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Quei governi fatti saltare da USA anche con l’aiuto degli squadroni della morte – 3

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Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

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Misteri e incognite dei bombardamenti israeliani e americani contro l’Iran

Speciale per Africa ExPress
Sergio Pizzini*
27 Giugno 2025

I media internazionali hanno riportato in grande dettaglio i particolari dell’attacco, prima israeliano e poi statunitense, ai siti nucleari iraniani, ivi incluso un video che metteva in evidenza una fila di camion che usciva da un sito imprecisato, poi target del bombardamento con i B2 americani.

Secondo la narrazione ufficiale, Netanyahu aveva sferrato il primo attacco in totale autonomia, senza il supporto degli USA, anche se era chiaro fin dall’ inizio che i cacciabombardieri F35 israeliani, senza il supporto di aerei cisterna USA non avrebbero potuto raggiungere Teheran e poi ritornare nella loro base di Nevatim.

Un aereo cisterna USA dello stesso tipo di quelli che hanno rifornito in volo i bombardieri in azione sull’Iran

Si trattava, infatti, di un percorso di 3600 Km, ben superiore all’ autonomia di volo dei F35 israeliani, circa 1000 Km, anche se sembrerebbe che alcuni aerei fossero stati equipaggiati con serbatoi ausiliari situati sotto le ali.

Strategia concordata

Che l’attacco israeliano fosse stato eseguito nell’ambito di una strategia concordata con gli USA è risultato chiaro dal discorso di Trump dopo l’attacco americano, dove Trump aveva ufficialmente ringraziato Israele per il buon lavoro fatto in stretta collaborazione con le forze aeree americane. Ipse dixit.

Secondo la narrazione ufficiale, infine, nessuna fuoruscita di materiale radioattivo è stata dichiarata evidente dopo i bombardamenti dei siti dove l’Iran aveva in produzione l’arricchimento a livello industriale dell’uranio, con 1500 centrifughe e forse di più.

Assenza di commenti chiarificatori

Qui la narrazione ufficiale non ha mai riportato commenti chiarificatori. Mai possibile che la distruzione di siti dove veniva condotto l’arricchimento ufficiale almeno al 5 per cento non avesse dato origine a fughe consistenti di materiale radioattivo? Così come dai siti scavati ben sotto le montagne, dove l’arricchimento veniva portato almeno al 60 per cento?

La mia convinzione è che sia da parte israeliana che USA, si fosse preventivamente raggiunto un accordo sia con le autorità iraniane che con l’IAEA, che i bombardamenti sarebbero stati condotti su siti del tutto privi di materiale radioattivo, o su siti da dove il materiale radioattivo fosse stato preventivamente allontanato, per evitare danni irreparabili all’ambiente ed alle persone.

Verificare uso superbombe

Si è così trattato di un’esercitazione dimostrativa, dedicata comunque  alla distruzione dei siti nei quali l’arricchimento era stato condotto per anni a livello del’5 per cento, prima di trasferire le attività destinate alla costruzione della bomba in siti sicuri sotto le montagne. Dove il bombardamento con i B2 americani avrebbe consentito di verificare il buon uso delle superbombe.

Per dare un segnale non tranquillizzante alle autorità iraniane, avvisate che tutte le strutture dedicate all’ arricchimento dell’uranio ed alla costruzione della bomba erano alla portata dell’armata aerea israelo-americana. Un obbligo per l’Iran alla trattatativa.

Sergio Pizzini*
sergiopizzini2011@gmail.com
*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gli oscuri misteri che circondano l’Iran e la bomba

Kenya: almeno 16 morti e oltre 400 feriti durante le manifestazioni di ieri

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 26 giugno 2025

Il Kenya ieri ha celebrato il primo anniversario delle manifestazioni di piazza organizzate per contrastare  la legge finanziaria poi annullata dal presidente, William Ruto, per evitare ulteriori rivolte. E mercoledì migliaia di giovani sono scesi nelle strade e nelle piazze di Nairobi, Mombasa e altre città della ex colonia britannica per ricordare la carneficina di allora e la brutalità della polizia che non cessa di versarsi su coloro che manifestano il proprio malcontento contro il governo.

Ieri a Nairobi le forze dell’ordine hanno bloccato con filo spinato le strade di accesso che portano al parlamento e verso altri i punti nevralgici del potere e degli affari.

Forte dispiegamento delle forze dell’ordine contro i manifestanti

All’inizio della giornata i manifestanti hanno sfilato in modo pacifico, sventolando la bandiera del Paese, con rose e cartelli con i nomi delle persone ammazzate dalla polizia lo scorso anno, gridando però a gran voce: “Ruto must go” (Ruto, il presidente kenyano, deve andarsene, ndr).

Anche ieri, come un anno fa, la polizia ha caricato i dimostranti che hanno protestato in diverse città del Kenya.

La volpe perde il pelo ma non il vizio

Secondo Amnesty Kenya sono morte almeno 16 persone, per lo più ammazzate dagli agenti di sicurezza; i feriti sarebbero oltre 400, tra dimostranti, agenti di polizia e giornalisti.

Mentre Independent Policing Oversight Authority, un ente finanziato dallo Stato, ha dichiarato che almeno 61 persone sono state arrestate durante le proteste di mercoledì scorso.

Nulla di nuovo all’orizzonte. La volpe perde il pelo, ma non il vizio: Amnesty e Kenya National Commission for Human Rights (KNCHR) hanno rilevato un forte dispiegamento di forze di polizia e hanno accusato un uso eccessivo della forza, compresi proiettili di gomma, munizioni vere e cannoni ad acqua, che hanno provocato numerosi feriti.

No comment della polizia

Il portavoce della polizia keniota, Muchiri Nyaga, non ha voluto commentare le dichiarazioni di Amnesty Kenya o del KNCHR.

Manifestazione a Nairobi

Il governo aveva vietato la copertura radiotelevisiva in diretta delle proteste, ma il decreto è stato poi annullato dall’Alta Corte di Nairobi.

I giovani delle proteste odierne hanno tentato di raggiungere la residenza ufficiale di Nairobi del presidente, ma sono stati respinti dalle forze dell’ordine. E Ruto ha chiesto con insistenza ai manifestanti di non minacciare la pace e la stabilità del Paese.

Ma oggi il ministro Kipchumba Murkomen ha accusato i manifestanti di aver tentato di rovesciare il governo durante la giornata di manifestazioni, osservazioni che secondo i leader della protesta erano un tentativo di sviare l’attenzione dalle loro richieste.

Silenzio del governo

Il silenzio del governo, la censura che aleggia, sono indizi preoccupante di una svolta autoritaria che speriamo non porti a una deriva, soprattutto in un momento in cui Nairobi si appresta a presentare la nuova legge finanziaria. Quest’ultima comprende anche punti di compromesso sociale, ma permane tuttavia punitiva perché costretta a colmare il deficit dovuto all’indebitamento dissennato cui varie presidenze hanno attinto a piene mani oggi come nel passato.

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Il Kenya urla giustizia per un giovane blogger assassinato in detenzione

In Kenya la gente ha vinto: le proteste di piazza organizzate sui social (Instagram e TikTok)

Cisgiordania: i coloni attaccano i palestinesi tre volte al giorno. E l’esercito sta a guardare

 

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
24 giugno 2025

I coloni che si sono insediati illegalmente in Palestina che i trattati internazionali affidano al popolo palestinese stanno attaccando più volte al giorno i villaggi arabi.

Balcanizzazione West Bank

West Bank è sempre più balcanizzata da insediamenti illeciti di israeliani puntualmente difesi dall’esercito del loro Paese. Gli attacchi avvengono da decenni, ma dal 7 ottobre 2023 hanno conosciuto una recrudescenza, visto che gli invasori, armati fino ai denti, hanno mano libera dal governo israeliano di estrema destra.

Quello che accade non fa ben sperare per la pace tra i due popoli. Oggi i quasi 2 milioni di palestinesi utilizzano solo il 18 per cento della Striscia perché sono stati evacuati per motivi di sicurezza dall’82 dal territorio, ora controllato da Israele (fonte Haaretz, 22 giugno 2025).

Fragile tregua

Mentre gli occhi del mondo sono fissi sull’Iran, su Israele e sulla fragile tregua firmata USA, in Cisgiordania continua la persecuzione della popolazione, costretta a lasciare l’area: nuovi profughi, occupazione di territori, continui attentati da parte dei coloni.

In Cisgiordania sono in corso operazioni che il governo Netanyahu ha intensificato già nel gennaio 2023, ben prima dell’attentato di Hamas del 7 ottobre.

I coloni distruggono abitazioni, auto, strutture (foto Reuters)

Da allora i coloni hanno avuto sempre maggiore possibilità di appropriarsi di oliveti, villaggi e case. Un report di OCHA del 19 giugno precisa che da inizio anno si registrano tre attacchi dei coloni in varie zone della Cisgiordania. Dal 3 al 16 giugno ci sono stati 36 assalti da parte dei coloni.

Manforte dei militari

IDF, l’esercito israeliano, non solo dà manforte ai coloni, ma ha anche proceduto alla distruzione di diverse abitazioni a Tulkarem, Nur Shams e Jenin. Dall’inizio 2025, sono diventati profughi dell’area C (Palestina sotto controllo israeliano) oltre 680 palestinesi.

La divisione in area A, B, C (accordi di Oslo 1993): Di fatto solo la A è a controllo esclusivamente palestinese, la B misto e la C a totale controllo israeliano. Ma gli insediamenti illegali si sono piazzati in tutte e tre le aree.

La di

Intanto nuovi outpost (insediamenti illegali dei coloni) continuano a nascere a macchia d’olio nel governatorato di Ramallah e Gerusalemme (in aree che dovrebbero essere sotto il totale controllo palestinese, secondo Oslo) e puntualmente arrivano pure gli attacchi.

A giugno sono state mandate via da Kobar (vicino a Ramallah) 29 persone, sempre a causa delle violenze dei coloni che da marzo hanno installato un nuovo outpost a 10 metri dal paese. Numerose aggressioni causate da un altro insediamento illegale sono avvenute a Al Mazra’a ash Sharqiya, sempre nella zona di Ramallah, dove sono state ferite 10 persone e incendiati beni ed edifici.

Assaliti i beduini

Ancora nelle ultime settimane i coloni hanno assalito anche i beduini di Ma’azi Jaba’, in Area C: trenta persone sono ora senza casa: le loro abitazioni sono state distrutte, date alle fiamme dal coloni. in attacchi nel centro di Nablus, tra il 3 e il 16 giugno lo Stato di Israele ha ucciso 5 palestinesi e ne ha feriti 140, tra cui 25 bambini.

Durante un’operazione particolarmente violenta, durata 30 ore, sempre a Nablus, cani addestrati, jeep militari lanciate a tutta velocità nella città vecchia e sparatorie a giugno hanno ferito numerosi palestinesi.

Cani d’attacco

Secondo un’inchiesta di Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) e The Guardian, gran parte di questi cani d’attacco, vere e proprie armi da guerra, provengono dell’Europa. Vengono addestrati da aziende specializzate che li vendono a Israele per essere utilizzati nei ranghi militari.

La divisione della West Bank e i governatorati

Questi episodi, tra quelli documentati, dimostrano l’escalation continua che protegge il regime di apartheid e l’impunità di cui godono i coloni della destra più accesa. Basta guardare una mappa per capire che la famosa ipotesi di divisione del territorio in due Stati, palestinese e israeliano, è diventata impossibile.

Ocha raccoglie i dati sul territorio relativi all’espansione delle coloni illegali e i check point nella West Bank. Gli insediamenti illegali sono in rosso scuro e in arancione i terreni sequestrati dai coloni.

A Massafer Yatta, sempre in zona C, il paese diventato famoso per il docufilm No Other Land, Israele ha deciso di recente che nascerà un campo di addestramento militare che occuperà l’intera area di circa 7 mila ettari. Il centro si chiama Firing 918 secondo una delibera dell’Higher Planning Council per la West Bank dello Stato israeliano.

Vietato ricorso

La decisione riguarda la cacciata di 2.800 persone sparpagliate in 12 villaggi dell’area. In pratica Israele si arroga il diritto di procedere alle demolizioni delle case e bocciare qualsiasi ricorso degli abitanti come quelli già presentati da alcune famiglie per attestare le proprietà delle terre.

Anche l’associazione israeliana B’tselem denuncia che nella West Bank “dall’attacco all’Iran, Israele ha bloccato del tutto la Cisgiordania, sono stati chiusi tutti i check point e le principali vie di comunicazione dei villaggi palestinesi, città e centri”.

IDF sta anche procedendo a far sgomberare i palestinesi dalle loro case per piazzarci dentro dei soldati che si accampano diversi giorni: è successo a Ramallah, Jenin, Hebron, al-Jalasun e Balatah. E’ stata assalita anche al-Maghazi-Jaba’ al-Khdeirat dove gli abitanti palestinesi hanno chiamato la polizia contro l’assalto dei coloni per finire arrestati in tre e diversi feriti.

Entrata bloccata

L’agenzia palestinese Wafa segnala che IDF sta cercando di chiudere in enclave la popolazione di diverse zone del governatorato di Tulkarem nel nord della Cisgiordania. Ad esempio 64 mila abitanti di Beit Lid nel governatorato di Tulkarem nel nord della Cisgiordania hanno l’entrata principale bloccata da un cancello appena installato.

Così succede anche per Ramin. Questo costringe le persone a deviazioni a piedi e in auto su strade secondarie sempre molto complesse, con parti da percorrere in terra battuta e spesso scavalcando barriere di terra rimossa e accatastata dai buldozer dell’esercito israeliano.

Le incognite per i palestinesi sono quotidiane. I tempi di percorrenza ignoti anche per pochi chilometri. Intanto i coloni hanno strade “statali” asfaltate, destinate solo agli israeliani, in modo da fare in pochi minuti decine di chilometri. Non si può definire questa una politica razzista? Peggio che nel Sudafrica dell’apartheid.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Iran-Israele-USA, fragile tregua: tutti hanno vinto ma solamente a parole

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
24 giugno 2025

Gli Usa impongono la guerra e poi la pace ma quello che ottengono è solo più caos, il programma atomico iraniano è salvo ma il regime perde peso geopolitico, Israele manipola gli Usa ma perde la sua invincibilità

Mentre il mondo assiste, nel silenzio delle sue istituzioni, ai continui colpi di scena in Medioriente, dove il diritto internazionale è stato calpestato più volte, arriva finalmente – 12 giorni e molte vittime dopo – una fragile tregua tra Israele, USA e Iran.

Proteste in America  contro la guerra in Iran

Tre Paesi che nei proclami cantano vittoria, ma che nella realtà hanno tutti perso qualcosa, con la stabilità della regione compromessa e tutti i dossier, dalla strage a Gaza al nucleare Iraniano, all’imperialismo americano decisamente peggiorati.

Iran accetta stop

All’alba di martedì 24 giugno è entrata in vigore una tregua che, dopo essere stati due volte attaccati a tradimento mentre erano in trattativa diplomatica, gli iraniani ovviamente non volevano. Ma che dopo il viaggio del ministro degli Esteri persiano in Russia, hanno accettato.

Il presidente Trump, dopo averli bombardati a sorpresa ha cantato vittoria e – in un panorama geopolitico tra l’assurdo e il grottesco – ha invitato alla pace. Atteggiamenti ambigui che hanno causato gravi danni, anche se negati a spada tratta.

Hanno creato una spaccatura nella sua componente politica principale, i cosiddetti Maga. Hanno scatenato proteste popolari estese in alcune importanti città degli Stati Uniti.

Hanno alterato il profilo (reale o propagandistico) della politica estera USA da sedicente “forza di pace” a forza che impone le trattative con le armi, anche a tradimento, creando un pessimo precedente che la rende molto poco credibile nel futuro.

Intervento militare illegale

Washington ha dato vita a un intervento militare platealmente illegale perché aggredire uno Stato sovrano bombardando le sue centrali nucleari è una delle cose più vietate dalle leggi internazionali. Ha anche scatenato le armi convenzionali più terribili che aveva, senza ottenere nulla di significativo. Perché i danni alle strutture nucleari iraniane non sono sufficienti a interrompere il programma atomico.

Bombardamenti di Israele in Iran

Israele, ugualmente, si è lasciata andare a trionfalismi sia per aver attaccato “finalmente” le centrali iraniane, sia per aver indotto, per non dire costretto gli Stati Uniti a entrare nel conflitto.

Ma se la distruzione “superficiale” o “totale” delle strutture di Fordow, Natanz, Isfahan e Arak, dove si trovano i principali complessi atomici iraniani, viene sbandierata come un successo per il futuro stesso di Israele, in realtà ha fornito agli iraniani una scusa legalmente inattaccabile per uscire dal Trattato di non Proliferazione Nucleare (TNP), e quindi da tutti gli eventuali futuri controlli.

Israele non è invincibile

L’Articolo 5 del TNP infatti prevede che in caso di pericolo per lo Stato aderente esso possa uscirne: e cosa c’è di più pericoloso di un’aggressione militare alle centrali nucleari, per un Paese?

Ma c’è di più. È vero che l’aggressione illegale all’Iran è solo una degli attacchi effettuate da Israele (dopo Libano, Siria, Iraq e Yemen) che non si è mai sentito in imbarazzo per la sua condotta, ma questa volta ci sono stati degli smacchi tali da “aver minato profondamente – come scrive Haaretz – l’idea che Israele aveva della sua invincibilità”.

E se il concetto propagandistico della “democrazia del Medioriente” è da tempo in discussione per le violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra a Gaza, e questo magari importa meno al governo di Netanyahu, importano, invece, quelli di “tecnologia superiore” e di “guerra lampo”.

Letteralmente squassati, il primo, dagli abbattimenti degli aerei di quinta generazione e dall’inefficacia degli scudi antimissile, e svanito, il secondo, dopo 12 giorni di bombardamenti reciproci senza vincitori. La fine di queste due certezze, unite alle città sventrate e alle fughe nei rifugi, ha avuto ricadute psicologiche pesantissime sulla popolazione.

Per entrambi, poi, USA e Israele – che nelle dichiarazioni volevano solo “fare la guerra al Nucleare iraniano” come aveva sostenuto Trump – il fallimento strategico è stato netto.

Complotto Washington – Tel Aviv

Come ha scoperto il New York Times, insieme preparavano da anni, coordinati, un colpo di Stato con minacce telefoniche agli ufficiali, autobombe, omicidi mirati, bombardamenti di palazzi e l’eliminazione di intere famiglie.

Le vittime, eccellenti e non, ci sono state e numerose, ma la catena dei militari si è ricostituita e gli ayatollah, che comandano molto meno di prima, sono comunque indenni nei loro ruoli. Perfino la morte di Khamenei non spaventa più il regime.

Agli iraniani e alla comunità internazionale poi, è ormai evidente che l’unico modo per non essere schiacciati dalla legge delle bombe non è la diplomazia – l’Iran era in piena trattativa con UE e Stati Uniti – ma possedere una deterrenza atomica.

Senza contare poi che attaccando l’Iran la popolazione è stata ricompattata al suo governo, o regime che dir si voglia, rendendo inutili le proteste popolari del 2022, con 500 morti e migliaia di arresti, che loro stessi avevano sponsorizzato e istigato. Di fatto usando e poi tradendo per la seconda volta (la prima era stata con il movimento “Onda Verde” del 2009) i giovani scesi in piazza a proprio rischio.

Teheran ha deluso supporter arabi

Anche l’Iran ha però molto di cui rammaricarsi. Accettando di rispondere ancora una volta in modo simbolico all’attacco USA, dopo che lo aveva fatto già in occasione delle precedenti aggressioni e degli omicidi eccellenti subiti, ha deluso molti dei suoi supporter arabi.

Le minacce di chiudere Hormuz, mai concretizzate, hanno inoltre tolto alla Repubblica islamica l’unica dimostrazione di forza che avrebbe scosso l’Occidente, perdendo grande peso geopolitico.

Ultima, fuori quadro, l’Europa. Che non ne ha azzeccata una, rimanendo a discutere di termini come “genocidio” di fronte ai crimini a Gaza, balbettando quando l’aggressione israeliana è passata sopra al negoziato europeo come uno schiacciasassi. E ancora restando smaccata quando nemmeno è stata avvertita dall’alleato a stelle e strisce dell’attacco, e infine quando la strada della pace è stata trovata altrove, a Washington e a Mosca.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com

Israele chiude l’export di gas: emergenza in Egitto ma danneggiata anche l’Italia

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Il Kenya urla giustizia per un giovane blogger assassinato in detenzione

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
23 giugno 2025

“Un padre non può accettare tanti soldi dallo stesso Stato kenyano che quasi certamente gli ha massacrato il figlio in carcere”.

Delusione, rabbia, indignazione. A meno di 3 settimane dalla morte sospetta di un noto blogger e insegnante, Albert Omondi Ojwang, 31 anni, padre di un bimbo di 2 mesi, non si placano in Kenya le proteste contro le forze dell’ordine e il governo.

Giovani indignati

L’ultimo a riassumere, l’altro giorno, lo stato d’animo della popolazione, soprattutto della generazione Z, è stato il popolare attore e attivista, Eric Omondi, 43 anni, in prima linea nelle manifestazioni di piazza per denunciare l’alto costo della vita e la disoccupazione giovanile.

Albert Omondi Ojwang, il giovane blogger-insegnante assassinato in detenzione

Eric, che è stato arrestato diverse volte dalla polizia antisommossa, ha espresso pubblicamente il suo disappunto nei confronti di Meshack Ojwang Opyio, genitore del defunto blogger. Eric ha puntato il dito sul fatto che papà Meshack ha accettato dal presidente William Ruto una donazione di 2 milioni di scellini (quasi 14 mila euro), una cifra enorme per una famiglia povera.

“Avevo fatto tanto per raccogliere fondi a sostegno della vedova e del figlio di Albert dopo la sua tragica fine mentre era sotto custodia della polizia. Non c’era bisogno di accettare soldi proprio dal presidente della Repubblica. Prendere denaro dal capo di uno Stato che riteniamo responsabile della morte di Albert è un atto sleale nei confronti dei cittadini che hanno donato per milioni di scellini oltre che un impedimento all’accertamento della verità”.

Primi rinvii a giudizio

Una richiesta di giustizia che è scattata subito, l’8 giugno scorso, non appena si è diffusa la notizia che Albert Omondi Ojwang era stato trovato senza vita in una cella della Polizia Centrale di Nairobi. E che oggi, 23 giugno, ha avuto una prima risposta: un ufficiale, tre poliziotti e altre persone sono state rinviate a giudizio per quell’omicidio dal procuratore generale dell’alta Corte di Kibera.

Dimostrazione a favore di Albert Omondi Ojwang

Albert, il 7 giugno, era stato prelevato dalla polizia mentre pranzava con la famiglia, condotto nella prigione di Homa Bay, cittadina del Kenya occidentale a 350 chilometri dalla capitale e poi trasportato a Nairobi.

Arrestato e ucciso per un post su X

L’accusa? Sarebbe ridicola se non avesse portato a conseguenze tragiche: aver pubblicato su X (ex Twitter) un post “diffamatorio” riguardante la corruzione nella Polizia e il viceispettore generale della polizia, Eliud Lagat, che aveva sporto denuncia.

La situazione precipita domenica mattina 8 giugno. Il giovane professore-blogger viene trovato esanime in cella. Secondo le dichiarazioni ufficiali della Polizia, “è morto suicida, con gravi ferite alla testa, presumibilmente autoinflitte, ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove è morto. Non è morto qui, in custodia. Trovato privo di sensi, è stato immediatamente trasportato all’ospedale di Mbagathi per le cure del caso, come documentato nel registro degli eventi numerato 9/08/06/2025 alle ore 1:39. All’arrivo, è stato dichiarato morto.

Versione ufficiale: suicidio

Un comunicato stampa reso pubblico l’8 giugno, (si può leggere nel sito ufficiale) conferma che l’arrestato si è ucciso picchiando la testa contro un muro della cella.

Ben diversa la versione fornita dall’avvocato della famiglia, Julius Juma. “Secondo le informazioni da noi raccolte non è morto, come dicono, nell’ospedale di Mbagathi (che sorge nel Kenyatta Golf Course, nella sotto-contea di Kibra, ndr), ma in custodia, poi portato direttamente all’obitorio.

Diversi altri aspetti restano poco chiari: le ragioni dell’arresto, le circostanze della detenzione, la causa della morte, la tenuta in isolamento quando avrebbe sbattuto la testa contro il muro. Il corpo di Albert – ha dichiarato ancora l’avvocato – presentava gravi ferite alla testa, bruciature alle mani e alle spalle. La testa era gonfia dappertutto, soprattutto nella parte frontale, nel naso e nell’orecchio. Tutte ferite che suggeriscono un possibile atto criminale. E’ necessaria un’indagine indipendente”.

I dubbi del legale sono stati condivisi anche dal quotidiano Daily Nation che il 9 giugno ha scritto: “Albert Ojwang non è morto per lesioni autoinflitte. E’ stato ucciso dallo Stato. È morto a causa di una cultura di polizia corrotta e brutale che considera le vite dei giovani kenioti come sacrificabili”.

Autopsia conferma uccisione

Il giorno successivo, 10 giugno, ecco che arrivano i risultati dell’autopsia. L’anatomopatologo governativo Berrnard Midia, ha confermato che Ojwang è stato ucciso. “Ha subito un trauma cranico e compressione del collo e altre ferite su tutto il corpo compatibili con un’aggressione. Se la testa fosse stata sbattuta contro il muro, ci sarebbero segni distintivi, come un’emorragia frontale – ha spiegato Midia –, ma l’emorragia che abbiamo notato sul cuoio capelluto era più estesa, sia sul viso che sui lati e sulla nuca. Se si considera il resto delle ferite in tutto il corpo, è improbabile che si tratti di ferite autoinflitte”. I medici hanno rilevato anche segni di colluttazione.

Nevnine Onyango, vedova del blogger assassinato

Quanto all’indagine indipendente, è stata richiesta a gran voce da gruppi per i diritti umani e anche da due ex presidenti della Corte Suprema, Willy Mutunga e David Maraga.

Il presidente della Law Society of Kenya, Faith Odhiambo, ha dichiarato “Come i keniani rispettano lo Stato di diritto, anche la polizia dovrebbe seguire la legge per garantire l’uguaglianz”.

Condanna di Amnesty

Amnesty International Kenya ha espresso una ferma condanna sull’accaduto : “ Nessun keniano dovrebbe perdere la vita mentre è sotto custodia della polizia. Le indagini devono essere rapide, i risultati devono essere resi pubblici e che gli ufficiali ritenuti responsabili devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni.  Gli agenti di polizia hanno il dovere legale e morale di garantire la sicurezza e il benessere di ogni persona sotto la loro custodia. Questo incidente è l’ennesimo duro monito dell’urgente necessità di trasparenza, responsabilità e riforme di vasta portata all’interno delle nostre istituzioni preposte all’applicazione della legge”.

Manifestazioni di massa si sono tenute a Nairobi, Mombasa, Kisumu e altre città con auto bruciate, barricate, cartelli e cori che dicevano: “Giustizia per Albert, smettetela di ucciderci”.

Ripetute uccisioni della polizia

In Kenya, le uccisioni da parte della polizia sono una sanguinosa realtà. Nel 2023, la Commissione nazionale keniota per i diritti umani ha registrato 61 manifestanti uccisi e 73 rapiti. Esattamente un annofa, durante la rivolta della Generazione Z contro la legge finanziaria, almeno 65 persone sono state uccise, migliaia arrestate e decine sono scomparse senza lasciare traccia. Il documentario della BBC “Blood Parliament” ha documentato gli omicidi commessi durante le proteste antitasse del 2024 e come gli alti ufficiali di polizia ordinassero ai loro agenti di “kuua, kuua” (“uccidere, uccidere” in kiswahili), prima di sparare a proiettili veri contro manifestanti disarmati. I quattro registi kenioti del documentario vennero subito arrestati (e poi rilasciati).

Di fronte alle pressioni della società civile, il Potere ha cercato di correre ai ripari.

Il 10 giugno il ODPP (l’ufficio del Direttore della Pubblica accusa) ha incaricato l’Autorità indipendente di vigilanza sulla polizia (IPOA) di indagare sull’incidente,

Anche se lo scetticismo su un’inchiesta “approfondita, imparziale e rapida”  era diffuso e palpabile, qualche risultato si è visto. E’ stato arrestato il tecnico, Kelvin Mutysiam Mutava, che aveva cancellato i filmati delle telecamere a circuito chiuso della stazione di polizia e gli hard disk mentre Eliud Lagat, il pezzo grosso da cui tutto ha avuto origine, è stato costretto a dimettersi (il 16 giugno dopo aver incontrato il presidente Ruto).

Oggi, davanti al procuratore generale, Renson Ingonga, sono comparsi il capo della Polizia di Nairobi, Samson Talaam, gli agenti John Mukhwana, Peter Kimani, e tre civili, John Gitau, Gin Abwao e Brian Njue. Tutti incriminati per l’omicidio. Come si legge anche nel comunicato ufficiale subito pubblicato online.

Nessun cenno invece al pesce grosso, Eliud Lagat. E questa scelta ha scatenato le proteste sui social: “Pagheranno i pesci piccoli. E chi ha dato gli ordini…?”

Procuratore generale al centro di polemiche

Il procuratore generale Ingonga, era già stato al centro delle polemiche. Appena il mese scorso sul sito Kurunzi news alcuni critici lo avevano accusato “di aver trasformato il suo ufficio in uno strumento politico dando priorità verso l’esecutivo rispetto alla giustizia” e di essere affetto da cecità selettiva.

La vedova di Albert, Nevin Onyango, ora anche giovane madre single (ha 27 anni), ma piena di coraggio, ha riassunto quelle che sono le angosce e le speranze dei cittadini.

Disperato appello della vedova

Nevin, come ha raccontato il canale TV Tuko.ke, era stata presentata da Albert ai suoi genitori solo nell’aprile scorso, anche se la loro relazione risaliva a tempo prima, rafforzata dalla fede cristiana e…calcistica (per il Manchester United): “Mai avrei immaginato che avrebbero bussato alla mia porta per sentirmi dire quello che vedevo tante volte in TV. Vogliamo vivere in un Paese sicuro, la polizia deve
smetterla di uccidere. So bene che nessuno mi ridarà mio marito, ma se venisse fatta giustizia mi sentirei in pace”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Polizia carica manifestanti

Gli oscuri misteri che circondano l’Iran e la bomba

Speciale per Africa ExPress
Sergio Pizzini
Milano 22 giugno 2025

Il programma nucleare iraniano aveva fin dall’inizio una struttura molto intrigante.
Prevedeva, in particolare la messa in opera ed in esercizio ad Arak di un reattore nucleare ad uranio naturale U238, contenente una concentrazione del 0.72 per cento dell’isotopo fissile U235, moderato ad acqua pesante. L’isotopo è un atomo dello stesso elemento chimico ma con un differente numero di massa atomica; cioè ugual numero di protoni ma differente numero di neutroni.

Ubicazione dei siti nucleari iraniani

Questo  tipo di reattore ha il vantaggio di poter usare l’uranio naturale come combustibile, ma lo svantaggio di basse  efficienze e la produzione di plutonio come scorie di processo. Reattori di questo tipo sono stati attivi in Europa per lungo tempo, ma sono andati tutti progressivamente  fuori esercizio.

Accordo con l’AIEA

Nel 2015, con un accordo con Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (International Atomic Energy Agency, IAEA), Iran accetta di mettere fuori esercizio  il reattore ed eliminare l’acqua pesante. Sembrerebbe, invece, che (il condizionale è d’obbligo) l’Iran abbia disatteso i termini dell’accordo ed  abbia messo fuori esercizio il suddetto reattore solo nel 2025, e per motivi imprecisati.

Nel frattempo erano stati comunque messi in funzione a Ifahan e Natanz  gli impianti per la produzione di uranio 238 arricchito di uranio 235, l’isotopo che consente di migliorare  l’efficienza del processo di fissione, e pertanto di un reattore nucleare che utilizzi come combustibile l’uranio  arricchito e la grafite come moderatore.

Natanz: Fuel Enrichment Plant

Il sito di Natanz, in particolare comprende il Fuel Enrichment Plant, progettato per ospitare operazioni di arricchimento su scala industriale.

Il processo di arricchimento prevede una chimica nota, consistente innanzitutto nella produzione di  esafluoruro di uranio (UF6), un solido che sublima (cioè passa dallo stato solido a quello gassoso, ndr) a bassa temperatura e che viene trasferito allo stato di vapore  a pressioni inferiori alla pressione ambiente in un sistema di centrifugazione, che permette la separazione  dell’isotopo 235 dall’isotopo 238.

Un arricchimento del 20 per cento garantisce eccellenti rese energetiche per un combustibile usato in  un  reattore nucleare, mentre un materiale arricchito all’ 80 per cento è ideale per la  costruzione di una bomba atomica.

L’accordo dell’Iran con l’AIEA, siglato nel 2015, prevedeva un arricchimento fino ad un modesto 3,67 per cento, ma nel 2019 l’Iran aveva deciso unilateralmente di portare comunque l’arricchimento al 5 per cento.

Accesso vietato

Pochi giorni prima dell’offensiva di Israele sull’Iran, l’AIEA, con il documento GOV/2025/38 dichiara che l’Iran non è in regola con gli obblighi di trasparenza, in particolare per non aver dichiarato con precisione la quantità e la qualità del materiale nucleare prodotto, e per aver impedito l’accesso a tre siti in località non dichiarate, Lavisan-Shian, Varamin e Turquzabat, dove erano state rilevate tracce di uranio introdotto con attività umane.

In un rapporto riservato dell’AIEA si legge che l’Iran avrebbe usato questi siti per portare l’arricchimento dell’uranio al 60 per cento, in quantità sufficiente alla fabbricazione di sei ordigni nucleari.

Il mio commento da modesto studioso è che già il reattore ad acqua pesante con uranio naturale era un mezzo per produrre plutonio da usare come combustibile per ordigni nucleari. L’abbandono del progetto probabilmente è stato dovuto non tanto ad una tardiva ottemperanza alla richiesta dell’ AIEA, quanto alla bassa produttività del processo, o a difficoltà di processare un materiale altamente radioattivo.

Teheran futura potenza nucleare

I dati ulteriori riportati più sopra in merito ad un chiaro avanzamento del progetto ed alla disponibilità di elevate quantità di uranio arricchito al 60 per cento sono chiara indicazione della volontà dell’Iran di diventare una potenza nucleare. Senza che USA  e Israele abbiano il diritto/dovere di bombardare i siti nucleari iraniani.

Sergio Pizzini*
*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Le mani di Trump sulle ricchezze del Congo: pronto il trattato di pace con il Ruanda

Africa ExPress
Washington, 21 giugno 2025

“Sono davvero felice dei risultati ottenuti. Insieme al segretario di Stato, Marco Rubio, siamo finalmente riusciti a concludere un meraviglioso trattato tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo per mettere fine alla loro guerra, che dura da decenni”. Con queste parole, scritte sul social network del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha dato sfogo alla sua gioia. Eppure il documento citato dal capo di Stato americano non è ancora stato siglato dai ministri competenti dei due Paesi.

Qualche mese fa il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha offerto agli Stati Uniti l’accesso esclusivo a minerali critici e progetti infrastrutturali in cambio di sostegno per riportare la pace nell’est del Paese.

Pace per business

Certo, i minerali del Congo-K fanno gola a Washington, ma con un conflitto di tale portata in atto è impossibile fare business. Pertanto gli USA hanno tutto l’interesse di promuovere una pace duratura nella parte orientale della RDC, volta a incentivare gli investimenti del settore privato statunitense nella regione.

Già qualche giorno fa, in un comunicato congiunto, le équipe tecniche di Kigali e Kinshasa, e Allison Hooker, sottosegretario per gli Affari Politici del governo Trump, hanno annunciato di aver preparato una bozza dell’accordo di pace, che in linea di massima dovrebbe essere siglato il 27 giugno prossimo da ministri dei due governi, in presenza del Segretario di Stato USA.

Soldati congolesi si dirigono al fronte

Il condizionale è d’obbligo, visto che in precedenza altri tentativi per arrivare a una soluzione per fermare il conflitto sono falliti. Il presidente angolano, João Lourenço, incaricato dall’Unione Africana come mediatore, ha dovuto gettare la spugna a fine marzo.

Retroscena

Va ricordato a questo punto che il presidente congolese, non appena salito al potere nel 2019, ha sempre manifestato molto interesse per Israele, anzi è uno strenuo difensore della causa dello Stato ebraico. Dunque di riflesso Felix Tshisekedi pone anche molta fiducia negli USA.

Nel 2019 Tel Aviv e Kinshasa avevano siglato un accordo di cooperazione in materia di sicurezza, in base al quale Israele si offriva di addestrare ed equipaggiare l’esercito congolese per combattere Allied Democratic Forces (ADF), un gruppo ribelle di origine ugandese, che dal 1995 opera per lo più nella parte orientale del Congo-K. Il raggruppamento armato ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). Nel 2021 gli Stati Uniti hanno inserito ADF nella lista dei gruppi terroristi.

Ma, appena scoppiata la guerra con Hamas, Netanyahu ha rimpatriato gli istruttori presenti in RDC. Addirittura Africa ExPress aveva trovato che uno dei testimoni, presentato come “oculare” degli stupri del 7 ottobre, citati dal New York Times, quel giorno si trovata in Congo-K, in una base militare dove si addestrano le truppe. Il capo di Stato congolese, comunque è stato tra i primi africani a sostenere Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.

Inoltre, uno dei più discussi uomini d’affari israeliano, il multimiliardario Dan Gertler, controlla vari siti minerari in Congo-K. E’ in ottime relazioni con la classe politica, passata e presente.

Dan Gertler

Nel corso degli anni, il nome di Gertler è stato collegato a ripetute accuse di corruzione. Nel maggio 2013, un rapporto pubblicato da Kofi Annan, ex segretario generale delle Nazioni Unite, ha rivelato le enormi perdite subite da Kinshasa a causa dei rapporti con le società estere di Gertler, facendo luce per la prima volta sull’entità di questo ingente danno economico.

Ma nel 2023 il leader congolese ha chiesto al presidente USA allora in carica, Joe Biden, di far annullare le sanzioni contro il multimiliardario israeliano, in quanto Kinshasa non ha più nessuna rimostranza nei confronti di Gertler e il suo gruppo.

Colloqui preliminari

Prima della stesura del trattato provvisorio, i tecnici dei due Paesi hanno avuto colloqui con la Hooker e Massad Boulos, consigliere principale per l’Africa di Washington, nonché consuocero del presidente. Il figlio Michael è sposato con Tiffany Trump.

Miliziani dell’M23 fotografati a Bukavu

Il documento preparato dalle parti contiene disposizioni su questioni quali il disarmo, l’integrazione dei gruppi armati non governativi e il ritorno dei rifugiati e degli sfollati e altro. E’ previsto anche il rilancio dell’economia con investimenti nelle infrastrutture e naturalmente nel settore minerario. Washington, attraverso la U.S. Development Finance Corporation (DFC), sta pianificando un programma di impegno finanziario, condizionato però alla stabilità del Paese.

Accuse reciproche

Finora il Ruanda ha sempre negato di appoggiare i ribelli M23, che comprende per lo più miliziani di origine tutsi. Kigali insiste sul fatto che la sua presenza militare nell’est del Congo-K è semplicemente una misura difensiva contro le minacce di gruppi armati come le FDLR (acronimo per Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda). Questo raggruppamento è composto in gran parte da hutu, legati al genocidio ruandese del 1994. E il governo di Paul Kagame accusa quello di Felix Tshisekedi di sostenere le FDLR, addebito che Kinshasa ovviamente ha sempre respinto.

Territori occupati

M23/AFC (AFC, acronimo per Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23, ndr) hanno preso il controllo di Goma, capoluogo del Nord-Kivu a fine gennaio. Poco dopo hanno conquistato anche Bukavu (nel Sud-Kivu). I ribelli hanno poi creato strutture di governance nelle regioni sotto il loro controllo.

Negli ultimi mesi sono state uccise migliaia di persone, mentre centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a fuggire dalle loro case per gli incessanti combattimenti.

Nel documento che dovrebbe essere siglato fra meno di una settimana restano ancora aperte parecchie questioni, soprattutto per quanto concerne i ribelli. Non è chiaro se e quando dovranno ritirarsi dalle zone occupate.

Questa guerra, come tutti conflitti, non terminerà semplicemente con una firma. Ci vuole tempo per riportare una pace duratura nell’est del Congo-K. Da oltre trent’anni i residenti non hanno conosciuto altro che sofferenza, violenza e distruzione. Il processo di pace richiede fiducia reciproca e una grande determinazione da parte di tutti gli attori coinvolti, come leader politici, organizzazioni internazionali e non per ultimo, la popolazione civile.

Africa ExPress
X: @africexp
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Congo-K: concessa la grazia presidenziale a tre americani sentenziati a morte per fallito golpe

Congo-K: i ribelli M23 entrano senza trovare resistenza nel capoluogo del Sud-Kivu

Come vedono gli americani la guerra tra Israele e Iran?

Con questo articolo Stefania Rigo de Righi,
italo americana con una lunga esperienza anche in Africa,
comincia la sua collaborazione con Africa ExPress 

Dalla Nostra Corrispondente dal Texas
Stefania Rigo de Righi
Austin, 20 giugno 2025

Quando sono stata invitata a scrivere questo articolo e a rispondere a questa domanda. La mia reazione iniziale è stata quella di chiedermi: come posso rappresentare le opinioni di questa nazione etnicamente, culturalmente e politicamente diversificata? Non posso certo parlare a nome di tutti gli americani.

Ho deciso di affrontare la questione con un duplice approccio: condividere la mia opinione personale e, dato che conosco americani ben informati provenienti da contesti molto diversi, condurre interviste informali chiedendo loro come vedono l’escalation dell’aggressione militare tra Israele e Iran.

Ciò che è chiaro è che tutti coloro che seguono la questione hanno delle opinioni – spesso radicate non nell’appartenenza politica, ma in valori profondamente personali e in punti di vista individuali – sulla storia dei disordini, delle guerre e delle conseguenze, intenzionali e non, dell’intervento militare statunitense in Medio Oriente.

Temi chiave trasversali a tutto lo spettro delle opinioni degli americani sugli eventi in corso in Israele e sull’attuale confronto con l’Iran.

Profonda preoccupazione

Profonda preoccupazione per la crisi umanitaria in corso – Ciò che emerge in primo luogo è un senso collettivo di sopraffazione per la crisi umanitaria. Ciò che sta accadendo a Gaza non è stato dimenticato. Il quotidiano verificarsi di abusi aggressivi e senza precedenti delle nostre libertà qui negli Stati Uniti, sta causando un senso di vulnerabilità e, in molti, veri traumi.

Striscia di Gaza

E ora questa escalation si aggiunge a tutto il resto. C’è un senso di disperazione e per molti di sconforto. Anche se non viene espresso a parole, l’ho sentito nelle voci e l’ho visto nelle espressioni di tutti quelli con cui ho parlato.

Sostegno a un intervento limitato degli Stati Uniti – La maggioranza degli americani con cui ho parlato ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero fornire sostegno difensivo a Israele, in particolare attraverso sistemi di difesa aerea per proteggere le aree civili.

Fermamente convinti

Alcuni sono fermamente convinti che siamo stati manipolati da Israele per fornire loro il sostegno militare che stiamo dando. E temono che saremo involontariamente trascinati in ulteriori interventi militari offensivi. Le persone che la pensano così hanno condiviso la loro convinzione che la nostra leadership sia debole e impreparata ad affrontare questa sfida. Le comunicazioni quotidiane caotiche del presidente Trump e del suo gabinetto lo confermano per molti.

Forte opposizione all’azione militare offensiva – Allo stesso tempo, c’è una chiara resistenza all’idea di un coinvolgimento militare degli Stati Uniti in qualsiasi operazione offensiva, in particolare con l’invio di truppe sul campo. I dolorosi ricordi dell’invasione dell’Iraq, della guerra prolungata in Afghanistan e della destabilizzazione che ne è seguita sono vividi nella memoria degli americani.

Cautela da parte della destra – L’anno scorso, durante la sua campagna presidenziale, Trump ha ripetutamente sottolineato l’importanza di evitare coinvolgimenti all’estero, in particolare in Medio Oriente. Questo gli viene ricordato ogni giorno e a gran voce dalla sua base. Ad esempio, molti ritengono che prendere di mira l’impianto nucleare iraniano di Fordow potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto dal quale non potrebbero uscire.

Favore globale

Alcuni vedono le azioni di Israele come un favore globale – Ci sono americani che credono che Israele stia agendo nell’interesse della più ampia comunità internazionale impedendo all’Iran di acquisire capacità nucleari.

Scetticismo nei confronti del cambio di regime – I discorsi sul cambio di regime in Iran sono accolti con profondo scetticismo e reale preoccupazione. Le persone con cui ho parlato ricordano ancora le conseguenze disastrose in Iraq e Afghanistan. L’Iran, sotto molti aspetti – militare, politico e di influenza regionale – è molto più temibile di quanto lo sia mai stato l’Iraq.

Le interviste che ho condotto mii hanno convinta, in primo luogo, a esprimere il mio profondo cordoglio per le vittime civili innocenti da entrambe le parti di questa escalation. Estendo la mia compassione agli americani che hanno familiari in Iran e Israele. Sono terrorizzati per le loro famiglie e i loro amici.

Leadership attuale

Non credo che la nostra attuale leadership politica e diplomatica sia all’altezza di questa sfida. Credo che Israele lo sappia e che ci supererà in astuzia per raggiungere i propri obiettivi in ogni fase. L’Iran è stato un cattivo attore ed è direttamente responsabile dei disordini nella regione che risalgono a decenni fa. Non si può permettere che sviluppi un’arma nucleare.

Però sono fortemente contrario a qualsiasi escalation offensiva. Dobbiamo sfruttare il nostro attuale coinvolgimento nella protezione di Israele per lavorare verso un’immediata de-escalation.

L’invio di apparecchi Stealth B-2 per bombardare gli impianti nucleari nel profondo dell’Iran porterebbe sicuramente a un’ulteriore escalation e avrebbe conseguenze a lungo termine, sconosciute e imprevedibili per la zona e per il mondo intero.

Tavolo delle trattative

È ingenuo pensare che l’Iran o Israele siano pronti a sedersi al tavolo delle trattative per cercare una soluzione diplomatica. È ancora più ingenuo pensare che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo significativo. In realtà sarebbe meglio se la leadership europea prendesse l’iniziativa e marginalizzasse il coinvolgimento degli Stati Uniti in una soluzione diplomatica.

Il mio più grande timore è che assisteremo a molte più morti e distruzione e che non ci sarà alcun vincitore. Ancora una volta, sarà la popolazione a pagarne il prezzo. Ci sarà una maggiore destabilizzazione in Medio Oriente. Potremmo assistere all’inizio di disordini che dureranno per diverse generazioni e a ulteriori violenze.

Io, che sono un eterna ottimista sotto ogni punto di vista, mi ritrovo profondamente pessimista e impotente. Posso solo ripiegare sulla compassione per coloro che stanno morendo e soffrendo in quella regione. A cominciare dai palestinesi a Gaza e dai civili innocenti sia in Israele che in Iran.

Le ingiustizie continuano a crescere e gli uomini al potere che prendono queste decisioni sembrano ritenere che il costo umano sia giustificato. Sembra che non impariamo nulla dalla storia. Come dice il proverbio, la storia continua a ripetersi.

Stefania Rigo de Righi
stefania.austin@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ecco l’articolo originale in inglese:

How Do Americans View the War Between Israel and Iran?

When I was invited to write this piece and answer this question. My initial reaction was to ask myself: How do I begin to represent the views of this ethnically, culturally, and politically diverse nation? I cannot possibly speak for all Americans. I decided to lean into the question with a two-prong approach: share my own opinion; and, since I know well informed Americans from a wide range of diverse backgrounds, I would conduct informal interviews asking for their opinion on how they view the escalating military aggression between Israel and Iran?

What is clear is that everyone paying attention has some opinions—and these views are often rooted not in party affiliation but in deeply personal values and personal views of the history of turmoil, wars and consequences both intended and not intended of U.S. military intervention in the Middle East.

Key Themes from Across the Spectrum of What Americans Think of the Unfolding Events in Israel and Iran’s current confrontation:

Deep Concern for the unfolding humanitarian crisis – What comes up first and foremost is a collective sense of overwhelm about the humanitarian crisis. What is happening in Gaza is not forgotten. The daily unfolding of aggressive and unprecedented abuses of our freedoms here in the US, are causing a sense of vulnerability and in many true traumas. And now this escalation on top of all that.  There is a sense of hopelessness and for many despair. Even if it’s not articulated, I heard it in the voices and saw it in the expression of all I spoke with.

Support for Limited US Intervention – A majority of Americans I spoke with believe the U.S. should provide defensive support to Israel, particularly through air defense systems to protect civilian areas. Some feel very strongly that we were manipulated by Israel into the military support we are giving them. And, fear we will unwittingly be drug into further offensive military interventions. The people that feel strongly about this shared that they believe our leadership is weak and un-prepared for this challenge. The chaotic daily communication from President Trump and his cabinet confirm this for many.

Strong Opposition to Offensive Military Action – At the same time, there is clear resistance to the idea of U.S. military involvement in any offensive operations, especially boots on the ground. The painful memories of the Iraq invasion, the prolonged war in Afghanistan, and the destabilization that followed are vivid memories for Americans.

Wariness on the Right –  Last year, during his campaign for President, Trump repeatedly emphasized avoiding foreign entanglements, particularly in the Middle East. He is being reminded this daily and loudly by his base. For instance, many believe targeting Iran’s Fordow nuclear facility could pull the U.S. into a conflict it can’t escape.

Some See Israel’s Actions as a Global Favor – There are Americans who believe Israel is acting in the interest of the broader international community by preventing Iran from acquiring nuclear capabilities.

Skepticism Toward Regime Change – Talk of regime change in Iran is met with deep skepticism and real concern. People I spoke with still recall the disastrous consequences in Iraq and Afghanistan. Iran, by most measures—military, political, and regional influence—is far more formidable than Iraq ever was

Finally, My View

Firstly, I want to express my deep sorrow for the innocent civilian casualties on both sides of this escalation. To Americans that have family in Iran and Israel I extend my compassion. They are terrified for their families and friends.

Personally, I do not believe our current political and diplomatic leadership is up to this challenge. I believe Israel know this and will outmaneuver us to meet their own objectives at every step. Iran has been a bad actor and is directly responsible for the unrest in the region going back decades. They cannot be permitted to develop a nuclear weapon.

I strongly oppose any offensive escalation. We must leverage our current involvement in protecting Israel to work towards an immediate de-escalation.

Sending B-2 Stealth bombers to bomb nuclear facilities deep into Iran would absolutely lead to further escalation and have long term, un-known and un-predictable consequences for the area and the world at large.

It is naïve to think either Iran or Israel is ready to go to the table to seek a diplomatic solution. It is even more naïve to think the United States can fulfill any meaningful role. It would actually be best if EU leadership took initiative and marginalized US involvement in a diplomatic solution.

My greatest fear is that we will witness much more death and destruction and that there will not be a winner. Once again, the general population will pay the price. There will be more de-stabilization in the Middle East. We may be witnessing the beginning of a multi-generational unrest and further violence.

In conclusion, I an eternal optimist by any measure find myself deeply pessimistic and powerless. I can only fall back into compassion for those who are dying and suffering in that region. Starting with the Palestinians in Gaza and innocent civilians in both Israel and Iran. The injustices continue to grow and the men in power who make these decisions seem to feel the human cost is worth it. We seem to learn nothing from history. As the saying goes it continues to repeat itself.

Stefania Rigo de Righi
stefania.austin@gmail.com

Quando la propaganda ammazza l’informazione

Speciale Per Africa ExPress
Livia Bidioli
20 giugno 2025

Propaganda come Liberazione. Le guerre permanenti. Il mio titolo è fuorviante, lo so, allo stesso modo del messaggio orwelliano, tipicamente da 1984, che chiama “Rivoluzione” la nascita dello stato totalitario di 1984 immaginato da Erich Arthur Blair, in arte, George Orwell.

Questo perchè la prima cosa che farà la Propaganda, volutamente scritta con la lettera maiuscola, sarà “ammaliarti”, ovvero affascinarti, condurti seco, dalla sua parte. Come si fa? Convincendoti che sta facendo il tuo bene e difendendoti dai tuoi nemici.

Massacro di operai

Uno dei massimi esperti, è stato Joseph Goebbels (Paul Joseph Goebbels: Rheydt, 29 ottobre 1897 – Berlino, 1º maggio 1945; Ministro della Propaganda e dell’Istruzione del Terzo Reich) istruito da “Poison” Ivy Lee – che ha ripulito Rockfeller dall’onta del massacro dei suoi operai a Ludow nel 1921, mentre erano in sciopero – che a sua volta è stato a lezione da Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, che ha formato il Creel Committee (CPI; Committee on Public Information) nel 1917 insieme a Walter Lippmann, per convincere gli Americani che il nemico era la Germania ed era giusto entrarci in guerra.

Giusto o sbagliato che sia, il punto è che, come ha scritto lo stesso Lippmann in “Public Opinion” (1922), chiamandolo “The manifacture of consent” (la fabbricazione del consenso), l’opinione pubblica crede a quello che le viene servito su un piatto d’argento e ripetuto da mane a sera, una sorta di refrain ipnotico che produce il “convincimento” che l’opinione o la “convinzione”, che si è creata, sia sua e non prodotta in outbound dalla Propaganda.

A tergo consiglio il libro di Noam Chomsky e Lee Herman intitolato, proprio in riferimento a Lippmann, “Manifacturing Consent”(1988) per approfondire.

Nemico Unico

Ritorniamo a Joseph Goebbels, che ha molto da insegnare in questo senso e va preso alla lettera per capire come si sono succedute svariate tecniche, strategiche e tattiche per obbligare ad un pensiero comune e non critico. La prima regola della Propaganda è il Principio della Semplificazione e del Nemico Unico: prendiamo la situazione odierna, per esempio, al posto della Germania della prima guerra mondiale, mettiamo la Russia in Europa e l’Iran in Medio Oriente.

La Russia viene declinata come stato totalitario e aggressore dell’Ucraina. Si sorvola però su un punto fondamentale, che non viene mai citato: il tradimento dei due Trattati internazionali, sotto egida OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) di Minsk (2014-2015), che volevano la fine del conflitto a fuoco iniziata il 20 febbraio 2014, dopo la caduta dell’ultimo governo filorusso di Janukovich e l’inizio delle proteste ribattezzate Euromaidan.

Un altro aspetto sul quale si sorvola sono gli 800.000 profughi del Donbass fuggiti in Russia per scampare allo sterminio in atto dal 2014 e gli oltre 15000 morti tra separatisti, ucraini e civili. Questo prima del 22 febbraio 2022.

Mire espansionistiche

I negoziati per porre fine alla guerra russo-ucraina sono stati rifiutati fin dall’inizio, anzi, ora ci viene raccontato che la Russia ha mire espansionistiche in Europa e la Comunità Europea giustifica così REARM Europe, in primis la Germania.

Medio Oriente: Israele ha il diritto di difendersi da Hamas però l’Iran non da Israele. I cattivi sono solo questi ultimi, quindi il regime va spodestato con ogni mezzo e Merz, alla guida della Germania asserisce: “Dobbiamo ringraziare Israele perché sta facendo il lavoro sporco per noi.”

Inteso: eliminare i capi militari e di Stato iraniani, questo in quanto si tratta di una nazione antidemocratica che, si sa, non ha diritto all’esistenza. Però la Corea del Nord, in quanto ha l’atomica già a disposizione, invece, può continuare ad esistere con a capo Kim.

Tour turistici

Da notare che fra tutti i Paesi del Medio Oriente, il più democratico rimane sempre Israele, nonostante lo sterminio di oltre 50.000 civili nella striscia di Gaza, per la  maggior parte bambini e donne. Questi ultimi hanno vinto anche un superbonus: vengono usati come protagonisti-vittime di “tour turistici” (fonte: Cartabianca di Bianca Berlinguer), financo quando vengono colpiti dalle pallottole avvicinandosi alle rare razioni di cibo ed acqua che Israele, stato democratico, fornisce attraverso il GHF che ha sostituito il “terrorista”, secondo lui, UNRWA, inviato dall’ONU, le Nazioni Unite.

La Liberazione di Gaza, come dell’Iran, come dell’Ucraina, finisce col coincidere con la guerra permanente: War is Peace. titolava uno dei tre slogan di 1984, la guerra è pace e la proseguono per liberarci dal Nemico. Hamas, Russia e Iran sono il nostro nemico.

D’altronde, gli Stati Uniti sono gli Amici, da sempre considerati democratici, anche qualora buttassero un’altra atomica; l’Iran, l’atomica non ce l’ha, come l’Iraq non aveva il gas nervino, però, essendo non democratico, ha tutta la necessità di essere abbattuto. A quale prezzo?

Livia Bidioli

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Israele mitraglia a sangue freddo la folla in cerca di cibo nei centri di distribuzione americani: centinaia di morti

 

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
19 giugno 2025

Vaid Pillay, presidente della Commissione Internazionale di Inchiesta delle Nazioni Unite (creata già nel 2021 per le violazioni di Israele nei territori palestinesi occupati) ieri ha detto a Ginevra di ritenere “scandaloso” l’appoggio statunitense alla Fondazione umanitaria di Gaza (GHF) criticata da tempo dall’ONU per i suoi metodi.

“Succede, come constatiamo tutti i giorni – ha spiegato Pullay – che la gente che va nei centri di distribuzione, viene uccisa mentre cerca del cibo”. Dall’apertura di 4 dei 5 siti di GHF previsti a Gaza si verificano quasi quotidianamente mattanze. Pur sostenendo di aver distribuito quasi 28 milioni di pasti, anche oggi nella Striscia, secondo il governo di Hamas, sono stati ammazzati 47 palestinesi.

In rosso i centri di attività di Gaza Humanitarian Foundation (GHF)

L’esercito israeliano e i contractor assoldati nella cosiddetta operazione umanitaria sparano tutti i giorni sulla folla che accorre in cerca di alimenti. Non sembrano operazioni volte alla distribuzione degli aiuti come si cerca di far credere all’opinione pubblica.

Da fonti di Africa ExPress ci sono anche contractor italiani impegnati con la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) con sede a Delaware negli USA, l’azienda che Israele ha imposto a Gaza dopo aver delegittimato UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente). Quindi – come si può facilmente dedurre non vengono assunti operatori umanitari ma cecchini.

Quattro centri

Ogni giorni si registrano morti nelle quattro sedi di distribuzione di GHF, un fatto anomalo che conferma l’intento genocidario in corso, per fame e per armi. Ieri sono state uccise almeno 61 persone a Khan Younis: cercavano da mangiare. Altri 397 sono state ferite.

I testimoni oculari presenti due giorni fa sulla scena, sono stati sentiti da Al Jazeera, hanno dichiarato di aver visto carri armati sparare da terra mentre altre bombe cadevano da droni, senza alcun avvertimento. Sempre lo stesso giorno un altro palestinese è morto, mentre altri sei hanno riportato lesioni nei pressi di un altro centro gestito da GHF, vicino al corridoio di Netzarim, a sud di Gaza City.

A Gaza si muore durante la distribuzione di generi alimentari

In tre settimane di attività della Fondazione sono state uccise quindi almeno 300 persone. GHF ovviamente rivendica, invece, di aver distribuito migliaia di pasti e IDF (esercito israeliano) dice di esser dispiaciuto per gli incidenti e di aver aperto varie indagini.

Altre due compagnie

La presenza dei cosiddetti operatori umanitari di due compagnie sconosciute in supporto dell’americana Gaza Humanitarian Foundation ha destato perplessità già a metà maggio sul giornale israeliano Haaretz. Si tratta di due società pressoché sconosciute: Safe Reach Solutions e UG Solutions.

Si internet si trovano alcune informazioni sulle due società, investigate dai giornali americani: per la SRS si può leggere qui: https://thegrayzone.com/2025/01/24/gaza-checkpoint-contractor-wealth-management-firm/ .
Per la UG soluzions si può leggere qualcosa qui: https://eu.citizen-times.com/story/news/2025/01/31/north-carolina-security-firm-sending-armed-contractors-to-gaza-checkpoint/78049385007/

E’ sconosciuta la reale sede legale di entrambi, si sa solamente che è negli USA. Per la prima, da un sito molto scarno, si apprende che sta cercando personale tecnico, specialisti in operazioni umanitarie, un capo staff. Viene precisato che il personale deve “essere disposto a lavorare in regioni di conflitto e instabilità, in aree con infrastrutture limitate ed elevati rischi”.

Scheda precompilata

Si possono inviate i curricula su una scheda precompilata. Neppure sulle informative privacy c’è una sede, né un responsabile per il trattamento dei dati, per eventuali controversie con cittadini UE è stata scelta l’Authority della Romania, a metà classifica sui Paesi UE per numero di provvedimenti in materia.

Pista rumena

La Romania è già stata al centro di indagini giornalistiche e non. Anche noi di Africa ExPress abbiamo pubblica to una serie di articoli riguardanti Horatiu Potra e il suo gruppo di mercenari in diversi contesti africani, l’ultima volta in Congo K. Nel Paese prosperano società di sicurezza legate a gruppi dichiaratamente fascisti.

Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

Oltre all’inchiesta della BBC che abbiamo pubblicato, anche media statunitensi si sono insospettiti su queste fantomatiche aziende incaricate della distribuzione degli aiuti, una foglia di fico che nasconde contractor pronti ad uccidere.

La BBC alla ricerca di risposte sull’agenzia fantasma di aiuti umanitari sostenuta dagli USA a Gaza

Un’inchiesta di CBN ha messo in luce che GHF avrebbe assoldato 300 contractor, vale a dire mercenari impiegati in guerre sporche, non in operazioni umanitarie. GHF avrebbe anche cercato di aprire una sorta di filiale in Svizzera. Ma nel mese di maggio sono emerse delle irregolarità sulla registrazione di questo ufficio secondario di GHF.

Misteriosamente la società che ha la sede principale a Delaware (una sede fantasma come assodato dalla BBC) avrebbe deciso di aprire un’attività, una sorta di filiale in Svizzera, per raccogliere donazioni di soggetti che non “desiderano” fare versamenti negli Usa.

Vaso di Pandora

Ad aprire il vaso di Pandora, è stata Trial International, una ong elvetica che si occupa di illeciti societari https://trialinternational.org/. Trial il 23 maggio ha fatto due ricorsi, uno alla Supervisory Authority sulle Foundazioni (ASF) e l’altro al Dipartimento Federale sugli Affari esteri (FDFA) della Confederazione.

I due appelli sono relativi proprio alle “attività di GHF in Svizzera”, anche alla luce anche del fatto che il paese elvetico è depositario della Convenzione di Ginevra. Trial chiede in particolare di indagare sui servizi delle compagnie di “private security” e di valutare i rischi della militarizzazione degli aiuti a Gaza.

Il comunicato di Trial sull’inchiesta sulla filiale svizzera di Gaza Humanitarian Foundation

Secondo quanto poi pubblicato da CBN, la registrazione della società in Svizzera risale a gennaio e febbraio di quest’anno. Ma la ‘filiale’ non risponde alle norme legali vigenti (“vari obblighi di natura legale”, si legge in un documento). Ad esempio non ha tre membri del Cda residenti in Svizzera, non ha un conto bancario e un indirizzo.

https://www.cbsnews.com/news/gaza-humanitarian-foundation-ghf-breaching-rules-switzerland-authorities-say/

Tutto questo avviene a Gaza, mentre infuria la guerra contro l’Iran che “tra un anno avrebbe potuto avere l’atomica”, secondo informazioni tutte da verificare. C’è una volontà evidente di Israele di distogliere l’attenzione da Gaza; i continui omicidi della popolazione di Gaza preludono a una Soluzione finale perché non si possono tollerare decine di morti al giorno nella Striscia; di fatto è impossibile la verifica diretta degli eventi a Gaza da parte della stampa internazionale e arriva notizia anche continui black-out sulla rete internet proprio per evitare che i palestinesi sopravvissuti a quasi tre anni di guerra mandino segnali e testimonianze fuori.

Vittime complessive

Intanto il numero ufficiale dei morti complessivi di Gaza potrebbe essere sbagliato, molto molto sbagliato per difetto: uno studio di Harvard sull’elaborazione di immagini satellitari stima che siano ancora vivi 1 milione e 850 mila persone quindi mancano all’appello 450 mila palestinesi, che includono i morti e chi è riuscito a scappare. Ne ha parlato solo Pressenza in Italia.

Potete leggere il testo per intero qui: Garb, Yaakov, 2025, “The Israeli/American/GHF “aid distribution” compounds in Gaza: Dataset and initial analysis of location, context, and internal structure”, https://doi.org/10.7910/DVN/QB75LB, Harvard Dataverse, V1

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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