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Cooperazione “sbilenca” Italia-Somalia: cessione di blindati tattici in disuso

Dal Nostro Corrispondente per Questioni Militari
Antonio Mazzeo
17 Aprile 2025

Lo scorso 2 aprile le Commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera dei deputati hanno espresso parere favorevole alla proposta del governo di cedere a “titolo gratuito” materiale di armamento alle forze armate e di polizia della Repubblica Federale di Somalia.

Lo schema di decreto interministeriale era stato trasmesso in Parlamento il 24 febbraio 2025. “Scopo del provvedimento è quello di rafforzare la collaborazione e la cooperazione tra l’Arma dei carabinieri e le Forze di polizia somale, nel quadro delle attività di collaborazione e di sostegno alle istituzioni locali”, vi si legge.

Blindati tattici IVECO obsoleti

Al decreto è stata allegata una relazione del Reparto “Logistica e Infrastrutture” dello Stato Maggiore della Difesa (datata 25 giugno 2024) che fornisce alcune informazioni sulle sempre più consolidate relazioni politico-militari tra Italia e Somalia.

Durata illimitata

“Il Governo della Repubblica Italiana e il Governo Federale della Repubblica di Somalia hanno sottoscritto a Roma il 17 settembre 2013 un Accordo di Cooperazione Generale in materia di Difesa”, spiegano i vertici militari.

“Tale Accordo – continuano – è entrato in vigore il 25 luglio 2016, a durata illimitata ed è finalizzato ad incrementare la collaborazione tra le Forze armate, consolidando le rispettive capacità difensive e migliorando la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza”.

Nello specifico, l’Accordo di Cooperazione prevede lo scambio di materiali militari “quale contributo ad accrescere l’interoperabilità fra i rispettivi dispositivi di polizia”.

Tutto gratis

In tale ambito il governo italiano si è fatto carico di cedere “gratuitamente” alle forze armate di Mogadiscio sei blindati tattici VM-90P,già in dotazione all’Arma dei Carabinieri.

“Il VM-90 è un veicolo multiruolo 4×4 con elevata mobilità sulla viabilità ordinaria e su terreni accidentati, su fondo anche cedevole e con scarsa aderenza, largamente impiegato soprattutto per attività tattico–logistiche”, spiega lo Stato Maggiore.

I veicoli da guerra sono stati prodotti dagli stabilimenti di Iveco Defence Vehicles S.p.A. (sede principale a Bolzano); possono trasportare personale fino a un massimo di sei persone e sono omologati per viaggiare per via aerea, terrestre e marittima.

“La protezione fornita dai VM-90 è normalmente classificata su livelli che vanno dal B1, con un livello base legato al rischio di criminalità metropolitana, fino ad arrivare al B7, il massimo della blindatura contro le minacce di azioni terroristiche”, aggiunge lo Stato Maggiore.

Efficienti? Pare di no

Ma sono davvero uno strumento bellico efficiente i sei blindati Iveco ceduti alle forze armate somale? A leggere gli ulteriori passaggi della relazione dei vertici militari italiani sembrerebbe proprio di no.

“I veicoli VM-90P sono obsoleti per cause tecniche in quanto, essendo entrati nel ciclo logistico nel periodo 1996-2004, appartengono ad un segmento di parco vetusto che oggi presenta elevati oneri manutentivi e limitate possibilità di impiego nei moderni scenari di crisi sia dentro sia, soprattutto, fuori dal territorio nazionale”, annota lo Stato Maggiore.

La “vetustà” dei blindati aveva indotto le forze armate italiane a perseguire un dispendiosissimo programma di acquisizione di una nuova generazione di veicoli tattici leggeri multiruolo, i VTLM Lince, “più performanti e sicuri”.

Fuori servizio

“Con il passare del tempo – si spiega – i citati VM-90P sono transitati in extra-organico rispetto all’esigenza dell’Arma e, difatti, sono stati già dichiarati fuori servizio dall’ispettorato logistico dell’Arma dei Carabinieri”.

Nel 2020 il governo italiano aveva ceduto alle autorità di Mogadiscio due blindati della stessa tipologia. Nello stesso anno erano stati consegnati pure 200 scudi quadrati marca Mirafan, 200 caschi con maschera marca Protos e 50 scudi tondi, “non più rispondenti alle esigenze di impiego operativo dei Carabinieri”.

“La cessione dei blindati VM-90P si inserisce nel quadro del crescente impegno della Difesa italiana a supporto del processo di capacity building della Somalia”, spiega il Governo nello schema di decreto sottoposto alle due Camere il 24 febbraio 2025.

“E’ in corso di revisione il Somali National Security Architecture (SNSA),programma di riordino del settore sicurezza che prevede l’integrazione delle milizie regionali nelle Forze di Sicurezza federali e che è orientata, da un punto di vista politico-militare, all’adozione di azioni mirate principalmente alla salvaguardia dell’unità, della sovranità e della sicurezza nazionale, con focus sul contrasto dei gruppi insorgenti armati”.

Elevata volatilità

Obiettivo chiave del programma è quello di incrementare l’organico delle forze d’élite somale di almeno 30.000 unità, “escluse le Forze Speciali addestrate da USA e Turchia”.

La relazione predisposta dallo Stato Maggiore ed allegata allo schema di decreto delinea un quadro della situazione in Somalia caratterizzato “da elevata volatilità a partire dalla fine del 1991, quando fu rovesciato il Presidente Siad Barre”.

“La Somalia rientra, infatti, tra i cosiddetti failed State, ovvero tra gli Stati in cui nessuna entità governativa è capace di esercitare il monopolio dell’uso legittimo della forza sull’intero territorio”, spiegano i vertici militari.

“L’instabilità della Somalia è a sua volta la principale causa endogena di instabilità regionale del Corno d’Africa, a causa prevalentemente del terrorismo, dell’attivismo di organizzazioni criminali a carattere transnazionale e del fenomeno della pirateria, che, sebbene notevolmente ridimensionato negli ultimi anni, costituisce comunque fattore di minaccia sempre presente”.

“La crisi nel Corno d’Africa risulta quindi legata a doppio filo alla stabilità futura della Somalia – dove da gennaio 2025 la nuova missione a guida dell’Unione Africana AUSSOM è destinata a sostituire ATMIS – a seguito dell’entrata dell’Egitto nella partita del Corno, con il rischio di ulteriori preoccupanti tensioni, qualora Mogadiscio dovesse richiedere formalmente la sostituzione del contingente etiopico, attualmente quello numericamente prevalente nella missione, con quello egiziano”.

In tale scenario lo Stato Maggiore della Difesa chiede un maggiore coinvolgimento italiano e delle istituzioni europee in Corno d’Africa, soprattutto nell’addestramento delle forze armate della Repubblica Federale della Somalia.

Missioni di vari Paesi

“Oltre alla missione europea EUTM Somalia, operano in territorio somalo anche altri Paesi che conducono attività addestrative/formative in favore delle forze armate locali (tra questi, in particolare, USA, Regno Unito e Turchia”, ricordano i vertici militari.

Aprile 2025: MIADIT Somalia: termine del corso antidroga e unità cinofile

“In tale contesto – aggiungono – l’Italia è uno dei Paesi più attivi, oltre che con la partecipazione alle missioni dell’UE (EUTM Somalia, EUCAP Somalia ed EUNAVFOR Atalanta), anche attraverso la Missione Bilaterale di Addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutiane (MIADIT), con sede a Gibuti, volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione”.

Al rafforzamento della presenza militare italiana in Corno d’Africa non potrà che seguire la crescita delle esportazioni di armi e munizioni al governo di Mogadiscio. “In tale contesto, le Autorità somale hanno già rappresentato ufficiosamente le loro aspettative nei confronti dell’Italia per un maggior contributo in termini di mezzi (sia terrestri che marittimi), sistemi d’arma ed equipaggiamenti militari”, conclude lo Stato Maggiore italiano.

Un impegno ad accrescere gli “aiuti militari” alla Somalia era stato assicurato dal ministro della difesa Guido Crosetto in occasione della visita in Italia del Presidente della Repubblica somala, Hassan Sheikh Mohamude, e del ministro Abulkadir Mohamed Nur (10 febbraio 2023).

Costa più lunga dell’Africa

“La Somalia ha il confine marino più lungo dell’Africa, ma è anche la porta dell’Africa: abbiamo ragionato quindi sulla possibilità di aumentare gli aiuti nel settore marittimo per il contrasto alla pirateria trainando anche l’Europa e la NATO in quest’area di interesse strategico”, dichiarò allora Crosetto.

Prima di lasciare Roma, il presidente Hassan Sheikh Mohamud e il ministro della Difesa, Abulkadir Mohamed Nur, parteciparono al convegno dal titolo “Italia, Somalia. Una relazione speciale”, presenti pure i ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi. Ad organizzarlo la Fondazione Leonardo Med-Or, istituita dall’azienda leader del comparto militare-industriale, Leonardo SpA, e presieduta dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Furbizia italiana: armamenti obsoleti ai regimi golpisti africani

 

ECOWAS: la corruzione ruba all’Africa quasi 78 miliardi di euro all’anno

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
16 aprile 2025

“La corruzione e i crimini finanziari sono tra i maggiori ostacoli allo sviluppo economico e sociale della subregione”. Lo conferma Abdel-Fatau Musah, commissario dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) nell’incontro, in Niger, a inizio aprile.

Settantotto miliardi di euro

“Le ricerche indicano che l’Africa perde ogni anno 88,6 miliardi di dollari (78 miliardi di euro) a causa della corruzione e dei flussi finanziari illeciti che assorbono il 3,7 per cento del PIL del nostro continente”, ha affermato Musah.

ECOWAS francobolli anti-corruzione Nigeria
Francobolli anti-corruzione emessi in Nigeria nel 2016

Questa condizione è diventata un grosso problema per le democrazie dei 12 Stati attuali membri di ECOWAS. “Si trovano in una situazione di fragilità, soprattutto a causa della minaccia della corruzione”, ha ricordato il commissario.

I maggiori ostacoli allo sviluppo economico e sociale dell’Africa occidentale, secondo lo studio ECOWAS, sono la criminalità finanziaria e la corruzione.

Emergenza criptovalute

Il crescente utilizzo di criptovalute e altri sistemi finanziari online hanno portato nuovi rischi ai Paesi membri. Le istituzioni anti-corruzione, per combattere i nuovi crimini, hanno la necessità di sviluppare nuove competenze.

Vista questa nuova realtà criminale ECOWAS ha deciso di aiutare le strutture anti-corruzione degli Stati membri attraverso corsi di formazione su misura.

Nuove tecniche investigative

Ola Olukoyede, presidente della Commissione contro i crimini economici e finanziari (EFCC): “Le minacce che affrontiamo non sono confinate all’interno delle frontiere nazionali. Sono sofisticate, tecnologiche e profondamente radicate nelle strutture politiche ed economiche”.

Secondo Olukoyede per individuare, contrastare e recuperare i beni legati ai crimini finanziari, sono necessarie tecniche investigative avanzate.

Mappa dell’ECOWAS fino al 25 gennaio 2025. Quel giorno Mali,Niger e Burkina Faso sono usciti dall’organizzazione

Cosa è ECOWAS

La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale è un’organizzazione economica nata nel 1975 fondata da sedici Paesi. Attualmente ne fanno parte 12 nazioni: Benin, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. Il Marocco ha fatto richiesta di adesione.

Nel 1978 e nel 1990 i paesi membri dell’ECOWAS hanno firmato due protocolli di non aggressione. Nel 1981 hanno anche firmato un accordo di assistenza difensiva reciproca che ha dato la nascita alla creazione delle forze armate alleate della Comunità (Economic Community of West African States Monitoring Group – ECOMOG). ECOMOG è intervenuta come forza di mantenimento della pace in  conflitti dell’area nella Sierra Leone, Guinea Bissau e Gambia.

Ex membri sono: Burkina Faso, Mali e Niger mentre la Guinea è stata sospesa. I leader militari andati al potere con i recenti colpi di Stato, hanno ritirato i loro Paesi dall’organizzazione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
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I golpisti del Niger all’ECOWAS: “Un’attacco qui non sarà una passeggiata”

ECOWAS allertate truppe per intervento militare in Niger ma i golpisti minacciano di ammazzare Bazoum

Suspense in Niger dopo l’ultimatum ECOWAS con nuove manifestazioni in appoggio del golpe

Come si presenterebbe la minaccia dell’ECOWAS di usare la forza per ripristinare la democrazia in Niger?

Impunità e cinismo di Israele: distrutto l’ultimo ospedale di Gaza

Speciale per Africa Express
Federica Iezzi

Di Ritorno Da Gaza, 14 aprile 2025

Ci vollero 5 mesi dal primo attacco all’ospedale arabo Al-Ahli, nell’ottobre 2023, per decretare la responsabilità diretta di Israele. Ma ormai era troppo tardi. L’esercito di Netanyahu aveva bombardato, distrutto e assediato quasi tutti gli ospedali di Gaza.

Con quello della domenica delle Palme, siamo al quinto attacco israeliano, in 18 mesi, sull’ospedale Al-Ahli, l’ultimo pienamente funzionante a Gaza City. E tutto continua a passare inosservato, il mondo non ha ancora voltato pagina, continua a considerare ordinari i bombardamenti israeliani sulle strutture sanitarie e ordinaria l’impunità dell’esercito di Tel Aviv, per gravi violazioni del diritto internazionale.

Al-Ahli Arab Baptist hospital, Gaza City [photo credit al-Jazeera]

L’esercito israeliano, appoggiato dallo Shin Bet (agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele) ha condotto un attacco chirurgico, millantando la solita vecchia e stucchevole scusa che nell’ospedale era presente un centro di comando e controllo, utilizzato da Hamas.

Infondate affermazioni

Niente di più falso. Mahmoud Basal, portavoce della difesa civile di Gaza, ha definito infondate le affermazioni israeliane riguardo l’attività militante di Hamas all’interno dell’ospedale.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno affermato di aver adottato misure per mitigare i danni ai civili e al complesso ospedaliero, tra cui l’emissione di ordini di evacuazione nella zona, l’uso di munizioni di precisione e la sorveglianza aerea. Venti minuti. Questo il tempo che l’esercito israeliano ha concesso ai palestinesi per evacuare un intero ospedale. Poi lo schianto. La distruzione.

Persino i rappresentanti governativi di Paesi allineati con Israele hanno espresso – seppur molto moderatamente – preoccupazione. In Germania, il Ministro degli Esteri uscente, Annalena Baerbock, si è interrogata sulla fattibilità di evacuare gli ospedali in tempi così limitati.

L’ospedale Al-Ahli è uno degli almeno 36 ospedali bombardati e incendiati dall’esercito israeliano dall’inizio della guerra a Gaza. Sempre con lo stesso raccapricciante schema.

Servizi inagibili

La distruzione di uno degli edifici principali dell’ospedale, l’inagibilità di quasi tutti i reparti e i servizi, l’inutilizzabilità dei materiali sanitari, sono crimini israeliani deliberati, volti a smantellare la già fragile infrastruttura medica della Striscia di Gaza.

L’attacco ha di fatto paralizzato i servizi medici a Gaza City. Il personale sanitario era riuscito a preservare risorse limitate nonostante mesi di guerra. L’ospedale ha assistito oltre un milione di residenti nel nord di Gaza. Centinaia di sfollati erano rifugiati anche nel suo cortile.

Corridoio di Morag

L’attacco all’ospedale è avvenuto il giorno dopo che le forze israeliane hanno occupato un corridoio chiave a Gaza e hanno annunciato l’intenzione di espandere la loro campagna militare di terra in tutta l’enclave.

Il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato che l’esercito ormai controlla completamente il “Corridoio Morag” tra le città meridionali di Rafah e Khan Younis. Il corridoio fa parte di quella definita come “zona di sicurezza israeliana”.

La scorsa settimana una delegazione di Hamas ha lasciato Il Cairo senza aver compiuto alcun progresso, nei colloqui con i mediatori egiziani, volti a raggiungere un nuovo accordo di cessate il fuoco. Il tutto a causa del netto rifiuto di Israele di impegnarsi a porre fine alla guerra e di ritirarsi dalla Striscia di Gaza. Al contrario Hamas ha mostrato flessibilità riguardo alla progressione nelle trattative.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Niger: rapita donna svizzera a Agadez

Africa ExPress
Agadez, 14 aprile 2025

Domenica sera è stata rapita la svizzero-nigerina, Claudia Maria Abbt, dalla sua casa a Agadez, dove la donna risiede da diversi anni. Il Dipartimento Federale degli Esteri di Berna e Ibra Boulama Issa, governatore della regione di Agadez, hanno confermato il sequestro.

La Gran moschea di Agadez è un’attrazione turistica (anche se i turisti non ci sono quasi più). E’ alta 27 metri ed è costruita in fango e mattoni

Sequestro confermato

Secondo un testimone oculare, alcuni uomini sarebbero arrivati in sella alle loro moto e a bordo di una Toyota V6 bianca a doppia cabina, costringendo la signora a salire sulla vettura. RFI ha precisato che i sequestratori con il loro ostaggio si sarebbero poi diretti verso Ingall, cittadina nel dipartimento di Tchirozerine nella regione di Agadez, non lontana dal confine con il Mali.

Claudia Maria Abbt

Artigianato locale

Claudia Maria Abbt, nata a Beirut (Libano), 67 anni fa, in base a quanto riportato dai media locali era sposata con un gioielliere del luogo. Nella città nigerina, alle porte del deserto, si occupava di turismo e della promozione dell’artigianato locale. La donna aveva persino fondato l’associazione TELLIT per sostenere gli artigiani del luogo. Lo scorso giugno aveva organizzato un vernissage a Berna per presentare e pubblicizzare manufatti – borse, gioielli e altro – realizzati appunto a Agadez.

Artigianato locale, promosso dall’Associazione TELLIT, fondata dalla donna svizzera rapita

Rapimenti di stranieri in aumento

Dall’inizio dell’anno i sequestri di persona sono sempre più frequenti nella ex colonia francese. A metà gennaio è stata rapita, sempre a Agadez, la 73enne austriaca, Eva Gretzmacher. Qualche giorno dopo, 4 autisti di camion marocchini sono spariti nel nulla vicino a Tesla, nella zona delle tre frontiere (Burkina Faso, Mali Niger), dove i miliziani di EIGS (Etat Islamique du Grand Sahara) sono particolarmente attivi.

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Elezioni all’africana: in Gabon vince il golpista del 2023

Africa ExPress
14 aprile 2025

Brice Oligui Nguema,  golpista dell’agosto 2023, ha vinto le elezioni in Gabon con il 90,35 per cento. Il risultato provvisorio è stato annunciato nel pomeriggio di ieri dal ministro degli Interni. Il neo-eletto presidente guiderà il Paese per i prossimi 7 anni.

Vittoria prevista

Sabato scorso sono stati chiamati alle urne i 920mila gabonesi iscritti alle liste elettorali; la partecipazione al voto è stata del 70,4 per cento.  Alain-Claude Bilie-By-Nze, ex ministro di Ali Bongo (presidente dal 2009 al 2023, spodestato con un colpo di Stato) e maggior rivale di Brice Oligui Nguema, si è fermato al 3,02 per cento. Gli altri sei candidati in lizza non hanno nemmeno superato l’1 per cento delle preferenze.

L’ex putschista Brice Oligui Nguema è il nuovo presidente del Gabon

Appena annunciata la vittoria dell’ex putschista, la popolazione ha dato sfogo alla propria gioia nelle strade e nelle piazze. La vittoria del militare di carriera, che ha messo così un punto finale al governo della dinastia Bongo durata 55 anni, era ampiamente prevista.

Dignità ai gabonesi

Intervistato da al-Jazeera subito dopo l’annuncio del suo trionfale successo elettorale, ha dichiarato: “Voglio ridare dignità ai gabonesi. Desidero restituire al popolo tutto ciò che gli è stato rubato”.

Il neo-presidente ha poi specificato che durante il periodo di transizione il governo ha puntato molto sulla politica estera, definendo questo impegno un vero successo. “Abbiamo ottimi rapporti di cooperazione con le principali potenze mondiali, tra questi Stati Uniti, Francia, Russia e Cina”.

Il Paese si trova sulla costa atlantica dell’Africa centro-occidentale e le sue ricchezze del sottosuolo, petrolio, oro e manganese, sono notevoli e certamente fanno gola a molti investitori stranieri.

Disoccupazione giovanile

Il Gabon conta poco più di 2,2 di abitanti e oltre un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. E, secondo il rapporto della Banca mondiale, nel 2024 quasi il 40 per cento dei giovani risultava disoccupato.

Nguema, ex capo della guardia repubblicana di Ali Bongo, durante la campagna elettorale si è presentato come “riformatore”.  Ha promesso di lottare innanzitutto contro corruzione, di diversificare l’economia, principalmente improntata sul petrolio, investendo nell’agricoltura, nell’industria e persino nel turismo.

Risposte immediate

Ma il nuovo capo di Stato dovrà dare subito risposte alle esigenze primarie dei gabonesi, come elettricità (le interruzioni sono all’ordine del giorno a Libreville, la capitale) e acqua corrente. Deve inoltre affrontare la carenza di cibo e garantire che anche la popolazione possa beneficiare delle importanti ricchezze del sottosuolo.

Ma non tutti gabonesi hanno fiducia in Nguema. Qualcuno si è espresso in questi termini: “Ci ha venduto un sogno e si è circondato anche di fedelissimi dell’era Bongo”.

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Gabon: il leader dei golpisti si è arricchito a dismisura razziando il Paese e riducendo la gente alla fame

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Mauritania: per arginare il terrorismo del Sahara arrivano gli istruttori militari cechi

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 aprile 2025

Dall’inizio dell’anno in Mauritania sono presenti una ventina di militari della Repubblica Ceca. Il loro compito è formare le truppe di Nouackchot. I programmi della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti prevedono infatti un rafforzamento della capacità militari dell’ex colonia francese per lottare contro il terrorismo nel Sahara.

Esercito mauritano addestrato da militari cechi

In passato i militari cechi erano presenti anche in Mali, insieme a altre forze speciali europee, tra queste anche quelle italiane, nell’ambito della Task Force Takuba, lanciata da Emmanuel Macron nel 2020. Takuba ha poi cessato le operazioni in Mali alla fine di giugno 2022, dopo che la giunta militare di transizione di Bamako ha rafforzato i legami con Mosca e con l’arrivo dei mercenari russi di Wagner, oggi Africa Corps, e cacciato gli occidentali.

Una prima unità militare del Paese saheliano ha già terminato il corso di addestramento. L’obiettivo principale della formazione delle truppe della ex colonia francese è di poter far fronte alla penetrazione dei terroristi del Sahel e di altre bande criminali dedite al traffico di esseri umani, armi, droga e quant’altro, ha spiegato il comandante ceco incaricato della formazione e dello svolgimento dei corsi.

Missione approvata da Parlamento

A fine novembre 2024 il Parlamento ceco ha approvato la missione in Mauritania che prevede la presenza di un massimo di 30 soldati delle forze speciali fino alla fine del 2026, nell’ambito di un programma della NATO per l’addestramento dell’esercito mauritano.

Il presidente ceco, Petr Pavel al suo arrivo in Mauritania

E proprio all’inizio della settimana il presidente ceco, Petr Pavel, è approdato a Nouakchott insieme a una folta delegazione di imprenditori. Al suo arrivo Pavel ha sottolineato che la Mauritania è uno dei Paesi più stabili di tutta la regione.

Visita storica 

Pavel ha poi evidenziato che la Repubblica Ceca è pronta a aprire dialoghi nell’ambito commerciale e altro, visto che la ex colonia francese è ricca di metalli rari e recentemente è stato scoperto anche un giacimento di gas naturale. Ovviamente tutto ciò fa gola agli imprenditori di Praga; non è quindi stato difficile avviare una partnership di cooperazione. Finora mai nessun politico ceco (e nemmeno dell’allora Cecoslovacchia) aveva mai messo piede fino ad oggi nel Paese.

Il capo di Stato ceco ha fortemente criticato la presenza dei mercenari dell’Africa Corps (ex Wagner) nel Sahel. Secondo Pavel i soldati di ventura russi, invece di combattere il terrorismo, avrebbero solo contribuito ad aumentare l’instabilità nella regione.

Prima di partire alla volta del Ghana, altro nuovo Paese amico della Repubblica Ceca, Pavel ha anche incontrato il suo omologo, Mohamed Ould Cheikh Ghazouani.

Punto di transito e partenza migranti

La Mauritania è anche un punto di transito e di partenza per i migranti che dall’Africa occidentale cercano di raggiungere le Isole Canarie e quindi l’Europa via mare.

Per questo motivo, all’inizio dello scorso anno, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, sono volati a Nouakchott. Nell’occasione, per arginare il flusso migratorio, hanno promesso un finanziamento di 210milioni entro la fine del 2024.

Annegati 100 migranti dall’inizio dell’anno

Giovedì scorso, il ministro degli Esteri mauritano, Mohamed Salem Ould Merzoug, ha fatto sapere che dall’inizio dell’anno a oggi al largo delle coste della Mauritania sono stati recuperati oltre 100 cadaveri: “Una tragedia umana, causata da “reti criminali” coinvolte nell’immigrazione clandestina”, ha sottolineato il ministro.

Recentemente il numero di arrivo di migranti, provenienti per lo più da Mali, Guinea, Costa d’Avorio, è aumentato parecchio. Chi si mette in viaggio nutre la speranza di raggiungere la Spagna e da lì il resto dell’Europa. Per questo motivo le autorità di Nouakchott hanno messo in atto una severa campagna di espulsione verso i Paesi di origine.

Rotta Atlantica: migranti verso la Spagna

Espulsione selvaggia

Il fatto ha suscitato tensioni diplomatiche e forti critiche dei Paesi vicini. La giunta golpista al potere in Mali, alla fine di marzo si era particolarmente indignata per le violenze subite dai propri concittadini durante le fasi di espulsione. Allora il ministro degli Esteri di Bamako, Abdoulaye Diop, si era recato immediatamente a Nouakchott, dove aveva incontrato il presidente Mohamed Ould El-Ghazouani, chiedendo che i quasi 1.800 maliani presenti in Mauritania senza permesso di soggiorno, venissero trattati con rispetto e umanità. “Bisogna rispettare la dignità delle persone durante le operazioni di respingimento”.

Lotta migrazione verso UE

Il ministro degli Esteri mauritano è stato ricevuto ieri a Bamako dal capo della giunta militare di transizione, Assimi Goïta. Tema principale dell’incontro è stato la lotta contro l’immigrazione verso l’Europa. Alla fine del meeting, Mohamed Salem Ould Merzoug, ha incontrato i giornalisti e ha commentato: “E’ una tragedia umana (riferendosi al ritrovamento di 100 salme in mare, ndr) e dobbiamo affrontarla insieme”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Nuovi finanziamenti per bloccare migrazione irregolare

Accordo tra Mauritania e Spagna per bloccare i migranti in fuga verso le Isole Canarie e l’Europa

Fino adesso 147 Paesi hanno riconosciuto la Palestina: manca tutto il G7 e con essi l’Italia, cioè i Paesi più ricchi

Africa ExPress
New York, 12 aprile

La continua guerra di Israele contro i palestinesi ha portato altri 10 Paesi – Messico, Armenia, Slovenia, Irlanda, Norvegia, Spagna, Bahamas, Trinidad e Tobago, Giamaica e Barbados – a riconoscere formalmente lo Stato di Palestina. Una testimonianza del crescente sostegno internazionale verso la popolazione di Gaza e di critica, se non condanna, alla politica di sterminio del governo israeliano.

Tra i Paesi che hanno deciso di “rompere il ghiaccio” e disobbedire agli ordini di scuderia dettati da chi difende a tutti i costi Israele, nonostante la sua politica di sterminio a Gaza, non figurano i membri del G7 – Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti – cioè i più ricchi del pianeta. Chi aveva bollato alcuni Stati come “canaglia” ora tentenna o si rifiuta di definire genocidio la carneficina in atto in Medio Oriente.

Guerra a Gaza

Il riconoscimento della Palestina ne rafforza la posizione a livello globale, migliora la capacità di ritenere le autorità israeliane responsabili dell’occupazione e esercita pressione sulle potenze occidentali affinché agiscano per la soluzione dei due Stati, unico sistema per bloccare la guerra eterna in Medio Oriente.

Anche la Santa Sede

Attualmente, lo Stato di Palestina è riconosciuto come nazione sovrana da 147 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite, che rappresentano il 75 per cento della comunità internazionale. È riconosciuto anche dalla Santa Sede, l’organo di governo della Chiesa cattolica e della Città del Vaticano, che all’ONU detiene lo status di osservatore.

Il 15 novembre 1988, nei primi anni della prima Intifada, Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, proclamò la Palestina come Stato indipendente con Gerusalemme come capitale.

Subito dopo quell’annuncio, più di 80 Paesi riconobbero la Palestina come Stato indipendente. Un forte sostegno venne del Sud del mondo soprattutto dai Paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina.

La maggior parte degli europei che riconobbero la Palestina in quel periodo facevano parte del blocco sovietico.

Colloqui diretti

Qualche anno dopo, il 13 settembre 1993, i primi colloqui diretti tra palestinesi e israeliani portarono alla firma degli accordi di Oslo, che avrebbero dovuto concludersi con l’autodeterminazione palestinese sotto forma di uno Stato indipendente accanto a Israele. Obiettivo non è mai stato raggiunto.

Il 15 novembre 1988, nei primi anni della prima Intifada, Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, proclamò la Palestina come Stato indipendente con Gerusalemme come capitale.

Dalla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, quasi 20 Paesi hanno riconosciuto la Palestina, seguiti da altri 12 Paesi tra il 2000 e il 2010, per lo più africani e sudamericani.

Nel 2011, tutti i Paesi africani, ad eccezione di Eritrea e Camerun, hanno riconosciuto la Palestina.

Stragrande maggioranza

Nel 2012, l’Assemblea generale dell’ONU ha votato a stragrande maggioranza (138 favorevoli, 9 contrari, 41 astenuti) per cambiare lo status della Palestina in “Stato osservatore non membro” e nel 2014 la Svezia è stata il primo Paese dell’Europa occidentale a riconoscere la Palestina.

Il 22 maggio 2024, Norvegia, Irlanda e Spagna, in successione, hanno annunciato il riconoscimento della Palestina secondo i confini precedenti al 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Risposta durissima

La risposta di Israele è stata durissima: ha richiamato i suoi ambasciatori dai tre Paesi europei e ha promesso di espandere gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata come punizione.

Il 4 giugno, la Slovenia è stata l’ultimo Paese europeo a riconoscere lo Stato palestinese. Altre nazioni europee, come Malta, Belgio e Francia, stanno discutendo se e quando riconoscere lo Stato palestinese. L’Italia che al solito latita.

Africa ExPress
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Sahel in fiamme: l’Algeria abbatte drone maliano, congelate relazioni diplomatiche

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2024

Nulla di nuovo all’orizzonte. Tra Algeria e Mali non corre buon sangue da tempo e basta un nonnulla per far riesplodere tensioni, mai risolte definitivamente.

Invasione spazio aereo

Nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile l’Algeria ha abbattuto un drone maliano, nella zona di Tinzaouatène, alla frontiera tra i due Paesi, e ha subito rivendicato l’attacco, chiarendo che l’aereo senza pilota di Bamako avrebbe sconfinato di due chilometri nel proprio territorio. “L’intervento è stato necessario per difendere i nostri confini nazionali”, hanno precisato le autorità algerine.

Drone maliano abbattuto dall’Algeria

Bamako, invece, ha smentito categoricamente le affermazioni della Difesa algerina. Il suo capo di Stato maggiore, Oumar Diarra, ha sostenuto: “Il drone ha sorvolato il nostro territorio, nessuna penetrazione in Algeria”. E, secondo le autorità, il loro mezzo senza pilota avrebbe dovuto identificare e colpire ribelli indipendentisti dell’Azawad (FLA) –  la cui roccaforte si trova nell’area di Tinzaouatène – mentre partecipavano a una importante riunione.

Tuareg considerati terroristi

Dopo che la giunta militare di transizione del Mali, ha dichiarato nullo il “Trattato di Algeri”, cioè l’accordo di pace del 2015 con gli indipendentisti tuareg, i ribelli hanno ripreso la lotta armata. Da allora il regime di Bamako li considera terroristi, alla stessa stregua dei jihadisti.

Dagli gli scontri dello scorso anno, quando sempre nella stessa area di Tinzaouatène i miliziani uccisero diversi soldati e parecchi mercenari russi dell’Africa Corps (ex Wagner), è partita  la caccia al tuareg.

Relitto del drone

Il relitto del drone abbattuto è stato trovato dagli indipendentisti tuareg di FLA sul lato maliano del confine, vicino alla città di frontiera di Tinzaouatène. Hanno pubblicando le immagini dei rottami, senza però dare altre spiegazioni.

In seguito all’incidente”, il 7 aprile i due Paesi hanno reciprocamente chiuso il proprio spazio aereo: cioè nessun velivolo proveniente dal o per il Mali può sorvolare l’Algeria e viceversa. Tali disposizioni non riguardano solo jet militari, ma anche quelli civili e commerciali di compagnie nazionali e internazionali.

Paesi AES richiamano ambasciatori

Rien ne va plus: sia Algeri, sia Bamako hanno richiamato i propri ambasciatori. Anche il Niger e il Burkina Faso, Stati membri insieme al Mali di AES (Alleanza degli Stati del Sahel) hanno convocato in patria il loro rappresentante diplomatico accreditato nel Paese nordafricano.

AES: i leader di Burkina Faso (IbrahimTraoré), Niger (Abdourahamane Tchiani) e Mali (Assimi Goïta)

Non solo. I leader di Mali, Niger e Burkina Faso, hanno accusato il regime di Algeri di aver commesso un atto in totale violazione del diritto internazionale, definendo il fatto come “l’ennesima provocazione del regime algerino”.

Consiglio di Sicurezza

Ora i due Paesi – Algeria e Mali – secondo quanto riportato da RFI –, hanno scritto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per denunciare la grave crisi diplomatica in atto. Dal canto suo Bamako accusa Algeri di un fatto ostile e di sostenere il terrorismo, mentre la controparte incolpa la giunta militare di aver invaso il proprio spazio aereo e di aver riportato false accuse.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Contrattacco governativo in Mali: ammazzati diversi leader separatisti

 

Ucciso comandante di Wagner nel nord del Mali nei combattimenti contro i ribelli tuareg

Il rinnovo del mandato di Francesca Albanese all’ONU: scatena la rabbia dei filo israeliani

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi

9 aprile 2025

Il 4 aprile scorso, ultimo giorno della 58a sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’Agenzia ONU con sede a Ginevra ha votato il rinnovo del mandato di Francesca Albanese come relatrice speciale sui Territori palestinesi occupati.

L’incarico durerà altri tre anni, scadrà quindi nel 2028 ed è stato rinnovato nonostante l’opposizione di diversi gruppi pro-Israele, tra cui gli Stati Uniti.

Francesca Albanese ha subito una campagna denigratoria orchestrata dai gruppi di pressione sionisti legati a Israele che si opponevano al rinnovo del suo mandato. Il Paese ebraico ha mobilitato le organizzazioni amiche che mal sopportavano le critiche esplicite e pesanti contro Israele e la sua politica genocidaria sulla battaglia di Gaza.

Per questo motivo diversi Paesi si erano espressi contro il rinnovo dei suo mandato, hanno confidato ad Africa ExPress diverse fonti autorevoli ai quartieri generali delle Nazioni Unite di New York, Ginevra a Nairobi. “Francesca Albanese gode della fiducia incondizionate del segretario generale Antonio Guterres, ma alcuni governi non ne volevano sapere proprio per le critiche che la coraggiosa diplomatica aveva espresso alla politica di Israele”.

Francesca Albanese ha rilasciato diverse interviste (una anche ad Africa Express) ed è stata sempre molto dura con lo Stato ebraico. Ha parlato senza peli sulla lingua di pulizia etnica contro i palestinesi e genocidio sia a Gaza, sia in Cisgiordania.

Non è stata da meno nei sui rapporti ufficiali e nelle sue apparizioni pubbliche. La signora Albanese, visibilmente scioccata dalle immagini e dalle notizie che arrivano dalla Palestina, non ha lesinato rimproveri alla comunità internazionale, rea di inerzia e insipienza.

Il suo attivismo umanitario ha scatenato la reazione dei gruppi filo israeliani, a cominciare dal deputato laburista britannico David Taylor, che in un’intervista a The Jewish Chronicle, giornale di impronta sionista, l’ha accusata di aver giustificato l’ignobile attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e di dipingere Israele come un Paese che “aiuta i coloni a invadere le terre palestinesi”.

La campagna di denigrazione ha raggiunto il suo apice sul sito UN Watch dove Francesca Albanese viene definita un’antisemita apologeta di Hamas e attaccata in tutti i modi.

Il banner che campeggia sul sito sionista https://unwatch.org.

UN Watch (un sito di propaganda israeliana che trabocca di insulti) ha pubblicato un rapporto di 60 pagine, intitolato “Un lupo vestito d’agnello”, in cui accusa Albanese di promuovere l’antisemitismo e il “terrorismo” un ruolo, se fosse vero, non consono a qualsiasi rappresentante delle Nazioni Unite. L’organizzazione ha anche lanciato una petizione per sollecitare l’UNHRC a respingere la sua riconferma.

Naturalmente tutte accuse false e non dimostrate. Sono invece semplici critiche suffragate da fatti. E dispiace che si continui a riproporre l’equazione secondo cui ogni critica a Israele diventa un’apologia dell’antisemitismo.

Quest’equazione danneggia innanzitutto gli ebrei perché porta l’opinione pubblica a pensare che la politica genocidaria di Israele sia decisa e voluta dagli ebrei. Invece è decisa e voluta dai circoli sionisti e c’è una grande differenza tra semitismo e sionismo e quindi tra antisemitismo e antisionismo. Una differenza che il sionismo vuole cancellare.

Il libro di Francesca Albanese che ha provocato le reazioni scomposte di sionisti e della destra

In occasione di una recente sessione dell’UNHRC (Alto Commissariato per i Rifugiati) a Ginevra, il direttore di UN Watch, Hillel Neuer, ha chiesto l’immediata cessazione del mandato di Albanese.

Ma no solo: anche altri gruppi, tra cui il Congresso ebraico mondiale e l’organizzazione giovanile sionista e di estrema destra Betar, hanno preso di mira Albanese. Secondo quanto pubblicato da alcuni media inglesi, Betar avrebbe minacciato di attaccarla durante una recente visita a Londra, facendo riferimento ai micidiali attacchi aerei di Israele in Libano dello scorso anno.

Naturalmente non potevano mancare gli insulti dei quotidiani di destra italiani, Libero e il Giornale si sono sperticati in false accuse. Il marito di Francesca Albanese (non si sa neppure se esiste) sarebbe pagato dai palestinesi da qui le posizioni anti israeliane della moglie. Parole in libertà.

Massimo Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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La licenza di uccidere israeliana a Gaza raggiunge un bilancio da vertigini

EDITORIALE
Federica Iezzi

Di ritorno da Gaza, 7 aprile 2025

Israele non è più la terra degli ebrei umiliati e massacrati dall’Europa nazista e rifugiati nella Terra Promessa. Paradossalmente sono oggi gli israeliani sopravvissuti all’olocausto le uniche voci di pace che si levano in patria e che vengano represse dal loro stesso sangue.  Fino a quando Occidente e Paesi arabi non avranno preso atto di questa realtà,  Israele avrà la libertà di uccidere senza processo né pena.

Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
L’ultimo record di questa corsa verso l’inferno è stato raggiunto dopo la diffusione di un filmato – messo in rete dalla Croce Rossa Palestinese il 23 marzo scorso e ripreso dal New York Times: mostra chiaramente le Forze di Difesa Israeliane che attaccano, in maniera deliberata e a sangue freddo, un convoglio di mezzi di soccorso, visibilmente contrassegnato con luci di emergenza lampeggianti, nel quartiere di Tal as-Sultan, a Rafah, a sud della Striscia di Gaza.

Questo il video diffuso dal PRCS – Palestine Red Crescent Society, dove si vedono con estrema chiarezza i veicoli di soccorso con tutti i segni distintivi e i lampeggianti funzionanti. Si fermano uno accanto all’altro, sul ciglio della strada, sede di un incidente. Pochi istanti dopo, scoppia una raffica di colpi d’arma da fuoco, da parte dell’esercito israeliano, e lo schermo si oscura. Nell’attacco vengono uccisi otto operatori del PRCS, sei membri dell’agenzia di Difesa Civile Palestinese e un dipendente dell’UNRWA

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, inizialmente ha negato. Poi messo alle strette dalle inequivocabili immagini pubblicate dai media ha diffuso una nota in cui sostiene che tutto sarà esaminato “in modo approfondito per comprendere la sequenza degli eventi e la gestione della situazione”.

La dichiarazione viene dalle Forze di Difesa Israeliane (cioè l’esercito) le stesse che si esaltano alle farneticanti parole di Netanyahu “zakhor et asher asà lekhà Amalek” (Ricorda quello che Amalek ti ha fatto. E cosa Dio ha ordinato al nostro popolo. Uccidere tutti). E questo, ogni israeliano lo studia a scuola.

La dottrina di Netanyahu si richiama spesso ad Amalek che nella Bibbia ebraica rappresenta il male (incarnato ora dai palestinesi). Amalek, il cattivo, dev’essere ucciso ed estirpato alla radice per permettere al bene (cioè agli ebrei) di sopravvivere e prosperare. Lo consentono, anzi, lo ordinano i libri sacri.

Nessun palestinese di Gaza è in grado di riconoscere case e strade. Interi quartieri continuano a essere decimati, lasciando a malapena una traccia. Le strade si sono trasformate in sabbia. Quelle che un tempo erano città, oggi accolgono solo distruzione e macerie. E’ tutto grigio. I colori e la gioia di ogni rione sono scomparsi. Anche i cimiteri sono stati spianati. E questa sarebbe l'”unica democrazia del Medio Oriente”?

La spietata meccanica mediatica scaccia un argomento con un altro, ma non cancella la realtà quotidiana di un popolo in preda al diluvio di fuoco, alla morte, alla carestia, alla mancanza di cure, alla mancanza di tutto. Perfino alla mancanza di solidarietà umana.

Gaza è anche un campo di rovine dove è morto e sepolto sotto le macerie gran parte del diritto internazionale, violato in totale impunità. È un campo di rovine anche per le parole, che vengono svuotate del loro significato per l’incapacità – da uso eccessivo di superlativi – di spiegare una tale catastrofe, e ancora, per la loro mutazione nel loro esatto opposto.

Ma le atrocità di questa guerra continueranno a pesare. Come accettare un conflitto senza limiti, che mette sullo stesso piano civili e militari? È la dottrina israeliana di Dahiyé. Classico esempio di guerra asimmetrica.

In questo tragico contesto, anche i lanci di cibo effettuati dall’Occidente, nel tentativo di rispondere all’emergenza, devono essere presi per quello che sono: una prova di impotenza di fronte alla cinica intransigenza israeliana.

È un fiasco per la corrotta coalizione dall’estrema destra che governa alla Knesset, il parlamento israeliano. Un’estrema destra che nutre apertamente l’ambizione di tornare a colonizzare Gaza e che ha perso il senso di proporzionalità nella risposta militare.

Come afferma apertamente il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, “le regole del gioco sono cambiate”. E le nuove regole sono quelle dettate da Trump e adottate, parola per parola, dal governo di Tel Aviv. E non c’è tregua che tenga. A Gaza si apriranno le porte dell’inferno, avevano promesso. Ma quelle porte si erano già evidentemente spalancate. E tali sono rimaste!

Cosa ne segue? Una narrazione surreale con cui si racconta che, naturalmente l’allontanamento dei palestinesi sarà “volontario”, altrimenti si tratterebbe di una deportazione.

Che naturalmente non vi sarà alcuna “sottomissione intenzionale dei palestinesi che porti alla loro distruzione fisica, totale o parziale”, altrimenti si tratterebbe di genocidio.

E in ogni caso, queste “faziose” norme di diritto internazionale non hanno alcun valore per Trump, Netanyahu e i loro sostenitori che le etichettano come prodotti dei nidi di oppositori politici, da svuotare della loro sostanza.

Il populismo, che adotta la narrativa sionista, è uno schermo nero alimentato dalle paure del domani, che si tratti di disoccupazione, insicurezza, immigrazione o islam.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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