Visto il successo della precedente edizione, anche quest’anno l’ambasciata italiana accreditata in Somalia, la scorsa settimana ha organizzato due serate per dare spazio alla cucina italiana, rinomata e apprezzata nel mondo intero.
Cucina italiana a Mogadiscio
La sua unicità e eccezionalità è stata riconosciuta anche dall’UNESCO. Proprio ieri. l’organizzazione dell’ONU ha di fatto inserito l’arte culinaria dell’Italia tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Il cibo non è solo nutrimento, ma anche cultura, storia e futuro.
Il nostre ambasciatore in Somalia, Pier Mario Daccò Coppi
Ed è stato proprio questo l’intento dell’evento organizzato dalla nostra legazione: valorizzare i profondi legami culturali e storici tra i due Paesi.
Ospiti italiani, somali e internazionali hanno apprezzato la cucina italiana
L’iniziativa è stata molto apprezzata e alle serate, hanno partecipato numerosi ospiti, tra loro ministri e le più alte cariche militari somale, personalità del mondo culturale e imprenditoriale del Paese e funzionari di diverse agenzie dell’ONU.
Gli organizzatori dell’evento non si sono fermati alle due serate culinarie. Sono andati oltre. Un gruppo di otto giovani somali hanno partecipato a un corso intensivo di cucina con la collaborazione di due associazioni italo-somale.
Speciale per Africa ExPress Giovanni La Torre
11 dicembre 2025
Le recenti, pesanti posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana nei confronti dell’Europa e dei suoi valori, confrontate con la storia di quel Paese, inducono a porci la domanda del titolo.
Gli Stai Uniti d’America hanno perso 405 mila giovani soldati nella Seconda guerra mondiale, oltre a 8.000 civili, e avuto 670 mila feriti. Certo, poca cosa in confronto ai 20 milioni di vittime subite dall’Unione Sovietica, ma c’è una differenza da rilevare. L’URSS ha dovuto difendersi da un’invasione, tra l’altro da parte di un suo alleato. Gli Stati Uniti hanno subito quelle perdite in una guerra che non riguardava il proprio territorio, la propria indipendenza; nessuna potenza straniera aveva mai varcato l’Atlantico per attaccare quello che veniva chiamato il Nuovo Mondo.
Churcill e Roosvelt
Anni fa mi sono occupato della conferenza di Bretton Wood, culminata nel trattato che ha disegnato il nuovo sistema monetario internazionale che ci sarebbe stato dopo la guerra. In quella circostanza ho dovuto esaminare anche i rapporti tra Stati Uniti e Inghilterra che avevano preceduto la conferenza e, inevitabilmente, dei rapporti tra Churchill e Roosevelt nello stesso frangente.
L’Inghilterra era in guerra contro la Germania di Hitler anzi era l’unica potenza a contrastare la belva nazista, l’unico baluardo a difesa della civiltà liberal-democratica occidentale contro la barbarie, dato che la Francia si era arresa fulmineamente già nel giugno del 1940.
Winston Churchill, ex primo ministro inglese
In questa situazione il primo ministro inglese, Winston Churchill, cercava di far valere in America la tesi che il suo Paese combatteva non solo per gli interessi della Gran Bretagna, la cui indipendenza era minacciata di fatto, ma nell’interesse di tutto l’Occidente, appunto.
E questa tesi era fatta valere soprattutto verso gli americani non solo perché potevano essere sensibili ai richiami valoriali, ma anche perché … erano gli unici ad avere la “borsa” piena. Infatti l’Inghilterra non si era ancora del tutto ripresa dal salasso finanziario della Prima guerra mondiale che già ne stava subendo un altro: anche se all’epoca era la potenza economica dominante, appariva in seria difficoltà.
Orecchie sorde
Dall’altra parte dell’Atlantico, le orecchie dei governanti non erano sorde alle considerazioni dell’inglese, anzi ne erano sensibili, ma esse non commuovevano completamente il Congresso e, forse, neanche l’opinione pubblica. Prevaleva un sentimento del tipo: il nostro Paese ha già dato nella Prima guerra mondiale e, inoltre, siamo anche un po’ stufi di questa Europa che ogni tanto scatena una guerra spaventosa, che se la sbrighino loro!
Non mancava anche chi pensava che Churchill copriva con considerazioni ideali intenti più prosaici di sistemazione delle finanze del proprio Paese. Questa tendenza isolazionista era cominciata ben prima e aveva provocato l’emanazione, negli anni trenta, di due leggi che legavano le mani all’Amministrazione: il divieto di fornire armi (1935) e il divieto di fare prestiti (1936) ai belligeranti.
Sincero democratico
La “fortuna” (se è consentito l’uso di questa parola per descrivere un fatto storico) per l’Inghilterra, e per l’Occidente intero, è stata che la Casa Bianca era occupata da un signore che rispondeva al nome di Franklin Delano Roosevelt, sincero democratico. Questi non solo era convinto della fondatezza ideale delle argomentazioni di Churchill, e quindi della necessità di difendere le istituzioni liberaldemocratiche in Inghilterra, ma riteneva anche che se la Germania fosse prevalsa sugli inglesi, avrebbe conquistato e sottomesso tutta l’Europa distruggendo i valori occidentali in tutto il continente.
Inoltre, non escludeva la possibilità che se la flotta tedesca avesse sconfitto quella inglese nell’Atlantico, avrebbe poi potuto volgere la prua delle sue navi verso gli stessi Stati Uniti, e quindi la guerra sarebbe entrata in casa e quei valori avrebbero potuto essere messi a rischio nel proprio Paese. Esprimendo con garbo queste considerazioni al Congresso, il presidente americano fece presente che le leggi degli anni trenta fossero più un pericolo che una salvaguardia.
Cash and carry
Così ottenne un primo risultato: la legge del cash and carry. Con questa legge il Congresso consentì la fornitura di armi e altri beni a condizione che venissero pagati in contanti e trasportate su navi degli acquirenti (onde evitare il rischio che venissero bombardate navi americane).
Era un primo passo, ma insufficiente, perché le riserve inglesi in dollari e oro (la sterlina in quel frangente non veniva più ritenuta sufficiente) si assottigliavano sempre di più e la pressione tedesca aumentava di giorno in giorno, aumentando il fabbisogno, non solo di armi ma anche di merci necessarie a soddisfare i bisogni civili della popolazione e dei soldati.
Il momento di un’altra svolta fu il 10 giugno 1940, quando l’Italia attaccò la Francia da Sud dopo avergli dichiarato guerra. Il presidente americano fu fortemente colpito dalla viltà della mossa italiana, Mussolini apparve come un uomo che si accanisce su un moribondo[1].
Roosevelt tenne un discorso molto duro su Germania e Italia e, sfruttando cavilli legali, ai limiti dell’impeachment, si accollò la responsabilità di decisioni importanti senza consultare il Congresso: inviò all’Inghilterra 150 aerei da guerra, 500.000 fucili, 80.000 mitra, 130 milioni di rotoli di munizioni, 900 cannoni da 75 mm, un milione di granate e svariate quantità di bombe e di tritolo, svuotando quasi gli arsenali del proprio Paese.
Una benedizione
L’arrivo del materiale in Gran Bretagna fu salutato come un benedizione del Cielo, anche perché ormai le riserve valutarie e in oro erano quasi esaurite, mentre crearono non pochi problemi a Roosevelt nel proprio Paese. Oltre ai dubbi sulla legalità dei provvedimenti e al sacrificio economico (si nutrivano forti dubbi sulle possibilità di essere pagati), venivano da alcuni avanzati dubbi sulla stessa opportunità fattuale di quelle fornitura.
Visto l’andamento della guerra, vi erano alte probabilità che quelle armi finissero nelle mani dei tedeschi per essere poi rivolte contro l’America stessa. Ma fu soprattutto la sottolineatura dell’aspetto finanziario che costrinse il presidente a un gesto umiliante per sé e il suo interlocutore oltre Atlantico. Roosevelt fece chiedere dal suo ministro al Tesoro al suo omologo britannico, di fornire l’elenco di tutti i beni che potevano essere utilizzati come forma di pagamento: titoli, oro, investimenti all’estero.
A questo punto Churchill scrisse personalmente una lettera a Roosevelt nella quale lo informava sull’andamento della guerra, lo invitava – e non era la prima volta – a farvi entrare direttamente il suo Paese e, in attesa di questo, rilevava come fosse interesse di entrambi che la Gran Bretagna resistesse.
Continuò a chiedere forniture militari e non, confessando di non essere in grado di pagarle integralmente, ma che allo stesso tempo non riteneva giusto che il suo paese venisse privato di tutti i suoi beni. Ed ecco la stoccata finale: « [perché avverrebbe che] dopo che la vittoria sarà stata conquistata con il nostro sangue, quando la civiltà sarà salva e vi sarà stato il tempo perché gli Stati Uniti siano completamente equipaggiati per far fronte a qualsiasi eventualità, noi ci ritroveremo privi di tutto. Che questo accada non è nell’interesse morale ed economico di nessuno dei due Paesi (corsivi miei) ».
Tornava il richiamo ai valori comuni della civiltà occidentale liberal-democratica. Roosevelt fu profondamente commosso da questa lettera e condivise in toto la perorazione di Churchill e le sottostanti motivazioni ideali; come pure era d’accordo a entrare in guerra a fianco dei fratelli inglesi già da tempo, ma restava sempre da superare l’opposizione del Congresso a un maggiore impegno bellico. Anche questa volta il Presidente ebbe una trovata efficace.
Un discorso convincente
Andò al Congresso e fece un discorso di quelli che convincono gli americani, tipo parabola evangelica: «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco, e che io abbia un tubo di 125 o 150 metri. Se può prendere il mio tubo e connetterlo con il suo idrante, lo aiuto a spegnere il fuoco. Che faccio? Non gli dico prima di questa operazione “vicino, il mio tubo costa 15 dollari. Mi devi dare 15 dollari se vuoi usarlo”. Che tipo di transazione si instaura? Io non voglio i 15 dollari, voglio che il tubo mi sia restituito quando il fuoco sarà spento». E se risulterà irrimediabilmente danneggiato ne verrà restituito comunque uno sano.
E così passò il Lend-Lease Act(legge prestito-affitto). Era l’11 marzo 1941, e Churchill apprezzò moltissimo il provvedimento. il quale gli consentì di ricevere altro materiale prezioso senza dover pagare immediatamente.
Questa legge ebbe anche un altro effetto importante: consenti a Roosevelt di inviare aiuti anche a Stalin quando, nel giugno 1941, iniziò l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. A consentire l’attuazione completa delle intenzioni rooseveltiane ci pensarono poi i giapponesi quando, il 7 dicembre 1941, bombardarono la base navale americana di Pearl Harbor. Il giorno dopo gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco degli inglesi e le sorti della guerra furono segnate a favore delle potenze occidentali e contro la barbarie nazifascista.
Ricordo degli USA
Questo, per noi europei, è il ricordo che abbiamo degli Stati Uniti d’America e con questo ricordo abbiamo vissuto ottant’anni di pace e prosperità. Da qualche mese, con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, il rapporto con l’alleato e amico oltre oceano è diventato un incubo. Non solo per i dazi i quali, alla luce di quello che sta avvenendo in questi giorni, appaiono bazzecole, ma per le sprezzanti parole usate in documenti ufficiali contro noi europei, le nostre istituzioni e i nostri valori che, a questo punto, dobbiamo ritenere non più condivisi.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Nel recente documento sulla sicurezza nazionale si possono leggere, nel capitolo dedicato all’Europa, frasi contro il nostro continente che appaiono pericolose quanto farneticanti.
Lassismo europeo
La sintesi di esse è che l’Europa sta perdendo i suoi valori e la sua origine vera, essenzialmente per due motivi: per il suo lassismo nei confronti dell’immigrazione e per l’opposizione forte che sta mostrando verso certi partiti di opposizione i quali invece sarebbero, per il governo americano, i veri paladini dei valori occidentali. Questi partiti sarebbero quelli che noi europei, che li abbiamo in casa, consideriamo neofascisti e neonazisti.
Gli Stati Uniti, prosegue il documento, al fine di evitare la scomparsa dell’Europa, appoggeranno questi partiti per la loro affermazione, perché solo essi possono portare l’Europa ai suoi valori originari. Inoltre incoraggerà il ritorno alla sovranità dei singoli stati nazionali a danno delle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea, che si sono mostrate dannose.
Politica migratoria
Quello che provoca un gelo alla schiena è, da un lato, la critica alle politiche migratorie la quale, così come viene enunciata, e cioè con il pericolo che i migranti rappresenterebbero per l’identità europea, somigliano molto alla “difesa della razza” di tragica memoria. Dall’altro, la difesa delle opposizioni neonaziste e neofasciste agli attuali governi europei. A queste, secondo il duo Trump-Vance, verrebbe addirittura negata la libertà di espressione.
In realtà le barriere eventualmente poste da governi democraticamente eletti, sarebbero normali provvedimenti legislativi e/o giudiziari nei confronti di partiti banditi dalle costituzioni nazionali.
Il sostegno a questi gruppi politici da parte dell’attuale Amministrazione americana si trasforma di fatto in una apologia del neofascismo e del neonazismo, perché questo sono quelle forze politiche tanto care a Trump-Vance. Il fatto poi di indicarli come vittime di un’attività repressiva (Macron-Le Pen e Merz-Afd), somiglia molto al vittimismo dei nazisti prima di prendere il potere, i quali vedevano ovunque le forze ebraico-liberali-marxiste-bolsceviche in azione contro di loro.
Allora, è opportuna la domanda posta nel titolo?
A rendere ancora più preoccupante la situazione europea è la coincidenza nei punti fondamentali con la visione della Russia di Putin e Dugin, e infatti esponenti del governo di quel Paese si sono affrettati a dire che la visione dell’Amministrazione americana coincide con la loro.
Nel marzo 2019 Vladimir Putin concedeva al Financial Times un’intervista[2] nella quale si possono apprezzare affermazioni come queste: «Che cosa sta succedendo in Occidente? Le élite al potere si sono allontanate dal popolo. C’è anche la cosiddetta idea liberale che ha esaurito il suo scopo. Quando il problema dell’immigrazione ha raggiunto un punto critico … L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi, l’idea liberale è diventata obsoleta». (corsivi miei).
Stretta nella morsa
L’Unione europea si ritrova stretta in una morsa perché, evidentemente, dà fastidio a entrambe le potenze. Crea spavento e raccapriccio l’idea di una sua unione che proceda ancora più avanti, se mai fino a diventare uno stato federale, e allora bisogna fermarla, anzi dissolverla e successivamente dividersela di nuovo come ai “bei tempi” della guerra fredda.
D’altro canto, sin da quando gli analisti geopolitici hanno iniziato a porre la questione del declino (relativo) americano, l’Unione Europea veniva indicata come una delle entità che avrebbe reso meno cogente, sempre in termini relativi, la leadership economica americana, fino a mettere in discussione, secondo alcuni, lo stesso primato.
L’Unione europea dovrebbe rispondere a questa sfida con una maggiore integrazione e, dato che alcuni Paesi non ci staranno, bisogna pensare a un’Europa a due velocità: una che corre verso lo stato federale e l’altra che regredisce alla forma del semplice “mercato comune” (l’Italia in quale gruppo starebbe?).
Punto di congiunzione
A parte la questione economica, quello che preoccupa è il disegno politico di due potenze finora “nemiche” che ritrovano un punto di congiunzione nella distruzione dell’Europa e nel recupero di valori che la Storia sembrava avesse seppellito per sempre. Se questo disegno prelude ad altre spartizioni tipo Yalta, preannuncia allora una tragedia immane, perché i Paesi che si sono liberati del giogo sovietico saranno pronti a versare fino all’ultima goccia del loro sangue pur di non tornare sotto quel tallone fatto di oscurantismo, repressione e violenza. È questo che si vuole?
Giovanni La Torre giovlatorre@gmail.com
[1] Quando il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, consegnò la dichiarazione di guerra all’ambasciatore francese si sentì dire: “E’ un colpo dio pugnale a un uomo in terra”.
[2] Riportata, tradotta in italiano, su Repubblica del 29 giugno 2019.
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Il tentativo di golpe in Benin non è passato inosservato. E i Paesi vicini e la Francia si sono mossi immediatamente. Questa volta ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), non si è limitata alla sola condanna del putsch, ma è intervenuta subito militarmente. L’ultimo spiegamento delle sue truppe risale al 2017, in Gambia, per cacciare il dittatore Yahya Jammeh.
In una breve dichiarazione di ieri, Parigi ha dichiarato che dietro richiesta di Cotonou ha mobilitato immediatamente quanto possibile per venire in aiuto a Patrice Talon, presidente del Benin. Ha inoltre dato supporto a ECOWAS
Supporto Parigi
La Francia ci tiene alle sue ex colonie, specie dopo essere stata cacciata da tre Paesi di AES (Alleanza degli Stati del Sahel: Burkina Faso, Mali e Niger), che a gennaio sono usciti definitivamente da ECOWAS.
Parigi non ha dato ulteriori dettagli, tuttavia un sito di tracking online ha rintracciato un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, mentre sorvolava Cotonou. Da quanto si apprende il velivolo sarebbe rimasto per parecchie ore sopra il cielo della città, dove ha sede il governo. La capitale ufficiale è Porto-Novo.
Truppe ECOWAS in Benin
Macron ha parlato telefonicamente con i suoi omologhi della Nigeria, Bola Tinubu e della Sierra Leone, Julius Maada Bio, che attualmente presiede ECOWAS. L’istituzione regionale ha autorizzato subito l’intervento di truppe nigeriane, sierraleonesi, ivoriane e ghaniane in Benin, per dare supporto alle forze lealiste a riprendere il controllo del Paese.
Caccia nigeriani
Nel pomeriggio di domenica i bombardamenti dei caccia nigeriani hanno distrutto veicoli blindati, non avrebbero causato vittime. Tinubu ha elogiato l’intervento dei suoi uomini.
Una forza speciale proveniente dalla Costa d’Avorio è arrivata domenica sera per posizionarsi a Cotonou in vista eventuali di ulteriori azioni.
Ma già prima dell’arrivo delle truppe di ECOWAS, l’esercito beninois ha attaccato la base militare di Togbin, sede dei soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire.
Arrestati una decina di coinvolti
Nella serata di domenica sono stati liberati anche due alti ufficiali, presi in ostaggio dai militari ribelli. Mentre una decina di coloro coinvolti nel tentato golpe sono stati arrestati. Ma come erroneamente riportato da Africa ExPress, il capo dei golpisti, Tigri Pascal, leader del “Comitato per la rifondazione militare”, non è tra questi. Finora non è dato sapere che fine abbia fatto.
Durante il suo intervento nella TV di Stato di domenica, Talon aveva qualificato le motivazioni dei soldati che hanno tentato di rovesciarlo come “fallaci”. Le loro azioni avrebbero rischiato di far cadere il Paese in una situazione terribile, disastrosa, aveva specificato il presidente.
Denuncia attacchi dei jihadisti
Il gruppo del “Comitato per la rifondazione militare” aveva denunciato la cattiva gestione del governo circa le continue incursioni dei jihadisti molto attivi nel Sahel, che cercano di espandersi nei Paesi del golfo di Guinea. Basti pensare che nell’aprile scorso durante due attacchi dei terroristi sono morti stati uccisi ben 70 soldati beninois nella provincia di Kandi, nel nord-est del Paese.
La Nigeria è intervenuta senza battere ciglio anche per dimostrare di porsi come baluardo contro l’ondata di colpi di Stato in Africa occidentale e riaffermare la sua posizione di potenza regionale. Non solo, perchè si è trattato anche di un’operazione che risponde alle proprie sfide nazionali, in particolare in materia di sicurezza.
E forse anche per dimostrare a Washington che le sue forze armate sono in grado di operare, malgrado i continui attacchi di Trump che afferma sia in atto un genocidio nei confronti dei cristiani in Nigeria. Aggressioni che, secondo Washington, Abuja stenta a risolvere. Il presidente americano ha minacciato di intervenire militarmente e bombardare i terroristi.
Delegazione USA
E proprio domenica è arrivata una delegazione di deputati e diplomatici americani per verificare cosa sta effettivamente succedendo nella ex colonia britannica. Uno di loro, Riley Moore, ha postato sul suo account X: “Sono venuto in Nigeria nel nome del Signore e a nome del popolo americano”.
Delegazione deputati USA in Nigeria con il consigliere per la sicurezza nazionale del governo di Abuja, Nuhu Ribadu
Nuhu Ribadu, consigliere per la sicurezza nazionale di Abuja, ha ricevuto la delegazione del Congresso degli Stati Uniti nella capitale. Ribadu ha poi sottolineato che le discussioni si sono concentrate sulla cooperazione antiterrorismo, sulla stabilità regionale e sugli sforzi volti a rafforzare la partnership strategica in materia di sicurezza tra la Nigeria e gli Stati Uniti.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
8 dicembre 2025
Stavolta gli spagnoli hanno voluto fare le cose in grande. Per l’ultima importante maratona della stagione si erano posti un obiettivo chiaro e ambizioso :il record mondiale. E per raggiungerlo non hanno badato a spese: 1.000.000 di euro .
Questo, infatti, era l’incentivo epocale messo sul piatto dagli organizzatori della 45esimaa edizione della Maratona Valencia Trinidad Alfonso Zurich disputatasi domenica mattina 7 dicembre.
Maratona di Valencia, Spagna 2025
Il premio a sette cifre sarebbe andato a chi avesse battuto il primato mondiale dei 42,195 metri lungo le strade della terza città spagnola: li limite da abbassare era di 2h’00’35” per gli uomini, e 2h09’56” per le donne.
La cifra d’oro però è rimasta in cassa (forte).
Il vincitore maschile, John Korir, 29 anni, kenyano, pur segnando il terzo tempo della stagione e migliorando di 20 secondi il suo tempo personale, si è fermato a 2h02’24”.
Il kenyano John Korir vince la gara maschile a Valencia
La dominatrice della gara femminile, Joyciline Jepkosgei, 31 anni, sempre del Kenya, pur correndo la maratona più veloce dell’anno, ha tagliato il traguardo della Città delle Arti e delle Scienze con il tempo di 2h14’00”.
Non si può dire però che i due trionfatori siano rimasti a mani vuote. A John Korir, che quest’anno era arrivato primo anche nella mitica edizione di Boston, sono andati 75 mila euro. A Joyciline, invece, ben 105 mila euro (l’equivalente di circa 15.818 milioni di scellini kenyani) perché ai 75 mila euro di premio per la medaglia d’oro sono stati aggiunti 30 mila euro per aver stabilito il nuovo crono della gara.
Verrebbe da dire : solita esibizione indiscussa dei runners della Rift Valley in quella che viene considerata la maratona più veloce del mondo perché tutta in pianura.
Moltissimi atleti in gara
Invece, a parte l’altissimo numero di partecipanti (35 mila di 150 nazioni, fra cui 2000 Italiani) lo spettacolo e la sorpresa non sono mancati nelle retrovie: alle spalle dell’imprendibile Korir si sono piazzati ben sei europei e un giapponese.
Intendiamoci: il secondo e il terzo sono europei in quanto rappresentano, uno, Amanal Petros, 30 anni, la Germania, l’altro Awet Nftalem Kibrab, 30, la Norvegia. In realtà sono entrambi nati in Eritrea.
Amanal Petros si piazza terzo e vince per la Germania
Petros ha alle spalle una storia drammatica: originario della città portuale di Bassan, nel Tigray, per sfuggire alla guerra con Addis Abeba, è stato portato via dalla mamma all’età di 2 anni proprio in Etiopia. Dopo 14 anni, giunse in Germania dove nel 2016 cominciò l’ attività agonistica.
Awet Kibrab ha un passato più “normale”: ha prima corso sotto la bandiera del suo Paese, nel 2013, poi nel 2015 si è trasferito in Norvegia, a Oslo.
Joyciline Jepkosgei, sergente dell’esercito di Nairobi (fu promossa 3 anni fa per meriti sportivi) era estremamente felice: “Sono al settimo cielo per la vittoria, per il record e per il pubblico che mi ha sostenuto con un entusiasmo incredibile”.
Non dice che il massimo della soddisfazione è stato anche lasciarsi alle spalle la connazionale e fortissima rivale Peres Jepchirchir, 32 anni, regina della maratona femminile ai Mondiali di Tokyo nel settembre scorso.
Campionessa olimpica “solo” al 2. posto
A Valencia, la Jepchirchir si è dovuta accontentare della seconda piazza (50 mila euro), ma con l’ ottimo tempo di 2h14’43”. Infatti, come hanno fatto notare gli esperti in materia, non era mai successo che due atlete corressero sotto le 2 ore e 15 minuti nella stessa gara.
John Korir, sul traguardo, dopo essersi fatto tre volte il segno della croce ha ringraziato il Padreterno (è un fervente credente), il fratello Wesley, di cui ha seguito le orme (nel 2012 vinse a Boston poi divenne deputato) e quelli che hanno continuato ad aver fiducia in lui nonostante una défaillance a Chicago quest’anno: “C’è stato chi ha detto che i Korir stanno tramontando. Ma io sono venuto qui e ho dimostrato che i Korir ci sono ancora. E magari l’anno venturo posso mettere nel mirino il milione….”.
Poche ore fa i beninois, appena accesa la televisione, hanno appreso che nel Paese è in atto un colpo di Stato. Un gruppo di militari ha annunciato all’emittente di Stato di aver destituito il presidente Patrice Talon. Soprannominato il “re del Cotone” Tolon è salito al potere nel 2016.
Durante il breve comunicato, gli ufficiali hanno precisato che il tenente colonnello Tigri Pascal è il leader del “Comitato per la rifondazione militare”. Pascal era a capo delle forze speciali del Paese.
Benin: annuncio alla TV di Stato di un gruppo di militari
Secondo una notizia di poco fa, l’entourage del presidente sostiene che la situazione sarebbe nuovamente sotto controllo e Talon e la sua famiglia sarebbero al sicuro. I lealisti avrebbero il controllo della capitale e di tutto il resto del Paese.
I militari del comitato ribelle, sempre in base a quanto riferito dall’entourage di Talon, non sarebbero altro che un piccolo gruppo di soldati, che avrebbero occupato solamente la TV di Stato. Ma l’esercito regolare starebbe già riprendendo il controllo dell’edificio.
Il ministro delle Finanze, Romuald Wadagni, ha poi precisato a Jeune Afrique: “I ribelli sono asserragliati. Stiamo facendo pulizia, ma non abbiamo ancora terminato”.
La situazione a Cotonou resta comunque confusa: ancora qualche ora fa nella zona del porto e nei pressi del palazzo presidenziale si sono uditi colpi di arma da fuoco
Attualmente la strada d’accesso all’edificio della presidenza è bloccato e diversi elicotteri stanno sorvolando l’intera area.
L’ambasciata francese a Cotonou ha fatto sapere che si sono sentiti spari anche nella base militare di Camp Guezo, situata in prossimità della residenza di Talon. La rappresentanza di Parigi accreditata in Benin ha invitato i connazionali presenti sul territorio di non lasciare il proprio domicilio fino a nuovo avviso.
Aggiornamento ore 23.00
Poche ore fa le autorità di Cotonou hanno confermato ufficialmente che il golpe, annunciato questa mattina da un gruppo di militari, è stato sventato.
Una decina di soldati sono stati arrestati, tra loro anche il capo del “Comitato per la Rifondazione Militare”, Tigri Pascal. L’emittente di Stato ha ripreso regolarmente le trasmissioni.
In serata Tallon è apparso in TV per spiegare ai connazionali che la situazione è completamente sotto controllo. Ha poi invitato i beninois a riprendere serenamente le loro attività.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 6 dicembre 2025
Continua l’ondata di rapimenti nel nord della Nigeria; tra le vittime tanti musulmani ma anche cristiani. Ovviamente in Occidente ha suscitato grande indignazione l’uccisione di un pastore anglicano. Silenzio o quasi per quanto riguarda gli altri sequestrati, per la stragrande maggioranza di fede islamica.
Secondo quanto riportato dall’arcivescovo anglicano, Henry Ndakuba, il pastore, Edwin Achi, è stato brutalmente ammazzato dai suoi aguzzini, dopo essere stato rapito il 28 ottobre scorso, insieme alla moglie e alla figlia nello Stato di Kaduna, nel centro-nord della ex colonia britannica.
Ndakuba ha spiegato che inizialmente i rapitori avevano chiesto un riscatto di 600 milioni di Naira (circa 354.000 euro), somma poi ridotta a 200 milioni di naira (circa 118.000 euro). Il vescovo ha poi aggiunto che la moglie e la figlia di Achi sarebbero ancora in mano ai rapitori.
Sharia
Va ricordato che nello Stato di Kaduna vige la legge della sharia, introdotta nel 2000, allineandosi con altri Stati della Federazione nel nord della ex colonia britannica. In tutto il Paese sono 12 le regioni a maggioranza musulmana che hanno adottato tale codice, basato principalmente sul Corano.
Edwin Achi, pastore anglicano ucciso
Anche il sequestro di 300 ragazze di una scuola cattolica ha provocato un forte clamore a livello internazionale. Infatti già all’inizio di novembre il presidente americano, Donald Trump, aveva minacciato un intervento militare nel caso in cui Abuja non avesse bloccato quello che ha chiamato genocidio dei cristiani nel Paese.
Bande di criminali terroristi
Già dal 2022, l’allora presidente Muhammadu Buhari aveva classificato come terroriste le bande di criminali impegnate nei rapimenti, equiparandole ai miliziani di Boko Haram e ISWAP (Islamic State West Africa Province, gruppo ha giurato fedeltà allo stato islamico e si è separato dai cugini Boko Haram nel 2016).
E proprio il 3 dicembre scorso il Senato nigeriano ha deciso di inasprire le leggi anti-rapimento, decretando la pena di morte per i sequestratori.
Stato di emergenza
I sequestri di persona sono diventati una vera e propria piaga in Nigeria. Tant’è vero che Bola Tinubu, presidente del Paese, il 26 di novembre ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale. Ha poi dato ordine all’esercito e alla polizia di reclutare migliaia di nuovi effettivi per far fronte alla crescente violenza.
Bande di criminali sequestrano civili
Il 1° di dicembre si è dimesso il ministro della Difesa, Mohammed Badaru Abubakar, ufficialmente per ragioni di salute. Ha lasciato uno dei ministeri più importanti proprio in un momento di grande crisi, dovuta ai continui sequestri.
Il presidente Tinubu lo ha sostituito immediatamente con l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, Christopher Musa. Il consigliere speciale della presidenza, Bayo Onanuga, in un breve comunicato ha specificato che il capo di Stato ha molta fiducia nelle capacità del nuovo ministro ed è convinto che Musa elaborerà nuove strategie per rafforzare la sicurezza nazionale.
Per l’attuale situazione nel Paese Tinubu ha persino rinunciato a partecipare al G20, che si è tenuto recentemente a Johannesburg.
Tinubu sotto pressione
E’ chiaro che il presidente nigeriano è sotto forte pressione, dopo i ripetuti attacchi di Donald Trump e di alcuni esponenti politici repubblicani USA. Gli americani continuano a denunciare la passività delle autorità di Abuja di fronte alle aggressioni che, secondo loro, sono mirate contro i cristiani.
Nel Paese più popoloso del continente la situazione, specie nel nord, è davvero gravissima. Secondo il PAM (Programma Alimentare Mondiale), la recrudescenza degli attacchi dei jihadisti e la crescente instabilità nel settentrione del Paese, potrebbero provocare una crisi di insicurezza alimentare senza precedenti.
Tagli negli aiuti
PAM stima che durante il periodo che precede i raccolti del prossimo anno, 35 milioni di persone potrebbero trovarsi in gravissime difficoltà. La cifra rappresenta il più alto dato di tutto il continente.
Solo nel Borno State, nel nord-est del Paese, 15.000 persone potrebbero essere colpite da “condizioni simili alla carestia”, ha specificato l’organizzazione.
Complici della grave situazione sono anche i consistenti tagli agli aiuti, in particolare a causa dello smantellamento di USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale), che hanno messo in grave difficoltà i programmi umanitari.
Speciale per Africa ExPress Fiorina Capozzi
5 dicembre 2025
Duemilasettecento miliardi di dollari finiti in spesa militare solo nel 2024. Il dato record mostra un aumento del 9 per cento rispetto allo scorso anno.
Si tratta del maggiore aumento dalla fine della Guerra Fredda nel decimo anno consecutivo di incremento. Secondo analisi riportate dall’ONU, la spesa militare globale potrebbe raggiungere fra i 4 mila settecento miliardi e i 6mila seicento miliardi entro il 2035.
Doppio debito pubblico italiano
I profitti del commercio delle armi. L’italiana Leonardo (ex Finmeccanica) è al 12 posto
Per avere un termine di paragone, quest’ultima cifra è pari al doppio dell’intero debito pubblico italiano. Rappresenta inoltre cinque volte il livello della fine della Guerra Fredda e più del doppio di quanto speso lo scorso anno.
Per chi investe nel business della guerra i profitti si moltiplicano in tutto il mondo. Come riferisce Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), i primi cento produttori di armi del mondo hanno realizzato lo scorso anno un fatturato record da 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto allo scorso anno.
Indice ETF
L’indice ETF (Exchange Traded Fund) globale sul settore della difesa ha guadagnato in due anni più del 168 per cento. Da inizio anno è salito del 77,4 per cento. Dentro ci sono i nomi dei colossi del settore statunitensi come Bae Systems, Lockheed Martin o General Dynamics, ma anche grandi gruppi europei come la tedesca Rheinmetall, che è nata nel 1800, ha attraversato due Guerre mondiali ed è oggi il fornitore ufficiale di sistemi d’arma della Nato. O ancora le francesi Dassault e Thales e le italiane Fincantieri e Leonardo.
Questo è naturalmente l’asse occidentale, cui si aggiungono Giappone e India e che si confronta con quello orientale dove è la Cina a farla da padrone con i grandi conglomerati di Stato come la Aviation Industry Corporation of China che ha un fatturato da circa 79 miliardi di dollari di cui 45 per la difesa.
Industria bellica
Solo nel comparto militare è tre volte più grande di Leonardo il cui giro d’affari complessivo lo scorso anno ha sfiorato i 18 miliardi di euro segnando una crescita dell’11 per cento con 21 miliardi di ordini in portafoglio. Il 78 per cento di questa somma deriva da armi. Cifre da capogiro.
Economia di povertà
Che dire? L’economia di guerra rende. Ma alimenta anche un’economia di povertà. La produzione delle aziende belliche non riesce infatti a creare ricchezza sul territorio in cui realizza i manufatti al pari dell’economia di pace.
La ragione è semplice: non alimenta in maniera considerevole e diffusa i consumi sul territorio nazionale e di conseguenza non fa scattare quel circuito positivo che è proprio della produzione in tempi di pace.
Per questa motivo l’Europa deciderà di dirottare i fondi non spesi del Pnrr a vantaggio della spesa militare, l’Italia perderà un’occasione di rilancio in un delicato momento geopolitico ed economico, mettendo a dura prova la tenuta sociale. Con il rischio concreto che, alla fine dei conti, oltre a contribuire a costruire un clima di odio, restino alle future generazioni solo debiti da pagare.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 5 dicembre 2025
Regno Unito e Olanda hanno deciso di abbandonare il progetto miliardario gestito da TotalEnergies. Londra si era impegnata per un finanziamento di 1,1 miliardi di dollari (circa 950 milioni di euro).
L’interruzione del sostegno finanziario approvato nel 2020, era garantito dalla UK Export Finance (UKEF), dipartimento ministeriale del governo del Regno Unito. La decisione è stata comunicata il 1° dicembre scorso al Parlamento di Londra.
Anche l’Olanda, con l’annuncio del ministro delle Finanze Eelco Heinen, ha confermato l’uscita dal progetto TotalEnergies, anche su pressione dell’opinione pubblica. La sua quota era di 640 milioni di dollari (circa 550 milioni di euro).
Perché Londra e Amsterdam escono
Il progetto, nell’Area 1, per l’estrazione del gas naturale a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, ha un valore di 20 miliardi di dollari.
Rendering del progetto gestito da TotalEnergies
Le ragioni della decisione dello stop è l’insicurezza dell’area e i rischi associati al progetto. In particolare la violenza armata jihadista nel maggio 2021 a Palma (1.400 morti) che hanno portato la multinazionale francese, TotalEnergies, a fermare i cantieri. Gli attacchi dello Stato islamico (IS-Mozambico) sono aumentati dopo la fine della missione SAMIM, gestita dalla Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC).
Il progetto va avanti
“Il governo non è ancora stato informato ufficialmente in merito”, ha dichiarato ai media Inocêncio Impissa, portavoce del Consiglio dei ministri. Intanto Maputo, nonostante le decisioni di Londra, ha confermato la continuazione del “progetto gas”. TotalEnergies ha 30 giorni di tempo per presentare il programma di ripresa delle operazioni.
Accuse pesantissime
Il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), lo scorso 17 novembre, in Francia ha presentato denuncia penale contro TotalEnergies. Le accuse sono: complicità in crimini di guerra, tortura e sparizioni forzate in Mozambico.
La denuncia è stata presentata al Procuratore nazionale antiterrorismo francese. Riguarda le violenze dei militari mozambicani contro i civili durante l’occupazione jihadista di Palma nel 2021. Queste violenze sono conosciute come il “massacro dei container”. I soldati avrebbero arrestato, torturato e ucciso civili nei cantieri di gas di TotalEnergies.
Secondo l’ECCHR TotalEnergies ha sostenuto consapevolmente un’unità militare con storia di violazioni dei diritti umani. Ha, infatti, fornito ai soldati alloggio, cibo e attrezzature.
Cabo Ligado, sito collegato ad ACLED, ONG che monitora le guerre, scrive che ECCHR ha ottenuto documenti che dimostrano che la major francese era a conoscenza dei violenti abusi commessi per garantire la propria sicurezza. Quindi, TotalEnergies e i suoi dirigenti, devono essere ritenuti responsabili per aver permesso questi crimini.
Il presidente mozambicano smentisce
“La Commissione nazionale per i diritti umani ha visitato Cabo Delgado e non ha trovato prove a sostegno delle accuse”. – Queste le dichiarazioni del presidente mozambicano, Daniel Chapo. Il capo dello Stato ha negato le accuse di violazioni dei diritti umani associate al progetto e giudica false le affermazioni delle organizzazioni internazionali.
Il dossier “Dall’eldorado del gas al caos” di Amici della Terra
Secondo la ONG, il progetto rappresenta una “bomba a orologeria di carbonio” e potrebbe generare fino a 4,5 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra nel corso della sua durata.
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Sabato e domenica prossime 6 e 7 dicembre a Milano in piazza Wagner 2, gli amici di Africa ExPress organizzano un mercatino di beneficenza. Il ricavato delle vendite dell’artigianato africano è destinato alla missione di Camp Garba in Kenya.
Ecco una descrizione della missione come si può trovare nel loro sito (https://www.unvillaggioperamico.org/camp-garba/)
“La missione di Camp Garba si trova a circa 4 Km da Isiolo e dispone complessivamente di circa 20 ettari di terreno incolto. La gente che abita attorno alla missione è molto povera e vive di pastorizia. Per loro e con loro abbiamo avviato un progetto molto sfidante.
Una veduta dei terreni di Camp
Abbiamo creato una cooperativa agricola composta da oltre 50 famiglie locali e abbiamo avviato i lavori per rendere coltivabile una parte del terreno della missione di circa mq 25.000.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia Toelgyes
1° dicembre 2025
Il primo ministro togolese, Faure Gnassingbé è stato ricevuto dal presidente russo, Vladimir Putin il 19 novembre scorso. Non si sono più incontrati dal lontano 2019, quando il politico togolese era ancora presidente del suo Paese.
Dopo la riforma costituzionale del 2024, ha dato le dimissioni come capo di Stato e è stato eletto primo ministro a maggio.
Faure Gnassingbé, primo ministro togolese con Vladimir Putin, presidente della Federazione russa
I due leader si sono stretti la mano sorridendo, visto il recente riavvicinamento dopo la firma di un accorda di cooperazione militare dello scorso aprile e ratificato all’inizio di ottobre dalla Duma (Camera bassa del Parlamento russo).
Il Togo apre porti ai russi
La cooperazione militare è a lungo termine e include esercitazioni congiunte, addestramento dei soldati in centri specializzati russi e lo scambio di informazioni strategiche. Non è chiaro se l’accordo contempla anche l’arrivo di mercenari russi di Africa Corps, contingente di recente creazione, controllato direttamente dal ministero della Difesa di Mosca.
Il fatto che i due Paesi prevedano esercitazioni congiunte, significa che potranno utilizzare i rispettivi porti militari. Un bel colpo per la Russia, che ottiene così un nuovo punto d’ancoraggio nel Golfo di Guinea, dove le sue navi da guerra e i suoi aerei militari potranno ora fare scalo.
Minaccia jihadista
Negli ultimi anni anche il Togo, come altri Paesi del Golfo di Guinea, hanno subito diversi attacchi da parte dei jihadisti del Sahel, particolarmente attivi in Mali, Niger e Burkina Faso.
Attacco dei jihadisti in Togo
I leader golpisti dei tre Paesi (Mali, Niger, Burkina Faso) appena saliti al potere, hanno dato il benservito alla Francia e agli altri partner occidentali e si sono rivolti a Putin. E con le armi russe, sono arrivati anche i mercenari di Wagner, ora sostituiti da Africa Corps. L’unico contingente militare europeo ancora presente nell’area è l’Italia con MISIN (Missione di Supporto Bilaterale in Niger).
Svolta strategica
Ora anche Lomé sembra strizzare l’occhio a Mosca, fatto che ovviamente Parigi non sembri apprezzare. Sebbene Togo e Francia intrattengano solidi rapporti diplomatici da sessantacinque anni, il nuovo accordo di cooperazione militare tra la Russia e la ex colonia francese segna una svolta strategica fondamentale.
Dal 2014, il Togo ha progressivamente diversificato i propri partner strategici, aprendo le porte a Cina, Stati Uniti e oggi alla Russia, a scapito di Parigi, un tempo partner privilegiato.
Apertura ambasciate
Durante i colloqui bilaterali a Mosca, sono stati stretti altri accordi in ambito commerciale, economico, istruzione, agricolo. La Russia ha anche accordato borse di studio a studenti togolesi.
Alla fine dell’incontro, Putin e Gnassingbé hanno annunciato l’apertura delle rispettive ambasciate a Lomé e Mosca.
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