Uccisa una giornalista palestinese a Jenin: un editoriale del quotidiano Haaretz esprime tutta la vergogna possibile

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Ieri in Cisgiordania, nei territori occupati da Israele è stata uccisa
una giornalista palestinese-americana, Shireen Abu Akleh, corrispondente di Al Jazeera.
Riportiamo qui l’editoriale publicato dal quoitidiano israeliano Haarets,
che accusa senza mezzi termini l’esercito israeliano dell’omicidio

da Haaretz
Gideon Levy
11 maggio 2022

L’orrore espresso per l’uccisione di Shireen Abu Akleh è giustificato e necessario. Ma è anche tardivo e moralista. Ora siete inorriditi? Il sangue di una famosa giornalista, per quanto fosse coraggiosa ed esperta  – e lo era davvero – non è più rosso di quello dell’anonima studentessa liceale che un mese fa è stata uccisa sempre a Jenin dagli spari dei soldati israeliani mentre stava tornando a casa in un taxi pieno di donne.

La giornalista Shireen Abu Akleh brutalmente ammazzata a Jenin

È così che è stata uccisa Hanan Khadour. Anche in questo caso, il portavoce militare ha cercato di mettere in dubbio l’identità dei tiratori: “La questione è in corso di esame”. È passato un mese e questa “indagine” non ha portato a nulla, né mai porterà a nulla – ma i dubbi sono stati piantati e sono germogliati nei campi israeliani della negazione e della l’oppressione, dove nessuno si preoccupa realmente della sorte di una ragazza palestinese di 19 anni, e la coscienza ormai morta e sepolta del Paese viene nuovamente messa a tacere. C’è un solo crimine commesso dall’esercito di cui la destra e l’establishment si assumeranno mai la responsabilità? Uno solo?

Hanan Khadour, studentessa liceale uccisa mentre rientrava in tassì

La morte di Abu Akleh sembra essere un’altra storia: una giornalista di fama internazionale. Proprio domenica scorsa un giornalista locale, Basel al-Adra, è stato attaccato dai soldati israeliani nelle colline meridionali di Hebron. E nessuno se ne è preoccupato. Un paio di giorni fa, due israeliani che hanno assalito dei giornalisti durante la guerra di Gaza lo scorso maggio, sono stati condannati a 22 mesi di carcere.

Quale punizione sarà inflitta ai soldati che hanno ucciso Abu Akleh, se davvero lo hanno fatto? E quale punizione è stata data a chi ha deciso ed eseguito l’ignobile bombardamento degli uffici dell’Associated Press a Gaza durante i combattimenti dello scorso anno?

Qualcuno ha pagato per questo crimine? E che dire dei 13 giornalisti uccisi durante la guerra di Gaza nel 2014? E il personale medico che è hanno perso la vita durante le manifestazioni al confine di Gaza, tra cui Razan al-Najjar, 21 anni, che è stata ammazzata dai soldati mentre indossava la sua uniforme bianca? Nessuno è stato punito. Queste cose saranno sempre coperte da una nuvola di cieca giustificazione e di immunità automatica per l’esercito e il culto dei suoi soldati.

Anche se si dovesse trovare il proiettile israeliano che ha ucciso Abu Akleh, e anche se dovessero apparire i filmati che mostrano il volto di chi ha sparato, sarà trattato dagli israeliani come un eroe al di sopra di ogni sospetto.

Si è tentati di scrivere che se dei palestinesi innocenti devono essere uccisi da soldati israeliani, è meglio che siano famosi e in possesso di un passaporto statunitense, come Abu Akleh. Almeno così il Dipartimento di Stato americano esprimerà un po’ di dispiacere – ma non troppo – per l’insensata uccisione di un concittadino da parte dei soldati di uno dei suoi alleati.

Al momento in cui scriviamo, non è ancora chiaro chi abbia ucciso Abu Akleh. E’, come sempre, il risultato della propaganda di Israele: seminare dubbi, che gli israeliani sono pronti a accettare come fatti e giustificazioni, anche se il mondo non ci crede e di solito ha ragione.

Anche quando nel 2000 fu ucciso il giovane palestinese Mohammed al-Dura, la propaganda israeliana aveva cercato di offuscare l’identità dei suoi assassini; non ha mai portato le prove.

L’esperienza passata dimostra che i soldati che hanno ucciso la giovane donna in un taxi sono gli stessi che potrebbero uccidere un giornalista. Lo spirito è sempre lo stesso: loro hanno l’autorizzazione di uccidere, di sparare a piacimento. Quelli che non sono stati puniti per l’uccisione di Hanan, hanno continuato indisturbatamente con Shireen.

Un disegno di Shireen Abu Akleh realizzato da Raouf Karray

Ma il crimine inizia molto prima della sparatoria,  incomincia con l’irruzione in ogni città, nei campi per profughi, nei villaggi e nelle camere da letto della Cisgiordania, spesso di notte, sia quando è necessario ma soprattutto quando non lo è.

I corrispondenti militari diranno sempre la stessa cosa, azioni necessarie per “arrestare dei sospettati”, senza specificare chi e di cosa sarebbero accusati, e la resistenza a queste incursioni sarà sempre vista come “una violazione dell’ordine”.

L’ordine in cui l’esercito può fare ciò che vuole e i palestinesi non possono fare nulla, certamente non mostrare alcuna resistenza.

Abu Akleh è morta da eroina, mentre stava facendo il suo lavoro. È stata la giornalista più coraggiosa di tutti i suoi colleghi israeliani messi insieme. Si è recata a Jenin e in molti altri luoghi occupati, dove altri reporter non sono mai andati e ora devono chinare il capo in segno di rispetto e di lutto.

Avrebbero anche dovuto smettere di diffondere la propaganda diffusa dai militari e dal governo sull’identità dei suoi assassini. Fino a prova contraria, oltre ogni ombra di dubbio, la conclusione predefinita deve essere: l’esercito israeliano ha ucciso Shireen Abu Akleh.

Gideon Levy

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