggio 2022  a Firenze alle ore 15:00 nella Chiesa di Sant’Ilario a Colombaia. La salma sarà esposta in chiesa dalle 10 fino all’inizio della cerimonia.

Africa ExPress
@africexp

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Increduli e affranti: ci ha lasciato Michele Manzotti amico leale e perbene

UNESCO: i due Congo uniti dalla rumba, ora diventata patrimonio dell’umanità

Pubblicato elenco dei leader del terrore più ricercati dalla coalizione araba in guerra contro gli huthi in Yemen

Africa ExPress
Il Cairo, 1° maggio 2022

I terroristi huthi e coloro che li supportano militarmente ora hanno un nome e un volto. E’ stato stilato un’elenco dei leader del terrore più ricercati dalla coalizione araba (guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), con nome, cognome e foto segnaletiche recenti a corredo.

L’iniziativa fa seguito alle attività terroristiche in aumento che continuano a minacciare la sicurezza della coalizione Araba, con lanci di droni e missili balistici sempre più avanzati (forniti dall’Iran). Meno di qualche settimana fa gli Emirati Arabi Uniti avevano indicato “una persona e cinque entità commerciali in una speciale ‘black list’ di soggetti e organizzazioni che sostengono il terrorismo (in particolare le milizie Huthi dello Yemen) che utilizzano fondi ed i proventi dei loro traffici per finanziare aggressioni militari alle strutture civili della coalizione Araba.

Continuano i massacri indiscriminati in Yemen

La decisione di dare la caccia alle menti e ai capi arriva certamente in un momento non del tutto casuale. In Yemen il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi e il vicepresidente Ali Mohsen Al-Ahmar si sono fatti da parte per essere sostituiti da un nuovo Consiglio Presidenziale formato da otto membri, incaricato di negoziare con la milizia Houthi (ma che di fermare le azioni ostili non ne vuol sentire parlare).E pensare che per invogliare la riconciliazione e la fine delle ostilità, Arabia Saudita e UAE hanno messo a disposizione un pacchetto di aiuti da 3 miliardi di dollari per sostenere la devastata economia dello Yemen. Dal canto suo l’Arabia Saudita qualche tempo fa – come azione di contrasto al terrorismo – ha offerto una mega taglia di 450 milioni di dollari per chiunque è in grado di fornire informazioni che possono portare alla individuazione e cattura dei 175 più famosi ricercati terroristi filo-iraniani attivi in Yemen.

The “most wanted fugitives” sono ritenuti responsabili della pianificazione, esecuzione e supporto di varie attività terroristiche delle milizie Huthi (che hanno forti legami anche con Hezbollah in Libano).

Il quotidiano Yemenita “Alyaman” del 28 aprile scorso in 2 pagine del giornale pubblica le foto e nomi dei 175 ricercati. La lista include anche il leader Huthi Abdul Malik Badreddin al-Houthi (N. 1 della Lista), che ha una taglia di 30 milioni di dollari solo sulla sua testa. Tutti gli altri 174 hanno individualmente taglie che variano dai 5 ai 25 milioni di dollari testa).

Un gruppo di miliziani huthi

Di tutto il gruppo una quarantina di questi sono i “pezzi da 90” la cui cattura è considerata prioritaria ed importante, tra di loro: Saleh Ali Al-Sammad (20 milioni di dollari), Mohammed Ali Abdulkarim Al-Houthi ($20 mil.), Zakaria Yahya Al-Shami ($20 mil.), Abdullah Yahya Al-Hakim ($20 mil.), 6. Abduqalik Bader Aldain Al-Houthi ( $20 mil.), Mohammed Nasser Al-Atifi ($20 mil.), Yousef Ahssan Ismail Al-Madani ($20 mil.), Abdulqader Ahmad Qassem Al-Shami ($20 mil.), Abdurab Saleh Jurfan ($20 mil.), Yahya Mohammed Al-Shami ( $20 mil.), Abdulkarim Ammer Aldain Al-Houthi ($15 mil.), Yahya Bader Aldain Al-Houthi ($10 mil.), Hassan Mohammed Zaid ($10 mil.), Safar Mughdi Al-Sofi ($10 mil.), Mohammed Abdulkarim Al-Ghumari ($10 mil.), Abdulrazaq Mohammed Al-Marouni ($10 mil.), Amer Ali Al-Marani ($10 mil.), Ibrahim Ali Al-Shami ($10 mil.), Fadhl Mohammad Motaa’ ($10 mil.), Mohsin Salih Alhamzi ($10 mil.), Ahmad Salih Hindi Daghsan ($10 mil.), Yosif Abdullah Hosain Alfaishi ($10 mil.), Hosain Homood Ala’zi ($5 mil.), Ahmad Mohammad Yahya Hamid ($5 mil.), Talal Abdulkarim A’qlan ($5 mil.), Abdulilah Mohammad Hajar ($5 mil.), Faris Mohammad Hasan Mana’a ($5 mil.), Ahmad Abdullah Aqabat ($5 mil.), Abdulatif Homood Almahdi ($5 mil.), Abdulhakim Hashim Alkhywani ($5 mil.), Abdulhafidh Mohammad Alsaqaf ($5 mil.), Mobarak Almashan Alzaydi ($5 mil.), Ali Saeed Alrazami ($5 mil.), Salih Mosfir Alshaer ($5 mil.), Ali Homood Almoshaki ($5 mil.), Mohammad Sharafaldeen ($5 mil.), Dhaif-Allah Qasim Alshami ($5 mil.), Abu Ali Alkahlani ($5 mil.), Ali Nasir Qarshah ($5 mil.).

Africa ExPress
twitter #africexp

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.