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Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 maggio 2025

Il capo della giunta militare di transizione del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, anno 1988, il più giovane dei golpisti del Sahel, è volato a Mosca lo scorso 10 maggio per partecipare alla commemorazione della vittoria sui nazisti. A latere della cerimonia è stato ricevuto dal suo omologo, Vladimir Putin.

Ibrahim Traoré, presidente di fatto del Burkina Faso con il suo omologo russo, Vladimir Putin

Traoré è molto stimato da Putin, come del resto da altri personaggi di spicco. Ha il suo fascino con indosso la tuta mimetica griffata, è giovane, insomma è un putschista che ha voltato le spalle all’Occidente. Il golpista è amico della Russia e, ovviamente, ciò non dispiace affatto allo “zar”.

Durante l’ultimo colloquio i due presidenti hanno parlato soprattutto della questione sicurezza e il leader della giunta militare di transizione burkinabé ha chiesto maggiore cooperazione militare e scambio di competenze. “Il mio Paese ha bisogno di un esercito forte per poter voltare pagina e potersi finalmente dedicare allo sviluppo”.

Esclusi Stati AES

Intanto ieri a Bruxelles si è svolto un meeting tra i ministri degli Esteri dell’Unione Africana e i loro omologhi dell’Unione Europea, una riunione volta alla preparazione del prossimo vertice Europa-Africa che si svolgerà nei prossimi mesi nel continente “dimenticato”. All’incontro di ieri non hanno partecipato i rappresentanti dei Paesi dell’AES (Alléance des Pays du Sahel), cioè Burkina Faso, Mali e Niger, perché non invitati dall’UA.

Va ricordato che Ouagadougou, Bamako e Niamey sono usciti definitivamente da ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest) alla fine di gennaio 2025.

Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato nell’ottobre 1987

Nei giorni scorsi è stato inaugurato a Ouagadougou il mausoleo in memoria di Thomas Sankara, il visionario della rivoluzione burkinabé, assassinato nel 1987. Molte le personalità presenti anche dei Paesi limitrofi. Il grande assente, invece è stato proprio il “de facto presidente” del Burkina Faso. Traoré ha inviato un messaggio, letto dal primo ministro, Rimtalba Jean Emmanuel. Nel breve comunicato il leader della giunta militare di transizione ha evocato, tra l’altro, il sacrificio di Sankara e dei combattenti per la libertà, morti insieme a lui. “Il 17 maggio è un simbolo: un rifiuto della dominazione imperialista, del neocolonialismo e dei loro avatar”, ha poi sottolineato alla fine della sua nota scritta.

Traoré vorrebbe assomigliare a Sankara, che era molto amato dal suo popolo. Ma questo non è il caso del leader attuale.

Terroristi in azione

Molte aree del Paese non sono ancora sotto il controllo del governo centrale e gli attacchi dei jihadisti si intensificano di giorno in giorno, malgrado lo spiegamento dell’esercito e i giovani appartenenti al gruppo “Volontari per la Patria” (VDP, ausiliari civili delle truppe di Ouagadougou).

Subito dopo la visita di Traoré a Mosca, le aggressioni si sono moltiplicate e i terroristi hanno attaccato Diapaga, città in prossimità dei confini con il Niger e il Benin. Lo stesso centro ha già subito un assalto alla fine di marzo, durante il quale sono morti una cinquantina tra soldati e VDP.

A Djibo, invece, i sanguinari miliziani hanno assaltato una base militare, una stazione di polizia e un mercato. Tra i morti non solo soldati e ausiliari dell’esercito, ma anche parecchi civili.

Anche Sollé – comune situato tra  Djibo e Ouahigouya – nel nord del Paese, è stato preso di mira dai terroristi. Durante i combattimenti sono stati ammazzati parecchi lealisti. Anche Sangha, comune nella regione del Centro-Est, non è fuggito alla furia dei jihadisti.

Ammazzati oltre 100 civili

Intanto il 12 maggio scorso Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto accusando l’esercito e VDP di atrocità commesse a Solenzo nella regione di Boucle du Mouhon lo scorso mese di marzo.

HRW accusa l’esercito e VDP di massaco etnico

Secondo la ONG, durante l’operazione Tourbillon Vert 2 delle forze speciali burkinabé, durata diverse settimane, sarebbero stati massacrati 130 civili, per lo più di etnia fulani.

HRW, che ha sentito oltre 20 testimoni e ha preso visione di diversi video, ha fatto sapere che, secondo le autorità del Burkina Faso, esercito e VDP “hanno respinto un attacco terroristico e ucciso un centinaio di assalitori per poi inseguire quelli che erano fuggitivi”.

Rappresaglia di JNIM

L’operazione militare Tourbillon Vert 2 è proseguita anche nella provincia di Sourou. Sempre in base al rapporto della ONG, nella stessa zona anche i miliziani di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, affiliato a al-Qaeda), hanno poi sferrato un sanguinoso attacco contro i residenti. Gli islamisti hanno rigurgitato la loro furia assassina soprattutto verso gli abitanti sospettatati di collaborazionismo con le truppe governative.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Su Youtube appaiono le prime crepe di Traoré, presidente golpista del Burkina Faso

Manette in Kenya a contrabbandieri di formiche arrestati con 5.400 regine

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
21 maggio 2025

Li hanno arrestati con oltre 5.000 formiche regine vive tenute all’interno di 2.400 siringhe, senza ago, utilizzate come provette. Si tratta di due diciannovenni belgi, Lornoy David e Seppe Lodewijckx, che erano in una guest house nella contea di Nakuru, dove tenevano il “bottino”.

Le grandi regine

Tra le regine prigioniere anche le Messor cephalotes, formica rossa originaria dell’Africa orientale e la più grande tra le cinque del genere Messor. Una formica rara quindi difficilmente acquistabile sul mercato e di alto valore economico.

Arrestati per contrabbando e commercio illegale di fauna selvatica e biopirateria i due giovani avevano detto alla Corte che le avevano acquistate per hobby.

Le formiche sequestrate
Le formiche sequestrate ai trafficanti

Ant Gang

Dopo un controllo sugli smartphone dei due ragazzi sono state trovate note che escludevano il loro interesse hobbistico. Anzi, il magistrato, Njeri Thuku, nei messaggi del telefono di David ha scoperto che era membro della “Ant Gang” (Banda delle formiche, ndr). Il giovane aveva scritto di aver acquistato 2.500 regine per 200 dollari.

I giovani si sono dichiarati colpevoli e la giudice li ha condannati al pagamento di un milione di scellini keniani (circa 6.900 euro), o a un anno di prigione.

Stessa sorte per altri due imputati con la stessa accusa: Duh Heng Nguyen, vietnamita e Dennis Nganga, keniota. Nguyen era stato mandato a Nairobi per incontrare Nganga. Sono stati arrestati con 400 formiche regine.

“Non sapevo che vendere le formiche fosse illegale perché questi insetti vengono acquistati e mangiati” – ha raccontato Nganga alla Corte -. La giudice li ha condannati alla stessa pena dei due giovani belgi.

formiche regina in vendita online
Formiche regina in vendita online. La Messor cephalotes (149 euro) è esaurita

Valgono 800 mila euro

Secondo le autorità le formiche erano destinate ai mercati americani, europei e asiatici nel traffico emergente di specie selvatiche meno conosciute.

La vendita online delle 5.400 formiche regina, secondo quanto dichiarato dal magistrato, in Europa, Asia e in Nord America avrebbero fruttato ai contrabbandieri oltre 800 mila euro.

Il contrabbando delle formiche regina è particolarmente fiorente. Sono le uniche in grado di deporre uova e creare quindi i formicai con formiche operaie, soldato e future regine. Online si trovano in vendita con prezzi che arrivano anche ai 300 euro l’una.

“Il Kenya non tollererà il saccheggio della sua biodiversità – ha dichiarato Erustus Kanga, direttore generale del Kenya Wildlife Service (KWS) -. Che si tratti di una formica o di un elefante, perseguiremo i trafficanti senza sosta”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Bracconieri in azione: sei leoni avvelenati e decapitati in parco dell’Uganda

Mozambico: contro il bracconaggio elefanti nati senza zanne

Strage continua: tra due decenni in Africa non ci saranno più elefanti

 

Israele riapre agli aiuti, ma solo perché “la carestia è un ostacolo per le operazioni militari”

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
20 maggio 2025

Israele riapre agli aiuti umanitari. Ma non come sperava la gente di tutto il mondo. Sarà concesso solo poco cibo, e per combattere meglio i palestinesi. Solamente 5 camion, infatti, sono per ora entrati a Gaza. E due sono carichi di sudari, in un luogo dove ci si appresta a morire più che a vivere.

“Su raccomandazione delle Forze di Difesa Israeliane – si legge in una nota dell’Ufficio del primo ministro secondo quanto riportano le agenzie internazionali – e per la necessità operativa di consentire l’espansione degli intensi combattimenti per sconfiggere Hamas, Israele fornirà alla popolazione una quantità minima di cibo per garantire che non si verifichi una crisi di carestia, che metterebbe a repentaglio la continuazione dell’operazione Gideon Chariots”.

Israele: operazione Gideon Chariots a Gaza

Sembra non avere fine la follia dell’orrore che si è scatenato a Gaza, eppure ogni giorno si registrano nuovi più terribili scenari, e di quella umanità tanto invocata da Vittorio Arrigoni pare resti ben poco.

Operazione Gideon Chariots

Le operazioni militari a Gaza hanno subito un’ulteriore escalation da parte di IDF, l’esercito israeliano. Ora le forze armate israeliane hanno cominciato un’occupazione sistematica del territorio e si prepara (con volantini e un piano di smobilitazione forzata ben preciso) a deportare gli abitanti. I gazesi, privi di acqua, cibo, medicine, con le case ridotte in macerie e i figli che urlano per la fame – almeno quelli rimasti vivi – difficilmente potranno rifiutare. Meglio esuli che morti? Chi conosce bene i palestinesi dice che non sarà mai così.

La notizia dell’assalto è giunta mentre i negoziatori erano in piena attività in Qatar. Le truppe di terra hanno dato il via all’offensiva Carri di Gedeone in quattro aree di Gaza con ben cinque divisioni. I carri armati con la Stella di Davide avanzano a nord e a sud di Khan Younis, con pesanti bombardamenti di artiglieria e attacchi aerei, e nella parte orientale di Jabaliya, nel nord.

L’esercito ha anche ordinato l’evacuazione dall’area orientale di Deir al-Balah. La fase preparatoria, secondo i media, richiederà almeno tre settimane. Sarà “la prima fase di una strategia di lungo termine – ha scritto il Sunday Times – per prendere il controllo di Gaza, radicando le forze israeliane all’interno del territorio palestinese”.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Insomma mentre con Trump “si apre alla pace, alla tregua, al rilascio di altri ostaggi”, i lavori preparatori per il piano di deportazione sono già iniziati, con la costruzione di strade e infrastrutture su terreni in cui un tempo sorgevano le case della popolazione. Insomma sembra una pantomima vista altre volte che, unendo i puntini, porta all’annessione.

Carovana deputati UE

Mentre tutto questo accade, una delegazione di deputati, europarlamentari, di associazioni e ONG, ha cercato di riscattare l’onore dell’Europa e dell’Italia recandosi in Egitto e fino sul confine israeliano, a Gaza, là dove da 76 giorni si accumulano materiali e soccorsi mentre a poche decine di metri si muore.

Carovana “Gaza oltre il confine”

“Oggi siamo stati al valico di Rafah. Non ci hanno fatto entrare ma potevamo sentire i droni e i bombardamenti continui ed incessanti. Dall’altra parte del confine ci sono 2 milioni di persone che non hanno accesso ad acqua, cibo ed elettricità”. Così dice in un video l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, Benedetta Scuderi, parlando dal valico di Rafah con la Carovana solidale insieme ad una delegazione di parlamentari ed europarlamentari, associazioni, studiosi e giornalisti italiani.

Immobilismo leader europei

“L’immobilismo dei leader europei è complice dello sterminio del popolo palestinese – ha affermato Laura Boldrini, eurodeputata del Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo -. Oggi la carovana Gaza oltre il confine è arrivata al valico di Rafah, che però è rimasto sigillato: nessuno entra e nessuno esce”.

“Abbiamo anche parlato con vari medici palestinesi, scrive sulla sua pagina FB Cecilia Strada, anch’ella europarlamentare del PD. Sono almeno 100 i morti nelle ultime 24 ore, oltre a malattie ed epidemie, con gli ospedali che sono ormai delle fosse comuni, e con i bambini che vengono amputati senza anestesia, e le madri che partoriscono con il cesareo senza narcosi. Il nostro governo non ha fatto ancora niente, e noi chiediamo al governo italiano e alla Commissione europea di fare subito quello che andava fatto 18 mesi fa”.

L’opinione pubblica internazionale è ormai apertamente schierata (e come non potrebbe) quasi ovunque contro quanto sta accadendo in Palestina, eppure l’Italia continua a non condannare l’invasione e gli evidenti crimini di guerra.

E questo nonostante una giurisprudenza internazionale inattaccabile, fatta di ripetute e chiare condanne, nei decenni trascorsi dalla Nakba (la “tragedia”, come la chiamano i palestinesi).

Un atteggiamento che onestamente sembra inspiegabile, quasi controproducente, o che semplicemente, forse, rende l’idea del livello di sudditanza del nostro Paese. Un giogo così pesante, evidentemente, da non permettere, sei giorni fa in Parlamento, di fronte all’esortazione di uno dei leader dell’opposizione, Giuseppe Conte, nemmeno di alzarsi in piedi per commemorare anche soltanto “le vittime civili”.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

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Trump alla guerra contro Harvard, l’università liberal schierata con i Palestinesi

Speciale per Africa ExPress
Filippo Senatore
Milano, 19 maggio 2025

L’attacco del Presidente Donald Trump al libero pensiero delle università del suo Paese non ha precedenti. Soprattutto quello sferrato all’Università di Harvard lasciano indignati l’opinione pubblica e il mondo accademico internazionali.

Situata a Cambridge nell’area metropolitana di Boston è stata fondata prima della nascita degli Stati Uniti d’America. Fu istituita infatti il 18 settembre del 1636 a seguito di una delibera della Colonia della Baia del Massachusetts.

Università di Harvard, USA

Originariamente chiamata the New College, prese il nome di Harvard College il 13 marzo 1639 in onore di John Harvard, il suo principale finanziatore, che le aveva lasciato nel testamento la  sua biblioteca (circa 400 libri) che oggi conta  oltre 20 milioni di volumi, 400 milioni di manoscritti, 10 milioni di fotografie e un milione di mappe. La più grande biblioteca del mondo.

Durante l’illuminismo lo spirito comunitario e l’opposizione all’autoritarismo, sia politico sia religioso, si affermò nelle élites culturali tra Boston e Filadelfia. Benjamin Franklin, autodidatta  che ricevette la laurea honoris causa  proprio da questa Università nel 1753, fu uno dei fondatori della Confederazione americana che si dichiarò indipendente nei confronti del Regno Unito il 4 luglio 1776.

Da dove derivava questa apertura dei professori di Harward e di Franklin in un luogo dove  dominava il puritanesimo? Durante il soggiorno a Parigi, Franklin intrattenne un lungo rapporto epistolare con Gaetano Filangieri (1752- 1788) il quale  continuò anche dopo il ritorno di Franklin a Filadelfia. Filangieri è una figura di primo piano nell’Europa della seconda metà del Settecento.

Il giurista napoletano ricevette a più riprese Goethe e intrattenne rapporti con il fior fiore degli intellettuali europei. La sua opera principale, La scienza della legislazione, è una costruzione intellettuale lucidamente utopica e al contempo tecnicamente raffinata e moderna; tra l’altro mette in rilievo l’interdipendenza delle leggi della politica e dell’economia, delinea un’analisi del sistema economico aperto alla concorrenza e al libero scambio, e individua per l’Europa l’urgenza di una radicale riforma agraria.

Gli scritti di Filangieri, furono presentati a Franklin dall’attaché del Regno di Napoli a Parigi. I due divennero    amici sino al punto da considerare un trasferimento dello stesso Filangieri a Filadelfia, cosa che non avvenne a causa della sua prematura scomparsa.

Altre figure che intrecciarono la cultura italiana con Harward furono Lauro De Bosis poeta e traduttore eccellente, eroe della trasvolata su Roma e Gaetano Salvemini esule per non essersi piegato al fascismo. Il primo morì durante la trasvolata serea nel 1931 dopo avere lanciato migliaia di volantini sulla Citta Eterna. In precedenza aveva insegnato letteratura ad Harward per alcuni anni.  Dopo la sua morte gli dedicarono la cattedra e una borsa di studio.

Salvemini aveva trovato stabile asilo sin dal 1933 dove ricoprì la cattedra di Storia della civiltà italiana. Nel 1943 pubblicò le sue lezioni di Harward. Le lezioni di Salvemini sulla nascita del fascismo e  il pensiero politico di Machiavelli  furono il miglior viatico anche per lo studente John Fitzgerald Kennedy, futuro presidente americano e anche per il fratello Bob entrambi laureati nella prestigiosa università.

Sono passati tanti anni e questo attuale presidente degli Stati Uniti sta facendo  tornare indietro la politica mondiale con gravi rischi di catastrofi belliche.

Nei primi anni 60, il Dipartimento di Stato americano non era vincolato a un’accettazione o approvazione parziale delle politiche israeliane. Kennedy sostenne  la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, stabilendo (al paragrafo 11) che “ai rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbe essere consentito di farlo il prima possibile e che dovrebbe essere pagato un risarcimento per i beni di coloro che scelgono di non tornare e per la perdita o il danneggiamento dei beni che, in base ai principi del diritto internazionale o di equità, dovrebbe essere risarcito dai governi o dalle autorità responsabili”. Questo principio è diventato noto come “diritto al ritorno”.

J.F. Kennedy

Il 21 novembre 1963, il giorno prima dell’assassinio di Kennedy, il New York Times pubblicò due articoli che esemplificavano la discordia tra Washington e Tel Aviv.

Un rapporto delle Nazioni Unite è intitolato “Israele dissente mentre un gruppo delle Nazioni Unite sostiene gli Stati Uniti sui rifugiati arabi”. Inizia così: “Una risoluzione degli Stati Uniti che chiede continui sforzi per risolvere la difficile situazione dei rifugiati arabi palestinesi è stata approvata stasera, con 83 voti favorevoli e 1 contrario… ”

Israele ha espresso l’unico voto contrario.

La questione è incentrata su una risoluzione del 1948 che riguarda il futuro degli arabi sfollati dalle loro case a causa della pulizia etnica inflitta da Israele ai palestinesi. Il presidente Kennedy fu un convinto sostenitore della necessità di fermare la proliferazione nucleare.

Dopo la crisi missilistica di Cuba del 1962, si rese conto di quanto sarebbe stato facile scatenare, intenzionalmente o accidentalmente, una guerra nucleare catastrofica. Se si consentisse alle armi nucleari di diffondersi in più Paesi, i rischi di una catastrofe globale sarebbero ancora maggiori. Si prevedeva anche che, se Israele avesse acquisito la capacità di dotarsi di armi nucleari, sarebbe diventato più aggressivo e meno propenso a raggiungere un accordo di compromesso sulla questione dei rifugiati palestinesi.

Quando nel 1962 lo spionaggio americano indicò che Israele (aiutata dalla Francia) avrebbe potuto tentare di costruire un’arma nucleare a Dimona (una località a sud di Israele), Kennedy era determinato a scoprire se ciò fosse vero e, in caso affermativo, a fermare la costruzione.

Ciò causò un intenso scontro diplomatico tra JFK e il primo ministro israeliano David Ben-Gurion. La prova di ciò è stata recentemente rivelata dallo scambio di lettere tra il presidente USA e il primo ministro dello Stato ebraico e il suo successore Levy Eshkol. Sono tutti etichettati come “Top Secret” o “Riservati”.

Le prese di posizione di professori e studenti ad Harvard rispetto alla  questione Palestina e al genocidio in atto a Gaza, fondate sui  principi liberali di libertà di espressione risalenti ai padri fondatori, danno fastidio a Trump? Sicuramente la posizione di Kennedy stava adeguando gli USA alle leggi internazionali, alle risoluzioni Onu e alla visione realistica di evitare ulteriori conflitti armati soprattutto in Medioriente.

Filippo Senatore

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Respingimenti migranti in Mauritania: “Non siamo la guardia di frontiera dell’UE”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 maggio 2025

Secondo una stima dell’Associazione Mauritana per i Diritti Umani (AMDH), solo a marzo sono state respinte 1.200 persone, tra loro molti in possesso di permesso di soggiorno. L’ex colonia francese è un punto di transito e di partenza per i migranti che dall’Africa occidentale cercano di raggiungere le Isole Canarie e quindi l’Europa via mare.

Per questo motivo, all’inizio dello scorso anno, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, erano volati a NouakchottNell’occasione, per arginare il flusso migratorio, è stato siglato un accordo di un finanziamento di 210milioni entro la fine del 2024. Quest’anno Bruxelles ha promesso altri 4 milioni di euro per fornire cibo, assistenza medica ai migranti.

Rotta atlantica verso l’Europa

Subito dopo le prime espulsioni di massa, il Mali aveva espresso indignazione per i respingimenti repressivi e disumani di Nouakchott. E in aprile, in occasione di colloqui a Bamako tra Mohamed Salem Ould Merzoug, ministro degli Esteri mauritano e Assimi Goïta, leader golpista del Mali, le parti si erano accordate per una migliore cooperazione per quanto riguarda i flussi migratori verso la Mauritania. Entrambi i governi avevano promesso maggiori controlli, specie sui social network per stanare i trafficanti di esseri umani e i falsari di passaporti. Molti migranti in possesso di documenti di viaggio maliani erano poi risultati essere originari di altri Paesi subsahariani.

Respingimenti xenofobi

Anche Dakar ha protestato per il trattamento dei migranti in Mauritania. Un membro dell’Assemblea nazionale senegalese ha persino apostrofato le deportazioni come “respingimenti xenofobi” e ha chiesto al suo governo di avviare un’indagine.

Qualche settimana fa il ministro degli Esteri mauritano ha sottolineato che il suo Paese non è la “guardia di frontiera dell’Europa”. Ha poi difeso la politica del suo governo: “La Mauritania è crocevia tra l’Africa subsahariana, il Maghreb e l’Europa ed è dunque al centro delle dinamiche migratorie del continente. La nostra situazione geografica ci espone, ma ci conferisce di gestire questi movimenti in modo ordinato e legale, nel rispetto dei diritti fondamentali”.

La Mauritania non ha preso solo di mira i migranti che intendono imbarcarsi verso le Canarie. Ora sono soggetti alla deportazione forzata anche coloro che risiedono nel Paese da anni per motivi di lavoro e con tutti documenti in regola.

Gli stranieri provenienti da altri Paesi subsahariani rischiano di essere arrestati dalla polizia e deportati a Rosso. La città mauritana, capoluogo della regione di Trarza è situata sulla sponda destra del fiume Senegal che segna il confine tra il Paese vicini. In seguito vengono imbarcati su un traghetto e trasportati alla parte senegalese di Rosso, dove ora sono confinate persone di diverse nazionalità.

Derubati di cellulari, soldi

Un giovane nigeriano che porta segni di bastonate e altre ferite sul corpo, ha raccontato ai reporter di AFP di essere stato arrestato insieme a altri subsahariani. “Ci hanno fermato e picchiato senza dire nemmeno una parola. Poi ci hanno portato via tutto: cellulari, soldi, orologi. Siamo stati ammanettati e buttati su bus carichi fino all’inverosimile alla volta di Rosso.

Rosso: confine tra Mauritania e Senegal: situazione disperata dei migranti espulsi

Un operatore umanitario ha poi raccontato le difficolta di chi cerca di assistere le persone a Rosso; purtroppo gli aiuti non bastano per tutti. Mancano acqua, cibo e tende/ripari.

Diversi analisti, anche a Bruxelles, ritengono che l’ondata di migranti verso la Mauritania sia dovuta anche alla grave crisi che sta attraversando il Sahel. Per esempio in Mali comunità locali vengono attaccate sia da gruppi terroristi, sia dalle forze governative e/o dai loro partner (Africa Force, ex Wagner). In molti hanno cercato protezione nel Paese limitrofo per fuggire a aggressioni e violenze.

Anche mauritani neri temono deportazione

Persino alcuni mauritani neri temono di essere inclusi in queste deportazioni. Va ricordato che la società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. E lo status di schiavo viene ancor oggi tramandato da madre in figlio.

Sulla carta tale asservimento è stato ufficialmente abolito nel 1981, e poi nuovamente il 12 agosto 2015. Ora la nuova legge lo considera come un reato contro l’umanità. Ma nella realtà la schiavitù in questo angolo di mondo esiste ancora.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mauritania: per arginare il terrorismo del Sahara arrivano gli istruttori militari cechi

Quando l’inferno è sulla Terra: schiavi ed ex schiavi della Mauritania si raccontano

Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

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Benin accusa Burkina Faso e Niger, non controllano le frontiere e i jihadisti attaccano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 maggio 2025

Anche in Benin gli attacchi dei terroristi si susseguono, gli ultimi risalgono al 17 aprile scorso. Due offensive simultanee dei jihadisti provenienti dal Sahel, che hanno preso di mira altrettanti avamposti militari nel nord del Paese.

Le aggressioni, la prima al Punto Triplo – zona dove convergono i confini di Benin, Niger e Burkina Faso – e la seconda vicino alle cascate di Koudou nel parco transfrontaliero “W”, non lontano dalla città di Banikoara, hanno colto di sorpresa i soldati di stanza nei campi.

Terroristi minacciano il Benin

I terroristi, arrivati in sella alle loro moto, hanno mitragliato i militari, che hanno risposto prontamente al fuoco nemico. Secondo quanto riferito da fonti governative, parecchi jihadisti sarebbero stati ammazzati, ma durante i combattimenti sono morti oltre 50 soldati beninensi. Una carneficina, rivendicata poi da JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani).

Punto triplo

A gennaio, invece, i sanguinari terroristi avevano sferrato un altro attacco nel cosiddetto Punto Triplo durante il quale avevano ammazzato ben 40 militari. A febbraio l’esercito della ex colonia francese aveva subito un’aggressione nel parco “W”; in tale occasione sono morti 6 soldati.

Benin: “Punto Triplo”

Le autorità di Cotonou, sede del governo del Benin (la capitale del Paese è Porto Novo, dove si trova l’Assemblea nazionale), puntano ora il dito contro Ouagadougou e Niamey per la mancanza di cooperazione nel controllo delle frontiere.

Wilfried Léandre Houngbédji, portavoce del governo del Benin, a fine aprile ha lanciato una frecciatina ai suoi vicini: “Se dall’altra parte del confine ci fossero disposizioni di sicurezza almeno come le nostre, questi attacchi non sarebbero così frequenti e di tale intensità, anzi forse non accadrebbero nemmeno”.

Accuse dei golpisti

Burkina Faso, Niger e Mali sono l’epicentro del terrorismo nel Sahel. I golpisti, a capo dei governi militari di transizione di questi tre Paesi, appena arrivati al potere hanno voltato le spalle all’Occidente. Da tempo, in particolare Ouagadougou e Niamey accusano Cotonou di ospitare basi militari straniere con l’obiettivo di destabilizzarli.

Ovviamente le autorità del Benin hanno respinto le accuse al mittente cosa che ha provocato la mancanza di cooperazione ai confini con i vicini saheliani. Così i terroristi che tentano di conquistare i Paesi del Golfo di Guinea, hanno avuto via libera

Sahel: crocevia dei terroristi

Secondo l’ultimo rapporto di Global Terrorism Index pubblicato a marzo 2025, la regione del Sahel è sede di oltre la metà di tutti i morti per terrorismo nel mondo nel 2024. Per il secondo anno consecutivo il Burkina Faso è il Paese più colpito a livello internazionale, mentre il Niger si posiziona al quinto posto.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Attacchi dei terroristi in Benin

I jihadisti del Sahel continuano la loro corsa alla conquista del Golfo di Guinea

In Mali è tornata la dittatura: repressione e sciolti tutti partiti politici

Africa ExPress
14 maggio 2025

Era nell’aria da tempo, da ieri è ufficiale. Con decreto presidenziale del 13 maggio, varato durante il Consiglio straordinario dei ministri del governo militare golpista del Mali, è stato disposto lo scioglimento di tutti partiti e organizzazioni politiche sull’intero territorio nazionale.

Assimi Goïta, capo della giunta militare in Mali

Sospeso TV5 Monde

Sempre ieri è stato sospeso fino a nuovo ordine anche il canale televisivo francese TV5 Monde, accusato  di parzialità a proposito di un servizio su una manifestazione dell’opposizione.

Già a metà aprile era chiaro che le autorità militari stavano avviando un processo di dissoluzione dei raggruppamenti politici. E, dopo la sospensione della “Carta dei partiti”, con l’obiettivo di aggiornare il quadro giuridico che la regola, i maggiori esponenti delle varie formazioni all’opposizione avevano indetto un meeting per il 3 maggio scorso.

Proteste senza precedenti

L’assemblea è poi stata vietata dalle autorità, ma non ha intimorito gli oppositori, che, in centinaia hanno protestato davanti al Palazzo della Cultura di Bamako. Una manifestazione senza precedenti dopo la presa del potere dei militari. Nuove dimostrazioni erano state indette dai partiti e da esponenti della società civile per il 9 maggio. Per paura di violenze durante le proteste, gli organizzatori hanno rinviato l’evento.

Bamako: Manifestazioni di protesta contro lo scioglimento dei partiti

E ieri la doccia fredda, anzi gelata: con la dissoluzione dei partiti è ritornata la dittatura in piena regola. Il governo di transizione ha precisato alla TV di Stato che questa nuova misura segue l’abrogazione della Carta dei partiti politici. “Siamo in un processo di riforma”, ha spiegato Mamani Nassiré, responsabile delle riforme politiche e del sostegno al processo elettorale. Ha poi aggiunto che è in fase di preparazione una nuova legge per la gestione della vita politica in Mali.

Alcuni degli obiettivi sono già stati presentati, come la riduzione del numero di partiti autorizzati, l’inasprimento delle regole per la creazione di nuovi raggruppamenti politici e la limitazione o addirittura il divieto del loro finanziamento pubblico.

Misura anticostituzionale

Nelle ultime settimane i partiti non hanno mai smesso di denunciare il loro disappunto per lo scioglimento pre-annunciato. Anzi considerano le misure adottate dal governo come una violazione alla Costituzione. Un sistema multipartitico, la libertà di espressione e di associazione sono stati sanciti dalla legge fondamentale dello Stato nel 1992.

Alcuni esponenti di spicco del movimento di protesta nato all’inizio del mese, sono stati rapiti dai servizi di sicurezza per mettere a tacere gli attivisti pro-democrazia.

Esecuzioni sommarie nel sud-ovest

E mentre nella capitale è caccia all’uomo di politici, l’ONU ha denunciato esecuzioni sommarie nel sud-ovest del Paese. Secondi esperti indipendenti incaricati dall’Organizzazione, l’esercito maliano (FAMA) e i suoi partner di Africa Corps (ex Wagner) hanno arrestato un centinaio di abitanti del villaggio di Sebabougou, nella regione di Kayes. In base a quanto riferito a RFI dall’incaricato del Palazzo di Vetro, Eduardo Gonzalez, specialista sulla situazione dei diritti umani in Mali, le persone, per lo più di etnia peul, sarebbero state fermate durante il giorno di mercato.

Una parte dei civili arrestati sono stati portati al campo militare di Kwala, dove sono stati torturati perché ritenuti terroristi. Vicino alla base sono poi state scoperte 54 salme, vittime di esecuzioni extragiudiziali.

Malgrado ripetute richieste, l’esperto dell’ONU non ha ricevuto alcuna risposta circa i morti ritrovati a Kwala. Solo alcuni cadaveri sono stati identificati, tra loro c’erano anche abitanti Sebabougou.

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Trump a Riad: sul tavolo affari personali e Gaza

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
13 maggio 2025

Trump è arrivato stamani a Riad. Quelli prossimi saranno quindi giorni cruciali per il Medioriente, periodicamente sull’orlo di esplodere, ma con le sue linee rosse che alla fine si spostano ogni volta più in là. Stavolta probabilmente non sarà cosi. Il presidente USA, con la sua imprevedibilità (o faciloneria che dir si voglia) si trova al centro di un vortice di complesse situazioni che potrebbero davvero segnare svolte, negative o positive, nell’area.

E proprio stamattina Benyamin Netanyahu ha assicurato che l’esercito israeliano “nei prossimi giorni entrerà a Gaza con tutta la sua forza”. Il premier israeliano ha aggiunto di “non vedere uno scenario in cui possiamo fermare la guerra”.

Il presidente USA Donald Trump, al suo arrivo in Arabia Saudita

Ma ciò che sembra stare più a cuore al presidente americano sono gli affari: Trump verrà accolto a Riad da cerimonie sfarzose per portare a casa un accordo economico da mille miliardi di dollari. Un obbiettivo non facilmente raggiungibile, secondo diversi analisti, vista la crisi di liquidità dei fondi sauditi, già impegnati in enormi progetti.

Business first

Ma contemporaneamente Trump si troverà al centro di una delicatissima doppia trattativa: la ripresa dei colloqui diretti con Hamas e l’isolamento voluto di Netanyahu le cui stragi a Gaza senza soluzione di continuità, rappresentano ormai un ostacolo per gli interessi di Washington, come chiaramente detto da Fox News.

Non si creda, quindi, che il problema sia il povero popolo palestinese massacrato e invaso: più che altro interessano gli enormi affari nella regione. Perché il business ha bisogno di stabilità. Questo chiedono ora al presidente le grandi multinazionali presenti ai business forum che si terrà in contemporanea al viaggio e al quale dovrebbero partecipare molti dei CEO più potenti d’America.

Sul tavolo ci sono interessi inimmaginabili nei settori armamenti, tecnologia, intelligenza artificiale ed energia, che poi significa nucleare e petrolio.

Possibile trattativa Hamas – Washington

Ecco che quindi quello che sembrava impossibile mesi fa – una trattativa diretta tra USA e Hamas – è tornata reale, e segna, va detto chiaramente, la più grande vittoria di Hamas dall’orrore del 7 ottobre.

Allo stremo militarmente, l’ala militare del partito palestinese potrebbe ora tornare legittimata dalle trattive e influire pesantemente e nuovamente su qualunque nuova Gaza ci sarà.

Striscia di Gaza

Non va dimenticato che la Striscia è un cumulo di macerie e basta confrontare le foto di qualche anno fa per capire che enorme business immobiliare rappresenti la sua ricostruzione. E quanto gli interessi immobiliari spicchino in questo scenario lo si comprende dai numerosi affari megamiliardari in corso (oltre alle grottesche affermazioni di Trump su Gaza-Resort che non erano per nulla una fantasia).

Investimenti a tutto campo

Eric Trump, il figlio del presidente statunitense e vicepresidente della Trump Organization, ha presentato un campo da golf e un resort di lusso in Qatar. Sono stati annunciati investimenti immobiliari a Dubai, in Arabia Saudita, in Albania, in Oman.

Due Trump Tower sono in costruzione in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi. Una potrebbe nascere perfino a Damasco. Il nucleare saudita sarà quello USA. Il programma da 300 miliardi di dollari di armamenti prosegue. Arrivano catene commerciali a stelle e strisce, autostrade, ingegneri.

Tutto questo renderà l’Arabia Saudita il nuovo alfiere degli USA nel Medioriente, come avvenne per la Persia dello Shah, l’Iraq di Saddam, l’Afghanistan di Karzai e Ghani, e ora della Siria di Jalani. Come è finita per quei Paesi già lo sappiamo, ma è chiaro che in ballo, tra Iran, Arabia Saudita e Israele è l’egemonia geopolitica sulla regione, dalla quale gli Usa hanno iniziato un ritiro strategico che non ammette ripensamenti.

Smentita degli houti

Basti pensare che dopo aver bombardato a tappeto gli houti per settimane, sempre nel quadro della protezione di Israele, ad un certo punto hanno annunciato unilateralmente la resa dei ‘ribelli’. Gli houti governano gran parte dello Yemen e sono una spina nel fianco per la navigazione nel Mar Rosso. Poche ore dopo i ribelli hanno però smentito la dichiarazione di Washington, dicendo che avrebbero perseguito nei lanci missilistici. Un esempio del frettoloso desiderio di sganciamento americano e un fragoroso nulla di fatto.

La Cina, al contrario, ha segnato un punto strategico gigantesco normalizzando i rapporti tra Arabia Saudita e Iran nel 2023. Forse solo un nuovo accordo sul nucleare tra Iran e USA potrebbe equilibrare i successi, ma c’è la strenua opposizione di Israele, l’unica potenza nucleare da quelle parti e che tale vuole rimanere.

Ed ecco quindi che soldi e potere hanno reso possibile questa ipotesi: Washington e Hamas in trattativa diretta per un cessate il fuoco di 70 giorni estendibili a 90. Secondo la rete televisiva israeliana Channel 12 Hamas “è  pronta a un accordo finale per la cessazione della guerra e uno scambio di prigionieri concordato, nonché alla gestione della Striscia di Gaza da parte di un ente professionale indipendente”.

Capo Pentagono annulla viaggio in Israele

Uno schiaffo a Netanyahu. Che però potrebbe tentare di distrarre l’attenzione attaccando l’Iran o scatenando l’inferno sulla Striscia prima che parta il negoziato. E in parte lo ha già fatto. Ha infatti dovuto far buon viso a cattivo gioco durante la liberazione (senza il coinvolgimento di Israele) dell’ostaggio israelo-americano Idan Alexander, accolto “con grande emozione”.

Ma dopo la consegna dell’uomo alla Croce Rossa a Khan Jounis, è seguito un raid israeliano proprio su Khan Jounis. Netanyahu – quasi scompostamente – ha ribadito che i negoziati per un possibile accordo che garantisca il rilascio di tutti gli ostaggi a Gaza saranno condotti “sotto il fuoco nemico”. Inevitabile che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, abbia cancellato la visita in Israele prevista per oggi, per “unirsi a Trump nel viaggio nel Golfo”.

Disimpegno dallo Yemen

Se farà scuola ciò che è accaduto con il disimpegno USA dallo Yemen, con l’immediato ‘intervento sostitutivo’ di Israele, che ha bombardato l’aeroporto della capitale, si teme che lo stesso possa accadere nel Golfo. Se Washington taglierà fuori Israele da Gaza e dall’accordo sul nucleare, il governo Netanyahu si sentirà libero di intraprendere azioni unilaterali? Come bombardare le centrali iraniane? Otterrebbe così di sparigliare le carte e incendiare lo scenario.

La risposta dei Pasdaran infatti colpirebbe come annunciato impianti petroliferi e basi militari USA nel Golfo. Uno scenario apocalittico, che scriverebbe probabilmente la parola fine al miliardo di investimenti trumpiani. Potrebbe Netanyahu osare tanto?

Potrebbe, dato che cerca una disperata risposta ai sondaggi che lo edono al punto più basso degli ultimi 16 anni. Con un processo in corso e una pace a Gaza, probabilmente la sua posizione affonderebbe. Non e un caso che abbia appena deciso di mobilitare con urgenza migliaia di riservisti e ha che abbia dato indicazioni allo Stato maggiore di prepararsi a un’incursione ancora più massiccia a Gaza. “Sconfiggere Hamas è più importante della liberazione dei rapiti”. Ma forse per la prima volta il Re è nudo, o rischia di trovarsi presto senza buona parte degli abiti.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

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Medico congolese, premio Nobel contro la guerra chiede aiuto al Parlamento Europeo

Africa ExPress
12 maggio 2025

Il medico congolese, Denis Mukwege, insignito del Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2014 e del Premio Nobel per la Pace nel 2018, mercoledì a Strasburgo ha parlato della terribile situazione del suo Paese davanti ai parlamentari dell’Unione Europea.

Senza mezzi termini il Premio Nobel ha ricordato ai rappresentanti dei Paesi europei che 26 milioni di congolesi hanno bisogno di aiuti alimentari, gli sfollati sono attualmente 7,8 milioni. Ha poi sottolineato che “ogni 4 minuti una donna subisce violenza sessuale”.

Il medico congolese, Denis Mukwege, a Strasburgo

Violenze sessuali in aumento

Le donne urlano in silenzio il loro immenso, infinito dolore. Non di rado subiscono stupri di gruppo, raramente qualcuno li soccorre. E quasi sempre questi reati restano impuniti.

Mukwege ha voluto parlare davanti al Parlamento Europeo per sensibilizzare l’UE sul grave problema che affligge la popolazione, costretta a convivere con conflitti interni da oltre 30 anni.

Ribelli occupano vaste zone

Ora la situazione si è aggravata ulteriormente. Dall’inizio dell’anno gli M23/AFC hanno occupato vaste zone nell’est della Repubblica Democratica del Congo, tra questi anche la città di Goma, capoluogo del Nord-Kivu e Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu.

M23 è un gruppo armato, composto soprattutto da tutsi e sostenuto dal Ruanda, mentre AFC, che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Bozza accordo pace

Trattative per un accordo di Pace tra Ruanda e Congo-K sono in corso. Una bozza è stata siglata a fine aprile a Washington sotto l’egida delle Nazioni Unite.

“Come sempre, questi negoziati ruotano attorno ai minerali congolesi, il cobalto, il tantalio e tanti altri. I due Paesi intendono cogestire le risorse naturali e minerarie”, ha spiegato il medico. Ma secondo lui una gestione comune è praticamente inconcepibile, dopo anni di guerra e migliaia di morti.

Dal canto suo il medico chiede che venga aperto un confronto a livello internazionale, negoziati ai quali dovrebbe partecipare l’Europa, giacché anche gli USA stanno spingendo per arrivare a un accordo. Ovviamente Washington preme per una tregua e un trattato di pace duraturo per consentire alle proprie aziende un accesso senza pericoli ai siti minerari della regione dei Grandi Laghi.

Dialoghi in Qatar

Intanto sono in corso dialoghi tra il governo di Kinshasa e M23/AFC a Doah, Qatar. Anche se entrambe le parti affermano di voler “lavorare per la conclusione di una tregua, volta ad un cessate il fuoco effettivo”,  in realtà il clima è ancora molto teso.

La popolazione paga sempre il prezzo più alto nei conflitti. E ora verranno a meno anche molti aiuti di prima necessità. L’Ufficio degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA) ha fatto sapere che per mancanza di fondi, gli aiuti umanitari destinati al Congo-K subiranno un taglio significativo, vale a dire quasi del 50 per cento.

Riduzione drastica aiuti umanitari

Con l’insediamento di Donald Trump, l’attività dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) è stata ridotta all’osso. Fino allo scorso anno USAID copriva il 70 per cento dei costi del budget umanitario, aiuti che finanziavano vari settori, come la sicurezza alimentare, sanità, risposte immediate alle emergenze e quant’altro. Ma anche altri finanziatori hanno ridotto notevolmente i propri contributi, mettendo così in grave difficoltà le agenzie ONU.

Intanto la guerra continua, anche se il conflitto che si sta consumando nel Congo-K è quasi scomparso dalle prime pagine dei media internazionali.

Goma occupata da 100 giorni

Goma (Nord-Kivu) è ormai occupata da oltre 100 giorni da M23/AFC, sostenuti dal Ruanda. La popolazione, costantemente controllata dai ribelli, vive in un clima di paura, di incertezza e di precarietà estrema. Le condizioni di vita sono peggiorate, c’è penuria di generi alimentari e il degrado generale delle infrastrutture sanitarie e scolastiche comincia a farsi sentire. L’economia locale è paralizzata. Le banche sono chiuse e è dunque assai difficile reperire denaro contante.

Ituri sotto attacco di milizie

Nuovi scontri si sono verificati anche nella provincia di Ituri, nella parte orientale del Paese. Due sanguinari gruppi armati: CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu) e CPR (acronimo per Convention Populaire pour la Révolution) hanno intensificato attacchi a postazioni dell’esercito congolese (FARDC) e preso di mira civili.

Piogge torrenziali – alluvione

Oltre 100 morti causate da piogge torrenziali a Kasaba

Non solo le milizie mettono in pericolo i civili congolesi. Tra i nemici più temuti ci sono anche i cambiamenti climatici. In questi giorni, piogge abbondanti e conseguenti alluvioni hanno ucciso oltre 100 persone a Kasaba, villaggio sulle sponde del lago Tanganica, in provincia del Sud Kivu.

Le piogge torrenziali della notte tra l’8 e il 9 maggio hanno provocato lo straripamento dei fiumi Kasaba e Bekya, inondando il villaggio. La furia dell’acqua ha spazzato via tutto ciò che ha trovato sul suo cammino.

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Congo-K: concessa la grazia presidenziale a tre americani sentenziati a morte per fallito golpe

Mozambico, fondi USA in soccorso alla francese TotalEnergies per riaprire i cantieri di gas

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
10 maggio 2025

Il progetto di estrazione di gas naturale liquefatto (GNL-LNG) a Cabo Delgado nel nord del Mozambico cinque anni fa aveva un valore stimato di 20 miliardi di dollari. Oggi ne occorrono tra 24 e 26 miliardi (tra 21,3 e 23 miliardi di euro).

La tempesta perfetta

La multinazionale francese TotalEnergies, operatore di Mozambique LNG, sta rifacendo i conti dopo la “tempesta perfetta” che ha fatto lievitare i costi del progetto.

Una tempesta cominciata con il terrorismo jihadista a fine 2017 nell’area degli enormi giacimenti di gas. Poi è arrivata la pandemia di Covid-19 che ha rallentato i lavori nel cantiere.

Nel 2021 i jihadisti hanno assediato Palma, “capitale” dell’area, per una settimana. L’occupazione ha fatto migliaia di morti tra la popolazione e il personale tecnico dei cantiere TotalEnergies della penisola di Afungi.

Poi l’occupazione russa dell’est dell’Ucraina e la guerra a Gaza, sono tutti fattori che hanno contribuito allo slittamento del budget pianificato nel 2019.

Mappa onshore e offshore dei giacimenti di GNL) (Courtesy Mozambique LNG)

Questo progetto s’ha da fare

Ora i dirigenti di TotalEnergies stanno misurando i costi effettivi per la costruzione dei due treni di liquefazione da 13 milioni di tonnellate all’anno. E stanno calcolando i costi aggiuntivi del budget da comunicare ai sei partner di Mozambique LNG.

Tre aziende sono indiane (ONGC Videsh, Beas Rovuma Energy Mozambique e BPRL Ventures Mozambique) hanno il 10 per cento ciascuna. La giapponese Mitsui ha il 20 per cento, la tailandese PTTEP l’8,5 e la compagnia mozambicana di Stato ENH il 15 per cento.

Tutti i partner conoscono la situazione e sanno che è necessario rivedere i costi e la multinazionale energetica francese dovrà comunicarne la decisione al governo mozambicano.

Incontro Pouyanné e Chapo

Nel frattempo a marzo c’è stato un incontro tra Patrick Pouyanné,  l’amministratore delegato di TotalEnergies, e il neo-presidente mozambicano Daniel Chapo.

Il capo dello Stato, insediatosi nel gennaio scorso, conosce bene la situazione di Cabo Delgado. Nel 2015 è stato amministratore del distretto di Palma e, come presidente, è tornato a Cabo Delgado a febbraio.

TotalEnergies Patrick Pouyanné Daniel Chapo
Da sinistra: Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, e il presidente mozambicano Daniel Chapo

Chapo e Pouyanné hanno parlato a lungo soprattutto della situazione dei militari ruandesi che difendono i cantieri Total nella penisola di Afungi.

Dopo la fine della missione militare SADC in Mozambico (SAMIM) contro i jihadisti di Isis-Mozambico le truppe ruandesi sono rimaste a Cabo Delgado. Secondo Africa intelligence, non si capisce ancora come il presidente mozambicano abbia intenzione di muoversi.

Miliardi e imprese dagli USA

Per il progetto Mozambique LNG, il 13 marzo scorso, è arrivato una boccata d’ossigeno che potrebbe, a breve, riavviare i lavori di TotalEnergies. Il consiglio di amministrazione della Export-Import Bank of the United States (EXIM) ha approvato un prestito: 4,7 miliardi di dollari (4,2 mld di euro).

“Sosterrà l’ingegneria, l’approvvigionamento e la costruzione dell’impianto GNL onshore, delle strutture connesse e delle attività offshore” – dice la nota EXIM – .

“È la più grande operazione nei 91 anni di storia di EXIM. Genererà 600 milioni di dollari in interessi e commissioni per il Tesoro degli Stati Uniti. Tutto questo sarebbe andato ai produttori cinesi e russi se non fosse stato per la leadership del Presidente Trump” – ha affermato il vicepresidente ad interim di AXIM, Jim Burrows -.

TotalEnergies cerca ulteriori finanziamenti: almeno 1,3 miliardi di dollari (1,1 mld di euro).

Crediti foto:
– Patrick Pouyanné
By Jérémy Barande / Ecole polytechnique Université Paris-Saclay, CC BY-SA 2.0, Link
– Daniel Chapo.
By ElBarcobasurero – L’immagine è stata estratta da un altro file, CC BY-SA 4.0, Link

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

Il Ruanda presenta il conto per il suo aiuto militare al Mozambico dove rimarrà all’infinito

In luglio termina la missione militare SADC in Mozambico contro i jihadisti. Molti interrogativi