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Schiacciante vittoria dei runner africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
27 aprile 2025

Ha deciso di non bere e ha vinto. Tutti i più pericolosi rivali hanno rallentato per rifornirsi d’acqua. Lui no, è scattato e si è involato verso il traguardo. Dove è arrivato solo, soletto in 2h02’27” con 70 secondi di vantaggio sull’immediato inseguitore. Era il 30° km, ne mancavano 12 (e 195 metri) all’arrivo sul vialone (The Mall) che parte da Buckingham Palace.

Il keniano Sabastian Kimaru Sawe, vincitore della London Marathon 2025

È maturato così il trionfo di Sabastian Kimaru Sawe, 30 anni, kenyano di Kapsabet, nella maratona di Londra disputatasi domenica mattina, 27 aprile, in uno dei giorni più caldi (20 gradi) nella storia di questo evento numero 45.

Vittoria grazie a borraccia piena

“La borraccia d’acqua poteva aspettare – ha commentato Sawe quando finalmente si è dissetato all’arrivo – Ho capito di aver un’opportunità di spingere e l’ho fatto”. “Sebastian Sawe è un uomo di poche parole, ma di molti fatti”, scrisse di lui il giornalista Tony Kipkorir.

Re della maratona

Con il successo londinese, gli esperti considerano Sabastian Sawe “il nuovo re incontrastato della maratona (fonte runnersword.com) che contribuisce a mostrare i caratteri e la peculiarità della nuova generazione di maratoneti che sta riscrivendo la storia della corsa”.

Nonostante il suo talento, sono pochissime le persone che conoscono la storia di Sawe e che hanno avuto un ruolo cruciale nella sua carriera.

Nel dicembre 2024 aveva dominato la gara di Valencia, nel 2023 ha vinto la medaglia d’oro per il Kenya ai primi Campionati mondiali di corsa su strada, svoltisi a Riga, in Lettonia. Nel 2022 si era fatto notare in Italia finendo primo alla mezza maratona di Ostia.

Istruzione prima di tutto

Domenica a Londra, alla seconda maratona della carriera, ha segnato il secondo tempo più veloce nella storia dell’evento inglese. Il fatto sorprendente è anche che nella seconda metà della gara ha impiegato mezzo minuto meno della prima.

Eppure, per l’atleta kenyano “Il mio primo obiettivo è sempre stata l’istruzione, poi la corsa. Penso che il segreto sia l’addestramento e la disciplina e la fiducia nei propri mezzi”. A instillargli questi principi – confessò Sabastian in un’intervista a SportPesa News,-  è stato suo zio Abraham Chepkirwork.

Zio ex atleta ugandese

“Mio zio era un ex atleta ugandese. Ha fatto molto per aiutarmi a raggiungere il mio obiettivo. Quando ho iniziato a correre, mi regalava i kit per l’allenamento, mi motivava e mi sosteneva sempre, spingendomi a impegnarmi, a essere paziente e disciplinato”. 

La schiacciante vittoria di Londra, premiata con 55mila dollari (o 44mila sterline) quindi viene da lontano ed è ancor più rilevante se si guarda l’ordine d’arrivo: secondo si è classificato un giovane fuoriclasse, l’esordiente Jacob Kiplimo, 24 anni, ugandese di Kween (recordman della mezza maratona), 30 mila dollari per lui; al terzo posto (22.500 dollari) si è piazzato l’altro kenyano Alexander “Alex” Mutiso Munyao, 28 anni, campione uscente. Munyao ha chiuso in 2:04:20 e superando in volata Abdi Nageeye, 36 anni, olandese nato a Mogadiscio, medaglia d’argento olimpica di Tokyo e campione della maratona di New York (2024).

Il campione olimpico a Parigi nel 2024, l’etiope Tamirat Tola, (chiamato anche l’asso a cinque cerchi,) si è classificato quinto in 2:04:42. Non ha finito di stupire Eliud Kipchoge, giunto sesto col tempo di 2:05:25, all’età di 40 anni. Eliud è il mito del Kenya: il più grande di sempre, già record del mondo, due volte olimpionico e vittorioso a Londra per 4 volte. E’ sempre molto saggio. “Lascio Londra motivato e felice – ha commentato – Nello sport, come nella vita, non ogni tentativo si trasforma in vittoria, ma ognuno ha un suo valore”.

Un’etiope domina gara femminile

In campo femminile, diversamente dallo scorso anno, quando il Kenya realizzò la doppietta uomo-donna, stavolta a dominare, letteralmente, è stata l’etiope ex primatista del mondo, Tigist Assefa, 28 anni, in 2h15’50”.

L’etiope Tigist Assefa vince la gara femminile della London Marathon 2025

L’etiope si è lasciata alle spalle (quasi tre minuti di distacco) la kenyana Joyciline Jepkosgei, 31 anni (prima nel 2021). Assefa però ha consumato una sua vendetta lungamente covata nei confronti della terza, Sifan Hassan, 32, etiope naturalizzata olandese, dalla quale era stata sconfitta ai Giochi di Parigi. Una soddisfazione malcelata, quella di Assefa, che, infatti, dopo essersi fatta tre volte il segno della croce e aver baciato la terra, ha dichiarato: “Quando ho tagliato il traguardo ho provato una felicità estrema: ero davvero molto felice. Sentivo di poter vincere. L’importante era prepararsi bene, ed è quello che ho fatto”.

Seconda donna più veloce

Una felicità immensa: sui 42 km si è rivelata la seconda donna più veloce di sempre. E il suo crono diventa il nuovo primato del mondo in una gara solo femminile, senza aiuti, cioè, di atleti uomini. A questo proposito, giusto rendere onore anche all’italiana Sofia Yaremchuk, 30 anni, atleta dell’Esercito: è giunta settima e ha firmato il nuovo record italiano: 2h23’14”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Alla maratona di Londra i re sono gli atleti keniani

Roma fa affari di guerra in Mozambico dove l’ENI festeggia il centesimo carico di gas

Dal Nostro Esperto di Questioni Militari
Antonio Mazzeo
26 aprile 2025

L’Italia rafforza la partnership militare con il Mozambico puntando gli occhi alle imponenti risorse energetiche del Paese africano. Dall’8 al 12 aprile 2025 il porto di Maputo ha ospitato la fregata FREMM “Luigi Rizzo” della Marina Militare, unità specializzata nella guerra anti-sottomarini.

La fregata Luigi Rizzo della Marina militare italiana in Mozambico

La fregata italiana proveniva dalle acque antistanti la città di Mombasa, Kenya, dove aveva partecipato ad esercitazioni con alcune unità della Marina keniota, nell’ambito della missione europea EUNAVFOR Atalanta di “pattugliamento e protezione dei traffici marittimi” nell’area del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano.

“La presenza della fregata Luigi Rizzo a Maputo ha consentito di rafforzare le relazioni militari tra Italia e Mozambico”, annota il sito specializzato sudafricano Defenceweb.

Durante la visita è stato sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale nel settore della difesa, secondo quanto annunciato giovedì 10 aprile dai rappresentanti del corpo diplomatico italiano nella capitale mozambicana.

“L’accordo, coincidente con il 50° anniversario dei legami diplomatici tra i due Paesi, prevede l’addestramento congiunto, lo sviluppo delle capacità e la potenziale espansione ad altri settori delle forze armate”, spiega Defenceweb.

Minacce marittime

“L’accordo – aggiunge il sito sudafricano – punta a rafforzare l’abilità dei militari del Mozambico nel contrastare le minacce marittime come la pirateria e i traffici illegali, con il sostegno della Marina italiana che recentemente ha sventato due attacchi dei pirati nella regione del Corno d’Africa”.

Lo Stato Maggiore della Marina italiana ha reso noto che nel corso della visita in Mozambico, la FREMM “Luigi Rizzo” ha effettuato alcune dimostrazioni nella baia di Maputo congiuntamente ad unità da guerra locali, mostrando tecniche di “interdizione navale” e contrasto della pirateria, a “protezione” delle rotte commerciali marittime.

“Vogliamo rafforzare le capacità operative della Marina del Mozambico per rendere le sue acque più sicure, raddoppiando gli sforzi per proteggere l’Oceano Indiano, vittima di episodi di pirateria, che aumentano l’insicurezza nella regione”, ha dichiarato ad Agenzia Nova il contrammiraglio Davide Da Pozzo, comandante dell’operazione EUNAVFOR Atalanta.

“Stiamo sviluppando programmi di partnership nei Paesi che visitiamo per garantire il successo delle attività; da metà 2009 ad oggi la missione europea ha prodotto risultati efficaci e negli ultimi anni si sono verificati solo tre episodi di pirateria”, ha aggiunto Da Pozzo.

Episodi di pirateria

L’addetto militare italiano in Mozambico, il colonnello Franco Linzalone, ha reso noto a conclusione della missione della fregata che con i nuovi accordi militari sottoscritti, il personale delle forze armate mozambicane “potrà beneficiare di attività di addestramento e di rafforzamento delle capacità in Italia, oltre ad azioni di scambio di esperienze”. Già in passato i militari del Mozambico hanno svolto corsi di formazione specifica in territorio italiano.

L’Italia partecipa alla Missione di assistenza militare dell’Unione europea EUMAM in Mozambico, che ha lo scopo di addestrare, assistere ed equipaggiare le forze armate e di sicurezza del Mozambico impiegate contro le milizie armate islamico-radicali nella regione settentrionale di Cabo Delgado.

I vertici militari di EUMAM hanno effettuato una visita di “cortesia” a bordo della fregata italiana in sosta a Maputo per uno scambio di esperienze con la missione europea anti-pirateria. EUMAM è stata prorogata recentemente fino al 20 giugno 2026.

Accordo tecnico

L’accordo tecnico di Cooperazione Navale tra Italia e Mozambico è stato firmato il 30 gennaio 2014 dall’allora Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Giuseppe De Giorgi ed il Capo di Stato Maggiore della Marinha mozambicana, Lazaro Menete. In quell’occasione fu dislocato per circa due mesi nelle acque di Maputo, il pattugliatore d’altura “Comandante Borsini”. Un anno e mezzo fa (prima metà di ottobre 2023) un’altra unità da guerra della Marina italiana, il cacciatorpediniere “Durand de La Penne” si era recato in visita nella capitale mozambicana. In quell’occasione fu ospitata a bordo la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.

Il cacciatorpediniere Durand de La Penne della Marina militare italiana

“La tappa a Maputo della nave Durand de La Penne è stata l’occasione per ribadire l’impegno nazionale nella collaborazione con le Forze Armate della Repubblica del Mozambico”, riportò in nota il Comando della Marina italiana. “L’unità ormeggiata ha fatto da cornice agli incontri bilaterali previsti dal Piano di Cooperazione in atto tra le Marine militari di Italia e Mozambico, condotti dalla delegazione del 3° Reparto dello Stato Maggiore”.

In particolare è stato avviato un programma di collaborazione che riguarda il settore dell’Idrografia e delle capacità per le Operazioni di interdizione marittima. La Marina dello Strato africano ha pure aderito al VRMTC (Virtual Regional Maritime Traffic Center), il centro realizzato presso il Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) di Santa Rosa, Roma, per il controllo e la gestione della sicurezza nell’area del Mediterraneo, del Mar Nero, del Golfo di Guinea e dell’Oceano Indiano.

Programma addestrativo

“Durante la sosta, sono continuate a bordo le attività addestrative e capacity enhancement a favore del team di Fuzileiros de Marinha, imbarcato dal 5 al 19 ottobre 2023: si tratta di una unità di fanteria specializzata mozambicana, già obiettivo del programma addestrativo condotto dalla missione militare europea in Mozambico, che ha condotto un intenso periodo di cooperazione con il personale della Brigata Marina San Marco”, ha specificato lo Stato Maggiore.

Sempre a bordo del cacciatorpediniere si sono tenute sessioni addestrative a favore di un team di sommozzatori mozambicani e anche un corso di formazione specialistico sulla “medicina da campo in teatri operativi” a favore degli studenti dell’organizzazione non governativa CUAMM (Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari) per l’Africa.

Come ha sottolineato il sito specializzato Defenceweb, la recente visita della fregata “Luigi Rizzo” ha “posto i riflettori sul maggiore investimento italiano in Mozambico”: il progetto Coral Norte di ENI per la produzione offshore di Gas Naturale Liquefatto (GNL), valore 7,56 miliardi di dollari, nel bacino di Rovuma, nella provincia di Cabo Delgado. Questo progetto è “gemello” di Coral Sul, anch’esso nelle acque ultra- profonde del bacino Rovuma. L’8 aprile 2025, il giorno stesso dell’arrivo a Maputo dell’unità della Marina italiana, il Gruppo ENI ha “celebrato” la spedizione del 100° carico di GNL prodotto dagli impianti della Coral Sul.

Joint venture

Questi ultimi hanno una capacità di liquefazione di gas di 3,4 milioni di tonnellate all’anno. L’area di estrazione è gestita per il 70 per cento da Mozambique Rovuma Venture S.p.A., una joint venture di proprietà di ENI, ExxonMobil e China National Petroleum Corporation (CNPC); il restante 30 per cento è gestito dalle società Enh, Galp e Kogas.

ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado

Gli impatti socio-ambientali e sul clima dell’impianto Coral Sul al largo delle coste mozambicane è stato stigmatizzato dal report “Fiamme Nascoste” presentato a Roma il 26 marzo scorso dall’associazione ReCommon.

Dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, si evince che l’impianto per l’estrazione e liquefazione di gas sarebbe stato “protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022, non adeguatamente riportati dall’azienda petrolifera”.

Proteste ambientaliste

Il flaring consiste nella pratica di bruciare in torcia il gas in eccesso estratto insieme ad altri idrocarburi, che ha impatti rilevanti sul clima, l’ambiente e – in prossimità di centri abitati – sulle persone.

“Solo fra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring avrebbero comportato lo spreco di 435.000 metri cubi di gas, equivalente a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico”, scrive ReCommon.

“Gli episodi si sono ripetuti anche in numerose altre giornate negli anni successivi”, lamenta l’associazione ambientalista. “Per esempio nella giornata del 13 gennaio 2024, secondo le stime basate su dati NASA, per ogni ora di flaring l’ENI avrebbe mandato in fumo tanto gas quanto una famiglia media italiana consuma in 8 anni e mezzo”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Destinazione Europa: dal Mozambico partito il primo supercarico ENI di gas naturale

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Sudan inferno in terra: guerra senza sosta da Khartoum al Darfur

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 aprile 2025

Da dieci giorni il Sudan è entrato nel terzo anno di guerra. Ora i riflettori dei maggiori media si sono nuovamente spenti sull’ex protettorato anglo-egiziano, eppure in questo travagliato Paese si continua a morire. E non solo sotto le bombe, anche di stenti, fame e sete.

Sudan: Sfollati in fuga senza cibo

I contrasti tra le due fazioni, le Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, da un lato e le Forze armate sudanesi (SAF) capitanate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, non tendono a placarsi. Dall’inizio del conflitto oltre 12,4 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case, tra questi 3,4 sono fuggiti nei Paesi limitrofi.

Khartoum sotto tiro

Alla fine di marzo i governativi si sono nuovamente impossessati di Khartoum, tuttavia da ieri la capitale è nuovamente sotto tiro delle RFS. Fonti militari hanno confermato che i paramilitari hanno bombardato il quartier generale delle forze sudanesi con artiglieria pesante. Gli ordigni sono stati sparati da Salha, periferia a sud-ovest di Omdurman, città gemella della capitale, sull’altra sponda del Nilo. Lì i ribelli sono riusciti a mantenere una postazione di armi pesanti.

Zamzam distrutto

Ma la guerra continua anche altrove, specie in Darfur. Vicino Al-Fashir, al capoluogo del Darfur settentrionale, centinaia di civili, tra loro anche 12 operatori umanitari, sono stati ammazzati durante spietati bombardamenti sul campo per sfollati di Zamzam.

Senza pietà, senza rispetto per la vita umana, è stato colpito persino l’ospedale del sito. I racconti dei sopravvissuti sono drammatici: “Siamo fuggiti solo con quello che avevamo addosso e i nostri bambini, il bene più prezioso”.

Zamzam, che prima degli ultimi attacchi ospitava quasi 400.000 sfollati, ora è praticamente vuoto. Secondo le Nazioni Unite, oltre 330.000 persone sono scappate dopo la distruzione di gran parte delle infrastrutture e del blocco dei camion cisterna dell’acqua.

Morti per fame e sete

Noah Taylor, responsabile delle operazioni in Sudan del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, ha raccontato ai reporter della BBC che molti sfollati sono rimasti senza cibo durante la fuga. C’è chi ha masticato foglie per ingannare il senso di fame. Ma una volta arrivati a Tawila (città nel Darfur settentrionale che dista una sessantina di chilometri dal campo di Zamzam) parecchi sono morti di stenti. Altri, invece, sono crollati strada facendo, completamente disidratati a causa delle alte temperature e la mancanza di acqua.

Taylor ha poi aggiunto: “Ci hanno riferito che lungo la strada tra Al-Fashir e Tawila ci sono ancora parecchi cadaveri”.

Violenze sessuali e reclutamenti forzati

Secondo alcune agenzie umanitarie, violenze sessuali e reclutamenti forzati sono in forte aumento, in particolare da parte dei paramilitari guidati da Hemetti.

Alla fine di novembre, come già riportato da Africa-ExPress, in mezzo al deserto tra Libia e Sudan, una quarantina di mercenari colombiani sono caduti in un’imboscata, tesa da combattenti alleati dell’esercito sudanese (SAF). I colombiani facevano parte di un convoglio che trasportava anche armi. Il dispiegamento dei sudamericani è stato possibile grazie all’aiuto delle autorità di Abu Dhabi e del generale libico ribelle Khalifa Haftar e del suo clan da sempre vicini alle RFS, i paramilitari sudanesi.

Ordigni made in Bulgaria 

Il coinvolgimento delle autorità di Abu Dhabi, che l’hanno sempre negato, è stato scoperto per puro caso dai giornalisti dell’emittente France 24 che sono riusciti a identificare gli ordigni bellici trasportati sui camion provenienti dalla Libia.

Ordigni bulgari ritrovati nel deserto tra Libia e Darfur, Sudan (Photocredit France24)

I reporter hanno rivelato che si tratta di proiettili da mortaio, destinati ai paramilitari di Hemetti, prodotti dall’azienda bulgara Dunarit, poi venduti agli Emirati Arabi Uniti. La vendita del materiale bellico è stata autorizzata dalla Commissione interministeriale per il controllo delle esportazioni di armi di Sofia, visto che il destinatario, cioè gli EAU, non è sotto sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Coinvolgimento EAU e Libia

La società emiratina, un’azienda pubblica, International Golden Group, ben nota per le sue implicazioni in dirottamento di armi verso Paesi sottoposti a embargo, è stata menzionata nei documenti della Dunarit come “importatrice” verso l’EAU. Nel 2016, 2022 e 2023, il suo nome è stato associato alle violazioni dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia.

Proiettili da mortaio made in Bulgaria, Stato membro dell’Unione Europea, sono stati utilizzati per colpire edifici pubblici, mercati, ospedali, uccidendo migliaia di civili sudanesi. E poiché i ribelli sudanesi dell’RSF sembrano alleati delle milizie paramilitari russe dell’Africa Corps, c’è da supporre, senza necessariamente avere una grande fantasia che il materiale bellico prodotto da un Paese NATO potrebbe essere finito anche in mano anche agli arcinemici russi. Più la gente muore, più i fabbricanti d’armi guadagnano.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Mercenari colombiani combattono in Sudan con gli ex janjaweed

 

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Con “l’Occidente contro il resto del mondo” si rischia la catastrofe

Africa ExPress pubblica opinioni
provenienti da una vasta gamma
di prospettive  al fine
di promuovere un dibattito
costruttivo su questioni importanti.

OPINIONE
Angelo d’Orsi
25 Aprile 2025

Sono almeno dieci-quindici anni che la russofobia – che è paura del mondo russo, ma anche la sua espunzione dalla “civiltà” – ci sta ammorbando, sta ottenebrando le nostre menti, sta condizionando i nostri pensieri, indirizzandoci anno dopo anno, giorno dopo giorno, verso la possibilità di un conflitto armato contro Mosca.

Dal 2022 quella possibilità è diventata, nelle parole irresponsabili di gran parte della classe politica euro-occidentale, una necessità alla quale, presto o tardi, dovremmo sottostare.

Vladimir Putin, presidente Russo

E in un crescendo spaventoso, dopo l’arrivo di Donald Trump alla White House, con le sue promesse di porre termine al conflitto in Ucraina (NATO vs. Federazione russa combattuto sul suolo ucraino ma anche sempre di più in territorio russo), ormai la guerra, una guerra totale tra Europa/Occidente e Russia/Oriente ci viene presentata non soltanto come necessità, ma come necessità inderogabile e urgente.

Tre Stati in difficoltà

Un asse a tre, franco-anglo-tedesco, ossia di tre Stati in gravi difficoltà politiche ed economiche interne, si è costituito per aggredire l’Orso russo, preannunciando un destino di morte per l’intera Europa, atto finale del suicidio dell’Occidente.

La novità legata a Trump, non è soltanto una inaspettata e grottesca accelerazione della crociata antirussa, da parte degli europei – quasi tutti i leader della UE – proprio nel momento in cui si cerca una via di tregua, e di pace, per la prima volta dopo i tentativi di arrivare ad un accordo fermati dall’Amministrazione Biden due anni or sono.

La novità ulteriore è che nell’orgia bellicistica noi occidentali, noi bianchi, noi dominatori che sentiamo minacciato il nostro dominio, avendo smarrito l’egemonia planetaria, allarghiamo la platea dei nemici, e alla Russia aggiungiamo la Cina.

Asse euroatllantico

Ed ecco ricompattarsi in qualche modo l’asse euroatlantico (USA-UE), contro il “pericolo giallo”. È curioso, anzi, che quando Trump tenta di riaprire il canale di dialogo con Putin, gli europei si scandalizzino e urlino “Traditore!”. Quando invece il medesimo Trump sbraita contro la Cina ecco i nostri politici pronti a seguirlo e incoraggiarlo, del tutto ignari di una realtà: il sogno di una parte cospicua della leadership “bianca”, al di qua e al di là dell’Atlantico, rischia, a maggior ragione, di trasformarsi in incubo.

Questo non soltanto perché la Repubblica Popolare Cinese è a un passo dall’essere la prima superpotenza economica del Pianeta (ultimo tasso di sviluppo registrato in queste settimane è del 5,4%), ed è già in testa alla produzione e alla ricerca sul piano della ricerca scientifica e tecnologica (in una classifica appena resa nota sulle città scientifiche del mondo, troviamo ai primi posti Shangai e Pechino); ma soprattutto perché grazie a scelte demenziali dei nostri governanti europei, abbiamo spinto la Russia verso l’abbraccio con la Cina.

Xi Jinping, presidente della Cina

Come si può essere più stolti? E come si può immaginare un conflitto con queste due superpotenze, tanto più in una fase storica di annunciato pur parziale disimpegno statunitense dal ruolo di “protettore” degli europei?

Aumento spese belliche

Un disimpegno che peraltro non rinuncia a chiederci, con i modi bruschi e semplicemente cafoneschi di Donald, a imporci un aumento della spesa militare, e di conserva una pari riduzione delle spese sociali: in sintesi, un’accelerazione del passaggio in corso da anni dell’Europa dal welfare al warfare.

Ed è a dir poco sconfortante la piaggeria con cui la nostra “capa” del governo dopo essersi genuflessa a Donald, abbia accolto in posizione altrettanto piegata, il suo vice Vance, praticamente offrendo persino più di quello che Uncle Sam chiedeva.

Soldi per armi, acquisto gas (GNL, che costa 4 volte il gas naturale russo), acquisto armi, investimenti negli USA, e non so cos’altro.  Un magnifico esempio di “sovranismo”…

Paravento politico

In tale scenario, noi cittadini dobbiamo subire tacendo? Per nostra fortuna cento fuochi si accendono in tutto il Continente, e oltre, dentro e fuori dei confini della UE che altro non è, ormai, che il paravento politico della NATO.

Per fortuna del Pianeta sono nati i BRICS, un’alleanza commerciale stabile tra alcuni dei maggiori Stati della Terra, un’alleanza che è a un passo dal diventare anche politica e probabilmente militare. Mettersi contro la Russia, e la Cina, oggi implica il rischio di un incendio planetario.

È questo che l’umanità e la Terra tutta, intesa come organismo vivente che ha urgente necessità di cure, desidera? È questo di cui alcuni miliardi di poveri hanno bisogno?

Gli intellettuali e le masse

Spetta agli intellettuali aiutare le masse, proprio a cominciare da quelle deprivilegiate, a prendere coscienza del pericolo in cui versiamo e a farle ritornare protagoniste della storia, attrici della contemporaneità,

Dunque, siamo in un tornante storico pericolosissimo, ma, proprio perciò, in fondo, questo tornante è aperto a innumerevoli possibilità. Inevitabile citare il presidente Mao Zedong: “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.

Angelo d’Orsi*
angelo.dorsi@unito.it

*Allievo di Norberto Bobbio con cui si è laureato in Filosofia del Diritto. Ancora prima aveva già pubblicato due libri, La macchina militare (1971) e La polizia (1972) che hanno contribuito alla democratizzazione delle forze armate e delle forze di polizia e aperto la via a leggi sull’obiezione di coscienza e sulla smilitarizzazione della Polizia. Sul tema dell’antimilitarismo e del pacifismo si è impagnato con Aldo Capitini, scrivendo sulle sue riviste.
Ha collaborato con vari atenei italiani e svolto corsi in Brasile (varie università), Parigi (Sorbona, Sciences Po, EHESS, Paris XII…), tenuto seminari e conferenze in diverse nazioni europee (Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Spagna), e in America Latina (Messico, Brasile, Venezuela).
Si è impegnato in diverse azioni di contrasto alla guerra con saggi, articoli, pubbliche conferenze, convegni, manifestazioni di piazza, anche fuori d’Italia. E’ studioso di Gramsci cui ha dedicato gran parte della sua ricerca e del suo insegnamento.

Maratona di Boston: nuovo strepitoso trionfo dei runner kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
23 aprile 2025

John Korir sedeva ancora sui banchi di scuola, quando suo fratello Wesley nel 2012 si affermava nella più antica maratona del mondo, quella di Boston (Massachusetts).

Sharon Lokedi, all’epoca di poco più grande, aveva appena cominciato a studiare infermieristica ed economia.

Sharon Lokedi e John Korir, vincitori della Maratona di Boston (USA)

Scarpe con “le ali”

Entrambi kenyani, John e Sharon, hanno volato (con scarpe avveniristiche) sulle strade di Boston e hanno conquistato la 129° edizione della maratona americana, cui hanno preso parte oltre 30 mila runners (fra cui 350 italiani).

Ormai sembra diventata un affare di Stato (kenyano) e un affare familiare (sempre kenyano) la prestigiosa gara dei 42,195 km disputatasi il 21 aprile scorso (funesto giorno del lunedì dell’Angelo per la Chiesa, Patriot’s Day per gli americani).

John Korir, 28 anni, arrivato quarto due anni fa, ha avuto la soddisfazione di esultare sul podio più alto dove 13 anni fa era salito il suo (più) grande fratello, Wesley, oggi quarantaduenne.

Bonus 50mila dollari

Sharon Lokedi, 31 anni, ha stabilito il nuovo record della corsa con il tempo di 2h17’22” (con bonus di 50 mila dollari) ha allungato la serie dei successi femminili kenyani, ininterrotta dal 2001, e ha bruciato le speranze della connazionale Hellen Obiri, 35 anni, di vincere per la terza volta consecutiva la competizione.

Due successi sonanti per John e Sharon (150 mila dollari a testa per il primo posto), che alle spalle hanno altrettanti trionfi nelle più importanti maratone mondiali. Korir, infatti, ha conquistato la gara di Chicago nell’ottobre scorso, la Lokedi quella di New York nel novembre di due anni fa.

“Troppe volte sono arrivata alle sue spalle – ha commentato la vittoriosa Lokedi alludendo alla Obiri – stavolta però mi ero ripromessa che non doveva succedere. Devo lottare fino alla fine e vedere come va”.

Ispirato dal fratello campione

“Mio fratello Wesley mi aveva avvertito che il percorso da Hopkinton a Boston’s Copley Square sarebbe stato veloce, ma duro e mi aveva invitato a credere in me stesso – ha dichiarato John all’arrivo dove è giunto in 2h4’45” (il secondo tempo più veloce nella storia di questa maratona, ndr)  –. Ho seguito il suo consiglio e ora siamo entrati nella storia”. All’arrivo è stato proprio Wesley a correre incontro al ‘fratellino’ e abbracciarlo, dopo aver fatto salti di gioia non appena si è reso conto che John sarebbe arrivato primo al traguardo storico di Boylston Street.

E pensare che la gara era cominciata male per il kenyano: alla partenza è inciampato e sembrava aver perso il pettorale. Lo ha tirato fuori dai pantaloncini mentre sprintava sul traguardo. “Qualcuno mi ha fatto cadere da dietro”, ha raccontato.

I fratelli John e Wesley Korir

I due fratelli, originari di Kitale, sono molto uniti e non solo nell’Atletica: Wesley Korir ha utilizzato parte del premio vinto a Boston nel 2012, per costruire un ospedale in Kenya. E John ha promesso di devolvere parte della sua vincita alla Transcend Talent Academy, una scuola senza scopo di lucro sponsorizzata dalla Kenyan Kids Foundation. L’istituto, che sorge a Cherangany, nella contea nordoccidentale di Trans-Nzoia, offre borse di studio ai bambini dotati, ma bisognosi.

Ex parlamentare

Wesley ha… corso anche per il Parlamento: è stato deputato dal 2013 al 2017. Laureatosi in Biologia negli Stati Uniti, si è impegnato sia nella scuola Transcend (nel 2014 è stato girato un omonimo documentario) sia per la sanificazione dell’acqua nel suo Paese, perché, è solito dire: “L’acqua è una medicina e se usiamo l’acqua pulita evitiamo l’80 per cento delle malattie”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Etiopia e Kenya si spartiscono il podio alla 128a maratona di Boston

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“Giù le mani dall’Africa”: i viaggi del Papa nel continente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 aprile 2025

L’Africa piange Papa Francesco.  E non solamente i quasi 280milioni di cattolici, ossia il 20 per cento dei fedeli a livello globale, che vivono nel continente. La morte di Papa Francesco ha suscitato emozione e cordoglio ovunque.

Papa Francesco in Africa

La voce di chi voce non ha

Le parole e l’impegno del Santo Padre non erano rivolti solo ai fedeli, lui era la voce di chi voce non ha. Lo ha sottolineato anche Mahamoud Ali Youssouf, neo-eletto presidente della Commissione dell’Unione Africana, ex ministro degli Esteri di Gibuti: “Si è impegnato sempre con grande coraggio per il nostro continente, ha difeso la pace e la riconciliazione e ha sempre mostrato grande solidarietà con le popolazioni colpite da conflitto e povertà”.

Parole simili sono state espresse da gran parte dei leader africani che hanno apprezzato l’impegno di Bergoglio per la pace e i cambiamenti climatici. Il presidente nigeriano, Bola Tinubu, lo ha definito addirittura come “L’instancabile paladino dei poveri”.

Dieci Paesi

Durante il suo pontificato si è recato ben cinque volte nel continente, dove ha visitato 10 Paesi: Kenya, Repubblica Centrafricana e Uganda nel 2015. Due anni più tardi è andato in Egitto e nel 2018 in Mozambico Nel 2019 stato in Marocco e in due Stati insulari, Madagascar e Mauritius e infine, nel 2023 nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan, la più giovane nazione della Terra.

Dopo quasi 10 anni, il Kenya, prima tappa del tour africano di Bergoglio nel 2015, ricorda ancora oggi il suo forte messaggio alle autorità del Paese: “Lavorate per la pace, la riconciliazione e il perdono”.

Continente della speranza 

Poi, appena atterrato in Uganda, Papa Francesco si è rivolto alla popolazione con queste parole “Il mondo guarda all’Africa come al continente della speranza”. Ha anche elogiato le autorità per l’ accoglienza dei profughi provenienti dai Paesi limitrofi. La tappa in Uganda è stata improntata anche sui martiri cattolici e anglicani, molti dei quali arsi vivi per non aver rinnegato la propria fede.

Giubileo 2015

il Papa apre la porta santa a Bangui, Centrafrica, nel 2015

La visita papale è stata davvero significativa in Centrafrica, allora ancora sconvolta da un sanguinoso conflitto interno. Il 29 novembre del 2015, Francesco ha voluto aprire il Giubileo a Bangui, capitale della ex colonia francese, e non a San Pietro a Roma.

Allora, appena sceso sul sagrato della cattedrale di Bangui, dove era arrivato con una papamobile senza protezione, con accanto l’imam, aveva detto: “Per Bangui, per tutta la Repubblica Centrafricana, per tutto il mondo, per i Paesi che soffrono a causa della guerra, chiediamo la pace!”.

Con il viaggio apostolico del 2015 il Papa ha voluto ripristinare il rapporto tra il Vaticano e l’Africa, relazione trascurata dai suoi predecessori.

In Mozambico Bergoglio aveva esortato le autorità di “lavorare insieme per il bene comune”. Si era anche congratulato con la Chiesa del Paese, in particolare con la Comunità di Sant’Egidio, per il suo coinvolgimento nel processo di pace. Il Pontefice aveva poi sottolineato l’importanza della speranza, pace e riconciliazione.

In Egitto il capo della Chiesa cattolica ha tenuto una conferenza internazionale sulla pace presso l’Università di Al-Azhar, il più antico ateneo islamico e la più alta istituzione accademica dell’islam sunnita. Il Papa era stato invitato a recarsi nel Paese non solo dal presidente egiziano Abdel Fatah Al-Sissi, ma anche dal Patriarca copto ortodosso Tawadros II, dal Grande Imam di Al-Azhar Sheikh Ahmed Al-Tayyeb e dal Patriarca copto cattolico Ibrahim Isaac Sidrak.

Dietro invito del re Mohamed IV, il successore di San Pietro si era recato anche in Marocco. Durante un incontro con sorelle e fratelli musulmani, il Papa aveva precisato che, secondo lui, le religioni devono essere veicoli per la promozione di pace, di giustizia e di salvaguardia del creato, oltre che per la difesa della dignità umana.

Povertà diffusa

A Antananarivo, capitale del Madagascar, il pontefice era stato accolto da centomila giovani e quasi un milione di fedeli. A tutti, ai malgasci e al resto del mondo, Papa Francesco aveva rivolto un appello: “Guardiamoci intorno: quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi di tutto!”.

Mentre a Akamasoa, “Città dell’Amicizia” fondata dal padre lazzarista Pedro Opeka, che aveva conosciuto in Argentina, il Santo Padre aveva invitato i vescovi ad essere “seminatori di pace e di speranza”.

Nell’altro Stato insulare, la Repubblica di Mauritius, il Papa, ha elogiato gli sforzi dei mauriziani per favorire l’incontro tra culture, civiltà e tradizioni religiose diverse, contribuendo così alla lotta contro ogni discriminazione.

Appello ai negoziati

In occasione della sua visita in Sud Sudan, che ha ottenuto l’indipendenza solamente nel 2011, aveva incoraggiato le donne sud sudanesi di “essere i semi di un nuovo Sud Sudan, senza violenza, riconciliato e pacificato”.

Poche settimane prima della sua morte, Francesco aveva fatto un appello al Sud Sudan, nuovamente sull’orlo di un nuovo conflitto interno, di aprire i negoziati di pace.

Sfruttamento risorse

“Giù le mani le mani dall’Africa, basta! Smettete di sfruttare questo continente”, è l’appello lanciato da Kinshasa in occasione della visita del Papa nel 2023.

Il Pontefice a Kinshasa (RDC), nel 2015, con il presidente Felix Tshisekedi

La Repubblica Democratica del Congo è “come un diamante” in Africa, ma è “diventata fonte di discordia, di violenza e, paradossalmente, di impoverimento della popolazione”, ha precisato il Pontefice a Kinshasa durante la sua ultima visita nel continente nel febbraio 2023.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

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E’ morto l’ultimo baluardo contro le guerre: Francesco, il Papa che ha tentato di riformare la Chiesa

Dalla Nostra Vaticanista
Emanuela Provera
21 aprile 2025

The English version is here

Nato nel 1936 da genitori italiani immigrati in Argentina, diplomato come perito chimico, alunno nel seminario Villa Devoto[1] di Buenos Aires: non sembrano le premesse di un futuro Papa della Chiesa cattolica apostolica romana.

Eppure la carriera ecclesiastica di Jorge Mario Bergoglio è ininterrotta dal quel lontano 1969 in cui fu ordinato sacerdote, a quando nel 1958 si unì all’ordine dei Gesuiti e nel 1992 fu nominato, da Karol Józef Wojtyła, vescovo ausiliare di Buenos Aires, città di cui divenne arcivescovo fino al 13 marzo 2013 quando fu eletto 266° papa della Chiesa.

Papa Francesco

Consenso trasversale

Le parole dei fedeli, riuniti in preghiera in Piazza San Pietro domenica 23 febbraio, dicono molto dell’impatto che il pontificato di Bergoglio ha avuto sul popolo dei credenti: “Speriamo che Dio ascolti le nostre preghiere per la guarigione del Papa”, “Non lasciarci Papa Francesco, abbiamo bisogno più che mai di te”, e così via.

Anche i post sui social sono la manifestazione del consenso trasversale consolidatosi in questi anni: “Sono vicino a Papa Francesco e da Musulmano che ama Gesù e la vergine Maria…avrò un pensiero e una preghiera per lui”, insomma una specie di redentore universale.

Anatemi contro la guerra

Durante il suo pontificato, Papa Francesco è stato un fervente sostenitore della misericordia e della giustizia sociale. Ha lanciato anatemi contro la guerra, durante la preghiera dell’Angelus di domenica 23 febbraio nel suo discorso, diffuso in forma scritta, affermava: “Mentre rinnovo la mia vicinanza al martoriato popolo ucraino, vi invito a ricordare le vittime di tutti i conflitti armati e a pregare per il dono della pace in Palestina, in Israele e in tutto il Medio Oriente, in Myanmar, nel Kivu e in Sudan”.

Ha condotto iniziative significative per riformare la Curia Romana, affrontando coraggiosamente temi globali come il cambiamento climatico, per esempio con l’enciclica “Laudato Si'”.

Ha anche promosso il dialogo interreligioso, lavorando per costruire ponti di comprensione tra diverse fedi.

Fallita lotta agli abusi

Ha promulgato decreti che hanno imposto ai movimenti ecclesiali (come Comunione e Liberazione, Opus Dei, Movimento dei Focolari) di riscrivere i propri Statuti, in un’ottica di ridimensionamento del potere sulle persone, ma di valorizzazione dei carismi.

Eppure c’è un’oggettività democratica, storica, altrettanto innegabile e fatta di ricerca, studio, dati alla mano: la lotta agli abusi nella chiesa cattolica è stata persa e ha svuotato le chiese, disaffezionando migliaia di credenti in tutto il mondo; anche per questo purtroppo dobbiamo ricordare Jorge Mario Bergoglio.

Fatto di attualità

Nonostante le sue buone intenzioni, il Papa ha fallito inesorabilmente nel tentativo impossibile di frenare gli abusi (di coscienza, spirituali e sessuali) salvando l’immagine dell’Istituzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, specialmente in Italia.

Per citare un fatto di attualità, Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, è stato recentemente rinviato a giudizio dai magistrati della Procura di Enna per falsa testimonianza nel processo che ha condotto in carcere un suo pupillo, il seminarista ora prete Giuseppe Rugolo, condannato in primo grado a quattro anni e mezzo per violenza su minori.

Il Coordinamento italiano, di gruppi e persone, Italy Church Too ha chiesto alla Conferenza episcopale italiana la costituzione di una commissione indipendente sugli abusi commessi dai chierici ma è rimasto inascoltato, nonostante il precedente di una indagine autonoma nella Diocesi di Bolzano Bressanone ad opera di uno Studio Legale esterno agli ambienti ecclesiastici.

Identità profonda

Non è possibile combattere gli abusi clericali senza riconoscere, secondo il pensiero del filosofo Slavoj Žižek, che la pedofilia è inscritta in modo profondo nell’identità stessa dell’Istituzione.

Mentre Bergoglio era in ospedale e combatteva contro una polmonite bilaterale Laura Sgrò, nota in ambiente ecclesiastico per essere Avvocato Rotale e Avvocato patrocinante presso la Corte di Appello dello Stato della Città del Vaticano, annunciava infatti il suo ultimo libro, in librerie dal 4 marzo 2025: “Stupri sacri”.

Edito dalla casa editrice Rizzoli raccoglie le storie di Gloria, Mirjam, Samuelle e di tante altre suore che si sono ribellate agli abusi dentro la Chiesa. Il prossimo Papa dovrà cominciare da qui.

Emanuela Provera
donnadrusilla@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] https://www.sembue.org.ar/index.php/fundacion/

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The last bulwark against wars has died: Francis, a Pope who tried to reform the Catholic Church

From Our Vatican Correspondent
Emanuela Provera
April 21, 2025

La versione in italiano si trova qui

Born in 1936 to Italian immigrant parents in Argentina, chemic graduate, alumni at the Villa Devoto Seminary[1] in Buenos Aires: these do not sound like the makings of a future Pope of the Roman Catholic Apostolic Church.

Yet Jorge Mario Bergoglio’s ecclesiastical career is unbroken from that distant 1969 when he was ordained a priest. In 1958 he joined the Jesuit order and in 1992 he was appointed, by Karol Józef Wojtyła, auxiliary bishop of Buenos Aires, the city of which he became archbishop until March 13, 2013 when he was elected the Church’s 266th Pope.

Consensus

The words of the faithful, gathered in prayer in St. Peter’s Square on Sunday, Feb. 23, say much about the impact Bergoglio’s pontificate has had on believers: “We hope God hears our prayers for the Pope’s healing,” “Don’t leave us Pope Francis, we need you more than ever.”

The posts on social media are also a manifestation of the consensus that has been consolidated in recent years: “I am close to Pope Francis and as a Muslim who loves Jesus and the Virgin Mary…I will have a thought and a prayer for him,” in short, a kind of universal redeemer.

Anathemas against war

During his pontificate, Pope Francis has been a fervent advocate of mercy and social justice. He has issued anathemas against war; during the Angelus prayer on Sunday, Feb. 23, in his address, circulated in written form, he stated, “As I renew my closeness to the martyred people of Ukraine, I invite you to remember the victims of all armed conflicts and to pray for the gift of peace in Palestine, Israel and throughout the Middle East, Myanmar, Kivu and Sudan.”

He has led significant initiatives to reform the Roman Curia, boldly addressing global issues such as climate change, for example with the encyclical “Laudato Si’.”

He also promoted interreligious dialogue, working to build bridges of understanding between different faiths.

Failed to combat abuse

He has promulgated decrees that have required clerical associations (such as Communion and Liberation, Opus Dei, Focolare Movement) to rewrite their statutes, with a view to downsizing power over people.

Yet there is a historical objectivity that is equally undeniable and made of research, study, and data at hand: the fight against abuse in the Catholic Church has been lost, it has emptied the churches, disaffecting thousands of believers all over the world. While the structure of the Catholic Church is at the base of this loss, unfortunately we must remember Jorge Mario Bergoglio also for this.

Topical fact

Despite his good intentions, the Pope has failed inexorably in the impossible attempt to curb abuses (of conscience, spiritual and sexual) while saving the image of the institution. The result is there for all to see, especially in Italy.

To cite a topical fact, Monsignor Rosario Gisana, bishop of Piazza Armerina, was recently indicted by magistrates of the Public Prosecutor’s Office of Enna for perjury in the trial that led to the imprisonment of one of his pupils, the seminarian now priest Giuseppe Rugolo, who was sentenced in the first instance to four and a half years for violence against minors.

The Italian Coordination of groups and individuals, Italy Church Too, has asked the Italian Bishops’ Conference for the establishment of an independent commission on abuse committed by clerics but has gone unheeded, despite the precedent of an independent investigation in the Diocese of Bolzano Bressanone by a law firm outside church circles.

Deep identity

It is not possible to combat clerical abuse without recognizing, according to the thinking of philosopher Slavoj Žižek, that pedophilia is deeply inscribed in the very identity of the institution.

While Bergoglio was in the hospital battling bilateral pneumonia, Laura Sgrò, known in ecclesiastical circles for being a Rotal Lawyer and Advocate at the Court of Appeals of the State of Vatican City, announced her latest book, in bookstores from March 4, 2025: “Sacred Rape.”

Published by Rizzoli publishing house, it collects the stories of Gloria, Mirjam, Samuelle and many other nuns who rebelled against abuses inside the Church. The next Pope will have to start here.

Emanuela Provera
donnadrusilla@gmail.com
© ALL RIGHT RESERVED

[1] https://www.sembue.org.ar/index.php/fundacion/

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Guerre e propaganda: l’informazione è un diritto che ci vogliono togliere

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
Milano, 18 aprile 2025

Da un po’ di tempo continua ad affiorare nella mia mente una arguta frase pronunciata qualche anno fa da Noam Chomsky. Mi pare che sia diventata attualissima e recita: “Se vuoi controllare un popolo, crea un nemico immaginario che appaia più pericoloso di te, quindi presentati come il loro salvatore”.

In questi giorni siamo subissati da commenti e informazioni mirate, anche false, che puntano a creare nell’opinione pubblica una reazione favorevole al riarmo, inducendo un’irrazionale paura verso un nemico impersonato da Putin, dalla Russia, dai palestinesi e/o da Hamas.

La tecnica è semplice e non l’ha di certo inventata Ursula von der Leyen, ma piuttosto un suo compatriota, Joseph Goebbels, che, in un discorso tenuto il 18 febbraio 1943 a Berlino, aveva infiammato le folle.

Capolavoro retorico

Il capo della propaganda nazista nel suo comizio, definito da molti un capolavoro retorico infarcito di falsità, aveva convinto la massa in ascolto della necessità ineluttabile alla difesa della patria, minacciata dagli ebrei. Raccontando bugie spericolate, pericolose ma anche, a una attenta analisi, inverosimili, aveva inculcato nella gente il folle concetto dell’obbligo di una guerra totale contro gli aggrediti dal suo regime ma da lui presentati invece come aggressori: gli Alleati.

Goebbels con quel discorso era riuscito a distorcere la realtà. Così la gente, suggestionata ma anche impaurita, era stata convinta ad appoggiare la guerra hitleriana. Anzi a fare in modo che ciascun individuo si trasformasse in un propagandista di questa necessità inevitabile.

Programma liberticida

Il programma liberticida di Goebbels era complesso e scientifico: il capo nazista aveva già teorizzato che per realizzare l’egemonia del suo partito si doveva ottenere il controllo totale dei media necessario a sua volta per manipolare liberamente menti e coscienze.

Ma non solo: Goebbels aveva teorizzato che la guerra totale si poteva realizzare soltanto sottomettendo tutti gli aspetti della vita civile alle esigenze belliche.

Disinformazione e propaganda

Ciò che sta accadendo in questi ultimi anni non può che far riflettere su quanto ha scritto Chomsky e su sull’uso della propaganda per manipolare le masse e convincerle della necessità di qualcosa: in questo caso la guerra.

La disinformazione è alla base della propaganda. Si diffondono informazioni semplici e/o parziali che fanno però breccia nell’imaginario collettivo: nel caso dell’Ucraina l’equazione aggredito/aggressore che istintivamente induce l’opinione pubblica a schierarsi con chi ha subito una prepotenza irresponsabile, cioè con l’aggredito.

Non importa se l’aggredito ha violato patti, accordi, trattati, intese. Agli occhi dell’opinione pubblica e degli analisti naif appare la vittima, mentre l’aggressore impersona il carnefice.

Violenza selvaggia

Nel caso della Palestina la violenza selvaggia del feroce e brutale attacco portato il 7 ottobre 2003 contro il festival musicale israeliano appena fuori la Striscia di Gaza, ha indotto la gente ad allinearsi con Israele.

Passa in secondo piano il fatto che in Palestina un popolo da quasi 80 anni viva in una prigione a cielo aperto in condizioni di segregazione razziale.

E così in entrambi i casi il mainstream si è guardato bene dal menzionare la violazione da parte ucraina degli accordi di Minsk e l’inosservanza da parte israeliana delle delibere dell’ONU che prevedono la creazione dello Stato di Palestina.

Messaggio fuorviante

Il messaggio che viene trasmesso all’opinione pubblica è quindi fuorviante e manipolatorio anche perché il tutto viene condito da notizie non verificate, né dai giornalisti sui media, né dai cosiddetti commentatori sui social.

Qualche giorno fa ho ascoltato una giornalista prestigiosa e di peso che sosteneva di aver appreso una notizia favorevole all’Ucraina dai servizi in intelligence. Sono sobbalzato sulla sedia.

Nel mio lavoro mi è capitato spesso di aver a che fare con spie e 007 che si presentavano alcune volte a viso scoperto, altre che individuavo come tali dopo un po’. Non ho mai pubblicato una notizia fornitami da un agente dell’intelligence senza averla prima verificata personalmente.

Il mio direttore di riferimento, Piero Ottone, colui che mi ha insegnato il mestiere di giornalista, sosteneva che uno dei compiti degli agenti dei servizi segreti è quello di mentire e di servire la disinformazione.

Perché quindi un giornalista diffonde una notizia senza prima verificarne la veridicità? Qual è il vero interesse? Solo semplice ignoranza?

Post da brividi

In questi giorni mi sono poi imbattuto in un post diffuso in chat e sono rabbrividito: “Pare che l’invasione dei paesi baltici sia prossima. Gli Americani hanno dichiarato che solo gli europei dovranno difendersi da un eventuale attacco russo a Paesi NATO. Resta l’ombrello nucleare, ma hanno ufficialmente dichiarato che non interverranno in massa. Viene letto come un disco verde alla Russia”.

Un messaggio di questo genere ha il solo scopo di diffondere paura e angoscia nell’opinione pubblica. Il fine ultimo è quello di convincerla della necessità di armarsi, senza se e senza ma. Sembra scritto sotto dettatura dalla CIA, infatti non rivela la fonte della notizia che viene introdotta da un “Pare che…”

Sdoganati i tuttologi

Ormai da anni la televisione ha sdoganato i tuttologi di professione. Così, persone che hanno visto la guerra solo in televisione, ben seduti sulla loro poltrona, si permettono di dare giudizi, dispensare consigli, distribuire ammonimenti, elargire raccomandazioni.

A giudicare da come giustificano le loro opinioni si può facilmente arguire che sono stati catturati dalla propaganda. Infatti in molti casi non rispondono alle argomentazioni degli altri con contestazioni puntuali e appropriate, ma insultando chi ha idee diverse che non collimano con le loro.

Masochismo inconscio

Sono la prova vivente di come funziona la manipolazione delle masse, una tecnica strettamente collegata a disinformazione e ignoranza.  E di come le teorie di Goebbels possono provocare immani catastrofi. La propaganda è ingegnosa perché induce le persone a scegliere cose che le danneggiano. Una sorta di masochismo inconscio.

Molti italiani, convinti che la Russia stia per invaderci, ritengono infatti che spendere soldi per riarmarci sia un investimento migliore rispetto a quello di investire in ospedali, istruzione o infrastrutture.

Bailamme informativo

In questo bailamme di informazioni spesso false e orientate, balza agli occhi meno addormentati il martellamento sull’intenzione di Putin e della Russia di invadere l’Europa occidentale (qualcuno si era spinto a ipotizzare l’assalto dei cosacchi a Lisbona).

Un’ipotesi naif frutto solo della fantasia di chi pensa che sia necessario difendere gli interessi americani in Europa orche gli americani difendono i nostri. Cosa che finalmente è chiaro che sia palesemente falsa.

Non ci sono dubbi invece che una pace con la Russia sarebbe vantaggiosa per tutto il continente. Basti pensare che potremmo rifornirci di petrolio a gas a prezzi molto più vantaggiosi di quelli attuali.

Già, ma la pace si fa in due. Ecco perchè la propaganda filoamericana sostiene sia Putin che non vuole trattare, e quindi non vuole la pace. Viceversa quella filorussa, dà la colpa a Zelensky.

Le guerre, diceva qualcuno, si vincono o con la forza o con l’inganno. Per la pace ci vuole, invece, buona volontà e fiducia.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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USA schiera cacciabombardieri a Diego Garcia pronti a attaccare Teheran

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 aprile 2025

Due settimane fa una ventina di organizzazioni civili è scesa nelle strade e nelle piazze di Port Louis, capitale delle Mauritius per chiedere l’immediata chiusura della base militare statunitense-britannica Diego Garcia.

Quando gli elefanti litigano, è l’erba a rimanere schiacciata. Vista la crescente tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran, la popolazione teme, che il regime di Teheran possa bombardare la roccaforte americana nell’arcipelago. I manifestanti hanno anche chiesto la demilitarizzazione dell’Oceano Indiano.

Bombardieri strategici USA

Dalla fine di marzo Washington ha posizionato nella base bombardieri strategici che possono trasportare sia armi convenzionali sia quelle termonucleari, pronti a attaccare l’Iran nel caso dovessero fallire i dialoghi sul nucleare tra i due Paesi.

Bombardieri strategici B2 USA a Diego Garcia, Mauritius

E per tutta risposta Teheran ha minacciato di bombardare, come temuto dai mauriziani, la base Diego Garcia, che si trova nell’arcipelago delle isole Chagos.

Sovranità isole Chagos

Solo a ottobre, dopo anni di tira e molla, i governi di Gran Bretagna e Mauritius hanno finalmente trovato un accordo sulla sovranità del gruppo di isole, fino a allora territorio britannico d’oltremare nell’Oceano Indiano. Ma già nel 2019 la Corte Internazionale dell’Aja aveva accolto positivamente la rivendicazione della Repubblica di Mauritius e ha chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alla sovranità delle isole Chagos, un piccolo arcipelago che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano, compresa la base militare di Diego Garcia.

Base militare rimane a Londra

Pur avendo ottenuto la sovranità, le due parti hanno concordato che Londra potrà mantenere la base militare a Diego Garcia, condivisa con Washington, per un periodo iniziale di 99 anni, al fine di “garantirne il funzionamento a lungo termine, in quanto svolge un ruolo vitale nella sicurezza regionale e globale”. Anche l’allora presidente americano, Joe Biden, aveva molto apprezzato l’accordo tra Regno Unito e Mauritius.

Minacce USA

Ancora la settimana scorsa Trump aveva dichiarato che non esclude un’azione militare contro l’Iran se i colloqui tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff, si dovessero concludere senza un accordo. Il taycoon aveva poi aggiunto che Israele sarebbe stato leader di questa operazione militare.

Cauto ottimismo 

I primi colloqui tra i due Paesi si sono svolti in Oman, mentre un secondo round  inizierà domani a Roma.

Oggi, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha fatto sapere da Mosca, dove ha incontrato il suo omologo Sergei Lavrov, che il suo Paese ritiene possibile raggiungere un accordo sul suo programma nucleare con gli Stati Uniti, a patto che Washington sia realista.

Mentre il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato poco fa che l’amministrazione statunitense sta cercando una soluzione pacifica con l’Iran, sottolineando però che Washington non avrebbe mai tollerato che Teheran sviluppi un’arma nucleare.

Nel 1965 le autorità mauriziane sono state costrette da Londra a cedere le isole alla Gran Bretagna e in cambio della sovranità, nel 1968 lo Stato insulare ha ottenuto l’indipendenza. All’epoca Londra era disposta a tutto pur di impossessarsi delle Chagos. Per raggiungere il proprio scopo aveva versato anche tre milioni di sterline nelle casse di Port Louis.

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole, la prevista  grande base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Cacciati residenti

Ma per poter realizzare la base, Londra aveva espulso i duemila residenti delle tre isole abitate dell’arcipelago, che erano stati trasferiti alcuni alle Mauritius, altri alle Seychelles. In un cablogramma addirittura gli indigeni erano stati bollati come “qualche Tarzan e Venerdì”.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Diego Garcia: la sovranità passa alle Mauritius, ma Londra e Washington manterranno la loro base militare

Sentenza del tribunale ONU all’Aja: Diego Garcia appartiene a Mauritius

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