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Netanyahu ingaggia milizie fedeli all’ISIS e anti-Hamas per distribuzione di viveri a Gaza

Speciale per Africa ExPress
Valerio Giacoia
10 maggio 2025

Mentre giorno dopo giorno la situazione nella Striscia di Gaza va peggiorando, con notizie continue di attacchi, bombardamenti, e la conta dei morti che sale inesorabilmente senza risparmiare nessuno – é di domenica sera il raid israeliano contro la clinica di Medici Senza Frontiere ad Al Mawasi.

Bombardamenti Israele al-Mawasi

Il bilancio è di 13 feriti e un morto tra gli spari sul percorso verso il centro di distribuzione del cibo – si accumulano le prove in merito alla glaciale e feroce strategia di Benjamin Netanyahu.

Gruppo armato filo ISIS

E’ di questi giorni l’ammissione da parte del primo ministro israeliano di aver mobilitato e armato milizie filo-Isis rivali di Hamas in modo da scatenare un guerra interna, una guerra nella guerra perciò, a favore di Israele. “Che cosa c’è di sbagliato?”, ha dichiarato il premier confermando la denuncia dell’ex ministro della Difesa Avigrod Lieberman, membro della Knesset, sul fatto che Israele, e su ordine dello stesso Netanyhau, stia fornendo armi “a un gruppo di criminali e detenuti”, come li ha definiti.

Una ammissione shock: “Cosa ha reso pubblico Lieberman? Che su consiglio dei responsabili della sicurezza abbiamo attivato clan a Gaza che si oppongono ad Hamas. E cosa c’è di sbagliato in questo?”, chiede Netanyahu in un video pubblicato sui social media, aggiungendo: “Ci sono solo cose buone: le vite dei soldati israeliani vengono salvate”.

Parola d’ordine: sconfiggere Hamas

Lieberman, leader del partito Yisrael Beiteinu (Israele, cosa nostra. ndr), nel corso di una intervista alla radio Kan Bet, giovedì scorso, aveva sostenuto che Israele ha dato fucili d’assalto e armi leggere a “famiglie criminali” di Gaza, e proprio dietro ordine di Netanyahu.

“Dubito che ciò sia passato attraverso il gabinetto di sicurezza”, aveva aggiunto. Quindi esattamente il contrario di quanto affermato dal primo ministro e dal suo staff, che si era affrettato a spiegare come Israele stia “lavorando per sconfiggere Hamas attraverso vari mezzi, come raccomandato da tutti i vertici dell’apparato di sicurezza”.

Intanto, secondo il quotidiano israeliano di sinistra Haaretz ci sono immagini satellitari che dimostrano come nelle ultime settimane una nuova milizia palestinese abbia ampliato la sua presenza nel sud di Gaza, operando – spiega il giornale – “all’interno di un’area sotto il controllo diretto” dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane).

Poche settimane fa Haaretz aveva parlato dell’esistenza di un gruppo definito Servizio Anti-Terrorismo, che opera nei pressi di Rafah e capeggiato da Yasser Abu Shabab, già noto per le sue attività criminali e per il saccheggio di aiuti umanitari lo scorso anno.

Il gruppo sarebbe composto da un centinaio di uomini armati fino ai denti, e con tanto di lasciapassare, tacito (e omertoso, di fronte alle richieste di chiarimento), dell’IDF. Il leader della banda comunica (anche) attraverso i social: sulle pagine di Facebook pubblica messaggi contro Hamas e contro l’Autorità Palestinese, promuovendo gli sforzi della sua milizia per garantire sicurezza e distribuire aiuti ai civili.

Filmati dove si possono vedere pattugliamenti, fermi, controlli, ispezioni a convoglio di Croce Rossa e ONU sulla strada Salah al-Din, la principale arteria tra nord e sud di Gaza, e con tanto di armamentario e bandiera palestinese.

Sempre Haaretz rivela come in un altro video, postato dallo stesso Abu Shabab, gli uomini che comanda montano un campo di accoglienza e scaricano cibo da un camion delle Nazioni Unite. E in un messaggio allegato si dice che “i cittadini di Gaza che cercano rifugio dai bombardamenti possono recarsi presso il nostro accampamento per ricevere cibo, riparo e protezione”.

Grazie a immagini satellitari di Planets Labs, Haaretz ha identificato la tenda del campo, dimostrando che si trovava in una zona costruita direttamente dall’IDF, vicino al confine con l’Egitto.

Criminale planetario

Tutto normale? Secondo quanto dichiarato da Netanyahu in risposta alle accuse di Lieberman, sì. Non a caso è un primo ministro anche per questo atteggiamento imperturbabile di fronte ai retroscena logistici del genocidio in atto a Gaza, e perciò ai mezzi per portarlo a compimento, definito da alcuni analisti un “criminale planetario”. Come pochi nella Storia.

Valerio Giacoia
valeriogiacoia@yahoo.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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“My way”, Trump e la sua agenda per il Medioriente

 

Dal Nostro Inviato Speciale
Giovanni Porzio
Damasco, 9 giugno 2025

Chi poteva immaginare che il capo della Casa Bianca avrebbe stretto la mano al presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa, ex tagliagole di al-Qaeda e dello Stato islamico su cui fino allo scorso dicembre pendeva una taglia di 10 milioni di dollari e era leader di un gruppo armato, Hayat Tahrir al-Sham, tuttora bollato come organizzazione terroristica dall’Onu, dagli USA e dall’UE?

Ahmed al-Sharaa, presidente ad interim siriano, a sinistra, e Donald Trump

Viviamo tempi di rapidi e inaspettati stravolgimenti dell’ordine mondiale, in particolare nel volatile e insanguinato Medio Oriente. L’“asse della resistenza” sciita, imperniato sulle milizie filoiraniane di Hezbollah e sul regime di Damasco, si è sgretolato in pochi mesi sotto le bombe di Israele.

Sterminio sistematico

Nella Striscia di Gaza, rasa al suolo dai droni e dai missili di Tel Aviv, è in corso lo sterminio sistematico, anche per fame, della popolazione civile, mentre il governo razzista israeliano, presieduto da Benjamin Netanyahu, autorizza nuovi insediamenti illegali nei Territori occupati e i ministri dell’estrema destra religiosa auspicano l’annessione della Cisgiordania e la deportazione dell’intero popolo palestinese.

Di fronte all’apatia dell’Europa, incapace di formulare – sulla Palestina come sul conflitto russo ucraino – uno straccio d’iniziativa diplomatica, Donald Trump ha se non altro il merito di agire, seppure in modo confuso e unilaterale, spesso contraddittorio e con finalità poco decifrabili.

Le sue mosse, da uomo d’affari e giocatore di poker, sembrano improvvisate e dettate dall’impazienza: aleatorie in molti casi e quasi ricattatorie, come sulla questione dei dazi. Tuttavia, in Medio Oriente pare delinearsi l’abbozzo di una strategia. Qualche passo concreto è stato compiuto.

Dopo 45 giorni di intensi bombardamenti sullo Yemen, costati oltre un miliardo di dollari, il 5 maggio Trump ha deciso di interrompere le ostilità contro gli houthi: in cambio del cessate il fuoco le milizie filoiraniane s’impegnano a non attaccare le navi americane nel Mar Rosso, ma non a risparmiare i cargo diretti a Israele o a colpire il territorio dello stato ebraico. Una decisione, accolta con soddisfazione da Teheran e con irritazione da Tel Aviv, dettata dalla dottrina trumpiana dell’America First, anche a costo di dispiacere ai tradizionali alleati.

Nucleare iraniano

Trump non vuole impegnare gli USA in operazioni militari a lungo termine in Medio Oriente e la campagna yemenita non stava dando i risultati sperati in tempi accettabili per il nuovo inquilino della Casa Bianca, il cui sguardo è rivolto allo scacchiere del Pacifico. La tregua, inoltre, ha incoraggiato la continuazione dei colloqui in Oman tra Washington e Teheran sul dossier nucleare iraniano: un altro punto su cui le posizioni di Trump e Netanyahu divergono.

Israele, che in ottobre ha pesantemente colpito le difese antiaeree di Teheran, continua a pianificare un attacco alle infrastrutture nucleari iraniane, con o senza la diretta partecipazione degli Stati Uniti. Ma Trump ha avvertito l’amico Bibi di essere contrario a qualsiasi operazione militare suscettibile di compromettere i negoziati in corso con gli emissari del regime degli ayatollah.

Netanyahu vorrebbe approfittare dell’indebolimento dell’Iran per sferrare il colpo decisivo, mentre Trump intravede l’opportunità di raggiungere un accordo più favorevole di quello – da lui annullato e definito “disastroso” – concluso nel 2015 da Barack Obama.

Business first

La visita di Trump in Arabia Saudita, Emirati e Qatar (tour che ha evitato uno scalo a Tel Aviv) ha fornito ulteriori indicazioni sulla strategia di Washington. Affari miliardari, prima di tutto. Ma due decisioni politiche sorprendenti, entrambe osteggiate da Netanyahu: la stretta di mano con Al-Sharaa, che significa il riconoscimento del governo siriano, e la cancellazione delle sanzioni economiche a Damasco.

Era, quest’ultima, una richiesta che veniva da più parti. Quando in aprile ero in Siria sia l’ambasciatore italiano Stefano Ravagnan che il nunzio apostolico Mario Zenari mi avevano fatto presente che per scongiurare un nuovo ciclo di violenze e di anarchia ritenevano indispensabile l’abolizione dell’embargo imposto al regime di Assad durante la guerra civile: le restrizioni finanziarie gravano su una popolazione che vive al 90 per cento sotto la linea della povertà, stretta nella tenaglia della disoccupazione e dell’iperinflazione.

Trump ha cancellato le sanzioni imposte con ordini esecutivi del presidente, mentre più lungo e complesso sarà l’iter per abolire le sanzioni del Congresso e quelle relative al terrorismo; ma il segnale è inequivocabile e la contropartita auspicata altrettanto esplicita: la normalizzazione delle relazioni tra Damasco e Tel Aviv.

Un percorso oggi ostacolato dal genocidio a Gaza, intollerabile agli altri firmatari degli accordi di Abramo, dall’annessione strisciante della Cisgiordania e dai continui bombardamenti israeliani sulle installazioni militari e sulle basi aeree siriane.

Interessi USA

Il presidente americano, in sostanza, persegue i propri obiettivi e quelli degli Stati Uniti senza curarsi degli interessi e delle preoccupazioni degli alleati. Ha promesso forniture militari per 142 miliardi di dollari ai sauditi senza neppure informare il governo israeliano. E tratta con i nemici d’Israele, Hamas, gli Houthi e l’Iran, senza coordinarsi con Netanyahu. Se l’intenzione dichiarata da Trump è quella di stabilizzare la regione per sganciarsi dall’impegno militare in Siria (come sta cercando di fare in Ucraina, accollando il conflitto all’Europa) e concentrarsi sul dossier Cina, Netanyahu rischia di diventare un intralcio, una palla al piede.

Il sostegno allo Stato ebraico non è in dubbio. Ma non è più “incrollabile” e “incondizionato” come durante l’amministrazione Biden e come speravano i falchi del governo di Tel Aviv. I segnali di una crescente insofferenza nei confronti di Bibi sono sempre più evidenti.

La Casa Bianca non ha reagito alle dure condanne di Francia, Canada e Regno Unito che minacciano azioni concrete se Israele non cesserà le operazioni militari e il blocco degli aiuti a Gaza. Trump è consapevole che l’annessione della Cisgiordania inasprirebbe i rapporti con l’Arabia Saudita e con i Paesi del Golfo. E che il prolungarsi del conflitto non è più sostenibile di fronte alle crescenti proteste dell’opinione pubblica mondiale, araba e israeliana.

Frank Lowenstein, inviato per il Medio Oriente durante l’amministrazione Obama, ha sintetizzato gli attuali rapporti tra Washington e Tel Aviv con queste parole: “Credo che gli israeliani si rendano ormai conto che, per quanto abbiano accolto con favore l’elezione del presidente Trump e fossero convinti di potere incassare un assegno in bianco per perseguire qualsiasi agenda volessero, Trump ha la propria agenda”.

Giovanni Porzio
pozzo.giovanni@gmail.com

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Accordo sul nucleare iraniano: iniziato il round decisivo

Settimana di fuoco in Mali: islamisti scatenati da nord a sud

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 giugno 2025

Le autorità di Bamako hanno imposto un coprifuoco dalle 21.00 alle 06.00 in diverse zone del territorio nazionale dopo i recenti molteplici attacchi dei terroristi islamici.

E’ stata una settimana di fuoco in Mali. I gruppi armati hanno preso di mira molte aree del Paese, da nord a sud: attentati a Dioura, Boulikessi e Timbuctù, solo per citare i più importanti.

Ripetuti attacchi dei terroristi in Mali

Il 4 giugno JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato ad al-Qaeda) ha rivendicato anche un attacco a Mamaribougou, nella periferia della capitale Bamako. Sempre mercoledì, EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara) ha assalito il campo militare di Tessit, nella regione di Gao, nel nord del Paese.

Attacchi senza sosta

Anche Niger e Burkina Faso hanno subito forti perdite di civili e militari nelle ultime settimane a causa dei ripetuti e intensi attacchi dei jihadisti.

Le incursioni dei terroristi del Sahel non danno tregua. Imboscate, agguati di tutti generi, autobombe, spari con artiglieria pesante e quant’altro sono ormai all’ordine del giorno in Burkina Faso, Niger e Mali.

Dal 2023 nei tre Paesi di AES (Alleanza degli Stati del Sahel), governati da giunte militari di transizione, gli attacchi dei gruppi armati si sono intensificati notevolmente. Eppure tutti e tre i golpisti, non appena saliti al potere avevano dichiarato guerra ai jihadisti. Anzi, avevano rassicurato le popolazioni che la loro priorità assoluta era proprio quella di ripristinare la sicurezza e di riprendere il controllo sui territori in mano ai gruppi armati.

Malgrado la presenza dei mercenari russi – sempre negata da Assimi Goïta, presidente de facto del Mali – la piaga jihadista non è diminuita. E per stessa ammissione degli uomini di Wagner, parecchie zone sfuggono ancora al controllo di Bamako.

Per contrastare i jihadisti, i tre presidenti delle giunte militari – Ibrahim Traoré (Burkina Faso), Assimi Goïta (Mali) e Abdourahamane Tchiani (Niger) – hanno deciso di formare un nuovo contingente di 5000 militari, composto dalla forze armate dei tre Paesi.

Finanziamenti russi

Secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa Bloomberg, Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha promesso di fornire armi e addestramento militare al nuovo contingente. Lavrov ha poi aggiunto che Mosca utilizzerà i suoi istruttori già presenti nei tre Paesi per sostenere l’iniziativa.

Mercenari del gruppo Wagner in Mali

Ma non solo Burkina Faso, Mali e Niger sono sotto la costante minaccia dei terroristi. Anche il Togo, Paese confinante con il Burkina Faso, e il Benin, che condivide frontiere con il Niger e il Burkina Faso, sono spesso teatro di attacchi di gruppi armati provenienti dai Paesi limitrofi.

Arriva Africa Corps

E intanto Mosca sta riportando a casa i mercenari di Wagner dal Mali. Saranno rimpiazzati con quelli di Africa Corps, come già annunciato dal ministero della Difesa della Federazione russa, che vuole avere un maggiore controllo sui soldati di ventura. Cioè, in sostanza, cambiano solo la divisa, anzi solo lo scudetto sul braccio.

Infatti, la partenza dei paramilitari della società privata russa Wagner non significa assolutamente la fine della presenza di Mosca nel Paese. Anzi, nonostante la morte nell’agosto del 2023 del fondatore dell’organizzazione, Yevgeny Prigozhin, che aveva osato criticare il governo di Vladimir Putin due mesi prima e addirittura tentato anche un colpo di Stato, gli irregolari soldati non spariranno. Resteranno attivi più che mai sotto la bandiera di Africa Corps, organizzazione creata dal Cremlino.

Wagner, sulla sua piattaforma Telegram sostiene di aver “completato” la propria missione in Mali, dove i suoi uomini erano presenti dal dicembre 2021.

Crisi umanitaria

Intanto milioni di persone nel Sahel, dove attualmente ci sono più di 2 milioni di rifugiati e oltre sei milioni di sfollati, necessitano di aiuti umanitari urgentil. OCHA, l’Ufficio per gli Affari Umanitari delle Nazione Unite, ha denunciato nell’ultimo rapporto pubblicato pochi giorni fa, che, mentre aumentano quotidianamente le persone in difficoltà, i fondi per sostenerli diminuiscono.

Sempre OCHA sostiene che nel Sahel ben 29 milioni di persone hanno bisogno di aiuto; 12 milioni tra questi potrebbero trovarsi in grave difficoltà alimentare tra giugno e agosto e le conseguenze potrebbero essere devastanti.

Le popolazioni fuggono dalle proprie case per vari motivi, come insicurezza (terrorismo), povertà estrema, instabilità politica, conseguenza di cambiamenti climatici e altro. I Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno sono ovviamente il Burkina Faso, Niger, Mali, ma anche il Bacino del Lago Ciad, il Ciad, l’estremo nord del Camerun e il nord-est della Nigeria. Le ultime due regioni sono continuo bersaglio dei sanguinari Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP, che nel 2016 si sono separati dal gruppo originale.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Benin accusa Burkina Faso e Niger, non controllano le frontiere e i jihadisti attaccano

In Niger gli islamisti attaccano base militare con mortai made in Ucraina

Mozambico, aumentano gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado. E Maputo non paga il conto per truppe ruandesi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
8 giugno 2025

Mentre nel nord del Paese si intensificano gli attacchi jihadisti di IS-Mozambico, il giornale Africa Intelligence svela un debito di Maputo verso Kigali.

Da agosto scorso il Mozambico non paga l’intervento delle truppe ruandesi (RDF). Operazioni militari dei 4.000 soldati di Kigali che combattono gli insorti a Cabo Delgado: un debito tra 1,75 e 3,5 milioni di euro mensili.

La cosa ha irritato il presidente ruandese, Paul Kagame, e soprattutto preoccupa la multinazionale energetica francese TotalEnergies che sta per riaprire i cantieri di Afungi.

 I militari ruandesi, presenti dal 2021 a Cabo Delgado, grazie a un accordo bilaterale Maputo-Kigali sono fondamentali per la protezione dei giacimenti di gas.

Rischio sicurezza

La loro partenza metterebbe a rischio la sicurezza dell’area, visto il fallimento della Missione militare in Mozambico (SAMIM) della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC).

L’intervento militare SADC era stato richiesto dall’ex presidente mozambicano Filipe Nyusi, visto che i militari mozambicani (FADM), non erano in condizioni di fermare il terrorismo islamista a Cabo Delgado. Ragione questa che ha convinto Nyusi a siglare l’accordo col suo omologo ruandese.

Crisi umanitaria

Ma perché il governo ha smesso di pagare l’intervento militare del Ruanda? Il Mozambico si trova davanti a una triplice crisi. Secondo le Nazioni Unite l’ex colonia portoghese è colpita da una crisi umanitaria dovuta alla guerra, cambiamenti climatici e disordini post elettorali.

Cabo Ligado 19mag 1giu2025
Mappa degli scontri di Cabo Delgado

“La violenza armata continua a sradicare le persone” scrive Cabo Ligado organizzazione associata all’ong ACLED. “Dal 1° ottobre 2017, inizio deglii attacchi, ci sono stati oltre 6.000 morti dei quali più di 2.500 civili. Gli ultimi episodi di violenza sono stati nel distretto di Mocímboa da Praia”.

Gli insorti hanno imposto agli abitanti di un villaggio di guardare la proiezione dei sermoni del defunto predicatore estremista keniota Sheikh Aboud Rogo e hanno chiesto denaro. Poi hanno saccheggiato un altro villaggio.

La crisi post-elettorale dovuta ai brogli ha causato
oltre 300 morti e più di 3.000 feriti oltre alla paralisi dell’economia per lunghi mesi. Il Paese fa fatica a ripartire.

Preoccupazione dell’ONU

L’Unicef denuncia l’uccisione di tre adolescenti tra 12 e 17 anni e il rapimento di altri otto bambini nel villaggio di Magaia. Le Nazioni Unite avvertono di un peggioramento della crisi umanitaria in Mozambico. l’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR) registra oltre 25.000 nuovi sfollati a causa violenza islamista, che si aggiungono agli 1,3 milioni di persone già sradicate. Secondo i dati presentati dal ministero della Sanità del Mozambico il 61 per cento dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo di crescita rispetto ai principali indicatori.

La violenza jiadista, secondo gli esperti, è aumentata da quando gli Stati Uniti hanno confermato il finanziamento di 4,7 miliardi di dollari (4,13mld di euro). L’ingente cifra è stata approvata a metà marzo dalla Export-Import Bank (US Exim). Andrà a sostenere economicamente il mega progetto di estrazione del gas naturale liquefatto (GNL) di TotalEnergies, chiuso nel 2021 a causa dell’attacco jihadista a Palma.

L’assalto alla nave russa

Gli islamisti mozambicani da diversi mesi si muovono anche ad ovest nella confinante provincia del Niassa e fanno persino incursioni in mare. Non solo assaltano i pescatori e le imbarcazioni più piccole e, a maggio, hanno attaccato anche una una nave oceanografica russa, la Atlantida.

Post FB La nave russa Atlantida arrivata nel porto di Maputo
Posrt FB dell’ambasciata della Russia in Mozambico: la nave oceanografica Atlantida arrivata nel porto di Maputo

Un’imbarcazione registrata come peschereccio che ufficialmente fa ricerca dei fondali ma che alcuni ritengono sia una nave spia. L’attacco armato jihadista non ha fatto vittime ma, secondo gli esperti, serve a dare visibilità internazionale al gruppo islamista.

A maggio, IS-Mozambico ha attaccato due caserme delle FADM: bilancio, secondo un esperto di sicurezza, 17 vittime nel primo attacco. Le autorità mozambicane non hanno rilasciato commenti. In altri scontri sono morti tre militari ruandesi, decessi confermati da Kigali.

Secondo quanto scrive Radio France Internationale (RFI) nel 2024 gli attacchi mortali sono aumentati del 36 per cento. Ma per Maputo la situazione è “ stabile e sotto controllo”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

Sventato attacco dei terroristi a Kampala, uccisa figlia di un kamikaze del 2021

Africa ExPress
Kampala 6 giugno 2025

E’ fallito l’attentato di martedì scorso davanti al Santuario dei martiri ugandesi di Munyonyo, nella periferia di Kampala, capitale dell’Uganda. Secondo quanto riportato dalle forze armate ugandesi (UPDF), due sospetti kamikaze sono stati intercettati e neutralizzati dalle forze del controterrorismo, mentre viaggiavano sulla loro motocicletta a poca distanza dalla chiesa.

Nessun civile è stato ferito, eppure nella vicina chiesa erano presenti parecchi fedeli riuniti in preghiera. Il 3 giugno è il giorno della commemorazione dei martiri – 22 cattolici e 23 anglicani convertiti al cristianesimo  – che, per questo motivo, furono condannati a morte e uccisi fra il 31 gennaio 1885 e il 27 gennaio 1887.

Kampala, Uganda: uccisi due presunti terroristi di ADF

In base a quanto riferito da fonti della sicurezza ugandese, i militari hanno freddato due presunti terroristi si ADF, un uomo e una donna. La giovane è stata identificata come la figlia di un terrorista che si è fatto saltare per aria alla stazione centrale di polizia di Kampala durante i micidiali attacchi del 2021.

Fedeltà all’ISIS

ADF (acronimo per Allied Democratc Forces) è un gruppo armato di origine ugandese, fondato negli anni ‘90 per spodestare Yoweri Museveni, accusato di maltrattare i musulmani. Dal 1995 l’organizzazione è soprattutto attiva nell’est del Congo-K e pochi anni fa ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP).

 

La figlia di terrorista ADF, kamikaze del 2021

I miliziani sono accusati di aver massacrato migliaia di civili nella ex colonia belga e di aver commesso attacchi in Uganda. Nel 2021 gli Stati Uniti hanno inserito i ribelli nella lista dei gruppi terroristi.

Paese limitrofo

Le truppe di Kampala sono presenti in Congo-K dal 2021 nell’ambito dell’operazione Shujaa (che tradotto dallo swahili significa “eroi”, ndr), ufficialmente per dare la caccia ai terroristi di ADF a fianco ai soldati dell’esercito di Kinshasa (FARDC). A gennaio l’Uganda ha dispiegato altri mille uomini nel Paese confinante, portando così il contingente a oltre 5mila unità.

Malgrado il dispiegamento delle forze in campo, ADF continua a colpire la popolazione congolese, in particolare i cristiani, specie da quando si è alleato con ISCAP.

Dispiegamento truppe

A fine gennaio di quest’anno il ministero della Difesa ugandese ha spiegato di aver rafforzato la presenza nella RDC soprattutto per salvaguardare gli interessi dell’Uganda durante il conflitto in corso tra FARDC e il gruppo armato M23, sostenuto dal Ruanda. L’organizzazione ribelle prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009.

Il ruolo di Kampala nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo è passato in gran parte sotto silenzio durante le recenti violenze tra M23 e FARDC. Secondo alcuni esperti la presenza del contingente ugandese mira soprattutto a garantire la sicurezza e gli interessi economici di lunga data nell’area ricca di minerali.

Accuse ONU

Va anche ricordato che gli esperti dell’ONU nel loro rapporto dello scorso luglio hanno accusato ufficiali dell’intelligence militare ugandese di aver fornito supporto logistico e mezzi di trasporto a capi del movimento ribelle M23 nelle aree sotto il loro controllo.

Un diplomatico conoscitore della Regione dei Grandi Laghi ha rivelato recentemente ai reporter di AFP che Il ruolo di Kampala nei confronti del gruppo armato sostenuto dal Ruanda è poco chiaro.

Il ruolo Kampala

Lo stesso esperto, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha anche sostenuto che esiste una “simpatia etnica” tra la comunità hima, alla quale appartiene Museveni, e i tutsi che costituiscono la maggioranza di M23. Entrambi tradizionalmente sono allevatori e non contadini.

E non è affatto un segreto che tra Museveni e Paul Kagame, presidente del Ruanda, c’è una relazione “da mentore / fratello maggiore”, in quanto l’attuale capo di Stato di Kigali aveva combattuto con il futuro leader ugandese durante la “Bush war” (guerra della foresta ugandese) degli anni ’80.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

E a febbraio, lo stesso presidente ugandese aveva dichiarato: “La nostra presenza in Congo non ha nulla a che fare con la lotta ai ribelli di M23”.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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https://www.africa-express.info/2025/03/03/non-solo-m23-kinshasa-chiama-kampala-per-combattere-altri-gruppi-armati/

https://www.africa-express.info/2024/07/23/congo-k-gli-esperti-dellonu-inchiodano-ruanda-e-uganda-entrambi-collaborano-con-i-ribelli-m23/

https://www.africa-express.info/2021/11/16/due-bombe-a-kampala-vicino-a-stazione-di-polizia-e-parlamento-il-sindaco/

Zionism and the escalation toward genocide in Gaza according to Avi Shlaim

Special for Africa ExPress
Emanuela Ulivi
4th June 2025

Questo articolo in italiano lo trovate qui. 

Facing official versions on the war in Gaza and fueling the debate on whether genocide is taking place or not, Avi Shlaim, one of the New Historians who have been offering a critical reading of Zionism and Israel for the past few decades, puts forth his perspective in his book Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine (Irish Pages Press, 2025). The work includes some previously written essays and new chapters, in which the Oxford professor emeritus, born in Baghdad in 1945 into a Jewish family that moved to Israel in 1951, argues that the Israel-Hamas war did not begin on Oct. 7.

Rather, it must be placed in the context of the occupation of the Palestinian territories and a history that has effectively denied the Palestinians’ right to self-determination and to a statehood.

 

Shlaim’s reconnaissance harks back to the Balfour Declaration and its inclusion in the British Mandate over Palestine, which Britain unilaterally renounced. The British left, without implementing the partition plan envisioned by the United Nations, thus creating the conditions for the Naqba, the forced relocation of 750,000 Palestinians at the time the state of Israel was established in 1948.

Continuous Naqba

Since then, it has been for Shlaim, borrowing the expression coined by Hanan Ashrawi, a “continuous Naqba,” which has marked the history of the Palestinians with progressive dispossession by settlement colonialism that, unlike the subjugation of local populations carried out by colonial powers, has worked for the replacement of the natives.

With the advent of right-wing governments in Israel, even the “land for peace” formula, at the heart of negotiations between Israelis and Palestinians until the Oslo Accords, was supplanted by another equation, “peace for peace,” which saw on the one hand the acceleration of settlements in the West Bank, and on the other the Abraham Accords, i.e., the attempt to normalize relations with Arab countries without the need to resolve the Palestinian conflict.

Benjami Netanyahu, Israeli prime minister

Benjamin Netanyahu, son of Benzion – the advisor to Ze’ev Jabotinsky, founder of Revisionist Zionism and author of “On the Iron Wall (We and the Arabs),” a title traced moreover in the name of the operation launched by Israel in the West Bank in late January 2025 – head of Likud since 1993 and now for the sixth time head of government, does not continue the war in Gaza as many claim in order to postpone his judicial appointments, nor because he is a hostage of the messianic right. Netanyahu, Shlaim writes, is not a moderate right-wing politician, he is himself an extremist, a staunch proponent of Greater Israel, which includes Judea and Samaria, i.e., the West Bank, with an existential mission: to prevent the creation of an independent Palestinian state.

Wrong Party

In the same vein, Israel’s 2005 withdrawal from Gaza was anything but a contribution to peace as it was made out to be, it was rather a move in Israel’s interest: 8,000 settlers left the strip, and the following year, thanks to the Likud government, 12,000 new settlers settled in the West Bank, where the separation wall built by Sharon himself was actually a redrawing of the borders, which had more to do with land appropriation than state security.

In Gaza, when the Palestinian Authority’s legislative elections in 2006 – which, the author points out, were held democratically – won Hamas, the wrong party for Israel and the West, and formed a first government and then a second one of national unity in 2007 composed mostly of technocrats, not only did Israel and its allies not recognize them, Israel rejected the proposal of Hamas, the Islamic Resistance Movement, whose positions had become softer than the maximalist and anti-Semitic ones of 1988, to negotiate a long-term truce, which meant acceptance of a two-state agreement and implicitly Hamas recognition of Israel.

Special Rapporteur Francesca Albanese [photo credit United Nations].
It was later learned in 2008 from the Palestine Papers of Israel and the United States’ attempt to sabotage the Hamas government by helping Fatah organize a coup. Hamas, however, played ahead and violently seized power in Gaza in June 2007. The military operations of the IDF, the Israeli Defense Forces, conducted in 2009, 2012, 2014, 2021, 2022, to “mow the grass” – according to a dehumanizing metaphor – were veritable collective punishments for the disproportionate number of deaths, which did nothing but prepare each for the next war.

None, however, like the October 2023 offensive, which raises the specter of a second Naqba. Francesca Albanese, UN Special Rapporteur on the Occupied Palestinian Territories since 2022, who wrote the foreword to Avi Shlaim’s book, in the report Anatomy of a Genocide calls Gaza’s a tragedy foretold.

Genocidal intentions

But the conviction that there were genocidal intentions was not immediate for the author, who has never questioned the legitimacy of the state of Israel within its pre-1967 borders and has always supported the two-state solution, even if that is a now-buried perspective: better, he says, one state “from the river to the sea” where there are freedoms and equal rights for all.

Death and destruction caused by Israeli shelling in the Gaza Strip

Not only the killing of civilians on an industrial scale and the destruction of civilian infrastructure, but the blockade of humanitarian aid and starvation in Gaza show that it has gone far beyond self-defense.

Genocide, he writes, is the last resort of frustrated ethnic cleansers. Zionism and Judaism, however, he is keen to point out, are two different things, the former being an ideology, the latter a religion. The government headed by Netanyahu is the antithesis of Jewish values, which are altruism, truth, justice and peace.

Emanuela Ulivi

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Il sionismo e l’escalation verso il genocidio a Gaza secondo Avi Shlaim

Accordo sul nucleare iraniano: iniziato il round decisivo

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
4 giugno 2025

Nelle ultime 24 ore, come si prevedeva tra impuntature e frasi concilianti, è entrato nel vivo il negoziato per il nucleare iraniano.

Un accordo, infatti, urge, soprattutto a Donald Trump. Il presidente USA necessita un successo in politica estera visti i chiari di luna in Ucraina. Ma anche gli iraniani, al di là della voce grossa e degli “altolà” della Guida Suprema, capiscono perfettamente di essere di fronte a un’occasione che potrebbe non ripresentarsi più.

Negoziati sul nucleare iraniano Washington-Teheran

Ha aperto le danze finali del confronto Trump, che due notti fa ha scritto su Truth che non permetterà “alcun arricchimento dell’uranio nell’ambito di un potenziale accordo” con Teheran.

Arricchimento limitato dell’uranio

Ma il messaggio va letto in un gioco al poliziotto buono e a quello cattivo che ormai in geopolitica gli analisti più attenti sono abituati a veder fare tra il presidente e il sito web Axios. Quest’ultimo aveva infatti rivelato come l’ultima proposta avanzata dagli americani sabato scorso avrebbe consentito agli iraniani di effettuare un arricchimento limitato dell’uranio, cosa che il governo statunitense prima aveva sempre escluso. L’uscita di Trump sembra quindi essere più una rassicurazione per Netanyahu e il suo Congresso, che un monito all’Iran.

La reazione persiana non si è comunque fatta attendere con la triade allineata. La Guida suprema, Ali Khamenei, ha dichiarato che la proposta statunitense va contro agli interessi del Paese. “L’Iran non aspetta la luce verde di Washington per prendere decisioni”, ha aggiunto.

Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha ribadito su X “Nessun arricchimento, nessun accordo. Nessuna arma nucleare, abbiamo un accordo”. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha affermato che la Repubblica islamica non scenderà a compressi sui suoi “diritti nucleari”. In realtà potrebbe farlo, ma non davanti agli occhi dell’orgoglioso popolo iraniano.

Ma cosa c’è di vero? Siamo a un passo dalla rottura o a un passo da un accordo che in realtà imbarazza entrambi i governi? E soprattutto quale sarà il punto di caduta?

Fallimento a Riad

I negoziati precedenti a quelli di Roma sul nucleare iraniano, in occasione della visita in Medio Oriente di Trump, a Riad, avevano subito preso una piega sbagliata. Sulle prime infatti c’era stata l’ipotesi – come avevano chiesto gli stessi iraniani – di tornare semplicemente all’accordo sul nucleare del 2015 con tante scuse degli USA e un totale annullamento delle sanzioni.

Sarebbe stato un ritorno al 3.67 per cento. Ma Washington ha commesso un errore diplomatico, tirando troppo la corda. Ha improvvisamente inserito nel negoziato due polpette avvelenate: la prima è che quel 3.67 per cento avrebbe dovuto essere arricchito all’estero, probabilmente in Russia. Impensabile per il concetto di sovranità iraniana. La seconda è che l’Iran avrebbe dovuto congelare anche il suo sviluppo militare missilistico, praticamente l’unica cosa che ha impedito fino ad ora ai suoi nemici di farlo fuori. Senza contare che durante i colloqui gli americani, non proprio provvidamente, avevano fatto scattare nuove sanzioni per far contento Israele.

Gli iraniani però hanno già passato anni tremendi, con attentati, assassini mirati di scienziati, mancanza di cibo nei mercati, collasso commerciale, e adesso non hanno più paura, né della guerra né delle sanzioni. Quindi la Repubblica islamica al momento è troppo indurita per venire piegata.

Ma un punto di caduta nella trattiva potrebbe essere quello dell’accordo in due tempi, con una sospensione dell’arricchimento sì, ma solo per un anno, in cambio di un allentamento sostanzioso delle sanzioni economiche e di ulteriori scongelamenti di asset finanziari petroliferi sequestrati.

Accordo a pagamento

Insomma, un accordo a pagamento, in linea con alcune altre importanti concessioni finanziarie del recente passato che hanno probabilmente influito anche sulle limitate reazioni dell’Iran ai colpi militari messi a segno da Israele al cosiddetto “Asse della Resistenza”. L’ipotesi più recente che si è fatta strada, è che gli USA potrebbero facilitare la costruzione di reattori nucleari per l’Iran, ma gli impianti di arricchimento sarebbero gestiti da un consorzio di Paesi della regione, anche se operanti in Iran.

Di certo resta evidente il doppio standard a cui è sottoposto un Paese sovrano, che non ha mai dichiarato guerra a nessuno dal 1979, anno in cui da “amico” di Washington è diventato “nemico”.

Israele: Arsenale nucleare

Intorno a sé ha Paesi con la bomba nucleare: Israele, Pakistan, Russia, tutte le basi USA intorno al Golfo persico con bombardieri strategici, portaerei e sottomarini. Israele viene accreditata di un arsenale nucleare tra le 200 e le 300 testate. Perché l’AIEA non chiede di mettere telecamere e fare controlli anche allo Stato ebraico?

Perché loro sono una “democrazia”? Perché sono “affidabili e moderati”? Dopo lo stermino di Gaza? L’Arabia Saudita sta sviluppando un programma nucleare aiutata da Washington: perché l’AIEA e il mondo occidentale non chiedono controlli anche lì? E ancora: le violazioni sui diritti umani che contestiamo all’Iran non sono forse presenti, e in modo assai più grave, anche a Riad. E quindi?

E ancora: lo sanno, gli europei, che l’Iran aderisce al TNP, il Trattato di non proliferazione nucleare? Israele che protesta per queste ricerche non vi aderisce. E che dire infine di coloro che si ergono a giudici della legittimità del programma nucleare iraniano, gli USA? Il più grande detentore mondiale di ordigni nucleari, con in corso da alcuni anni un profondo riammodernamento dell’arsenale per renderlo più offensivo e letale. Gli Stati Uniti sono gli unici nella storia ad aver avuto il coraggio di usare il nucleare militare, nella Seconda Guerra Mondiale. E su civili inermi.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

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Iran non vuole cedere sul nucleare, ma accordo urge

Le crisi umanitarie dimenticate: nuovo rapporto di autorevole ONG norvegese

Africa ExPress
Dakar, 3 giugno 2025

Come ogni anno, la ONG Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) ha pubblicato il suo nuovo rapporto sulle crisi di migratorie più trascurate e dimenticate al mondo. La ONG presenterà analisi e conclusioni oggi a Dakar, capitale del Senegal. Nel 2024, tra i primi dieci Paesi analizzati, otto sono in Africa, mentre gli altri due sono Iran e Hondouras, in America Centrale. L’autorevole ONG ha sottolineato che si tratta di emergenze dove i bisogni umanitari di sfollati e rifugiati sono sotto finanziati. Queste crisi godono di poca attenzione dei media e l’azione politica è carente sia a livello nazionale, sia internazionale.

In fuga da guerre, conflitti interni, fame, cambiamenti climatici, terrorismo

In testa alla triste classifica troviamo il Camerun, che da anni deve affrontare crisi su ben tre fronti: nella provincia dell’Estremo Nord le incursioni dei terroristi Boko Haram, violenze degli indipendentisti anglofoni che si consumano in quelle del Nord-Ovest e Sud-Ovest. Infine l’est è colpito di riflesso dall’instabilità della Repubblica Centrafricana.

Lo scorso anno il sostegno economico per 1,1 milioni di sfollati e i circa 500 mila rifugiati ha coperto meno della metà delle necessità urgenti e la situazione umanitaria in Camerun è stata menzionata pochissimo dai media internazionali. Un mea culpa va anche a noi di Africa-ExPress che abbiamo dedicato poco spazio a questo dramma dimenticato.

L’Etiopia si inserisce al secondo posto nel 2024, la posizione più alta da quando il rapporto è uscito per la prima volta nove anni fa. Mentre il Mozambico, mai inserito fino ad ora, è terzo in classifica.

Anche l’accogliente Uganda nella lista

Anche l’Uganda appare per la prima volta nella lista della ONG. Il Paese, all’avanguardia in fatto di politica di accoglienza dei rifugiati, perché garantisce libertà di movimento, diritto al lavoro e accesso ai servizi, nel 2024 si è trovato in grave difficoltà. La pressione migratoria, dovuta ai conflitti in atto in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e altri è in costante aumento e i finanziamenti da parte delle Organizzazioni internazionali sono in forte calo, come quasi ovunque nel mondo.

La Repubblica Democratica del Congo è scesa all’ottavo posto, la sua posizione più bassa fino ad oggi e il Burkina Faso, che era in cima alla lista nel 2022 e 2023, è ora in quarta posizione.

Ma attenzione, i cambiamenti non riflettono miglioramenti significativi. Anzi, mettono in risalto la dura verità: quasi tutte le crisi umanitarie prolungate vengono ora trascurate.

Guerre, conflitti interni, terrorismo, fame, cambiamenti climatici e quant’altro sono in continuo aumento e dunque anche le persone in fuga. Il numero di sfollati nel mondo è raddoppiato nel giro di 10 anni.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Indipendentisti e Boko Haram: le due crisi del Camerun che si consumano in silenzio

Iran non vuole cedere sul nucleare, ma accordo urge

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
2 giugno 2025

È terminato da alcuni giorni, a Roma, il quinto round di colloqui tra USA e Iran sull’Accordo per il nucleare bis. Al netto dei commenti mainstream che affollano lo scenario mediatico sulla geopolitica della Repubblica islamica, possiamo riassumere il risultato nel seguente modo: è stata una tornata diplomatica che tecnicamente non ha decretato alcun successo ma l’accordo, a sorpresa, potrebbe essere vicino.

Roma: colloqui tra USA e Iran sul nucleare

La minaccia israeliana di attaccare i siti nucleari iraniani, infatti, ha creato la necessità di portare a casa un risultato di contenimento iraniano da parte degli USA nel più breve tempo possibile.

Evitare azione militare israeliana

I media corporate quindi si sono prodotti in contorsionismi dialettici per sottolineare il risultato di Roma, per il semplice fatto – è l’opinione prevalente degli analisti – che una delusione sugli esiti del tavolo avrebbe dato al governo Netanyahu la scusa per far scattare l’opzione militare.

Spauracchio non tanto per la pace nel mondo, quanto perché creerebbe un disastro economico e finanziario a USA e UE.

Se si dovesse riassumere cosa ci lasciano realmente i colloqui italiani è questo: l’Iran non è più disposto a cedere come ha già fatto in passato, non questa volta. Quello del 2025, a distanza di dieci anni dal primo, dovrà essere un accordo win-win, da presentare con orgoglio agli iraniani dopo lo “schiaffo” del 2015.

Un accordo in cui i danneggiati di allora dovranno ottenere quasi tutto, e a Trump resterà invece la gloria di un accordo storico in un momento in cui la sua capacità diplomatica è messa in forte discussione dopo i tira e molla nella mediazione sul conflitto tra Russia e Ucraina.

Proprio per dare forza ai colloqui, il 31 maggio il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito quanto già detto più volte dalla Guida Suprema, cioè che “le armi nucleari sono inaccettabili”. “Se il problema sono le armi nucleari – ha dichiarato – sì, anche noi consideriamo questo tipo di arma inaccettabile”.

Siamo chiari, l’Iran la bomba è come se l’avesse. Non la assembla ma è molto probabile che possa farlo. La posta in gioco quindi è la sua deterrenza complessiva, che non passa dalla bomba, sbandierata dall’Occidente come un “pericolo imminente” sin dal 1979, ma dal suo arsenale missilistico. Che non a caso Israele voleva infilare nel nuovo Accordo.

Sesto round possibile

Da Vienna, sede dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), il direttore generale, Rafael Grossi, ha sottolineato come il fatto che ci sarà un sesto round sia già un successo.

L’unico, appunto quello che potrebbe generare la svolta, dovrebbe essere, per ora, proprio il prossimo. Sarà firmato in un Paese arabo e potrebbe prevedere una possibile partecipazione esterna degli Stati Uniti nel programma nucleare civile iraniano con la creazione di un consorzio di controllo formato anche da nazioni del Medio Oriente e dall’AIEA.

Uranio arricchito deve restare nel Paese

Questo consorzio (perché portare fuori dal Paese il proprio uranio per l’Iran non se ne parla proprio) produrrebbe l’uranio arricchito per i reattori iraniani del programma nucleare in sviluppo (altro punto sul quale il governo di Teheran non cede di un centimetro).

E il settore missilistico balistico iraniano (nodo sul quale l’Iran avrebbe fatto saltare il tavolo) non rientrerà nell’attuale discussione, ma in futuri “follow up” per evitare magari che i vettori balistici possano essere armati con testate atomiche. Una sottile clausola che non potrebbe mai però portare a un reale controllo.

Insomma, ci si attende una vittoria a tutto campo delle tesi di Teheran, ma un successo ancor più grande di Trump di fronte al Mondo. D’altra parte l’Iran è parte lesa rispetto all’uscita unilaterale decretata da Trump nel 2015: una mossa controproducente, per gli USA, dato che già allora avrebbe congelato nel limite del 3,67 per cento l’arricchimento massimo dell’uranio in cambio della fine delle terribili sanzioni economiche che hanno strozzato la Repubblica islamica.

Teheran a un passo dalla bomba atomica

Ora invece Washington dovrà cooperare per perimetrare quel materiale fissile che gli iraniani, svincolati da un accordo, hanno a quel punto continuato a produrre facendolo salire fino al 60 per cento, a un passo quindi da quel 90 per cento che serve per produrre una bomba.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

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Il sionismo e l’escalation verso il genocidio a Gaza secondo Avi Shlaim

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
1° giugno 2025

A fronte delle versioni ufficiali sulla guerra a Gaza e ad alimentare il dibattito se sia in corso o meno un genocidio, Avi Shlaim, uno dei Nuovo Storici che da qualche decennio offrono una lettura critica del Sionismo e di Israele, propone la sua prospettiva in Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine (Irish Pages Press, 2025). Una serie di saggi scritti in precedenza e nuovi capitoli, nei quali il professore emerito di Oxford, nato a Baghdad nel 1945 da una famiglia ebrea trasferitasi nel 1951 in Israele, argomenta che la guerra Israele-Hamas non è cominciata il 7 ottobre.

Deve essere piuttosto collocata nel contesto dell’occupazione dei territori palestinesi e di una storia che di fatto ha negato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e ad avere uno Stato.

La ricognizione di Shlaim si rifà alla dichiarazione Balfour e alla sua inclusione nel Mandato Britannico sulla Palestina, cui la Gran Bretagna rinunciò unilateralmente. Gli inglesi se ne andarono, senza applicare il piano di partizione previsto dalle Nazioni Unite, creando così le condizioni per la Naqba, il trasferimento forzato di 750.000 palestinesi nel momento in cui fu istituito la Stato di Israele nel 1948.

Naqba continua

Da allora si è trattato per Shlaim, riprendendo l’espressione coniata da Hanan Ashrawi, di una “Naqba continua”, che ha contrassegnato la storia dei palestinesi col progressivo spossessamento ad opera del colonialismo di insediamento che, a differenza dell’assoggettamento delle popolazioni locali realizzato dalle potenze coloniali, ha operato per la sostituzione dei nativi.

Con l’avvento dei governi di destra in Israele anche la formula “land for peace”, terra in cambio di pace, al cuore delle trattative tra israeliani e palestinesi fino agli Accordi di Oslo, è stata soppiantata da un’altra equazione, “peace for peace”, che ha visto da un lato l’accelerazione degli insediamenti in Cisgiordania, dall’altra gli Accordi di Abramo, ossia il tentativo di normalizzare le relazioni coi Paesi arabi senza la necessità di risolvere il conflitto palestinese.

Benjami Netanyahu, primo ministro israeliano

Benjamin Netanyahu, figlio di Benzion – il consigliere di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del Sionismo Revisionista e autore di “On the Iron Wall (We and the Arabs)”, titolo  ricalcato peraltro nel nome dell’operazione lanciata da Israele in Cisgiordania a fine gennaio 2025 – capo del Likud dal 1993 e oggi per la sesta volta capo di governo, non continua la guerra a Gaza come sostengono molti per rinviare i suoi appuntamenti giudiziari, né perché ostaggio della destra messianica. Netanyahu, scrive Shlaim, non è un politico moderato di destra, è egli stesso un estremista, propugnatore convinto della Greater Israel, che comprende la Giudea e la Samaria, ossia la Cisgiordania, con una missione esistenziale: impedire la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Partito Sbagliato

Nella stessa direzione, il ritiro di Israele da Gaza del 2005 è stato tutt’altro che un contributo alla pace come si è voluto far credere, piuttosto una mossa nell’interesse di Israele: 8.000 coloni hanno lasciato la Striscia e l’anno dopo, grazie al governo del Likud, 12.000 nuovi coloni si sono insediati in Cisgiordania, dove il muro di separazione costruito dallo stesso Sharon è stato in realtà un ridisegno dei confini, che aveva a che fare più con l’appropriazione della terra che con la sicurezza dello Stato.

A Gaza, quando nel 2006 alle elezioni legislative dell’Autorità Palestinese – che, sottolinea l’autore, si sono svolte democraticamente – ha vinto Hamas, il partito sbagliato per Israele e l’Occidente, e ha formato un primo governo e poi un secondo di unità nazionale nel 2007 composto per lo più da tecnocrati, non solo Israele e i suoi alleati non li hanno riconosciuti, Israele ha rigettato la proposta di Hamas, il Movimento di Resistenza Islamico, più morbido rispetto alle posizioni massimaliste e antisemite del 1988, di negoziare una tregua a lungo termine, che significava l’accettazione di un accordo a due Stati e implicitamente il riconoscimento di Israele da parte di Hamas.

Si è saputo poi nel 2008 dai Palestine Papers del tentativo di Israele e degli Stati Uniti di sabotare il governo Hamas aiutando Fatah a organizzare un colpo di Stato. Hamas ha però giocato d’anticipo e ha preso il potere a Gaza con la violenza nel giugno 2007. Le operazioni militari dell’IDF, le forze di difesa israeliane, del 2009, 2012, 2014, 2021, 2022, per “tagliare l’erba” – secondo una metafora disumanizzante – sono state vere e proprie punizioni collettive per il numero sproporzionato di morti, che non hanno fatto altro che preparare ognuna la guerra successiva.

La Relatrice speciale Francesca Albanese [photo credit United Nations]
Nessuna però come l’offensiva dell’ottobre 2023, che solleva lo spettro di una seconda Naqba. Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite nei Territori Palestinesi Occupati dal 2022, che ha scritto la prefazione del libro di Avi Shlaim, nel suo rapporto Anatomia di un Genocidio definisce quella di Gaza una tragedia annunciata.

Intenti genocidari

Ma la convinzione che ci fossero intenti genocidari non è stata immediata per l’autore, che non ha mai messo in dubbio la legittimità dello Stato di Israele nei confini precedenti il 1967 e ha sempre sostenuto la soluzione dei due Stati, anche se questa è una prospettiva ormai sotterrata: meglio, dice, un solo stato “dal fiume al mare” dove ci siano libertà e uguali diritti per tutti.

Striscia di Gaza

Non solo l’uccisione di civili su scala industriale e la distruzione delle infrastrutture civili, ma il blocco degli aiuti umanitari e la morte per fame a Gaza mostrano che si è andati ben oltre l’autodifesa.

Il genocidio, scrive, è l’ultima risorsa di chi, frustrato, opera una pulizia etnica. Il Sionismo e l’Ebraismo, ci tiene però a precisare, sono due cose diverse, il primo è un’ideologia, l’altro una religione. Il governo presieduto da Netanyahu è l’antitesi dei valori ebraici, che sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Emanuela Ulivi

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