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I fanatici di Israele che l’hanno l’atomica: “Niente bomba all’Iran perché sono fanatici”

Speciale per Africa ExPress
Pino Nicotri
9 luglio 2025

Le recenti dichiarazioni del docente israeliano Benny Morris al Corriere della Sera http://www.inpiu.net/storie/20250621/28758/benny_morris_la_societ_israeliana_molto_pi_unita_sullattacco_alliran_che_su_quello_a_gaza/ esprimono di fatto la convinzione che molti di noi in Occidente abbiamo.

Infatti, quando il giornalista Lorenzo Cremonesi domanda a Morris: “Gli iraniani chiedono: perché Israele può avere l’atomica e noi no?”, Morris risponde così: “Perché noi siamo una società democratica occidentale e loro sono un regime fanatico messianico islamico”.

Iran e la bomba atomica

Cremonesi insiste: “E i gruppi messianici fanatici che sostengono Netanyahu?”

Risposta: “Sono piccole minoranze. Almeno per ora. Ma in Iran i fanatici hanno il controllo del bottone rosso”.

Cremonesi: “Come finirà?”.

Morris: “Occorre forzare gli iraniani a rinunciare alla Bomba”.

Cremonesi va al sodo: “Se non avvenisse?”.

Morris: “Finirebbe male. Israele messo nell’angolo potrebbe ricorrere a bombe atomiche tattiche”.

Come si vede, in Israele non è solo Netanyahu a ventilare il lancio di atomiche – “preventive” come i recenti bombardamenti e omicidi mirati di scienziati nucleari – su un Iran privo di atomiche. Si tratta di una possibilità ammessa – e di fatto non troppo velatamente auspicata – anche da parti importanti e rappresentative della società civile e intellettuale israeliana.

Allora anche Germania società democratica

Morris però nelle sue risposte dimentica un particolare, che assolutamente non si può dimenticare e anzi è doveroso tenere presente: La Germania d’anteguerra, oltre ad essere il Paese più colto dell’intera Europa, era “una società democratica occidentale”, cosa che però non ha impedito l’avvento del nazismo e lo sterminio negli appositi campi di concentramento di milioni di ebrei, “zingari”, oppositori politici, diversamente abili, religiosi e prigionieri di guerra.

Il ampo di concentramento di Auschwitz

Nulla quindi garantisce che Israele sia e resti sempre immune da eventuali imbarbarimenti politici. Tanto più che lo stesso Morris riconosce che già adesso nel governo Netanyahu ci sono “gruppi messianici fanatici”.

Morris però vuole rassicurare l’intervistatore, e quindi l’opinione pubblica italiana, specificando che “sono piccole minoranze”. Ma per onestà intellettuale aggiunge uno scaramantico ma meno tranquillizzante “Almeno per ora”.

E in futuro?

L’accanimento ormai maniacale contro l’Iran, che non deve avere bombe nucleari perché correrebbe a lanciarle su Israele, che di ordigni atomici ne ha invece in abbondanza senza che nessuno sollevi obiezioni, oltre a essere una grande prepotenza basata sulla legge del più forte e sul principio “due pesi, due misure, denota una concezione iper razzista dell’Iran: ritenuto infatti evidentemente un Paese trogloditico dominato dall’ossessione di bombardare Israele con le atomiche. Concezione però che oltre a essere iper razzista cozza contro vari ostacoli, alcuni dei quali insuperabili.

Bombardando Israele con le atomiche l’Iran colpirebbe anche gli oltre due milioni di musulmani palestinesi che vivono dentro Israele e il fallout radioattivo colpirebbe gli altri milioni di musulmani palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania. Non è molto realistico credere che un Paese musulmano colpirebbe con un olocausto masse di musulmani contro i quali oltretutto non è in lotta, anzi a quanto si dice ne aiuta l’organizzazione chiamata Hamas.

Date le distanze, Israele prima dell’arrivo degli ordigni nucleari iraniani avrebbe tutto il tempo di reagire lanciando una grandinata dei suoi. A tale proposito vale la pena notare che mentre l’Iran non ha mai minacciato di bombardare Israele, con o senza le atomiche, altrettanto non si può dire di Israele.

Storia antica

Netanyahu infatti ha in mente di bombardare Teheran con le atomiche almeno dal 2006, come ha pubblicamente dichiarato nel settembre di quell’anno a un convengo internazionale durato tre giorni nell’israeliana Marc Rich University di Herzliya  https://www.glistatigenerali.com/esteri/geopolitica/netanyahu-ed-il-sogno-della-grande-bomba/, specificando che si tratta solo di aspettare il momento adatto: “La questione non è se bombardare Teheran con i missili nucleari. La questione è: quando”.

Le dichiarazioni rilasciate nel 2012 dalla signora Hilary Clinton, moglie del già presidente Bill Clinton, all’epoca segretaria di Stato del presidente Barack Obama, in precedenza senatrice e in seguito prima donna candidata alla presidenza degli USA: “Il governo di Teheran non farebbe in tempo neppure a mettere il primo missile in posizione di lancio che verrebbe ridotto all’epoca delle caverne”.  https://archivio.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/attacco-di-israele-iran-perche-e-impossibile-1328946/.

Minaccia esagerata

Minaccia esagerata, ma non campata per aria. Gli USA infatti oltre a tenere sotto continua osservazione satellitare le basi missilistiche iraniane hanno missili con testate nucleari sulle navi e sommergibili sempre presenti nel Mediterraneo e nel Golfo Persico o Arabico che dir si voglia.

Teniamo presente che già nel 2010, cioè 15 anni fa, la signora Clinton sosteneva che “l’Iran continua a portare avanti il suo programma di armi nucleari” https://www.repubblica.it/esteri/2010/02/15/news/iran_dittatura-2303405/ e assicurava che gli USA avrebbero fatto di tutto per impedirlo. Sono passati 15 anni, e l’Iran di atomiche non ne ha prodotte neppure una.

Hilary Clinton parlava di produzione iraniana imminente di ordigni nucleari già 15 anni fa, ma l’attuale premier israeliano Benjamin Netanyahu lo ripete da addirittura 30 anni https://www.lindipendente.online/2025/06/18/netanyahu-30-anni-di-menzogne-e-allarmismo-sul-programma-nucleare-iraniano/: a partire cioè da quando nel 2005 ha scritto il libro intitolato Lotta al terrorismo.

Equilibrio e assenza di guerra

Chiacchiere e “al lupo, al lupo!” a parte, l’eventuale possesso di atomiche iraniane per quanto possa parere paradossale garantirebbe invece un equilibrio e l’assenza di guerre con Israele esattamente come le atomiche dell’India e del Pakistan garantiscono la mancanza di guerra seria tra loro.

E dire che questi due Paesi sono da sempre nemici giurati che si guardano in cagnesco non solo per la diversità delle rispettive religioni, ma anche e forse soprattutto per il possesso del Kashmir, causa periodica di scontri militari per fortuna limitati e circoscritti proprio grazie alle atomiche di entrambi.

Idem per quanto riguarda le due Coree. La Corea del Nord non viene attaccata dagli USA e dalla Corea del Sud perché ha le atomiche e a sua volta non attacca la Corea del Sud perché nel suo mare ci sono navi militari USA a loro volta zeppe di ordigni nucleari. E così la Corea del Nord, grazie anche ai grandi risparmi che il possesso di atomiche le permette in materia di armamenti classici, in questi giorni ha inaugurato una bella e lunga riviera marina del Wonsan  https://www.repubblica.it/esteri/2025/06/26/video/la_corea_del_nord_punta_al_turismo_pronta_la_riviera_del_wonsan_la_spettacolare_inaugurazione-424692864/ confermando che punta sul turismo. E perciò necessariamente sulla pace.

Pino Nicotri
pinonicotri@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’Occidente vuol rimodellare il Medio Oriente. E Gaza dov’è?

EDITORIALE
Federica Iezzi
Di ritorno da Gaza City, 08 luglio 2025

Ci sono decenni in cui non accade nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni“. Così scriveva profeticamente Lenin in piena prima guerra mondiale.

Israele è arrivato scioccamente di fronte a un cupo dilemma strategico. E l’Iran ne è il protagonista. Non può distruggere il programma nucleare iraniano senza l’aiuto militare degli Stati Uniti. Né tantomeno può indurre un cambio di regime, impresa che gli Stati Uniti non sono riusciti a realizzare nonostante decenni di sforzi.

Entering the Middle East [photo credit The Dallas morning news]
E allora Netanyahu sta cercando freneticamente di trascinare gli Stati Uniti in guerra. La sua vera ambizione? Impedire negoziati tra Washington e Teheran.

La base di Trump – l’alleanza MAGA (Make America Great Again), gli alfieri del trumpismo – si oppone fermamente a un altro conflitto in Medio Oriente. Una guerra con l’Iran potrebbe mettere a repentaglio la sua agenda interna e infiammare le tensioni con rivali geopolitici come la Cina.

Dall’Afghanistan all’Iraq, la storia ha ampiamente dimostrato che gli interventi militari statunitensi non hanno mai portato la pace. Al contrario, hanno lasciato devastazione e seminato odio, danneggiando profondamente anche la società americana.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno rovesciato Saddam Hussein, trasformando il più grande e pericoloso vicino dell’Iran da nemico a vassallo ancor prima che le milizie di Teheran salvassero Baghdad dall’ISIS.

Le forze inviate dall’Iran in Siria hanno svolto un doppio compito, preservando il regime di Assad e aprendo al contempo un canale di approvvigionamento di armi a Hezbollah, milizia sostenuta dall’Iran. Con base in Libano, Hezbollah era il fiore all’occhiello dell’Asse della Resistenza che l’Iran aveva schierato contro Israele.

È dai tempi dell’amministrazione Bush che si elabora un piano radicale per rimodellare il Medio Oriente a favore di Israele. Dopo aver rovesciato l’Afghanistan, il piano prevedeva di invadere e smantellare sette paesi a maggioranza musulmana: Iraq, Libano, Siria, Libia, Sudan, Somalia e, infine, l’Iran. Le forze filo-israeliane negli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale nel guidare l’invasione dell’Iraq.

Per oltre 80 anni, l’opposizione a Israele ha caratterizzato il Medio Oriente. Per la Repubblica Islamica dell’Iran, lo è ancora. L’allontanamento dello Stato israeliano dalle terre islamiche è fondamentale per l’ideologia della Rivoluzione islamica del 1979, che ha posto l’Iran nell’improbabile ruolo di leader del mondo musulmano.

Così, alla vigilia del 7 ottobre 2023, i leader di Hamas, l’unico nodo palestinese di spicco dell’asse, avevano motivo di supporre che, dopo aver violato le difese israeliane nella Striscia di Gaza ed essersi riversati in Israele a migliaia, non avrebbero combattuto a lungo da soli.

Ma l’asse della resistenza si è opposto a malapena. La verità è nelle parole dell’Ayatollah Khomeini, creatore del sistema teocratico che governa l’Iran, “La preservazione del sistema è la massima priorità”.

Quella a Gaza è una guerra che Israele non si aspettava e che non ha alcun piano per vincere, perché in fondo non è una questione militare. La questione palestinese sarà ancora in sospeso quando gli scontri cesseranno. La guerra contro l’Iran, al contrario, è una guerra che Israele ha pianificato per anni, e che ha aperto con una strategia di inganni e attacchi di precisione contro siti missilistici.

L’Iran non è Gaza. È uno stato sovrano di circa 90 milioni di persone. Il suo territorio ostacola le invasioni, la sua profondità assorbe gli attacchi e i suoi missili penetrano in profondità in Israele. È stato sanzionato, sabotato, assassinato, eppure resiste ancora, continua a contrattaccare.

Per la prima volta dal 1948, le città israeliane sono sotto un fuoco continuo. L’illusione di immunità è svanita. E Israele non può dichiararsi vittima. Non quando detiene le bombe, le armi nucleari, il sostegno di ogni potenza occidentale. Non quando ha trascorso decenni ad attaccare gli altri impunemente.

In una discussione che si trascina negli anni, come la questione israelo-palestinese, qualunque sia l’argomento, arriva sempre un momento in cui la probabilità di vedere apparire un paragone con i crimini del Terzo Reich diventa certa. Tutti conoscono in linea di principio questa trappola, che consiste nell’utilizzare un paragone esagerato e storicamente errato, per screditare l’avversario. E la gloria che raccoglie questa trappola è un preoccupante segno dei tempi, che tende a diventare la malattia cronica delle democrazie.

Morte e distruzione nella striscia di Gaza

Israele è ora governato, apertamente e orgogliosamente, da fanatici. I ministri minacciano l’annientamento. I coloni gridano slogan di genocidio. I soldati si filmano mentre demoliscono case e posano con la lingerie delle donne che hanno sfrattato e ucciso.

L’obiettivo, a quanto pare, è quello di creare le condizioni per quella che sarebbe la più grande operazione di pulizia etnica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Affermare che “non un solo chicco di grano entrerà a Gaza” (Bezalel Yoel Smotrich) è una flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. È impossibile non vedervi un intento di sterminio. Non è meno grave di quello accertato in passato dalla giustizia internazionale a Srebrenica e in Ruanda.

Sia chiaro: Israele non è mai stato solo uno Stato. È stato creato come colonia occidentale per sostituire gli imperi in ritirata di Gran Bretagna e Francia. Gli Stati Uniti sono intervenuti, assumendo il ruolo di esecutore regionale, sostenendo i tiranni, assicurandosi il petrolio e reprimendo la resistenza. L’obiettivo non è mai cambiato: soggiogare la regione, estrarne le ricchezze, mettere a tacere la sua popolazione.

Ma questa volta, la strategia sta fallendo. La storia si muove. E potrebbe non muoversi a favore dell’Occidente.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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ONU boccia richiesta della dittatura Eritrea: niente stop a indagini sulle violazioni dei diritti umani

Africa ExPress
Ginevra, 6 luglio 2025

Il Consiglio dei Diritti Umani (UNHRC), organismo delle Nazioni Unite, ha bocciato venerdì scorso la mozione presentata dall’Eritrea per porre fine al mandato di un esperto indipendente, incaricato di indagare sulle possibili violazioni dei diritti fondamentali nel Paese. Il fatto di aver rigettato la richiesta di Asmara è stato davvero importante perché volto a evitare eventuali impunità.

Appoggio di soli 4 Stati

Il tentativo dell’Eritrea della revoca del mandato è fallito totalmente. Solamente 4 Stati hanno votato a favore (Bolivia, Cina, Cuba e Sudan, l’unico Paese africano), 18 si sono astenuti, mentre 25 hanno espresso il loro NO in modo palese, tra questi l’Etiopia, ormai da tempo nuovamente il peggiore nemico di Asmara.

Il rappresentante dell’Eritrea al Consiglio dei Diritti Umani, Habtom Zerai Ghirmai, si è scagliato contro la decisione, accusando l’UE di essere affetta da “complesso di mentalità salvatrice neocoloniale”.

La Cina ha appoggiato la mozione dell’Eritrea, sostenendo che tali mandati sono un uso improprio delle risorse internazionali.

Anche il Sudan, Paese in guerra dall’aprile 2023, confinante con la nostra ex colonia, ha appoggiato il governo di Asmara. Lo scorso aprile il de facto presidente sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, ha incontrato il suo omologo eritreo, Isaias Aferworki, a Asmara. In tale occasione i due leader hanno discusso di cooperazione, della situazione nell’ex protettorato anglo-egiziano, di questioni regionali e internazionali. Insomma è chiaro che Khartoum in questo momento storico non vuole crearsi altri problemi, dunque meglio non inimicarsi un “vicino di casa”.

Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, Ginevra

L’UNHRC non solo non ha approvato la richiesta del regime di Asmara, ma ha esteso per un altro anno il mandato dell’esperto indipendente dell’ONU, il sudanese Mohamed Abdelsalam Babiker, professore associato di diritto internazionale presso l’università di Khartoum e fondatore e direttore del Centro per i diritti umani dell’ateneo.

Nessun miglioramento significativo

Babiker ha presentato il suo ultimo rapporto sull’Eritrea lo scorso giugno. Il relatore speciale è stato nominato nel 2020, anno in cui è iniziato anche il sanguinario conflitto nel Tigray (Etiopia), al quale hanno partecipato anche truppe di Asmara.

“Il Paese non ha mostrato progressi significativi in tutti questi anni”, ha spiegato l’esperto nel suo ultimo rapporto. Ha poi sottolineato che molti abusi sono legati al servizio militare/civile indeterminato, al quale è quasi impossibile sottrarsi.

Niente media privati

La relazione evidenzia anche la mancanza di libertà di espressione, di associazione, di riunione, di religione e il diritto di partecipare agli affari pubblici sono di fatto inesistenti. Vengono concessi solo previa approvazione del governo e a coloro che si allineano alle posizioni delle autorità. Nel 2024, l’Eritrea è stata classificata come il peggior Paese per la libertà di stampa a livello globale e rimane l’unico Stato africano senza media privati.

Eritrea: testimoni di Geova in galera per la loro fede

Anche la libertà di religione resta illusoria. Basti pensare che ad aprile 2025, 64 testimoni di Geova e circa 300-500 cristiani evangelici, erano in galera, senza accuse e processo.

La lista degli abusi dei diritti umani in Eritrea è lunga, per non parlare dei giovani che, dopo essere fuggiti, se vengono rispediti in patria, sono cacciati in carcere o arruolati a forza. Sono state riportate anche numerose sparizioni.

Intimidazioni anche all’estero

Ma i tentacoli del regime raggiungono anche coloro che sono fuggiti in altri Paesi. Il governo eritreo continua a praticare la repressione transnazionale, prendendo di mira la diaspora. Molti attivisti eritrei hanno subito intimidazioni, sorveglianza e minacce, con l’obiettivo di mettere a tacere le critiche e scoraggiare l’impegno politico. In alcuni casi queste persone hanno subito attacchi o molestie da parte di membri filogovernativi all’estero.

Africa ExPress
X: @africexp
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Rapporto ONU accusa l’Eritrea: crimini contro l’umanità e assenza dei diritti umani

In Eritrea diritti umani calpestati ogni giorno e i tentacoli della dittatura inseguono anche i rifugiati

Sgominata banda di trafficanti di esseri umani Ghana – Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
5 luglio 2025

Infermieri, insegnanti, artigiani, studenti e…calciatori: a decine sono finiti in una rete ghanese di venditori di sogni, spacciatori di illusioni, imbonitori alla Dulcamara, che promettevano mirabolanti contratti di lavoro in Europa e in Canada. Una tratta infame di giovani, sgominata pochi giorni fa dal Dipartimento di Investigazioni Criminali (CID) del Servizio di Polizia del Ghana in collaborazione con la Nigeria e con l’Interpol.

Vittime liberate e rimpatriate

Secondo quanto ha dichiarato il direttore generale del CID, il vice commissario di polizia, Lydia Yaako Donkor, nella conferenza stampa tenuta ad Accra il 30 giugno, sono ben 76 le vittime “reclutate” con l’inganno e liberate. Sette i trafficanti di esseri umani arrestati. Mentre i poveracci, quasi tutti ghanesi, sono stati salvati dagli inquirenti in diversi Stati della Nigeria tra il 19 maggio e il 27 giugno 2025.

Traffico di esseri umani: ghanesi liberati in Nigeria

Trenta erano tenuti prigionieri ad Agbara, città industriale nello stato di Ogun (sud ovest della Nigeria), altre 15 a Uyo, capitale dello stato Akwa Ibon (sud Nigeria).

Un gruppo di giovani detenuti con la forza proveniva dal Burkina Faso, Costa d’Avorio, Camerun e Guinea. Soccorsi anch’essi, e poi sono stati rimpatriati nei rispettivi Paesi. Due guardiani del Burkina Faso e dalla Costa d’Avorio sono finiti in carcere.

Non è la prima volta che giovani africani vengono attirati con false promesse di lavoro (spesso nel mondo del calcio), istruzione o una vita migliore, per poi ritrovarsi intrappolati in situazioni di sfruttamento in cui sono finiti pagando notevoli somme di denaro e da cui è difficile fuggire.

In particolare, ogni anno tanti e tanti atleti africani sono truffati da finti procuratori sportivi che assicurano loro un futuro da campioni lontano dalla terra natia. Un fenomeno così vasto però non si era visto in tempi recenti.

Continue richieste di denaro

Tutte le vittime erano tenute in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene. Private dei telefoni cellulari e documenti di viaggio, erano strettamente sorvegliate e obbligate a contattare i familiari in Ghana e farsi mandare del denaro con il pretesto di dover pagare spese di formazione o di facilitazione all’inserimento nel mondo del lavoro o di ottenimento di visto per l’espatrio.

Agli aspiranti artigiani, studenti, infermieri veniva promesso di accedere a impieghi redditizi in diversi Paesi europei o in Canada. Agli aspiranti calciatori, veniva assicurato l’inserimento nelle accademie calcistiche o addirittura nelle squadri professionistiche o semi professionistiche.

Agli illusi degli altri Stati, (come burkinabé, ivoriani e altri), invece, veniva assicurato un posto ben pagato in Ghana.

Tenuti segregati

Tutti non ghanesi dovevano versare una quota iniziale per la formazione e altro  che variava da 1300 a 3 mila euro. Mentre per i ghanesi la quota minima era “solamente” dai 1.000 dollari in su. Il punto di reclutamento inizialmente tenuto segreto avveniva poi in un buon albergo della Nigeria. Qui un membro dell’organizzazione truffaldina li accoglieva e li alloggiava, poi li spediva in una specie di prigione infame.

Il direttore del CID, Lydia Yaako Donkor, ha raccontato: “Il danno psicologico ed economico causato a queste vittime e alle loro famiglie è devastante. In molti erano così malnutriti e psicologicamente colpiti, che non sono in grado di riprendere una vita normale”.

Lydia Yaako Donkor,  avvocato più anziano della polizia del Ghana dove è entrata 25 anni fa, è stata a lungo impegnata nella lotta ai trafficanti di esseri umani. È anche presidente del comitato per la sicurezza della Ghana Football Association e responsabile della sicurezza della Confederazione calcistica africana.

In questa veste, nel novembre scorso, ha partecipato a Roma a un viaggio di studio sul rafforzamento della cooperazione multilaterale per la protezione dei principali eventi sportivi, tra cui il calcio. Questo sport è popolarissimo in Ghana, non a caso la nazionale (Le Stelle nere) è stata ribattezzata il Brasile d’Africa grazie alle 4 vittorie della Coppa d’Africa.

Mondo dello sport

In Italia (e non solo) molto noto è stato il calciatore Asamoah Gyan, 40 anni, già capitano della nazionale, 5 anni tra Udinese e Modena, soprannominato “baby jet”, un tempo l’ottavo giocatore più pagato del mondo, ma dalla vita privata complessa e tormentata e finito…sul lastrico.

Liberati giovani ghaniani, speravano di diventare campioni di calcio

In tempi recentissimi, l’Atalanta ha acquistato una stella nascente del football, il 22enne Kamaldeen Sulemana, originario di Techiman, città del Ghana, dove ha mosso i primi passi sportivi nella Right Dream Academy. E’ una scuola giovanile, legata alla Danimarca, che mira a preparare calciatori africani per dare loro un futuro. Quello che immaginavano tanti giovani finiti nella rete degli imbroglioni arrestati.

L’avvocatessa-poliziotta conosce bene la magia e le trappole del mondo pallonaro: ha trasformato il Police Ladies FC, una delle squadre più forti della Ghana Women’s Premier League, di cui è amministratore delegato. Il suo impegno nel calcio evidenzia il suo zelo e vicinanza per la comunità, nonché la promozione della partecipazione femminile nello sport.

La Donkor, nella conferenza stampa, ha affermato che le vittime della tratta – giovani di età pari o superiore a 17 anni -, sia già attive in ambito lavorativo, sia disoccupate, ricevevano promesse di enormi profitti, se avessero reclutato anche altre persone.

La responsabile della polizia ha poi puntato il dito contro il sistema di reclutamento fraudolento che sarebbe collegato alla organizzazione Quest Net Limited (QNET), una società di Network Marketing. Il 20 luglio 2022, la Divisione Commerciale dell’Alta Corte di Accra aveva già ordinato lo scioglimento di QNET per attività commerciali disoneste, illegali e fraudolente. La decisione seguiva una richiesta presentata dall’ex procuratore generale del Ghana, che chiedeva lo scioglimento della società per aver operato in modo simile al cosiddetto schema Ponzi.

Le azioni di questi truffatori, (inganno, coercizione, restrizione i movimento e il diniego di accesso ai documenti di viaggio), sono reati punibili ai sensi dell’Anti-Human Trafficking Act del Ghana del 2005 (Legge 694) e del Codice penale.

ONET nega coinvolgimento

L’azienda ritenuta al centro della truffa di reclutamento (la QNET, appunto) però martedì 2 luglio ha escluso ogni legame con il colossale raggiro. Con un comunicato, Biram Fall, direttore generale regionale di QNET per l’Africa subsahariana, ha dichiarato che la società non è stata bandita in Ghana e di non essere a conoscenza di alcun procedimento giudiziario che la coinvolga.

Resta, però, un interrogativo cui le indagini non hanno (per ora) risposto: i 76 giovani vittime della grande illusione che fine avrebbero fatto se non fossero arrivati i salvatori?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il Mozambico 50 anni dopo l’indipendenza è un Paese di oligarchi tra guerra, gas e rubini

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 luglio 2025

“Tutta la disgrazia di un Paese in una sola fotografia!” È il commento al vetriolo, lasciato sui social, di Lagia Dias Fonseca, avvocata mozambicana ed ex first lady di Cabo Verde. L’immagine mostra gli ultimi quattro presidenti della Repubblica: Joaquim Chissano, Armando Guebuza, Filipe Nyusi e il neo eletto Daniel Chapo. Tutti membri del Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO), partito al potere dal 1975.

Il post di Lagia Dias Fonseca. Da sinistra: Daniel Chapo, Joaquim Chissano, Armando Guebuza e Filipe Nyusi

La foto è stata scattata – nello stadio Machava – in occasione del 50° anniversario dell’indipendenza del Mozambico dal Portogallo. Un luogo importante e simbolico. Lì, Samora Machel, primo presidente della Repubblica, annunciò al mondo che il Mozambico era libero.

Cinquant’anni di malgoverno

L’ex first lady continua ad esprimere la sua rabbia verso la classe dirigente mozambicana. “Questi uomini hanno portato il Mozambico all’arretratezza, alla miseria, hanno installato e consolidato la corruzione in tutto l’apparato amministrativo e vivono nell’opulenza”.

“La promessa di sviluppo fatta 50 anni fa, in questo stadio di Machava, non è stata mantenuta. Vorrei che Daniel Chapo iniziasse scusandosi con il popolo mozambicano per 50 anni di un malgoverno guidato da FRELIMO”. Accuse espresse il 25 giugno scorso, Giornata dell’Indipendenza, che hanno scatenato la polemica.

Il post di Lagia Dias Fonseca

Vista la situazione che sta vivendo il Mozambico le dure parole di Lagia Dias Fonseca sono la voce di una maggioranza di mozambicani. Sono sicuramente coloro alle scorse elezioni presidenziali hanno votato il candidato di Podemos, Venancio Mondlane.

Una nazione di oligarchi

Nel frattempo, in cinque decenni, il Mozambico è diventato una nazione di oligarchi che guidano un Paese con alti livelli di corruzione. Gli eroi che hanno annunciato l’indipendenza nel 1975 – escluso Samora Machel, deceduto in un discutibile incidente aereo nel 1986 – sono rimasti al potere. E si sono arricchiti allontanandosi sempre più dai bisogni della popolazione.

Le cause della crisi

Oggi il Mozambico, nonostante le grandi miniere di rubini e i giacimenti di gas naturale di Cabo Delgado, è impoverito e pieno di debiti. Le cause sono almeno tre. La prima è la corruzione che ha creato lo scandalo da 1,9 mld di euro chiamato “debiti occulti”. Ha visto coinvolti due ex presidenti, ministri e Servizi segreti (SISE). I “debiti occulti” hanno aggiunto oltre 2 milioni di poveri a quelli già esistenti.

La seconda causa è la guerra a Cabo Delgado contro i jihadisti dello Stato islamico-Mozambico (IS-Moz) iniziata a ottobre 2017. Questo conflitto fino ad oggi, secondo dati dell’ong Cabo Ligado legata ad ACLED, ha provocato oltre 800 mila rifugiati e 6.000 morti (più di 2.500 civili). Nemmeno l’intervento militare SAMIN, durato 18 mesi, della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) è riuscito a fermare i jihadisti.

Venancio Mondlane
Venancio Mondlane

Oltre alla missione SAMIN sono intervenute le truppe ruandesi (RDF), ancora oggi presenti a Cabo Delgado. Circa 4.000 militari del Ruanda difendono i giacimenti di gas naturale ma gli attacchi IS-Moz continuano. E il governo mozambicano, da oltre sei mesi, non riesce a pagare il conto causando l’irritazione del presidente ruandese, Paul Kagame.

Brogli elettorali

La terza sono i brogli elettorali e i disordini che ne sono scaturiti. Nel 2024 il Centro per l’integrità pubblica (CIP), ONG di Maputo ha pubblicato un’indagine esplosiva. Il report si chiama “25 years of electoral fraud, protected by secrecy” (25 anni di frodi elettorali protette dal segreto).

Gli ennesimi brogli hanno fatto montare la rabbia degli elettori dell’opposizione che chiedeva il riconteggio dei risultati elettorali (mai accettato dal FRELIMO). L’economia del Paese è rimasta paralizzata per mesi dalle manifestazioni e dagli scioperi. A causa dei disordini molte delle infrastrutture sono andate distrutte nella capitale, Maputo, e nelle maggiori città.

La polizia ha represso le proteste sparando ad altezza d’uomo sulla gente. Finite le proteste sono stati contati i morti, soprattutto ussisi da colpi di arma da fuoco: oltre 400 e più di 3.000 feriti.

Ora la colpa di tutto viene scaricata sull’ex candidato alla presidenza, Venancio Mondlane, accusato per i danni originati dalle manifestazioni contro i brogli elettorali. “Non conosco ancora i crimini di cui sono accusato” ha commentato parlando con i giornalisti all’uscita dall’ufficio del procuratore generale.

(ultimo aggiornamento 4 luglio 2024 alle 17.35)

Sandro Pintus
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Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

Mozambico, aumentano gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado. E Maputo non paga il conto per truppe ruandesi

 

Mazzette per 1,9 miliardi di euro in Mozambico, 12 anni al figlio dell’ex presidente e a due capi dello spionaggio

Panama Papers 1: Mozambico, coinvolti ministri e generali nel saccheggio di pietre preziose

In Sudan si muore di fame: mancano soldi ma arrivano armi e mercenari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 luglio 2025

Le armi non tacciono. In Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del momento, con decine e decine di migliaia di morti, oltre 10 milioni di sfollati e 4 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi. Le persone scappano con poco più degli abiti che indossano. Fuggono dalla morte, dalle bombe, dalle pallottole.

La guerra tra i due generali, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, a capo delle forze armate sudanesi (SAF) e capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan da una parte e Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) è scoppiata nell’aprile 2023. Le battaglie tra le due fazioni continuano e finora non si vedono spiragli di pace all’orizzonte.

Niente tregua in Darfur

Nei giorni scorsi le Nazioni Unite avevano proposto un cessate il fuoco di una settimana per portare aiuti umanitari a al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale. La tregua è stata accettata da SAF, non dalle RFS. I paramilitari hanno spiegato che, secondo loro, l’esercito sudanese approfitterebbe di una breve pausa delle ostilità per rifornire le proprie truppe.

E ieri mattina i sanguinari ribelli hanno nuovamente bombardato il centro del capoluogo del Darfur settentrionale, uccidendo almeno tre persone. Intanto i prezzi dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Secondo quanto riportato in questi giorni da Sudan Doctors Network da gennaio a oggi sarebbero morti di fame 239 bambini a al-Fashe

r. Se ne sono andati nel quasi totale silenzio della comunità internazionale.

L’arma più potente in questa guerra è proprio fame, uccide chi è rimasto nel Paese, ma sta minacciando anche chi ha cercato protezione nei Paesi limitrofi, come Ciad, Libia, Sud Sudan, Centrafrica e altri. Sono per lo più nazioni a basso reddito e con problemi di insicurezza dovuti a conflitti interni.

Appello di PAM 

Senza aiuti internazionali i governi degli Stati vicini non riescono ad assicurare beni di prima necessità alle loro popolazioni, figuriamoci ai rifugiati. La situazione è drammatica e proprio in questi giorni PAM (Programma Alimentare Mondiale) ha lanciato un disperato appello: “Milioni di sudanesi fuggiti nei Paesi vicini sono a rischio fame e malnutrizione per carenza di fondi che costringe a drastici tagli all’assistenza alimentare salvavita”.

I tagli per la distribuzione del cibo sono già iniziati da tempo. Persino in Uganda alcuni rifugiati vulnerabili ricevono solamente un quarto delle calorie necessarie al giorno, vale a dire 500 contro le 2000 e si prevedono ulteriori riduzioni nel prossimo futuro se non arrivano al più presto nuovi fondi.

I sudanesi in fuga rischiano di morire di fame e stenti anche oltre i confini dell’ex protettorato anglo-egiziano.

PAM ha avvertito che il sostegno ai rifugiati sudanesi in Egitto, Etiopia, Libia e Repubblica Centrafricana “potrebbe arrestarsi nei prossimi mesi a causa dell’esaurimento delle risorse”.

Vite a rischio

Anche in Ciad, che ospita già oltre 850mila sudanesi ci sono gravi difficoltà. il flusso è in costante aumento, visto che ogni giorno un migliaio di persone provenienti dal Darfur in fiamme, sconfina nel Paese. Purtroppo trovano scarso aiuto nei campi sovraffollati con il rischio di nuovi tagli alle razioni di cibo. Stanno fuggendo da una regione dove in alcune aree la carestia è già stata confermata. Nell’agosto 2024 la mancanza di cibo è stata denunciata nel campo sfollati di Zamzam, ora si è estesa a parecchi altri siti. Centinaia di migliaia di vite sono a rischio.

Sudanesi in fuga dalla guerra

In questi giorni si sta svolgendo una conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo, organizzata dall’ONU a Siviglia, Spagna. In tale occasione PAM spera di raccogliere nuovi fondi per far fronte alle esigenze dei sudanesi e tutte le popolazioni in difficoltà a livello globale.

Armi chimiche

Intanto sono scattate le nuove sanzioni di Washington nei confronti del governo di al-Burhan, perché, secondo gli USA, SAF avrebbe utilizzato armi chimiche nel 2024 nella guerra contro le RFS. In una nota  del 22 maggio scorso il dipartimento di Stato USA accusa il Sudan di aver fatto ricorso a tale arma, senza però precisare data e luogo. Gli americani hanno sottolineato che il Paese ha violato la Convenzione contro l’uso di questo tipo di armamenti, accordo ratificato anche dal Sudan nel 1999.

Khartoum ha respinto le accuse al mittente, dichiarando che sono senza fondamenta e prove. Intanto le sanzioni comprendono restrizioni a crediti governativi USA e esportazioni statunitensi verso il Paese. Sono esenti, invece, aiuti umanitari urgenti e prodotti agricoli.

Sta di fatto che già in altre occasioni il governo di Khartoum è stato accusato di aver utilizzato armi chimiche. Una denuncia in tal senso risale al 2016. Allora Amnesty International aveva accusato l’esercito di averne fatto uso in almeno 30 occasioni nel Darfur. L’organizzazione per i diritti umani aveva chiesto inutilmente un’inchiesta all’ONU.

Accuse al Kenya

SAF sta accusando il Kenya di fornire armi alle RFS. In un breve comunicato del ministero degli Esteri sudanese ha dichiarato di aver scoperto a maggio armi e munizioni etichettate in Kenya nei depositi di armi dell’RSF a Khartoum. Armi e mercenari in arrivo alle Rapid Support Forces anche dagli Emirati Arabi Uniti attraverso il porto di Bosaso in Puntland, secondo una pubblicazione di Africa Intelligence, testata solitamente ben informata.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Nel silenzio generale e lontano dai media il Sudan muore

Mali: arrivano mercenari eredi di Wagner, siglato nuovo accordo militare a Mosca

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2025

Il golpista maliano, Assimi Goïta, leader della giunta militare di transizione e de facto capo di Stato della ex colonia francese, è stato ricevuto con tutti gli onori a Mosca dal suo omologo russo, Vladimir Putin, una settimana fa.

Secondo alcuni media, l’aereo che ha portato Goïta e la sua delegazione in Russia, sarebbe stato addirittura noleggiato dalle autorità di Mosca, che vuole assolutamente rafforzare la sua presenza in Africa. Va sottolineato che a maggio anche Ibrahim Traoré, presidente putschista del Burkina Faso, è stato ricevuto da Putin.

Assimi Goïta, presidente del Mali, ricevuto dal suo omologo russo, Vladimir Putin a Mosca

Entrambe le visite, quella di Traoré prima, quella di Goïta poi, erano volte a ampliare la cooperazione tra Mosca e i due Paesi del Sahel, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Ma non solo. Putin ha sottolineato durante i colloqui con il suo omologo maliano che ci sono buone prospettive di collaborazione anche in altri settori, riguardanti le “risorse naturali, l’energia e la logistica”.

Pressioni non gradite

La giunta maliana aveva chiesto aiuto a Wagner e alla Russia dopo aver cacciato i francesi e altri partner occidentali perché, secondo quanto riferito ai reporter di al Jazeera da Flore Berger, analista senior dell’Osservatorio del Nord Africa e del Sahel di Global Initiative, “Nonostante anni di aiuti, la situazione della sicurezza non era migliorata”.

Inoltre, “i Paesi occidentali continuavano a fare pressioni su Bamako affinché tornassero al governo civile e organizzassero elezioni. La Russia, attraverso Wagner, invece, ha offerto il suo sostegno senza tutte queste condizioni. È stata vista come un partner più rispettoso e affidabile che non avrebbe interferito nelle loro scelte politiche”, ha specificato l’analista.

Africa Corps, gli eredi di Wagner

Solo pochi giorni fa i mercenari di Wagner – anche se la loro presenza è sempre stata negata dal de facto presidente del Mali – sono stati rimpatriati nella Federazione Russa. E pare che nuovi soldati di ventura di Africa Corps di Mosca li abbiano già rimpiazzati a Bamako. Combatteranno accanto ai militari dell’esercito maliano (FAMa) come lo hanno fatto i miliziani di Wagner. Il nuovo contingente russo sarà direttamente controllato dal ministero della Difesa del governo di Putin. In sostanza, sono mercenari che hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio solamente lo scudetto sul braccio.

Creazione del Cremlino

Africa Corps è un’organizzazione creata dal Cremlino e, secondo alcuni osservatori saranno attivi più che mai in parecchi Paesi africani, non solamente negli Stati AES (Alleanza degli Stati del Sahel, Burkina Faso, Niger e Mali). Sono già attivi in Libia e Guinea Equatoriale.

E’ ancora da chiarire cosa succederà nella Repubblica Centrafricana, dove gli uomini di Wagner sono scesi in campo da parecchi anni. Non si esclude che i mercenari del gruppo fondato da Yevgeny Prigozhin, morto nell’agosto 2023, attualmente ancora presenti nel CAR, saranno integrati nel nuovo contingente.

Lo scorso gennaio, in occasione dell’ultimo incontro con Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica, Putin aveva fatto sapere che intende continuare la collaborazione militare/sicurezza con Bangui. Finora non sono trapelati ulteriori dettagli. Attualmente il leader centrafricano è ricoverato a Bruxelles. E’ stato evacuato con la massima urgenza con un volo sanitario il 21 giugno scorso.

Collaborazione militare

Con l’arrivo dei “nuovi mercenari” dell’Africa Corps, il ministro della Difesa di Bamako, Sadio Camara, ha incontrato il suo omologo russo, Andrei Belooussov, per ufficializzare la nuova collaborazione militare.

Intanto però le aggressioni dei jihadisti in Mali e in tutto il Sahel non si placano. Nelle ultime settimane i terroristi hanno attaccato tre campi militari maliani. Hanno aggredito anche la città di Timbuktu e hanno piazzato un ordigno esplosivo artigianale in un campo di addestramento maliano-wagneriano appena fuori dalla capitale Bamako.

I mercenari russi sono stati accusati di aver deliberatamente ucciso e fatto sparire dei civili durante le loro campagna contro i terroristi.

Forti, grazie ai russi

“La presenza russa ha aiutato la giunta a rimanere al potere e ad apparire forte, ma non ha risolto i problemi di sicurezza reali e ha portato a un maggiore isolamento dall’Occidente e dagli aiuti internazionali”, ha aggiunto infine la Berger.

Da tempo Bamako considera i tuareg dell’Azawad terroristi come i jihadisti di JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato ad al-Qaeda) e quelli EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Con la differenza sostanziale però, che questi ribelli combattono per la propria libertà e non per conquistare e occupare nuovi territori.

Annullato accordo con i tuareg

Nel 2020, da quando i golpisti, hanno preso il potere, il monitoraggio dell’accordo di pace, tra i ribelli dell’Azawad e Bamako è praticamente stato bloccato. Inoltre il ritiro dell’operazione francese Barkhane e la partenza dei caschi blu di MINUSMA (missione di pace delle Nazioni Unite in Mali), hanno risvegliato le ostilità. Nel gennaio 2024 la giunta militare al potere ha annullato il trattato di Algeri stipulato nel 2015 tra il governo di Bamako e i gruppi indipendentisti attivi per lo più nel nord del Paese.

Ucraini in campo 

FAMa e i suoi alleati russi si concentrano soprattutto a dare la caccia ai tuareg, che l’anno scorso, durante la battaglia di Tinzaouatène, grazie a informazioni ricevute da GUR (servizio di sicurezza ucraino), hanno ucciso anche molti mercenari russi, oltre a soldati maliani.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: cotoelgyes
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Ucciso comandante di Wagner nel nord del Mali nei combattimenti contro i ribelli tuareg

 

Algeria-Mali: rapporti arroventati dopo gli interventi militari contro i “terroristi” tuareg

 

Burkina Faso: jihadisti in azione dopo la visita del presidente a Mosca

Distruggere lo Stato Sociale: primo obbiettivo dell’aumento spese militari volute dalla NATO

Africa ExPress e Senza Bavaglio
Da “Il Fatto Quotidiano”
Gianfranco Viesti*
27 giugno 2025

Nell’analizzare il presente si corre sempre il rischio di ingigantire l’importanza degli avvenimenti correnti, di sovrastimarne l’impatto nel tempo. Eppure, non si sfugge all’impressione che il consenso dei governi europei (con l’eccezione di quello spagnolo) al gigantesco aumento di spesa militare richiesto dagli Stati Uniti configuri il più forte attacco al nostro stato sociale da molti decenni a questa parte.

Trascuriamo qui le notevolissime conseguenze di questo consenso sul piano delle relazioni internazionali, la supina accettazione del diktat di un Paese che, per dirne solo alcune, stravolge sistematicamente il diritto internazionale, bombarda altri Paesi, minaccia l’economia europea con i dazi, ha già pronti i piani per l’invasione della Groenlandia. Restiamo sul piano dell’economia e della società.

Il punto di fondo è che questo gigantesco aumento di spesa militare è incompatibile con il mantenimento del welfare e dei sistemi di istruzione e di salute pubblica costruiti dopo la Seconda guerra mondiale. Il caso italiano è clamoroso. Arrivare al 5 per cento significa destinare alle spese militari 75 miliardi in più all’anno, tutti gli anni. Una cifra pari a più di metà dell’intero fondo sanitario nazionale, già sottofinanziato e che dovrebbe crescere per l’invecchiamento della popolazione e il maggior costo delle cure.

Chi ha subito fotografato con poche parole quel che sta avvenendo è stato Leone XIV, stigmatizzando “i soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte, con i quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti”. Più armi e meno ospedali pubblici, come nel fallimentare, sotto ogni profilo, modello di sanità americana.

Meloni promette che questi 75 miliardi si materializzeranno per magia, senza doverli prendere da qualche parte. Impossibile che lei stessa ci creda. Forse, in cuor suo, confida nel passar del tempo, nello scavallare le prossime elezioni (italiane e americane); non proprio da grande statista: poi si vedrà.

Certo, c’è da augurarsi che col tempo le cose possano cambiare, e molto. Ma potrebbe anche essere una pericolosa illusione: il nostro Paese si è accorto nel 1993, con le vicende Finmeccanica-Alfa Romeo, di che cosa implicasse l’Atto Unico del 1985; e nel corso di tutti gli anni Dieci dell’impatto del Fiscal Compact nel 2011.

Vedremo che cosa ci riserveranno i prossimi anni. Ma resta l’importanza di una scelta politica così netta. Le priorità per la grande maggioranza delle attuali classi dirigenti europee sono il controllo del debito pubblico (riaffermato con forza nel Patto di Stabilità tornato in vigore) e il riarmo nazionale. Quest’ultimo, con le armi americane; con buona pace del coordinamento europeo. Lo stato sociale si deve conseguentemente ridimensionare. Non solo perché ci servono i soldi per i cannoni, ma anche – questo è il punto – perché è giusto che sia così.

Meno stato sociale significa una società più libera di essere diseguale, individui più soli ed esposti ai rischi della vita. Ma significa anche tante buone occasioni per le imprese. Si pensi al prepotente ingresso (anche, molto, in Italia) degli interessi assicurativi nel sistema della sanità. Al business delle cure private, per le patologie dei “ricchi” e per chi se le può permettere.

Si pensi ancora, sempre per restare a casa nostra, al mondo dell’istruzione: all’ingresso di capitali privati internazionali orientati al profitto nell’insegnamento universitario telematico, favoriti senza opposizione. Si smetta con l’assistenzialismo per i poveri pigri: che vadano a lavorare, senza costare troppo a chi li impiega.

Nei governi europei non hanno un ruolo decisivo le destre estreme, che tanto, giustamente, si temono. Sono le élite “liberali”, quelle “moderate”, “responsabili”, “frugali”, a promuovere questo profondo cambiamento. È il liberal-conservatore Mark Rutte, per 14 anni ministro-presidente dell’Olanda, l’eroe negativo – anche sul piano macchiettistico – di queste giornate.

Da noi, sono i “riformisti” a volere un’Italia e un’Europa con meno governo e più mercato, meno servizi pubblici e più compravendita di istruzione e salute, meno sindacato e più flessibilità di impiego e di salario. Sono (con l’eccellente eccezione spagnola) i residui dei partiti laburisti e socialdemocratici a fare da protagonisti, o più mestamente da stampelle, a questi indirizzi.

Queste classi dirigenti sembrano davvero voler riscrivere la storia al contrario. Non solo un’Europa di stati nazionali militarmente potenti, con la Germania nuova forza armata del continente, come più di un secolo fa. Ma anche una società che dimentichi finalmente la sbornia statalista del secondo dopoguerra. In cui “noi” che ce la siamo meritata torniamo finalmente liberi, potenti e tassati giusto il minimo. Come negli Stati Uniti.

Gianfranco Viesti*
X @profgviesti
*professore di economia all’università di Bari

Le iconografia pubblicate sul sito di Africa Express e di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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Repressione in Togo: morti e feriti durante manifestazioni anti regime

Africa ExPress
Lomé, 29 giugno 2025

Dopo le manifestazioni in Kenya di pochi giorni fa con almeno 16 morti, ora anche il regime del Togo ha sguinzagliato le forze dell’ordine contro i dimostranti.

Nei giorni scorsi alcuni gruppi di attivisti togolesi avevano chiesto alla popolazione di scendere nelle strade e nelle piazze nei giorni 26, 27 e 28 giugno, ma come previsto, le autorità hanno vietato qualsiasi manifestazione.

Togo: nella capitale manifestazione repressa con gas lacrimogeni e arresti

Anche se la partecipazione alle dimostrazioni non è stata massiccia, già giovedì scorso, durante la prima giornata delle proteste, la polizia in alcuni quartieri della capitale Lomé aveva lanciato gas lacrimogeni contro i partecipanti al raduno. Molti esercizi commerciali sono rimasti con le serrande abbassate per tutta la giornata.

Scontri con polizia

I manifestanti hanno bruciato pneumatici e barriere stradali di legno e in diversi quartieri si sono verificati scontri con la polizia. In altre zone della capitale togolese, invece, regnava la calma. Molti abitanti si sono rinchiusi in casa per paura di essere coinvolti in violenze.

Sta di fatto che chi ha osato protestare, manifestando il proprio dissenso contro il regime e il forte aumento del costo dell’energia elettrica, ha dovuto subire l’ira delle forze dell’ordine. Il bilancio è pesante: 3 morti decine di feriti. Alcuni dissidenti sono stati anche arrestati nel quartiere di Bè, una roccaforte dell’opposizione. E proprio nella laguna di Bè, sono stati ripescati tre corpi con il viso tumefatto.

Touche pas ma constitution, una coalizione di gruppi politici, ha confermato la morte di tre persone e il ferimento di diversi manifestanti, tra questi alcuni in modo grave. L’organizzazione ha inoltre contestato l’arresto di una ventina di persone e denunciato l’eccessivo uso della forza da parte della polizia.

Riforma costituzionale

Dopo una riforma costituzionale del 2024, Faure Gnassingbé, presidente dal 2005 dalla morte del padre Gnassingbé Eyadéma, a maggio di quest’anno ha dato le dimissioni come capo di Stato, carica che ora viene conferita direttamente dal Parlamento, per un mandato unico della durata di 6 anni. Jean-Lucien Savi de Tové è adesso il presidente del Togo, incarico ormai declassato a un ruolo simbolico.

Il presidente del Consiglio dei ministri del Togo, Gnassingbè

Mentre Faure Gnassingbé, la cui famiglia “regna” nella ex colonia francese da oltre 50 anni, a maggio ha prestato giuramento come presidente del Consiglio dei ministri, che, con la riforma della Costituzione è diventata la più potente posizione del potere esecutivo. Insomma, Faure ora decide delle sorti del Paese, e sulla carta potrebbe restare in carica a vita.

Negli ultimi anni non ci sono state parecchie manifestazioni in Togo e in questo mese è la seconda volta che esponenti della società civile e personalità influenti hanno lanciato appelli alla mobilitazione.

Finora il regime di Gnassingbé non ha rilasciato dichiarazioni sugli incidenti che si sono verificati durante le giornate di protesta.

Africa ExPress 
@africexp
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Togo: in vista delle elezioni il governo fa i conti e comunica il numero di morti per terrorismo jihadista

Se n’è andata Hibo Yassin, Italiana nata in Somalia: “Le devo la vita”

OBITUARY
Massimo A. Alberizzi
28 giugno 2025

Ieri, improvvisamente, stroncata da un infarto se n’è andata Hibo Yassin, una giovane somala naturalizzata italiana cui devo la vita.

Hibo, che ha trascorso una parte della sua vita a Torino, era un’attivista per i diritti umani in Somalia dove, insieme alla zia Starlin Harush, si è battuta per la pace, sfidando persino i signori della guerra che hanno messo a ferro e fuoco l’ex colonia italiana.

Starlin, proprio per il suo impegno civile, è stata uccisa qualche anno fa durante una rapina dai molti dubbi. Hibo aveva raccolto il testimone anche, e soprattutto, nell’Organizzazione Non Governativa che avevano fondato assieme, IIDA, la cui missione è quella di fornire soccorso e servizi di emergenza alle donne e ai bambini colpiti dalla guerra civile in Somalia. Nel corso degli anni, l’IIDA si è evoluta fino a concentrarsi sullo sviluppo e sulle critiche alla responsabilità delle istituzioni governative.

Hibo Yassin in una foto di qualche anno fa

L’organizzazione difende i diritti dei bambini, dei giovani e delle donne vulnerabili e promuove la pace tra le comunità.

Ma Hibo, una cara amica, per me è stata importantissima. Quando nel 2006 a Mogadiscio sono stato sequestrato dagli islamisti lei, che era a Nairobi, è intervenuta contattando tutto il mondo somalo: politici, società civile, leader islamici, imam, capi clan, ambasciatori e perfino il capo supremo islamista Sheck Hassan Daher Aweis.

Assieme all’allora inviato speciale italiano per la Somalia, Mario Raffaelli, al primo segretario dell’ambasciata italiana in Somalia (che però per motivi di sicurezza era stata dislocata a Nairobi), Stefano Deyak, e alla collega del Giornale, hanno mosso veramente mari e monti e sono riusciti a trovarmi un posto su un aereo delle Nazioni Unite.

L’ultima volta ci siamo visti a Nairobi nel gennaio scorso. Le ho chiesto di accompagnarmi a Eastleigh, il quartiere somalo della capitale keniota. Mi aveva mostrato le “curiosità” di un grande centro commerciale dove banche islamiche lavorano accanto a quelle americane.

Difficile descrivere la sua gioia il giorno in cui aveva ricevuto la conferma che era diventata italiana. Sprizzava felicità da tutti i pori: si sentiva italiana più di tanti italiani.

Ciao Hibo. Che la terra ti sia lieve. Grazie per tutto quello che hai fatto per la pace in Somalia. E anche per me!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X @malberizzi
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Massimo Alberizzi rapito in Somalia ma rilasciato dopo due giorni

Il “vicedittatore” eritreo, aggredito a Roma: è colui che ha ordinato il mio rapimento in Somalia