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Africa ExPress e Senza Bavaglio il 7 e 21 giugno in piazza a Roma: no alla guerra, al riarmo, stop al genocidio a Gaza

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Valerio Giacoia
Roma, 31 maggio 2025

Africa ExPress e Senza Bavaglio saranno in prima fila a Roma alla grande manifestazione nazionale per dire basta al genocidio in atto a Gaza, organizzata da Partito democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Appello congiunto

Un appello a “tutte e tutti coloro che sentono come insopportabile quello che sta succedendo a mobilitarsi insieme per fermare il massacro e i crimini del governo Netanyahu”, come si legge in una nota congiunta firmata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

A Roma il 7 giugno si terrà la manifestazione contro il genocidio in Palestina

Un’esortazione a scendere compatti in piazza anche per spezzare quel muro di silenzio e indifferenza da parte del governo Meloni e anche della stampa italiana, parte della quale addirittura nega che Israele stia perpetrando un sterminio di massa nei confronti del popolo palestinese.

Silenzio e indifferenza che “le nostre forze politiche non possono permettere”,  spiega la leader del PD, Elly Schlein, sottolineando l’importanza di “avere scritto insieme una mozione che vuole suscitare un dibattito in Parlamento, dove manca da troppo questo tema, ma pure nel Paese”.

PD, M5S e AVS hanno sottoscritto una mozione, tra i cui punti principali ci sono il riconoscimento dello Stato di Palestina secondo i confini del 1967, la condanna dello sterminio a Gaza, la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas, la fine dell’occupazione illegale della Cisgiordania, la condanna dei crimini di guerra di Israele e la sospensione degli accordi di associazione tra Unione Europea e Israele.

E di nuovo in Piazza

E dopo il 7, noi di Africa ExPress e Senza Bavaglio saremo di nuovo in piazza il 21 giugno,

Un appuntamento fondamentale nel pur difficile tentativo di pressione mondiale sul governo di Benjamin Netanyahu, che si aggiunge alle mobilitazioni in tutta Europa in calendario appunto dal 21 al 29 del prossimo mese.

No al riarmo dell’UE

Il nostro lavoro quotidiano di informazione, di inchiesta, di verità, non può in questo momento prescindere dalla piazza. Ecco perché saremo al fianco delle centinaia tra reti, associazioni, organizzazioni sindacali e politiche che hanno aderito all’appello di Storm ReArm Europe, e nel giorno in cui all’Aja, il 21 giugno, i vertici UE, governo italiano compreso, lanceranno il grande piano di riarmo.

Una vergogna universale contro cui è necessario gridare NO oceanico. Un NO al quale si uniranno oltre 300 gruppi, ed è confortante vedere come questo numero aumenti di giorno in giorno (la lista è in continuo aggiornamento sul sito di #stoprearm).

Fermiamo Israele

Tutti insieme a Roma anche “per fermare Israele – come leggiamo nella nota dei promotori italiani della Campagna europea, ovvero Arci, Ferma il Riarmo (di cui fanno parte Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Perugia Assisi, Greenpeace Italia), Attac e Transform Italia – che ha lanciato, rivendicandola pubblicamente, l’offensiva finale su Gaza”. Lì dove continuano a piovere le bombe israeliane che stanno massacrando la popolazione, uccidendo bambini e intere famiglie con la scusa, vigliacca, di annientare Hamas ma in realtà per eliminare alla radice i palestinesi.

Tutti in Piazza per la PACE

Scenderemo dunque in piazza anche noi di Africa ExPress e Senza Bavaglio, per dichiarare di stare dalla parte della pace e non della guerra, delle vittime innocenti del genocidio, di chi non ha voce, né ormai la forza per usarla, e per urlare la nostra opposizione all’ignobile silenzio sulla barbarie.

Di fronte alla cultura della guerra, che ci fa precipitare indietro di secoli, non si può non alzare la voce, non si può non intervenire. Soprattutto, non si può più tacere

Valerio Giacoia
valeriogiacoia@yahoo.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Rien ne va plus in Sudan: oltre la guerra anche il colera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 maggio 2025

Orrore su orrore. Ora ci si mette anche una epidemia di colera, virus spesso letale per chi è affetto da altre patologie o soffre di grave malnutrizione come una buona fetta della popolazione sudanese, Paese in guerra da oltre due anni.

Sudan: Epidemia di colera

Il conflitto, scoppiato nell’aprile 2023 tra le Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, e le Forze armate sudanesi (SAF) capitanate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, continua senza sosta.

Primato mondiale sfollati

L’ex protettorato anglo egiziano ha il maggior numero di sfollati al mondo. Davvero un triste primato. A causa del conflitto, oltre 14,4 milioni di cittadini hanno lasciato le proprie case, tra loro quasi 4 milioni hanno cercato protezione nei Paesi vicini, Egitto, Sud Sudan, Ciad, Etiopia, Libia, Repubblica Centrafricana e altri. I morti non si contano più, ma si stima che dall’inizio del conflitto siano morte oltre 150 mila persone, e questo nel quasi totale silenzio della comunità internazionale.

Nel Paese si è scatenata una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche, ma anche le capacità di risposta dei Paesi limitrofi sono messe a dura prova dalla crisi dei rifugiati.

Epidemia colera

Ed ora ci mancava l’epidemia di colera.  Martedì scorso, il ministero della Sanità ha fatto sapere che negli ultimi giorni sono stati accertati oltre 2.700 persone positive al micidiale batterio vibrio colera. I morti sarebbero 172. Il 90 per cento dei positivi sono residenti nello Stato di Khartoum, dove la rete idrica e l’elettricità è stata interrotta per i continui attacchi con droni di RFS. I residenti non hanno dunque avuto accesso a fonti di acqua controllata.

Armi chimiche

Secondo gli Stati Uniti, il governo di Khartoum avrebbe fatto uso di armi chimiche almeno due volte in aree remote del Paese, durante combattimenti contro i paramilitari guidati da Hemetti. Il fatto era stato riportato lo scorso gennaio dal New York Times.

Pur non avendo fornito prove evidenti, Washington ha chiesto alle autorità sudanesi di rispettare gli obblighi internazionali contro le armi chimiche e ha informato Khartoum che i primi di giugno scatteranno le relative sanzioni. Il Paese africano ha respinto le accuse, e, secondo un comunicato di Khalid Al-Aiser, portavoce del governo sudanese, si tratta di un “ricatto politico e una deliberata falsificazione dei fatti” degli USA.

Al-Aiser ha poi criticato il silenzio di Washington per quanto riguarda i massacri, ben documentati, di civili nel Darfur e in altre regioni del Paese. Il portavoce ha inoltre criticato nuovamente gli Emirati Arabi Uniti per il loro sostegno alla RFS, accuse che Abu Dhabi ha sempre negato.

Nord Darfur, Sudan, Sempre meno cibo a Al-Fashir

Intanto la situazione a Al-Fashir, capoluogo del Nord-Dafur, sta peggiorando di giorno in giorno. In base a quanto riferito dagli attivisti, la città sotto assedio di RFS da aprile 2024, i beni di prima necessità stanno sparendo dai pochi mercati ancora attivi e la merce in vendita ha raggiunto prezzi inverosimili. Migliaia di residenti intrappolati nella città, rischiano di morire di fame.

Stupro come arma da guerra

Secondo un rapporto di MSF di due giorni fa, in Darfur donne e ragazze sono quotidianamente a rischio di violenze sessuali. “Non si sentono al sicuro da nessuna parte. Vengono attaccate nelle loro case, mentre sono in fuga, quando cercano di procurarsi cibo o raccolgono legna da ardere o lavorano nei campi. Ci dicono di sentirsi in trappola ovunque”, ha spiegato Claire San Filippo, coordinatrice per le emergenze di MSF.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ai ribelli del Sudan armi cinesi via Emirati: e Khartoum rompe i rapporti diplomatici

“Genocidio”, il libro di Rula Jebreal che colpisce direttamente il cuore del lettore

Speciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Filippo Senatore
Milano, 29 maggio 2025

La questione palestinese negli ultimi 78 anni, in sintesi possiamo definirla come la favola di Fedro del lupo e dell’agnello.  “Sei mesi fa – disse il lupo – hai parlato male di me!”. Rispose l’agnello: “Veramente… non ero ancora nato!”

Alla fine degli anni 80 alcuni storiografi israeliani, Benny Morris, Ilan Pappe, Avi Shlaim, Tome Segev hanno divulgato documenti dello Stato di Israele che riguardano la Nakba palestinese del 1948. Rivelano un colonialismo fatto di insediamenti e di sostituzioni etniche, dopo una pulizia feroce e disumana di 750 mila palestinesi.

L’Onu che pur aveva favorito la nascita di Israele fu colpita da un gruppo di terroristi israeliani che uccise i suoi diplomatici, lo svedese Folke Bernadotte e André Serot, che si stavano adoperando per una soluzione pacifica tra ebrei immigrati e palestinesi residenti da generazioni nella loro terra. Sulla definizione dei crimini di Israele  lasciamo la parola a Ronald Reagan che nel 1982 definì olocausto la strage di Sabra e Shatila.

Fosforo bianco

Israele come il lupo della favola citata, da anni possiede l’atomica, dispone di armi sofisticatissime e distruttive come quelle al fosforo bianco, usate da tempo sui civili.

La giornalista e docente Rula Jebreal nel suo ultimo libro Genocidio, uscito per Piemme nei giorni scorsi, racconta il massacro di uno dei 500 villaggi palestinesi, Deir Yassim, il 9 aprile 1948 compiuto dal, non ancora chiamato così, esercito israeliano che trucidò, stuprò e bruciò gran parte della popolazione residente.

Rula Jebreal. La giornalista palestinese è sposata con un ebreo americano

Jebreal – la cui famiglia ha subito la Nakba nel 1948 con strascichi drammatici che hanno coinvolto la sua vita e quella dei suoi familiari – ha portato avanti un lavoro rigoroso che sta alle radici del suo essere nata in una terra fecondata dal diritto.

L’autrice con una logica rigorosa mette in fila le prove di un genocidio. E Parte dalle “confessioni” dei presunti criminali.

Vertici militari

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, alcuni ministri del suo governo e alti vertici militari israeliani hanno dichiarato  di volere distruggere completamente Gaza  e tutti i suoi abitanti. Da 19 mesi gli israeliani stanno agendo con armi moderne senza avere di fronte un esercito che li contrasti. Giustificano la loro azione dichiarando che i palestinesi sono subumani o bestie.

Hanno tolto alla Striscia di Gaza i beni primari e ciò viene considerato dagli studiosi elementi del genocidio. Gli obiettivi  militari  sono stati le strutture umanitarie dell’Onu (Unrwa), quelle sanitarie e gli ospedali, con l’uccisione di pazienti e  personale medico. Considerati crimini di guerra secondo le Convenzioni internazionali in tempo di guerra. I medici stranieri volontari delle ONG, tra cui 50 statunitensi, hanno testimoniato gli orrori perpetrati dall’IDF, l’esercito israeliano.

L’autrice cita Feroze Sidhwa, chirurgo traumatologo, rientrato negli Stati Uniti, che ha denunciato l’uccisione premeditata di tanti  bambini gazawi, colpiti con proiettili alla testa e al petto. Le sue affermazioni sono supportate da radiografie e reperti medici.  Sono stati colpiti a Gaza i luoghi di culto (cristiani e musulmani) ritenuti da tempo immemorabile zone franche e intoccabili. Sono state rase al suolo le università, le scuole di ogni ordine e grado, i musei e persino i cimiteri luoghi di memoria identitaria.

Hanno ucciso i poeti! E poi l’IDF ha spianato con le ruspe le macerie, incurante della  pietà verso i defunti sepolti sotto le abitazioni.

Spostamenti estenuanti

La popolazione di Gaza è stata costretta in questi 19 mesi a una serie di spostamenti estenuanti che ricordano le marce della morte usate dai nazisti nei confronti degli internati. Sarà  ancora difficile contare il numero preciso dei morti. L’Onu stima a marzo 2025, sessantunomila vittime senza contare i dispersi e i feriti gravi.

Il 70 per cento sono donne e bambini. Per lungo tempo durante i bombardamenti, Israele ha tolto ai gazawi il cibo, l’acqua, i medicinali e ogni aiuto umanitario.  Denutrizione e malattie dovute, secondo l’autrice, alla distruzione delle fogne con i liquami infettivi a cielo aperto.

Gaza non è una città aperta come è stata Roma nel 1944, ma circondata da mura non valicabili per il controllo continuo di Israele da dove non passano né i fuggiaschi né gli aiuti umanitari da parecchie settimane.

Il progetto di deportazione dei sopravvissuti di Gaza è stato confessato dallo stesso Donald Trump con toni sprezzanti di complicità nel promuovere con l’IDF la deportazione di due milioni di abitanti. Di fronte a una richiesta puntuale di arresto dei responsabili della pulizia etnica da parte della Corte Penale internazionale dell’Aia, una parte degli Stati che vi aderiscono ricusano il Tribunale, accogliendo l’imputato Netanyahu come amico e alleato.

False notizie

Un altro elemento fondamentale esaminato dall’autrice sono le false notizie propalate dagli stati maggiori. Il meccanismo fu scoperto, riferisce Jebreal, durante la Prima guerra mondiale dallo storico francese Marc Bloch, soldato al fronte della Marne.

Il governo di occupazione israeliano ha impedito l’ingresso di giornalisti stranieri a Gaza. Chi ha raccontato la cronaca dell’eccidio? I reporter palestinesi. Oltre duecento di loro  hanno pagato con la vita la fedeltà al loro mestiere, in una mattanza premeditata da parte dell’esercito israeliano.

Minacce telefoniche di tipo mafioso prima dell’esecuzione letale anche dei familiari, compresi i bambini. L’opinione pubblica mondiale in questi mesi è stata manipolata da un sistema che nasconde i fatti. Le persone informate che hanno manifestato il loro pensiero nelle università degli Stati Uniti e nel resto del mondo, sono  stati censurati.

Trump ha violato l’autonomia degli atenei con provvedimenti di espulsione degli studenti stranieri, “rei” di avere sostenuto la causa palestinese o semplicemente di avere chiesto la fine del massacro. Sono fatti allarmanti in un Paese che un tempo veniva definito culla della democrazia.

Svolta epocale

Siamo perciò ad una svolta epocale che ha persino cancellato la spartizione del mondo a Yalta? Un impero barbaro vuole cancellare quei principi minimi di sopravvivenza abolendo i diritti civili?

Il silenzio non condanna solo gli innocenti di Gaza ma tutti coloro che, secondo l’autrice, sono destinati a diventare “bersaglio in questa era segnata da cleptocrazia, oligarchia, nuovo imperialismo”. Allora non ci resta che spezzare l’incanto di Prospero.

Ce lo ha insegnato Shakespeare nella Tempesta. “Quella forza che ho è mia e assai debole”. Togliere la forza con la ragione. È stato questo il lavoro superlativo di Rula Jebreal con il cuore rivolto alla sua terra martoriata e con la ragione per aprire gli occhi ai  lettori.

Filippo Senatore
fsenatore57@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Trump alla guerra contro Harvard, l’università liberal schierata con i Palestinesi

L’ex deputato europeo liberale britannico Graham Watson: “Dilapidato il credito di Israele con l’Occidente”

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Graham Watson*
Londra, 29 maggio 2025

At the end of the article in Italian the original text in English

Il motto fondamentale “chi ha potere ha ragione” continua a far vergognare la razza umana e attualmente ciò è più evidente che mai in Palestina. Ancora una volta, una nazione con superiorità tecnologica e supremazia di risorse commette atrocità freddamente calcolate contro un avversario più debole. E non c’è alcun freno da parte di altri.

Striscia di Gaza

Nel 1917, acconsentendo alla creazione dello Stato di Israele, il primo ministro britannico Arthur Balfour previde esattamente il pericolo attuale, quando avvertì: “Non sarà fatto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina”.

Interesse globale

Se è vero che oggi esistono un’economia globale, un ordine globale e una cultura globale, non esiste ancora – come lamentava il defunto rabbino capo Jonathan Sacks – una visione ampiamente condivisa e coerente dell’interesse globale.

Il destino dei popoli più deboli nel mondo, così spesso caratterizzato dalla pulizia etnica, sempre più comune dopo la rivoluzione agricola e così spietatamente efficace dopo quella industriale, è appeso a questo squilibrio. Gli sforzi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e degli organismi sovranazionali non governativi per fornire soccorso e curare le ferite delle nazioni, sono troppo spesso ostacolati dalla mancanza di sostegno politico.

Nessuno può negare che gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 siano stati una provocazione estrema, anche per gli standard di umiliazione così tristemente comuni in questo conflitto.

Occhio per occhio

Tuttavia, anche coloro che preferiscono la punizione “occhio per occhio” all’applicazione del concetto illuministico di giustizia devono sentirsi offesi dalla risposta di Israele. In effetti, molti cittadini israeliani si sentono oltraggiati.

Per i 78 anni della sua esistenza, l’Occidente ha continuato a sostenere Israele in molti modi. Le azioni del Primo Ministro Netanyahu hanno dilapidato il credito accumulato dallo Stato ebraico?

Mandato d’arresto

La Corte penale internazionale ha emesso contro Netanyahu un mandato di arresto per i crimini contro l’umanità. Francia e Arabia Saudita stanno organizzando congiuntamente una conferenza per discutere la creazione di uno Stato palestinese. Il Regno Unito ha sospeso i negoziati commerciali con Israele per protestare contro le sue azioni. Altre nazioni europee stanno facendo passi simili. Gran Bretagna, Canada e Francia hanno criticato congiuntamente le recenti azioni di Israele definendole “del tutto sproporzionate”.

Netanyahu il mese scorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite -Credit Maansi Srivastava/The New York Times

I popoli europei, a loro volta colpevoli dell’oppressione e della schiavitù di ebrei e arabi, hanno recentemente faticato a liberarsi dal braccio di ferro del principale sostenitore di Israele, gli Stati Uniti, per esprimere critiche o intraprendere azioni contro Israele.

Sembra che le cose stiano cambiando. Il fatto che oggi l’opposizione britannica e francese alle azioni di Israele sia condivisa da altri governi europei è utile. Forse solo la combinazione di un impegno europeo a favore della pace e di una crescente disponibilità mediorientale ad assumersi l’onere di vigilare sul conflitto ha qualche possibilità di essere efficace.

Graham Watson*

*Sir Graham Watson è stato membro del Parlamento europeo dal 1994 al 2014. È stato presidente della Commissione per i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo dal 1999 al 2002 e leader del gruppo liberale del Parlamento dal 2002 al 2009. Dal 2011 al 2015 è stato presidente del partito liberale europeo ALDE.

Original text in English

Former British Liberal MEP Graham Watson:
‘Israel’s credit with the West squandered’

Special for Africa ExPress
Graham Watson**
London, 29 maggio 2025

The fundamental dilemma of ‘might is right’ continues to shame the human race and currently nowhere more so than in Palestine. Yet again, a nation with technological and resource superiority commits coldly calculated atrocities against a weaker adversary, unrestrained by others.

In 1917, agreeing to the creation of the state of Israel, UK Prime Minster Arthur Balfour foresaw exactly the currently danger when he warned ‘… nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine’.

If it is true that there is now a global economy, a global order and a global culture, there is still not yet – as the late Chief Rabbi Jonathan Sacks lamented – a widely shared, coherent vision of global concern. The fate of weaker peoples the world over, so often characterised by the ethnic cleansing increasingly common since the agricultural revolution and so ruthlessly effective since the industrial, hangs in the imbalance. Efforts by the United Nations Organisation and non-governmental supranational bodies to provide relief and to heal the hurts of nations are too often hamstrung by lack of political support.

None can deny that the Hamas terrorist attacks of 7 October 2023 were a provocation extreme, even by the standards of the humiliation so sadly common in this conflict. Yet even those who prefer the retribution of ‘an eye for an eye’ to the application of the enlightenment concept of justice must take offence at Israel’s response. Indeed, many Israeli citizens do.

For the 78 years of its existence, the West has continued to support Israel in many ways.
Have Prime Minister Netanyahu’s actions squandered that support?

The International Criminal Court for crimes against humanity has issued a warrant for the arrest of Mr Netanyahu. France and Saudi Arabia are jointly organising a conference to discuss the creation of a Palestinian state. The United Kingdom has suspended trade negotiations with Israel in protest against its actions. Other European nations are making similar moves. Britain, Canada and France have jointly criticised Israel’s recent actions as ‘wholly disproportionate’.

European peoples, themselves guilty of oppression and enslavement of Jews and Arabs, have recently struggled to liberate themselves from the arm-twisting of Israel’s main backer the USA to voice criticism of or take action against Israel. That appears to be changing. That today’s British and French opposition to Israel’s actions is shared by other European governments is helpful. Perhaps only the combination of a Europe-wide commitment to peace-making and an increasing Middle Eastern willingness to shoulder the burden of policing the conflict has any chance of being effective.

Graham Watson**

**Sir Graham Watson was a Member of the European Parliament from 1994 to 2014. He served as Chairman of the EP’s Committee of Citizens Rights, Justice and Home Affairs from 1999 to 2002 and as Leader of the Parliament’s Liberal group from 2002-09. From 2011 to 2015 he was President of Europe’s liberal ALDE Party.

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Sudafrica: sotto la superficie, tra oro, silenzi e infanzia violata

Speciale per Africa ExPress
Elena Gazzano
26 Maggio 2025

Le miniere abbandonate del Sudafrica, un tempo simbolo della prosperità economica, sono oggi teatro di una crisi umanitaria e criminale di vasta portata. Recenti indagini hanno rivelato un sistema di sfruttamento che coinvolge migliaia di lavoratori clandestini, noti come zama zama (espressione in isiZulu che significa “tentare la fortuna”), molti dei quali sono minori vittime di traffico e abusi sessuali.

Miniere dismesse

Secondo stime ufficiali, circa 6000 miniere dismesse sono attualmente occupate da attività estrattive illegali, causando una perdita economica annua di oltre 3 miliardi di euro per il Paese. Queste miniere, spesso controllate da reti criminali transfrontaliere, attirano lavoratori migranti, principalmente da Mozambico, Zimbabwe e Lesotho, con la promessa di guadagni facili.

Intrappolati

Una volta entrati nel sistema, molti si trovano intrappolati in condizioni disumane. “È comune che i passaporti vengano sequestrati una volta entrati in Sudafrica – ha spiegato il ricercatore Mahotla Sefuli -. Questi ragazzi non hanno modo di uscire dal sistema.”.

Il fenomeno ha attirato l’attenzione internazionale dopo la tragedia avvenuta nella miniera di Stilfontein, dove oltre 200 minatori sono rimasti intrappolati sottoterra a causa di un’operazione di polizia volta a bloccare l’accesso alla miniera. Le autorità hanno limitato deliberatamente l’invio di viveri, causando la morte di almeno 87 persone per fame e disidratazione. Tra i sopravvissuti, 31 erano minori, tutti di origine mozambicana.

Sudafrica: miniera dismessa a Stilfontein

Volontari locali, tra cui Mzwandile Mkwayi, si sono calati nei pozzi per aiutare a recuperare i corpi e salvare i superstiti. “Quando siamo scesi, l’odore era terribile. Alcuni mi hanno detto che per sopravvivere hanno mangiato carne umana”, ha raccontato Mkwayi. Il trauma vissuto da chi è sopravvissuto resta inciso nella memoria dei soccorritori: corpi emaciati, fame estrema, degrado.

Testimonianze di ONG

Le testimonianze raccolte da media e ONG raccontano anche un’altra verità. I bambini e gli adolescenti, attratti o costretti nei tunnel, diventano bersagli di sfruttamento sessuale. Alcuni cercano protezione da squadre di minatori adulti ma si trovano costretti ad accettare certe condizioni.

“Il sesso è usato anche come punizione“, ha riferito un testimone. Save the Children Sudafrica ha confermato ripetuti casi di abusi sistematici e grooming. I giovani soccorsi mostrano segnali di trauma profondo, diffidenza e isolamento.

Jonathan, un ex minatore , ha raccontato: “I ragazzi si avvicinavano a gruppi di adulti cercando protezione, ma quella protezione ha un prezzo”. Il ricercatore Makhotla Sefuli ha spiegato che i bambini vengono spesso trafficati dai Paesi vicini e privati dei documenti una volta giunti in Sudafrica, rendendo impossibile ogni fuga.

Risposta delle autorità e critiche internazionali

In risposta alla crescente crisi, il governo sudafricano ha lanciato l’operazione “Vala Umgodi” (“Chiudi il buco”), mirata a ostacolare l’accesso alle miniere illegali e a reprimere le attività dei zama zama.

Tuttavia, le tattiche adottate, come il blocco delle forniture di cibo e acqua, hanno suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, che le considerano violazioni dei diritti fondamentali. “È falso che quei minatori non volessero uscire. Erano troppo deboli. Stavano morendo”, ha dichiarato ancora Mkwayi.

La mancanza di un’azione efficace contro i responsabili degli abusi e la lentezza nelle operazioni di soccorso hanno ulteriormente alimentato le polemiche.

Evoluzione della crisi

Ad oggi, nessuno è stato incriminato per gli abusi sessuali documentati nelle miniere illegali. La polizia e il Dipartimento per lo Sviluppo Sociale non hanno risposto alle richieste di chiarimento sullo stato delle indagini. E secondo alcune fonti, molti minori non vogliono testimoniare per timore di ritorsioni.

Mentre le autorità proseguono nella sigillatura delle miniere dismesse e nelle operazioni di polizia, il fenomeno delle estrazioni illegali continua. E le condizioni che spingono migliaia di persone a entrare nei tunnel, disoccupazione, povertà, marginalizzazione, restano in gran parte irrisolte.

La presenza minorile, il traffico di esseri umani e gli abusi sono emergenze aperte, con poche garanzie per le vittime e nessun colpevole assicurato alla giustizia.

Nascosta sotto terra, un’intera economia parallela continua a sbattere contro le pareti della legalità. Mentre l’oro scorre fuori dai confini ufficiali, infanzie, corpi e voci restano intrappolati in gallerie troppo profonde per essere ignorate.

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
https://www.instagram.com/elena.gazzano/
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Trentuno minatori del Lesotho uccisi dal metano in una miniera d’oro sudafricana dismessa

La miniera d’oro della morte: finora recuperati 78 cadaveri nel pozzo illegale in Sudafrica

Africa ExPress e Senza Bavaglio con i 175 firmatari dell’Appello contro la Congiura del Silenzio su Gaza

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Valerio Giacoia
Roma, 25 maggio 2025

Ci siamo anche noi di Africa ExPress e Senza Bavaglio tra i 175 giornalisti italiani che hanno sottoscritto un appello per dire basta a quella che il Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, che lo ha promosso, ha definito la “Congiura del Silenzio” sul genocidio in atto a Gaza, e sul massacro di 230 giornalisti palestinesi.

Più che in tutte le altre guerre mondiali, come è scritto, e tutti palestinesi. Un dato impressionante, e soltanto provvisorio, perché i colleghi e le colleghe che nonostante l’inferno dei bombardamenti continuano a lavorare, sono a rischio minuto per minuto, anche adesso che scriviamo questa nota.

L’ultima vittima, infatti, proprio ieri. Si chiamava, e citiamo il suo nome e cognome per tutti gli altri colleghi assassinati, Hassan Majdi Abu Warda, era direttore dell’agenzia di stampa Barq Gaza. Un attacco aereo ha colpito la sua casa, nella zona di Jabalia al-Nazla, a di Gaza, causando la sua morte e quella di molti suoi familiari.

L’ennesimo collega palestinese trucidato, secondo un piano di sterminio e di chiusura della bocca a tutti coloro che dal teatro di guerra hanno lavorato e lavorano per dare notizie sul genocidio in atto per mano israeliana. “Una politica sistematica, volta a reprimere la libertà di espressione – scrive in un comunicato il Centro Palestinese per la Protezione dei Giornalisti –, cancellare la narrazione palestinese e impedire la documentazione dei crimini sul campo”.

Massacrati appunto, come si legge nell’appello, pubblicato dal quotidiano la Repubblica di oggi, domenica 25 maggio, mentre indossavano il giubbotto antiproiettile con la scritta PRESS, e spessissimo insieme alle loro famiglie.

Una strage sulla quale in Italia giornali e televisioni hanno “risposto” con un silenzio imbarazzante, indegno di una stampa libera e che lavori per scovare e far conoscere la verità. “Era lecito attendersi un coro unanime di sdegno, ma questa unanimità non c’è stata”, si legge tra l’altro nell’Appello, e col silenzio “ha prevalso la mistificazione della realtà”.

No, su quanto sta accadendo a Gaza, non è possibile più tacere. Starsene zitti è impossibile, impensabile, indecente, spaventoso. Di fronte a questa “congiura” è necessario ribellarsi. Centosettantacinque giornalisti forse sono pochi.

Tuttavia è un appello che sta facendo parlare di sé con grande velocità, grazie anche alla diffusione capillare di ciascun firmatario e con ogni mezzo. Ed è segnale. Dà il senso, di fronte a un abisso di indifferenza – anche (gravissimo questo, lo ripetiamo) da parte della stampa italiana, senza parlare delle istituzioni e del governo – dell’accensione di una piccola luce nel buio.

Valerio Giacoia
valeriogiacoia@yahoo.it

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Firma questa petizione promossa da Senza Bavaglio e da Africa ExPress

Appello a governo e Parlamento: è ora di riconoscere lo Stato di Palestina

Borsa di studio a Milano per giovani fashion designer del Camerun

Speciale per Africa ExPress
Luisa Espanet
Milano, 25 Maggio 2025

Sono sempre di più i giovani talenti della moda che dall’Africa arrivano a Milano proponendo le loro brillanti creazioni. Sembra molto interessante quindi l’iniziativa dell’Afro Fashion Association che ha preso il via il 21 maggio.

Realizzata in collaborazione con l’Istituto Marangoni di Milano, una delle migliori università del mondo per la moda, e la LABA Douala Academy del Camerun si propone di sostenere e valorizzare i giovani talenti africani del settore. Gli studenti del 3° anno e gli ex allievi della LABA Academy possono da ora partecipare online a sei masterclass intensive tenute da docenti dell’Istituto Marangoni.

Giovani designer al lavoro

Qui riceveranno strumenti e metodologie finalizzate alla creazione di una capsule collection che risponda alle esigenze del mercato attuale e dell’immediato futuro. Le creazioni verranno esaminate da una giuria di esperti e il vincitore riceverà una borsa di studio completa per il prestigioso Master in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, a partire dal prossimo settembre.

Michelle Francine Ngonmo

A giudicare i lavori saranno esperti di rilievo. Tra questi Michelle Francine Ngonmo presidente di Afro Fashion Association. L’organizzazione, da lei fondata nel 2015, promuove il dialogo fra Italia e Africa, con iniziative come il Black Carpet Award e l’ideazione di hub creativi in Camerun, Rwanda, Ghana, per sostenere e dare visibilità ai talenti emergenti nel panorama della moda contemporanea.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
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Zambia: evviva la nonnina della moda

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Gli atleti kenyani travolti dalla passione per il doping: sospensioni a gogo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
24 maggio 2025

“Sono stata drogata, ma non so da chi. Uno sconosciuto mi ha iniettato una sostanza senza che io potessi identificarlo. E proprio alla vigilia del test antidoping”. “Ho preso quel farmaco dopante, ma senza accorgermene. “E’ stata mia moglie a somministrarmi inavvertitamente quella sostanza proibita al posto degli antidolorifici richiesti”.

Giustificazioni senza senso

Le giustificazioni degli atleti colti con la droga nel sangue sono senza limiti. Ma le bugie – si dice – hanno le gambe corte – e nel caso dei runner kenyani le gambe vengono addirittura segate, o messe a riposo per anni.

ferma i corridori che fanno uso di sostanze vietate

L’atleta drogata inavvertitamente è Faith Chepkoech, 22 anni appena compiuti, che in tal modo ha tentato di spiegare la presenza dell’Eritropietina (Epo) nel suo organismo. I membri del comitato antidoping (Athletics Integrity Unit – AIU) non l’hanno…bevuta. Quella sostanza che aumenta la produzione di globuli rossi e migliora le prestazioni degli sportivi è vietatissima.

E sono stati inflessibili: tre anni di sospensione. Era il settembre scorso quando le è stata irrogata questa pena. La stessa Faith ha poi ammesso la colpevolezza e ha così ottenuto uno sconto di un anno. Era una promettente maratoneta del Kenya, la stella nascente delle lunghe distanze, con tre vittorie importanti nel 2024 in Spagna e negli Usa.

Lunga lista della vergogna

Purtroppo, come ha scritto Pulse sport, è finita anche lei “nella lista della vergogna”. Diciamo “anche lei”, perché il 20 maggio, ovvero l’altro giorno, una punizione più severa ha colpito la sorella maggiore, più brava e più famosa: Sheila Chelangat, 27 anni, sospesa (provvisoriamente), sempre a causa dell’EPO, da tutte le competizioni in attesa che le indagini proseguano il loro corso.

Sheila fa parte della notissima società di management sportivo Rosa & Associati e si allena nella contea di Kericho ed è (era?) quella che comunemente si dice una donna in carriera. Da giovanissima è stata medaglia di bronzo ai Mondiali under 18 nei 3 mila metri ed è giunta sesta sulla stessa distanza nel 2016 ai Mondiale under 20, è stata bis campionessa nazionale di cross-country. Più recentemente, il 27 aprile, in Turchia, si è classificata seconda alla mezza maratona di Istanbul, gara che aveva vinto nel 2023. Prima, il 5 gennaio, si era piazzata seconda alla mezza maratona di Hong Kong.

Il caso delle due sorelle è solo il più clamoroso che emerge da quella che nello sport keniota sembra un’epidemia non eradicabile: il ricorso a sostanze dopanti anche se l’organismo antidoping continua a colpire in modo pesante. Nel solo mese di maggio l’AIU ha squalificato, oltre a Sheila, tre validi maratoneti keniani. Tutti avrebbero violato le regole antidoping facendo ricorso a “materiale proibito”.

Il 5 maggio è stato squalificato per 2 anni Brian Kipsang, 30 anni, poche settimane dopo essere arrivato secondo alla 30a edizione della Maratona di Roma, (il 16 marzo), dove si è assicurato un posto sul podio insieme a due connazionali, Robert Ng’eno e Joshua Kogo, classificatisi rispettivamente al primo e al terzo posto. Brian avrebbe fatto ricorso al Triamcinolone Acetonide.

Il 12 maggio è stata la volta di Nehemiah Kipyegon, 27 anni, vincitore della maratona di Monaco il 3 ottobre 2024. Punito per tre anni. Era risultato positivo al test per la Trimetazidina a febbraio, su un campione prelevato in Nigeria. In aprile, Kipyegon ha accettato la sospensione e ha ammesso di aver assunto”inavvertitamente” il farmaco dopante. La Trimetazidina è un farmaco utilizzato – dicono gli esperti – per prevenire gli attacchi di angina.

Nel terzetto messo al bando c’è anche una donna, pentitasi e divenuta collaboratrice della giustizia: Purity Changwony, 35 anni, estromessa fuori dalle gare per due anni e tre mesi. Avrebbe fatto uso (ma non si capacita come…) di Norandrosterone (steroide anabolizzante che aumenta la massa atletica), ma soprattutto di Triamcinolone acetonide, comunemente utilizzato per ridurre l’infiammazione e gestire il dolore.

Dopanti: passione travolgente

E’ curiosa la passione travolgente di molti corridori keniani per questo  corticosteroide sintetico. Citiamo altri tre nomi non a caso: Elijah Kipkosgei, 26 anni, Geoffrey Yegon, 37 anni, Emmanuel Kipchumba Kemboi, 28, che tra gennaio e marzo sono stati condannati a 2 anni di sospensione per essersi serviti del Triamcinolone acetonide. Elijah ha dichiarato di non sapere come nel suo organismo sia finito quel prodotto vietato; Emmanuel prima ha negato tutto poi un mese fa ha ammesso la sua colpa. Idem ha fatto Yegon. Così hanno goduto dello sconto di un anno.

Ma c’è anche chi viene punito per essersi dato alla fuga dalla commissione antidoping. Nel mese di marzo l’organismo per l’integrità dell’Atletica ha fermato Kibiwott Kandie, 28 anni, già detentore del record mondiale della mezza maratona. Fresco del quinto titolo di campione di corsa campestre delle Forze armate, si era rifiutato di sottoporsi alla raccolta dei campioni di sangue e urine da esaminare in laboratorio.

Tra il serio e il faceto, infine, è il caso di un campione vero, Lawrence Kerono, 36 anni, vincitore delle maratone di Boston e Chicage già numero uno al mondo sui 42,195 km.

Così lo scorso anno, la vicenda è stata ricostruita con un comunicato ufficiale di Athletichs Integrity Unit: “Inizialmente Cherono ha affermato che gli era stato somministrato l’antibiotico Eritromicina e che gli era stata anche iniettata una sostanza sconosciuta da un medico per curare problemi di stomaco.

Kenya: scandalo doping

Poi ha anche tentato di coinvolgere i suoi compagni di allenamento per il test fallito, sostenendo che erano “gelosi del suo successo”. In una successiva dichiarazione scritta, Cherono ha dichiarato che sua moglie gli aveva inavvertitamente somministrato Trimetazidina sotto forma di compresse di Carvidon – al posto degli antidolorifici richiesti – per trattare il dolore muscolare dopo l’allenamento. Secondo il corridore, a sua moglie era stata prescritta la Trimetazidina quattro giorni prima in un centro medico…”.

Gloria e vergona di una nazione

Conclusione: accurati controlli hanno dissolto questa cortina fumogena e la sentenza è stata di sette anni di squalifica. Doping: gloria e vergogna di una nazione. Una piaga senza fine.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Trump esibisce foto fake per dimostrare uccisioni di massa di bianchi sudafricani


Africa ExPress
Washington, 23 maggio 2025

Il presidente USA, Donald Trump, durante i colloqui alla Casa Bianca con il suo omologo sudafricano, Cyril Ramaphosa, pur di giustificare il genocidio di afrikaner, ha mostrato uno screenshot con salme, come prova delle uccisioni di massa. Ma i cadaveri mostrati nella foto, tutti avvolti in lenzuola bianche e pronte per la sepoltura, non erano sudafricani ma congolesi. Congolesi uccisi a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Una decina di giorni fa, gli USA avevano già accolto i primi 49 afrikaner con lo status di rifugiati. Eppure con l’insediamento di Trump sono state apportate modifiche importanti alle norme che regolano l’ammissione di richiedenti asilo. Praticamente tutte le persone in fuga da carestie e guerre, per esempio i sudanesi, non hanno più la possibilità scappare in America.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa a colloquio con Donald Trump alla Casa Bianca

La Reuters, agenzia stampa britannica, di proprietà della multinazionale canadese Thomson Reuters, ha smascherato subito Trump: lo screenshot messo in bella vista dal presidente USA durante i dialoghi con la controparte sudafricana, in realtà fa parte di un video pubblicato il 3 febbraio scorso dai loro reporter. Va ricordato che dall’inizio dell’anno il capoluogo del Nord-Kivu, è sotto assedio dei miliziani M23/AFC .

M23 è un gruppo armato, composto soprattutto da tutsi e sostenuto dal Ruanda, mentre AFC, che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Nessuna discriminazione

E’ dunque evidente che non si tratta del tanto proclamato genocidio di sudafricani bianchi, come invece ha sostenuto Trump. E le ultime statistiche sulla criminalità nel Paese smentiscono categoricamente le affermazioni di uccisioni di massa di bianchi.

Non tutti afrikaner sposano la tesi di Trump e difendono Ramaphosa. “Certo la criminalità esiste nel nostro Paese, ma ne vengono colpiti sia neri e non”, ha chiarito un residente di un quartiere prevalentemente abitato da sudafricani bianchi. Per loro la delinquenza non è legata al colore della pelle.

Secondo quanto affermato proprio oggi da Senzo Mchunu, ministro della Polizia di Pretoria, tra gennaio e marzo 2025, durante gli assalti alle fattorie sono state uccise 6 persone, 5 erano neri. Il governo di Ramaphosa ha sempre respinto accuse di discriminazione nei confronti dei boeri. Forse è vero il contrario. Basti pensare che nel Paese esiste una città, Orania, abitata da soli afrikaner e l’ingresso alle altre etnie è strettamente vietato.

American Thinker

Il post mostrato da Trump a Ramaphosa durante il loro recente incontro è stato pubblicato da American Thinker (rivista online conservatrice) in un lungo articolo sul conflitto in Congo-K e le tensioni razziali in Sudafrica .

Il post non riportava la didascalia dell’immagine, ma la identificava come “screen grab di YouTube” con un link a un servizio video sul Congo-K, accreditato come pubblicato dalla Reuters.

La Casa Bianca non ha rilasciato commenti sulla questione. Andrea Widburg, capo redattrice di American Thinker e autrice del post in questione, ha risposto a Reuters scaricando la responsabilità su Trump: “aveva sbagliato a identificare l’immagine”.

Africa ExPress
X: @africexp
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Apartheid e razzismo infiammano le scuole in Sudafrica

Orania, città in Sudafrica per soli afrikaner, vietato l’ingresso a altre etnie

Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 maggio 2025

Il capo della giunta militare di transizione del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, anno 1988, il più giovane dei golpisti del Sahel, è volato a Mosca lo scorso 10 maggio per partecipare alla commemorazione della vittoria sui nazisti. A latere della cerimonia è stato ricevuto dal suo omologo, Vladimir Putin.

Ibrahim Traoré, presidente di fatto del Burkina Faso con il suo omologo russo, Vladimir Putin

Traoré è molto stimato da Putin, come del resto da altri personaggi di spicco. Ha il suo fascino con indosso la tuta mimetica griffata, è giovane, insomma è un putschista che ha voltato le spalle all’Occidente. Il golpista è amico della Russia e, ovviamente, ciò non dispiace affatto allo “zar”.

Durante l’ultimo colloquio i due presidenti hanno parlato soprattutto della questione sicurezza e il leader della giunta militare di transizione burkinabé ha chiesto maggiore cooperazione militare e scambio di competenze. “Il mio Paese ha bisogno di un esercito forte per poter voltare pagina e potersi finalmente dedicare allo sviluppo”.

Esclusi Stati AES

Intanto ieri a Bruxelles si è svolto un meeting tra i ministri degli Esteri dell’Unione Africana e i loro omologhi dell’Unione Europea, una riunione volta alla preparazione del prossimo vertice Europa-Africa che si svolgerà nei prossimi mesi nel continente “dimenticato”. All’incontro di ieri non hanno partecipato i rappresentanti dei Paesi dell’AES (Alléance des Pays du Sahel), cioè Burkina Faso, Mali e Niger, perché non invitati dall’UA.

Va ricordato che Ouagadougou, Bamako e Niamey sono usciti definitivamente da ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest) alla fine di gennaio 2025.

Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato nell’ottobre 1987

Nei giorni scorsi è stato inaugurato a Ouagadougou il mausoleo in memoria di Thomas Sankara, il visionario della rivoluzione burkinabé, assassinato nel 1987. Molte le personalità presenti anche dei Paesi limitrofi. Il grande assente, invece è stato proprio il “de facto presidente” del Burkina Faso. Traoré ha inviato un messaggio, letto dal primo ministro, Rimtalba Jean Emmanuel. Nel breve comunicato il leader della giunta militare di transizione ha evocato, tra l’altro, il sacrificio di Sankara e dei combattenti per la libertà, morti insieme a lui. “Il 17 maggio è un simbolo: un rifiuto della dominazione imperialista, del neocolonialismo e dei loro avatar”, ha poi sottolineato alla fine della sua nota scritta.

Traoré vorrebbe assomigliare a Sankara, che era molto amato dal suo popolo. Ma questo non è il caso del leader attuale.

Terroristi in azione

Molte aree del Paese non sono ancora sotto il controllo del governo centrale e gli attacchi dei jihadisti si intensificano di giorno in giorno, malgrado lo spiegamento dell’esercito e i giovani appartenenti al gruppo “Volontari per la Patria” (VDP, ausiliari civili delle truppe di Ouagadougou).

Subito dopo la visita di Traoré a Mosca, le aggressioni si sono moltiplicate e i terroristi hanno attaccato Diapaga, città in prossimità dei confini con il Niger e il Benin. Lo stesso centro ha già subito un assalto alla fine di marzo, durante il quale sono morti una cinquantina tra soldati e VDP.

A Djibo, invece, i sanguinari miliziani hanno assaltato una base militare, una stazione di polizia e un mercato. Tra i morti non solo soldati e ausiliari dell’esercito, ma anche parecchi civili.

Anche Sollé – comune situato tra  Djibo e Ouahigouya – nel nord del Paese, è stato preso di mira dai terroristi. Durante i combattimenti sono stati ammazzati parecchi lealisti. Anche Sangha, comune nella regione del Centro-Est, non è fuggito alla furia dei jihadisti.

Ammazzati oltre 100 civili

Intanto il 12 maggio scorso Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto accusando l’esercito e VDP di atrocità commesse a Solenzo nella regione di Boucle du Mouhon lo scorso mese di marzo.

HRW accusa l’esercito e VDP di massaco etnico

Secondo la ONG, durante l’operazione Tourbillon Vert 2 delle forze speciali burkinabé, durata diverse settimane, sarebbero stati massacrati 130 civili, per lo più di etnia fulani.

HRW, che ha sentito oltre 20 testimoni e ha preso visione di diversi video, ha fatto sapere che, secondo le autorità del Burkina Faso, esercito e VDP “hanno respinto un attacco terroristico e ucciso un centinaio di assalitori per poi inseguire quelli che erano fuggitivi”.

Rappresaglia di JNIM

L’operazione militare Tourbillon Vert 2 è proseguita anche nella provincia di Sourou. Sempre in base al rapporto della ONG, nella stessa zona anche i miliziani di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, affiliato a al-Qaeda), hanno poi sferrato un sanguinoso attacco contro i residenti. Gli islamisti hanno rigurgitato la loro furia assassina soprattutto verso gli abitanti sospettatati di collaborazionismo con le truppe governative.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Su Youtube appaiono le prime crepe di Traoré, presidente golpista del Burkina Faso