Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli*
9 maggio 2025
Il 9 maggio è la Giornata mondiale dell’Europa, il 75mo anniversario della dichiarazione Schuman che ne ha posto le basi. Una ricorrenza in cui a rumoreggiare saranno le proteste verso le politiche interne ed estere dell’Unione, con il Vecchio Mondo in colpevole silenzio di fronte al dramma in diretta social della pulizia etica in Palestina.
Questo immobilismo, condannato da più parti, soprattutto dal mondo del cosiddetto Terzo settore, lasciato solo a gestire aiuti e politiche umanitarie, ha creato un solco profondo tra le ONG e l’istituzione europea. Tanto che proprio il movimentismo, in autonomia, ha dato vita in questi giorni a una ‘Marcia su Gaza’.
Il 28 e 29 aprile scorsi, l’eurodeputata dei Verdi, Benedetta Scuderi, insieme ai colleghi del gruppo Greens/EFA Jaume Asens, Ana Miranda e Mounir Satouri hanno organizzato al Parlamento Europeo di Bruxelles due giorni di dibattiti dal titolo “Should we call it Genocide?”, con il supporto della Bertrand Russell Peace Foundation. Come promuovere il diritto e la responsabilità internazionali, e come chiamare un dramma epocale di cui la storia ci chiederà prima o poi conto?
“Questa iniziativa – hanno dichiarato gli organizzatori – è arrivata in un momento in cui le istituzioni europee e la maggior parte degli Stati membri stentano a riconoscere la gravità della situazione”.
Ospite Francesca Albanese
Tra gli ospiti la relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, l’avvocato e direttore legale di front-LEX, Omer Shatz, il direttore del Centro palestinese per i diritti umani, Raji Sourani, l’operatrice umanitaria Imane Maarifi, lo storico ed esperto di studi sull’Olocausto e sul genocidio Raz Segal, Ilan Pappé e altri.
Perché l’evento – al di là del titolo, un po’ criticato per via della sua ovvietà – ha riunito avvocati, accademici, giornalisti, attivisti e testimoni ProPal provenienti da diverse parti del mondo, e specialmente da Francia, Italia e Spagna?
“C’era bisogno di un ordine del tribunale, e ora che abbiamo il procuratore della Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato contro due leader israeliani, ci sono paesi che si stanno impegnando in ogni sorta di acrobazie concettuali per annullare la forza di questo passo avanti – ha detto in video collegamento Francesca Albanese -. Ma c’è anche il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIJ), che non può essere ignorato”.
La Relatrice speciale Francesca Albanese [photo credit United Nations]Albanese ha anche criticato fortemente l’immobilismo dell’Unione Europea: “La situazione è questa, dovremmo sentirci come nel 1925 oggi, perché è proprio lì che siamo: con l’Europa travolta dall’ascesa del fascismo, e noi, voi nella vostra burocrazia, e io come esperto indipendente, parte di un’altra burocrazia, stiamo assistendo al crollo di tutto ciò che è stato costruito sulle ceneri della seconda guerra mondiale e al tradimento dell’intero sistema dei diritti umani…”.
Silenzio europeo
Nella conferenza stampa finale anche l’eurodeputata Benedetta Scuderi ha puntato il dito contro il parlamento europeo per non aver adottato “alcuna risoluzione su questo tema”. “Il silenzio del Parlamento europeo è un silenzio politico – ha affermato – Ci stiamo rendendo compici di un genocidio”.
E feroci critiche sono prevedibilmente arrivate anche da altri rappresentanti invitati, in un clima di diffidenza generatosi negli anni verso l’Europarlamento. Eppure questa due giorni ha portato anche un dono: L’aver riunito così tanti protagonisti dell’attivismo per i diritti umani, anch’essi, in qualche modo, dispersi e che procedevano da tempo in ordine sparso.
Lo spiega bene Maria Elena Delia, della Fondazione Arrigoni, tra gli inviati italiani: “Aver riunito attivisti e associazioni proprio a Bruxelles, nel cuore di quella UE che dopo 19 mesi di sterminio a Gaza non è riuscita a produrre nemmeno una risoluzione e che proprio pochi giorni fa ha perfino votato contro la richiesta di aprire un dibattito su quanto sta accadendo nella Striscia, è stata sicuramente una scelta importante. Sarà stato però tutto inutile se non si riuscirà a dare un seguito, a creare e a mantenere una rete che finalmente possa ridurre le distanze tra politica e società civile.”
A conferma dell’importante sussidiarietà del Terzo settore rispetto al vuoto della politica, è la notizia, uscita in contemporanea all’incontro, dell’organizzazione di una “Marcia su Gaza’”. “L’iniziativa ha preso forma in Francia e si sta diffondendo in diversi Paesi, tra cui l‘Italia – spiega Delia – La “March to Gaza”, cui da mesi in tanti stavamo pensando, si è finalmente trasformata in realtà. Si tratta di un movimento di popolo per arrivare pacificamente a Rafah, partendo dal Cairo, e fare pressione affinché gli aiuti umanitari che Israele impedisce di far arrivare alla popolazione di Gaza possano finalmente entrare. È anche una marcia simbolica, che porta un messaggio potente: se i governi intendono essere complici di Israele, la società civile non li seguirà”.
Fabrizio Cassinelli cassinelli.fabrizio@gmail.com
*Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’agenzia Ansa, saggista, presidente dei Cronisti Lombardi.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
8 maggio 2025
Port Sudan, città costiera sul Mar Rosso, nell’est del Sudan, è stata colpita per diversi giorni da bombardamenti con droni.
Fino ad oggi il capoluogo dell’omonimo Stato sudanese era stato risparmiato dal sanguinoso conflitto interno. La guerra, scoppiata il 15 aprile 2023 tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, de facto presidente e capo dell’esercito (SAF) ha causato la morte di decine di migliaia di civili. Inoltre in 12 milioni hanno lasciato le proprie case.
Capitale de facto
Con l’inasprirsi del conflitto a Khartoum, Port Sudan è diventata temporaneamente la capitale amministrativa del Sudan, il quartier generale dell’esercito e sede di molte ambasciate e organizzazioni internazionali.
Port Sudan sotto attacco
La nuova escalation del conflitto rischia di aggravare la già drammatica situazione del Paese. E, in seguito agli attacchi a Port Sudan, le Nazioni Unite hanno momentaneamente sospeso tutti i voli umanitari verso l’aeroporto della città, colpito anch’esso dal raid. Dunque per il momento niente cibo salvavita per i sudanesi, in ginocchio a causa di un conflitto interno, che ha scatenato una delle peggiori crisi umanitarie del mondo.
Bombardamenti dei ribelli
SAF punta il dito sulle RSF, che, come riferito dal Sudans Post (testata indipendente, che copre eventi in Sudan, Sud Sudan e Africa orientale), negano qualsiasi coinvolgimento nei raid a Port Sudan. Oltre all’aeroporto sono stati colpiti un deposito di carburante e altri obiettivi sensibili, come la più importante centrale elettrica, provocando un blackout totale.
Finora le affermazioni dei ribelli non hanno trovato eco. Ieri le forze armate sudanesi hanno fatto sapere che i loro sistemi antiaerei hanno intercettato altri droni pronti a colpire una base navale.
Oltre a Port Sudan è stata colpita anche Kassala, situata sul confine con l’Eritrea. Secondo quanto riportato da Clementine Nkweta-Salami, coordinatrice umanitaria dell’ONU in Sudan, finora questa città è stata considerata come luogo sicuro per gli sfollati.
Sudan: al-Burhan annuncia stop rapporti diplomatici con Emirati Arabi Uniti
Armi sofisticate
Da martedì il governo militare di transizione sudanese ha interrotto i rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti, perché convinti che sostengano i miliziani capitanati da Hemetti. Pare, infatti, che anche i droni utilizzati per bombardare Port Sudan siano stati forniti da Abu Dhabi.
E due giorni fa, al-Burhan, nel suo discorso pronunciato alla popolazione proprio da Port Sudan, ha promesso di sconfiggere le RSF e coloro che le sostengono. Mentre Yassin Ibrahim, ministro della Difesa, ha accusato senza mezzi termini gli Emirati Arabi Uniti di aver fornito armi strategiche sofisticate alle RFS. “Si tratta di crimini di aggressione contro la sovranità del Sudan”, ha poi sottolineato il ministro.
Tribunale Aja respinge ricorso
Mentre all’inizio di questa settimana la Corte Internazionale di Giustizia ha respinto il ricorso del Sudan nei confronti degli Emirati Arabi Uniti. Le autorità sudanesi accusano Abu Dhabi di complicità in genocidio in corso nel Darfur nei confronti dei masalit e di altre etnie non arabe, e di sostenere le RFS. Il Tribunale dell’Aja ha dichiarato di essere incompetente per esprimersi sulla questione. Dal canto suo la monarchia araba ha sempre respinto tali accuse.
Materiale bellico cinese
Sudan: Amnesty scopre materiale bellico prodotto in Cina
Eppure Amnesty ha riferito di aver scoperto che le RFS hanno utilizzato ordigni guidati GB50A di fabbricazione cinese e di obici AH-4 da 155 mm sia per bombardare Khartoum, sia la regione del Darfur. Le armi sono prodotte da Norinco Group, noto anche come China North Industries Group Corporation Limited, azienda statale cinese. L’unico Paese ad aver acquistato gli obici cinesi nel 2019 sono stati gli Emirati. Secondo Amnesty, gli il materiale bellico sarebbe stato quasi certamente riesportato in Sudan da Abu Dhabi. Se confermato, si tratterebbe una evidente violazione dell’embargo imposto dall’ONU.
Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli*
7 maggio 2025
Mentre il mondo attende con ansia l’esito del Conclave che questa settimana proverà a designare un nuovo Papa, il quadro internazionale si aggrava, come se la morte di Francesco abbia contribuito a sciogliere gli ultimi lacci che trattenevano le guerre nel mondo. Che, planisfero alla mano, assumono sempre più una dimensione multilaterale.
Conclave – elezioni Papa
Gli Usa giocano la partita del ‘tanto peggio tanto meglio’ ritirandosi dalla partita di Gaza e inventandosi di sana pianta un “cessate il fuoco” con gli Houti “che – come ha detto Trump – si sono arresi”. Se così fosse gli israeliani non avrebbero immediatamente preso il loro posto, dopo settimane di bombardamenti USA, lanciando un attacco sulla capitale.
Disimpegno dal Medioriente
Ribelli houti, Yemen
I separatisti Houti mercoledì hanno peraltro fatto sapere che gli attacchi – oltre cento quelli nel Mar Rosso – e il blocco navale proseguiranno (1). Più che una vittoria, quindi, sembra un disimpegno dal Medioriente, ipotesi che sarebbe confermata anche dall’inusuale assenza di uno scalo a Tel Aviv nella prossima visita di Trump a Riad.
Il presidente americano vuol convincere l’OPECa rallentare la produzione e far così alzare i prezzi del greggio. Il presidente incontrerà il 14 maggio i Paesi Arabi convocati da Bin Salman. Le fonti del suo staff parlano di “una visita in Israele” che “non è prevista poiché a breve non vi sarà un accordo per il rilascio dei rapiti e una tregua a Gaza”. (2)
Gli Houti sono entrati in guerra per protesta contro la pulizia etnica in corso a Gaza e per questo attaccano mercantili diretti o provenienti da Israele e Stati Uniti.
Siria in fiamme
Sulla Russia l’America capisce di non avere la bacchetta magica. La Siria è in fiamme, tra epurazioni quotidiane, la Turchia ha appena fermato un atto di sabotaggio attreverso i “cercapersone” stile Mossad. L’Iran, la cui politica estera è stata minimizzata dalle perdite subite dagli alleati libanesi e dalle “deboli” risposte agli attacchi missilistici e terroristici subiti, ufficialmente gongola. E’ felice per l’allontanamento apparente degli Usa da Israele e resta fermo sulle sue posizioni riguardo a un nuovo accordo sul nucleare.
Ma la festa potrebbe durare poco perché proprio il “distacco” USA potrebbe essere foriero di un attacco israeliano, a questo punto senza più opposizioni, alle centrali nucleari persiane.
Pakistan – India
A complicare lo scenario, Pakistan e India. I due Paesi, entrambi dotati di armamenti nucleari, hanno cominciato a combattersi. I telegiornali iraniani da giorni segnalavano voli cargo senza sosta, pieni di sistemi d’arma e munizioni dagli USA e dai loro alleati, atterrare negli scali pachistani e indiani. Era solo questione di tempo, quindi. L’opinione dei militari iraniani è che una ulteriore guerra potrebbe convincere la Cina a prendersi Taiwan, coinvolgendo quindi Russia, Corea del Nord, Giappone, e Australia.
Interessi distinti ma incrociati
Ecco che quindi, di fronte all’evidenza di contemporanee escalation e di interessi distinti, ma incrociati, si deve iniziare a pensare in termini diversi ai conflitti internazionali: sempre più improbabile, infatti, una Guerra Mondiale tra due o tre blocchi, mentre un mondo multipolare o meglio ancora multilaterale genererà diverse guerre in atto contemporaneamente, con ripetuti choc sui mercati finanziari ancora globali e interconnessi.
“Personalmente ritengo che sia corretto immaginare guerre post unipolari – conferma l’ex generale di Corpo d’armata ed ex capo di Stato maggiore Sud Nato, Fabio Mini -. Il bipolarismo è morto e sepolto, il multipolarismo non è mai nato e non lo vuole nessuno. Gli stessi BRICS hanno rigettato l’idea di costituire un secondo o terzo polo. Preferiscono parlare di ambiti multilaterali nei quali siano rispettate le sovranità e le esigenze di tutti allo stesso livello”, una visione che le ex Grandi potenze non riescono ad accettare, e che la politica ancora non comprende.
Fragilità
Quanto accaduto con il blackout in Spagna (con il Portogallo rimasto invischiato per ragioni geografiche) frettolosamente e grottescamente liquidato ad uso di un’opinione pubblica stordita e mansueta, ha colpito il Paese più multilaterale di tutti rispetto all’egemonia eurocentrica. Un accadimento che deve far riflettere tutti sulle nostre fragilità democratiche e di sistema.
“Qualcuno ha deciso che siamo in guerra – ha affermato recentemente e lucidamente il filosofo Massimo Cacciari – o che dobbiamo vivere come se fosse imminente”. Forse solo un neoeletto Papa, forte e deciso nella sua azione politica contro i conflitti, potrebbe incrementare la multilateralità del Vecchio mondo e picconare questo progetto.
*Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’agenzia Ansa, saggista, presidente dei Cronisti Lombardi.
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Africa ExPress ha lanciato un appello al governo e al parlamento perché l’Italia riconosca lo Stato di Palestina, istituito, come lo Stato di Israele, da una risoluzione dell’ONU. Non possiamo restare silenziosi davanti al massacro di civili inermi che sta avvenendo a Gaza.
Occorre fermare un strage decisa con cinismo e determinazione. Il riconoscimento della Palestina come Stato può essere la pietra angolare per avviare un processo che porti a una pace duratura e permetta una convivenza tra due popolazioni che si combattono da quasi 80 anni. Qui sotto il link dove si trova testo dell’appello che invitiamo tutti a firmare:
Perchè riconoscere la Palestina? Perchè serve per fare nuove pressioni politiche su Israele, visto che secondo l’Onu lo stato palestinese doveva essere creato già nel 1948. Perché serve per dimostrare che gli Stati non se ne lavano le mani davanti alla persecuzione etnica/genocidio/pulizia etnica in corso a Gaza in queste ore.
Cinquecentosettantaquttro giorni di guerra
Siamo al 574esimo giorno di guerra, iniziata il 7 ottobre 2023 con il sanguinoso attacco di Hamas e la morte di 1.200 israeliani (in parte uccisi dagli attacchi dell’esercito amico).
Gaza subisce una guerra da 19 mesi e da 67 giorni non riceve nessun cibo, perché secondo lo Stato di Israele gli aiuti umanitari finiscono tutti ad Hamas e quindi è legittimo bloccare i 650 camion che avevano ripreso per poche settimane ad entrare nella Striscia tra metà febbraio e i primi di marzo. Quindi è legittimo, secondo il governo Netanyahu affamare i civili, per impedire che anche i guerriglieri mangino.
Premio Oscar
Riconoscere la Palestina significa non essere complici degli abomini che stanno succedendo anche nella West Bank, dove solo nelle ultime ore ci sono stati scontri nella zona di Nazareth, sono state distrutte undici case a Masafer Yatta diventata famosa col film premio Oscar No Other Land, ci sono stati attacchi nei campi di Tulkarem e di Nur Shams.
Questi attacchi vengono organizzati dai coloni che incendiano, aggrediscono, distruggono cercando di impedire la vita quotidiana ai palestinesi che non hanno niente a che vedere né con Hamas, né con la guerriglia.
Semplicemente resistono da decenni rivendicando la loro patria e la proprietà di terreni di loro proprietà dei tempi dall’Impero ottomano e di cui non hanno uno straccio di carta per dimostrare il possesso legale.
Solidarietà con gli israeliani anti-Netanyahu
Riconoscere la Palestina significa anche essere solidali con i pochi israeliani che contestano il governo Netanyahu.
Si tratta per lo più dei parenti degli ostaggi (59 pare tra vivi e morti) e di parenti di chi fu ucciso nell’attentato del 7 ottobre. Molti corpi sarebbero stati portati via da Hamas. Quindi diverse famiglie chiedono al premier di far rientrare le salme dei defunti per celebrare un funerale degno della memoria.
Una psicologa che si occupa dei parenti degli ostaggi insieme ad altri attivisti ha organizzato un momento di preghiera per i rapiti e le vittime palestinesi in una sinagoga a nord di Tel Aviv a Ra’anana nei giorni scorsi.
Barricati nel tempio
Una parte di loro ha dovuto barricarsi dentro il tempio e altri sono stati aggrediti da una folla inferocita di coloni. Ebrei contro ebrei, al grido di “ashenaziti a Gaza” e “sei il diavolo”. Diverse persone sono tornate a casa ricoperte di sputi.
Sono i messianici a spadroneggiare. Credono che Amalek (cioè il male assoluto della Bibbia, impersonato dai palestinesi) voglia distruggere il popolo ebraico. Il governo è con loro.
Il bando ai media
Riconoscere la Palestina serve a fare in modo che i giornalisti dei media internazionali possano di nuovo entrare nella Striscia di Gaza e possano essere testimoni di quanto è accaduto e sta accadendo. Il divieto israeliano che ha impedito agli operatori dell’informazione di entrare nell’enclave è un altro segnale di come Israele non sia per niente quel Paese democratico che pretende di essere.
Ricordiamoci che lo Stato ebraico ha deliberatamente ucciso almeno 400 giornalisti nella Striscia, perché non vuole testimoni che possano raccontare i continui massacri.
Mourners attend the funeral of Palestinian journalist Mohammed Abu Hattab, who was killed in an Israeli strike, in Khan Younis in the southern Gaza Strip, November 3, 2023. REUTERS/Mohammed Salem – RC2I54ATCC1L
Riconoscere lo Stato della Palestina potrebbe servire a indire nuove elezioni e restituire uno straccio di pace, che avverrà solo con l’intervento di forze internazionali Onu, visto che l’ultima proposta di Hamas di cinque anni di tregua contro la restituzione di tutti gli ostaggi, è stata appena rifiutata dallo Stato ebraico.
E Netanyhau dopo l’incontro con il presidente degli Usa in visita in Medio Oriente tra il 13 e il 16 maggio, potrebbe ottenere l’ennesimo via libera alla rioccupazione di tutta Gaza o almeno della parte centro-nord con compressione dei 2 milioni di palestinesi costretti alla fame nel sud della Striscia.
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Africa ExPress ha un accordo con Africa Confidential,
prestigiosa rivista edita a Londra dal 1960, e con il suo direttore
Patrick Smith e pubblica di tanto in tanto i suoi articoli.
Africa Confidential
2 maggio 2025
Il regime del capitano Ibrahim Traoré a Ouagadougou ha scoperto un altro “complotto” che dimostra come la crisi di sicurezza del Burkina Faso si stia aggravando in molti modi diversi.
Quando il governo militare ha accusato la vicina Costa d’Avorio di ospitare cospiratori che stavano progettando di attaccare la sede presidenziale il 16 aprile, ha anche tacitamente riconosciuto le spaccature interne. Il portavoce del governo della Costa d’Avorio, Amadou Coulibaly, ha risposto laconicamente dicendo che si aspettava maggiore serietà dal leader militare del Burkina Faso.
Tra gli arrestati a Ouagadougou c’erano il comandante Frédéric Ouédraogo, capo della giustizia militare che stava indagando sull’uccisione di un sospetto in un precedente putsch abortito, e il capitano Elysée Tassembedo, capo di una forza vitale del nord.
Un Traoré isolato si affida sempre di più a una cerchia di consiglieri della linea dura e si impegna in una strategia le tout sécuritaire. Ciò comporta ripetute epurazioni dell’esercito, la repressione degli oppositori politici e dei critici della società civile e una campagna incessante contro presunti gruppi jihadisti.
Quest’ultima è condotta dalle forze armate e dalle milizie dei Volontaires pour la Défense de la Patrie (VDP), in un’operazione che spesso sconfina nel prendere di mira la popolazione Peul (conosciuti anche come Fulani) e altri gruppi considerati simpatizzanti dei militanti islamisti.
Ci sono dubbi su queste campagne. Circa 54 soldati beninesi sono stati uccisi all’interno del Benin, vicino al confine con il Burkina Faso. Ma il Benin ha riferito che il lato del confine con il Burkina non era protetto. Lamentele simili sono giunte anche dal Togo e dalla Costa d’Avorio. Anche i soldati della giunta di Niamey criticano la mancanza di soldati burkinabé per sorvegliare i jihadisti sul confine comune.
Nell’ultimo incidente, è emerso un video del VDP e di altre milizie filogovernative, guidate da un comandante nominato da Traoré, all’indomani di un attacco mortale contro civili, per lo più Peul, a Solenzo, nell’estremo ovest, il 10 e 11 marzo. Tale brutalità ha alienato il pubblico in misura tale da erodere il sostegno residuo al regime e creare un’apertura più ampia per i militanti.
Dopo la diffusione dell’attacco di Solenzo, Jaffar Dicko, leader di Ansaroul Islam, l’affiliato burkinabè del gruppo pan-saheliano Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ha descritto i jihadisti come patriottici oppositori della giunta di Traoré e delle altre in Mali e Niger. In posa tra una mappa del Burkina e i Monumenti dei Martiri di Ouagadougou, ha accusato il VDP di aver ucciso i Peul per impossessarsi del loro bestiame.
Nel video, ampiamente diffuso, Dicko ha accusato i tre regimi di non rispettare la sharia e la democrazia, elogiando Human Rights Watch, i media indipendenti e i gruppi umanitari. Eppure i jihadisti hanno sabotato ponti e strade minerarie, attaccato camion, rubato bestiame e cibo, ucciso civili e assassinato leader religiosi e comunitari locali.
La spinta jihadista
Anche prima del rovesciamento del presidente Roch Marc Christian Kaboré nel 2022 con il primo di due colpi di Stato, l’esercito stava lottando per resistere alla diffusione dell’Islam di Ansaroul nell’estremo nord, nell’est, nella Boucle du Mouhoun e nel Centro-Nord. Da allora, i militanti si sono spinti oltre il confine meridionale in tutti gli Stati costieri limitrofi. Nel frattempo, anche lo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) è diventato attivo dalle sue basi nel nord-est del Mali e nella regione di Tilabéri in Niger.
Quando il tenente colonnello Paul-Henri Damiba ha deposto Kaboré nel gennaio 2022, ha dichiarato che era necessaria una risposta militare più forte ai jihadisti, ma ha permesso alla società civile e all’attività politica di continuare. Nove mesi dopo, Traoré lo ha messo da parte e ha adottato un approccio più intransigente, versando denaro alle forze armate e lanciando una campagna di reclutamento di massa per il VDP, che era emerso dai gruppi di vigilanti koglwéogo.
Ma il regime di Traoré ha litigato con alcuni dei koglwéogo e con i suoi vecchi leader, come Moussa Thiombiano (detto “Django”), che aveva sede a Fada Ngourma. È stato rapito e si presume sia stato ucciso da ignoti a bordo di un’auto civetta. Traoré trae gran parte del suo sostegno dai giovani disoccupati dei sobborghi di Ouagadougou e Bobo Dioulassso, che si sono anche uniti alle file del VDP. Sono i cosiddetti wayiyans – un riferimento al loro messaggio ai francesi di “uscire” e ai giovani stessi di proteggere Traoré.
In meno di tre anni, Traoré ha supervisionato il reclutamento di 14.000 soldati e quasi 100.000 miliziani. Nel gennaio 2023 ha istituito il Fonds de soutien patriotique, raccogliendo in un anno 175 miliardi di CFA (270 milioni di euro) dai prelievi sugli stipendi e sulle indennità dei lavoratori del settore pubblico, sulle importazioni, sulle comunicazioni, sulle miniere e sulle donazioni. Con un decreto presidenziale del gennaio 2024, Traoré ha creato le Brigades Spéciales d’Intervention Rapide – 28 unità dell’esercito e 13 della polizia, integrate da un’unità di 1938 guardie forestali – per condurre la lotta al terrorismo.
Queste misure hanno potenziato un esercito che non si è mai ripreso del tutto dalla gestione divisiva dell’ex presidente Blaise Compaoré (1987-2014), che ha concentrato le risorse nel Reggimento di Sicurezza Presidenziale (RSP) trascurando il resto delle forze armate.
Traoré ha persino amnistiato gli ex soldati dell’RSP che avevano appoggiato un fallito contro-golpe pro-Compaoré nel 2015 e li ha inseriti nella sua guardia presidenziale, pur lasciando in carcere il capo della sicurezza di Compaoré, il generale Gilbert Diendéré (Africa Confidential Vol. 56 n. 19, Il popolo affronta i putschisti).
Tuttavia, la mobilitazione di massa del VDP si è rivelata estremamente controversa per molti, soprattutto per i Peul. I leader dei movimenti della società civile Peul – Tabital Pulaaku Burkina e Collettivo contro l’impunità e la stigmatizzazione delle comunità – sono stati per lo più spinti all’esilio o intimiditi a tacere. Sebbene vi siano molti Peul nelle forze armate, il VDP deriva dai koglwéogo, che sono per lo più di etnia Mossi, predominante nel Burkina centrale. Questa composizione etnica, unita alla polarizzazione della violenza, fa sì che il VDP sia spesso accusato di omicidi settari e altri abusi.
L’approccio di Traoré non è stato così efficace dal punto di vista militare. Il regime cerca di controllare l’informazione per minimizzare i successi dei jihadisti e rivendicare le proprie vittorie.
Eserciti di troll legati alla Russia a Ouagadougou sfornano messaggi a favore del regime e attaccano i critici, come il presidente nigeriano Bola Tinubu. Il primo ministro Rimtalba Jean Emmanuel Ouédraogo, ex caporedattore dell’emittente nazionale che a dicembre ha sostituito Apollinaire Kyélem de Tambéla, è a capo delle operazioni di pubbliche relazioni di Traoré.
In Costa d’Avorio c’è un gruppo di propagandisti pro-Traoré molto abili. Uno dei principali propagandisti, Alain Christophe Traoré alias “Aino Faso”, è stato arrestato ad Abidjan a gennaio ed è accusato di legami con un complotto di Ouagadougou per destabilizzare la Costa d’Avorio.
Un’altra grande operazione di propaganda di Traoré è gestita dagli Stati Uniti, sotto la guida di Ibrahim Maïga (Africa Confidential Vol. 66 n. 6, Il capitano Traoré si trincera dietro un lungo soggiorno). Hanno riempito le piattaforme YouTube e si sono assicurati che venissero captate dalle società di intelligenza artificiale, una delle quali ha riportato fedelmente che il 30 aprile si sarebbero svolte in tutta l’Africa manifestazioni di massa a favore di Traoré, ore prima del loro inizio.
Gli analisti sono concordi nel ritenere che il regime di Traoré controlli meno di un terzo del Paese. Almeno 22 e forse addirittura 40 città sono isolate a causa dell’attività dei gruppi militanti e sono accessibili solo con elicotteri o convogli armati. L’autorità statale si estende ancora a Kaya, 110 km a nord-est di Ouagadougou, ma intorno a Bobo Dioulasso, la seconda città del Burkina, è limitata a un perimetro di pochi chilometri. Il governo mantiene inoltre solo un tenue controllo del corridoio stradale e ferroviario che collega la capitale a Bobo e al confine ivoriano.
Probabilmente la maggior parte degli abitanti delle campagne vive oggi in comunità sotto l’influenza dei jihadisti, che li spingono ad adottare modelli di abbigliamento conservatori e li privano dell’istruzione di base, della sanità e dei servizi amministrativi.
Chi abbandona le fattorie e la pastorizia per rifugiarsi a Ouagadougou o in altre città si arrangia con l’elemosina e l’economia informale. Con i trasporti interrotti, chi rimane nei villaggi fatica a portare i prodotti ai mercati. Le condizioni sono particolarmente difficili a Djibo, una città chiave nell’estremo nord, dove decine di migliaia di persone, sia residenti sia sfollati di recente, lottano per sopravvivere con i rifornimenti portati per lo più in elicottero.
La produzione di cotone, la principale coltura da reddito, e di prodotti di base come il mais rischia di essere ridotta dalla disintegrazione del controllo governativo sulla Boucle du Mohoun, nella parte occidentale, la regione agricola più importante.
Un sistema di monitoraggio degli alimenti e di stoccaggio dei cereali, un tempo molto apprezzato, è ora disfunzionale in molte aree. Alcune ONG – MSF Belgique, Action contre la Faim e alcune organizzazioni scandinave – stavano cercando di mantenere una presenza nelle aree fuori dal controllo governativo, ma sono state costrette a limitare le loro attività a causa dell’insicurezza e delle pressioni governative.
I funzionari temono che il sostegno umanitario o i servizi pubblici nelle aree controllate dai jihadisti possano legittimare i militanti agli occhi della popolazione locale. Nella provincia di Soum, su nove comuni, solo due – Djibo e Kelbo – continuano a funzionare.
I combattenti di Ansaroul Islam non sembrano essere a corto di cibo o di armi, molte delle quali sono state sequestrate in battaglia. Per quanto riguarda i finanziamenti, i militanti controllano molte comunità coinvolte nell’estrazione artigianale dell’oro, raccogliendo fondi per la lotta futura.
Il capitano Traoré sceglie lo stile rispetto alla sostanza
In tuta firmata, con guanti di pelle abbinati sotto il sole dell’Africa occidentale e una pistola d’ordinanza nella fondina alla cintura, il capitano Ibrahim Traoré è un putschista assolutamente moderno, anche se la più grande minaccia alla sua sicurezza viene dai suoi colleghi.
Quando a gennaio ha partecipato all’insediamento del presidente ghanese John Mahama, il suo stile rivoluzionario contrastava in modo stridente con i politici dell’establishment dell’Africa occidentale. Il suo comportamento, e persino il suo senso della moda, sono stati calcolati per attirare paragoni con il venerato leader militare del Burkina negli anni ’80, il capitano Thomas Sankara. Ma per chi ha la memoria lunga, il paragone non regge.
Traoré sposa un’ideologia panafricana incentrata sull’opposizione al neocolonialismo occidentale, messaggi che paga profumatamente agli influencer dei social media per diffonderli nel cyberspazio. Ma a differenza di Sankara, è detestato e temuto da molti della sua stessa gente.
Ibrahim Traoré, golpista Burkina Faso
Il 34enne Traoré è originario del villaggio di Kéra, vicino a Boundoukui, nell’ovest, a 120 km da Bobo Dioulasso. Sua madre proviene da una famiglia Mandingo, mentre suo padre, Zoumana, infermiere, potrebbe avere origini Mossi; si pensa che il nonno paterno sia originario di Yako, nel centro del Paese, ma si sia poi stabilito a ovest, vicino a Bobo. Aveva prestato servizio nell’esercito coloniale francese nei Tirailleurs Sénégalais durante la Seconda guerra mondiale, e aveva poi adottato il tipico nome di famiglia Mandingue Traoré.
Dopo aver studiato geologia all’università, Traoré ha militato in organizzazioni studentesche musulmane e marxiste prima di arruolarsi nell’esercito. Ha prestato servizio nella Missione integrata multidimensionale di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) e poi nelle campagne contro i militanti jihadisti in patria.
Ha cercato di presentarsi come un naturale successore di Sankara per sfruttare la diffusa nostalgia per l’eroe popolare nazionale. Ma questi sono tempi molto diversi da quelli pacifici degli anni ’80, quando Sankara – che aveva studiato agricoltura insieme a materie politiche e militari mentre frequentava l’accademia militare di Antsirabe in Madagascar – poté lanciare un programma di sviluppo rurale e sociale di base molto ammirato e tuttora influente a livello internazionale.
Nel contesto attuale di sicurezza catastrofica, perseguire un programma di questo tipo sarebbe impraticabile in gran parte del Burkina e, anche dove le condizioni sono meno difficili, Traoré sembra più interessato a sperimentare modelli collettivisti che affondano le radici nell’era sovietica piuttosto che concentrarsi sui piccoli proprietari.
Inoltre, l’innovazione economica e sociale è diventata quasi impossibile in un clima politico teso in cui Traoré rimane in gran parte isolato, in parte protetto da guardie del corpo russe nonostante la partenza del gruppo paramilitare legato a Mosca, la Brigata dell’Orso.
Negli affari di governo, gli attori principali sembrano essere Oumar Yabré, capo dell’intelligence, e il tenente Abdul-Aziz Pacmogda, capo della sicurezza di Ibrahim Traoré, che godono di una sostanziale autonomia nel processo decisionale quotidiano. Yabré è al centro del Korag, un gruppo consultivo creato da Traoré che opera come un politburo. Sono dietro la macchina della repressione in Burkina Faso, dai reclutamenti forzati, alle sparizioni, alle torture e alle esecuzioni extragiudiziali. Provenienti dall’apparato di sicurezza, i membri del Korag supervisionano aree politiche specifiche ed esercitano più influenza dei ministri.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 maggio 2025
Prigionieri di guerra africani detenuti nelle galere ucraine: un déjà vu, tutt’ora attuale. Questa volta sono state le autorità di Lomé a lanciare l’allerta ai giovani togolesi, visto che recentemente sono stati segnalati diversi casi di ragazzi catturati dalle forze di Kiev mentre combattevano nelle fila dell’esercito russo. I giovani erano partiti alla volta di Mosca, convinti di potersi laureare in un ateneo della Federazione.
Guerra in Ucraina
Togo lancia allarme
Il ministero degli Esteri di Lomé ha messo in guardia i giovani concittadini su presunte borse di studio messe a disposizione da organizzazioni con sede in Russia. Le autorità hanno chiesto agli studenti di rivolgersi al ministero dell’Insegnamento superiore per le necessarie verifiche, prima di accettare l’aiuto economico per frequentare le università all’estero, soprattutto se proposte da associazioni russe.
Lo scorso agosto il Movimento Martin Luther King (MMLK) aveva segnalato il caso di uno studente universitario togolese, finito nelle galere di Kiev. Era partito felice, con la speranza di un futuro migliore, grazie a una laurea da conseguire in una prestigiosa università moscovita. Ma una volta arrivato in loco, lo studente è stato costretto ad andare a combattere in Ucraina, per poi ritrovarsi in una putrida cella riservata ai prigionieri di guerra, anziché in un ateneo.
Mercenario senegalese
Anche Malick Diop, un giovane senegalese, è stato catturato dagli ucraini a fine aprile sul fronte di Toretsk, nella regione di Donetsk. In un video, pubblicato sui social network da un battaglione delle forze armate di Kiev, ha definito il 25enne africano come “mercenario”. Finora il ministero degli Esteri di Dakar e nemmeno l’ambasciata di Kiev accreditata in Senegal, hanno confermato la sua identità.
Malick Diop arrestato dalle forze di Kiev
Sta di fatto che Diop, come molti altri che hanno subito la sua sorte, è arrivato in Russia grazie a una sedicente borsa di studio. Ex studente dell’Università Alioune Diop di Bambey, in Senegal, il 25enne è approdato all’ateneo russo di Lobachevsky a Nizhny Novgorod nel 2023.
Secondo quanto riferito dagli ucraini, Diop, durante l’interrogatorio ha precisato che avrebbe voluto trasferirsi in Germania. Per mancanza dei fondi necessari, aveva deciso di arruolarsi con i russi per poter realizzare il suo sogno.
Disertori
Ma in Ucraina non combattono solamente studenti. Anche soldati africani ben addestrati, disertori. E, secondo quanto riportato recentemente da The Institute for Security Studies (ISS Africa, organizzazione africana che mira a migliorare la sicurezza umana nel continente), alcuni Paesi subsahariani lamentano che sin dall’inizio del conflitto Ucraina-Russia parecchi militari hanno abbandonato le proprio truppe in patria.
Il Camerun è tra questi e, in un comunicato di appena due mesi fa, Joseph Beti Assomo, ministro della Difesa di Yaoundé, ha fatto sapere che il suo Paese, coinvolto in svariati conflitti interni e regionali, non può permettersi di perdere soldati qualificati e addestrati. “Si tratta di coinvolgimenti illegittimi delle nostre truppe”. Il ministro ha poi spiegato che una minoranza dei disertori sono “volontari stranieri” che combattono per l’Ucraina, mentre la maggior parte sono “Tirailleurs” (fucilieri) di Vladimir Putin che si sono arruolati per combattere con i russi. In breve: si scende in campo per il miglior offerente.
Soldati di ventura camerunensi
Yaoundé deve affrontare diverse emergenze: la lotta contro i terroristi Boko Haram nel nord; a est i ribelli centrafricani, la pirateria marittima lungo le coste, per non parlare della crisi profonda nelle due province anglofone nell’ovest.
Non si conosce il numero esatto dei militari africani che hanno abbandonato i propri eserciti, in quanto la maggior parte dei Paesi non dispongono di un “registro disertori”.
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Speciale per Africa ExPress Barbara Pavarotti
3 maggio 2025
Si sente il respiro del mare nel film “Breath” di Ilaria Congiu, in uscita al cinema il 5 maggio. Il mare del Senegal, l’Oceano Atlantico, Paese dove Ilaria è nata e vissuta per anni, e il mare italiano. Il respiro del mare maltrattato, derubato, inquinato e il respiro dei pesci, cannibalizzati, vittime di un sistema-pesca industriale in mano a multinazionali, che lascia ai piccoli pescatori poco o nulla.
E’ un film,“Breath”, destinato a scuotere le coscienze perché ci fa capire, attraverso storie e testimonianze, quanto l’uomo distrugga ciò che gli dà vita. “Il 70 per cento del pianeta è formato da acqua e anche il 70 per cento del nostro corpo. Questo è il primo motivo per cui dobbiamo avere il massimo rispetto per il mare”, specifica, nel film, il biologo Silvio Greco.
Ilaria Congiu, regista, sceneggiatrice, giornalista, ha il mare nel cuore, ma sa che si è fatto sempre più spoglio e silenzioso. E teme che anche l’attività di suo padre, che in Senegal dirige un’azienda che esporta pesce congelato, contribuisca a questo depauperamento.
Gabbie volanti tonni
La regista aveva già scoperto, a bordo delle navi di Sea Shepherd, le “gabbie volanti” dei tonni. Migliaia di questi pesci trascinati dalla Calabria a Malta, costretti a percorrere 400 miglia in un mese. Per poi essere rinchiusi in “allevamenti”, in attesa di essere uccisi chiusi in una gabbia: “Vedendo quei tonni girare in tondo nelle gabbie che li trasportavano, mi sono sentita come loro. Parte di un sistema che gira su se stesso senza sapere dove stia andando a sbattere”.
Ilaria torna dunque a Dakar alla ricerca del pesce perduto, e per confrontarsi con il padre, che, invece, le spiega che lui compra il pesce solo dai locali che praticano la pesca artigianale, non dai pescherecci industriali che stanno svuotando l’oceano. Il genitore è amareggiato: “Internet, telefonini, luce, corrente, tutte cose che costano. Cosa distruggi per avere questo? La natura. Distruggi il rapporto fra uomo e natura”.
Pescatori senegalesi
Ma scopre anche che in Senegal, Paese che viveva di pesca, non c’è quasi più pesce. Un muro, a Dakar, delimita la zona industriale: da una parte i pesci destinati all’esportazione, ai bianchi; dall’altra quelli per il consumo locale. Pochi e cari. L’esportazione è cresciuta a dismisura, quindi il Senegal non ha quasi più accesso al pesce locale, non se lo può permettere.
Licenze pesca per tutti
“Il Senegal ha rilasciato licenze di pesce a qualsiasi tipo di imbarcazione – spiega nel film Ibrahima Samb, collaboratore del padre di Ilaria- e si sono insediate tante aziende di congelazione e lavorazione. Per avere sempre più pesce e quindi più soldi nessuno si è posto dei limiti. Ma i soldi non si possono mangiare. Abbiamo stretto accordi anche con l’Europa, dove il pesce scarseggia, ma se continua così dovremo accettare la triste realtà che moriremo insieme al nostro Paese, perché siamo noi a sterminarlo col sovrasfruttamento”. (ndr. L’ accordo con la UE è stato revocato nel novembre 2024)
Piroga dei pescatori senegalesi
Colpisce, nel film, la differenza fra le piroghe usate dai pescatori locali e le grandi navi che utilizzano enormi reti a strascico e che prendono di tutto. “Quello che non viene commercializzato diventa cibo per i nostri animali domestici, il loro unico target è riempire le stive”, dice il biologo Silvio Greco.
Le specie vicine all’estinzione? Anche quelle vengono pescate, anzi sono più appetibili: le aziende le stoccano per poterle poi vendere a caro prezzo quando la specie sarà esaurita.
Non c’è più nulla
Colpiscono come echi del passato, invece, i volti solcati da rughe e bruciati dal sole dei pescatori tradizionali. Le loro sono parole di fatica e delusione: “Fare il pescatore oggi? Non lo farei mai più. Non c’è più nulla. La pesca non può dare nessun avvenire. Il mare è stato troppo inquinato, sfruttato. Troppe fogne ci sono in mare”.
“Stiamo portando in mare un’enorme quantità di contaminanti – continua il biologo Silvio Greco – ci sono isole galleggianti di plastica grandi quanto la Francia. Sul fondo del mare c’è un continente grande almeno quanto l’Europa. Il risultato è che noi ci mangiamo la plastica. Cinque grammi a settimana. Bene non fa”.
Poi l’allarme di Rym Benzina Bourguiba, fondatrice dell’associazione “La Saison Bleu”, “L’oceano ci dà il 50 per cento del nostro ossigeno. E’ il nostro polmone blu, le foreste sono quello verde. Noi stiamo distruggendo entrambi, ma sono gli alberi e le onde a farci respirare”.
Eppure il pesce l’uomo l’ha sempre pescato e mangiato e ormai l’industria ittica è una delle più importanti del mondo: “Un miliardo e 600 milioni di persone vivono solo di pesca. E’ facile dire ‘facciamo i sostenibili’, ma dobbiamo ragionare su chi nel pianeta non può fare il sostenibile. Se facciamo scelte sbagliate le pagheranno altri”, precisa il biologo Greco.
Molti interrogativi
Come conciliare dunque il mercato, il lavoro con la tutela degli oceani? Il film, ovviamente, non può offrire una soluzione. Ilaria Congiu racconta una realtà esplosiva. “Breath” pone tanti interrogativi e vederlo è uno choc. E le parole più giuste, forse, se si continua a depredare e a uccidere il mare, sono quelle del padre di Ilaria, Francesco Congiu: “Il mare si ripopolerà, ma si distruggerà prima l’uomo”.
Siamo stati hackerati e il nostro sito è risultato irraggiungibile per qualche giorno. Ci scusiamo con i nostri lettori che non intendiamo assolutamente abbandonare. Siamo una voce libera e tale intendiamo restare. Ringraziamo i nostri tecnici che, nonostante il primo maggio, si siano dati da fare indefessamente perché tornassimo in rete al più presto possibile.
OPINIONE
da Haaretz
Gideon Levy* Tel Aviv 2 maggio 2025
C’era da aspettarselo: in Israele la retorica ha raggiunto toni neonazisti. E’ caduta ogni barriera e è stato legittimato lo spargimento di sangue.
Affamare un’intera nazione
Sul canale televisivo Channel 14, il parlamentare, Moshe Saada, del Likud (il partito di destra del premier Benjamin Netanyahu) si è detto “interessato” ad affamare un’intera nazione. “Sì, farò morire di fame gli abitanti di Gaza, è nostro dovere”.
Moshe Saada, parlamentare israeliano del Likud
Un cantante piuttosto famoso, Kobi Peretz, è convinto che sia stato “ordinato” di annientare gli Amaleciti, come veniva chiamata nella bibbia ebraica la popolazione nemica degli israeliti. “Non mi fa pena nessun civile a Gaza, giovane o anziano. Non provo nemmeno un briciolo di pietà”, diceva Peretz sulla prima pagina dell’edizione del fine settimana del quotidiano Yedioth Ahronoth.
Saada e Peretz sono solo due pesci piccoli, ma lo stagno è pieno di affermazioni di questo tenore e c’è qualcuno interessato a metterle in evidenza per accontentare le masse.
Neonazisti
Se in Europa un personaggio pubblico pronunciasse frasi di questo tipo sarebbe definito neonazista. La sua carriera finirebbe. In Israele dichiarazioni simili servono a vendere giornali.
Bisognerebbe chiamare questo fenomeno con il suo nome: incitamento al genocidio. Va dato atto a Saada e Peretz di aver gettato la maschera. Quelli che un tempo erano insulti da social media sono diventati discorsi normali sui mezzi d’informazione tradizionali, e questo spinge a chiedersi se c’è ancora qualcuno contrario allo sterminio di massa.
Saada e Peretz sono a favore dello sterminio di massa, mentre altri difendono solo la strategia di “ostacolare gli aiuti umanitari”, che è la stessa cosa, ma con parole più raffinate.
Mostruosità
È la stessa crudeltà, solo espressa in una forma più educata. La stesso mostruosità, ma aderente a una forma più corretta. È vero che è importante sottolineare le tendenze neofasciste che si stanno diffondendo in tutta la società e strappare via la maschera, ma lo svelamento dà a questi discorsi illegittimi una normalità che fino a non molto tempo fa ancora non avevano.
D’ora in avanti si dovrebbe ordinare: uccidi. Secondo Saada e Peretz è addirittura un comandamento. Resta solo da chiedersi chi dovrebbe essere ucciso e chi invece risparmiato.
Danni attacco di Hamas
Lentamente, ma inesorabilmente, i danni provocati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 stanno venendo alla luce. Al di là delle tragedie personali e nazionali, l’attacco ha sovvertito la società israeliana. Ha distrutto, forse per sempre, qualsiasi traccia di pace e umanità, legittimando la barbarie come un nobile comandamento.
Concetti come “permesso” o “vietato” non hanno più senso quando si parla della crudeltà di Israele verso i palestinesi. È permesso uccidere decine di detenuti e lasciar morire di fame un intero popolo.
Si è perso senso della vergogna
Un tempo ci vergognavamo di azioni simili, adesso la perdita del senso di vergogna sta smantellando qualsiasi barriera residua. Forse la cosa peggiore di tutte è il pensiero che un organo di stampa cinico e populista come Yedioth Ahronoth, definito “il giornale del Paese”, sempre in sintonia con i lettori, abbia un tornaconto nel dare spazio a questi discorsi genocidi.
Gli editori sanno che il genocidio messo in copertina non solo lo legittima, ma fa piacere al pubblico.
Il cantante Eyal Golan dovrebbe essere ostracizzato per la sua condotta sessuale inappropriata, ma chi metterà al bando Kobi Peretz il jihadista? Dopo tutto, ha ragione lui. “Hanno mutilato i nostri fratelli e i nostri figli”, ha detto. Ora tocca a noi israeliani mutilare.
Discorsi di odio si diffondono
E non sono solo Yedioth Ahronoth e Channel 14. I discorsi d’odio si sono diffusi in tutti gli studi televisivi. Ex colonnelli, ex componenti dell’apparato della difesa partecipano a dibattiti e invocano il genocidio senza battere ciglio.
Striscia di Gaza: affamare un intero popolo
Quando un giorno gli storici cercheranno di capire cosa è successo in Israele in questi anni, troveranno quelle voci, le voci del popolo.
Legittimazione e lacrime
Questa legittimazione finirà in un mare di lacrime, le lacrime degli stessi giornali che oggi danno spazio a questi discorsi mostruosi. Provate a chiedere cosa pensa della libertà di stampa chi vuole affamare due milioni di persone, chi pensa che un bambino di quattro anni merita di morire e che una persona disabile in sedia a rotelle può essere ridotta alla fame senza problemi, e scoprirete che chi ha idee simili difende allo stesso tempo la chiusura della maggior parte dei giornali e il bavaglio ai mezzi d’informazione.
Questa tendenza a compiacere l’estrema destra diventerà un boomerang per colpire i mezzi di comunicazione che l’hanno assecondato. Peretz, Saada e persone simili non vogliono solo sangue arabo. Vogliono anche metterci tutti a tacere.
Gideon Levy*
*Gideon Levy è editorialista del quotidiano israelianoHaaretz
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Dalla Nostra Vaticanista Emanuela Provera
Città del Vaticano, 28 Aprile 2025
Alle 7,30 del 21 aprile scorso muore il capo della Chiesa cattolica, Jorge Maria Bergoglio. Subito dopo, appena la notizia fa il giro del mondo, il noto filosofo, ciellino, Rocco Buttiglione scrive ai cardinali la lettera che alleghiamo, per screditarne il pontificato. La lettera è firmata da Buttiglione in qualità di presidente dell’Academia Internacional de Líderes Católicos (https://liderescatolicos.net) ed è scritta in lingua castigliana.
Il testo appare come un J’accuse esplicito, sembra persino irriverente visto che l’autore è presidente di una fondazione (l’Academia) che ha lo scopo di promuovere la diffusione della dottrina sociale della chiesa.
Pontificato infelice
“Il pontificato di Papa Francesco – c’è scritto nella missiva – non è stato un pontificato felice. Se lo confrontiamo con quello di San Giovanni Paolo II, vediamo che il papa polacco parlò e i popoli e le nazioni dell’Europa centrale e orientale risposero mettendo in moto un gigantesco processo di cambiamento verso forme nuove e più umane di vita per l’uomo. Papa Francesco, invece, ha parlato, ma il laicato latino-americano non ha risposto, non è sorto un movimento per il cambiamento delle società latinoamericane, per la liberazione latino-americana.”
La spaccatura che il pontificato di Bergoglio ha creato dentro e fuori la Chiesa era latente e inespressa nelle forme con cui si è manifestata negli ultimi anni. Nella sinossi del libro del giornalista Marco Politi, dal titolo “La rivoluzione incompiuta”, nelle librerie il prossimo 23 maggio, si legge: “Nonostante Papa Francesco abbia ottenuto ampio consenso, le sue riforme, spesso incomplete, hanno alimentato divisioni interne”.
Contenuto critico
Il contenuto critico della lettera di Rocco Buttiglione non è però una sorpresa per chi ha osservato, in questi anni, l’operato di Francesco nei confronti del Movimento di Comunione e Liberazione. Si può supporre, tra le varie ipotesi, che il filosofo non abbia gradito i provvedimenti adottati dal Papa.
L’organizzazione infatti è stata commissariata e Julián Carrón (primo successore di Luigi Giussani) è stato sostituito dal laico Davide Prosperi, che sta traghettando l’istituzione verso un nuovo assetto del Movimento, secondo Statuti che devono essere riscritti e sono in fase di revisione.
Rocco Buttiglione
Francesco, in altre parole, ha voluto impedire che la dottrina della “successione del carisma” [1], contraria agli insegnamenti della Chiesa, si radicasse in seno alla Fraternità di CL [2].
Il carisma del fondatore Giussani, cioè, non deve essere trasmesso ai fedeli tramite una successione personale tra lui e Carrón, che quindi non potrà mai essere considerato l’unico interprete della spiritualità ciellina.
Lettera di Papa Francesco del 1° febbraio
La questione stava talmente a cuore al Papa che l’ultimo scritto importante di Bergoglio, prima del ricovero all’ospedale Gemelli, fu proprio una lettera del 1° febbraio scorso indirizzata al professor Davide Prosperi nella quale facendo riferimento alle “problematiche che si sono manifestate nell’ultimo decennio in seno al Movimento di CL” disponeva la prosecuzione del suo mandato per altri cinque anni, alla guida della Fraternità.
Comunione e Liberazione in questi anni è stata segnata da una profonda lacerazione interna. Giussani nel designare Carrón come suo successore avrebbe agito conferendogli una investitura. Alcuni ciellini l’hanno creduta e tutt’ora la credono profetica e quindi voluta da Dio, altri invece sono più aperti a metterla in discussione in un’ottica di rivisitazione del carisma secondo i cambiamenti della storia.
Bergoglio ha voluto scardinare la credenza dei primi, riportando il Movimento all’interno dell’ortodossia, per impedirne una deriva autoreferenziale, ritenuta pericolosa e contraria agli insegnamenti della chiesa.
Fatto sta che la Lettera di Buttiglione non è piaciuta a molti, tra questi spicca il teologo Andrea Grillo che sui social scrive parole severe nei suoi confronti. Eccole:
23/04/2025 ore 19,20 Cadute di stile
Rocco Buttiglione, come Presidente della Accademia dei Leaders Cattolici, invia lettere a Cardinali per screditare Francesco prima ancora del funerale. Un atto volgare e sporco, dal quale anzitutto i cardinali, con tutto il popolo di Dio, si sentono offesi. Vorrei pregare i cardinali di tenersi bene alla larga da questi “leaders” senza scrupoli.
23/04/2025 ore 19,38 La lettera scandalosa
Il giorno stesso della morte di papa Francesco, Rocco Buttiglione ha spedito questo testo a numerosi cardinali. Il giorno stesso! Se fossi in lui mi chiuderei in casa per diverso tempo, a meditare sulla vita e sulla morte.
23/04/2025 ore 22,53 Leaders turpi
Un leader cattolico, che ha fatto della fede una questione vitale, che il giorno in cui muore il papa si affretta a scrivere una lettera per denigrare il papa appena defunto, non fa una cosa inopportuna. Fa una cosa umanamente turpe e cristianamente blasfema.
Emanuela Provera donnadrusilla@gmail.com X @dentrolod
[1]n ambito cristiano il termine “carisma” è considerato un dono soprannaturale concesso da Dio a una persona, a vantaggio di una intera comunità; secondo la Chiesa cattolica quindi anche don Luigi Giussani, come tanti, è dotato di “carisma”.
[2] La “Fraternità” di CL nasce nel 1954, e raccoglie in sé gruppi di “adulti responsabili” che ricevono, nel Movimento, una formazione spirituale specifica per sviluppare forme di apostolato missionario nel mondo, ovunque i Vescovi cattolici ne richiedano il supporto. Più recentemente i vari gruppi si sono organizzati in una Associazione denominata: “Fraternità di Comunione e Liberazione”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
29 aprile 2025
Il ministero della Salute ugandese, con il supporto dei partner, ha distribuito 2,278 milioni di dosi di vaccini contro la malaria. I farmaci salvavita sono stati consegnati in 105 distretti ad alta e moderata trasmissione della pericolosa malattia.
Le vaccinazioni sono iniziate nel distretto di Apac, nel centro nord dell’Uganda. Questa è un’area con il più alto numero di punture di zanzara: oltre 1.500 per persona all’anno.
Il video del World Malaria Day 2025 (Courtesy: Ministry of Health, The Republic of Uganda)
Prevenzione efficace
“L’introduzione del vaccino segna una pietra miliare significativa nella nostra lotta contro la malaria – ha affermato la ministra della Salute, Jane Ruth Aceng Ocero -. “Si prevede che quotidianamente preverrà almeno 800 casi di malaria grave tra i bambini”.
La malattia pesa anche sulle finanze delle famiglie. Per la cura in caso di malaria grave spendono circa 15.000 scellini (3,60 euro), un elevato peso economico. Una cifra che corrisponde al circa il 15 per cento del reddito familiare.
Il vaccino R21/Matrix-M
Il farmaco contro la malaria utilizzato nell’ex colonia britannica è il R21/Matrix-M. Viene somministrato in quattro dosi a 6, 7, 8 e 18 mesi, e sarà inizialmente destinato a 1,1 milioni di bambini di età inferiore ai due anni.
L’immunizzazione contro la malaria viene effettuata con il sostegno di Vaccine Alliance (Gavi) e dei partner UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO-OMS) e PATH e R21/Matrix-M è il secondo vaccino approvato dall’OMS dopo RTS-S (Mosquirix) autorizzato nel 2015. Il Mosquirix, dal 2019, è stato utilizzato anche in Kenya, Camerun, Sud Sudan, Ghana e Malawi
“L’arrivo del vaccino contro la malaria segna un importante passo avanti nella ricerca contro la malattia” – ha dichiarato Julia Mwesigwa, responsabile della ricerca presso PATH -. “Il farmaco usato con altri strumenti di prevenzione della malaria esistenti, si prevede che cambierà le carte in tavola. Riduce significativamente la mortalità e la morbilità infantile”.
Come si sviluppa la malaria
Malattia letale
Secondo dati OMS del 2023, la malattia, chiamata anche paludismo, in Uganda è responsabile del 22 per cento ricoveri ospedalieri e del 6 per cento dei decessi. Nello stesso anno, l’ex colonia britannica era tra i primi cinque Paesi africani con il maggior numero di casi di malaria. Gli altri sono Nigeria, Repubblica Democratica del Congo (Congo-K), Etiopia e Mozambico.
La zanzara Anofele mentre succhia il sangue, con la saliva veicola il Plasmodium falciparum. Questo parassita è il più pericoloso dei quattro Plasmodium che negli esseri umani trasmettono la malaria.
Il paludismo è la più diffusa fra tutte le parassitosi. Il suo quadro clinico di malattia febbrile acuta si manifesta con segni di gravità diversa a seconda della specie infettante.
La malaria è la principale causa di malattia e morte dei bambini in Uganda. Si stima che in tutto il Paese ogni anno provochi 12,6 milioni di casi e 16 decessi al giorno.⁶
Areale della zanzara Anofeles
Seicento mila morti all’anno
I casi di malaria nel mondo, nel 2023 secondo dati dell’OMS, sono stati 263 milioni. I decessi quasi 600.000 in 83 Paesi. La maggior parte delle vittime però sono in Africa: il 94 per cento dei casi e il 94 per cento dei morti. Soprattutto bambini sotto i cinque anni.
Il Plasmodium, ha una grande capacità di adattamento. Questa caratteristica, purtroppo, rende inefficaci tutti i farmaci contro la malaria utilizzati fino ad oggi.
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