Uomini pesantemente armati sono entrati nuovamente in azione a Yelewata nel Benue State, Nigeria centrale. Durante la notte tra venerdì e sabato hanno fatto una strage, uccidendo almeno 150 persone.
Da mesi la regione è teatro di continui violenti scontri tra contadini stanziali, per lo più cristiani, e i fulani, pastori semi-nomadi musulmani, giunti nella zona nel XVII secolo provenienti dal Mali. Un conflitto che dura da anni per il controllo di terre e risorse.
Capi dello spionaggio
Domenica sera, in un breve comunicato, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha fatto sapere di aver inviato i capi di intelligence, polizia e dell’esercito per sorvegliare le operazioni di sicurezza e di ripristinare l’ordine. Il capo di Stato ha poi aggiunto: “Ho ordinato alle forze di sicurezza di agire con decisione, di arrestare gli autori di queste sanguinosi crimini, chiunque essi siano, e di consegnarli alla giustizia”.
Morte e distruzione dopo attacco di uomini armati nel Benue State, Nigeria
Sabato Amnesty International Nigeria ha confermato la carneficina che si è consumata nel Benue State, criticando le autorità, perché, secondo la ONG “le misure di sicurezza che il governo sostiene di attuare nello Stato non funzionano”.
Popolazione in fuga
Dopo l’ultima aggressione, almeno 6mila nigeriani sono fuggiti dalle proprie abitazioni. NEMA (acronimo per National Emergency Management Agency, ndr), la Croce Rossa e UNHCR hanno allestito un campo per sfollati a Makurdi, capoluogo del Benue State.
All’indomani della carneficina, centinaia di persone sono scese nelle strade e piazze del capoluogo per protestare pacificamente contro le ripetute, infinite aggressioni. La gente, stanca dei continui attacchi, ha manifestato per chiedere alle autorità misure urgenti per mettere fine ai massacri.
Gas lacrimogeni
La manifestazione è stata ovviamente repressa dalla polizia, e, secondo alcuni testimoni oculari, gli agenti avrebbero usato gas lacrimogeni per disperdere la folla.
Gli attacchi nella cosiddetta “cintura centrale” della Nigeria hanno spesso dimensione religiosa o etnica.
Ma secondo Joseph Ochogwu, direttore generale dell’Istitutoper la Pace e la Risoluzione dei Conflitti di Abuja, la causa di questa violenza è una combinazione di fattori: desertificazione, problemi di distribuzione delle terre, proliferazione delle armi e assenza di una solida amministrazione locale. Prevale quindi la legge del più forte.
Governance locale
“Bisogna quindi partire da una governance locale efficace, solo così la crisi si attenuerà” ha precisato Ochogwu ai reporter di RFI. Ha poi aggiunto: “Ma le attuali amministrazioni locali sono estremamente deboli. Queste autorità dovrebbero assicurare l’istruzione di base, strutture sanitarie, strade e infrastrutture per garantire la presenza dello Stato nelle comunità. Tuttavia, visto che questi servizi sono quasi totalmente assenti, le persone sono abbandonate a se stesse e attori esterni approfittano della situazione per cercare di prendere il controllo dei territori”.
Ipastori fulani vengono generalmente ritenuti i responsabili degli scontri. Dal canto loro gli allevatori sostengono di essere pure bersaglio di sanguinari attacchi da parte degli agricoltori e dell’espropriazione delle proprie terre.
Appena due settimane fa, sempre nel Benue State, sono state uccise almeno 25 persone da uomini armati. Ad aprile, in una serie di massacri ancora da chiarire, sono morte 100 persone nel Plateau State (sempre nel centro della Nigeria) e oltre 50 nel Benue. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, negli ultimi due anni hanno perso la vita 6.896 persone in svariati attacchi nel Benue e 2.630 nel Plateau.
Bola Tinubu
Insomma con la salita al potere di Bola Tinubu nel 2023, il suo governo non ha saputo proteggere la popolazione. La ONG per i diritti umani con sede a Londra ha evidenziato che in due anni sono morte oltre 10mila persone nel nord e nel centro del Paese. Si tratta di zone particolarmente colpite dalle incursioni dei terroristi Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP e di bande armate criminali che attaccano i villaggi, uccidendo e rapendo i residenti.
Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli
17 giugno 2025
Israele chiude l’export di gas dopo la rappresaglia iraniana agli impianti offshore. L’Egitto, che ne è collettore, entra in emergenza nazionale. E manca ancora l’azione più estrema: il blocco di Hormuz. rischia di diventare sempre più complicata non solo per il Medioriente ma per l’intero scacchiere internazionale dell’energia. La prima nazione a farne le spese però è un Paese africano, l’Egitto, che si trova al centro di una vera e propria emergenza energetica.
Impianti sensibili
Dopo la rappresaglia iraniana sugli impianti di Haifa e su quelli offshore, che si trovano di fronte alle coste, attaccabili dai missili e dai droni (come nella notte tra lunedì e martedì) e di fatto indifendibili, Israele “per motivi di sicurezza ha dovuto chiuder l’estrazione” bloccando “l’export di gas verso l’Egitto”.
Colpiti impianti di Haifa
Proprio dalla nazione confinante, infatti, passando sotto il mare di Gaza (guarda caso) e poi dal Sinai, il gas prodotto dagli impianti di Israele arrivano in Europa tramite il porto-hub di Damietta, sia tramite pipeline sotterranee sia grazie agli impianti di rigassificazione.
Già l’UE nel 2022 dichiarava: “Con Egitto e Israele storico accordo sul gas”. Nel 2023 il premier italiano, Giorgia Meloni, e quello israeliano, Benjamin Netanyahu, avevano dichiarato di aprire a una “maggiore cooperazione” annunciando “più gas da Israele per l’Italia” con la partecipazione di ENI. Progetto che in questo difficile periodo di ricerca di diversificazione energetica ci lega a Israele a doppio filo, e forse spiega molte cose nell’atteggiamento politico italiano.
Cairo stato di emergenza
Ora però Israele ha chiuso i rubinetti. Per l’Italia è un problema, dato che i contratti del gas in essere prevedono ovviamente clausole di sospensione per cause come i conflitti e le calamità naturali. Quindi non si può impedire questa blocco di erogazione.
Per l’Egitto è un guaio ancora più grande, dato che quel gas serve ad alimentare l’energia della società egiziana, un Paese con 120 milioni di abitanti in enorme espansione di consumi. Al Cairo quindi è stato dichiarato lo stato di emergenza. In una realtà sociale già in grande fermento, senza energia si rischia la rivolta.
Escalation conflitto
Così l’Egitto potrebbe diventare il primo Paese cui si estende il conflitto Israele-Iran. Tanto che proprio a questa emergenza verrebbe ascritto il comportamento intransigente degli egiziani contro la Global March con attivisti provenienti da 54 nazioni. Ma a quanto pare non è bastato, e Israele ha ugualmente chiuso i rubinetti.
Questo vulnus enorme l’Iran lo ha ottenuto facendo quello che sa fare meglio e che può prolungare nel tempo: lanciare missili di precisione sulle infrastrutture offshore e inshore israeliane e a breve, forse, anche su Paesi che ritiene spalleggino lo Stato ebraico, come Giordania e Iraq. E senza aver ancora giocato la sua carta migliore: il blocco della navigazione nel Golfo Persico.
Blocco trasporto greggio
Uno stop in quel tratto di mare, su cui affacciano alcuni dei più grandi produttori di petrolio e mezza OPEC, significherebbe crollo dei trasporti di greggio del 40 per cento. Per molto meno nel 1974 l’Italia era rimasta in braghe di tela e le auto circolavano a targhe alterne, un giorno quelle che cominciavano per un numero pari e quello dopo le dispari . “Il 34 per cento dell’energia mondiale passa da Hormuz. Ci troveremmo con una carenza insostenibile – spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli – e la diminuzione di produzione e di flusso spingerebbe il costo del barile sui i 130-150 anche 200 dollari al barile”.
Golfo persico
Il punto della questione è che non c’è niente, da un punto di vista militare, che USA e Israele possano fare per impedire all’Iran di bloccare tutto. Le coste iraniane rappresentano la metà di quelle di tutto il Golfo e da lì le sue acque possono essere invase da decine di migliaia di mine. Nessuna portaerei potrebbe farci niente. Nessuna azione di sminamento potrebbe essere condotta in modo efficace e i tempi di bonifica sarebbero lunghissimi. Le borse crollerebbero l’una dopo l’altra e con essa gli ETF sulle materie prime e svariati fondi speculativi, con ripercussioni fino alle banche dove si trovano anche i nostri risparmi.
Bombardamenti mirati
Non è un caso che lo scorso 15 giugno l’aviazione israeliana abbia bombardato decine di postazioni missilistiche terra-terra nell’ovest dell’Iran: molte erano piattaforme per missili antinave. Sono disseminate lungo tutta la costa e possono colpire con ordigni avanzati qualunque cosa che navighi nel Golfo, con tempi di gittata brevissimi.
Fabrizio Cassinelli cassinelli.fabrizio@gmail.com
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Dal sito della BBC Tom Bateman State Department Correspondent
La strada per Dover, nel Delaware, è costeggiata da fienili e campi di grano giganti e da tutti gli altri segni dell’abbondanza americana. Ma in questo viaggio, la scena non fa che sottolineare il devastante contrasto tra pace e guerra. Stiamo guidando qui perché in questo cuore rurale si nascondono indizi su ciò che si cela dietro uno sviluppo molto contestato a migliaia di chilometri di distanza, a Gaza.
La nuova entità sostenuta da Stati Uniti e Israele creata per nutrire il territorio, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), è stata registrata qui nel Delaware due settimane dopo l’insediamento del presidente americano Donald Trump.
Gaza Humanitarian Foundation distribuisce generi alimentari a Gaza
Poco si sa del gruppo, che è stato al centro delle cronache mondiali tra scene di caos e incidenti mortali quasi ogni giorno, quando i palestinesi disperati hanno cercato di raggiungere i suoi centri di distribuzione.
Testimoni oculari hanno recentemente riferito che le forze israeliane hanno sparato sulla folla che si dirigeva verso un sito di aiuti. Israele ha dichiarato che sta indagando e ha accusato Hamas di aver cercato di sabotare le operazioni.
Uccisi otto operatori
Il GHF ha dichiarato giovedì che otto dei propri operatori palestinesi locali sono stati uccisi quando Hamas ha attaccato uno dei loro autobus.
E nell’ultimo incidente mortale, almeno 15 palestinesi in cerca di cibo sono stati uccisi sabato dal fuoco israeliano, secondo quanto riferito dagli ospedali locali. L’esercito di Tel Aviv ha dichiarato che le sue truppe hanno sparato colpi di avvertimento contro un gruppo che ritenevano rappresentare una potenziale minaccia e un aereo ha colpito una persona che si era avvicinata troppo.
Durante il nostro viaggio nel Delaware per saperne di più sul GHF, la ricerca ha dato molti indizi ma poche risposte definitive.
Scavalcato l’ONU
La GHF si è costituita dicendo che intendeva sfamare i civili di Gaza, dove le Nazioni Unite hanno dichiarato che più di due milioni di persone rischiano di morire di fame. La fondazione, che si avvale di contractor di sicurezza americani armati, scavalca l’ONU come principale fornitore di aiuti a Gaza.
I critici ritengono che la GHF favorisca un piano del governo israeliano per spostare i palestinesi a sud in aree più piccole di Gaza.
Ma Israele – che da tempo cerca di eliminare le Nazioni Unite come principale fornitore di aiuti umanitari ai palestinesi – sostiene che il sistema alternativo era necessario per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti.
Da marzo senza cibo
Hamas lo nega, mentre la posizione della precedente amministrazione statunitense del presidente Joe Biden era che se i rifornimenti venivano deviati, non erano di dimensioni tali da giustificare il blocco degli aiuti a Gaza.
A marzo, Israele ha tagliato tutte le forniture di cibo e di altri aiuti a Gaza, mentre riprendeva la guerra contro Hamas dopo un cessate il fuoco di due mesi. Israele ha dichiarato che il provvedimento, ampiamente condannato, è stato preso per fare pressione su Hamas affinché rilasciasse gli ostaggi rimasti.
Le Nazioni Unite e i gruppi di aiuto hanno chiesto l’accesso, mentre cresceva la condanna internazionale di Israele.
Nel mezzo di questa situazione di stallo è emerso il GHF, promosso da Israele e sostenuto dall’amministrazione Trump. Ma non si sapeva praticamente nulla sulla sua provenienza e tantomeno chi lo finanziasse.
All’inizio di maggio, un documento di 14 pagine è trapelato e circolato tra i gruppi di aiuto e tra i giornalisti. Il documento illustrava il concetto alla base del GHF: fornire aiuti ai palestinesi da diversi super-hub di raccolta a Gaza, protetti da milizie private armate e infine, oltre il loro perimetro, dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
L’iniziativa sembra essere stata progettata per aggirare l’ONU come principale fornitore.
Tenente generale
Tra i dirigenti o i consulenti elencati nel documento c’erano Nate Mook, ex capo dell’organizzazione benefica World Central Kitchen; David Beasley, ex capo del Programma Alimentare Mondiale (indicato come “da finalizzare”); e Jake Wood, veterano del Corpo dei Marines degli Stati Uniti ed esperto di risposta ai disastri.
L’associazione elencava anche un tenente generale USA in pensione nel suo comitato consultivo.
Ma telefonando a chi conosceva alcuni retroscena, è emerso che né il signor Mook né il signor Beasley facevano effettivamente parte della fondazione.
Il documento sembrava essere una lista di desideri per cercare di ottenere sostegno e possibilmente donazioni private per il fondo.
Domande senza risposta
Tuttavia, non ci sono indizi sulla paternità del testo trapelato. Chi era davvero a capo del GHF?
Jake Wood è diventato effettivamente il direttore esecutivo, ma nel giro di due settimane si è dimesso affermando che il progetto dell’GHF violava i principi umanitari di “umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”, che invece aveva dichiarato di non voler abbandonare.
Nel tentativo di saperne di più, ci fermiamo nel caratteristico centro di Dover. Una donna in costume sta facendo una visita guidata alla storia. Questo è un posto dove si viene per sentire parlare di guerre passate e non di quelle presenti.
Ci dirigiamo verso l’indirizzo indicato alla ricerca di documenti pubblici per il GHF. È un edificio di mattoni rossi con porte di legno e senza campanello. All’interno, in un corridoio, due donne escono da un ufficio. Cercano di aiutarci, ma dicono di non poterlo fare perché non sanno nulla di specifico sulla GHF.
Indirizzo fantasma
L’indirizzo è in realtà quello di un agente che si occupa della costituzione di aziende, ovvero della loro registrazione legale, nel Delaware, uno Stato noto per un approccio meno invasivo alla trasparenza delle aziende.
Chiedo alle donne perché un’organizzazione dovrebbe avere un indirizzo registrato qui, ma non avere una sede qui: “Così non vengono disturbati”, dice una di loro con un sorriso.
Ci rimettiamo in viaggio e invio alcuni messaggi al portavoce della GHF, un ruolo di recente nomina che viene svolto da un professionista delle pubbliche relazioni con sede negli Stati Uniti.
Da giorni chiedo un’intervista ufficiale con lui o con il nuovo direttore esecutivo. Ho chiesto conferma di chi sta finanziando il GHF e di chi altro fa parte del consiglio di amministrazione, ma non è arrivato nulla.
Divieto di operare
Questa apparente mancanza di trasparenza per un gruppo umanitario è un problema “critico”, afferma Bill Deere, direttore dell’ufficio di Washington DC dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi UNRWA. La sua agenzia è stata al centro dei tentativi del governo israeliano di interrompere i rapporti tra le Nazioni Unite e la popolazione di Gaza e quest’anno le è stato vietato di operare in Israele.
Deere afferma: “Per chi ama o non ama l’ONU e le sue agenzie, è sempre possibile rintracciare il nostro denaro. Siamo molto trasparenti sulla provenienza dei nostri finanziamenti. Al contrario… nessuno sa molto di questo GHF”.
In prima linea
Descrive il nuovo progetto di aiuti come “una rete di distribuzione alla Hunger Games”, un riferimento alla saga di narrativa distopica.
Deere chiede che le Nazioni Unite possano rientrare a pieno titolo a Gaza per distribuire nuovamente gli aiuti alimentari ai palestinesi in modo professionale e su larga scala. “Non so, non riesco a capire. Sia come dipendente delle Nazioni Unite, sia come americano, come faccia il mondo ad accettare questa situazione”, aggiunge.
Altre agenzie delle Nazioni Unite e gruppi di aiuto hanno intensificato le loro critiche al progetto del GHF: ritengono che il gruppo stia violando il principio umanitario fondamentale di indipendenza.
In altre parole, sostengono che se gli operatori umanitari impegnati in un conflitto sono visti come schierati, sia loro sia i beneficiari degli aiuti rischiano di diventare bersagli.
Il GHF ha militarizzato la fornitura di aiuti, mettendo in pericolo i civili che devono attraversare le linee del fronte per raggiungere i luoghi di distribuzione e svantaggiando i deboli e i malati.
Nove licenziati
Da parte sua, Israele sostiene che l’UNWRA non è neutrale. L’anno scorso, in seguito alle accuse mosse da Israele, le Nazioni Unite hanno licenziato nove membri del personale dell’UNRWA, che conta 17.000 dipendenti, affermando che potrebbero essere stati coinvolti negli attacchi del 7 ottobre.
Israele non ha specificato di cosa fossero accusati, mentre l’UNRWA afferma che le affermazioni iniziali non sono ancora state provate. Secondo l’agenzia, nella guerra di Gaza sono stati uccisi almeno 310 operatori dell’UNRWA, la maggior parte dei quali dall’esercito israeliano.
Chiedo a Bill Deere, dell’UNRWA, di rispondere alle critiche di Israele e del GHF, secondo cui Hamas avrebbe dirottato gli aiuti nell’ambito del sistema ONU. Egli afferma che Israele non ha mai fornito prove. “Questa è solo una scusa inventata per creare un sistema che sembra aiutare le persone senza aiutarle davvero”, dice.
Mentre continuiamo la nostra ricerca per saperne di più sulla GHF, mi dirigo verso l’edificio ufficiale dello Stato del Delaware che custodisce i documenti della società.
Il nostro team ha richiesto il certificato di costituzione della GHF e altri documenti collegati. Una donna che lavora nell’ufficio registri ci consegna tre pagine spillate insieme.
Rivelano solo l’indirizzo degli agenti che abbiamo appena visitato e che il GHF ha cambiato nome da Global Humanitarian Fund a Gaza Humanitarian Foundation il 28 aprile. È firmato “Loik Henderson, presidente”.
Secondo il documento trapelato a maggio, Henderson è un avvocato “con decenni di esperienza [anche] in aziende Fortune 500”. Cerchiamo di contattarlo telefonicamente, ma non otteniamo risposta.
Il giorno successivo, arriva una dichiarazione da un indirizzo e-mail della GHF, che non è attribuita ad alcun addetto stampa e non contiene numeri per contattare i media.
Ridotta distribuzione cibo
Si legge che quel giorno la fondazione ha distribuito 19 camion di cibo.
Il sistema delle Nazioni Unite ne riceveva 600 al giorno durante il cessate il fuoco. Per una popolazione di oltre due milioni di persone, l’attuale quantità giornaliera è chiaramente insufficiente; lo testimoniano le immagini di una scena apocalittica quando, questa settimana, folle disperate sono scese da dune sterili e sabbiose scavalcando le recinzioni di un sito di aiuti.
L’e-mail contiene una sezione intitolata “notizie inaccurate”, avendo all’inizio della settimana criticato pesantemente le organizzazioni dei media per le “narrazioni inventate ed esagerate”.
La fondazione ha preso le distanze dalla serie di incidenti mortali, affermando che nessuno ha sparato ai suoi siti.
Il direttore esecutivo della GHF, John Acree, ha dichiarato nella mail che la fondazione ha distribuito finora 8,5 milioni di pasti “senza incidenti”. La BBC non è in grado di verificare l’accuratezza della misura del numero di pasti contenuti in ogni scatola di cibo.
Sabato scorso, la controversia sulla GHF si è aggravata quando una delle più importanti società di consulenza del mondo, il Boston Consulting Group, ha dichiarato di aver licenziato due partner per il ruolo svolto nella creazione della fondazione. L’amministratore delegato si è scusato con il personale affermando che il gruppo era “scioccato e indignato” per il fatto che i due dipendenti senior avessero svolto un lavoro non autorizzato sul progetto.
Contro-insurrezione
Alex de Waal, esperto di carestie e fornitura di aiuti in guerra presso la Tufts University del Massachusetts, paragona il concetto attualmente in corso a Gaza ai tentativi di contro-insurrezione dell’epoca coloniale.
“Il pensiero dei militari, quando organizzano operazioni come questa, è quello di poter negare tutte le risorse a un gruppo di insorti, costringendo i suoi membri ad arrendersi per fame e costringendo la popolazione civile a rivoltarsi contro di loro”.
Israele respinge decisamente qualsiasi suggerimento di usare la fame come arma di guerra. Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha precedentemente affermato che Israele “deve evitare la carestia [a Gaza], sia per ragioni pratiche che diplomatiche”.
Israele ha anche respinto le crescenti critiche internazionali al progetto GHF.
Disperati per il cibo
E ha negato le accuse dei media israeliani, sollevate dal leader dell’opposizione Yair Lapid, secondo cui il governo israeliano avrebbe finanziato segretamente il GHF.
L’ufficio di Netanyahu ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti stanno lavorando in coordinamento “per impedire che gli aiuti arrivino ad Hamas”, mentre aumenta l’offensiva israeliana a Gaza, sostenendo che la “pressione militare” contribuirà a costringere Hamas a rilasciare gli ostaggi che detiene.
Niente finanziamenti da Washinton e Tel Aviv
Aggiunge che “Israele non finanzia l’assistenza umanitaria alla Striscia di Gaza”. Anche il governo statunitense ha dichiarato di non finanziare la fondazione.
Di nuovo in viaggio, cerchiamo di contattare il direttore esecutivo della GHF John Acree, ex funzionario umanitario del governo statunitense.
Il mese scorso, contattato tramite LinkedIn, mi ha detto che non avrebbe rilasciato interviste, ma in seguito mi ha messo in contatto con il nuovo portavoce della fondazione, che finora ha rifiutato di rilasciare commenti ufficiali.
Mercoledì scorso, una donna a casa di Acree mi ha detto che al momento si trovava a Tel Aviv.
La fondazione ha anche inviato un comunicato stampa, dicendo di aver nominato un presidente esecutivo, il reverendo Johnnie Moore, un predicatore cristiano evangelico e dirigente delle pubbliche relazioni.
Moore è un forte sostenitore di Israele e faceva parte del “comitato consultivo” evangelico del Presidente Trump, composto da leader religiosi che hanno imposto le mani sul Presidente e pregato per lui nello Studio Ovale.
In un articolo del sito web Fox News, Moore ha lanciato un duro attacco al sistema delle Nazioni Unite.
“Gli attivisti travestiti da umanitari stringono le loro perle e si affrettano a rilasciare comunicati stampa a sostegno di questi sistemi falliti – ha dichiarato Moore – .Continuano a diffondere senza alcun controllo le profane menzogne di Hamas”.
Torniamo a Washington DC dopo le nostre ricerche nel Delaware. Il mio telefono vibra per un messaggio di un collega che dice che migliaia di palestinesi affamati hanno saccheggiato un camion di aiuti nel centro di Gaza, mentre la disperazione per la scarsità di cibo sale.
Palestinesi ringraziano Trump
Nel frattempo, la Gaza Humanitarian Foundation ha pubblicato dei video di palestinesi che ringraziano il presidente Trump dietro le recinzioni metalliche dei suoi siti di distribuzione. La politica è diventata l’ingrediente principale degli aiuti di Gaza, ma ci sono poche risposte reali su chi ci sia veramente dietro.
Tom Bateman
Servizio aggiuntivo di Alex Lederman
L’articolo originale in inglese lo trovate qui: https://www.bbc.com/news/articles/c74ne108e4vo
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
14 giugno 2025
Il Sudan è ormai dimenticato dai maggiori media e dalla comunità internazionale. Tom Fletcher, sottosegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) ha ricordato giorni fa che nell’ex protettorato anglo-egiziano si sta consumando la più grande crisi umanitaria del mondo. Metà della popolazione – 30 milioni di persone – necessita di assistenza umanitaria.
Quattro milioni in fuga
Dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023, oltre 4 milioni di sudanesi hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, mentre gli sfollati sono più di 10 milioni. E fino ad oggi nessuna tregua è in vista. La guerra tra i due generali – Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS), da un lato e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, a capo delle forze armate sudanesi (SAF) e capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, dall’altro, continua senza sosta. I morti non si contano più. Si stima che siano oltre 150mila, deceduti non solo durante i combattimenti, molti hanno perso la vita per fame e stenti, malattie, come il colera che sta flagellando il Paese.
Khartoum: Palazzo del governo ripreso da SAF
Pochi giorni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha lanciato un nuovo allarme: i casi di colera in Sudan sono destinati ad aumentare e potrebbero diffondersi nei Paesi vicini, specie in Ciad, che ospita centinaia di migliaia di rifugiati sudanesi in campi sovraffollati.
Poche risorse
Ora anche diverse aree a sud di Khartoum, la capitale del Paese, sono a rischio carestia. Secondo quanto riportato nei giorni scorsi da Laurent Bukera, direttore nazionale del Programma Alimentare Mondiale dell’ONU (PAM), il fabbisogno della gente è ben superiore alle risorse disponibili, perché molti governi hanno ridotto notevolmente i loro contributi. Ora PAM ha chiesto maggiori finanziamenti alla comunità internazionale per evitare il peggio e ha chiesto anche di investire nella ricostruzione del Paese.
I governativi hanno ripreso il controllo sulla capitale a fine marzo, ma la città e i dintorni sono ridotti in gran parte in cenere. Acqua potabile e corrente elettrica sono spesso un optional.
La carestia è stata confermata in Sudan nel campo sfollati di Zamzam, nel Nord Darfur, già nell’agosto del 2024. La terribile piaga si è poi estesa in altre 10 aree del Paese; altre 17 zone sono alto rischio fame.
Kahlifa Haftar sostiene l’RFS, il corpo di paramilitari sudanesi capeggiati da Hemetti
Intanto i paramilitari delle RFS hanno dichiarato di aver preso il controllo delle zone in prossimità al confine con Egitto e Libia. E SAF ha ammesso di aver ritirato i proprio militari nel nord-ovest del Paese, proprio per le pressioni esercitate dagli uomini di Hemetti, con il supporto delle truppe fedeli al potente generale libico, Khalifa Haftar.
Segreto di Pulcinella
Un segreto di Pulcinella, perché Haftar e le sue truppe hanno sempre appoggiato Hemetti. Ma ora, per la prima volta, l’esercito sudanese ha accusato direttamente il comandante libico di un coinvolgimento diretto nel conflitto sudanese. SAF sostiene, infatti, che gli uomini fedeli all’uomo forte della Cirenaica abbiano attaccato i posti di frontiera sudanesi.
Già sin dall’inizio del conflitto Khartoum ha avuto sentore che Haftar sostenesse le RFS con forniture di armi e da tempo le autorità sudanesi accusano anche gli Emirati Arabi Uniti, alleati del generale, di supportare Hemetti. Ma Abu Dhabi ha sempre respinto tali incriminazioni e anche la Corte Internazionale di Giustizia non si è pronunciata in merito.
Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli
14 giugno 2025
Proprio alla vigilia del quinto round di colloqui di pace per il Nuovo Accordo sul nucleare iraniano, quando il presidente USA aveva più volte parlato di “soluzione imminente” Israele nella notte tra il 12 e il 13 giugno ha attaccato la Repubblica islamica.
Diversi stormi di cacciabombardieri hanno colpito le centrali nucleari e aree tecnologiche del Paese. Il bilancio delle distruzioni è solo parziale, perché le comunicazioni con l’Iran sono ancora complicate.
Una delle bombe israeliane che ha colpito Teheran
Le agenzie di stampa persiane hanno parlato di 78 morti e 329 feriti, ma sono numeri evidentemente destinati ad aumentare. Non è chiaro, ad esempio, cosa ne sarà delle popolazioni di città come Natanz, Teheran Isfahan, dove sono stati colpiti impianti nucleari: ci sono state dispersioni radioattive?
Verifica dispersioni radioattive
L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) non è ancora in grado di precisarlo. Perché in tal caso le conseguenze sarebbero ancor più devastanti. D’altra parte la dottrina militare israeliana applicata a Gaza, con quasi 60 mila morti che secondo le Nazioni Unite sono per la stragrande maggioranza civili e per la maggior parte donne e bambini, ha reso chiaro che allo Stato ebraico non interessano le vittime civili quando deve raggiungere un obbiettivo.
“Non permetteremo mai che l’Iran abbia la bomba”, ha dichiarato Benjamin Netanyahu dopo l’attacco, definito “eccellente” da Donald Trump, che ha parlato della possibilità “forse” di “un’ultima chance per un accordo sul Nucleare”.
Bombardate case di ufficiali
L’attacco lanciato dagli aerei israeliani però non ha colpito solo le centrali, nonostante una narrazione che vorrebbe motivare in tal modo le due incursioni, nella notte e nel pomeriggio di venerdì.
Bombe sono state sganciate – dopo un evidente accurato lavoro di spie sul territorio iraniano – sulle abitazioni private di importanti alti ufficiali.
Sono stati ammazzati, tra gli altri, il capo di Stato maggiore dell’esercito, Mohammed Bagheri, e il successore del generale Soleimani (assassinato da un drone Usa nel 2020 in Iraq).
Ucciso anche il generale in capo delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, diversi scienziati e Ali Shamkani, capo negoziatore degli incontri con gli USA nonché uno dei principali consiglieri politici della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, che ha subito parlato ai cittadini ammonendo, “Israele pagherà un prezzo alto per i suoi crimini”.
Contrattacco di Teheran
Poche ore dopo, nel tardo pomeriggio, è infatti partita la rappresaglia iraniana, con due o tre sciami di oltre cento missili balistici che hanno colpito il centro di Tel Aviv, Gerusalemme e altre città israeliane, dove la popolazione è corsa nei rifugi.
Una bomba iraniana ha colpito Tel Aviv in Israele
A difendere gli israeliani dalla risposta dell’Iran all’incursione contro il Paese, come sempre (e probabilmente anche nell’attacco alle Centrali dato che il “No comment” di Trump lascia pochi dubbi) ci sono gli americani, con gli aerei decollati dalle portaerei e i sistemi antimissile lanciati dai gruppi navali del Mediterraneo e dalle basi presenti nei Paesi arabi del Golfo alleati di Washington.
Basi USA in stato di allerta
E’ molto probabile che nelle prossime ore alcune di queste basi, oltre a raffinerie, porti e forse città, saranno prese di mira dai missili iraniani. Al momento non si sa se oltre ai vettori balistici e ai droni siano stati usati anche missili ipersonici, che l’Iran possiede di certo, dato che li produce in una fabbrica su licenza dei russi, trattenendone una parte.
Quel che è sicuro che ancora una volta lo scudo Iron Dome non ha garantito a Israele l’immunità dagli attacchi iraniani, che prima saturano le difese aeree israeliane con decine di missili di minor tecnologia e poi colpiscono con i missili ipersonici o balistici di precisione.
Bisognerà ora vedere fino a che punto vorrà spingersi la Repubblica islamica e cosa saranno disposti a cedere gli USA, i Paesi del Golfo e l’Europa in termini di sanzioni e di crediti petroliferi.
Bassa intensità
Nei precedenti attacchi contro l’Iran infatti, bilioni di dollari “scongelati” dagli asset dei pagamenti petroliferi sequestrati e l’allentamento dei blocchi sul sistema interbancario Swift erano bastati come contropartita e gli hayatollah avevano tenuto il livello dello scontro ad una bassa intensità.
Ma questa volta la bandiera rossa del sangue dei martiri sventola, a Qom, la capitale religiosa dell’Iran, sulla cupola della moschea di Jamkaran, e la misura sembra colma per un Paese cui sono stati uccisi due generali comandanti dell’esercito, un capo di Stato maggiore, una ventina di scienziati, il capo di Hamas, Ismail Aniyeh, nel luglio 2024, nel cuore di Tehran, 100 persone a un funerale, senza contare un presidente e un ministro degli Esteri, ufficialmente caduti su un elicottero per la nebbia.
Impedire l’escalation
Cosa accadrà ora? Nazioni Unite, Unione Europea, Usa, Paesi Arabi potranno far qualcosa per impedire l’escalation?
“Siamo già in escalation – conferma via messaggio un ufficiale a Teheran – e se le cancellerie europee o le Nazioni Unite credono di essere ancora credibili agli occhi del popolo iraniano fanno male i calcoli. Non hanno fermato Netanyahu quando ha ammazzato 60 mila civili a Gaza, dovrebbero intervenire per noi? E i vostri media continueranno a raccontare di attacchi preventivi, di accordo sul nucleare? Ma lo sanno che un trattato lo avevate già, nel 2015, con limiti di arricchimento al 3,5 per cento (ora siamo al 60 per cento, ndr) e siete voi occidentali che lo avete disdetto?”.
Collasso finanziario mondiale
La sensazione che si respira che questa volta i danni e i tempi saranno più dilatati, molto di più. Se sarà davvero guerra lo capiremo se gli iraniani bloccheranno il Golfo Persico, scatenando un collasso finanziario mondiale, l’unica arma che fa davvero paura ai suoi nemici. Intano il petrolio e il gas si alzano, e le borse affondano.
Fabrizio Cassinelli cassinelli.fabrizio@gmail.com
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Speciale per Africa ExPress Valerio Giacoia
13 Giugno 2025
Anche il petrolio importato da Israele è uno dei temi sullo sfondo del complicato scacchiere che si muove sulle “retrovie” della guerra scatenata dal presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, contro i palestinesi. Israele ha tentato di mantenere il massimo riserbo sulle fonti di approvvigionamento energetico, e il perché sta nel timore di spaventare i Paesi fornitori, eventualmente soggetti a critiche, vista la fama internazionale sempre più negativa del ricevente, e mettere così a repentaglio i rifornimenti.
Un pezzo di questa storia riguarda l’oro nero dall’Azerbaijan, che è tra i principali fornitori di Israele. Ma se da un lato, secondo pubblicazioni abbastanza recenti, le esportazioni erano aumentate in maniera costante dal 2021 al 2024, in questa prima parte del 2025 si è registrato uno stop improvviso.
Il ministro degli Esteri azero Ceyhun Bayramov (a sinistra), in visita in Israele per inaugurare l’ambasciata dell’Azerbaigian a Tel Aviv, incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme Ovest il 29 marzo 2023. (Foto di GPO / Handout/Anadolu Agency via Getty Images)
Al punto che, come osserva il quotidiano israelianoHaaretz, bravissimo a fare le pulci al governo e ai suoi affari, Israele addirittura non appare più nella lista dei Paesi destinatari del petrolio azero. In effetti l’Azerbaijan ufficialmente ha negato qualsiasi collegamento, peccato che i dati dicono il contrario.
Rotta cambiata
La rotta è cambiata, ecco lo stratagemma. Il petrolio “non appare più chiaramente diretto verso Israele”, come scrive Haaretz. Il quotidiano precisa che oltre all’Azerbaijan, Israele importa anche piccole quantità di petrolio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e anche la Russia, secondo uno studio, fornisce carburante a Israele tramite intermediari.
Il percorso passa dalla Turchia tramite l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che inizia sul Mar Caspio in Azerbaijan, attraversa poi la Georgia, e finisce al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Da lì, viene caricato su navi cisterna dirette in vari Paesi.
L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che inizia sul Mar Caspio in Azerbaijan, attraversa poi la Georgia, e termina al porto turco di Ceyhan sul Mar Mediterraneo
Il gioco è semplice così, e la Turchia (dove nel frattempo montano all’interno proteste in questo senso) continua a permettere il passaggio di petrolio verso Israele, nonostante lo scorso anno abbia imposto un embargo sulle merci verso Israele, inclusi divieti di transito via terra.
Esportazioni apparentemente cessate
Ankara non ha ancora bloccato il flusso attraverso gli oleodotti, e questo permette all’Azerbaigian di fornire ancora petrolio a Israele, pur evitando dichiarazioni ufficiali. Il giochino è banale (ma segreto): “I dati azeri mostrano solo che le esportazioni dirette verso Israele sono cessate – si legge su Haartez – ma lo stesso percorso può essere usato surrettiziamente, impiegando intermediari registrati in un Paese terzo, che è quello che comparirà nei dati doganali azeri”.
Chi sono gli intermediari?Trafigura, Vitol e Glencore, tra le più grandi compagnie del settore, acquisterebbero il petrolio azero e rivendendolo a Israele. Un’ulteriore prova del fatto che l’Azerbaigian continui a fare affari con Israele si può vedere nelle recenti mosse della compagnia petrolifera nazionale azera, la SOCAR.
Cerimonia ufficiale
Qui il quotidiano israeliano è diretto e preciso: “Nell’ottobre 2023, un consorzio guidato da SOCAR ha vinto una gara per l’esplorazione di gas naturale nel Blocco 6, al largo delle coste israeliane. A febbraio – si legge nell’edizione di pochi giorni fa – SOCAR ha firmato un accordo per acquistare il 10 per cento del giacimento israeliano di Tamar, e a marzo il ministro azero dell’economia, Mikayil Jabbarov, che è anche presidente di SOCAR, ha partecipato alla cerimonia ufficiale di assegnazione della licenza di esplorazione”. Resta che il 40 per cento del petrolio proviene dall’Azerbaigian. Un piccolo giallo? No. Forse meglio dire un segreto di pulcinella.
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Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli
13 giugno 2025
La Global march to Gaza non inizierà neppure. Il governo egiziano, dopo fortissime pressioni, e dopo un primo comunicato di apertura ieri, oggi ha preso la sua decisione. Eppure i manifestanti hanno vinto ugualmente. L’iniziativa, infatti, proprio per la paralisi subita, è finita sulle prime pagine e sui TG di tutto il mondo e si appresta a restare un esempio di azione popolare, dal basso, ingovernabile se non con una repressione che abolisce le libertà più elementari, come il diritto alla libera circolazione.
Deve essere chiaro però che non è certo stato l’Egitto a non volerla così ostinatamente. “Se dipendesse dal popolo, sfonderebbe il valico con Gaza e si riverserebbe in massa nella Striscia”, dice un commerciante egiziano in Italia da molti anni”.
Imbarazzo dei governi
“A spingere per il blocco – gli fa eco un provider turistico specializzato nell’area – sono stati ancora una volta gli attori internazionali di sempre, sostenuti dai governi dei 54 Stati che hanno aderito alla marcia, imbarazzati da un’iniziativa che li ha tutti spiazzati”.
La Farnesina ad esempio è stata netta nel boicottaggio, prima diffondendo la notizia che l’Egitto avesse negato i permessi (poco dopo è uscito un comunicato contrario del ministero degli Esteri egiziano), poi sottolineando come i cittadini italiani che si fossero recati nel Sinai non avrebbero avuto alcuna “assistenza consolare”. Un avvertimento che il Movimento 5 Stelle, in Parlamento ha definito “vergognoso”.
Quindi in Egitto sono scattati fermi temporanei, qualche arresto, rimpatri forzati di “turisti” imbarcati in fretta su pullman e aerei, come ha riferito Antonietta Chiodo, uno dei referenti italiani della Marcia. Ma non solo. Sono stati improvvisamente chiusi profili sui social italiani, annullati voli, perfino cancellate prenotazioni alberghiere. “Oltre 7.000 persone da ogni parte del mondo stanno cercando di raggiungere il valico di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza – ha scritto Assopace Palestina -. È un atto collettivo di coraggio e giustizia. Eppure, chi prova a portare aiuti o semplicemente solidarietà viene trattato come un nemico”.
ONU: fermare la guerra
E proprio giovedì l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione in cui ha chiesto “tutte le misure” necessarie per far pressione su Israele per la fine del blocco umanitario ai valichi.
Alla fine, visti gli interventi di europarlamentari, esponenti politici internazionali, associazioni per i diritti umani, ma soprattutto visto che lo stop stava fruttando alla marcia più visibilità di quella che avrebbe avuto la marcia stessa, c’è stato un “ammorbidimento”. E nella notte tra giovedì e venerdì almeno un migliaio di attivisti di tutto il mondo hanno comunque dormito al Cairo e dintorni senza particolari problemi. Forse non partiranno, ma sono già eroi dei diritti umani.
Carovana africana Sumud
In arrivo via terra però, da Ovest, c’è anche la Carovana Sumud, la risposta africana alla Global March to Gaza. Partita da Tunisi, è composta da circa 2mila partecipanti, tra cui medici, attivisti, avvocati e cittadini comuni, a bordo di circa 300 veicoli, tra cui autobus e automobili private.
La Carovana ha attraversato Sousse, Sfax, Gabes, Medenine e Ben Guerdane, per poi entrare in Libia attraverso il valico di Ras Ajdir. In Libia, è stata accolta calorosamente dalla popolazione locale. Ora tutti si chiedono se verrà fatta transitare in Egitto.
Gli egiziani però non ci stanno a farsi gettare addosso la croce di quelli che ostacolano delle iniziative di pace per Gaza. “Non scherziamo – dice un alto ufficiale – Voi avete permesso che morissero 60mila persone e adesso vi svegliate e i cattivi siamo noi che non vi facciamo marciare? Ma il problema è marciare o far interrompere i bombardamenti sui civili innocenti – aggiunge –. E questo potere chi ce l’ha, il nostro governo, cui è stata impedita pochi giorni fa una visita a Ramallah, o i vostri?”.
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Speciale Per Africa ExPress Alberto Airola*
13 giugno 2025
Qualche che giorno fa, durante i festeggiamenti del 2 giugno, Festa della Repubblica, ero rimasto colpito dall’improvvisa dichiarazione del presidente Mattarella su Gaza e sul diritto all’esistenza dei Palestinesi
Avevo interpretato questa presa di posizione, seguita dal solito codazzo di ripetitori quirinalizi, come riconoscimento degli ormai innegabili crimini contro l’umanità, stermino e genocidio, del governo Netanyahu e infine come “resa” all’evidenza della realtà non più manipolabile.
Dichiarazioni del presidente Sergio Mattarella su Gaza
Dichiarazioni di grande valore, senza dubbio e importante occasione di pacificare un parte delle coscienze italiane, così dilaniate da guerre e crudeltà disumane e cosi arrabbiate.
Indignazione dei cittadini
L’indignazione di cittadini saturi di crudeltà e efferatezza non possono più accettare altre guerre, armi e violenza.
Così arrivano salvifiche rassicurazioni su Gaza e liberano un slot celebrale per accogliere altri orrori, un’altra guerra e ancora violenza, uno slot da riempire di panico e paura per un conflitto direttamente in casa nostra.
Alle dichiarazioni di Mattarella, è seguita qualche azione concreta? No, dopo pesanti denunce del capo dello Stato, non è seguito un solo atto sostanziale per fermare Netanyahu.
Nulla si è mosso sull’embargo alla vendita di armi ad Israele, nulla su sanzioni, nulla su interventi umanitari… Stesso atteggiamento sul caso della nave di Greta Thunberg fermata da Israele: nessuna reazione concreta del governo italiano, solo qualche dichiarazione di circostanza.
Deludente astensione
Nulla dopo la riuscita manifestazione del 7 giugno che è stato un evento importante perché partecipato da cittadini comuni nonché da esponenti politici che potavano farsi latori di istanze tangibili.
Nulla sul fronte di riconoscimento dello Stato Palestinese e nessuna buona intenzione in vista dei voti futuri in merito, dove il governo ostenta una deludente astensione. Eppure sarebbe un chiaro atto di giustizia e di chiarezza politica”.
Sforzi propagandistici
La bilancia degli sforzi propagandistici pende completamente a favore della guerra alla Russia e la corsa alle disastrose spese per REARM.
La presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni e Marc Rutte, segretario generalo NATO
Vediamone alcune:
– Rutte (NATO) chiede escalation del 400 per cento: ”i Paesi della NATO devono aumentare del 400 per cento il loro potenziale di difesa aerea e missilistica”
– Esercitazioni NATO-Russia nel Baltico (mordere più che abbaiare)
– “Sarà una guerra lunga” (Repubblica, 9 giugno 2025): la NATO aggiorna i piani per sostenere Zelensky (scavare il fondo del barile oltre a nuove fosse per le vittime)
– “Spese militari: Rutte batte cassa da Meloni” (Il Fatto, 9 giugno 2025) (non c’è più tempo, servono armi, armi, armi
– “Disarmiamoci e partite” – Mondini (Repubblica, 9 giugno 2025): vince il premio propaganda di guerra: non si limita ad annunciare la guerra inevitabile ma attacca anche chi cerca la pace o perlomeno il dialogo. Il titolo è già esplicativo.
Insomma se non serve quasi più diffondere la fantasiosa minaccia che la Russia attaccherà sicuramente L’UE e la NATO, serve però rendere iper-reale la minaccia. Le parole usate sembrano uscite dalla retorica del secolo scorso: “immediatamente (si usino la flessibilità finanziaria)”, Subito Non basta, “A tutta forza”, prepararsi a cavarsela da soli, fare in fretta, siamo in ritardo, ci attende un lungo conflitto…
Tunnel della crisi
A qualcuno inizia persino a sembrare una via di uscita dal tunnel della crisi italiana.
La propaganda non è rivolta solo ai cittadini (quest’estate, risparmiate i soldi per le vacanze e compratevi del piombo, ne avrete bisogno) ma anche e soprattutto agli elettori di partiti già profondamente spaccati e cito il caso più macroscopico quello PD.
Un partito e una segretaria che vorrebbero mettersi a capo di una coalizione, dove la metà ha l’elmetto e l’altra mette i fiori nei cannoni. Una prospettiva alquanto improbabile se si continua con questi toni scriteriati, incoscienti e pericolosi.
Una situazione che va affrontata perchè fra due anni ci saranno le elezioni politiche (guerra permettendo) ed è sicuro che si proporrà un campo largo per affrontare il Centrodestra (legge elettorale permettendo) .
Come ci si porrà un governo del genere ammesso che vinca, su queste questioni che non sono solo geopolitica ma minano seriamente i conti pubblici, la disgregazione ulteriore del sistema sociale, la castrazione di qualsiasi necessario rapporto multipolare in un mondo che è diventato così.
Speranza in fin di vita
La speranza è l’ultima a morire ma dalle notizie che arrivano dal fronte, la danno in fin di vita.
Infine oltre al danno, la beffa o meglio le catene all’economia italiana, costretta a spegnersi e peggio seguire i signori della guerra in un baratro di morte.
Non sono ottimista: non vedo segni di un contatto della politica con la realtà, non vedo alcuna speranza di poter tornare indietro allo stato sociale né all’uguaglianza economica dei cittadini e ai doveri costituzionali dello Stato.
Mi ha fatto estremamente piacere una manifestazione su Gaza partecipata e pacifica ma ahimé, anche a causa della iniqua affluenza ai referendum, non riesco a vedere un popolo che desideri cambiare o essere salvato.
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Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli
12 Giugno 2025
Nelle ore in cui tantissime persone nel mondo occidentale hanno seguito con trepidazione il viaggio di una sola imbarcazione verso Gaza, finita dirottata dagli israeliani, un’iniziativa popolare senza precedenti promette di esercitare ancora più pressione, a livello internazionale, per la fine del massacro di civili in corso a Gaza.
Si tratta della Global March to Gaza, totalmente autofinanziata da ciascuno dei partecipanti, organizzata e gestita esclusivamente dal mondo dell’attivismo e del terzo settore, e che vede già l’adesione di 54 Paesi e centinaia di migliaia di followers. Tutti variamente già in partenza. E dopo diversi tentennamenti è arrivato un primo ok ufficiale dal governo egiziano. Tra mille dubbi sulle modalità la marcia pare arriverà al Sinai.
C’era infatti un comprensibile timore per un possibile tsunami di partecipanti da gestire (gli iscritti sono almeno in 3mila), ma d’altro canto anche impedire una marcia pacifica e per Gaza morente susciterebbe imbarazzo in un Pase arabo come l’Egitto.
Di sicuro non ne provoca invece all’Italia, con la Farnesina che su un suo sito ufficiale addirittura ne sconsiglia la partecipazione da giorni avvertendo che non sarà “garantita assistenza consolare”. Un comunicato “vergognoso” per il Movimento 5 Stelle, che oggi ha presentato un’interrogazione parlamentare ricordando che la Farnesina ha l’obbligo di assistere i cittadini italiani all’estero. (Vedi video qui sotto).
Non è la prima “marcia” per i diritti umani della storia moderna, ma certamente è la prima nata in poche settimane, e con livelli di partecipazione popolare così ampi nonostante ogni partecipante debba in pratica prendere le ferie, pagarsi il biglietto per il Cairo e il vitto, e marciare per 50 chilometri nel deserto egiziano fino al valico di Rafah con 45 gradi.
Coscienze scosse
In un periodo storico dove non si raggiunge nemmeno il quorum per un referendum nel fine settimana, e dove la partecipazione si esercita con dei ‘like’ sui social, Gaza dimostra ancora una volta di avere scosso le coscienze della gente comune.
Una differenza lampante rispetto all’inanità dei governi, che stano ancora facendo convegni per decidere con quale termine lessicale citare uno sterminio senza precedenti. Una presa di coscienza diffusa nonostante una strutturata disinformazione che non è riuscita ad avere la meglio e a coprire l’orrore commesso quasi in diretta, spesso con tracotanza politica.
Ecco quindi che di fronte all’ipotesi di proiettare alcune migliaia di persone al valico egiziano/israeliano dove centinaia di camion di aiuti sono bloccati, sussulta più di una diplomazia. Sarà anche sconsigliata ma intanto ai confini libici si avvicina lo spezzone algerino, tunisino e marocchino, di oltre mille persone.
La Global March to Gaza ha risposto che “in merito a quanto pubblicato dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, insieme all’ambasciata d’Italia al Cairo, la Global March su Gaza sarà pacifica, non intende entrare nella Striscia e raggiungere Gaza, come non intende trasportare aiuti.
Marciare a piedi
Il programma prevede invece di raggiungere Ismailia, luogo turistico e di libero accesso, e da lì marciare a piedi per circa 50 chilometri fino a raggiungere il valico di Rafah senza forzare alcuna barriera. Il tratto da Al-Aris in poi è infatti una zona militarizzata, impossibile da attraversare se non con permessi speciali. Al momento non esiste una comunicazione ufficiale da parte delle autorità egiziane né sulle misure di sicurezza né sull’autorizzazione alla marcia”.
L’Egitto, secondo quanto appreso informalmente, vede di buon occhio l’iniziativa – e come non potrebbe – ma mantiene una posizione molto prudente, facendo trapelare che dovrebbe essere la diplomazia italiana a fare richiesta per permettere la partecipazione dei suoi cittadini. Ovvio però che questo sia oggettivamente complesso nel momento in cui dovrebbe essere ripetuto per 54 Paesi.
Lentezza dei governi
Mentre quindi si attende cosa decideranno i governi, ancora una volta più lenti delle persone comuni, l’organizzazione della Global March to Gaza procede e si prevedono le prime partenze dall’Italia tra il 12 e il 13 giugno, con rientro tra il 18 e il 20.
“Noi di Global March To Gaza – spiega Antonietta Chiodo, uno dei referenti della marcia – chiediamo che venga rispettato il diritto internazionale e che tutti si prendano la responsabilità di tutelare quei liberi cittadini che si recheranno al Cairo per una marcia pacifica che vedrà riunirsi 54 delegazioni da tutto il mondo. La tensione è molto alta ma dall’altra parte del valico si sta compiendo un genocidio e il mondo non può restare a guardare”.
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Speciale Per Africa ExPress Alessandra Fava
11 giugno 2025
“Siamo stati rapiti in acque internazionali”. lo ha ribadito ieri 10 giugno all’aeroporto di Parigi prima del volo per la Svezia, Greta Thumberg l’attivista che era a bordo della barca a vela di 18 metri Madleen della Freedom Flotilla, dirottata dall’esercito israeliano per impedire la consegna di pochi pacchi di aiuti umanitari a Gaza. Madleen, partita dal porto di Catania in Sicilia il primo giugno, si trovava a circa 100 chilometri a nord dell’egiziano Porto Said e 200 chilometri a ovest delle coste israeliane. A bordo c’erano 12 militanti.
L’esercito israeliano li ha circondati il 9 giugno nel pieno della notte con ben cinque corvette da guerra e alcuni elicotteri, ha spruzzato del materiale biancastro dai velivoli che secondo l’equipaggio del piccolo veliero ha messo fuori uso il sistema di comunicazione satellitare della barca.
L’equipaggio della Madleen in navigazione verso Gaza
Anche Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati che era in contatto costante con il battello ha riferito di aver perso allora ogni collegamento.
Dopo aver fatto buttare tutti i loro cellulari in mare, IDF ha trasferito l’equipaggio al porto di Ashdod, sequestrato il natante e cacciato i viaggiatori in carcere. Per 14 ore gli arrestati non hanno potuto contattare nessun avvocato.
Natura politica
La Freedom Flotilla ha rivendicato la natura pacifica della missione, le violazioni del diritto internazionale nell’arresto in acque internazionali e ribadito la necessità di far entrare gli aiuti a Gaza dove è in corso un genocidio e la popolazione è presa per fame e continua a morire sotto i bombardamenti degli israeliani.
Il punto dove la nave Madleen è stata sequestrata dalle corvette israeliane
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha sostenuto che il solo scopo del viaggio era farsi pubblicità. E quello della Difesa, Israel Katz ha bollato gli attivisti sono antisemiti e simpatizzanti di Hamas. Per questi motivi li ha costretti anche ad assistere alla proiezione di un video di un paio d’ore sulle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023.
Celle separate
Gli attivisti sono stati reclusi in celle separate e di isolamento totale nel carcere di Ramleh.Di fatto sono tutti accusati di aver violato il blocco navale in acque israeliane, mentre sono stati bloccati in acque internazionali, dove Israele non avrebbe alcun potere. Il governo svedese si è rifiutato di occuparsi della Thumberg, dicendo in sostanza che era una questione personale e non internazionale. L’ambasciata francese che ha un gran numero di connazionali a bordo è intervenuta piuttosto tardi su pressioni esercitate del partito France Insumise sul governo Macron.
Chi ha ammesso la responsabilità dei fatti secondo il teorema israeliano poteva essere rimpatriato. Quindi insieme a Greta sono tornati altri tre dell’equipaggio: Sergio Toribio (spagnolo), Baptiste Andrè (francese) e Omar Faiad reporter di al Jazeera (francese).
Manifestazioni in Francia
Gli altri otto si sono rifiutati di firmare e, come dettagliava la sera del 10 giugno il team legale Adalah “otto dei dodici volontari della Madleen sono apparsi davanti al Israeli Detention Review Tribunal del centro di detenzione di Ramleh”. Si tratta di: Suyab Ordu (Turchia); Mark van Rennes (Paesi Bassi); Pascal Maurieras (Francia); Reva Viard (Francia); l’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan (Francia); Thiago Avila (Brasile); Yanis Mhamdi (Francia) e Yasemin Acar (Germania).
La permanenza in Israele degli arrestati ha scatenato diverse manifestazioni nelle ultime ore a Parigi, Marsiglia e Lione con la richiesta di rimuovere il blocco su Gaza e permettere l’entrata degli aiuti.
Israele ha imposto il blocco navale su Gaza dal 2007 con la scusa che dal mare arrivavano armi ad Hamas. Per poi permettere però che arrivassero armi via terra per non parlare dei fondi transitati dalle banche israeliane.
Nel 2008, due navi di Free Gaza Movement avevano raggiunto Gaza rompendo il blocco imposto da Israele. Poi tra il 2008 e il 2016, 5 navi su 31 promosse sempre da Free Gaza Movement erano arrivate sulla Striscia con gli aiuti. Da allora le imbarcazioni che hanno cercato di avvicinarsi sono state fermate in acque internazionali.
Affondata dai droni
Qualche settimana fa una nave della Freedom Flotilla diretta a Gaza è stata affondata da droni israeliani in acque maltesi. Per non parlare della Mavi Marmara dell’ong turca Humanitarian Relief Foundation, che nel 2010 tentando di arrivare a Gaza subì un bombardamento che causò 10 morti e decine di feriti.
Oggi 1 milione e 900 mila gazawi sono in grave penuria alimentare, alla fame almeno per il 93 per cento dei casi, un chilo di zucchero costa 56 dollari. L’Onu segnala che sono vicini alla morte per mancanza di cibo il 25 per cento delle persone a Rafah e il 15 per cento a Khan Yunis e a Gaza City nel Nord della Striscia.
Le percentuali della fame in fase emergenziale riguardano il 45 per cento della popolazione in tutte le aree di Gaza, splittata ormai almeno in due dall’esercito israeliano che sta sgomberando diversi chilometri quadrati nel Nord della Striscia.
Dispersi sotto le macerie
La guerra dal 7 ottobre 2023 a oggi ha causato almeno il decesso di 55 mila gazawi (ma centinaia di corpi sono dispersi sotto le macerie); di 420 soldati israeliani e il ferimento di altri 2.692 (dati OCHA-ONU). Secondo il ministero della Salute di Gaza i feriti sono oltre 126 mila.
Nell’ultimo report su Gaza, OCHA ha inoltre contato 1.100 TIR arrivati al varco di Kerem Shalom tra il 31 maggio e il 2 giugno. Solo 400 sono riusciti ad entrare. Dalla frontiera giordana di Allenby servono autorizzazioni speciali dello Stato israeliano; quindi non passa quasi niente.
TIR bloccati al valico di Rafah
Sempre OCHA nell’ultimo report scrive che “il 4 giugno sono stati distribuiti circa 259 mila pasti al giorno preparati da 14 partner in 62 cucine da campo, mentre fino al 31 maggio si riusciva a distribuirne 279 mila al dì. Tutte le panetterie e i centri di distribuzione dell’ONU nella Striscia non stanno lavorando. Quattro forni delle Nazione Unite dopo esser riusciti a operare dal 22 al 24 maggio sono chiusi dal 25, a causa della violenza nelle code e la disperazione della gente causata dalla fame e dalla scarsità di cibo reperibile”.
L’ONU chiede un’inchiesta internazionale sulla morte nelle ultime settimane di centinaia di persone, uccise dall’esercito israeliano, mentre cercavano di prendere cibo nei centri di distribuzione.
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