Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2023
Il 33enne tanzaniano, Nemes Raymond Tarimo, è morto lo scorso ottobre in Ucraina, a Bachmut, nella parte orientale del Paese, combattendo nelle fila dei mercenari del gruppo Wagner, fiancheggiatori dei russi.
Il giovane, iscritto alla Technological University Mirea, Mosca, è finito in galera per traffico di stupefacenti. E’ stato poi graziato, a patto che andasse a combattere in Ucraina con i famigerati contractor.
Un portavoce della famiglia di Nemes ha confermato di essere stato informato dal congiunto della sua decisione di andare in guerra, pur di uscire di prigione. “Tutti noi gli abbiamo sconsigliato di arruolarsi con i mercenari”, ha precisato il parente del ragazzo. Poi ha aggiunto: “Abbiamo avuto suo notizie fino al 17 ottobre. Poi è calato il silenzio fino a dicembre. Solo allora abbiamo appreso della sua morte da alcuni suoi amici; in seguito siamo stati informati anche ufficialmente dalla nostra ambasciata a Mosca”.
I parenti stretti di Nemes lo hanno descritto come un giovane molto educato e gentile
Su alcuni social network circola anche un video con il ritratto di Raymond con due medaglie e un certificato, posti sulla bara drappeggiata con la bandiera Wagner.
La salma del ragazzo sta per essere rimpatriata a Dar es Salaam, per poi essere trasportata in un villaggio degli altipiani meridionali del Paese, dove risiede la famiglia.
Lo scorso settembre in Ucraina è morto anche uno studente zambiano. Le modalità di reclutamento sono state le stesse. I familiari sono stati informati del suo decesso solamente dopo diverse settimane.
Mentre le autorità di Lusaka hanno chiesto subito chiarimenti a Mosca, in Tanzania nessuno dei principali organi di informazione abbia finora riportato la notizia e nessun commento da parte dei canali ufficiali del governo.
Mercenari del gruppo Wagner in Ucraina
All’inizio dell’anno il fondatore della società Wagner, Yevgeny Prigozhin, molto vicino al presidente russo, Vladimir Putin, si è vantato che un mercenario della Costa d’Avorio si era unito ai combattimenti in Ucraina.
Certamente non è il solo. Infatti si vocifera da più fonti, che parecchi ex ribelli centrafricani stiano combattendo in Ucraina a fianco dei mercenari russi. Pare però che molti di essi, una volta giunti sul terreno di battaglia, sarebbero stati abbandonati a sé stessi e/o dati per dispersi. Altri, invece, sarebbero stati uccisi in battaglia.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I, Toelgyes
18 gennaio 2023
E’ morto lunedì nella lurida galera di Oveng Azem, a Mongomo, nell’est della Guinea Equatoriale, il dissidente Julio Obama Mefuman, con doppia nazionalità (equatoguineana-spagnola).
La prigione di Oveng Azem, a Mongomo, Guinea Equatoriale
Il Movimento per la Liberazione della Terza Repubblica della Guinea Equatoriale (MLGE3R) ha comunicato lunedì che Julio è deceduto, senza però precisare la data e le circostanze della sua morte.
Mentre Simeon Oyono Esono Angue, ministro degli Esteri della Guinea Equatoriale, ha affermato che il detenuto sarebbe morto in ospedale, dove era ricoverato per malattia. Il ministro ha respinto tutte le accuse di tortura nei confronti del dissidente.
Mefuman è stato rapito nel novembre 2019 a Juba, la capitale del Sud Sudan, insieme a altri tre oppositori del regime di Malabo. Sono poi stati caricati sull’aereo presidenziale e sbattuti in una prigione della Guinea Equatoriale.
Tutti e quattro sonomembri del MLGE3R, un raggruppamento politico di opposizione in esilio in Spagna e nel 2020 sono stati condannati a lunghissime pene di detenzione.
Oltre al defunto Mefum, anche Feliciano Efa Mangue ha in tasca la doppia nazionalità, mentre gli altri due erano regolarmente residenti in Spagna prima del loro sequestro.
Intanto il ministero degli Affari Esteri spagnolo ha convocato l’ambasciatore della Guinea Equatoriale accreditato a Madrid, per chiarimenti sulle cause della morte di Julio Obama Mefuman, di nazionalità spagnola, e per chiedere la grazia per Feliciano Efa Mangue.
Solo due settimana fa l’Alta Corte di Madrid ha aperto un’inchiesta per rapimento e torture, contro Carmelo Ovono Obiang, uno dei figli del dittatore, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, al potere dal 1979. Oltre a Carmelo sono indagati altri due alti funzionari del regime per gli stessi reati.
Il governo di Malabo, tramite il suo vicepresidente, Teodoro Nguema Obiang Mangue, ha respinto tutti presunti addebiti, accusando la Spagna di ingerenze.
E proprio il vicepresidente, conosciuto da tutti con il nome di Teodorin, ha fatto arrestare il proprio fratellastro, figlio del presidente come lui stesso, Ruslan Obiang Nsue, perché ritenuto responsabile della vendita di un aereo della Ceiba Intercontinental, la compagnia di aviazione statale.
Il figlio del presidente, Ruslan Obiang Nsue, arrestato dal fratellastro Teodorin, vicepresidente della Guinea Equatoriale
La TVGE, l’emittente televisiva di Stato, ha spiegato che l’aereo, un ATR 72-500, è in Spagna dal 2018 per manutenzione di routine, ma sarebbe stato venduto dal figlio del presidente alla Binter Technic, società che si occupa di manutenzione aeronautica, con sede a Las Palmas.
E’ la prima volta che un membro della famiglia presidenziale finisce in manette. Ruslan, ex segretario di Stato per la Gioventù e lo Sport, è attualmente il direttore di Ceiba Aéroport, dopo essere stato dapprima vicedirettore e poi direttore generale di Ceiba Intercontinental, è ora ai domiciliari.
E Teodorin, che ha dato l’autorizzazione al fermo del fratellastro, nel 2021 è stato condannato in Francia per guadagni illeciti. E’ stato anche tra le persone ricercate dall’Interpol, ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013.
Con l’arresto di Ruslan Obiang Nsue sembra quindi che si sia aperta una faida interna al regime conosciuto per la sua gestione sanguinaria e tirannica.
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Dal Nostro Inviato Speciale Costantino Muscau
Nairobi, 17 gennaio 2023
Il trucco c’è e si vede. Sempre di più. Assieme all’atletica, anche il calcio in Kenya rivela vistose chiazze di inquinamento.
Kenyan flag in stadium field with soccer football
Se il mondo dei celebrati runners appare bacato dal doping, quello del pallone sembra infestato da un fenomeno che anche l’Italia ha avuto modo di ben conoscere: quello delle scommesse clandestine e delle partite truccate.
Nel 2020 la Federazione calcistica kenyana (FKF) sospese 4 giocatori e 5 arbitri perché coinvolti in una associazione a delinquere internazionale dedita a manipolare i risultati.
Entusiasmo delirante
Quello che è successo la settimana scorsa, però, è stato uno choc molto forte per il pianeta calcio del Kenya, che se anche non brilla sul piano internazionale, suscita però l’entusiasmo delirante delle folle, come si è visto durante gli ultimi Mondiali del Qatar.
Il calcio, infatti, è lo sport più seguito e praticato nel Paese. Per farsene un’idea basta farsi un giro, la domenica pomeriggio, nei dintorni di Nairobi e sulle creste che si affacciano alla spettacolare Rift Valley.
Bambini africani mentre giocano a calcio
In ogni spiazzo, decine e decine di giovani, anche scalzi, si sfidano a inseguire un pallone.
Mai qualificata
Eppure, nonostante la pratica diffusa e il tifo per il calcio internazionale, la selezione nazionale (gli Harambee Stars) dal 1974 non si è mai qualificata per un campionato del mondo e ha preso parte solo a 6 edizione della Coppa d’Africa, fermandosi al primo turno.
In questo fallimento, che i tifosi non meritano, un ruolo lo giocano sicuramente i numerosi scandali che hanno scosso la Federcalcio locale. Che ora usa il pugno di ferro.
Indagini segrete
La Federazione, infatti, al termine di indagini segrete e d’accordo con la FIFA (l’organizzazione calcistica mondiale), qualche giorno fa ha sospeso, precauzionalmente e provvisoriamente, 13 giocatori e 2 allenatori.
Ben 6 dei 15 “squalificati” (sia pure pro tempore) appartengono a una stessa stessa squadra, la “Zoo Fc”, di Kericho, (importante città nella Rift Valley). Secondo l’elenco ufficiale pubblicato sul sito della KFK, si tratta di Lucas Hamidu Kwizera, 28 anni, difensore; Johnstone Ligare, 42 anni; Daniel Kiptoo, 34 anni; Geoffrey Gichana, 42, e Brian Lumumba e Vincent Misikhu, (entrambi portieri di 27 anni).
La “Zoo Football club” sembra il ricettacolo della vergogna: nel maggio 2020 era stata retrocessa dalla Premier league (corrispondente alla nostra Serie A) e spedita in una serie inferiore. L’accusa: manipolazione delle partite. Sarà una coincidenza, ma molti altri atleti sospesi sono passati da Kericho, sede anche di un’altra compagine, il “Rovers FC”, dove gioca il trentacinquenne Dominic Ouma Okoth, a sua volta messo in castigo.
Altri penalizzati
Alla squadra “Silibwet Leon’s FC”, (dell’omonima cittadina a circa 220 km a ovest di Nairobi, non distante da Kericho) appartengono altri penalizzati: Sammy Sindani Sabiri, 32 anni, difensore, William Odunga, 38 anni, pure lui difensore, e Stanislaus Akiya Munyasa.
Solo tre, della “lista infame”, come l’ha chiamata un sito sportivo, sono gli atleti che militano nella massima categoria. Uno è Isaac Kipyegon, 34 anni, difensore, capitano del Tusker Football club, società di Nairobi campionessa in carica e prima in classifica.
L’altro, fra coloro che sono sospesi e che non potrà giocare fino a nuovo ordine, è un suo carissimo amico e un tempo compagno di squadra al Tusker: il centrocampista Mike Madoya, 33 anni, ora ingaggiato dal “Nairobi City Stars”.
Il terzo è Dennis Monda, 29 anni, del Vhiga United, squadra di Kakamega, centro urbano del Kenya settentrionale a 30 km a nord dell’ Equatore.
Allenatori nella rete
Gli allenatori finiti nella rete (un quotidiano locale ha parlato di racket) sono due: Du Monde Selena Mangili, già nazionale congolese, ex attaccante dello “Shabana (di Kisii, città sud occidentale del Kenya), ora capo tecnico del “Kericho Rovers”.
L’altro è Willis Ochieng Oganyo, 41 anni, ex portiere, ora allenatore dello Zetech University (un ateneo privato a circa 20 km dalla capitale). Quando era fra i pali e giocava in Finlandia, fu accusato di essersi venduto due partite per 50 mila euro.
“La sospensione dei 15 è stata presa – ha dichiarato Barry Otieno, segretario generale della FKF – per garantire l’integrità del campionato e delle Lega e in linea con la politica di tolleranza zero della Federazione nei confronti del fenomeno dilagante delle partite truccate”.
Linea dura
Ha proseguito Otieno: “Abbiamo diffidato tutti i tesserati della Federazione dall’avere ogni tipo di contatto sportivo con i 15 sospesi per la durata dell indagine”. Insomma, linea dura.
Non si sa quanto efficace e credibile, se solo si pensa che la dirigenza della Federazione a metà novembre 2021 era stata sconvolta da un’inchiesta per malversazione.
Lo stesso Otieno era finito in gattabuia per una notte. E non è un caso che il provvedimento sia stato preso nel momento in cui a Nairobi è giunta una delegazione della Fifa e della Caf (la confederazione africana di calcio) per valutare la possibilità di riammettere la nazionale alle qualificazioni della Coppa d’Africa. Il grande Paese africano, infatti, era stato escluso per 9 mesi dalle competizioni internazionali a causa di una serie di irregolarità.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 17 gennaio 2023
Un video postato da un giornalista zimbabwiano su twitter mostra persone anziane insultate prese a calci e fustigate per aver partecipato a una manifestazione politica. Il raduno era organizzato dalla Coalizione dei Cittadini per il Cambiamento (CCC) a Martondera, 75 km a sud-ovest di Harare.
Zimbabwe lo screenshot di un anziano anziani frustato
Il video
Le immagini, circolate la settimana scorsa, mostrano i volti spaventati degli anziani circondati da presunti supporter Zanu-PF, il partito al potere. Uno degli vecchi, visibilmente cieco a un occhio, viene obbligato a sdraiarsi e fustigato da quattro persone e uno di loro gli ruba il telefono. Un fatto umiliante, soprattutto per l’età delle vittime, che vengono mortificate per aver espresso il dissenso contro il governo.
“Cos’è successo alla società per cui i giovani in Zimbabwe possono aggredire un anziano e rubargli il telefono perché sostiene un partito di opposizione? Chi sponsorizza questa violenza pre-elettorale?” Si legge nel tweet di Peter Ndoro, giornalista televisivo che lo ha fatto girare sui social.
“Minaccia ai diritti e alla libertà di espressione”
Immediata presa di posizione di Amnesty International attraverso Flavia Mwangovya, vicedirettrice dell’ong per l’Africa orientale e australe. “Questo attacco insensibile e politicamente motivato contro persone anziane che avevano semplicemente partecipato a un raduno di un partito politico di opposizione è scandaloso. Tali crudeli atti di violenza in passato hanno ripetutamente segnato il panorama politico dello Zimbabwe. Minacciano gravemente i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica”.
L’ong per i diritti umani ha chiesto al presidente Emmerson Mnangagwa di indagare sul brutale attacco e che i responsabili devono essere consegnati alla giustizia. “Le autorità dello Zimbabwe devono rispettare e proteggere pienamente i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. Sia nel periodo che precede, durante e in quello successivo alle prossime elezioni”, ha dichiarato Mwangovya.
Lo Zanu-PF, partito al potere in Zimbabwe dal 1980 senza soluzione di continuità, ha preso le distanze dal grave fatto. Accusa invece l’opposizione di inscenare violenze politiche prima delle elezioni.
Mentre la polizia sta indagando sul caso l’opposizione afferma che il video sembra essere stato girato da uno degli assalitori. Mostra infatti un gruppo di apparenti sostenitori del partito Zanu PF. Sono le persone che prendono a calci e bastonate gli anziani del villaggio di Bhunu, distretto rurale di Marondera East.
🟡25 of our members including Hon Amos Chibaya have been arrested by the @PoliceZimbabwe in Budiriro this morning for attending an internal meeting. We demand their immediate release. https://t.co/cG1VKDGd9i
— Citizens’ Coalition for Change (@CCCZimbabwe) January 14, 2023
Arrestati 25 sostenitori CCC e un deputato
Le violenze contro il partito di Nelson Chamisa continuano anche ad Harare. Nella capitale, lo scorso 14 gennaio, la polizia dopo aver sparato gas lacrimogeni contro un raduno del partito di opposizione, ha picchiato i manifestanti e arrestato 25 suoi membri, tra questi anche un deputato del CCC.
Il partito lo annuncia con un tweet: “La polizia ha arrestato il nostro “campione del cambiamento”, on. Amos Chibaya e altri ‘campioni’ che stavano partecipando a una riunione interna ad Harare questa mattina. Attualmente sono detenuti presso la stazione di polizia di Budiriro. Le accuse non sono chiare. Chiediamo il loro rilascio immediato”.
La polizia, nonostante fosse un incontro in una residenza privata, sostiene che era una manifestazione non autorizzata. Nel momento in cui scriviamo, sempre via social la difesa dei 25 arrestati ha confermato che un 17enne è stato rilasciato e posto sotto la sorveglianza del tutore. Nei prossimi giorni il tribunale deciderà se rilasciare gli arrestati su cauzione.
Prossime elezioni tra luglio e agosto
Tra luglio e agosto di quest’anno sono previste le elezioni che porteranno 270 membri nell’Assemblea Nazionale ed eleggeranno il presidente della Repubblica. Purtroppo lo Zimbabwe ha una lunga tradizione di violenze in periodo pre-elettorale ed elettorale.
I partiti dell’opposizione, dal 1980 ad oggi, hanno sempre accusato di brogli lo Zanu-PF. E il partito al comando, da 43 anni, ha sempre vinto le elezioni. Viene il dubbio che ci sia qualcosa di poco trasparente e le violenze di gennaio 2023 fanno presagire quelle del prossimo luglio.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2023
La città di Arbinda, provincia di Soum, nel nord del Burkina Faso è ancora sotto shock, dopo il rapimento di una cinquantina di donne, avvenuto tra giovedì e venerdì scorsi.
Dal 2015 la provincia di Soum è frequentemente presa di mira da gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico.
Oltre 50 donne rapite in Burkina Faso
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, sembra che una quarantina di donne siano state rapite giovedì da un gruppo di uomini armati a una decina di chilometri a sud-est di Arbinda. Erano uscite per cercare acqua e raccogliere cibo per la famiglia.
La stessa cosa è capitata il giorno seguente, a un altro gruppo, si parla di una ventina di donne del luogo, a nord della città. In quattro sono riuscite a sottrarsi alla cattura e a lanciare l’allarme.
Ora tutti gli abitanti sono chiusi in casa, terrorizzati. Una cosa del genere non è mai accaduta nel circondario di Arbinda.
In un comunicato rilasciato questa mattina, il governatore della regione del Sahel ha affermato che sono in corso le ricerche. Gli abitanti stanno pensando di organizzare scorte di VDP (Volontari per la Difesa della Patria) per proteggere le donne quando escono fuori dalla città.
Poiché Arbinda è sotto blocco a causa dei terroristi, i rifornimenti arrivano con grande difficoltà. Per questo motivo le donne si sono unite per andare a raccogliere bacche e frutti selvatici nella boscaglia, perché non c’è più nulla da mangiare.
Ibrahim Traoré, presidente di transizione dopo il colpo di Stato del 30 settembre 2022 – il secondo in otto mesi – si è posto l’obiettivo di “recuperare i territori occupati dalle orde di terroristi”.
Intanto a dicembre il regime militare ha imposto nuove tasse, che serviranno a finanziare la lotta contro i terroristi.
Con il nuovo fondo di 152 milioni di euro, saranno reclutati anche altri 50 mila VDP, corpo istituito nel 2019 accusato dalla società civile di essere responsabile del massacro che si è consumato gli ultimi giorni dello scorso anno a Nouna, città nella parte nord-occidentale. Allora furano brutalmente ammazzate 28 persone da uomini mascherati in volto.
Il premier, Apollinaire Kyelem de Tambela, ha chiesto alla Francia di finanziare l’equipaggiamento, compreso le armi, per il corpo VDP. Pochi giorni dopo Ouagadougou ha invitato Parigi di rimuovere dall’incarico il proprio ambasciatore, Luc Hallade. Sole due settimane prima il regime militare aveva dichiarato persona non grata l’italiana Barbara Manzi, coordinatrice dell’ONU nel Paese.
Luc Hallade, ambasciatore di Parigi in Burkina Faso
Settimana scorsa il nuovo ambasciatore russo, Alexey Saltykov, si è recato per la prima volta a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, dove ha incontrato il premier del Paese. Il diplomatico di Mosca ha presentato le credenziali a settembre 2022; la sede dell’ambasciata della Russia è a Abidjan, Costa d’Avorio, ma Saltykov ha anche l’incarico di rappresentare il suo Paese in Burkina Faso.
Il premier burkinabé e l’ambasciatore russo hanno discusso a lungo sul rafforzamento delle relazioni tra i due Paesi in termini di cooperazione militare, commerciale e diplomatica.
Per quanto concerne un aiuto concreto da parte dei russi nella lotta contro il terrorismo, l’ambasciatore non ha voluto esporsi. “E’ troppo presto per dare risposte concrete. Dobbiamo attendere richieste precise da parte del governo di Ouagadougou”.
Prima di ritornare a Abidjan, il diplomatico ha precisato che la Russia avrebbe bisogno di un forte sostegno da parte dei suoi partner africani.
Aggiornamento 17 novembre 2023 ore 15.50
Secondo un testimone locale, le donne rapite dai terroristi dovrebbero essere un’ottantina. Poiché i gruppi attaccati sarebbero tre, non due come comunicato dalle autorità burkinabé ieri mattina.
L’aggressione avrebbe avuto luogo in tre località, ossia a Boukouma, Wourougoudou e Trignien, aree vivine alla città di Arbinda.
Le residenti prese in ostaggio nella boscaglia vicino a Boukouma sarebbero 43, altre 18 avrebbero subito la stessa sorte a Wourougoudou, a ovest di Arbinda. Infine, in un terzo villaggio, a Trignien, i terroristi hanno rapito un ultimo gruppo di 16 donne.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, ha chiesto il “rilascio immediato e incondizionato” degli ostaggi. Türk è particolarmente allarmato perché, secondo lui, potrebbe trattarsi di un primo attacco che prende deliberatamente di mira le donne in Burkina Faso.
Un déjà vu anche in Nigeria nel lontano 2014, quando in una scuola di Chibok furono rapite oltre 200 studentesse dai terroristi Boko Haram. Molte delle giovani non hanno mai fatto ritorno a casa.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Gennaio 2023
L’ufficio stampa dell’Allied Joint Force Command (JFC Naples) con sede a Lago Patria, Napoli, ha reso noto che un reparto d’élite dell’esercito marocchino ha iniziato il suo percorso verso l’interoperabilità con le unità NATO grazie al programma addestrativo alleato denominato “OCC E&F” (Capacità operative e valutazione strategica e feedback) svoltosi dal 23 novembre al 10 dicembre 2022 nel poligono di Ramram, Marrakech.
Marocco, cooperazione Nato
“Il programma OCC E&Fè specificatamente disegnato per valutare il livello di interoperabilità e delle capacità militari raggiunte dalle unità di un Paese partner in riferimento agli standard NATO”, aggiunge JFC Naples.
Le attività addestrative a Camp Ramram sono state svolte con l’assistenza del personale specializzato del Comando Alleato di Lago Patria e il supporto di uno staff di militari provenienti da Bosnia-Herzegovina, Colombia, Georgia, Irlanda, Serbia e Svezia, paesi non ancora membri de iure della NATO.
“Tutti insieme hanno collaborato con un team di valutazione dell’esercito del Marocco per condurre il Self Evaluation Level-1 (SEL-1) di una compagnia del 2° Battaglione della 2^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito marocchino”, ha aggiunto l’ufficio stampa del Comando alleato.
La 2^ Brigata aviotrasportata ha già partecipato a numerose esercitazioni in ambito nazionale ed internazionale e nel corso del programma di formazione a Marrakech ha mostrato “di avere appreso rapidamente e di avere implementato con successo gli standard NATO di livello 1”.
La compagnia del Marocco è la prima unità di un Paese africano a conseguire la certificazione SEL-1. “Si tratta inoltre del primo esempio di impegno di JFC Naples a favore del Partnership Programme, a riprova della sua importanza come parte centrale della cooperazione alla sicurezza da parte della NATO”, conclude il Comando delle forze alleate di Lago Patria – Napoli.
Il 21 novembre 2022 alcuni rappresentanti dello Stato maggiore delle forze armate del Marocco avevano partecipato a Bruxelles a un meeting sulla “Sicurezza marittima” promosso dal Comitato Militare della NATO, presenti anche altri importanti paesi partner dell’Alleanza come Australia, Colombia, Finlandia, Repubblica di Corea, Qatar e Svezia.
“Proprio per la sua dimensione globale, la Sicurezza Marittima è un elemento chiave per la NATO e i suoi partner in tema di pace e sicurezza”, ha dichiarato aprendo la sessione il vicepresidente del NATO Military Committee, generale Lance Landrum. “Esse dipendono l’una dall’altra se si assicurano soluzioni coerenti, coordinate e durature alle sfide marittime esistenti.
Grazie alle esercitazioni navali congiunte, i membri della NATO e i Paesi partner stanno lavorando per mantenere e sviluppare le competenze nello svolgimento di attività di combattimento, edificando l’interoperabilità tra le forze armate NATO e dei partner così come stanno rafforzando le loro abilità marittime complessive e di pronto intervento per tutte le operazioni, internazionali e nazionali”.
La relazione principale al meeting internazionale è stata tenuta dal viceammiraglio Keith Blount, a capo del Comando navale alleato (MARCOM–Allied Marittime Command), con quartier generale a Northwood, Regno Unito. “Il dominio marittimo comprende oceani e mari, sopra e sotto la superficie, in tutte le direzioni”, ha esordito. “E’ in atto un vasto sforzo per assicurare una deterrenza e una difesa credibile nell’intero territorio marittimo dell’Alleanza e nelle aree di terra d’influenza. Il rafforzamento della coordinazione e della cooperazione con i partner è essenziale per sostenere lo sforzo della NATO nel dominio marittimo”.
Alla luce della sempre maggiore integrazione strategica nella NATO delle forze navali e terrestri marocchine, appare sempre più plausibile quanto rivelato il 6 dicembre scorso dalla testata web specializzata Africa Intelligence, relativamente alla possibilità che il Marocco diventi la prima nazione africana a fornire armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina da impiegare nel conflitto con Mosca.
Secondo Africa Intelligence, su richiesta dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America, Rabat avrebbe deciso “segretamente” di fornire ai militari ucraini pezzi di ricambio per i carri armati T-72 di cui l’esercito marocchino possiede ancora 150 esemplari in versione B/BK di produzione bielorussa. Sempre secondo il sito specializzato in questioni militari, già nel 2015 il governo dell’Ucraina, attraverso la società statale Ukroboronprom, aveva richiesto al Marocco la fornitura di pezzi di ricambio dei T-72.
“In termini teorici vi sono diversi equipaggiamenti di tipo sovietico ancora in dotazione alle forze armate marocchine: oltre ai tank T-72B/BK sono presenti almeno una trentina di lanciarazzi campali da 122 mm BM 21, 12 semoventi antiaerei 2K22 Tunguska M1 con missili antiaerei SA-19 e cannoni da 30 mm, circa 160 cannoni a tiro rapido da 23 mm ZSU, decine di missili anticarro Malyutka e Metis e migliaia di fucili della famiglia AK-47 Kalashnikov di origine rumena, cinese e finlandese”, documenta Analisi Difesa.
Carro armato T-72B/BK, in dotazione alle forze armate del Marocco
“Il Marocco aveva espresso la volontà di mantenere in servizio i T-72B/BK ma potrebbe ottenere da Washington la sostituzione delle armi girate all’Ucraina con prodotti statunitensi nuovi o di seconda mano come i carri M1A1/A2-Abrams di cui l’esercito di Rabat schiera già 384 esemplari”.
Analisi Difesa rileva infine come il Regno del Marocco, uno degli Stati africani che in ambito ONU si è sempre espresso a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, “potrebbe fungere da collettore in Africa per conto degli Stati Uniti con l’obiettivo di reperire armi e munizioni di tipo russo/sovietico da fornire a Kiev”.
Il Marocco, insieme alla Tunisia, è stato il primo Paese africano visitato (17- 19 ottobre 2022) dal generale del Corpo dei Marines, Michael Langley, dopo aver assunto l’incarico di comandante di U.S. Africom, il Comando per le operazioni delle forze armate USA in Africa, di stanza a Ramstein, Germania. “La nostra partnership in Nord Africa aiuta e supporta la sicurezza regionale e quella marittima nelle acque oltre il fianco sud della NATO”, ha dichiarato il gen. Langley a Rabat.
Nel corso della missione in Marocco, Michael Langley ha incontrato il ministro Abdellatif Loudiyi (con delega del Capo di governo per l’amministrazione nazionale della difesa) e i vertici delle forze armate marocchine, tra cui il gen. Belkhir El Farouk (comandante della Zona meridionale), il gen. Alaoui Bouhamid (ispettore capo dell’Aeronautica militare) e il viceammiraglio Mostafa El Amai (ispettore generale della Marina). Oggetto degli incontri, la “condivisione di interessi comuni nel settore sicurezza e sulle future aree di possibile cooperazione”, come riporta il Comando di U.S. Africom.
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Gennaio 2023
La Glencore è stata al centro di tanti scandali e affari misteriosi, ma anche il suo fondatore Marc Rich (nato Marcell David Reich da una famiglia ebrea ad Anversa il 18 dicembre 1934 e morto a Lucerna il 26 giugno 2013) lo è stato.
Commerciante internazionale di materie prime, finanziere, uomo d’affari è stato incriminato negli Stati Uniti con l’accusa federale di evasione fiscale, frode telematica, racket, accordi petroliferi con l’Iran, durante la crisi degli ostaggi. Per sfuggire alle accuse è scappato in Svizzera. Il l’ex presidente degli Sati Uniti, Bill Clinton, lo ha graziato l’ultimo giorno del suo mandato.
Marc Rich, fondatore di Glencore
All’inizio della sua carriera, quand ancora lavorava alla società di brokeraggio Philipp Brothers, allora la più grande società che commerciava metalli, ha avuto l’opportunità di sviluppare relazioni con alcuni regimi dittatoriali e Paesi sottoposti ad embargo.
Rich avrebbe detto al biografo, Daniel Ammann, di aver concluso i suoi affari “più importanti e più redditizi” con il regime razzista del Sud Africa. Ma anche altri dittatori erano fra i suoi clienti: ad esempio Gheddafi, Ceausescu e Pinochet.
Lavorò anche con FidelCastro e con il governo dell’Angola. Del resto non ha avuto rimpianti per il suo operato, poichè diceva: “Fornisco un servizio. La gente vuole vendermi petrolio e altre persone vogliono comprare petrolio da me. Io sono un uomo d’affari, non un politico.”
Dopo la caduta dello scià di Persia, Rich ha utilizzato il rapporto speciale che aveva con l’Ayatollah Khomeini, per acquistare petrolio dall’Iran nonostante l’embargo. Non solo, grazie alle protezioni e agli appoggi di cui godeva ha potuto aggirare per molti anni le sanzioni USA.
L’Iran sarebbe diventato, infatti, il suo più importante fornitore di greggio per più di 15 anni. Inoltre ha venduto il petrolio di Teheran ad Israele attraverso un oleodotto segreto. Utilizzando i rapporti privilegiati con le massime autorità persiane, Rich ha aiutato il lavoro del Mossad, offrendogli contatti preziosi.
Rich con un socio ha anche acquistato la 20th Century Fox nel 1981. L’affare, tuttavia, fu congelato, a causa dell’accusa di aver violato le sanzioni. Tale società è stata poi venduta a Murdoch per 232 milioni di dollari nel marzo 1984.
Per dare un’idea del capitale a disposizione e, quindi, del ruolo significativo nell’economia globale, Business Insider ha raccontato che il patrimonio netto di Rich era stimato in 2,5 miliardi di dollari.
Nel 1983, Rich e il partner Pincus Green furono incriminati per evasione fiscale, frode telematica, racket e commercio con l’Iran durante l’embargo petrolifero (mentre i rivoluzionari iraniani tenevano in ostaggio cittadini americani). La pena prevista per tutti i suddetti capi di accusa era di 300 anni di carcere, ad ogni modo questo fu il più importante caso di evasione fiscale nella storia degli Stati Uniti.
Rich scappò in Svizzera e si dichiarò non colpevole, nonostante il pagamento di una maxi multa di 90 milioni di dollari. La Svizzera, malgrado le forti pressioni diplomatiche, rifiutò di estradarlo, come richiesto dagli USA, in quanto nella Confederazione Elvetica non sussisteva un embargo con l’Iran.
Washington comunque, mise una taglia di cinquecentomila dollari sulla sua testa e l’uomo di affari è rimasto per molti anni nella lista dei dieci fuggitivi più ricercati dall’ FBI. Sfuggì alla cattura per un pelo, in diversi Paesi: Finlandia, Germania, Gran Bretagna e Giamaica.
Il 20 gennaio 2001, l’ultimo giorno da presidente, Bill Clinton gli ha concesso una controversa grazia, di cui lo stesso Clinton in seguito si pentì.
Alcuni affermarono che il perdono presidenziale era stato comprato, poiché l’ex moglie di Rich, Denise aveva donato più di un milione di dollari al Partito Democratico, inclusi oltre 100.000 dollari alla campagna del Senato della moglie del Presidente, Hillary, e 450.000 dollari alla fondazione Clinton Library.
Per dare un’idea degli appoggi politici di cui godeva, è sufficiente dire che anche l’allora primo ministro israeliano, Barak, si è speso per il perdono presidenziale. Secondo alcune fonti, pressioni furono esercitate anche dal Mossad per il ruolo svolto nel rifornire di petrolio Tel Aviv. Il risultato fu che il presidente non fu in grado di opporsi concedendo la grazia, che il New York Times così definì: “Uno scioccante abuso del potere presidenziale”
L’inchiesta dell’ FBI sulla grazia si concluse nel 2005 con un nulla di fatto.
Nel 2000, il suo nome è stato menzionato nello scandalo del petrolio in cambio di cibo, secondo il rapporto scritto da Paul Volcker (Volcker Report), per aver pagato tangenti a Saddam Hussein
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
14 gennaio 2023
Pochi sanno che in Benin la religione di Stato è il vodoo e il 10 gennaio, da ben 30 anni, è festa pubblica nella ex colonia francese per celebrare le religioni endogene, cioè autoctone. Il vodoo è praticato dal 12 per cento della popolazione del Paese, che conta 13 milioni di abitanti.
Benin, festival vodoo 2023
Il festival attira sempre più persone di origini africane, arrivano dagli Stati Uniti, dal Brasile e dai Caraibi. I discendenti degli schiavi vogliono scoprire la religione e la terra dei loro antenati. I turisti religiosi dichiarano con orgoglio di essere originari del Benin e più precisamente di Ouidah, uno dei porti degli schiavi tra il XVII e il XIX secolo. Un milione di uomini, donne e bambini sono partiti da queste spiagge.
Martedì scorso si sono riunite oltre mille persone nella piccola città di Ouidah, sulla costa atlantica. E’ la città storica dei Pédah (popolazione indigena), ma anche degli ultimi discendenti degli schiavi che sono tornati più di due secoli fa dopo essere stati liberati. Sono riconoscibili dai loro cognomi, in quanto portano ancora i nomi dei padroni che i loro antenati sono stati costretti a servire nelle varie piantagioni di zucchero e cotone sull’altra sponda dell’Atlantico.
Le autorità vogliono anche sfruttare le profonde radici spirituali e le spettacolari usanze per attirare più turisti. Durante tutto l’anno, la città, culla del voodoo, è calma e si respira un’aria di serenità. Ma a capodanno, e soprattutto con l’avvicinarsi del 10 gennaio, si trasforma e si anima.
Durante la giornata della festa nazionale vodoo del Benin, i seguaci, indossando gli abiti da guardiani della notte, volteggiano in costumi, deliziando fedeli e turisti. Decine di persone vestite di bianco si affacciano poi sull’oceano a Ouidah per rendere omaggio a Mami Wata, una dea del mare.
“Vengono sempre più numerosi perché il vodoo non è più considerato una stregoneria,”, ha chiarito il leader spirituale vodoo, Daagbo Hounon Houna II, adornato con perline colorate e un cappello a cilindro.
Daagbo Hounon Houna II capo supremo e sovrano del culto vodoo
Daagbo Hounon Houna II è il capo supremo e sovrano pontefice del culto. Nel suo palazzo, quartier generale mondiale del vodoo, chiamato “Houxwe”, non si contano più gli affreschi, le statuette, le rappresentazioni e i vari dipinti a gloria delle divinità di questo rito.
Il sovrano è felice di accogliere tante persone, “perchè sono proprio i fratelli della diaspora che contribuiscono alla realizzazione di questa celebrazione attraverso i loro diversi contributi”, ha specificato il capo supremo.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia Toelgyes
13 gennaio 2022
Appena atterrati all’aeroporto di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, due ex ufficiali francesi sono stati fermati dalla polizia aeroportuale e della frontiera, che hanno ritirato i loro passaporti e computer, nonché i loro identificativo di MINUSCA (Missione di pace dell’ONU nel Paese).
Due ex ufficiali francesi di MINUSMA arrestati all’aeroporto di Bangui, Centrafrica
Subito dopo i due ex ufficiali sono stati dato in pasto alla stampa controllata dal governo. Secondo alcuni giornali locali, i due sarebbero militari francesi, che, senza alcun visto, avrebbero tentato di entrare nel Paese per destabilizzare la Repubblica Centrafricana.
I due veterani dell’esercito di Parigi con in tasca un contratto a tempo determinato con Nazioni Unite come consulenti internazionali, hanno iniziato il loro lavoro già sei mesi fa. L’impiego con l’ONU dovrebbe terminare il 31 dicembre 2023.
I collaboratori del Palazzo di Vetro sono stati inviati in Centrafrica con regolare visto che scade il 31 marzo, e il loro compito consiste nella fornitura di equipaggiamento e la partecipare all’addestramento delle truppe di Paesi francofoni di MINUSCA.
Un déjà vu in Mali, dove 49 soldati ivoriani, classificati come mercenari, sono stati arrestati a Bamako nel luglio 2022. Le 3 donne soldato sono state rilasciate a settembre, ma condannate in contumacia alla fine di dicembre alla pena di morte. Durante la stessa udienza anche ai militari maschi sono state inflitte pene pesanti (20 anni di galera), rilasciati poi il 7 gennaio scorso, dopo aver ottenuto la grazia presidenziale. Tutti i 49 militari ivoriani sono stati chiamati dalla missione di Pace in Mali (MINUSMA).
Secondo una fonte del governo di Bangui, il fermo dei due francesi sarebbe dovuto a incomprensioni tra MINUSCA e i servizi amministrativi centrafricani competenti. “Saranno presto rilasciati, ora la polizia ha ottenuto tutte le precisazioni”, ha poi aggiunto il funzionario.
Intanto si continua a combattere nella travagliata ex colonia francese. Proprio ieri ci sono stati nuovi violenti scontri a Abba, nel nord-ovest, a un centinaio di chilometri dalla capitale, tra i militari centrafricani (FACA) e i ribelli di CPC (Coalition des patriotes pour le changement.
Dalle 5 del mattino è scoppiato il panico tra la popolazione, che si è svegliata da tuoni di artiglieria pesante e raffiche di colpi di fucili. I militari governativi sono in postazione attorno il perimetro della città per proteggere gli abitanti, ma i ribelli, secondo un testimone oculare, si troverebbero ancora nelle vicinanze.
Finora non sono intervenuti i mercenari del gruppo russo Wagner, molto vicino al Cremlino. I soldati di ventura sarebbero postati a soli 35 chilometri da Abba.
Certo, dopo i violenti fatti che si sono verificati lunedì scorso tra i militari di FACA, i mercenari ci penseranno due volte prima di intervenire a Abba. I soldati governativi e i loro partner russi si sarebbero scontrati violentemente a Digui, che dista 45 chilometri da Bambari, nel centro-sud del Paese.
Ex miliziani di gruppi armati al servizio di Wagner in Centrafrica
Secondo Corbeau News Centrafrique, quotidiano ben informato sulle questioni centrafricane, gli uomini di Wagner avrebbero preso provvedimenti nei confronti di un militare di FACA. E come ciò non bastasse, un gruppo di mercenari avrebbe poi anche malmenato il poveraccio.
Il militare centrafricano, dopo essere stato assalito, avrebbe puntato la sua arma contro due contractor, uccidendoli sul colpo. Ovviamente la reazione è stata immediata, sia da una parte che dall’altra. In pochi minuti sono stramazzati a terra, morti, 4 soldati e 3 mercenari. Le salme, si trovano ora nella camera mortuaria dell’ospedale di Bambari.
E’ davvero difficile combattere accanto gli uomini di Evgenij Viktorovič Prigožin, fondatore di Wagner. Persino molti “russi neri” sembra abbiano disertato e lasciato i ranghi dei mercenari russi.
E, come riporta CNC, ex miliziani di ex-Balaka e ex ribelli dell’Unità per la pace nella Repubblica Centrafricana (UPC) sono stati reclutati da Wagner per dare la caccia ai ribelli di CPC, gruppo armato che ancora imperversa nelle province di Ouaka e Haute-Kotto (nella parte cento-orientale).
Ma i russi neri, chiamati così dalle popolazioni perché crudeli quanto i mercenari bianchi nei confronti degli abitanti, dallo scorso novembre stanno abbandonando in massa l’organizzazione russa.
Come se ciò non bastasse, si vocifera da più fonti, che parecchi ex ribelli centrafricani stessero addirittura combattendo in Ucraina a fianco dei mercenari. Pare però che molti di loro, una volta giunti sul terreno di battaglia, sarebbero stati abbandonati a sé stessi e/o dati per dispersi. Altri, invece, sarebbero stati uccisi durante i combattimenti.
La Deutsche Welle sostiene in un articolo di pochi giorni fa che nella Repubblica Centrafricana, queste informazioni circolino già da tempo, citando Gervais Lokasso della società civile di Bangui. “Ci sono, ad esempio, soldati che sono stati mandati all’estero e le loro mogli, rimaste senza notizie, sono scese in strada per scoprire dove fossero finiti i loro mariti, ma le donne non hanno avuto risposte”.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 12 gennaio 2023
Mozambico, Cabo Delgado al confine con la Tanzania, militari in piedi attorno a un fuoco acceso. Si vede un letto, delle sedie, altre suppellettili che bruciano. L’occhio cade immediatamente su un corpo con pantaloni mimetici nel mucchio di rifiuti che bruciano.
Un soldato, il mitra appoggiato alla sua sinistra, con lo smartphone inizia a filmare entrando e uscendo dall’inquadratura. Sulla manica sinistra del militare si vede per un momento la bandiera sudafricana, quanto basta a identificarne la nazionalità.
Mentre un altro soldato filma, alla sua sinistra si vedono due militari che gettano un altro corpo con mutande e maglietta sul mucchio di rifiuti. Un altro versa sul corpo liquido (infiammabile?) da una bottiglia di plastica. Sul fuoco vengono gettate pentole e altri oggetti. Un video di venti secondi terribili diventati virali nel web e definito “spregevole” dai funzionari della Difesa sudafricana.
Il video arrivato alla redazione di Africa ExPress
Il fatto sembra essere avvenuto il 29 novembre 2022 nei pressi del villaggio di Nkonga, nel distretto di Nangade. Qui le truppe della Missione militare SADC in Mozambico (SAMIM) e l’esercito Ruandese aiutano l’esercito mozambicano (FADM) contro i jihadisti di Ahlu Sunnah Wa-Jamaah (ASWJ), oggi IS-Mozambico.
Non si conosce la nazionalità degli altri soldati che potrebbero appartenere ad altri Paesi della SADC. Non si sa nemmeno se i corpi bruciati sono dei jihadisti o di civili. Intanto SAMIM e ministero della Difesa sudafricano hanno aperto un’inchiesta. Intende richiamare in Sudafrica i responsabili e giudicarli per quanto successo.
Crimine di guerra
Il “maltrattamento di cadaveri” è una grave violazione della legge sui conflitti armati e potrebbe costituire un crimine di guerra. Lo ha affermato Darren Olivier, direttore dell’African Defence Review, al giornale sudafricano Daily Maverick. È scritto nel Law of Armed Conflict Manual del 1996 e il Revised Civic Education Manual del 2004 del Sudafrica.
C’è poi l’articolo 4, quinto paragrafo, della Convenzione di Ginevra del 1929. Stabilisce che i belligeranti devono assicurare che “i morti siano onorevolmente sepolti”.
Mozambico, cadaveri bruciati da militari SADC
“Bruciare i corpi soluzione più semplice”
I militari sudafricani si difendono dicendo che dopo le azioni di guerra ci sono altri militari SADC che si occupano di “ripulire”. David Peddle, ufficiale in pensione dell’Esercito sudafricano ha dichiarato a DefenceWeb che il rogo dei corpi è stato organizzato con il consenso delle Forze armate mozambicane.
E va oltre le convenzioni internazionali: “Data la totale mancanza di strutture di sepoltura, bruciare i corpi era il modo più semplice. Sia per contenere sia l’odore che il potenziale virale in un clima con temperature che superano i 35°C. Il video non prova in alcun modo che i soldati del SANDF presenti abbiano fatto qualcosa di illegale”.
Il video fa il gioco dei jihadisti
Ma la questione più grave è che il video verrà utilizzato da ISIS. Secondo Piers Pigou dell’International Crisis Group, escluse le questioni morali il video fa il gioco di ISIS-Mozambico. Potrebbe fornire grande visibilità alla guerriglia jihadista a Cabo Delgado e potrebbe causare rappresaglie.
4.500 morti a causa del terrorismo jihadista
Truppe ruandesi e militari SADC (16 Paesi) sono presenti in Mozambico dal giugno 2021 con circa 5.000 soldati. Duemilacinquecento sono del Ruanda e il resto fanno parte della missione SAMIM della quale la maggioranza sono sudafricani.
I jihadisti di IS-Mozambico che terrorizzano il nord del Mozambico dal 2017 ad oggi hanno causato la morte di 4,540 morti di cui 1.995 civili e circa un milione di sfollati.
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