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Violenza e sofferenze in Nigeria: i fulani si danno ai massacri continui

Francesco Casillo

Speciale per Africa ExPress
Francesco Casillo
Agosto 2025

Lo scorso 15 Giugno Papa Leone XIV durante l’Angelus domenicale ha dedicato una preghiera alla strage di 200 cristiani in Nigeria. E la cosa ha spiazzato non poco gli osservatori perché nessun notiziario aveva parlato del Paese africano nei giorni precedenti. E neanche in quelli successivi.

Il villaggio dove c’è stato il massacro si trova nello Stato del Benue. Non ci sono state avvisaglie di ciò che stava per accadere. Il gruppo di killer si era appostato nella foresta adiacente. Il governatore Caleb Muftwang ha parlato di “genocidio”. E lo ha fatto perché lo scorso aprile erano state massacrate altre 55 persone. E molte altre ancora prima. Dal 2018 ad oggi massacri continui.

Nigeria, Benue State Allevatori fulani contro agricoltori

Secondo il presidente nigeriano Bola Tinubu, la misura è colma. Ma la radice del problema è nota da anni. Dal 2023 al 2025 oltre 1000 persone sono state uccise allo stesso modo nel solo stato del Benue.

Capo tradizionale

Rivolgendosi a Tinubu, il capo tradizionale James Ayate ribadisce: “Non è un conflitto pastori-agricoltori, non è uno scontro tra comunità, non sono schermaglie o vendette trasversali, è una invasione genocida pianificata e calcolata oltre ad una operazione che dura da decenni per accaparrarsi nuovi pascoli”.

Ed il riferimento va dritto agli estremisti fulani che occupano villaggi interi cacciano i contadini con la forza.

Etnia presente in tutto il nord della Nigeria, i fulani hanno peso politico e militare ma non un proprio territorio essendo originari delle tribù nomadi del Sahel che praticano la transumanza.

Il gruppo terrorista Fulani Ethnic Militia (FEM) ha mietuto oltre 36.000 vittime tra il 2019 ed il 2024 e causato oltre 500.000 sfollati. Secondo alcune fonti, cinque volte le vittime di Boko Haram, classificato come tra i 5 gruppi terroristi più pericolosi al mondo, la FEM agisce quasi indisturbata godendo di forti protezioni politiche negli stati nel Nord est della Nigeria.

Patto con i terroristi

Le comunità agricole cristiane dello stato di Kaduna hanno accusato apertamente il governatore Uba Sani di aver stretto un patto con i terroristi per sradicare le loro comunità e permettere l’insediamento dei fulani provenienti dalle aride regione del Sahel.

Ad oggi 2.316 miglia quadrate sono state sottratte agli agricoltori e vengono controllate dalla milizia Fulani sotto lo sguardo delle autorità locali e federali.

Accuse che trovano conferma anche nella strage nel Benue. Le 200 persone sono state uccise a pochi passi da una postazione militare installata proprio per proteggere le comunità. I soldati non hanno fatto nulla né quando gli assalitori si sono nascosti per giorni nei dintorni, né durante l’attacco quando alcuni abitanti erano riusciti a raggiungere la postazione per chiedere aiuto.

Franc Utoo, un giovane avvocato residente in uno dei villaggi attaccati racconta: “Sapevamo che quella notte avrebbero attaccato il nostro villaggio […], avevamo avvisato le forze dell’ordine ma non è successo niente. A causa dell’attacco tutti si erano riuniti a dormire nelle scuole, nelle chiese e nei mercati: sarebbe stato pericoloso restare divisi soprattutto per chi abitava in luoghi isolati. Quando gli assalitori sono arrivati i nostri giovani hanno provato a respingerli ma loro hanno puntato ai luoghi dove ci eravamo raccolti. Ecco perché ci sono così tanti resti ammassati”.

Ad oggi il governo nigeriano ha creato diverse task force per contrastare gli attacchi ai villaggi. Ma le comunità locali lamentano il fatto che i politici parlino di “banditi” invece di ammettere come sostiene la gente del posto che c’è uno scopo politico dietro la mattanza di decine di migliaia di contadini.

In Nigeria i riflettori sono tutti puntati sui terroristi di Boko Haram, che da anni cercano di creare un califfato a ridosso del confine con il Niger mietendo migliaia di vittime. Ma  i numeri indicano nella milizia fulani un soggetto di gran lunga più pericoloso e letale che meriterebbe di certo una attenzione maggiore.

Francesco Casillo

 

La grande fame nel nord della Nigeria, primo produttore di greggio in Africa

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Atletica leggera: pioggia di diamanti a Zurigo per Kenya e Etiopia

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
29 agosto 2025

“Shine on you, crazy diamond”, continua a brillare pazzo diamante… Lo si potrebbe dire, con le parole dei Pink Floyd, di Faith Cherotich. Ma anche di Emmanuel Wanyonyi, di Nelly Chepchirchir e di Fantaye Belayneh.

Sono i giovani atleti (tre kenyani e un’etiope) che hanno illuminato il celebre stadio ovale Letzigrund di Zurigo nella piovosa serata di giovedì 28 agosto.

la kenyana Feith Cherotich prima classificata nel 3000 siepi

Feith Cherotich, 21 anni, già vincitrice della medaglia di bronzo ai campionati mondiali 2023 e ai Giochi Olimpici 2024 di Parigi nei 3000 siepi, ha dominato letteralmente una gara corsa in solitario, durante il Weltklasse Zurich 2025.

Emmanuel Wanyonyi, pure 21enne, si è imposto sugli 800 metri.

Nelly Chepchirchir, 22 anni, ha bruciato all’ultimo metro due australiane sui 1500.

L’etiope Fantaye Belayneh, 25 anni, ha anticipato due rivali americane sui 3 mila metri femminili. Una vittoria tintasi di giallo: inizialmente l’oro, infatti, era stato assegnato alla sua giovanissima connazionale Aleshing Baweke, 19 anni, giunta in realtà quinta. All’origine dell’errore, il fatto che entrambe avessero gareggiato con un pettorale identico!

Successo degli africani

Insomma l’Africa dell’Atletica Leggera è tornata a casa dalla Svizzera con un carico di diamanti, ma anche con qualche… zircone, a 15 giorni dai campionati mondiali di Tokyo (13-21 settembre).

La Weltklasse Zurich 2025 è la 97a edizione del meeting di Atletica leggera che si celebra nella città elvetica. Si tratta della quindicesima e ultima tappa del massimo circuito internazionale itinerante, noto come Wanda Diamond League.

Il sito ufficiale dichiara con fierezza che dal “1928 la Weltklasse  Zurich si è affermata come l’evento di atletica leggera più prestigioso della durata di un giorno“ (in realtà dura due giorni).

I vincitori di questo capitolo conclusivo hanno conquistato il prestigioso diamante da 4 carati (valore 80 mila dollari), più un assegno di 8 mila dollari.

E qualche delusione

Ma non tutto è stato luccicante per gli atleti africani: nei 1500 metri maschili hanno subito un’amara lezione proprio i keniani: ben  tre (Reynold Cheruyot, 21, Phanuel Koech,18,  e Timothy Cheruiyot, 29) si sono classificati in successione alle spalle dell’olandese Niels Laros, 20.

Amarezza “neras” anche sui 100 e 200 metri piani: il sudafricano Akani Simbine,31 anni, è stato sconfitto (per un centesimo(!) dallo statunitense Christian Coleman, 29 anni. E sui 200 metri, il campione olimpico Letsile Tebogo, 22 anni, del Botswana, è stato beffato da un’altro americano, Noah Lyles, 28 anni.

Zurigo, Svizzera: lo stadio Letzigrund

Comunque, “Brillano i diamanti e per l’Atletica mondiale è tempo di finali” , ha commentato Olympics.com parlando di questo ultimo grande appuntamento prima dei mondiali giapponesi di settembre.

Un evento, questo elvetico, profondamente sentito e radicato tanto che anche quest’anno c’è stato il tutto esaurito nonostante il meteo inclemente.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Israele: conclusa l’operazione amnistia per i disertori

dal quotidiano israeliano
Lechathila
Gerusalemme, 28 agosto 2025

La stragrande maggioranza di coloro che si sono registrati per l’operazione sono ultra-ortodossi. Le giornate di reclutamento si terranno la prossima settimana

Martedì alle 00:00 si è conclusa l’operazione di amnistia delle IDF (Israel Defence Forces, l’esercito israeliano) per disertori e renitenti alla leva, prorogata di altri cinque giorni rispetto alla data originariamente fissata per il 21 agosto.

Durante l’operazione, circa 250 disertori si sono registrati per l’operazione di regolarizzazione, di cui circa 120 nei primi tre giorni.

Dei 250 registrati, il numero è stato distribuito come segue: circa 180 provenivano dal settore haredi, un numero relativamente significativo tra i disertori haredi, che ammontano a circa 4.500.

Ebrei ultraordossi, Israelel

Al contrario, circa 80 disertori si sono registrati dal settore generale, su circa 10.000 disertori totali. Tuttavia, le IDF affermano che solo 180 di coloro che si sono registrati si arruoleranno effettivamente alla fine, dopo l’esame e l’adeguamento.

Nell’ambito dell’operazione straordinaria, svoltasi dal 17 al 26 agosto, le IDF hanno offerto un’ultima possibilità ai renitenti alla leva e ai disertori che non avevano ancora iniziato il servizio nell’esercito di arruolarsi senza una pena detentiva o di detenzione.

La registrazione è stata effettuata tramite un modulo digitale inviato via SMS direttamente ai renitenti alla leva e ai disertori, oppure tramite i call center speciali dell’unità Meitav istituiti a tale scopo.

Gli iscritti potranno partecipare a due giornate di reclutamento centralizzate la prossima settimana, durante le quali saranno sottoposti a un processo di reclutamento abbreviato e unico.

Durante queste giornate di reclutamento speciali, i coscritti riceveranno una panoramica completa del servizio nelle IDF e saranno assegnati a una varietà di incarichi militari.

Il processo accelerato ed eccezionale includerà tutte le consuete fasi di reclutamento e selezione – test di idoneità fisica, test psicotecnici, visite mediche e selezioni professionali – ma invece del consueto processo che dura circa due anni dal momento in cui viene ricevuto il primo ordine fino all’arrivo alla base di addestramento, tutto avverrà lo stesso giorno e, al termine, le reclute si recheranno direttamente alle basi di addestramento.

L’operazione eccezionale è stata condotta sullo sfondo della guerra prolungata e su più fronti in corso dal 7 ottobre e dell’urgente necessità di aumentare il numero totale di truppe in tutte le formazioni militari.

Nella realtà di una guerra su più fronti contemporaneamente – Gaza, Libano, Giudea e Samaria, e altri fronti – le IDF si trovano ad affrontare sfide di personale ed è necessario aumentare il numero di soldati effettivamente in servizio.

Come spiegato dalle IDF in una dichiarazione ufficiale: “Dal 7 ottobre a oggi, lo Stato di Israele è stato coinvolto in una guerra intensa e su più fronti. L’attuale situazione di sicurezza richiede un aumento del numero totale di truppe, e pertanto le IDF stanno intensificando le azioni di contrasto nei confronti di coloro che non hanno adempiuto al proprio dovere e si sono presentati per il servizio militare”.

L’operazione è stata inoltre caratterizzata da un approccio pragmatico da parte delle IDF, consapevoli del fatto che alcuni renitenti alla leva e disertori hanno evitato di arruolarsi in passato a causa delle preoccupazioni relative alle conseguenze legali.

L’operazione è progettata per rimuovere queste barriere e ampliare la base di reclute, offrendo al contempo una seconda possibilità a coloro che desiderano correggere il proprio status.

Il messaggio trasmesso dalle IDF è che chiunque dimostri un genuino desiderio di arruolarsi immediatamente e sia qualificato per farlo potrà regolarizzare il proprio status senza arresto o detenzione.

Tuttavia, le IDF hanno chiarito che l’operazione non ha modificato la politica generale nei confronti di disertori e renitenti alla leva.

Dopo la conclusione dell’operazione ieri a mezzanotte, le IDF torneranno alla loro politica abituale: i disertori saranno catturati, processati e incarcerati come consuetudine fino ad ora e, in pratica, si prevede addirittura un aumento delle sanzioni.

La condizione principale per coloro che si registrano per l’operazione è di svolgere regolarmente il servizio militare senza assenze, diserzioni o richieste di esenzione. Solo il rispetto di questa condizione consentirà la conclusione definitiva del procedimento legale in questione.

L’assenza di coloro che si sono registrati fino alla data di segnalazione, senza effettivo arresto o pena detentiva. L’operazione mira quindi non solo ad aumentare il numero di reclute, ma anche a garantire che si tratti di un reclutamento di qualità di persone che intendono sinceramente servire e contribuire all’esercito e alla sicurezza dello Stato.

Quotidiano ultraordosso
“Lechathila”

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Enrico Fink presidente degli ebrei di Firenze: “Costruire un terreno nuovo di incontro, di dialogo e di pace”

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
Firenze, 29 agosto2025

Una storia lunga e originale nella costruzione di percorsi per la pace tra i popoli, fa sì che a Firenze, città di Giorgio La Pira, il dialogo intercomunitario e interreligioso, nonostante le difficoltà, non si sia mai interrotto.

Nemmeno in questo momento, in cui la guerra in Medio Oriente che scuote l’opinione pubblica mondiale dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 in poi, tocca particolarmente le comunità ebraiche, naturalmente legate a Israele.

Enrico Fink, presidente comunità ebraica Firenze

Per Enrico Fink, presidente della Comunità Ebraica di Firenze – come ha affermato in un recente intervento – si tratta di trovare “parole nuove di pace e di convivenza, un linguaggio e un terreno inediti di incontro”.

Insomma, di non mollare. Per capire in che modo e in quali termini, gli abbiamo rivolto alcune domande – per iscritto, come lo sono le risposte qui riportate integralmente – a partire dalle parole che emergono nel dibattito pubblico.

Africa-ExPress: Parole che si pensava di aver stigmatizzato, come antisemitismo, odio, a volte usate in modo sovradimensionato, a volte tradotte in episodi di violenza, che rischiano di far naufragare decenni di dialogo tra le varie comunità. Non c’è il pericolo che le posizioni si radicalizzino in maniera irreversibile?

Enrico Fink: È un rischio molto, troppo concreto. Ogni giorno una nuova parola d’ordine, una notizia non verificata e venduta all’attenzione collettiva, un’immagine, uno slogan, uno scontro fra parole opposte diventa protagonista e trascina ondate d’emozione.

E invece, se volessimo avere un ruolo positivo per quanto tangenziale, dovremmo prima di tutto mantenere la serenità che l’essere lontano dal conflitto ci può dare.

In tutto questo, nello specifico, se è di tutta evidenza un aumento vertiginoso di pregiudizio antiebraico, e lo sdoganamento di espressioni antisemite fino a ieri impronunciabili in un contesto civile, è anche vero che l’uso indiscriminato dell’accusa di antisemitismo a qualunque oppositore della politica israeliana è svilente, e contribuisce attivamente a rendere sempre più difficile la lotta all’antisemitismo vero.

Io chiedo spesso al mondo ebraico di cui faccio parte di distinguere, ed evitare di usare a sproposito questa parola. Senza naturalmente far sconti alle espressioni invece autenticamente antisemite, che è inutile negare, purtroppo risuonano con crescente clamore.

Africa-ExPress: C’è un’altra parola, genocidio, lacerante, soprattutto per le comunità ebraiche: se le parole sono pietre questa è un macigno, che alcuni temono possa essere usata per affrancare l’Occidente dalle proprie responsabilità storiche verso gli ebrei.

Enrico Fink: Il dibattito intorno all’uso del termine genocidio è surreale. Una riflessione, una accusa pesantissima e delicata, che come è del tutto ovvio spetta da una parte ai tribunali internazionali, dall’altra agli storici e al mondo accademico, invece viene usata come fosse un coltellino a serramanico in una rissa di strada. Vorrei prima di tutto chiarire un concetto: il problema non è la responsabilità storica dell’Occidente (solo) verso gli ebrei e le altre vittime della persecuzione razzista del nazifascismo – Rom e Sinti, omosessuali, disabili; il problema è la responsabilità storica dell’Occidente verso se stesso.

Viviamo in un Paese che appena ottant’anni fa ha potuto scrivere il razzismo come legge dello Stato, applicandolo fino alle sue estreme conseguenze. I nostri nonni non erano peggiori di noi: e quei germi, quella possibilità di barbarie, se c’era allora c’è oggi.

La sacralità della memoria di quel periodo non è dovuta alle vittime, ma prima di tutto ai persecutori, che siamo noi, italiani, europei. Qui sta il concetto che spesso si travisa. Qui la “unicità” della Shoah: nel suo essere un genocidio pianificato e messo scientificamente in atto dalla NOSTRA società, in tutte le sue componenti, intellettuale, tecnica, scientifica, popolare.

Se si limita l’importanza della memoria alla santificazione delle vittime, alla creazione di tante piccole statuine di Anne Frank da mettere su una mensola e spolverare ogni 27 gennaio, si perde il senso profondo di quell’esercizio.

L’attenzione va spostata dalle vittime a coloro che si sono fatti carnefici, cioè noi italiani, noi europei. Altrimenti si permette di utilizzare l’equiparazione delle vittime di allora ai carnefici di oggi, che non è solo un’aberrazione di per sé, è un pericolosissimo meccanismo di autoassoluzione.

Anche la parola genocidio e l’uso improprio che se ne fa, sta qua dentro: se
perdiamo di vista la differenza fra una strage, per quanto atroce, e un genocidio – fra un massacro e la studiata, pianificata eliminazione a tavolino di un popolo, trasformato in nemico per nascita, per DNA – si sminuisce la portata dell’indicibile violenza di cui ci siamo macchiati, appena poche generazioni fa.

Se tutto è genocidio, niente è genocidio. Naturalmente, lo ribadisco a scanso di equivoci, questa è una riflessione politica, che non toglie alcunché alla giusta indagine, nelle sedi opportune, delle responsabilità per le morti di questo conflitto: sta ai giuristi delegati determinare se ci sono intenti genocidari, e perseguirli nel caso.

Ma oggi viviamo in un contesto che spesso impedisce anche solo di prendere la parola, soprattutto a ebrei (si pensi all’ignobile campagna contro la senatrice Segre), se prima non abbiamo pronunciato la parola magica “genocidio”, diventata un feticcio, in chiave di assoluzione delle proprie colpe.

Africa-ExPress: Essere ebreo non significa identificarsi con Israele, nonostante il legame tra la diaspora e lo stato di Israele sia naturale anche se non automatico. C’è chi, anche in Italia, è dalla parte del governo israeliano senza se e senza ma e chi ne ha una visione decisamente critica. Davanti alle immagini di violenza, di morte, che toccano chiunque, in che misura la diaspora, così lontana e così vicina, può far sentire la sua voce e contribuire alla pace in nome dei valori ebraici?

Enrico Fink: Oggettivamente, la possibilità di incidere sulle scelte del governo d’Israele  da parte del mondo della diaspora – che comunque è, com’è naturale, del tutto eterogeneo e diviso, portatore di istanze molteplici e spesso divergenti – è pari a zero.

Oggi Israele stesso è un Paese diviso, come testimoniano le imponenti manifestazioni di protesta che lo agitano giorno dopo giorno. L’opinione di chi abita lontano da quel conflitto non può avere presa su chi lo vive quotidianamente.

Avremmo invece molta possibilità di intervento sulla creazione di parole di dialogo e comprensione reciproca fra avversari, cosa che la polarizzazione del dibattito pubblico allontana, creando in chi abita laggiù la percezione di un isolamento totale, e in Italia e Europa allontanando spesso dal campo pacifista quel mondo ebraico che ha in odio la guerra, ma che non può riconoscersi in posizioni massimaliste e che, consapevolmente o meno, non predicano la pace ma la vittoria di un fronte sull’altro, che è un’altra cosa.

Le comunità, hanno la responsabilità di rifiutarsi di farsi schiacciare in posizioni che sembrano giustificare la morte, la guerra; il richiamo etico universale alla pace, al “non uccidere”, deve essere gridato a gran voce, superando qualunque schieramento politico o ideologico.

Africa-ExPress: Dopo decenni di conflitto permanente tra israeliani e palestinesi, per vari intellettuali sparsi per il mondo, anche di origine ebraica, sembra imporsi una riflessione sul sionismo e sui suoi sviluppi storici, passati e futuri.

Nello stesso Israele c’è chi mette a confronto il sionismo delle origini col sionismo religioso i cui esponenti sono ora al governo. Qui da noi si parla di sionisti e di antisionisti, alimentando la polarizzazione.

Quale contributo possono dare le comunità ebraiche, quella di Firenze in particolare, a questo dibattito culturale?

Enrico Fink: Per decenni, nel contesto della lotta al pregiudizio antiebraico, ci siamo sforzati di fare capire il concetto basilare per cui ebreo e israeliano sono due cose diverse. E per carità, abbiamo fatto bene – ancora questa confusione regna sovrana.

Però forse, e qui ci metto un poco di autocritica, non basta: forse bisogna anche spiegare il legame che lega le comunità della diaspora a Israele: un legame che non porta in automatico, e ci mancherebbe, a sostenere i governi, ma che in gran parte del mondo ebraico della diaspora è sentito con forza e passione verso la storia e i valori fondanti di un Paese che oggi una vulgata scorretta identifica in maniera aberrante con la storia del colonialismo e con una sorta di avamposto della supremazia occidentale sul resto del mondo.

La storia del sionismo non è certo esente da critiche e tragedie: ma è la storia di un movimento di autodeterminazione di un popolo, e di profughi, molto prima e molto dopo della Shoah.

Sentire addebitare su Israele tutto il male del colonialismo, in particolare da parte di un Paese che i conti col proprio, sanguinosissimo, passato coloniale non li ha fatti – dove criminali di guerra sono ancora nominati in strade e piazze, dove l’eco del razzismo di stampo coloniale permea la cultura popolare e lo stesso linguaggio, fa male.

Si tratta di un ulteriore esempio di come si usi il conflitto mediorientale per esorcizzare le proprie colpe. E ribadisco, nessun problema a ragionare criticamente sulla storia del sionismo: oggi questo termine però viene tirato di qua e di là, sempre a sproposito – non per ultimi, sia chiaro, da esponenti politici israeliani di estrema destra di matrice kahanista, qualcuno dei quali siede anche al governo purtroppo, che hanno usurpato il tema del sionismo religioso con dichiarazioni inaccettabili che niente hanno a che vedere con lo spirito originario.

Ma criminalizzare il sionismo con l’etichetta di movimento “razzista” è semplicemente un falso storico e concettuale. Su questi temi, mi rendo conto non facili e non riducibili a slogan e parole d’ordine, la riflessione ci vede volentieri partecipi.

Africa-ExPress: A Firenze qualche anno fa è nata la Scuola fiorentina di alta formazione per il dialogo interreligioso e interculturale; vicino ad Arezzo c’è l’esperienza di Rondine Cittadella della Pace che accoglie giovani provenienti da Paesi teatro di conflitti.

Insomma si lavora a vari livelli per favorire la conoscenza, abbattere i pregiudizi e i muri tra le persone. Cosa serve perché questi modelli diventino pratica condivisa, linguaggio comune? La speranza è condannata a rimanere un esercizio dello spirito?

Scuola per la pace di Neve Shalom

Enrico Fink: In un recente incontro che ho avuto con Roy Silberberg, direttore della scuola per la pace di Neve Shalom dove studenti ebrei musulmani e cristiani, israeliani e palestinesi, studiano insieme – luogo di ispirazione per la nostra splendida realtà di Rondine, per l’appunto – Roy ha detto una cosa che credo dovremmo meditare tutti.

E cioè: prima o poi la guerra finirà. Non sappiamo quando, non sappiamo quante altre orribili e inutili morti ci saranno prima, ma finirà. E resteremo, dice Roy, noi persone di una parte e l’altra della barricata, con la necessità di costruire un futuro fatto di dialogo e non di scontro.

Se non cominciamo prima a costruire le fondamenta di quel dialogo, a cercare le parole della pace, dell’incontro, siamo condannati a ripetere prima o poi gli stessi errori. A questo sforzo di costruzione di un terreno di incontro e riflessione comune, noi anche da lontano possiamo contribuire.

Abbandonando le tifoserie, abbandonando la polemica fine a se stessa, cercando di perseguire una riflessione profonda, che non faccia sconti alla verità storica ma che si ponga il problema di costruire un futuro di pace.

Lavorando su ciò che è prodromo a qualunque dialogo: il riconoscimento dell’altro. Se non mostriamo di farlo noi, che abitiamo al sicuro e lontani dalla morte quotidiana, come possiamo chiederlo a chi vive laggiù?

Emanuela Ulivi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Corte di Giustizia Ecowas a Sierra Leone: “Le mutilazioni genitali femminili sono tortura. Fermatele”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 agosto 2025

L’Alta Corte di Giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha ordinato di fermare le mutilazioni genitali femminili (FGM, Female Genital Mutilation, in inglese) in Sierra Leone.

La sentenza della Corte

La mutilazione genitale femminile è una forma di tortura e la Sierra Leone deve vietarla. Questo hanno stabilito i giudici.

La Corte “Ordina alla Repubblica di Sierra Leone di prendere immediatamente misure legislative per proibire e sanzionare chi pratica l’FGM. Adotti le altre misure legislative, amministrative, sociali ed economiche che possono essere necessarie per assicurare l’eradicazione delle MGF delle donne e delle bambine”.

Lametta utilizzata per le mutilazioni genitali femminili (MGF)

Ma non è cosa facile e a breve termine. La ragione, per quanto paradossale, è che la maggioranza del Paese vuole mantenere la barbara pratica delle mutilazioni. 

Nonostante il presidente Maada Bio sia formalmente d’accordo nel vietarla, il parlamento della Sierra Leone è contrario.

Le “guardiane della tradizione”

Le maggiori oppositrici al bando delle terribili mutilazioni genitali sono i gruppi di donne delle Società di Bondo. Questi gruppi sono segreti e influenti oltre che presenti in quasi tutti i villaggi.

Spesso le donne appartenenti al gruppo vengono chiamate – e pagate – dai genitori delle giovani vittime e rapiscono le ragazze che non vogliono essere mutilate. Le affiliate a queste società segrete si ritengono le guardiane della tradizione.

Il rapimento

Anche Kadijatu Balaima Allieu è stata rapita. Lo racconta il quotidiano britannico The Guardian. Nel 2016 aveva 28 anni ed era andata a risolvere una controversia con una donna, appartenente alla Società segreta. 

Appena arrivata Kadijatu è stata rapita, picchiata, bendata e imbavagliata.

Poi, tenuta ferma da altre donne che l’hanno sottoposta con la forza a mutilazioni genitali femminili. 

Queste mutilazioni sono ritenute una iniziazione che tutte le donne devono fare, dovere che la giovane aveva saltato “insultando” la tradizione.

Allieu, è riuscita a lasciare il Paese per quattro anni. Tornata in patria, con l’aiuto di due ong, Forum contro le pratiche dannose (FAHP) e Siamo propositivi (We Are Purposeful), ha denunciato la Repubblica della Sierra Leone.

mutilazioni genitali femminili Sierra Leone
Mappa fisica della Sierra Leone

Giustizia e risarcimento

I giudici della Corte di Giustizia ECOWAS hanno ordinato un’indagine rapida ed efficace sui fatti delle FGM su Kadijatu Balaima Allieu, e vogliono che le istituzioni assicurino gli autori alla giustizia.

La Corte ha ordinato alla Repubblica della Sierra Leone anche un risarcimento finanziario per Kadijatu Balaima Allieu di 200 mila dollari (170 mila euro)

FGM, 230 milioni di torturate

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS-WHO) oltre 230 milioni di donne e ragazze sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili.



Le FGM sono una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne. Sono praticate in 30 Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia, soprattutto su ragazze tra l’infanzia e l’età di 15 anni.

La pratica non ha benefici per la salute per le ragazze e le donne. È sono un intervento crudele e doloroso eseguito con lamette o altri strumento i non idonei.

Può causare gravi emorragie e problemi alle vie urinarie. Possono sorgere difficoltà mestruali, infezioni, nonché complicazioni nel parto e aumento del rischio di morti neonatali.

La petizione

A Girl At A Time, organizzazione che aiuta le ragazze della Sierra Leone a vivere libere da violenza, ha pubblicato una petizione su Avaaz.

È indirizzata al presidente, Julius Maada Bio, e a tutti i deputati del parlamento della Sierra Leone:

“Siamo cittadini di tutto il mondo sconvolti dal fatto che in Sierra Leone la legge consenta la mutilazione dei genitali femminili. Chiediamo di rendere immediatamente effettiva la sentenza della Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS).

Chiediamo di rivedere la Legge del 2025 sui diritti dell’infanzia del Paese e di vietare la FGM. Proteggete le ragazze che non sono ancora state mutilate!”

Nel momento in cui scriviamo hanno aderito oltre 452.000 persone. Africa ExPress vi invita a firmare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sierra Leone: tombe devastate nei cimiteri di Freetown per furti di resti umani, probabile additivo di una nuova droga

Sierra Leone: scontri a fuoco tra forze sicurezza e uomini armati, liberati centinaia di carcerati

Sierra Leone: il parlamento all’unanimità abolisce la pena di morte

Netanyahu ha paura delle telecamere in Palestina

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
26 agosto 2025

Ieri, 25 agosto 2025, altri cinque giornalisti palestinesi sono stati deliberatamente uccisi dall’esercito israeliano perché avevano una telecamera in mano.

Stavano producendo prove per testimoniare il genocidio in atto. Stavano verificando sul campo i crimini di guerra commessi dal governo di Israele.Le telecamere, evidentemente, sono armi troppo pericolose. Più potenti di quelle che USA, e Stati affiliati, vendono ai criminali sionisti per terminare il progetto di occupazione totale della Palestina.

“Un tragico errore” così lo ha definito Netanyahu, primo ministro di Israele. L’ennesimo “incidente” che non ha conseguenze o ripercussioni di alcun tipo.

È l’unico Stato sovrano al mondo, supportato dall’Occidente, che può commettere crimini disumani nella totale impunità. E continua a sterminare un popolo, libero di farlo.

Giustifica l’uccisione dei giornalisti palestinesi con scuse che nessuno può verificare. Utilizza Hamas per diffamare il lavoro dei nostri colleghi palestinesi, producendo prove insufficienti per accusare i giornalisti di terrorismo e legittimare gli omicidi.

Nessuna prova prodotta dal governo israeliano, però, ha mai dimostrato la partecipazione a operazioni militari armate dei nostri colleghi morti sul campo.
Non ha mai fornito nemmeno delle testimonianze reali di tutti i civili palestinesi, identificati come terroristi, che l’esercito israeliano ha ucciso.

Noi, qui in Occidente, dobbiamo credere alle parole di criminali spietati senza anima. E purtroppo, nonostante il lavoro dei nostri colleghi a Gaza, c’è ancora qualcuno che ci crede.

Noi giornalisti, però, non possiamo e non dobbiamo fidarci delle parole.
Noi professionisti dell’informazione dobbiamo verificare i fatti.

Fateci entrare a Gaza con le nostre telecamere, le nostre macchine fotografiche e i nostri taccuini, liberi di fare il nostro lavoro senza la supervisione dell’esercito israeliano, perché non esistono più scuse per legittimare questo orrendo progetto coloniale.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Joseph Kabila, ex presidente del Congo-K, rischia la condanna a morte

Africa ExPress
25 agosto 2025

Joseph Kabila, ex presidente della Repubblica Democratica del Congo rischia una condanna a morte. Venerdì, durante la requisitoria nel processo a suo carico, il procuratore, il generale Lucien René Likulia, ha chiesto ai giudici di condannare Joseph Kabila alla pena capitale per crimini di guerra, tradimento e organizzazione di un movimento insurrezionale.

Il procuratore ha poi richiesto altri vent’anni di galera per apologia di crimini di guerra e altri quindici anni per cospirazione.

Lucien René Likulia, procuratore generale dell’Alto Tribunale Militare, chiede condanna a morte per Joseph Kabila, ex presidente della Repubblica Democratica del Congo

Il processo a carico di Kabila si è aperto il 25 luglio 2025 nelle aule dell’Alta Corte militare di Kinshasa. Le accuse e la richiesta di condanna sono state pronunciate con l’imputato in contumacia.

La pena capitale, abolita in Congo-K de facto nel 2003, è stata ripristinata nel marzo 2024, ma finora nessuna condanna è stata eseguita.

Il gruppo armato prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. AFC invece significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Kabila uno dei fondatori di AFC

Secondo l’accusa, Joseph Kabila è uno dei fondatori dell’Alleanza Fiume Congo (AFC), braccio politico dell’M23. È in questo contesto che viene accusato, in particolare, di omicidi e stupri commessi dagli uomini della coalizione AFC/M23 nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Il pubblico ministero sostiene inoltre che Kabila abbia tentato di compiere un golpe per rovesciare l’attuale presidente, Félix Tshisekedi, con l’aiuto di Corneille Nangaa. Quest’ultimo è stato presidente della Commissione elettorale Nazionale Indipendente del Congo-K dal 2015 al 2021, prima di diventare leader di AFC.

Joseph Kabila è salito al potere dopo l’omicidio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011. Il suo mandato era già scaduto nel dicembre 2016. Le elezioni, alle quali infine non si è presentato come candidato, si sono svolte solamente nel dicembre 2018 e vinte da Felix Tshisekedi, attualmente al suo secondo mandato.

A aprile l’ex uomo forte del Congo-K aveva annunciato che sarebbe tornato nel Paese per dare il suo contributo a promuovere la pace nella regione orientale devastata dalla guerra. Prontamente Kinshasa ha messo al bando il suo raggruppamento politico, il Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia, e ha sequestrato i suoi beni. Kabila nel 2002 aveva fondato il PPRD.

Joseph Kabila, ex presidente del Congo-K

Il mese seguente l’ex capo di Stato congolese ha interrotto il suo esilio in Sudafrica, dove viveva da quasi due anni con la famiglia e si è recato a Goma. Il capoluogo del Nord-Kivu è occupato dallo scorso gennaio dai ribelli M23/AFC. Anche Bukavu nel Sud-Kivu è sotto controllo dei ribelli e i loro alleati.

E sempre a maggio il senato congolese gli ha tolto l’immunità parlamentare per poterlo processare.

Pace ancora lontana

Mentre a Kinshasa veniva richiesta per Kabila la condanna alla pena capitale, al Palazzo di Vetro di New York è approdata nuovamente la questione della sanguinosa guerra che infuria nell’est del Congo-K. Gli ultimi assalti sono stati fermamente condannati da USA e Francia.

Sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, New York

Secondo i rapporti Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International, la situazione nella zona orientale del Paese resta grave. Anzi gravissima. Non si arrestano violenze sessuali, sparizioni, uccisioni, attacchi ai civili. Solo nel mese di luglio i miliziani del M23/AFC, supportati dal Ruanda, avrebbero ammazzato almeno 140 persone, malgrado i colloqui di pace in corso.

In base alle ultime notizie, nel territorio di Rutshuru (Nord-Kivu) i morti potrebbero essere addirittura 300. Anche lo stringer di Africa ExPress ha raccontato di gravi massacri avvenuti nella zona.

Testimonianze sopravvissuti

Le testimonianze dei sopravvissuti, riportati nel rapporto di HRW, sono a dir poco agghiaccianti. Una donna ha raccontato che suo marito è stato ammazzato con un machete, mentre un padre di famiglia ha perso la moglie e i suoi 4 figli, il più grande aveva 10 anni, il più piccolo nove mesi.

Le speranze di pace dopo lo “storico accordo” siglato a Washington il 27 giugno scorso tra i ministri degli Esteri di Ruanda e RDC, rispettivamente Olivier Nduhungirehe e Thérèse Kayikwamba Wagner, in presenza del segretario di Stato americano, Marco Rubio, si stanno nuovamente affievolendo. Anche i colloqui tra M23/AFC e il governo di Kinshasa sotto l’egida del Qatar finora non hanno portato a risultati concreti.

Washington alza i toni

Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza, gli USA, dopo i toni concilianti delle ultime settimane, hanno nuovamente alzato la voce. Washington ha puntato il dito contro M23/AFC e Kigali, condannando fermamente i recenti attacchi.

Le aggressioni del mese di agosto non sono comprese nelle relazioni delle ONG per i diritti umani. Dal 18 sono in atto nuovi combattimenti anche nel Sud-Kivu nei territori tra Uvira e Mwenga. Anche all’interno Parco nazionale Virunga, i ribelli si sono scontrati con i miliziani di FDLR (combattenti hutu eredi degli autori del genocidio del 1994, scappati dal loro Paese), alleati ai Wazalendo (gruppo di autodifesa).

Violenti combattimenti si sono susseguiti durante tutto il fine settimana di Mwenga.

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I trattati di pace sul Congo-K siglati a Washington e Doha stentano a decollare

Fallito golpe in Congo-K: tribunale militare sentenzia la pena di morte per 37 persone, 6 sono stranieri

Draghi non perde il vizio. E mantiene anche il pelo

Speciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Giovanni La Torre*
24 agosto 2025

Nel discorso che ha tenuto a Rimini di fronte ai ragazzotti di Comunione e Liberazione, l’ex premier italiano, ex presidente Bce ed ex governatore Banca d’Italia Mario Draghi ha messo in fila una serie di luoghi comuni con contorno di alcuni punti presi dal suo report commissionatogli dalla von der Leyen.

Sarebbe noioso soffermarsi su questi particolari che appartengono alla categoria delle proposte tecniche che altri cento tecnici avrebbero potuto fare e che nella fattispecie vengono sciorinati un giorno sì e l’altro pure dai giornali sedotti dal fascino draghiano, quei giornali che vedevano il Nostro ora Presidente della Repubblica italiana, ora Presidente della Commissione europea, ora Segretario Generale della Nato, tutti incarichi che esistevano solo nella fantasia dei giornalisti che ne scrivevano.

Responsabilità rilevante

No, noi vogliamo parlare prima di tutto di politica e di economia in linea generale, perché è lì che soprattutto l’Europa ha fallito. E in questo contesto, caro dottor Draghi, lei ha avuto una responsabilità rilevante avendo ricoperto un incarico di vertice per ben otto anni, i quali non ci sono parsi particolarmente favorevoli al disegno europeo.

E ora, dopo aver lanciato un po’ di sassi verso i vetri dell’Europa, non può nascondere la mano. Se l’Europa ha fallito è anche colpa sua.

Uno degli addebiti che vengono fatti all’Unione Europea è che molti cittadini la vedono distante dai propri problemi, distante dalla “questione sociale”, precisamente.

Le perle della collana

E allora vogliamo ricordare che appena lei si è insediato alla Bce ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal nella quale ha confezionate delle perle che componevano la collana delle sue proposte per il programma politico economico dell’Ue.

Si ricorda la sua frase “il sistema sociale europeo è morto”? Cioè, una delle conquiste dell’umanità, quel sistema sociale che viene da Beveridge in poi, per lei andava smantellato. In quell’occasione lei si beccò addirittura il rimbrotto dell’allora ministro delle finanze tedesco Schauble, che precisò: “il sistema sociale verrà sempre difeso dalla Germania”.

Elogio del jobs act

Oppure, altra perla, “gli europei sono abituati a essere pagati senza lavorare”. Oppure ancora, durante la sua presidenza, l’elogio del jobs act renziano, da lei indicato come esempio di buona riforma del mercato del lavoro, riforma che invece ha reso ancora più precario il lavoro e vile il relativo costo, presupposti questi per una bassa produttività, come sta avvenendo in Italia.

Che dire poi dell’invito rivolto a tutti i Paesi Ue, sempre durante la sua presidenza alla Bce, di fare “come la Germania”, cioè come il Paese che provocava la deflazione in tutto il continente.

Amore per la Germania

Il suo amore per la Germania era tale che il famoso quantitative easing (politica messa in atto dalle Banche centrali per “creare moneta” mediante l’acquisto di titoli di Stato o altre obbligazioni sul mercato, ndr) ha avuto come effetto principale, oltre a sostenere la finanza allegra di Paesi come l’Italia, quello di tenere basso il cambio, agevolando ulteriormente le esportazioni tedesche, e anche questo le è stato riconosciuto da Schauble, mentre di aumento del credito alle famiglie e alle imprese non si è visto traccia e ancora meno di risanamento della finanza pubblica italiana.

Penso che avrà capito perché la Merkel le ha consentito quell’allagamento di liquidità, nonostante gli sbraitamenti dei vari Weidmann.

Germania che invece lei avrebbe dovuto invitare a rispettare i trattati europei, che prevedono il limite del 3 per cento del Pil per il surplus commerciale (si può superare al massimo per tre anni di seguito), che invece i tedeschi superavano abbondantemente, e perennemente.

Europa allontanata dalla gente

Potremmo elencare altri suoi interventi che non hanno fatto bene all’idea di Europa, ma ci fermiamo qui. Quelli su riportati li abbiamo indicati non per spirito di polemica, ma perché a nostro avviso, sono parte di quella particolare atmosfera culturale che lei, certamente non da solo, ha creato in Europa, che possiamo ascrivere sul piano ideologico al neoliberismo, e che ha allontanato l’Europa dalla gente.

Tutto questo è una delle cause di quello che lei chiama “scetticismo nei confronti dell’Europa”

Altra cosa che vogliamo affermare è che quando si parla di Europa, non essendoci ancora, purtroppo, gli Stati Uniti d’Europa, si deve far riferimento ai Paesi che la compongono e che la condizionano, soprattutto con il diritto di veto.

Ritardi e inefficienze

Quindi che senso ha a prendersela con l “Europa” per i ritardi e le inefficienze senza indicare i Paesi che ne minano l’esistenza e a questo fine ne bloccano l’azione.

Perché non dice, per esempio, che l’Italia è uno dei Paesi che frenano il cammino verso gli Stati Unirti d’Europa, per una cattiva concezione del “patriottismo”, che in realtà cela un becero e antistorico nazionalismo?

Infine, lei ha concluso il discorso con queste parole: “L’Unione Europea è soprattutto uno strumento per raggiungere obiettivi condivisi dai suoi cittadini”.

No, dottor Draghi, l’Europa è la nostra Patria.

Giovanni La Torre*
*Ex manager finanziario e saggista
L’iconografia pubblicate sul sito di Africa ExPress sono di Valerio Boni
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Il viaggio di un misterioso container stipato di armi dal Ghana alla base americana di Camp Darby in Toscana

Speciale per Africa ExPress
Carlo Tombola*
23 agosto 2025

Un container sbarcato dalla nave Maersk Nuba a Livorno lo scorso 20 luglio, e un po’ casualmente notato sulla banchina dello scalo labronico dove è rimasto per qualche settimana, ci stimola a imbastire un racconto che non ha ambizioni fictional ma semmai può gettare un po’ di luce su alcuni meccanismi del “grande gioco” che ancora è in corso tra i Paesi portatori dei “grandi valori occidentali” e quello africani.

Container esercito statunitense

Diciamo subito che il container ha una sua “personalità”, dal momento che è facilmente riconoscibile come proprietà dell’Esercito degli Stati Uniti. Non sappiamo dove sia stato riempito, ma sicuramente è stato imbarcato sulla nave Ionikos nel porto di Tema, situato nella grande area metropolitana di Accra, capitale del Ghana e principale porta marittima del Paese.

Da Accra a Camp Darby

Sulla Ionikos, una portacontenitori media da 4.200 TEU (acronimo di Twenty-foot Equivalent Unit, unità di misura standard nel trasporto marittimo che indica la capacità di carico di un container da 20 piedi, circa 6 metri, ndr) con bandiera liberiana e gestita da Hapag-Lloyd, il nostro container è arrivato al terminal di Tangeri e reimbarcato sulla Maersk Nuba.

Come si confà a una supply chain al servizio delle forze armate americane, quelli coinvolti sono tutti operatori di primo livello, gli stessi che curano i trasporti da e per la gigantesca base militare americana di Camp Darby, situata tra Pisa e Livorno.

In effetti è inserita nella catena di comando USA che sovraintende alle operazioni nel Mediterraneo e nel Nordafrica.

Come sospettavamo, il nostro container aveva come destinazione finale Camp Darby. Ne abbiamo avuto conferma qualche giorno fa, quando è stato svuotato e il contenuto messo su camion per raggiungere la base USA.

Nel frattempo abbiamo dato uno sguardo dove di solito i nostri media non si spingono. Parliamo del Ghana, Paese nel Golfo di Guinea con 35 milioni di abitanti dall’originale profilo multietnico, multireligioso e plurilinguistico.

Ex Costa d’Oro

Situato in una regione in cui storicamente si sono sovrapposti i regni asante e dagomba, lo stato bono, l’Islam arabo, e quindi in successive ondate armate i colonizzatori portoghesi, fiamminghi, svedesi, danesi, francesi, tedeschi, britannici, che lo ribattezzarono Costa d’Oro, inserito da secoli nella tratta degli schiavi praticata con vantaggio dagli stessi regni tradizionali, ricristianizzato in profondità in senso protestante e pentecostale, il Paese è divenuto indipendente nel 1957.

Il suo primo presidente, Kwame Nkrumah, scelse il nome Ghana in ricordo del titolo regale dell’impero wagadu, uno dei più antichi e potenti imperi africani, simbolo dell’autogoverno precoloniale e della dignità africana.

Leader filosocialista e panafricano, Nkrumah promosse un forte impegno statale nell’economia, nazionalizzò le miniere d’oro e di diamanti in mano al capitale straniero, pose sotto controllo la produzione del cacao – il Ghana è il secondo produttore mondiale dopo la Costa d’Avorio –, promosse gigantesche opere pubbliche come la diga sul lago Volta e il moderno porto di Tema.

Golpe organizzato dalla CIA

Fondò anche il sistema educativo nazionale. Il suo avvicinamento all’Unione Sovietica e alla Cina comunista, i campi di addestramento dei guerriglieri anti-apartheid segnarono la sua fine: nel febbraio 1966 un colpo di Stato organizzato dall’esercito, con il sostegno della CIA e dell’MI6 britannico, lo depose mentre era in visita a Pechino, probabilmente per chiedere quegli aiuti finanziari che Washington gli aveva negato un anno prima.

La giunta militare normalizzò il Paese seguendo le direttive del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (BM), il prezzo del cacao al minimo storico nel 1965 risalì rapidamente, Nkrumah morì in esilio sei anni dopo il golpe.

Il Ghana è uscito solo nel 2000 da un trentennio di colpi di Stato militari con brevi parentesi di democrazia, e inaugurato un periodo di stabilità e alternanza parlamentare che dura tutt’oggi.

Accordi bilaterali

Le giunte militari hanno tuttavia lasciato un’eredità avvelenata, sotto forma di status of forces agreement (SOFA) cioè di accordi bilaterali sulla presenza militare degli Stati Uniti nel Paese, del tipo di quelli che regolano lo stazionamento di truppe USA negli Stati membri Nato.

Se n’è avuta notizia solo in occasione del rinnovo del 2018, ma gli accordi risalgono almeno a venti anni prima, e hanno riguardato tutti i partiti che da allora si sono alternati al governo.

Nel 2018 il dibattito pubblico si infiammò, al punto che l’allora presidente Nana Akufo-Addo spinse il parlamento ad approvare in fretta il SOFA ma dovette escludere pubblicamente la possibilità per gli Stati Uniti di installare una base militare sul territorio ghaniano.

Possesso delle basi

Nel gennaio 2025, con il ritorno alla presidenza del suo eterno rivale John Mahama, il tema è tornato di attualità.

Gli USA non hanno proprie basi permanenti in Ghana, se le avessero le avrebbero inserite nell’inventario delle proprietà federali (l’ultima edizione è in internet col titolo di Base Structure Report – FY 2025), come hanno fatto con le 45 basi che posseggono in Italia o le 62 che hanno in Giappone ecc.

Aeroporto Kotoka (Accra, Ghana)

Però di fatto si sono appropriati “per ragioni logistiche” di una pista dell’aeroporto internazionale di Kotoka (Accra) e di una vasta aerea di parcheggio annessa, in cui hanno libero ed esclusivo accesso – con tanto di privilegi e immunità paragonabili a quelli del personale diplomatico – sia il personale militare USA che i loro contractors privati.

Un fatto che non è sfuggito ai cittadini di un Paese che ha buone ragioni per diffidare della presenza sul proprio territorio di americani armati.

Un container da Accra ha raggiunto la mega base di Camp Darby, in territorio italiano. Che cosa colleghi la base livornese agli interessi americani nell’Africa sub-sahariana, qui da noi in fondo poco importa.

Carlo Tombola*
info@weaponwatch.net

*Carlo Tombola è presidente di Weaponwatch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei

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Trump vuol cacciare dagli USA i rifugiati: pronto accordo per spedirli in Uganda

Africa ExPress
Kampala, 22 agosto 2025

Dopo svariate conferme e smentite nei giorni scorsi, ieri il governo di Kampala ha confermato di aver concluso un accordo con Washington per accogliere un numero ancora imprecisato di rifugiati originari da Paesi terzi ai quali l’amministrazione Trump non intende concedere asilo negli Stati Uniti.

Il governo USA è riuscito a strappare un’intesa simile anche all’Honduras, Paese nell’America centrale.

Accordi con i regimi di Kagame e Museveni

Già a giugno il Ruanda aveva dato il suo consenso al trasferimento di 250 richiedenti asilo dagli USA. La notizia è stata però resa pubblica solamente a agosto. E sulla scia del regime di Paul Kagame ora anche quello di Yoweri Museveni è disponibile a accogliere rifugiati africani e asiatici non graditi da Washington.

Rifugiati non graditi negli USA

Bagiire Vincent Walswa, segretario permanente del ministero degli Esteri di Kampala, ha confermato che nell’ambito della cooperazione tra gli Stati Uniti e il suo Paese è stato concluso un accordo per l’esame di richieste di protezione.

Walswa ha poi sottolineato che si tratta di una misura temporanea, molti dettagli dovranno ancora essere definiti. “Saranno comunque esclusi dall’intesa persone con precedenti penali e minori non accompagnati. Sarebbe inoltre preferibile che vengano trasferite qui persone originari di Paesi africani”, ha poi concluso.

Recentemente l’amministrazione di Donald Trump è riuscita a convincere il Sud Sudan ed eSwatini (ex Swaziland) a accettare il trasferimento di galeotti stranieri, condannati negli Stati Uniti.

Yoweri Museveni, che compie 81 anni il mese prossimo, è al potere dal 1986 e a fine giugno ha annunciato la sua ricandidatura alle prossime presidenziali che si terranno a gennaio 2026.

Dirige l’Uganda con pugno di ferro da quasi quarant’anni, grazie a modifiche apportate alla Costituzione. La prima è del 2005 e riguarda il limite dei mandati, mentre nella seconda del 2017 è stata cambiata l’età dei candidati alla presidenza. Dunque via libera a Museveni per salire “sul trono” della presidenza per la settima volta.

Politiche migranti

L’Uganda è nota per la sua politica aperta nei confronti dei richiedenti asilo, perché consente a questi ultimi di vivere, lavorare e accedere ai servizi pubblici del Paese.

Campo per rifugiati in Uganda

Attualmente sono presenti oltre 1,9 milioni di rifugiati, numero in costante aumento a causa dei conflitti in Sudan, Sud Sudan e Congo-K. Più di un milione sono minori e tra questi 48.000 hanno attraversato la frontiera da soli, senza genitori o altri familiari.

E’ il Paese con il più alto tasso di richiedenti asilo in Africa e si posiziona al terzo posto a livello mondiale. Attualmente però il Paese è in grande difficoltà per mancanza di aiuti internazionali.

Basti pensare che USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) quest’anno ha ridotto notevolmente il suo contributo per l’Uganda con un taglio del 42 per cento rispetto all’anno precedente con un impatto devastante sui rifugiati.

Tagli aiuti umanitari

Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump a gennaio, USAID è stata praticamente smantellata. L’Agenzia USA – fondata nel 1961 da John F. Kennedy per gestire programmi di sviluppo e aiuti in diversi settori come sanità, sicurezza alimentare e ricostruzione post-conflitto – finanziava molti progetti in Uganda.

Finora non sono stati resi noti dettagli sull’accordo tra Washington e Kampala. Difficilmente si saprà quanto l’amministrazione Trump dovrà sborsare in termini economici – non solo –  perché Museveni accolga richiedenti asilo indesiderati negli USA.

Africa ExPress
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Uganda, un Paese povero che ha aperto le sue porte ai rifugiati