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Mobilitazione generale in Eritrea contro il Tigray: Asmara invia i suoi soldati in aiuto del regime etiopico

Africa ExPress
17 settembre 2022

Da qualche giorno è scattata una mobilitazione generale in Eritrea. Era nell’aria da tempo, giacché reclutamenti forzati di ragazze e ragazzi proseguono da quasi due anni per le strade dei villaggi e delle città eritree. L’obbiettivo è reclutare con la forza giovanissimi per spedirli in Etiopia a combattere i tigrini a fianco delle truppe federali di Addis Abeba.

Eritrea: mobilitazione generale

Basti pensare che all’inizio di settembre i militari del dittatore Isaias Aferwerki sono entrati persino nella chiesa di  San Salvatore nel villaggio di Akrur, vicino a Segeneyti, costringendo i ragazzi e le ragazze presenti di seguirli. Arruolati a forza, saranno mandati in Tigray, la vicina regione etiopica, dove si combatte nuovamente dal 24 agosto, dopo una tregua di 6 mesi.

Avvisi di mobilitazione

Da giovedì scorso sono stati diramati avvisi di mobilitazione ad Asmara, nella seconda città più grande, Keren, nella città occidentale di Tessenei e nel resto del Paese, richiamando alle armi anche i riservisti fino all’età di 55 anni.

Insomma il regime eritreo sta mobilitando tutti per rafforzare il proprio esercito che affianca le forze etiopiche nella guerra in Tigray. Chi non si presenta alla chiamata  paga un caro tributo: oltre all’arresto immediato dei congiunti, viene sequestrata la casa di famiglia.

Chiusa un’altra scuola

La repressione del tiranno continua anche in altri campi. Il 23 agosto il regime ha posto i sigilli a un’altra scuola tecnica gestita da Lassaliani (Fratelli delle scuole cristiane, ordine religioso fondato da Giovan Battista La Sallle) a Hagaz.

La stessa fine ha fatto la Don Bosco Technical School a Dekemhare vicino ad Asmara e sostenuta dalla Confederazione elvetica. Il dipartimento federale degli Affari esteri svizzero (DFAE) ha confermato la notizia e ha aggiunto: “La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) non ha riuscito a bloccare la decisione delle autorità eritree di rilevare la scuola”. Alunni e operatori hanno dovuto lasciare l’istituto.

Va ricordato che le truppe di Isaias hanno combattuto con le forze etiopiche nel Tigray già in precedenza e un anno fa Washington aveva imposto sanzioni a alcuni esponenti militari e della sicurezza eritree.

Accuse ad Asmara

L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro aveva accusato le truppe di Asmara di massacri, saccheggi, stupri, torture, esecuzioni e quant’altro, addebiti ovviamente respinti categoricamente dal governo della nostra ex colonia.

Intanto non si esclude che Isaias possa impiegare nuovamente i militari somali che si trovano ancora in Eritrea per l’addestramento. A tutt’oggi non è chiaro quanti di questi soldati  siano morti nella guerra in Tigray, dove, secondo molte fonti, avrebbero combattuto in passato insieme agli uomini di Isaias accanto alle forze etiopiche.

Il neo eletto presidente Hassan Sheikh Mohamud (già capo di Stato della Somalia dal 2012 al 2017) ha incontrato il suo omologo a luglio a Asmara. Durante la sua visita, Muhamud ha avuto modo di parlare anche con le sue truppe, lasciando sottendere che presto sarebbero tornati a casa.

Addestrate truppe speciali

Al momento attuale il regime eritreo fa orecchie da mercante e, in una intervista rilasciata al Center for Strategic and International Studies (CSIS) proprio ieri, il presidente somalo ha detto di aver chiesto il sostegno degli Stati Uniti per riportare a casa i propri soldati.

Va anche ricordato che l’esercito di Isaias ha addestrato forze speciali dell’Amhara e delle milizie volontarie di FANO (gruppo giovanile armato Amhara).

Dalla ripresa dei combattimenti nel Tigray, il 24 agosto scorso, il regime di Asmara ha facilitato ancora l’accesso delle truppe alleate dell’ENDF (Ethiopian Defense Force) nel Tigray tramite l’ingresso dal proprio territorio. E infine, secondo quanto riportato su twitter da Getachew Reda, portavoce del TPLF, l’Etiopia starebbe inviando quasi giornalmente altre truppe in Eritrea con camion e via aerea.

Attacco congiunto

E giovedì, 1° settembre, un portavoce delle forze tigrine ha fatto sapere che truppe governative e eritree hanno lanciato un attacco congiunto nella regione settentrionale dell’Etiopia. Dunque l’Eritrea, malgrado le infinite sollecitazioni, lanciate dalle istituzioni internazionali, è nuovamente parte attiva nel conflitto.

 

Infatti combattimenti continuano senza sosta, nonostante a Gibuti siano iniziati i colloqui di pace sotto l’egida dell’Unione Africana, con Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa e ex presidente della Nigeria, degli Stati Uniti, con la partecipazione dell’inviato speciale americano per il Corno d’Africa , l’ambasciatore Mike Hammer, e del Kenya, che ha nominato l’ex presidente Uhuhu Kenyatta come suo inviato di pace per la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa.

Bombardamenti a tappeto

Mentre del team dei negoziatori del TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray) fanno parte Getachew Reda e Tsadkan Gebretinsae; Addis Ababa, invece ha nominato come suoi rappresentanti Gedion Thimotheos, ministro della Giustizia e Redwan Hussein, ambasciatore e alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico.

Distruzione e morte provocate dei bombardamenti a tappeto soprattutto a Makallé, capoluogo della regione. Ieri, secondo alcune fonti, sarebbe stata colpita anche Sciré (città Nord Ovest del Tigray, nella zona di Bademe) .

Ma come sempre, è davvero difficile verificare le notizie che giungono dal TigrayNessun giornalista indipendente ha accesso alle zona di guerra e le informazioni giungono dunque frammentarie e impossibili da controllare.

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Nuovo giro di vite ad Asmara: la dittatura confisca le scuole cattoliche

Due piccoli Stati africani in vetta alla triste classifica mondiale dei suicidi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 agosto 2022

Sono due minuscoli Paesi africani in cima alla graduatoria per numero di suicidi a livello mondiale. Il Regno del Lesotho, piccola monarchia costituzionale di re Letsi III, con 72,4 morti ogni 100 mila abitanti è risultato il primo. Al terzo posto, dopo la Guyana, troviamo il Regno di eSwatini (ex Swaziland), monarchia assoluta di Mswati III, che conta 29,4 suicidi ogni 100 mila abitanti. Ma nella classifica africana è al secondo posto seguito dal Sudafrica con 23,5 e dal Botswana con 16,1 ogni 100 mila residenti.

Suicidi in calo negli ultimi vent’anni

Lo dice uno studio della Banca Mondiale che fa riferimento agli ultimi dati raccolti del 2019. La buona notizia è che, negli ultimi vent’anni, a livello globale, c’è stato un calo dei suicidi. Nel 2000 si contavano quasi 13 suicidi ogni 100 mila abitanti scesi nel 2019 a 9,2. Quattro punti importanti che ci fanno capire che qualcosa sta cambiando e potrebbe anche migliorare.

Settecentomila suicidi ogni anno

È un problema planetario quello dei suicidi. L’organizzazione mondiale della Sanità (OMSWHO) stima che oltre 700 mila persone si tolgano la vita ogni anno nel mondo. Uno ogni 25 secondi e, a causa della sua morte, almeno 135 persone subiscono il lutto. Ogni anno 108 milioni di persone sono colpite profondamente dal suicidio di un parente, un amico o una persona che conoscono. Secondo l’OMS il 79 per cento dei suicidi nel mondo avviene nei Paesi a medio e basso reddito. I sistemi più utilizzati sono l’ingestione di pesticidi, impiccagione e armi da fuoco.

Una giornata per sensibilizzare

Nel 2003, dall’Associazione Internazionale per la Prevenzione del Suicidio in collaborazione con l’OMS è stata intuita la “Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio”. Cade ogni 10 settembre e per il triennio 2021-2023 il tema scelto è “Creare speranza attraverso l’azione”. Secondo l’OMS, la Giornata – e il tema del triennio – servono a focalizzare l’attenzione sul problema. Inoltre “riducono lo stigma e sensibilizzano le organizzazioni, i governi e il pubblico trasmettendo un messaggio univoco: il suicidio può essere prevenuto”.

“Le nostre azioni, piccole o grandi che siano, possono dare speranza a chi sta lottando – suggerisce l’OMS. Possiamo incoraggiare la comprensione del problema, raggiungere le persone che stanno lottando e condividere le nostre esperienze. Possiamo creare speranza attraverso l’azione ed essere la luce”.

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Il Lesotho in testa alla classifica per numero di omicidi: la faida delle fisarmoniche al centro di molti assassini

eSwatini: In bilico la monarchia assoluta: proteste per riforme democratiche

 

La culla dell’umanità è in Botswana: lo sostengono ricercatori australiani

Sudafrica, sette morti per scontri xenofobi scatenati dal gruppo razzista “Operation Dudula”

Il proibizionismo salva la morale ma fa un’altra vittima: muore in Marocco ragazzina per aborto clandestino

Africa ExPress
15 settembre 2022

Una ragazzina di 14 anni è morta all’inizio di questa settimana in seguito a un aborto clandestino, nel villaggio di Boumia, nella provincia di Midelt nel sud-est del Marocco. La notizia è stata riportata ieri dai media nazionali e ha subito suscitato grande indignazione in tutto il Regno.

Manifestazioni in Marocco per la liberalizzazione dell’aborto

A tutt’oggi l’interruzione volontaria di gravidanza è vietata in Marocco, a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo. Nonostante vari  tentativi di cambiare la legge, l’aborto rimane punibile da sei mesi a due anni di carcere per la donna, mentre per chi lo esegue sono previsti da uno a cinque anni.

Una coalizione di associazioni femministe marocchine, Printemps de la dignité, è andate su tutte le furie quando ha saputo che l’aborto è stato eseguito a domicilio, in casa di un giovane, che sfruttava sessualmente la ragazzina.

In seguito alla tragedia, la polizia ha arrestato la madre della vittima, un’infermiera e il proprietario della casa dove è avvenuto l’aborto illegale, ha fatto sapere mercoledì l’emittente 2M sul suo sito web. Un altro sospettato è stato poi arrestato con l’accusa di assistenza durante l’aborto. Intanto proseguono le indagini degli inquirenti.

Per interruzione di gravidanza clandestina, nel 2019 è stata arrestata una giornalista, poi condannata a un anno di galera, il dottore che ha eseguito l’aborto, a due anni, e per altri due è stato interdetto all’esercizio della professione medica.

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Sollevazione in Marocco a favore della giornalista in carcere accusata di aborto

 

 

 

 

Istruzione per tutti in Ciad: una scuola mobile dedicata ai figli dei pastori nomadi

Africa ExPress
14 settembre 2022

Molti bambini ciadiani non sono mai andati a scuola. Tra questi i figli dei pastori nomadi, che si spostano in continuazione, una tradizione antica di secoli, non compatibile con il sistema scolastico del Paese.

Una scuola mobile per i bambini dei pastori nomadi in Ciad

Da qualche tempo, in un’aula improvvisata, all’aperto, decine di bambini, seduti su una stuoia, uno accanto all’altro, possono assistere a vere e proprie lezioni nel loro accampamento. Mentre il maestro scrive semplici calcoli su una lavagna in ardesia, i piccoli alunni lo guardano e ascoltano attentamente le sue parole.

Così i piccoli nomadi possono frequentano una scuola mobile, ideata e creata da Leonard Gamaigue, un insegnante di N’Djamena. Il giovane maestro ha avuto questa idea geniale nel 2019, quando ha visto i bambini giocare in un campo nomadi poco lontano dalla capitale, mentre i loro coetanei stanziali erano seduti nelle aule scolastiche.

Il Ciad conta poco più di 16 milioni di abitanti, di cui il 7 per cento nomadi che ogni anno si spostano con le loro mandrie centinaia di chilometri dal sud verso le zone centrali. Con l’arrivo delle piogge stagionali queste aree semi-aride rinverdiscono e offrono ricchi pascoli al bestiame.

Secondo IWGIA ( International Work Group for Indigenous Affairs con sede in Danimarca) nel 2018 solamente l’1 per cento dei figli dei nomadi ciadiani erano iscritti a scuola.

“Quando abbiamo iniziato, non avevamo praticamente nulla, nemmeno un pezzo di gesso”, ha ricordato il 28enne Gamaigue. Oggi, dopo tre anni, la sua scuola – che segue la comunità quando si sposta circa ogni due mesi – ha 69 alunni di varie età. Grazie a varie donazioni ora dispone anche di quaderni e penne e “l’aula” è persino dotata di una lavagna.

“Prima di allora i bambini di questa comunità nomade non sono mai andati a scuola. Oggi sanno scrivere il loro nome, si esprimono correttamente in francese e sono capaci di fare i conti”, racconta con immenso orgoglio Gamaigue.

Anche l’insegnante ha dovuto imparare molte cose prima di potersi adattarsi alla vita dei nomadi, come conservare l’acqua, vivere con una dieta a base di latte e  abituarsi a impacchettare e spostare la scuola.

Ousmane Brahim, un genitore e leader del campo, ha detto di essere davvero contento di questa piccola, modesta scuola, eppure tanto importante per i bambini e ha sottolineato: “Noi nomadi non conoscevamo l’importanza della scuola, dell’istruzione. Solo ora ne comprendiamo il valore, per noi stessi e per il nostro Paese”

L’indice di sviluppo umano stilato dalle Nazioni Unite classifica il Ciad in 187esima posizione su 189 Paesi, con l’80 per cento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà; la mortalità infantile si attesta al 102 per mille e anche il tasso di analfabetismo è ancora molto elevato. Ne sono colpite maggiormente le donne, soprattutto quelle che vivono nelle zone rurali.

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Da fine luglio in Gambia muoiono bambini da zero a quattro anni: sotto inchiesta uno sciroppo per la febbre

Africa ExPress
12 settembre 2022

Il ministero della Sanità del Gambia ha aperto un’inchiesta sulla morte per insufficienza renale acuta di almeno 28 bambini dell’età compresa tra i cinque mesi e i 4 anni. I decessi sono cominciati a fine luglio.

Non si esclude, specifica il ministero in un rapporto dell’8 agosto, che una delle cause che ha scatenato la gravissima patologia renale, potrebbe essere uno sciroppo largamente usato per abbassare la febbre, a base di paracetamolo.

Molti piccoli pazienti hanno accusato i primi sintomi della patologia 3-4 giorni dopo aver preso il medicinale. Non è comunque chiaro se a tutti bambini deceduti sia stata somministrata la stessa marca di sciroppo.

Gambia: insufficienza renale grave riscontrata in molti bambini in Gambia

Mustapha Bittaye, direttore dei servizi sanitari del Gambia, non esclude nemmeno che anche il batterio escherichia coli ( E. coli) possa essere la causa della morte dei bambini.

Nella maggior parte dei casi l’E.coli è innocuo per l’uomo e fa parte della flora intestinale, ma alcuni ceppi di questo batterio possono causare infezioni gravissime, come la sindrome emolitico-uremica, che è la causa più importante di insufficienza renale nei primi anni di vita, spesso letale nei bambini al di sotto dei 5 anni.

Bittaye ha spiegato che nelle ultime settimane in Gambia e in gran parte dell’Africa occidentale le forti piogge hanno causato inondazioni. Le strade non asfaltate della capitale Banjul e delle città circostanti sono state sommerse dalle acque.

L’uso di latrine a cielo aperto e di pozzi non sigillati nei centri urbani può portare alla contaminazione dell’acqua potabile e contribuire alla diffusione di malattie, come appunto l’E. coli.

Il batterio killer è stato trovato nelle feci di molti bambini malati, però parecchi tra loro hanno assunto anche sciroppo a base paracetamolo, ha dichiarato il ministero. “Il medicinale sotto inchiesta ha già causato malattie renali in altri Paesi – ha spiegato un portavoce del dicastero che ha aggiunto – Per il momento abbiamo sospeso la vendita dello sciroppo in tutto il Paese, finche non saranno effettuate tutte le verifiche del caso”.

Le autorità sanitarie hanno raccomandato ai genitori di lavare spesso le mani sia ai piccoli, ma anche a chi li accudisce e di far bollire l’acqua prima di darla da bere ai bambini.

Gli Stati Uniti hanno promesso di inviare in Gambia alcuni esperti per indagare insieme ai medici locali dell’Unità di epidemiologia e controllo delle malattie, e ad altri inviati dall’Agenzia per il controllo dei farmaci, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef. Tutti dovranno aiutare a capire cosa ha causato l’insufficienza renale acuta che ha colpito e ucciso molti piccoli pazienti dalla fine di luglio.

Africa ExPress
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Ricatto del Mali alla Costa d’Avorio: “Volete i vostri soldati? Estradate rifugiati eccellenti che sono da voi”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 settembre 2022

Grazie alla mediazione del Togo la scorsa settimana sono state liberate tre donne soldato che facevano parte del gruppo di 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako a metà luglio. Per gli altri 46 “mercenari”, ancora imprigionati in Mali la situazione è meno rosea. I soldati dovevano essere impegnati nell’ambito delle operazioni di supporto logistico della missione ONU in Mali, MINUSMA, ma il governo di transizione ritiene che siano mercenari.

Militari della Costa d’Avorio detenuti in Mali

Ora per la loro liberazione il governo di Bamako pretende l’estradizione immediata di tutti politici maliani che si sono rifugiati in Costa d’Avorio. Richiesta che ha irritato non poco il governo ivoriano. Una fonte vicino alla presidenza di Yamoussoukro (capitale della Costa d’Avorio) ha risposto che la pretesa avanzata dal presidente Assimi Goïta è un ricatto e i soldati ancora in mano ai maliani sono ormai ostaggi del governo di transizione.

La Costa d’Avorio esclude categoricamente l’estradizione dei personaggi politici maliani. Si tratta del figlio dell’ex-presidente del Mali, Karim Keïta, l’ex primo ministro Boubou Cissé e l’ex ministro Tiéman Hubert Coulibaly, contro i quali la giustizia maliana ha spiccato, in alcuni casi, mandati di cattura internazionali.

Poco più di una settimana fa il presidente golpista del Mali, Assimi Goïta, ha ricevuto a Bamako il suo omologo del Burkina Faso, Henri Sandaogo Damiba, salito al potere con un colpo di Stato lo scorso gennaio. I colloqui tra i due capi di Stato si sono concentrati sulla cooperazione bilaterale e sulla sicurezza.

Durante l’incontro è stata toccata anche la questione dei militari ivoriani. Poi i due presidenti hanno parlato per lo più del problema sicurezza, inquanto entrambi i Paesi sono particolarmente esposti ai continui attacchi di gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda, o da altri, fedeli allo stato islamico.

Per questo motivi i leader di Burkina Faso e Mali hanno deciso di rinforzare la cooperazione militare insieme al Niger, per poter controllare meglio la cosiddetta zona delle tre frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), particolarmente battuta dai terroristi.

Intanto, malgrado la presenza dei mercenari di Wagner, gli attacchi dei terroristi continuano senza sosta.

Martedì scorso miliziani del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) hanno preso in ostaggio la città di Talataye, che dista 150 chilometri da Gao e si trova nella zona delle tre frontiere.

Secondo quanto riferito da un combattente del Movimento per la salvezza di Azawad (MSA, movimento politico tuareg che riunisce diverse sigle che hanno firmato il trattato di pace del 2015), centinaia di uomini armati sarebbero arrivati in sella alle loro moto nella città. Gli scontri si sarebbero protratti per diverse ore, poi l’abitato sarebbe caduto in mano ai terroristi dell’EIGS per alcuni giorni.

Finora Talataye è sempre stata nelle mani del raggruppamento jihadista rivale, Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), in particolare Ansar Dine e  Katiba Macina, che fanno parte di JNIM.

Secondo alcune fonti, sembra che EIGS abbia lanciato l’offensiva in due parti distinte a Talataye: a ovest contro i jihadisti del Jnim, mentre a est contro i tuareg (MSA), che negli ultimi mesi hanno cercato di proteggere la popolazione della zona.

Da marzo EIGS sta guadagnando terreno nel nord-est del Mali, e la missione MINUSMA ritiene che abbia preso il controllo di tre zone su quattro nella regione di Ménaka. E proprio a giugno i militari francesi dell’Opération Berkhane hanno consegnato la loro base di Menaka alle forze armate maliane (FAMa), dove poco dopo si sono insediati i mercenari russi del gruppo Wagner. https://www.africa-express.info/2022/06/18/i-francesi-lasciano-la-loro-base-di-menaka-in-mali-immediatamente-occupata-dei-mercenari-russi/.

RFI ha riferito che nessun altro gruppo tuareg, come GAITA (Gruppo di autodifesa tuareg Imgad e alleati) e nemmeno CMA (coalizione dei movimenti per l’Azawad) avrebbe partecipato insieme a MSA alla difesa della popolazione. Tantomeno i militari di FAMa e i loro alleati, i mercenari russi del gruppo Wagner.

Per fortuna gran parte dei residenti sono riusciti a fuggire, eppure, una volta terminato l’attacco, sono stati trovati una trentina di corpi, tra questi anche alcuni bambini. Inoltre tutti i negozi sono stati saccheggiati e alcune case bruciate. Un notabile del luogo ha riferito: “Non c’è più nulla da mangiare. Hanno portato via qualunque cosa”.

I responsabili civili della zona hanno chiesto aiuto alle ONG e al governo. Una situazione che sta peggiorando di giorno in giorno: dall’inizio dell’offensiva di EIGS nella zona (marzo di quest’anno), secondo l’ONU, oltre 50 mila persone hanno lasciato le loro case e si sono rifugiate a Menaka, senza contare i migliaia di sfollati che hanno scelto Gao o Kidal per mettersi al sicuro dai terroristi.

Intanto la scorsa settimana il villaggio di Nia-Ouro, situato vicino a Sofara, nella regione di Mopti, al centro del Mali, è stato oggetto di un’operazione anti-terrorista da parte di FAMa, in collaborazione con i mercenari russi e un gruppo di cacciatori tradizionali dozo.

Diverse fonti locali hanno riportato che alcune donne hanno subito aggressioni, sono state costrette a spogliarsi davanti ai contractor russi, altre hanno persino subito violenze sessuali.

Testimoni hanno inoltre riferito che il villaggio è stato saccheggiato: i dozo avrebbero caricato su carretti e pick-up bestiame, cereali, mobili, motociclette; mentre gioielli e oro sarebbero stati invece rubati dai russi.

Mercenari del gruppo Wagner in Mali

La maggior parte degli abitanti sono ormai fuggiti, il villaggio è praticamente deserto. Gli uomini se ne sono andati domenica scorsa, ancor prima dell’arrivo dei militari e i loro alleati.

Martedì scorso i militari hanno rilasciato un comunicato dove hanno sottolineato di aver neutralizzato due jihadisti e di aver fermato alcune persone sospette di far parte di gruppi armati. L’esercito ritiene che Nia-Ouro sia un covo di terroristi. Nessun accenno sulle violenze subite dalle donne, anzi nella comunicazione ufficiale l’esercito denuncia “propaganda e disinformazione dei terroristi e dei loro complici” .

Secondo fonti ONU, MINUSMA avrebbe già aperto un’indagine sulle accuse di abusi commessi a Nia-Ouro, ma le autorità hanno rifiutato l’accesso all’area.

Dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le accuse di abusi contro l’esercito maliano e i suoi ausiliari e le autorità promettono sistematicamente l’apertura di indagini indipendenti, ma rifiutano l’accesso alle aree interessate alla missione dell’ONU.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Grave lutto per il direttore di Africa ExPress

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Africa ExPress
11 settembre 2022

La redazione di Africa ExPress, tutti corrispondenti e collaboratori sono vicini al nostro direttore Massimo Alberizzi per la perdita del caro fratello Giorgio

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La bandiera del Senegal sventola sul Monte Bianco: Muhamed conquista la vetta più alta d’Europa

 

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10 settembre 2022

Se la montagna non viene a Muhamed, allora Muhamed va alla montagna. Moglie permettendo.

Se la montagna più alta in Senegal è di 581 metri, Muhamed va alla montagna anche se è la più alta d’Europa, 4810 metri. Non è un miracolo del Profeta, ma comunque si tratta di un’impresa alpinistica prodigiosa.

Muhamd Tunkara, senegalese, sul Monte Bianco

A compierla è stato Muhamed Tounkara, 31 anni, ingegnere informatico di professione, paracadutista e alpinista per passione e primo senegalese a scalare il Monte Bianco. E non per trovare un po’ di fresco, in questa torrida estate europea, ma per continuare a smentire il luogo comune per cui “gli africani subsahariani sono bravi solo nell’atletica e sono negati nello sport alpinistico o alle attività su neve e ghiaccio”.

Nel 2022 molto più in alto è andato il kenyota James “KG” Kagambi, 62 anni, che nel maggio scorso è salito sull’Everest (8848metri) con un gruppo all black (e qui ne abbiamo parlato).

Anche Muhamed Tounkara, però, intende volare su, sempre più su, nel blu dipinto di blu: “Alla fine del febbraio prossimo intendo salire sul Kilimanjaro, la cima del mio continente con i suoi 5895 metri – ha dichiarato ai media – Voglio che la gente prenda ispirazione da quello che faccio”.

“Essere il primo senegalese a conquistare il Monte Bianco non mi ha procurato un piacere particolare. E’ più importante applicare nella vita di tutti i giorni quelle capacità che ho sviluppato durante la scalata e che non avevo: coraggio, abnegazione, resistenza, dominio della paura e della morte. Se i sogni non ci fanno paura è perché non sono abbastanza grandi”.

Il suo grande sogno Muhamed Tounkara ha cominciato a coltivarlo nel 2009. Nato in Senegal, ha frequentato per 7 anni il Prytanée Nationale Militaire di Sain-Louis (nord Senegal), un istituto di formazione giovanile molto selettivo delle Forze Armate. Accoglie ogni anno i 50 migliori studenti del Paese (più 15 dall’estero), scelti attraverso un concorso cui prendono parte oltre 3 mila candidati.

Giunto in Francia per continuare gli studi, ha scoperto, grazie al cognato, la montagna, la neve, lo sci e perfino lo snowboard. A un certo punto ha deciso che invece “di continuare a scendere gli sarebbe piaciuto andare verso l’alto” e si è innamorato dell’alpinismo.

E così dal territorio quasi completamente pianeggiante di casa sua, in Senegal (dove continua ad andare per trovare la famiglia, vita da pendolare Parigi-Dakar) ha preso ad addestrarsi nelle Alpi francesi. Fino a diventare l’unico cittadino del Paese di Teranga a toccare il tetto del vecchio continente. Nonostante “mia moglie ami la tranquillità, non le montagne, né le mie avventure rischiose…Però non si oppone..”.

Ora lo attende il Kilimanjaro. Per ribadire il suo messaggio ai giovani senegalesi:”Credere nei sogni, convincersi che niente è impossibile. Gli unici limiti sono quelli che ci si impone”.

E parlando con emedia.sn ha ricordato: “Quando in luglio sono partito da Chamonix, le guide hanno cercato di dissuadermi, che le condizioni climatiche erano cattive, che avevano annullato tutte le spedizioni, che avventurarmi da solo era una follia, che non avrei percorso più di 100 metri… Sono andato avanti lo stesso dopo aver valutato i pro e i contro. E ce l’ho fatta”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il sogno nero sull’ Everest, missione compiuta. Ora sventola anche la bandiera del Kenya sulla vetta più alta del mondo


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Italia presente ai mondiali di calcio in Qatar: al posto degli atleti ci saranno 560 militari

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
9 settembre 2022

Le Forze Armate italiane saranno presenti in Qatar per proteggere i mondiali di calcio, che si svolgeranno nel periodo 21 novembre – 18 dicembre di quest’anno. Si tratta di una novità contenuta nel provvedimento emanato dal Governo Draghi che autorizza le missioni militari all’estero.

Mondiali di calcio 2022 in Qatar

 

Nel Paese arabo saranno inviati 560 soldati, con 46 mezzi terrestri, un mezzo navale e 2 aerei, l’onere è pari a quasi 11 milioni di euro, di cui 3,5 relativi al 2023. Del resto la spedizione, come si legge nel Documento governativo, non ha un termine di scadenza. L’evento sportivo avrà una visibilità enorme a livello mondiale.

Il torneo “potrebbe potenzialmente essere oggetto di attività ostili di natura militare o terroristica – afferma il provvedimento governativo – condotte da Stati terzi, attori non statuali, organizzazioni terroristiche transnazionali o singoli individui”.

I vertici qatarioti hanno, pertanto, espresso l’auspicio che l’Italia – insieme a un gruppo ristretto di altri Paesi, segnatamente Francia, Regno Unito, USA e Turchia – possa contribuire a garantirne la protezione”.

L’Emirato, quindi, ha costituito una task force, composta da 5.000 militari, a cui si aggiungono i contingenti internazionali. Il contributo italiano consiste, in una fase di pianificazione congiunta, per la stesura del piano di difesa, svolta nel Paese arabo.

Inoltre, sono forniti corsi e moduli formativi, da svolgere sia in Italia sia in Qatar. Durante la fase operativa saranno schierati nel Paese del Golfo  e nelle acque internazionali prospicienti, un dispositivo nazionale interforze, costituito da assetti CBRN (Chemical, biological, radiological and nuclear), Counter-IED (Counter Improvised Explosive Device), Counter-UAS (Counter Unmanned Aerial Systems), cinofili, una unità navale con elicotteri imbarcati e un radar di scoperta contro minaccia aerea. Per garantire il coordinamento delle attività operative

Il comandante del nostro contingente sarà ospitato presso l’autorità militare qatariote.

Militari italiani saranno presenti durante i mondiali di calcio in Qatar

La richiesta di supporto alle attività di difesa per i mondiali “si configura come il naturale corollario e il coronamento di una collaborazione tecnico-operativa e industriale avviata da anni nel settore della Difesa.”

Riserve di Amnesty

Ma non tutti giudicano la cosa positivamente: “Amnesty International Italia ritiene inaccettabile il supporto militare offerto dall’Italia a un Paese colpevole di sfruttare fino allo stremo centinaia di migliaia di lavoratori migranti dal 2010, quando gli venne assegnata la Coppa del mondo del 2022.

Nel rapporto di maggio 2022 dal titolo “Prevenibile e prevedibile: perché Fifa e Qatar dovrebbero rimediare agli abusi dietro la Coppa del Mondo del 2022”, Amnesty International aveva dichiarato che la Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) avrebbe dovuto mettere a disposizione almeno 440 milioni di dollari per risarcire centinaia di migliaia di lavoratori migranti vittime di sfruttamento.

Sebbene vi sia stato qualche progresso – afferma Amnesty – grazie alle iniziative del Comitato supremo per la consegna e il patrimonio (il Comitato organizzatore dei mondiali di calcio) e alle riforme promosse dalle autorità qatariote, la limitata portata e la scarsa applicazione delle une e delle altre hanno fatto sì che le violazioni proseguissero e che i lavoratori migranti avessero scarso accesso alle forme di riparazione.”

L’associazione ha chiesto al governo quale posizione intenda assumere per il  rischio di possibili violazioni dei diritti umani da parte delle autorità locali, nei confronti della comunità LGBTQIA+ o di iniziative di protesta pacifica.

La ONG ha anche chiesto al parlamento di rivedere l’autorizzazione alla missione nell’ottica del rispetto dei diritti umani e non degli interessi economici. La risposta è stata, come previsto, un silenzio assordante.

Le vendite di armi

Del resto i rapporti in ballo sono enormi. Il Paese arabo è stato nel 2021, nel 2018 e nel 2019 il principale cliente dell’industria della Difesa italiana, con circa 7,5 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione, concesse nel quinquennio 2016-21. Leonardo e Fincantieri, entrambe controllate dal ministero dell’Economia hanno fatto affari d’oro con Doha.

La prima ha venduto con una commessa miliardaria 24 caccia Eurofighter e quest’anno sei aerei addestratori M-346, velivoli che possono anche essere armati con missili o bombe.

Tale contratto rientra nell’accordo di cooperazione italo-qatariota del 2020 che include anche la formazione dei piloti in Italia, in particolare presso l’International Flight Training School di Galatina (Lecce).

Sempre Leonardo ha fornito, pochi mesi fa, due elicotteri per operazioni navali NFH. Tali velivoli sono parte della maxicommessa da 3 miliardi di euro siglata nel 2018 da NH Industries, di cui Leonardo possiede il 32 per cento.

Anche in questo caso la formazione degli elicotteristi avviene in Italia. Fincantieri è impegnata a fornire diverse navi per un valore di 4 miliardi comprendenti due pattugliatori, quattro corvette e una unità anfibia.

Il nostro ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha incontrato a La Spezia con il vice primo ministro e ministro di Stato per gli affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Mohamed Al Attyiah, per la consegna del pattugliatore d’altura “Sheraouh”, prodotto da Fincantieri.

Guerini ha così definito i rapporti bilaterali tra i due Paesi:  “La cooperazione tra Italia e Qatar con l’intesa nel settore Difesa, coprono numerose attività di spiccato valore strategico”

Gli interessi nelle energie fossili

La grande rilevanza del Qatar interessa anche il settore energetico divenuto fondamentale alla luce della necessità di diversificare le forniture.

A giugno Eni e Qatar Energy hanno firmato un’intesa che consente al Cane a sei zampe di entrare nel più grande progetto mondiale per l’estrazione di gas naturale liquefatto.

Questi ingenti investimenti nelle energie fossili rischiano, tuttavia, di vanificare la lotta al cambiamento climatico e gli obiettivi fissati a livello internazionale in tal senso

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Italia addestra i tagliagole janjaweed ma il parlamento non lo sa: le rivelazioni di Africa ExPress approdano in Senato

Africa ExPress
Milano, 8 settembre 2022

Le rivelazioni di Africa ExPress dei giorni sull’impegno preso dall’Italia ad addestrare i paramilitari sudanesi del Rapid Support Forses  (RSF) approdano in parlamento. Ieri il senatore del Movimento 5 Stelle, Alberto Airola, ha preso la parola durante la riunione ed ha arringato i suoi colleghi.

L’intervento, che ripostiamo in video qui sotto, racconta quello che il senatore Airola aveva letto nei nostri articoli: Con disprezzo dei diritti umani l’Italia in segreto arma e addestra i tagliagole janjaweed in Sudan https://www.africa-express.info/2022/08/13/con-disprezzo-dei-diritti-umani-litalia-in-segreto-arma-e-addestra-i-tagliagole-janjaweed-in-sudan/ e Il 12 gennaio missione segreta italiana a Khartoum per pianificare l’addestramento dei tagliagole janjaweed https://www.africa-express.info/2022/08/26/il-12-gennaio-scorso-una-missione-italiana-segreta-a-khartoum-per-pianificare-laddestramento-dei-tagliagole-janjaweed/ . Il senatore, quindi, ha chiesto come mai il parlamento non fosse stato informato di questa operazione.

I Rapid Support Forces sono formati in gran parte dagli ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini) e l’accordo con l’Italia, finanziato dall’Europa, prevede che il gruppo di tagliagole si occupi di bloccare i migranti che dall’Africa Centrale attraversano il Sudan e poi la Libia per raggiungere il Mediterraneo.

Il 12 gennaio scorso e poi il 5 d’agosto, gli RSF hanno ricevuto una delegazione di 007 italiani arrivata in segreto a Khartum.

Per altro poi in febbraio il capo di questo gruppo paramilitare, il generale Mohamed Hamdan Daglo, soprannominatoHemetti, ha fatto visita in gran segreto in Italia e alla fine ha presentato una lista di richieste comprendenti attrezzature per l’assistenza tecnica e il supporto strategico (cioè istruttori per corsi d’addestramento e armi).

Il nostro Paese e gli altri partner coinvolti (l’Unione Europea che finanzia l’operazione) dopo un’attenta valutazione hanno approvato la “lista” che contiene anche droni con i quali l’ex janjaweed intenderebbe, a suo dire, controllare le frontiere per fermare il flusso migratorio verso l’Europa.

Ma gli uomini del Rapid Support Forces sono anche impiegati dalla giunta militare al potere per reprimere nel sangue le manifestazioni pacifiche per la democrazia che da mesi si susseguono nel Paese africano.

Si pecca di ingenuità se si crede che le armi fornite e che fornirà l’Italia non saranno utilizzate contro i civili inermi per impedire alla dittatura di essere travolta.

Secondo informazioni raccolte da Africa ExPress, da fonti sudanesi bene informate, almeno 15 istruttori italiani sono già impegnati in Sudan in gran segreto, e senza che sia stato informato il nostro parlamento, nell’addestramento degli ex janjaweed. Cosa che è stata sottolineata dal senatore Alberto Airola.

Attenzione però, c’è un’altra chicca: come sostiene il sito sempre ben informato sito dabangasudan.org con sede ad Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF.

Africa ExPress
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