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L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 21 marzo 2026 Mentre...

La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 20 marzo 2026 "Volete...
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Giovani ciadiani protagonisti del cambiamento nel loro Paese

Africa ExPress
N’Djamena, agosto 2025

“Jeunesse en Action pour l’Avenir du Tchad” (Giovani in azione per il futuro del Ciad, ndr) è un progetto da ACRA, sostenuto dall’Unione Europea e è volto a rendere i giovani protagonisti del cambiamento sociale nel Paese, con particolare attenzione e inclusione delle donne.

Il Ciad è tra i Paesi con il più basso indice di sviluppo umano e gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno. La ex colonia francese, oltre a dover affrontare crisi interne, come attacchi dei sanguinari terroristi Boko Haram sulle sponde del bacino del Lago Ciad, cambiamenti climatici e quant’altro, il Paese ospita anche oltre 2 milioni di rifugiati. Queste persone provengono per lo più dal Sudan, in fuga dalla guerra.

Tuttavia, molti giovani ciadiani non si arrendono, credono nella rinascita della propria terra. E ACRA, un ETS (Ente del Terzo Settore) milanese, accompagna e sostiene associazioni locali nello sviluppo di microprogetti per la risoluzione di conflitti, tutela dell’ambiente, valorizzazione delle donneattraverso formazione, spazi di dialogo, opportunità di impiego e formazione professionale.

La giovane Fatima promuove la risoluzione di conflitti in famiglia

Negli ultimi tre anni, grazie al progetto Jeunesse en Action pour l’Avenir du Tchad, ACRA ha individuato oltre 300 associazioni promosse da giovani e donne. L’ETS ha contribuito alla crescita concreta di 42 realtà e ha sviluppato con loro capacità tecniche, opportunità di partnership e strumenti di analisi.

Abakar è un giovane allenatore di calcio diversamente abile. Ai giovanissimi oltre al calcio, insegna anche l’inglese. Secondo lui il calcio è una scuola di vita

Nel progetto sono state inoltre coinvolte migliaia di persone attraverso canali istituzionali, mediatici, accademici e artistici, con un’attenzione particolare alle donne che hanno rafforzato il loro ruolo nella comunità e nella risoluzione pacifica dei conflitti.

Possiamo vedere sul campo le attività di alcune associazioni locali, grazie ai filmati realizzati con la produzione di Davide Lemmi, Marco Simoncelli, Arianna Pagani di FADA Collective, Jessica Tradati di La Fabula. La colonna sonora è della cantante ciadiana Wawy-B.

La docu-serie “Jeunesse En Action” raccoglie le testimonianze di 12 giovani delle province di N’Djamena, il Lago e Moyen-Chari, nel sud del Paese.

Régine Dioro-Olima attivista femminista e imprenditrice. Ha fondato un’associazione, lotta contro i matrimoni forzati precoci e tanto altro

Molti altri video potere vederli sul canala youtube https://www.youtube.com/playlist?list=PL-9Q9ybtbfrcVDlMyYF7gEuO-2HCy8Y57

Dunque Forza ai giovani del Ciad

Africa Express
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Tabù infranto: anche per gli israeliani B’Tselem e Physicians for Human Rights-Israel a Gaza è genocidio

Due importanti ONG israeliane denunciano il genocidio a Gaza:
per B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel,
quanto accade tra Israele e Gaza non può più essere ignorato

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza, 5 agosto 2025

“Per gli israeliani della mia generazione, la parola genocidio avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come potevano le persone comuni andare avanti con le loro vite mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permetterlo?”.

E’ con queste parole che Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem – l’organizzazione per i diritti umani più rappresentativa in Israele – parla del nuovo report Our Genocide, frutto di mesi di lavoro di attivisti israeliani e palestinesi.

Pubblicazioni recenti

Il report cammina parallelo alla recente pubblicazione di Physicians for Human Rights-Israel (PHRI), Genocide in Gaza

Dayr al-Balah, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
I due report segnano un’enorme rottura all’interno della società civile israeliana. Basandosi su quasi due anni di documentazione, entrambi i gruppi hanno sostenuto che le azioni di Israele a Gaza rientrano nella definizione di genocidio, delineata nella Convenzione sul Genocidio del 1948, di cui Israele è firmataria [entrata in vigore 12 gennaio 1951].

Demolizione sistematica

Il rapporto di B’Tselem si concentra sulla demolizione sistematica della società palestinese a Gaza. Il rapporto del PHRI fornisce un’analisi giuridica basata sulla deliberata distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele.

Uccisioni di massa, trasferimenti violenti di popolazione, distruzione sistematica e smantellamento della società palestinese a ogni livello: ecco la base della campagna genocida di Israele, pienamente evidente a Gaza, ancora nascosa in Cisgiordania. La scala è diversa, la logica è la stessa.

Il genocidio non è semplicemente una categoria giuridica, ma una modalità distinta di violenza politica e sociale. L’obiettivo non è solo uccidere ma assicurarsi che un gruppo non possa più esistere in futuro.

E dove si colpisce? La dimensione in cui spietatamente ci si muove è la devastazione del nucleo familiare.

Sistema sanitario

Pilastro fondamentale della vita civile è il sistema sanitario. Israele ha completamente distrutto la capacità di Gaza di prendersi cura della sua popolazione, attraverso attacchi indiscriminati diretti agli ospedali, ostruzione delle evacuazioni mediche e dell’ingresso di aiuti umanitari, eliminazione di servizi essenziali come la chirurgia, la dialisi e la salute materno-infantile.

Secondo il PHRI la campagna israeliana ha decimato le infrastrutture sanitarie di Gaza “in modo calcolato e sistematico”. Queste azioni non sono accessorie alla guerra, ma deliberate e mirate.

Scene raccapriccianti dall’interno dell’ospedale Nasser, la sera del 5 luglio. Questi civili sono
stati uccisi mentre cercavano aiuto dal sito del Gaza Humanitarian Foundation, vicino
al Corridoio Morag a Rafah.

L’attacco del braccio armato di Hamas a Israele ha innescato un cambiamento nella politica del Paese nei confronti dei palestinesi di Gaza, passando da repressione e controllo a distruzione e annientamento. L’opinione pubblica ebraico-israeliana respinge le accuse di genocidio come antisemite nei confronti di Israele.

Margini della politica

È vero che i gruppi per i diritti umani sono considerati in Israele ai margini della politica e le loro opinioni non sono rappresentative della maggioranza degli israeliani, ma il fatto che l’accusa di genocidio provenga da voci israeliane infrange un tabù in una società che è stata reticente a criticare la condotta di Israele a Gaza.

Gli appelli allo sterminio dei palestinesi non sono nati dalle violenze del 7 ottobre 2023. Risalgono agli anni ’30 e hanno acquisito forza – e maggiore accettazione pubblica – con il venir meno delle prospettive di pace negli anni ’90, l’aumento dell’ansia esistenziale tra gli israeliani e l’aumento del potere politico dei sionisti religiosi nel XXI secolo.

Fonte di ispirazione

La maggior parte dei precursori del sionismo moderno si considera laica. Ciononostante, adotta i principali simboli ebraici e tratta la tradizione e i testi religiosi ebraici come fonte di ispirazione, pur non attribuendo loro autorità legale.

Questo crea un’opportunità per i leader israeliani di utilizzare i testi biblici per promuovere obiettivi politici. La Bibbia contiene alcune narrazioni esplicite di annientamento. La più nota è la storia di Amalek. “In una guerra tra Israele e Amalek, uccidere e annientare neonati e bambini è un comandamento. E chi è Amalek? Chiunque scateni una guerra contro gli ebrei” – parole del 1980 di Israel Hess, che all’epoca ricopriva la carica ufficiale di rabbino dell’Università israeliana Bar-Ilan.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

The Italian version is here

https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf

https://www.phr.org.il/wp-content/uploads/2025/07/Genocide-in-Gaza-PHRI-English.pdf

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Il ragazzo d’oro del nuoto tunisino ai mondiali di Singapore

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
4 agosto 2025

Il nuoto tunisino ha scritto una nuova pagina nella sua storia sportiva. Grazie al suo ragazzo due volte d’oro in 5 giorni.

Ahmed Jaouadi, appena ventenne, mercoledì 30 luglio, e domenica 3 agosto nella giornata conclusiva dei Campionati mondiali di Singapore, si è confermato la nuova stella del mezzofondo e l’atleta da battere nei prossimi anni.

Il tunisino Ahmed Jouadi portaa casa due medaglie d’oro ai campionati mondiali di nuoto di Singapore

Il giovane nordafricano ha dominato prima gli 800 metri stile libero e, ieri, i 1500 metri in due gare sensazionali. Ha infatti letteralmente mandato a fondo nella piscina World Acquatics  Championship Arena di Singapore, alcuni titolatissimi concorrenti.

Batte due grandi negli 800m

Il 30 luglio, sugli 800 metri, ha piegato i tedeschi Sven Schwarz, 23 anni, recordman europeo, e Lukas Mertens, 23, oro olimpico a Parigi nel 2024 sui 400 metri e detentore del record mondiale sulla stessa distanza.

Ieri, domenica, ha sconfitto nuovamente con un tempo superbo (14’34”41) il tedesco Schwarz e l’americano Bobby Finke, 26 anni, campione olimpico nel 2024 a Parigi. Proprio nella capitale francese, dopo una delusione amarissima, sono maturati i trionfi nella città-stato del sud est asiatico.

Ai Giochi olimpici in Francia, infatti, Ahmed, pur qualificatosi alle finali delle due gare, era rimasto fuori dal podio con tanta frustrazione, ma altrettanta voglia di rivincita. Era arrivato sesto nei 1500 e quarto negli 800, perdendo la medaglia di bronzo per un pelo.

Domenica Jouadi sale nuovamente sul podio: ha conquistato il secondo oro ai mondiali di nuoti a Singapore

“Penso che il quarto posto possa essere il peggior piazzamento per un atleta – commentò – Ma invece di abbattermi quella sconfitta, mi ha reso più motivato e più affamato”. A Singapore non solo si è saziato, ma ha fatto una scorpacciata d’oro! Già con la conquista del podio più alto negli 800 metri, il 30 luglio, aveva segnato il terzo tempo migliore della storia (7:36.88). Ieri , domenica, sui 1500 si è confermato la nuova stella, non cadente, del mezzofondo in piscina.

Niente record del mondo

“Miravo a battere il record del mondo – ha dichiarato ieri a France Télévision con il secondo oro al collo – Alla fine ci sono rimasto un po’ male, ma in fondo non dispiace conquistare due titoli mondiali in una settimana! Non è che l’inizio, ho appena 20 anni e quindi ho ancora molto da imparare. Comunque sarà molto contento anche Philippe”.

Philippe Lucas, 62 anni, è il tecnico francese che lo segue da 2 anni a Martigues (Provenza) e oltre che allenatore è un allevatore di campioni, quali, ad esempio Laure Manaudou e anche – per qualche anno – la nostra Federica Pellegrini.

Alle superiori era un secchione

Joaudi, che è nato a Tunisi, ma vive in Francia, è un esempio di come si possa essere brillanti a scuola e nello sport. Quattro anni fa divenne campione di Francia junior quando frequentava con successo il liceo tecnologico Marie Curie di Grenoble, (“All’epoca pensavo quasi più a studiare che ad allenarmi, non amavo faticare”, ha ammesso il bis iridato).

Con il trionfo di Singapore, la Tunisia si conferma, dunque, una potenza nel nuoto di media distanza.

Vanta, infatti, ben tre campioni del mondo nei 1500 metri. Il primo a dare inizio a questa tradizione è stato Oussama Mellouli, 41 anni, indimenticabile perché è stato il primo africano a fregiarsi di un oro olimpico individuale (1500 metri alle Olimpiadi di Pechino 2008). Quattro anni dopo, ha aggiunto un secondo oro olimpico nella 10 km in acque libere, insieme a un bronzo nei 1500 metri.

Poi è comparsa nel firmamento internazionale la stella Ahmed Hafnaoui, 23 anni. Alle Olimpiadi di Tokyo, Hafnaoui, allora diciottenne, lasciò tutti stupefatti dominando i  400 metri stile libero.

Hafnaoui si è poi affermato come protagonista del mezzofondo, conquistando il titolo nella doppia distanza 800-1500 metri ai Mondiali 2023 di Fukuoka (Giappone). Attualmente, però, Hafnaoui è sospeso da aprile per 21 mesi, in quanto ha mancato tre test antidoping.

Proprio a lui, il vincitore di Singapore ha voluto dedicare la sua medaglia iridata: “Per me è un campione e gli sono vicino perchè sta attraversando un brutto momento”.

Ora è Ahmed l’ultimo talentuoso atleta prodotto dalla Tunisia. Scanzonato, con la sua aria di bravo ragazzo (baffetti appena accennati e occhialini esagonali), Jaouadi fa le cose a modo suo,incurante della pressione agonistica, della fama, della fatica. A chi gli chiede : ma perché la Tunisia sia diventata così forte in queste specialità natatorie? Risponde con un sorrisino, scrollando le spalle: ”Non lo so perché abbiamo così tanto successo in queste competizioni. Mi piacerebbe scoprirlo!”

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mentre la Tunisia continua ad affondare, il suo campione vola nel nuoto

I trattati di pace sul Congo-K siglati a Washington e Doha stentano a decollare

Africa ExPress
Kinshasa, 3 agosto 2025

Nuovi scontri tra i ribelli M23/AFC /RDF e i Wazalendo (gruppo di autodifesa) sono scoppiati ieri mattina nel Sud-Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Lo ha riportato ieri Radio Okapi, emittente e giornale online di MONUSCO (Missione di Pace dell’ONU in RDC).

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. Mentre AFC , che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23. E RDF è l’acronimo per Forze di Difesa, cioè l’esercito, del Ruanda.

Aggressioni di M23/AFC

Il gruppo di autodifesa ha poi respinto gli aggressori dal comune di Kamakombe,  che si trova nel territorio di Kabare. I wazalendo sono intervenuti anche in occasione di un’altra incursione di M23 a Mazizi, nel territorio di Walungu, dove sono stati registrati anche morti e feriti.

Cessate il fuoco non rispettato in Congo-K

Così come nel Sud-Kivu, anche nel Nord-Kivu si continua a combattere. Venerdì una nuova ondata di sfollati si è diretta verso a Mweso, nel territorio di Masisi. Dal 25 luglio gli M23 stanno lanciando vaste operazione per neutralizzare i miliziani di FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, ribelli quasi interamente formate da Hutu) e di VDP (Volontari per la Difesa della Patria). Negli ultimi giorni si sono svolti altri attacchi dei ribelli sostenuti dal Ruanda in diverse zone del Nord-Kivu. Insomma la situazione ingarbugliata e quindi confusa

Uccisione di contadini nel Nord-Kivu

Reuters, citando l’Ufficio congiunto delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNJHRO), che monitora il Congo, racconta che un’operazione di M23 iniziata il 9 luglio 2025 avrebbe portato all’uccisione di oltre centocinquanta contadini, nel territorio di Rutshuru, nella provincia del Nord Kivu. L’assassinio dei contadini è stato confermato dal nostro stringer nel Congo-K.

Gli attacchi hanno preso di mira soprattutto presunti membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR).

Reuters ha interpellato a questo proposito Bertrand Bisimwa, leader di M23, secondo cui il gruppo è stato informato con una lettera di quanto rivelato da UNJHRO. Il leader formerà una commissione per indagare su queste accuse, finora non confermate.

Civili in fuga nel territorio di Rutshuru (Nord-Kivu)

Anche Radio Okapi, proprio oggi ha parlato nuovamente degli attacchi di M23 in diversi villaggi situati nel territorio di Rutshuru. M23 dopo aver cacciato gli abitanti, si sarebbe poi appropriato di tutti i loro raccolti. Secondo i ribelli i campi della zona apparterebbero a membri FDLR. Isaac Kibira, uno dei notabili di Bambo, ha spiegato che le coltivazioni sono per il 99 per cento di proprietà degli autoctoni. “Ora la popolazione di questa area rischia la carestia”, ha poi aggiunto.

Difficile via verso la pace

Come volevasi dimostrare, dopo gli annunci in grande stile di accordi di pace tra la RDC, il Ruanda e l’AFC-M23, i trattati non sono riusciti,  almeno finora, a calmare le battaglie sul terreno. Ma i colloqui continuano. Devono continuare, perché non si risolve un conflitto che dura da oltre 30 anni con qualche firma. E’ più difficile conquistare la pace che vincere una guerra.

Il 27 di giugno i ministeri degli Esteri di Ruanda e Congo-K, rispettivamente Olivier Nduhungirehe e Thérèse Kayikwamba Wagner, hanno siglato uno “storico trattato di pace” a Washington in presenza del segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Trump in attesa dei presidenti di Kigali e Kinshasa

Donald Trump, fiero di essere il promotore di tale accordo, ha invitato Paul Kagame, capo di Stato del Ruanda e Felix Tshisekedi, il suo omologo congolese, alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti stanno esercitando una forte pressione perché in tale occasione i due leader siglino un trattato di pace permanente.

Mentre il 19 luglio scorso, Kinshasa e esponenti di M23/AFC hanno firmato una dichiarazione di principio a Doha, con cui intendevano spianare la strada a un accordo di pace tra le due parti. Ma l’intesa finora non ha portato a grandi risultati. Il cessate il fuoco non è stato rispettato e nemmeno la liberazione di prigionieri, come previsto nell’accordo. Il Qatar continua a esercitare pressioni sulle parti, affinché vengano mantenute le varie proposte siglate sotto la sua egida.

Carneficina di ADF

Come se non bastassero le aggressioni nel Nord e Sud-Kivu, ora anche ADF, Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995, sta mettendo a ferro e fuoco la provincia di Ituri, nell’est del Paese.

Massacro di fedeli nella chiesa cattolica di Komanda (Ituri, Congo-K)

Da oltre un mese in questa provincia congolese si sono moltiplicati gli attacchi degli islamisti. Nella notte tra sabato e domenica scorsa i miliziani di origine ugandese hanno ammazzato senza pietà a colpi di arma da fuoco e machete oltre 40 fedeli riuniti in preghiera per il Giubileo dei giovani nella chiesa Bienheureuse-Anuarite di Komanda. Oltre 15 persone sono state ferite, mentre altre risultano ancora disperse. La popolazione tutta è ancora sotto choc.

Dall’inizio di luglio sono stati registrati più di 30 attacchi –  cui 15 rivendicati da ADF – nei dintorni di Komanda, in un triangolo a cavallo dei territori di Irumu e Mambasa.

Militari ugandesi

La causa scatenante delle incessanti aggressioni sembra essere stata l’offensiva dell’esercito ugandese all’inizio di luglio contro uno dei principali campi del gruppo armato nelle foreste di Mambasa. Da allora, gli estremisti islamici hanno esercitato una forte pressione nella zona e sulla strada che porta a Komanda. E proprio ieri hanno ammazzato almeno altre 3 persone nel villaggio di Idohu, che dista meno di 30 chilometri da Komanda.

Va ricordato che i militari ugandesi sono presenti nel Congo-K dal 2021, nell’ambito dell’operazione Shujaa, per contrastare insieme ai soldati di FARDC i terroristi ADF. Nel febbraio di quest’anno Kampala ha inviato altri 750 uomini proprio nell’Ituri per combattere diversi gruppi armati, tra questi anche CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu).

Africa ExPress
@africexp
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Non solo M23: Kinshasa chiama Kampala per combattere altri gruppi armati

 

Congo-K: cacciati i mercenari rumeni, arrivano i colombiani della società americana Blackwater

Angola, trenta morti uccisi dalla polizia alle proteste contro il carovita

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
2 agosto 2025

Trenta morti e 277 feriti dalle Unità di Intervento Rapido (UIR) della polizia, e oltre 1.200 arresti. Sono dati, ancora provvisori mentre scriviamo, resi noti dal ministro degli Interni angolano, Manuel Homem. Succede nella capitale, Luanda, dove tra il 28 e il 30 luglio la popolazione è scesa in piazza per protestare contro il carovita, rischiando violenze e persino la morte.

Angola la polizia spara lacrimogeni
Angola la polizia spara lacrimogeni durante le manifestazioni

Purtroppo le manifestazioni hanno portato anche saccheggi dei negozi, distruzione di bus urbani e altri fatti vandalici dai quali il sindacato dei tassisti, il 28 luglio, ha preso le distanze. L’organizzazione sindacale ha pure denunciato l’arresto arbitrario di alcuni suoi rappresentanti accusati di “incitamento alla violenza”.

Il presidente angolano, Joao Lourenço, alla TV di Stato ha elogiato il lavoro della polizia, della magistratura e degli operatori sanitari. Ha condannato gli “atti criminali perpetrati da cittadini irresponsabili manipolati da organizzazioni antipatriottiche, attraverso le reti sociali”. Lourenço ha fatto le condoglianze alle famiglie dei morti e ha annunciato aiuti alle imprese colpite dalle violenze degli ultimi giorni.

Ana Silvi 

I media angolani riportano che i colpiti dai proiettili della UIR c’è anche Ana Silvi Mubiala, ammazzata davanti al figlio. A Radio Awakening, il ragazzo ha raccontato: “Io e mia madre siamo fuggiti. Ho sentito un colpo di pistola, poi è arrivato il secondo e mia madre è caduta”.

Video mandato dall’Angola alla redazione di Africa ExPress: Luanda, luglio 2025, la polizia uccide due persone

Il giovane, adolescente, credeva che la mamma fosse inciampata e le ha detto: “Mamma, alzati”. Ma era morta. Ana Silvi lascia quattro figli, la più piccola di sette mesi.

Le azioni violente e mortali della polizia contro i manifestanti, secondo i critici del regime angolano, non sono affatto incidenti. Secondo Laura Macedo, attivista già minacciata di stupro e di morte, a colpire la gente non sono stati “proiettili vaganti”. “Sono assassinii intenzionali. Presumo che le autorità stiano deliberatamente causando il caos, perché ciò che hanno fatto a Luanda è inaccettabile – ha dichiarato a Deutsche Welle. Ana Silvi è stata colpita alla schiena. Nel video, si nota che il figlio pensa ancora che la madre sia inciampata e le dice di alzarsi”.

Violazione dei diritti umani

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e Thameen Al-Kheetan, portavoce delle Nazioni Unite (ONU), vogliono risposte. Chiedono “indagini indipendenti, rapide e complete” sulla morte delle 30 persone durante le proteste. Il portavoce ONU afferma che le autorità devono rispondere delle violazioni dei diritti umani avvenute durante la repressione. Inoltre – da immagini non verificate – le forze di sicurezza sparando munizioni vere e gas lacrimogeni hanno fatto uso non necessario e sproporzionato della forza.

Presidente dell'Angola, João Lourenço
Il presidente dell’Angola, João Lourenço, parla alla TV di Stato

Le ragioni della protesta

Le manifestazioni e gli scioperi sono iniziati quando il governo, all’inizio di luglio, ha aumentato il prezzo del carburante. Il diesel è passato da 300 a 400 kwanza al litro (da 0,28 a 0,37 euro) e, di conseguenza, ha fatto aumentare il costo dei biglietti del trasporto urbano da 150 a 200 kwanzas (0,13 – 0,19 euro).

È quindi iniziata la protesta dei tassisti. “Sono passati più di 15 giorni senza che il governo abbia ascoltato il nostro grido di aiuto” – hanno reclamato i conducenti di taxi. Sono allora iniziati gli scioperi con l’adesione di sette cooperative e associazioni di categoria e le manifestazioni di piazza. La protesta è stata appoggiata da tutta l’opposizione.

ChatGPT e l’Angola

Un nostro lettore angolano ci ha mandato una domanda sul suo Paese elaborata attraverso l’intelligenza artificiale ChatGPT, via Whatsap: “Come affronteresti lo scenario politico e sociale dell’Angola?”

“Per spiegare lo scenario politico e sociale dell’Angola – ha risposto l’applicazione – ci vuole lucidità, coscienza critica ed emotiva. Il Paese sta affrontando sfide profonde come disuguaglianza sociale, corruzione, disoccupazione, repressione, mala gestione delle risorse pubbliche e indebolimento delle istituzioni democratiche”

“Lo sa anche l’intelligenza artificiale. Solo le teste quadrate non lo riconoscono”, commenta il nostro lettore sotto la schermata.

Angola e ChatGPT
ChatGPT e l’Angola nella schermata mandata da un nostro lettore

L’Angola, nonostante sia il secondo esportatore di petrolio dell’Africa dopo la Nigeria, è un Paese in crisi. Secondo Reporters sans Frontieres (RSF), nell’indice della libertà di stampa del 2025 l’ex colonia portoghese è al 100° posto.

“L’insediamento del nuovo presidente João Lourenço nel 2017, non ha segnato una svolta per la libertà di stampa – si legge nel sito RSF. La censura e il controllo dell’informazione pesano ancora molto sui giornalisti angolani”.

Cinquant’anni al potere

Il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA) – come il FRELIMO in Mozambico – è al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo. L’MPLA è rimasto saldo al governo con il presidente Eduardo dos Santos, eroe della lotta di liberazione, anche dopo l’inizio del multipartitismo nel 1992.

In 38 anni al potere dos Santos è stato accusato di corruzione ed ha arricchito la sua famiglia. Soprattutto la primogenita Isabel che secondo Forbes aveva un patrimonio di 3,3 mld di dollari.

Nel 2017, dopo che dos Santos ha annunciato che non si sarebbe ricandidato alla presidenza, è stato eletto Joao Lourenço, oggi al suo secondo mandato. Nel suo programma uno dei punti chiave era la lotta alla corruzione e alla disoccupazione. Che purtroppo continuano a prosperare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
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Luanda Leaks (1): Angola, crolla l’impero miliardario di Isabel dos Santos

Corruzione milionaria in Angola: a processo Kopelipa e Dino, due generali ricchi sfondati dell’era Dos Santos

Forbes fa la classifica dei dieci paperoni d’Africa. Una donna all’ottavo posto

 

La grande fame nel nord della Nigeria, primo produttore di greggio in Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 luglio 2025

Nei primi sei mesi del 2025 nel nord-est della Nigeria sono morti per fame oltre 600 bambini sotto i cinque anni. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa dalla ONG francese Medici senza Frontiere (MSF). In tutto il Paese 31 milioni di persone, tra questi 17 milioni sono bambini, soffrono la fame e gli Stati nord-orientali della Federazione sono quelli maggiormente colpiti dall’insicurezza alimentare.

La Nigeria è il più popoloso Paese dell’Africa e conta oltre 230 milioni di abitanti. Ma il Paese vanta anche un altro primato. E’ il primo produttore di greggio dell’Africa subsahariana e il petrolio rappresenta la sua maggiore fonte di reddito. Eppure a tutt’oggi mancano infrastrutture – scuole, ospedali, strade e quant’altro, per soddisfare le necessità degli abitanti. Grazie a queste entrate, i nigeriani potrebbero vivere nel benessere quasi al livello di quello scandinavo.

Come il suo predecessore, Muhammadu Buhari, deceduto il 13 luglio scorso, anche Bola Tinubu, al potere da oltre due anni, non é ancora riuscito a combattere i jihadisti. Anche le bande criminali, classificate anche esse come terroristi, continuano le loro attività con rapimenti a scopo di riscatto. Per non parlare degli scontri tra agricoltori residenziali e allevatori nel centro del Paese.

Nigeria: aumenta insicurezza alimentare nel nord-est

Sempre secondo MSF, la malnutrizione infantile è aumentata del 208 per cento tra gennaio e giugno 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Ne sono in parte responsabili gli importanti tagli ai finanziamenti decisi da diversi Paesi, in particolare da Washington, che, con l’arrivo di Donald Trump ha cancellato drasticamente i fondi di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, ndr).

Ma non solo: importanti concause della grande fame nel nord-est della ex colonia britannica vanno ricercate nell’aumento del costo della vita e nella recrudescenza degli attacchi dei jihadisti (Boko Haram e ISWAP, quest’ultimo legato allo stato islamico).

Ahmed Aldikhari, rappresentante della ONG francese in Nigeria, ha spiegato che già l’anno scorso nel nord del Paese la crisi nutrizionale era peggiorata parecchio.  ma la situazione attuale ha superato tutte le previsioni. Aldikhari ha poi precisato: “Tagli massicci al bilancio, in particolare da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea hanno avuto un impatto negativo sul trattamento e la cura dei bambini malnutriti”.

Escalation violenze

Un grido d’allarme giunge anche da David Stevenson, direttore del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) per la Nigeria. L’Organizzazione dell’ONU sarà costretta a sospendere tutti gli aiuti alimentari e nutrizionali d’emergenza per 1,3 milioni di persone nel nord-est del Paese entro la fine di questo mese. Una carenza di fondi che arriva proprio in momento di escalation di violenza e di livelli record di fame.

E come sempre, saranno i bambini a pagare il prezzo più alto di questa terribile crisi. Negli Stati federali Yobe e Borno chiuderanno oltre 150 centri, supportati da PAM, mettendo a rischio 300.000 piccoli sotto i due anni, perché non riceveranno più il trattamento salvavita.

Nelle aree settentrionali colpite dal conflitto, l’escalation di violenza dei gruppi estremisti sta provocando nuovi sfollamenti di massa.

Non pochi, pur di assicurarsi tozzo di pane, potrebbero unirsi ai gruppi terroristi. La povertà estrema porta anche a questo. Stevenson ha poi sottolineato che l’assistenza alimentare spesso può prevenire tali rischi, perché sfamando le famiglie, si aiuta anche a ricostruire l’economia e sostenere una ripresa a lungo termine.

Disperazione 

Le mamme sono disperate. Molte non riescono portare un pasto decente in tavola più di una volta al giorno, a volte nemmeno quello. Una madre ha raccontato che ogni sera fa bollire una pentola d’acqua e la mescola finché i suoi figli non si addormentano. Finge di cucinare per calmarli e aiutarli a dormire.

Mamme in attesa degli integratori salvavita per i loro figli malnutriti

Mentre i reporter di Humangle media, giornale online nigeriano, hanno riferito che lo scorso 18 luglio, le mamme in fila da prima dell’alba al centro di assistenza sanitaria primaria nello Stato di Adamawa per bimbi affetti da malnutrizione, alle 7 del mattino sono state mandate a casa. “Oggi non è arrivato il supplemento RUFT, tornate la prossima settimana”, ha esclamato un operatore sanitario.

RUFT è un integratore essenziale, utilizzato per il trattamento di questi piccoli. Si tratta di una pasta composta da latte in polvere, arachidi, burro, olio vegetale, zucchero e un mix di vitamine e minerali. Una bustina contiene 500 calorie e micronutrienti.

La ventitreenne Aisha, è una delle mamme rimaste senza integratori per la sua bimba. Il RUFT è il pasto principale quotidiano per la piccola.

“Soffre di malnutrizione da quando ha compiuto un anno. Ho visto dei miglioramenti da quando ho iniziato a darle l’integratore”, ha raccontato Aisha. Ora è disperata, perché è costretta ad andare alla ricerca di un un pasto alternativo per la sua bambina, dato che ora la struttura ha difficoltà nel reperire le bustine salvavita.

Cornelia Toelgyes
@corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Nigeria centrale sotto attacco: oltre 150 morti dopo incursione di uomini armati

Gerusalemme est: Israele costringe i palestinesi a demolire le loro case

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
29 luglio 2025

Mentre gli occhi sono puntati sulla fame a Gaza e il genocidio in corso, nei Territori occupati destinati ai palestinesi e a Gerusalemme est e nella Città Vecchia continuano le depredazioni di edifici e abitazioni. Il sistema è collaudato da anni, ma negli ultimi mesi ha avuto un’accelerazione. Con la scusa che i palestinesi non hanno atti ufficiali di compravendita dei beni, questi gli vengono sequestrati dallo Stato di Israele che ordina anche la demolizione a cura dei proprietari stessi.

Niente atti notarili

In Palestina gli atti di compravendita sono rari. In molti casi, le proprietà risalgono all’impero ottomano oppure i documenti sono andati persi. Spesso si è trattato di passaggi di proprietà all’interno della famiglia che non necessitavano di documenti scritti. Per tutti questi motivi, molti palestinesi non hanno un pezzo di carta per dimostrare di essere veramente proprietari di un bene.

Un ragazzino davanti ai resti della sua casa a Silwan nell’area di Gerusalemme est (foto OCHA).

Ultimamente il governo israeliano ha lanciato una campagna contro le costruzioni “senza permessi”, minacciando, in caso di mancata demolizione, di inviare ulteriori multe e balzelli. Dall’ inizio dell’anno, OCHA, l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite che monitora anche i Territori occupati, Gerusalemme est e Gaza, ha calcolato che ogni mese, vengono fatte distruggere 49 abitazioni nella parte Est di Gerusalemme.

Ruspe dello Stato

Quindi al momento sono rimasti senza casa 321 palestinesi, di cui la metà bambini. Quattro demolizioni sono avvenute all’interno della Città Vecchia a Sharafat, Sur Bahir, Jabal al Mukkabir e Bab Huta e questo fa sfumare l’idea di Gerusalemme città internazionale che era una delle ipotesi di pace ai tempi dell’Accordo di Oslo. Morale secondo OCHA dall’inizio del 2025, i palestinesi sono stati costretti a demolire 113 strutture, di cui 65 abitazioni. Nel 28 per cento dei casi a terminare la distruzione sono state le ruspe inviate dallo Stato.

La stessa politica viene applicata in Area B, come il governatorato di Jenin, dove a Qabatiya sono state abbattute 5 strutture abitative, che appartengono alla famiglie di alcune persone accusate di disordini contro i coloni, ormai decedute. Nel 2025 in Cisgiordania sono state demolite dallo Stato 26 strutture, creando 136 profughi.

Israele: demolizioni forzate

La questione che in questi mesi si è esacerbata la questione, non è una novità nei Territori Occupati, definiti così secondo il diritto internazionale. Infatti dal 2009 almeno mille palestinesi sono stati colpiti da ordini di demolizione e sono state distrutte, in area A, B, C e Gerusalemme est, 200 strutture.

Condanna della Corte Internazionale

La Corte internazionale di giustizia un anno fa ha condannato l’esproprio forzato delle proprietà palestinesi, facendo notare come lo Stato israeliano tollera invece i presidi e le colonie totalmente illegali dei suoi concittadini.

Tra gli aspetti sottolineati già un anno fa dalla Corte c’è il fatto che sono stati ristretti i tempi per un eventuale ricorso contro l’ordine di demolizione a sole 98 ore. Viene così violato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e che l’occupazione israeliana in Cisgiordania viola il diritto internazionale. La Commissione delle Nazioni Unite ha calcolato addirittura 7 mila demolizioni tra il 2012 e il 2022 soprattutto in area C e Gerusalemme est. https://www.icj-cij.org/index.php/node/204160

Raid dei coloni

Intanto prosegue la violenza dei coloni, con raid contro gli abitanti di villaggi della West Bank, incendi e distruzione di campi, beni e proprietà. Tra il 15 e il 21 luglio ci sono stati 27 attacchi da parte dei coloni con danni a 560 campi di olive, mandorle, avocado e l’allontamento di 10 persone, di cui la metà bambini.

Gli attacchi sono avvenuti nel governatorato di Tibas, a Hammat al Maleh; nel governatorato di Gerico a Al’Auja; a Bardala e nel governatorato di Ramallah. Nel villaggio di Yabrud, il capo villaggio è stato interrogato dai coloni, perquisito per un’ora e quindi è stato picchiato in casa sua fino a perdere conoscenza.

Anche Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania, il 7 luglio ha subito un attacco dei coloni. Qualche giorno fa il quotidiano israeliano Haaretz fa ha riferito che secondo l’inchiesta della polizia israeliana non sarebbe stato appiccato il fuoco alla chiesa, come testimoniato dagli abitanti, ma nei pressi dell’edificio. Qui la reazione dei patriarchi e dei capi delle Chiese: https://fai.informazione.it/83C5C514-B8F0-4120-809A-18F9415A54A6/Taybeh-sotto-attacco-dei-terroristi-ebrei-i-Patriarchi-di-Gerusalemme-al-fianco-della-comunita-cristiana

Altra casa demolita in Cisgiordania

Le incursioni dei coloni sono state così violente che l’associazione pacifista ICHAD di palestinesi e israeliani nata nel 1997 contro le demolizioni delle case dei palestinesi, ha deciso di eliminare ogni riferimento a Israele nel nome dell’associazione perché “Israele è diventato un’entità colonialista senza una legittimità politica”. Ecco la frase completa: “Since Israel is a settler colonial entity with no political legitimacy that will be replaced by the post-colonial polity, the term “Israeli” loses the political signification it had when ICAHD was formed”. https://icahd.org/2025/07/24/icahds-name-change/

Arresti arbitrari

Da molte aree della West Bank arrivano testimonianze di assalti ripetuti di coloni. Medici senza Frontiere (MSF) ha condotto una ricerca su 300 persone cacciate dai campi di Jenin, Tulkarm, Nur Shams che hanno rivelato come la metà siano stati costretti a cambiare abitazione ben 3 volte. Uno su quattro è stato arrestato e ci sono stati almeno un centinaio di episodi di violenze contro chi cercava di tornare nelle proprie case a prendere qualche oggetto.

Tra Gaza, la West Bank e Gerusalemme est le Nazioni Unite hanno calcolato 3,3 milioni di palestinesi necessitano di aiuti umanitari. Per ora i Paesi membri hanno stanziato 785 milioni di dollari, di cui l’88 per cento destinato a Gaza. Ammesso che riescano a far arrivare il cibo nella Striscia dove secondo Oxfam l’87 per cento della popolazione ormai è al livello ultimo della fame prima della morte.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Come l’Occidente moralmente corrotto sostiene il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
Di ritorno da Gaza, 28 luglio 2025

Dal 7 ottobre 2023, figure chiave della comunità internazionale hanno facilitato il genocidio a Gaza, distorcendo la verità e manipolando la giustizia. Come? Abusando della loro autorità per insabbiare un orrore in corso.

Ecco i nomi: Julia Sebutinde, Joan Donoghue, Pramila Patten e Sheryl Sandberg. È vero, la copertura mediatica ha annullato la differenza tra occupante e occupato, tra un attacco aereo e un razzo artigianale, tra un assedio sistematico e una resistenza disperata. Ed è vero, il linguaggio gioca un ruolo centrale in questa cancellazione. Quando i media raccontano di Gaza, ricorrono all’astrazione: obiettivo militante, danni collaterali, rivendicazioni di distruzione.

Ma loro sono orribilmente detentrici di un abuso di potere. Il mondo sta guardando e la storia non perdonerà.

Julia Sebutinde – Joan Donoghue – Pramila Patten – Sheryl Sandberg

JULIA SEBUTINDE
La giurista ugandese Julia Sebutinde – ex presidente ad interim della Corte Internazionale di Giustizia – è colpevole di plagio totale nella sua opinione dissenziente a sostegno di Israele [https://icj-cij.org/node/204162], presentata nel 2024 (riguardo all’occupazione illegale del territorio palestinese).

Non meno del 32 per cento degli scritti dissenzienti della giudice Sebutinde è stato tratto direttamente da pubblicazioni di noti apologeti di Israele. Le anomalie, gli errori e le contorsioni legali potrebbero essere il risultato di ricatto, o peggio di corruzione, da parte del governo israeliano.

Posizioni estreme

Cosa significa questo? Che il presidente del più alto organo giudiziario del mondo diventa schiavo di una potenza straniera.

Le posizioni estreme di Sebutinde sono probabilmente un riflesso del sistema di credenze sioniste-cristiane che ha sviluppato come membro di Watoto, una mega-chiesa pentecostale nella capitale ugandese di Kampala. In effetti il parere di Sebutinde si apriva con una lunga storia del conflitto israelo-palestinese, che fondeva la consunta propaganda sionista con l’Antico Testamento.

Il decadimento morale dell’Occidente

Nel respingere la sentenza dei suoi colleghi che dichiarava illegale l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, faceva ricorso a resoconti sulla presenza ebraica nella terra biblica di Israele, omettendo qualsiasi riferimento alle risoluzioni ONU o al diritto internazionale.

JOAN DONOGHUE
A gennaio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza interlocutoria, e un paragrafo chiave della sentenza ha attirato la massima attenzione.

Secondo la Corte, i fatti e le circostanze sono sufficienti per concludere che “almeno alcuni dei diritti citati dal Sudafrica e dei quali chiede la tutela sono plausibili”. Si riferisce in particolare al diritto dei palestinesi di Gaza ad essere protetti contro gli atti di cui all’art. III della Convenzione contro il genocidio.

Decisione negata

L’interpretazione comune, compresa quella di molti giuristi, è stata che era plausibile che Israele stesse commettendo un genocidio a Gaza. E questa interpretazione si è diffusa rapidamente. Ad aprile, tuttavia, Joan Donoghue – avvocato americano e presidente della Corte Internazionale di Giustizia all’epoca di quella sentenza – si è affrettata a dichiarare, con un’insolita iniziativa, che quella non era affatto la decisione della Corte.

PRAMILA PATTEN
Pramila Patten – avvocato mauritano e Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti – ha ricordato più volte in eventi ufficiali gli israeliani che hanno perso la vita il 7 ottobre, i sopravvissuti israeliani che portano le cicatrici del 7 ottobre, le vittime israeliane di violenza sessuale, gli ostaggi israeliani. Mai una parola sulla condotta insopportabilmente crudele di Israele sui palestinesi di Gaza.

Il rapporto a firma della Patten – basato sulle accuse di violenza sessuale commesse da Hamas e altri combattenti palestinesi in Israele – compilato dopo una visita in Israele di un paio di settimane tra gennaio e febbraio 2024, ammette che le informazioni raccolte dal team della missione provenivano in gran parte da istituzioni nazionali israeliane [https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/press-release/israel-west-bank-mission/].

Le prove digitali, raccolte da ogni angolazione e da ogni dispositivo elettronico immaginabile, non hanno fornito una sola immagine di violenza sessuale. Il rapporto afferma inoltre di non essere riuscito a trovare alcuna prova forense di violenza sessuale.

Incompetente o cinica

Impossibile capire se Patten sia incompetente o cinica (o entrambe le cose). Quel che è certo è che il suo rapporto è ingannevole.

SHERYL SANDBERG
Negli Stati Uniti, lo sfacciato e oltraggioso attacco alla libertà accademica non è iniziato con Trump. È iniziato quando la classe miliardaria suprematista ebraica ha deciso di fare la sua parte per la causa israeliana.

All’attacco delle università

A livello nazionale statunitense, la lobby israeliana esercita un’influenza significativa. Ad esempio, alla Columbia e in altre università dell’Ivy League, repressioni senza precedenti sull’attivismo universitario sono state causate dalle pressioni di donatori miliardari come Bill Ackman (Harvard) e Robert Kraft (Columbia).

Questi individui, insieme ad altri come Sheryl Sandberg – imprenditrice e funzionaria statunitense ed ex COO di Meta, nata a Washington da famiglia ebraica – operano indipendentemente dal governo statunitense, sfruttando la loro ricchezza e influenza per mettere a tacere il dissenso e propagare narrazioni filo-israeliane.

Non si tratta di politica estera statunitense. È invece il risultato diretto della classe miliardaria suprematista sionista che esercita il proprio potere.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Anche il corrispondente di Africa Express sulla nave Handala della Freedom Flotilla bloccata da Israele

Africa ExPress
Tel  Aviv, 27 luglio 2025

C’era anche Antonio Mazzeo, siciliano (insegnante e giornalista), corrispondente per la Difesa di Africa-ExPress, sulla nave Handala della missione Freedom Flotilla che aveva lasciato il porto di Siracusa nel primo pomeriggio di domenica 13 luglio. E fino a pochi giorni fa, tutto l’equipaggio, composto da 21 civili provenienti da 12 nazioni, sperava di poter superare il blocco navale per poter raggiungere Gaza con il suo carico pieno di aiuti per la popolazione allo stremo. Tra i beni di prima necessità trasportati dal natante c’era anche latte artificiale per i più piccoli, pannolini, ovviamente anche cibo e medicine.

L’imbarcazione è stata intercettata ieri notte in acque internazionali, a circa 40 miglia nautiche da Gaza, dai militari israeliani (IDF). Le persone a bordo erano preparate all’assalto degli israeliani. Infatti tutti quanti indossavano il giubbotto salvagente. Nei fotogrammi e video in rete si nota che i 21 erano seduti con le mani alzate.

Tra i coraggiosi che si sono imbarcati, pronti a tutto per affrontare il blocco navale, ci sono anche due italiani. Oltre al nostro Antonio Mazzeo, il barese Antonio “Tony” La Piccirella, attivista climatico.

Tentativi illegali

Il ministero degli Esteri dello Stato ebraico, Gideon Sàar, ha fatto sapere che la marina militare del Paese ha fermato l’imbarcazione per evitare che entrasse illegalmente nella zona marittima della costa di Gaza.

In una dichiarazione su X, il ministero ha poi affermato che “i tutti tentativi di violare il blocco sono pericolosi, illegali e minano gli sforzi umanitari in corso”.

Dichiarazione

Intanto la Handala è stata accompagnata al porto di Ashdod. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha parlato con il suo omologo israeliano questa mattina. Dalla conversazione tra Tajani e Sàar è emerso che i nostri due connazionali ora hanno due possibilità: firmare una dichiarazione e andare in aeroporto per tornare in Italia accompagnati dai nostri diplomatici, oppure essere  trattenuti in una prigione e rimpatrio forzato nei prossimi tre giorni. I due italiani vengono ora assistiti dal personale della nostra ambasciata a Tel Aviv.

Secondo alcuni giornali, sembra che Mazzeo, con cui non è stato possibile parlare, abbia scelto la prima opzione.

Africa ExPress
@africexp
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Herald Mail edizione del 25 luglio 2025

soldati della Marina hanno preso il controllo della nave “Gaza flotilla”. I soldati hanno preso il controllo della nave. Sollevato Ministero degli Affari Esteri: “I partecipanti della Flotta sono al sicuro”

La nave della flottiglia di Gaza, la Khandala, è arrivata al porto di Ashdod a Bukhara, dove gli attivisti sono stati accolti dai rappresentanti consolari dei loro paesi d’origine e dagli avvocati dell’organizzazione Adalah. La nave, che ha tentato di rompere il blocco navale sulla Striscia di Gaza, è stata fermata in mare dalle forze navali israeliane ieri sera. I combattenti della Flotta 13 hanno preso il controllo dell’imbarcazione dopo che gli attivisti a bordo si sono rifiutati di tornare sui loro passi. 21 attivisti della flottiglia sono stati arrestati e saranno espulsi dal paese. Martedì gli attivisti hanno affermato di aver avvistato una nave militare avvicinarsi e di aver iniziato a prepararsi per uno scontro. “Sono scattati gli allarmi e abbiamo indossato i giubbotti antiproiettile”, hanno detto. Nel filmato pubblicato, gli attivisti sono stati visti seduti sul ponte della nave, alcuni con le mani alzate, mentre le forze navali salivano a bordo e ne prendevano il controllo. Ministero degli Affari Esteri La Marina israeliana ha rilasciato una dichiarazione martedì, affermando: “La Marina ha impedito alla nave di entrare illegalmente nella zona marittima di Hofuf. La nave sta viaggiando in sicurezza verso Israele. Tutti i passeggeri sono al sicuro. I tentativi non autorizzati di violare il blocco sono pericolosi, illegali e compromettono gli sforzi umanitari in corso”. La nave in questione ha lasciato l’Italia all’inizio della scorsa settimana, circa un mese e mezzo dopo che la nave “Madeleine” era stata fermata al largo delle coste di Gaza ed era stata anch’essa condotta al porto di Ashdod. La scorsa settimana, l’ufficio del Procuratore Distrettuale di Haifa, per conto dello Stato di Israele, ha chiesto al tribunale distrettuale della città di sequestrare definitivamente la nave. La richiesta recitava: “Il diritto internazionale conferisce allo Stato il diritto di sequestrare le navi che tentano di violare un blocco marittimo”.

(The Herald Mail 28 luglio 2025)

Video di Antonio Mazzeo appena atterrato in Italia

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Piano Mattei e Global Gateway europeo insieme per l’Africa con un progetto da 1,2 miliardi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 luglio 2025

Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania sono gli altri cinque Paesi aggiunti al Piano Mattei per l’Africa nel 2025. Accompagnano i nove già presenti nel 2024: Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Repubblica del Congo (Congo-B) e Tunisia.

I cinque ultimi appaiono ufficialmente nella seconda relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, aggiornata al 30 giugno scorso.

Rispetto al report precedente c’è maggiore attenzione al rafforzamento del partenariato internazionale oltre a una estensione progettuale. Purtroppo non esistono le schede dei progetti presenti nella relazione precedente che, anche se piuttosto povere, davano alcuni dettagli.

PIano Mattei per l'Africa
Piano Mattei per l’Africa

Il punto più importante del vertice di Roma dello scorso 20 giugno è la collaborazione tra il Piano Mattei per l’Africa e il Global Gateway. Quest’ultimo è un progetto dell’Unione Europea voluto dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Meloni e von del Leyen hanno sottoscritto 11 intese. Hanno annunciato impegni congiunti per 1,2 miliardi di euro, destinati a infrastrutture energetiche, digitali e agroalimentari.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dichiarato l’intenzione di utilizzare circa 235 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di cooperazione allo sviluppo. Un particolare sostegno ai Paesi africani a basso o medio reddito.

Gli ambiti di intervento

Sono cinque gli ambiti di intervento previsti con 64 progetti: energia, agroalimentare, sanità, istruzione e formazione, infrastrutture e digitale.

La transizione energetica riguarda il Nord Africa e il Kenya. L’Egitto avrà il sostegno per gli impianti fotovoltaici mentre la Tunisia è interessata all’idrogeno verde. Il Kenya avrà, invece, il sostegno nei progetti geotermici.

Nell’agroalimentare Bonifiche Ferraresi e Leonardo sono già presenti in Algeria per rafforzare le filiere agricole. In Senegal, Ghana e Mozambico è prevista la creazione di centri agroindustriali e formazione tecnica per i giovani. I progetti intendono promuovere l’innovazione sostenibile e la sovranità alimentare.

Progetti sanitari

Etiopia e Costa d’Avorio sono i Paesi nei quali sono previsti progetti sanitari. Gli interventi riguardano il miglioramento di strutture sanitarie in aree rurali e periferiche con la fornitura di attrezzature, soprattutto a vantaggio della salute materno-infantile.

Istruzione e formazione contemplano la realizzazione di una Scuola superiore universitaria non statale dedicata all’agricoltura. Dovrebbero includere corsi professionali, bandi di ricerca e programmi di alta formazione. La Scuola nazionale dell’Amministrazione prevede invece percorsi di formazione per oltre 1.500 funzionari del continente africano.

SACE, gruppo assicurativo-finanziario italiano, controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, ha creato l’Africa Champion Program. Il progetto ha l’obiettivo di potenziare le competenze delle piccole e medie imprese italiane (PMI) che operano in Africa.

piano Mattei roma 2025
Foto dei partecipanti al vertice del Piano Mattei per l’Africa e del Global Gateway con Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen (Courtesy: Commissione Europea)

Corridoio di Lobito

Per il Corridoio ferroviario di Lobito sono già stanziati 250 milioni di euro. La linea ferroviaria, strategica per Angola, Repubblica Democratica del Congo (Congo-K) e Zambia e per i finanziatori è una delle infrastrutture di punta.

L’AI Hub for Sustainable Development è il programma digitale, in corso, che prevede l’estensione dei cavi in fibra della linea Blue&Raman. È un progetto che parte dall’Italia per arrivare fino all’India portato avanti in collaborazione con UNDP e con il supporto del Ministero delle Imprese. Chiamato il “cavo della pace” si è arenato a causa della guerra a Gaza.

Sicuramente la cooperazione tra governo Meloni e Unione Europea porta maggiore visibilità al Piano Mattei per l’Africa. Per il momento ha coinvolto solo quattro privati italiani: Bonifiche Ferraresi, Leonardo, Eni e Coldiretti . “Lasciando poi fuori tutto il resto del nostro Paese”, così ha commentato uno dei lettori di Africa ExPress.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Aiuti all’Africa con il Global Gateway, sfida UE alla Via della Seta

Piano Mattei per l’Africa: asso pigliatutto per quattro privati in agricoltura, energia e innovazione tecnologica