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L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

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In Sudan si muore di fame: mancano soldi ma arrivano armi e mercenari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 luglio 2025

Le armi non tacciono. In Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del momento, con decine e decine di migliaia di morti, oltre 10 milioni di sfollati e 4 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi. Le persone scappano con poco più degli abiti che indossano. Fuggono dalla morte, dalle bombe, dalle pallottole.

La guerra tra i due generali, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, a capo delle forze armate sudanesi (SAF) e capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan da una parte e Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) è scoppiata nell’aprile 2023. Le battaglie tra le due fazioni continuano e finora non si vedono spiragli di pace all’orizzonte.

Niente tregua in Darfur

Nei giorni scorsi le Nazioni Unite avevano proposto un cessate il fuoco di una settimana per portare aiuti umanitari a al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale. La tregua è stata accettata da SAF, non dalle RFS. I paramilitari hanno spiegato che, secondo loro, l’esercito sudanese approfitterebbe di una breve pausa delle ostilità per rifornire le proprie truppe.

E ieri mattina i sanguinari ribelli hanno nuovamente bombardato il centro del capoluogo del Darfur settentrionale, uccidendo almeno tre persone. Intanto i prezzi dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Secondo quanto riportato in questi giorni da Sudan Doctors Network da gennaio a oggi sarebbero morti di fame 239 bambini a al-Fashe

r. Se ne sono andati nel quasi totale silenzio della comunità internazionale.

L’arma più potente in questa guerra è proprio fame, uccide chi è rimasto nel Paese, ma sta minacciando anche chi ha cercato protezione nei Paesi limitrofi, come Ciad, Libia, Sud Sudan, Centrafrica e altri. Sono per lo più nazioni a basso reddito e con problemi di insicurezza dovuti a conflitti interni.

Appello di PAM 

Senza aiuti internazionali i governi degli Stati vicini non riescono ad assicurare beni di prima necessità alle loro popolazioni, figuriamoci ai rifugiati. La situazione è drammatica e proprio in questi giorni PAM (Programma Alimentare Mondiale) ha lanciato un disperato appello: “Milioni di sudanesi fuggiti nei Paesi vicini sono a rischio fame e malnutrizione per carenza di fondi che costringe a drastici tagli all’assistenza alimentare salvavita”.

I tagli per la distribuzione del cibo sono già iniziati da tempo. Persino in Uganda alcuni rifugiati vulnerabili ricevono solamente un quarto delle calorie necessarie al giorno, vale a dire 500 contro le 2000 e si prevedono ulteriori riduzioni nel prossimo futuro se non arrivano al più presto nuovi fondi.

I sudanesi in fuga rischiano di morire di fame e stenti anche oltre i confini dell’ex protettorato anglo-egiziano.

PAM ha avvertito che il sostegno ai rifugiati sudanesi in Egitto, Etiopia, Libia e Repubblica Centrafricana “potrebbe arrestarsi nei prossimi mesi a causa dell’esaurimento delle risorse”.

Vite a rischio

Anche in Ciad, che ospita già oltre 850mila sudanesi ci sono gravi difficoltà. il flusso è in costante aumento, visto che ogni giorno un migliaio di persone provenienti dal Darfur in fiamme, sconfina nel Paese. Purtroppo trovano scarso aiuto nei campi sovraffollati con il rischio di nuovi tagli alle razioni di cibo. Stanno fuggendo da una regione dove in alcune aree la carestia è già stata confermata. Nell’agosto 2024 la mancanza di cibo è stata denunciata nel campo sfollati di Zamzam, ora si è estesa a parecchi altri siti. Centinaia di migliaia di vite sono a rischio.

Sudanesi in fuga dalla guerra

In questi giorni si sta svolgendo una conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo, organizzata dall’ONU a Siviglia, Spagna. In tale occasione PAM spera di raccogliere nuovi fondi per far fronte alle esigenze dei sudanesi e tutte le popolazioni in difficoltà a livello globale.

Armi chimiche

Intanto sono scattate le nuove sanzioni di Washington nei confronti del governo di al-Burhan, perché, secondo gli USA, SAF avrebbe utilizzato armi chimiche nel 2024 nella guerra contro le RFS. In una nota  del 22 maggio scorso il dipartimento di Stato USA accusa il Sudan di aver fatto ricorso a tale arma, senza però precisare data e luogo. Gli americani hanno sottolineato che il Paese ha violato la Convenzione contro l’uso di questo tipo di armamenti, accordo ratificato anche dal Sudan nel 1999.

Khartoum ha respinto le accuse al mittente, dichiarando che sono senza fondamenta e prove. Intanto le sanzioni comprendono restrizioni a crediti governativi USA e esportazioni statunitensi verso il Paese. Sono esenti, invece, aiuti umanitari urgenti e prodotti agricoli.

Sta di fatto che già in altre occasioni il governo di Khartoum è stato accusato di aver utilizzato armi chimiche. Una denuncia in tal senso risale al 2016. Allora Amnesty International aveva accusato l’esercito di averne fatto uso in almeno 30 occasioni nel Darfur. L’organizzazione per i diritti umani aveva chiesto inutilmente un’inchiesta all’ONU.

Accuse al Kenya

SAF sta accusando il Kenya di fornire armi alle RFS. In un breve comunicato del ministero degli Esteri sudanese ha dichiarato di aver scoperto a maggio armi e munizioni etichettate in Kenya nei depositi di armi dell’RSF a Khartoum. Armi e mercenari in arrivo alle Rapid Support Forces anche dagli Emirati Arabi Uniti attraverso il porto di Bosaso in Puntland, secondo una pubblicazione di Africa Intelligence, testata solitamente ben informata.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Nel silenzio generale e lontano dai media il Sudan muore

Mali: arrivano mercenari eredi di Wagner, siglato nuovo accordo militare a Mosca

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2025

Il golpista maliano, Assimi Goïta, leader della giunta militare di transizione e de facto capo di Stato della ex colonia francese, è stato ricevuto con tutti gli onori a Mosca dal suo omologo russo, Vladimir Putin, una settimana fa.

Secondo alcuni media, l’aereo che ha portato Goïta e la sua delegazione in Russia, sarebbe stato addirittura noleggiato dalle autorità di Mosca, che vuole assolutamente rafforzare la sua presenza in Africa. Va sottolineato che a maggio anche Ibrahim Traoré, presidente putschista del Burkina Faso, è stato ricevuto da Putin.

Assimi Goïta, presidente del Mali, ricevuto dal suo omologo russo, Vladimir Putin a Mosca

Entrambe le visite, quella di Traoré prima, quella di Goïta poi, erano volte a ampliare la cooperazione tra Mosca e i due Paesi del Sahel, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Ma non solo. Putin ha sottolineato durante i colloqui con il suo omologo maliano che ci sono buone prospettive di collaborazione anche in altri settori, riguardanti le “risorse naturali, l’energia e la logistica”.

Pressioni non gradite

La giunta maliana aveva chiesto aiuto a Wagner e alla Russia dopo aver cacciato i francesi e altri partner occidentali perché, secondo quanto riferito ai reporter di al Jazeera da Flore Berger, analista senior dell’Osservatorio del Nord Africa e del Sahel di Global Initiative, “Nonostante anni di aiuti, la situazione della sicurezza non era migliorata”.

Inoltre, “i Paesi occidentali continuavano a fare pressioni su Bamako affinché tornassero al governo civile e organizzassero elezioni. La Russia, attraverso Wagner, invece, ha offerto il suo sostegno senza tutte queste condizioni. È stata vista come un partner più rispettoso e affidabile che non avrebbe interferito nelle loro scelte politiche”, ha specificato l’analista.

Africa Corps, gli eredi di Wagner

Solo pochi giorni fa i mercenari di Wagner – anche se la loro presenza è sempre stata negata dal de facto presidente del Mali – sono stati rimpatriati nella Federazione Russa. E pare che nuovi soldati di ventura di Africa Corps di Mosca li abbiano già rimpiazzati a Bamako. Combatteranno accanto ai militari dell’esercito maliano (FAMa) come lo hanno fatto i miliziani di Wagner. Il nuovo contingente russo sarà direttamente controllato dal ministero della Difesa del governo di Putin. In sostanza, sono mercenari che hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio solamente lo scudetto sul braccio.

Creazione del Cremlino

Africa Corps è un’organizzazione creata dal Cremlino e, secondo alcuni osservatori saranno attivi più che mai in parecchi Paesi africani, non solamente negli Stati AES (Alleanza degli Stati del Sahel, Burkina Faso, Niger e Mali). Sono già attivi in Libia e Guinea Equatoriale.

E’ ancora da chiarire cosa succederà nella Repubblica Centrafricana, dove gli uomini di Wagner sono scesi in campo da parecchi anni. Non si esclude che i mercenari del gruppo fondato da Yevgeny Prigozhin, morto nell’agosto 2023, attualmente ancora presenti nel CAR, saranno integrati nel nuovo contingente.

Lo scorso gennaio, in occasione dell’ultimo incontro con Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica, Putin aveva fatto sapere che intende continuare la collaborazione militare/sicurezza con Bangui. Finora non sono trapelati ulteriori dettagli. Attualmente il leader centrafricano è ricoverato a Bruxelles. E’ stato evacuato con la massima urgenza con un volo sanitario il 21 giugno scorso.

Collaborazione militare

Con l’arrivo dei “nuovi mercenari” dell’Africa Corps, il ministro della Difesa di Bamako, Sadio Camara, ha incontrato il suo omologo russo, Andrei Belooussov, per ufficializzare la nuova collaborazione militare.

Intanto però le aggressioni dei jihadisti in Mali e in tutto il Sahel non si placano. Nelle ultime settimane i terroristi hanno attaccato tre campi militari maliani. Hanno aggredito anche la città di Timbuktu e hanno piazzato un ordigno esplosivo artigianale in un campo di addestramento maliano-wagneriano appena fuori dalla capitale Bamako.

I mercenari russi sono stati accusati di aver deliberatamente ucciso e fatto sparire dei civili durante le loro campagna contro i terroristi.

Forti, grazie ai russi

“La presenza russa ha aiutato la giunta a rimanere al potere e ad apparire forte, ma non ha risolto i problemi di sicurezza reali e ha portato a un maggiore isolamento dall’Occidente e dagli aiuti internazionali”, ha aggiunto infine la Berger.

Da tempo Bamako considera i tuareg dell’Azawad terroristi come i jihadisti di JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato ad al-Qaeda) e quelli EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Con la differenza sostanziale però, che questi ribelli combattono per la propria libertà e non per conquistare e occupare nuovi territori.

Annullato accordo con i tuareg

Nel 2020, da quando i golpisti, hanno preso il potere, il monitoraggio dell’accordo di pace, tra i ribelli dell’Azawad e Bamako è praticamente stato bloccato. Inoltre il ritiro dell’operazione francese Barkhane e la partenza dei caschi blu di MINUSMA (missione di pace delle Nazioni Unite in Mali), hanno risvegliato le ostilità. Nel gennaio 2024 la giunta militare al potere ha annullato il trattato di Algeri stipulato nel 2015 tra il governo di Bamako e i gruppi indipendentisti attivi per lo più nel nord del Paese.

Ucraini in campo 

FAMa e i suoi alleati russi si concentrano soprattutto a dare la caccia ai tuareg, che l’anno scorso, durante la battaglia di Tinzaouatène, grazie a informazioni ricevute da GUR (servizio di sicurezza ucraino), hanno ucciso anche molti mercenari russi, oltre a soldati maliani.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Ucciso comandante di Wagner nel nord del Mali nei combattimenti contro i ribelli tuareg

 

Algeria-Mali: rapporti arroventati dopo gli interventi militari contro i “terroristi” tuareg

 

Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca

Distruggere lo Stato Sociale: primo obbiettivo dell’aumento spese militari volute dalla NATO

Africa ExPress e Senza Bavaglio
Da “Il Fatto Quotidiano”
Gianfranco Viesti*
27 giugno 2025

Nell’analizzare il presente si corre sempre il rischio di ingigantire l’importanza degli avvenimenti correnti, di sovrastimarne l’impatto nel tempo. Eppure, non si sfugge all’impressione che il consenso dei governi europei (con l’eccezione di quello spagnolo) al gigantesco aumento di spesa militare richiesto dagli Stati Uniti configuri il più forte attacco al nostro stato sociale da molti decenni a questa parte.

Trascuriamo qui le notevolissime conseguenze di questo consenso sul piano delle relazioni internazionali, la supina accettazione del diktat di un Paese che, per dirne solo alcune, stravolge sistematicamente il diritto internazionale, bombarda altri Paesi, minaccia l’economia europea con i dazi, ha già pronti i piani per l’invasione della Groenlandia. Restiamo sul piano dell’economia e della società.

Il punto di fondo è che questo gigantesco aumento di spesa militare è incompatibile con il mantenimento del welfare e dei sistemi di istruzione e di salute pubblica costruiti dopo la Seconda guerra mondiale. Il caso italiano è clamoroso. Arrivare al 5 per cento significa destinare alle spese militari 75 miliardi in più all’anno, tutti gli anni. Una cifra pari a più di metà dell’intero fondo sanitario nazionale, già sottofinanziato e che dovrebbe crescere per l’invecchiamento della popolazione e il maggior costo delle cure.

Chi ha subito fotografato con poche parole quel che sta avvenendo è stato Leone XIV, stigmatizzando “i soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte, con i quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti”. Più armi e meno ospedali pubblici, come nel fallimentare, sotto ogni profilo, modello di sanità americana.

Meloni promette che questi 75 miliardi si materializzeranno per magia, senza doverli prendere da qualche parte. Impossibile che lei stessa ci creda. Forse, in cuor suo, confida nel passar del tempo, nello scavallare le prossime elezioni (italiane e americane); non proprio da grande statista: poi si vedrà.

Certo, c’è da augurarsi che col tempo le cose possano cambiare, e molto. Ma potrebbe anche essere una pericolosa illusione: il nostro Paese si è accorto nel 1993, con le vicende Finmeccanica-Alfa Romeo, di che cosa implicasse l’Atto Unico del 1985; e nel corso di tutti gli anni Dieci dell’impatto del Fiscal Compact nel 2011.

Vedremo che cosa ci riserveranno i prossimi anni. Ma resta l’importanza di una scelta politica così netta. Le priorità per la grande maggioranza delle attuali classi dirigenti europee sono il controllo del debito pubblico (riaffermato con forza nel Patto di Stabilità tornato in vigore) e il riarmo nazionale. Quest’ultimo, con le armi americane; con buona pace del coordinamento europeo. Lo stato sociale si deve conseguentemente ridimensionare. Non solo perché ci servono i soldi per i cannoni, ma anche – questo è il punto – perché è giusto che sia così.

Meno stato sociale significa una società più libera di essere diseguale, individui più soli ed esposti ai rischi della vita. Ma significa anche tante buone occasioni per le imprese. Si pensi al prepotente ingresso (anche, molto, in Italia) degli interessi assicurativi nel sistema della sanità. Al business delle cure private, per le patologie dei “ricchi” e per chi se le può permettere.

Si pensi ancora, sempre per restare a casa nostra, al mondo dell’istruzione: all’ingresso di capitali privati internazionali orientati al profitto nell’insegnamento universitario telematico, favoriti senza opposizione. Si smetta con l’assistenzialismo per i poveri pigri: che vadano a lavorare, senza costare troppo a chi li impiega.

Nei governi europei non hanno un ruolo decisivo le destre estreme, che tanto, giustamente, si temono. Sono le élite “liberali”, quelle “moderate”, “responsabili”, “frugali”, a promuovere questo profondo cambiamento. È il liberal-conservatore Mark Rutte, per 14 anni ministro-presidente dell’Olanda, l’eroe negativo – anche sul piano macchiettistico – di queste giornate.

Da noi, sono i “riformisti” a volere un’Italia e un’Europa con meno governo e più mercato, meno servizi pubblici e più compravendita di istruzione e salute, meno sindacato e più flessibilità di impiego e di salario. Sono (con l’eccellente eccezione spagnola) i residui dei partiti laburisti e socialdemocratici a fare da protagonisti, o più mestamente da stampelle, a questi indirizzi.

Queste classi dirigenti sembrano davvero voler riscrivere la storia al contrario. Non solo un’Europa di stati nazionali militarmente potenti, con la Germania nuova forza armata del continente, come più di un secolo fa. Ma anche una società che dimentichi finalmente la sbornia statalista del secondo dopoguerra. In cui “noi” che ce la siamo meritata torniamo finalmente liberi, potenti e tassati giusto il minimo. Come negli Stati Uniti.

Gianfranco Viesti*
X @profgviesti
*professore di economia all’università di Bari

Le iconografia pubblicate sul sito di Africa Express e di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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Repressione in Togo: morti e feriti durante manifestazioni anti regime

Africa ExPress
Lomé, 29 giugno 2025

Dopo le manifestazioni in Kenya di pochi giorni fa con almeno 16 morti, ora anche il regime del Togo ha sguinzagliato le forze dell’ordine contro i dimostranti.

Nei giorni scorsi alcuni gruppi di attivisti togolesi avevano chiesto alla popolazione di scendere nelle strade e nelle piazze nei giorni 26, 27 e 28 giugno, ma come previsto, le autorità hanno vietato qualsiasi manifestazione.

Togo: nella capitale manifestazione repressa con gas lacrimogeni e arresti

Anche se la partecipazione alle dimostrazioni non è stata massiccia, già giovedì scorso, durante la prima giornata delle proteste, la polizia in alcuni quartieri della capitale Lomé aveva lanciato gas lacrimogeni contro i partecipanti al raduno. Molti esercizi commerciali sono rimasti con le serrande abbassate per tutta la giornata.

Scontri con polizia

I manifestanti hanno bruciato pneumatici e barriere stradali di legno e in diversi quartieri si sono verificati scontri con la polizia. In altre zone della capitale togolese, invece, regnava la calma. Molti abitanti si sono rinchiusi in casa per paura di essere coinvolti in violenze.

Sta di fatto che chi ha osato protestare, manifestando il proprio dissenso contro il regime e il forte aumento del costo dell’energia elettrica, ha dovuto subire l’ira delle forze dell’ordine. Il bilancio è pesante: 3 morti decine di feriti. Alcuni dissidenti sono stati anche arrestati nel quartiere di Bè, una roccaforte dell’opposizione. E proprio nella laguna di Bè, sono stati ripescati tre corpi con il viso tumefatto.

Touche pas ma constitution, una coalizione di gruppi politici, ha confermato la morte di tre persone e il ferimento di diversi manifestanti, tra questi alcuni in modo grave. L’organizzazione ha inoltre contestato l’arresto di una ventina di persone e denunciato l’eccessivo uso della forza da parte della polizia.

Riforma costituzionale

Dopo una riforma costituzionale del 2024, Faure Gnassingbé, presidente dal 2005 dalla morte del padre Gnassingbé Eyadéma, a maggio di quest’anno ha dato le dimissioni come capo di Stato, carica che ora viene conferita direttamente dal Parlamento, per un mandato unico della durata di 6 anni. Jean-Lucien Savi de Tové è adesso il presidente del Togo, incarico ormai declassato a un ruolo simbolico.

Il presidente del Consiglio dei ministri del Togo, Gnassingbè

Mentre Faure Gnassingbé, la cui famiglia “regna” nella ex colonia francese da oltre 50 anni, a maggio ha prestato giuramento come presidente del Consiglio dei ministri, che, con la riforma della Costituzione è diventata la più potente posizione del potere esecutivo. Insomma, Faure ora decide delle sorti del Paese, e sulla carta potrebbe restare in carica a vita.

Negli ultimi anni non ci sono state parecchie manifestazioni in Togo e in questo mese è la seconda volta che esponenti della società civile e personalità influenti hanno lanciato appelli alla mobilitazione.

Finora il regime di Gnassingbé non ha rilasciato dichiarazioni sugli incidenti che si sono verificati durante le giornate di protesta.

Africa ExPress 
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Togo: in vista delle elezioni il governo fa i conti e comunica il numero di morti per terrorismo jihadista

Se n’è andata Hibo Yassin, Italiana nata in Somalia: “Le devo la vita”

OBITUARY
Massimo A. Alberizzi
28 giugno 2025

Ieri, improvvisamente, stroncata da un infarto se n’è andata Hibo Yassin, una giovane somala naturalizzata italiana cui devo la vita.

Hibo, che ha trascorso una parte della sua vita a Torino, era un’attivista per i diritti umani in Somalia dove, insieme alla zia Starlin Harush, si è battuta per la pace, sfidando persino i signori della guerra che hanno messo a ferro e fuoco l’ex colonia italiana.

Starlin, proprio per il suo impegno civile, è stata uccisa qualche anno fa durante una rapina dai molti dubbi. Hibo aveva raccolto il testimone anche, e soprattutto, nell’Organizzazione Non Governativa che avevano fondato assieme, IIDA, la cui missione è quella di fornire soccorso e servizi di emergenza alle donne e ai bambini colpiti dalla guerra civile in Somalia. Nel corso degli anni, l’IIDA si è evoluta fino a concentrarsi sullo sviluppo e sulle critiche alla responsabilità delle istituzioni governative.

Hibo Yassin in una foto di qualche anno fa

L’organizzazione difende i diritti dei bambini, dei giovani e delle donne vulnerabili e promuove la pace tra le comunità.

Ma Hibo, una cara amica, per me è stata importantissima. Quando nel 2006 a Mogadiscio sono stato sequestrato dagli islamisti lei, che era a Nairobi, è intervenuta contattando tutto il mondo somalo: politici, società civile, leader islamici, imam, capi clan, ambasciatori e perfino il capo supremo islamista Sheck Hassan Daher Aweis.

Assieme all’allora inviato speciale italiano per la Somalia, Mario Raffaelli, al primo segretario dell’ambasciata italiana in Somalia (che però per motivi di sicurezza era stata dislocata a Nairobi), Stefano Deyak, e alla collega del Giornale, hanno mosso veramente mari e monti e sono riusciti a trovarmi un posto su un aereo delle Nazioni Unite.

L’ultima volta ci siamo visti a Nairobi nel gennaio scorso. Le ho chiesto di accompagnarmi a Eastleigh, il quartiere somalo della capitale keniota. Mi aveva mostrato le “curiosità” di un grande centro commerciale dove banche islamiche lavorano accanto a quelle americane.

Difficile descrivere la sua gioia il giorno in cui aveva ricevuto la conferma che era diventata italiana. Sprizzava felicità da tutti i pori: si sentiva italiana più di tanti italiani.

Ciao Hibo. Che la terra ti sia lieve. Grazie per tutto quello che hai fatto per la pace in Somalia. E anche per me!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X @malberizzi
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Massimo Alberizzi rapito in Somalia ma rilasciato dopo due giorni

Il “vicedittatore” eritreo, aggredito a Roma: è colui che ha ordinato il mio rapimento in Somalia

Misteri e incognite dei bombardamenti israeliani e americani contro l’Iran

Speciale per Africa ExPress
Sergio Pizzini*
27 Giugno 2025

I media internazionali hanno riportato in grande dettaglio i particolari dell’attacco, prima israeliano e poi statunitense, ai siti nucleari iraniani, ivi incluso un video che metteva in evidenza una fila di camion che usciva da un sito imprecisato, poi target del bombardamento con i B2 americani.

Secondo la narrazione ufficiale, Netanyahu aveva sferrato il primo attacco in totale autonomia, senza il supporto degli USA, anche se era chiaro fin dall’ inizio che i cacciabombardieri F35 israeliani, senza il supporto di aerei cisterna USA non avrebbero potuto raggiungere Teheran e poi ritornare nella loro base di Nevatim.

Un aereo cisterna USA dello stesso tipo di quelli che hanno rifornito in volo i bombardieri in azione sull’Iran

Si trattava, infatti, di un percorso di 3600 Km, ben superiore all’ autonomia di volo dei F35 israeliani, circa 1000 Km, anche se sembrerebbe che alcuni aerei fossero stati equipaggiati con serbatoi ausiliari situati sotto le ali.

Strategia concordata

Che l’attacco israeliano fosse stato eseguito nell’ambito di una strategia concordata con gli USA è risultato chiaro dal discorso di Trump dopo l’attacco americano, dove Trump aveva ufficialmente ringraziato Israele per il buon lavoro fatto in stretta collaborazione con le forze aeree americane. Ipse dixit.

Secondo la narrazione ufficiale, infine, nessuna fuoruscita di materiale radioattivo è stata dichiarata evidente dopo i bombardamenti dei siti dove l’Iran aveva in produzione l’arricchimento a livello industriale dell’uranio, con 1500 centrifughe e forse di più.

Assenza di commenti chiarificatori

Qui la narrazione ufficiale non ha mai riportato commenti chiarificatori. Mai possibile che la distruzione di siti dove veniva condotto l’arricchimento ufficiale almeno al 5 per cento non avesse dato origine a fughe consistenti di materiale radioattivo? Così come dai siti scavati ben sotto le montagne, dove l’arricchimento veniva portato almeno al 60 per cento?

La mia convinzione è che sia da parte israeliana che USA, si fosse preventivamente raggiunto un accordo sia con le autorità iraniane che con l’IAEA, che i bombardamenti sarebbero stati condotti su siti del tutto privi di materiale radioattivo, o su siti da dove il materiale radioattivo fosse stato preventivamente allontanato, per evitare danni irreparabili all’ambiente ed alle persone.

Verificare uso superbombe

Si è così trattato di un’esercitazione dimostrativa, dedicata comunque  alla distruzione dei siti nei quali l’arricchimento era stato condotto per anni a livello del’5 per cento, prima di trasferire le attività destinate alla costruzione della bomba in siti sicuri sotto le montagne. Dove il bombardamento con i B2 americani avrebbe consentito di verificare il buon uso delle superbombe.

Per dare un segnale non tranquillizzante alle autorità iraniane, avvisate che tutte le strutture dedicate all’ arricchimento dell’uranio ed alla costruzione della bomba erano alla portata dell’armata aerea israelo-americana. Un obbligo per l’Iran alla trattatativa.

Sergio Pizzini*
sergiopizzini2011@gmail.com
*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano
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Gli oscuri misteri che circondano l’Iran e la bomba

Kenya: almeno 16 morti e oltre 400 feriti durante le manifestazioni di ieri

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 26 giugno 2025

Il Kenya ieri ha celebrato il primo anniversario delle manifestazioni di piazza organizzate per contrastare  la legge finanziaria poi annullata dal presidente, William Ruto, per evitare ulteriori rivolte. E mercoledì migliaia di giovani sono scesi nelle strade e nelle piazze di Nairobi, Mombasa e altre città della ex colonia britannica per ricordare la carneficina di allora e la brutalità della polizia che non cessa di versarsi su coloro che manifestano il proprio malcontento contro il governo.

Ieri a Nairobi le forze dell’ordine hanno bloccato con filo spinato le strade di accesso che portano al parlamento e verso altri i punti nevralgici del potere e degli affari.

Forte dispiegamento delle forze dell’ordine contro i manifestanti

All’inizio della giornata i manifestanti hanno sfilato in modo pacifico, sventolando la bandiera del Paese, con rose e cartelli con i nomi delle persone ammazzate dalla polizia lo scorso anno, gridando però a gran voce: “Ruto must go” (Ruto, il presidente kenyano, deve andarsene, ndr).

Anche ieri, come un anno fa, la polizia ha caricato i dimostranti che hanno protestato in diverse città del Kenya.

La volpe perde il pelo ma non il vizio

Secondo Amnesty Kenya sono morte almeno 16 persone, per lo più ammazzate dagli agenti di sicurezza; i feriti sarebbero oltre 400, tra dimostranti, agenti di polizia e giornalisti.

Mentre Independent Policing Oversight Authority, un ente finanziato dallo Stato, ha dichiarato che almeno 61 persone sono state arrestate durante le proteste di mercoledì scorso.

Nulla di nuovo all’orizzonte. La volpe perde il pelo, ma non il vizio: Amnesty e Kenya National Commission for Human Rights (KNCHR) hanno rilevato un forte dispiegamento di forze di polizia e hanno accusato un uso eccessivo della forza, compresi proiettili di gomma, munizioni vere e cannoni ad acqua, che hanno provocato numerosi feriti.

No comment della polizia

Il portavoce della polizia keniota, Muchiri Nyaga, non ha voluto commentare le dichiarazioni di Amnesty Kenya o del KNCHR.

Manifestazione a Nairobi

Il governo aveva vietato la copertura radiotelevisiva in diretta delle proteste, ma il decreto è stato poi annullato dall’Alta Corte di Nairobi.

I giovani delle proteste odierne hanno tentato di raggiungere la residenza ufficiale di Nairobi del presidente, ma sono stati respinti dalle forze dell’ordine. E Ruto ha chiesto con insistenza ai manifestanti di non minacciare la pace e la stabilità del Paese.

Ma oggi il ministro Kipchumba Murkomen ha accusato i manifestanti di aver tentato di rovesciare il governo durante la giornata di manifestazioni, osservazioni che secondo i leader della protesta erano un tentativo di sviare l’attenzione dalle loro richieste.

Silenzio del governo

Il silenzio del governo, la censura che aleggia, sono indizi preoccupante di una svolta autoritaria che speriamo non porti a una deriva, soprattutto in un momento in cui Nairobi si appresta a presentare la nuova legge finanziaria. Quest’ultima comprende anche punti di compromesso sociale, ma permane tuttavia punitiva perché costretta a colmare il deficit dovuto all’indebitamento dissennato cui varie presidenze hanno attinto a piene mani oggi come nel passato.

Michael Backbone
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Il Kenya urla giustizia per un giovane blogger assassinato in detenzione

In Kenya la gente ha vinto: le proteste di piazza organizzate sui social (Instagram e TikTok)

Cisgiordania: i coloni attaccano i palestinesi tre volte al giorno. E l’esercito sta a guardare

 

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
24 giugno 2025

I coloni che si sono insediati illegalmente in Palestina che i trattati internazionali affidano al popolo palestinese stanno attaccando più volte al giorno i villaggi arabi.

Balcanizzazione West Bank

West Bank è sempre più balcanizzata da insediamenti illeciti di israeliani puntualmente difesi dall’esercito del loro Paese. Gli attacchi avvengono da decenni, ma dal 7 ottobre 2023 hanno conosciuto una recrudescenza, visto che gli invasori, armati fino ai denti, hanno mano libera dal governo israeliano di estrema destra.

Quello che accade non fa ben sperare per la pace tra i due popoli. Oggi i quasi 2 milioni di palestinesi utilizzano solo il 18 per cento della Striscia perché sono stati evacuati per motivi di sicurezza dall’82 dal territorio, ora controllato da Israele (fonte Haaretz, 22 giugno 2025).

Fragile tregua

Mentre gli occhi del mondo sono fissi sull’Iran, su Israele e sulla fragile tregua firmata USA, in Cisgiordania continua la persecuzione della popolazione, costretta a lasciare l’area: nuovi profughi, occupazione di territori, continui attentati da parte dei coloni.

In Cisgiordania sono in corso operazioni che il governo Netanyahu ha intensificato già nel gennaio 2023, ben prima dell’attentato di Hamas del 7 ottobre.

I coloni distruggono abitazioni, auto, strutture (foto Reuters)

Da allora i coloni hanno avuto sempre maggiore possibilità di appropriarsi di oliveti, villaggi e case. Un report di OCHA del 19 giugno precisa che da inizio anno si registrano tre attacchi dei coloni in varie zone della Cisgiordania. Dal 3 al 16 giugno ci sono stati 36 assalti da parte dei coloni.

Manforte dei militari

IDF, l’esercito israeliano, non solo dà manforte ai coloni, ma ha anche proceduto alla distruzione di diverse abitazioni a Tulkarem, Nur Shams e Jenin. Dall’inizio 2025, sono diventati profughi dell’area C (Palestina sotto controllo israeliano) oltre 680 palestinesi.

La divisione in area A, B, C (accordi di Oslo 1993): Di fatto solo la A è a controllo esclusivamente palestinese, la B misto e la C a totale controllo israeliano. Ma gli insediamenti illegali si sono piazzati in tutte e tre le aree.

La di

Intanto nuovi outpost (insediamenti illegali dei coloni) continuano a nascere a macchia d’olio nel governatorato di Ramallah e Gerusalemme (in aree che dovrebbero essere sotto il totale controllo palestinese, secondo Oslo) e puntualmente arrivano pure gli attacchi.

A giugno sono state mandate via da Kobar (vicino a Ramallah) 29 persone, sempre a causa delle violenze dei coloni che da marzo hanno installato un nuovo outpost a 10 metri dal paese. Numerose aggressioni causate da un altro insediamento illegale sono avvenute a Al Mazra’a ash Sharqiya, sempre nella zona di Ramallah, dove sono state ferite 10 persone e incendiati beni ed edifici.

Assaliti i beduini

Ancora nelle ultime settimane i coloni hanno assalito anche i beduini di Ma’azi Jaba’, in Area C: trenta persone sono ora senza casa: le loro abitazioni sono state distrutte, date alle fiamme dal coloni. in attacchi nel centro di Nablus, tra il 3 e il 16 giugno lo Stato di Israele ha ucciso 5 palestinesi e ne ha feriti 140, tra cui 25 bambini.

Durante un’operazione particolarmente violenta, durata 30 ore, sempre a Nablus, cani addestrati, jeep militari lanciate a tutta velocità nella città vecchia e sparatorie a giugno hanno ferito numerosi palestinesi.

Cani d’attacco

Secondo un’inchiesta di Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) e The Guardian, gran parte di questi cani d’attacco, vere e proprie armi da guerra, provengono dell’Europa. Vengono addestrati da aziende specializzate che li vendono a Israele per essere utilizzati nei ranghi militari.

La divisione della West Bank e i governatorati

Questi episodi, tra quelli documentati, dimostrano l’escalation continua che protegge il regime di apartheid e l’impunità di cui godono i coloni della destra più accesa. Basta guardare una mappa per capire che la famosa ipotesi di divisione del territorio in due Stati, palestinese e israeliano, è diventata impossibile.

Ocha raccoglie i dati sul territorio relativi all’espansione delle coloni illegali e i check point nella West Bank. Gli insediamenti illegali sono in rosso scuro e in arancione i terreni sequestrati dai coloni.

A Massafer Yatta, sempre in zona C, il paese diventato famoso per il docufilm No Other Land, Israele ha deciso di recente che nascerà un campo di addestramento militare che occuperà l’intera area di circa 7 mila ettari. Il centro si chiama Firing 918 secondo una delibera dell’Higher Planning Council per la West Bank dello Stato israeliano.

Vietato ricorso

La decisione riguarda la cacciata di 2.800 persone sparpagliate in 12 villaggi dell’area. In pratica Israele si arroga il diritto di procedere alle demolizioni delle case e bocciare qualsiasi ricorso degli abitanti come quelli già presentati da alcune famiglie per attestare le proprietà delle terre.

Anche l’associazione israeliana B’tselem denuncia che nella West Bank “dall’attacco all’Iran, Israele ha bloccato del tutto la Cisgiordania, sono stati chiusi tutti i check point e le principali vie di comunicazione dei villaggi palestinesi, città e centri”.

IDF sta anche procedendo a far sgomberare i palestinesi dalle loro case per piazzarci dentro dei soldati che si accampano diversi giorni: è successo a Ramallah, Jenin, Hebron, al-Jalasun e Balatah. E’ stata assalita anche al-Maghazi-Jaba’ al-Khdeirat dove gli abitanti palestinesi hanno chiamato la polizia contro l’assalto dei coloni per finire arrestati in tre e diversi feriti.

Entrata bloccata

L’agenzia palestinese Wafa segnala che IDF sta cercando di chiudere in enclave la popolazione di diverse zone del governatorato di Tulkarem nel nord della Cisgiordania. Ad esempio 64 mila abitanti di Beit Lid nel governatorato di Tulkarem nel nord della Cisgiordania hanno l’entrata principale bloccata da un cancello appena installato.

Così succede anche per Ramin. Questo costringe le persone a deviazioni a piedi e in auto su strade secondarie sempre molto complesse, con parti da percorrere in terra battuta e spesso scavalcando barriere di terra rimossa e accatastata dai buldozer dell’esercito israeliano.

Le incognite per i palestinesi sono quotidiane. I tempi di percorrenza ignoti anche per pochi chilometri. Intanto i coloni hanno strade “statali” asfaltate, destinate solo agli israeliani, in modo da fare in pochi minuti decine di chilometri. Non si può definire questa una politica razzista? Peggio che nel Sudafrica dell’apartheid.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Iran-Israele-USA, fragile tregua: tutti hanno vinto ma solamente a parole

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
24 giugno 2025

Gli Usa impongono la guerra e poi la pace ma quello che ottengono è solo più caos, il programma atomico iraniano è salvo ma il regime perde peso geopolitico, Israele manipola gli Usa ma perde la sua invincibilità

Mentre il mondo assiste, nel silenzio delle sue istituzioni, ai continui colpi di scena in Medioriente, dove il diritto internazionale è stato calpestato più volte, arriva finalmente – 12 giorni e molte vittime dopo – una fragile tregua tra Israele, USA e Iran.

Proteste in America  contro la guerra in Iran

Tre Paesi che nei proclami cantano vittoria, ma che nella realtà hanno tutti perso qualcosa, con la stabilità della regione compromessa e tutti i dossier, dalla strage a Gaza al nucleare Iraniano, all’imperialismo americano decisamente peggiorati.

Iran accetta stop

All’alba di martedì 24 giugno è entrata in vigore una tregua che, dopo essere stati due volte attaccati a tradimento mentre erano in trattativa diplomatica, gli iraniani ovviamente non volevano. Ma che dopo il viaggio del ministro degli Esteri persiano in Russia, hanno accettato.

Il presidente Trump, dopo averli bombardati a sorpresa ha cantato vittoria e – in un panorama geopolitico tra l’assurdo e il grottesco – ha invitato alla pace. Atteggiamenti ambigui che hanno causato gravi danni, anche se negati a spada tratta.

Hanno creato una spaccatura nella sua componente politica principale, i cosiddetti Maga. Hanno scatenato proteste popolari estese in alcune importanti città degli Stati Uniti.

Hanno alterato il profilo (reale o propagandistico) della politica estera USA da sedicente “forza di pace” a forza che impone le trattative con le armi, anche a tradimento, creando un pessimo precedente che la rende molto poco credibile nel futuro.

Intervento militare illegale

Washington ha dato vita a un intervento militare platealmente illegale perché aggredire uno Stato sovrano bombardando le sue centrali nucleari è una delle cose più vietate dalle leggi internazionali. Ha anche scatenato le armi convenzionali più terribili che aveva, senza ottenere nulla di significativo. Perché i danni alle strutture nucleari iraniane non sono sufficienti a interrompere il programma atomico.

Bombardamenti di Israele in Iran

Israele, ugualmente, si è lasciata andare a trionfalismi sia per aver attaccato “finalmente” le centrali iraniane, sia per aver indotto, per non dire costretto gli Stati Uniti a entrare nel conflitto.

Ma se la distruzione “superficiale” o “totale” delle strutture di Fordow, Natanz, Isfahan e Arak, dove si trovano i principali complessi atomici iraniani, viene sbandierata come un successo per il futuro stesso di Israele, in realtà ha fornito agli iraniani una scusa legalmente inattaccabile per uscire dal Trattato di non Proliferazione Nucleare (TNP), e quindi da tutti gli eventuali futuri controlli.

Israele non è invincibile

L’Articolo 5 del TNP infatti prevede che in caso di pericolo per lo Stato aderente esso possa uscirne: e cosa c’è di più pericoloso di un’aggressione militare alle centrali nucleari, per un Paese?

Ma c’è di più. È vero che l’aggressione illegale all’Iran è solo una degli attacchi effettuate da Israele (dopo Libano, Siria, Iraq e Yemen) che non si è mai sentito in imbarazzo per la sua condotta, ma questa volta ci sono stati degli smacchi tali da “aver minato profondamente – come scrive Haaretz – l’idea che Israele aveva della sua invincibilità”.

E se il concetto propagandistico della “democrazia del Medioriente” è da tempo in discussione per le violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra a Gaza, e questo magari importa meno al governo di Netanyahu, importano, invece, quelli di “tecnologia superiore” e di “guerra lampo”.

Letteralmente squassati, il primo, dagli abbattimenti degli aerei di quinta generazione e dall’inefficacia degli scudi antimissile, e svanito, il secondo, dopo 12 giorni di bombardamenti reciproci senza vincitori. La fine di queste due certezze, unite alle città sventrate e alle fughe nei rifugi, ha avuto ricadute psicologiche pesantissime sulla popolazione.

Per entrambi, poi, USA e Israele – che nelle dichiarazioni volevano solo “fare la guerra al Nucleare iraniano” come aveva sostenuto Trump – il fallimento strategico è stato netto.

Complotto Washington – Tel Aviv

Come ha scoperto il New York Times, insieme preparavano da anni, coordinati, un colpo di Stato con minacce telefoniche agli ufficiali, autobombe, omicidi mirati, bombardamenti di palazzi e l’eliminazione di intere famiglie.

Le vittime, eccellenti e non, ci sono state e numerose, ma la catena dei militari si è ricostituita e gli ayatollah, che comandano molto meno di prima, sono comunque indenni nei loro ruoli. Perfino la morte di Khamenei non spaventa più il regime.

Agli iraniani e alla comunità internazionale poi, è ormai evidente che l’unico modo per non essere schiacciati dalla legge delle bombe non è la diplomazia – l’Iran era in piena trattativa con UE e Stati Uniti – ma possedere una deterrenza atomica.

Senza contare poi che attaccando l’Iran la popolazione è stata ricompattata al suo governo, o regime che dir si voglia, rendendo inutili le proteste popolari del 2022, con 500 morti e migliaia di arresti, che loro stessi avevano sponsorizzato e istigato. Di fatto usando e poi tradendo per la seconda volta (la prima era stata con il movimento “Onda Verde” del 2009) i giovani scesi in piazza a proprio rischio.

Teheran ha deluso supporter arabi

Anche l’Iran ha però molto di cui rammaricarsi. Accettando di rispondere ancora una volta in modo simbolico all’attacco USA, dopo che lo aveva fatto già in occasione delle precedenti aggressioni e degli omicidi eccellenti subiti, ha deluso molti dei suoi supporter arabi.

Le minacce di chiudere Hormuz, mai concretizzate, hanno inoltre tolto alla Repubblica islamica l’unica dimostrazione di forza che avrebbe scosso l’Occidente, perdendo grande peso geopolitico.

Ultima, fuori quadro, l’Europa. Che non ne ha azzeccata una, rimanendo a discutere di termini come “genocidio” di fronte ai crimini a Gaza, balbettando quando l’aggressione israeliana è passata sopra al negoziato europeo come uno schiacciasassi. E ancora restando smaccata quando nemmeno è stata avvertita dall’alleato a stelle e strisce dell’attacco, e infine quando la strada della pace è stata trovata altrove, a Washington e a Mosca.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

Israele chiude l’export di gas: emergenza in Egitto ma danneggiata anche l’Italia

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Il Kenya urla giustizia per un giovane blogger assassinato in detenzione

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
23 giugno 2025

“Un padre non può accettare tanti soldi dallo stesso Stato kenyano che quasi certamente gli ha massacrato il figlio in carcere”.

Delusione, rabbia, indignazione. A meno di 3 settimane dalla morte sospetta di un noto blogger e insegnante, Albert Omondi Ojwang, 31 anni, padre di un bimbo di 2 mesi, non si placano in Kenya le proteste contro le forze dell’ordine e il governo.

Giovani indignati

L’ultimo a riassumere, l’altro giorno, lo stato d’animo della popolazione, soprattutto della generazione Z, è stato il popolare attore e attivista, Eric Omondi, 43 anni, in prima linea nelle manifestazioni di piazza per denunciare l’alto costo della vita e la disoccupazione giovanile.

Albert Omondi Ojwang, il giovane blogger-insegnante assassinato in detenzione

Eric, che è stato arrestato diverse volte dalla polizia antisommossa, ha espresso pubblicamente il suo disappunto nei confronti di Meshack Ojwang Opyio, genitore del defunto blogger. Eric ha puntato il dito sul fatto che papà Meshack ha accettato dal presidente William Ruto una donazione di 2 milioni di scellini (quasi 14 mila euro), una cifra enorme per una famiglia povera.

“Avevo fatto tanto per raccogliere fondi a sostegno della vedova e del figlio di Albert dopo la sua tragica fine mentre era sotto custodia della polizia. Non c’era bisogno di accettare soldi proprio dal presidente della Repubblica. Prendere denaro dal capo di uno Stato che riteniamo responsabile della morte di Albert è un atto sleale nei confronti dei cittadini che hanno donato per milioni di scellini oltre che un impedimento all’accertamento della verità”.

Primi rinvii a giudizio

Una richiesta di giustizia che è scattata subito, l’8 giugno scorso, non appena si è diffusa la notizia che Albert Omondi Ojwang era stato trovato senza vita in una cella della Polizia Centrale di Nairobi. E che oggi, 23 giugno, ha avuto una prima risposta: un ufficiale, tre poliziotti e altre persone sono state rinviate a giudizio per quell’omicidio dal procuratore generale dell’alta Corte di Kibera.

Dimostrazione a favore di Albert Omondi Ojwang

Albert, il 7 giugno, era stato prelevato dalla polizia mentre pranzava con la famiglia, condotto nella prigione di Homa Bay, cittadina del Kenya occidentale a 350 chilometri dalla capitale e poi trasportato a Nairobi.

Arrestato e ucciso per un post su X

L’accusa? Sarebbe ridicola se non avesse portato a conseguenze tragiche: aver pubblicato su X (ex Twitter) un post “diffamatorio” riguardante la corruzione nella Polizia e il viceispettore generale della polizia, Eliud Lagat, che aveva sporto denuncia.

La situazione precipita domenica mattina 8 giugno. Il giovane professore-blogger viene trovato esanime in cella. Secondo le dichiarazioni ufficiali della Polizia, “è morto suicida, con gravi ferite alla testa, presumibilmente autoinflitte, ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove è morto. Non è morto qui, in custodia. Trovato privo di sensi, è stato immediatamente trasportato all’ospedale di Mbagathi per le cure del caso, come documentato nel registro degli eventi numerato 9/08/06/2025 alle ore 1:39. All’arrivo, è stato dichiarato morto.

Versione ufficiale: suicidio

Un comunicato stampa reso pubblico l’8 giugno, (si può leggere nel sito ufficiale) conferma che l’arrestato si è ucciso picchiando la testa contro un muro della cella.

Ben diversa la versione fornita dall’avvocato della famiglia, Julius Juma. “Secondo le informazioni da noi raccolte non è morto, come dicono, nell’ospedale di Mbagathi (che sorge nel Kenyatta Golf Course, nella sotto-contea di Kibra, ndr), ma in custodia, poi portato direttamente all’obitorio.

Diversi altri aspetti restano poco chiari: le ragioni dell’arresto, le circostanze della detenzione, la causa della morte, la tenuta in isolamento quando avrebbe sbattuto la testa contro il muro. Il corpo di Albert – ha dichiarato ancora l’avvocato – presentava gravi ferite alla testa, bruciature alle mani e alle spalle. La testa era gonfia dappertutto, soprattutto nella parte frontale, nel naso e nell’orecchio. Tutte ferite che suggeriscono un possibile atto criminale. E’ necessaria un’indagine indipendente”.

I dubbi del legale sono stati condivisi anche dal quotidiano Daily Nation che il 9 giugno ha scritto: “Albert Ojwang non è morto per lesioni autoinflitte. E’ stato ucciso dallo Stato. È morto a causa di una cultura di polizia corrotta e brutale che considera le vite dei giovani kenioti come sacrificabili”.

Autopsia conferma uccisione

Il giorno successivo, 10 giugno, ecco che arrivano i risultati dell’autopsia. L’anatomopatologo governativo Berrnard Midia, ha confermato che Ojwang è stato ucciso. “Ha subito un trauma cranico e compressione del collo e altre ferite su tutto il corpo compatibili con un’aggressione. Se la testa fosse stata sbattuta contro il muro, ci sarebbero segni distintivi, come un’emorragia frontale – ha spiegato Midia –, ma l’emorragia che abbiamo notato sul cuoio capelluto era più estesa, sia sul viso che sui lati e sulla nuca. Se si considera il resto delle ferite in tutto il corpo, è improbabile che si tratti di ferite autoinflitte”. I medici hanno rilevato anche segni di colluttazione.

Nevnine Onyango, vedova del blogger assassinato

Quanto all’indagine indipendente, è stata richiesta a gran voce da gruppi per i diritti umani e anche da due ex presidenti della Corte Suprema, Willy Mutunga e David Maraga.

Il presidente della Law Society of Kenya, Faith Odhiambo, ha dichiarato “Come i keniani rispettano lo Stato di diritto, anche la polizia dovrebbe seguire la legge per garantire l’uguaglianz”.

Condanna di Amnesty

Amnesty International Kenya ha espresso una ferma condanna sull’accaduto : “ Nessun keniano dovrebbe perdere la vita mentre è sotto custodia della polizia. Le indagini devono essere rapide, i risultati devono essere resi pubblici e che gli ufficiali ritenuti responsabili devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni.  Gli agenti di polizia hanno il dovere legale e morale di garantire la sicurezza e il benessere di ogni persona sotto la loro custodia. Questo incidente è l’ennesimo duro monito dell’urgente necessità di trasparenza, responsabilità e riforme di vasta portata all’interno delle nostre istituzioni preposte all’applicazione della legge”.

Manifestazioni di massa si sono tenute a Nairobi, Mombasa, Kisumu e altre città con auto bruciate, barricate, cartelli e cori che dicevano: “Giustizia per Albert, smettetela di ucciderci”.

Ripetute uccisioni della polizia

In Kenya, le uccisioni da parte della polizia sono una sanguinosa realtà. Nel 2023, la Commissione nazionale keniota per i diritti umani ha registrato 61 manifestanti uccisi e 73 rapiti. Esattamente un annofa, durante la rivolta della Generazione Z contro la legge finanziaria, almeno 65 persone sono state uccise, migliaia arrestate e decine sono scomparse senza lasciare traccia. Il documentario della BBC “Blood Parliament” ha documentato gli omicidi commessi durante le proteste antitasse del 2024 e come gli alti ufficiali di polizia ordinassero ai loro agenti di “kuua, kuua” (“uccidere, uccidere” in kiswahili), prima di sparare a proiettili veri contro manifestanti disarmati. I quattro registi kenioti del documentario vennero subito arrestati (e poi rilasciati).

Di fronte alle pressioni della società civile, il Potere ha cercato di correre ai ripari.

Il 10 giugno il ODPP (l’ufficio del Direttore della Pubblica accusa) ha incaricato l’Autorità indipendente di vigilanza sulla polizia (IPOA) di indagare sull’incidente,

Anche se lo scetticismo su un’inchiesta “approfondita, imparziale e rapida”  era diffuso e palpabile, qualche risultato si è visto. E’ stato arrestato il tecnico, Kelvin Mutysiam Mutava, che aveva cancellato i filmati delle telecamere a circuito chiuso della stazione di polizia e gli hard disk mentre Eliud Lagat, il pezzo grosso da cui tutto ha avuto origine, è stato costretto a dimettersi (il 16 giugno dopo aver incontrato il presidente Ruto).

Oggi, davanti al procuratore generale, Renson Ingonga, sono comparsi il capo della Polizia di Nairobi, Samson Talaam, gli agenti John Mukhwana, Peter Kimani, e tre civili, John Gitau, Gin Abwao e Brian Njue. Tutti incriminati per l’omicidio. Come si legge anche nel comunicato ufficiale subito pubblicato online.

Nessun cenno invece al pesce grosso, Eliud Lagat. E questa scelta ha scatenato le proteste sui social: “Pagheranno i pesci piccoli. E chi ha dato gli ordini…?”

Procuratore generale al centro di polemiche

Il procuratore generale Ingonga, era già stato al centro delle polemiche. Appena il mese scorso sul sito Kurunzi news alcuni critici lo avevano accusato “di aver trasformato il suo ufficio in uno strumento politico dando priorità verso l’esecutivo rispetto alla giustizia” e di essere affetto da cecità selettiva.

La vedova di Albert, Nevin Onyango, ora anche giovane madre single (ha 27 anni), ma piena di coraggio, ha riassunto quelle che sono le angosce e le speranze dei cittadini.

Disperato appello della vedova

Nevin, come ha raccontato il canale TV Tuko.ke, era stata presentata da Albert ai suoi genitori solo nell’aprile scorso, anche se la loro relazione risaliva a tempo prima, rafforzata dalla fede cristiana e…calcistica (per il Manchester United): “Mai avrei immaginato che avrebbero bussato alla mia porta per sentirmi dire quello che vedevo tante volte in TV. Vogliamo vivere in un Paese sicuro, la polizia deve
smetterla di uccidere. So bene che nessuno mi ridarà mio marito, ma se venisse fatta giustizia mi sentirei in pace”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Polizia carica manifestanti