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La grande fame nel nord della Nigeria, primo produttore di greggio in Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 luglio 2025

Nei primi sei mesi del 2025 nel nord-est della Nigeria sono morti per fame oltre 600 bambini sotto i cinque anni. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa dalla ONG francese Medici senza Frontiere (MSF). In tutto il Paese 31 milioni di persone, tra questi 17 milioni sono bambini, soffrono la fame e gli Stati nord-orientali della Federazione sono quelli maggiormente colpiti dall’insicurezza alimentare.

La Nigeria è il più popoloso Paese dell’Africa e conta oltre 230 milioni di abitanti. Ma il Paese vanta anche un altro primato. E’ il primo produttore di greggio dell’Africa subsahariana e il petrolio rappresenta la sua maggiore fonte di reddito. Eppure a tutt’oggi mancano infrastrutture – scuole, ospedali, strade e quant’altro, per soddisfare le necessità degli abitanti. Grazie a queste entrate, i nigeriani potrebbero vivere nel benessere quasi al livello di quello scandinavo.

Come il suo predecessore, Muhammadu Buhari, deceduto il 13 luglio scorso, anche Bola Tinubu, al potere da oltre due anni, non é ancora riuscito a combattere i jihadisti. Anche le bande criminali, classificate anche esse come terroristi, continuano le loro attività con rapimenti a scopo di riscatto. Per non parlare degli scontri tra agricoltori residenziali e allevatori nel centro del Paese.

Nigeria: aumenta insicurezza alimentare nel nord-est

Sempre secondo MSF, la malnutrizione infantile è aumentata del 208 per cento tra gennaio e giugno 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Ne sono in parte responsabili gli importanti tagli ai finanziamenti decisi da diversi Paesi, in particolare da Washington, che, con l’arrivo di Donald Trump ha cancellato drasticamente i fondi di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, ndr).

Ma non solo: importanti concause della grande fame nel nord-est della ex colonia britannica vanno ricercate nell’aumento del costo della vita e nella recrudescenza degli attacchi dei jihadisti (Boko Haram e ISWAP, quest’ultimo legato allo stato islamico).

Ahmed Aldikhari, rappresentante della ONG francese in Nigeria, ha spiegato che già l’anno scorso nel nord del Paese la crisi nutrizionale era peggiorata parecchio.  ma la situazione attuale ha superato tutte le previsioni. Aldikhari ha poi precisato: “Tagli massicci al bilancio, in particolare da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea hanno avuto un impatto negativo sul trattamento e la cura dei bambini malnutriti”.

Escalation violenze

Un grido d’allarme giunge anche da David Stevenson, direttore del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) per la Nigeria. L’Organizzazione dell’ONU sarà costretta a sospendere tutti gli aiuti alimentari e nutrizionali d’emergenza per 1,3 milioni di persone nel nord-est del Paese entro la fine di questo mese. Una carenza di fondi che arriva proprio in momento di escalation di violenza e di livelli record di fame.

E come sempre, saranno i bambini a pagare il prezzo più alto di questa terribile crisi. Negli Stati federali Yobe e Borno chiuderanno oltre 150 centri, supportati da PAM, mettendo a rischio 300.000 piccoli sotto i due anni, perché non riceveranno più il trattamento salvavita.

Nelle aree settentrionali colpite dal conflitto, l’escalation di violenza dei gruppi estremisti sta provocando nuovi sfollamenti di massa.

Non pochi, pur di assicurarsi tozzo di pane, potrebbero unirsi ai gruppi terroristi. La povertà estrema porta anche a questo. Stevenson ha poi sottolineato che l’assistenza alimentare spesso può prevenire tali rischi, perché sfamando le famiglie, si aiuta anche a ricostruire l’economia e sostenere una ripresa a lungo termine.

Disperazione 

Le mamme sono disperate. Molte non riescono portare un pasto decente in tavola più di una volta al giorno, a volte nemmeno quello. Una madre ha raccontato che ogni sera fa bollire una pentola d’acqua e la mescola finché i suoi figli non si addormentano. Finge di cucinare per calmarli e aiutarli a dormire.

Mamme in attesa degli integratori salvavita per i loro figli malnutriti

Mentre i reporter di Humangle media, giornale online nigeriano, hanno riferito che lo scorso 18 luglio, le mamme in fila da prima dell’alba al centro di assistenza sanitaria primaria nello Stato di Adamawa per bimbi affetti da malnutrizione, alle 7 del mattino sono state mandate a casa. “Oggi non è arrivato il supplemento RUFT, tornate la prossima settimana”, ha esclamato un operatore sanitario.

RUFT è un integratore essenziale, utilizzato per il trattamento di questi piccoli. Si tratta di una pasta composta da latte in polvere, arachidi, burro, olio vegetale, zucchero e un mix di vitamine e minerali. Una bustina contiene 500 calorie e micronutrienti.

La ventitreenne Aisha, è una delle mamme rimaste senza integratori per la sua bimba. Il RUFT è il pasto principale quotidiano per la piccola.

“Soffre di malnutrizione da quando ha compiuto un anno. Ho visto dei miglioramenti da quando ho iniziato a darle l’integratore”, ha raccontato Aisha. Ora è disperata, perché è costretta ad andare alla ricerca di un un pasto alternativo per la sua bambina, dato che ora la struttura ha difficoltà nel reperire le bustine salvavita.

Cornelia Toelgyes
@corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Nigeria centrale sotto attacco: oltre 150 morti dopo incursione di uomini armati

Gerusalemme est: Israele costringe i palestinesi a demolire le loro case

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
29 luglio 2025

Mentre gli occhi sono puntati sulla fame a Gaza e il genocidio in corso, nei Territori occupati destinati ai palestinesi e a Gerusalemme est e nella Città Vecchia continuano le depredazioni di edifici e abitazioni. Il sistema è collaudato da anni, ma negli ultimi mesi ha avuto un’accelerazione. Con la scusa che i palestinesi non hanno atti ufficiali di compravendita dei beni, questi gli vengono sequestrati dallo Stato di Israele che ordina anche la demolizione a cura dei proprietari stessi.

Niente atti notarili

In Palestina gli atti di compravendita sono rari. In molti casi, le proprietà risalgono all’impero ottomano oppure i documenti sono andati persi. Spesso si è trattato di passaggi di proprietà all’interno della famiglia che non necessitavano di documenti scritti. Per tutti questi motivi, molti palestinesi non hanno un pezzo di carta per dimostrare di essere veramente proprietari di un bene.

Un ragazzino davanti ai resti della sua casa a Silwan nell’area di Gerusalemme est (foto OCHA).

Ultimamente il governo israeliano ha lanciato una campagna contro le costruzioni “senza permessi”, minacciando, in caso di mancata demolizione, di inviare ulteriori multe e balzelli. Dall’ inizio dell’anno, OCHA, l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite che monitora anche i Territori occupati, Gerusalemme est e Gaza, ha calcolato che ogni mese, vengono fatte distruggere 49 abitazioni nella parte Est di Gerusalemme.

Ruspe dello Stato

Quindi al momento sono rimasti senza casa 321 palestinesi, di cui la metà bambini. Quattro demolizioni sono avvenute all’interno della Città Vecchia a Sharafat, Sur Bahir, Jabal al Mukkabir e Bab Huta e questo fa sfumare l’idea di Gerusalemme città internazionale che era una delle ipotesi di pace ai tempi dell’Accordo di Oslo. Morale secondo OCHA dall’inizio del 2025, i palestinesi sono stati costretti a demolire 113 strutture, di cui 65 abitazioni. Nel 28 per cento dei casi a terminare la distruzione sono state le ruspe inviate dallo Stato.

La stessa politica viene applicata in Area B, come il governatorato di Jenin, dove a Qabatiya sono state abbattute 5 strutture abitative, che appartengono alla famiglie di alcune persone accusate di disordini contro i coloni, ormai decedute. Nel 2025 in Cisgiordania sono state demolite dallo Stato 26 strutture, creando 136 profughi.

Israele: demolizioni forzate

La questione che in questi mesi si è esacerbata la questione, non è una novità nei Territori Occupati, definiti così secondo il diritto internazionale. Infatti dal 2009 almeno mille palestinesi sono stati colpiti da ordini di demolizione e sono state distrutte, in area A, B, C e Gerusalemme est, 200 strutture.

Condanna della Corte Internazionale

La Corte internazionale di giustizia un anno fa ha condannato l’esproprio forzato delle proprietà palestinesi, facendo notare come lo Stato israeliano tollera invece i presidi e le colonie totalmente illegali dei suoi concittadini.

Tra gli aspetti sottolineati già un anno fa dalla Corte c’è il fatto che sono stati ristretti i tempi per un eventuale ricorso contro l’ordine di demolizione a sole 98 ore. Viene così violato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e che l’occupazione israeliana in Cisgiordania viola il diritto internazionale. La Commissione delle Nazioni Unite ha calcolato addirittura 7 mila demolizioni tra il 2012 e il 2022 soprattutto in area C e Gerusalemme est. https://www.icj-cij.org/index.php/node/204160

Raid dei coloni

Intanto prosegue la violenza dei coloni, con raid contro gli abitanti di villaggi della West Bank, incendi e distruzione di campi, beni e proprietà. Tra il 15 e il 21 luglio ci sono stati 27 attacchi da parte dei coloni con danni a 560 campi di olive, mandorle, avocado e l’allontamento di 10 persone, di cui la metà bambini.

Gli attacchi sono avvenuti nel governatorato di Tibas, a Hammat al Maleh; nel governatorato di Gerico a Al’Auja; a Bardala e nel governatorato di Ramallah. Nel villaggio di Yabrud, il capo villaggio è stato interrogato dai coloni, perquisito per un’ora e quindi è stato picchiato in casa sua fino a perdere conoscenza.

Anche Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania, il 7 luglio ha subito un attacco dei coloni. Qualche giorno fa il quotidiano israeliano Haaretz fa ha riferito che secondo l’inchiesta della polizia israeliana non sarebbe stato appiccato il fuoco alla chiesa, come testimoniato dagli abitanti, ma nei pressi dell’edificio. Qui la reazione dei patriarchi e dei capi delle Chiese: https://fai.informazione.it/83C5C514-B8F0-4120-809A-18F9415A54A6/Taybeh-sotto-attacco-dei-terroristi-ebrei-i-Patriarchi-di-Gerusalemme-al-fianco-della-comunita-cristiana

Altra casa demolita in Cisgiordania

Le incursioni dei coloni sono state così violente che l’associazione pacifista ICHAD di palestinesi e israeliani nata nel 1997 contro le demolizioni delle case dei palestinesi, ha deciso di eliminare ogni riferimento a Israele nel nome dell’associazione perché “Israele è diventato un’entità colonialista senza una legittimità politica”. Ecco la frase completa: “Since Israel is a settler colonial entity with no political legitimacy that will be replaced by the post-colonial polity, the term “Israeli” loses the political signification it had when ICAHD was formed”. https://icahd.org/2025/07/24/icahds-name-change/

Arresti arbitrari

Da molte aree della West Bank arrivano testimonianze di assalti ripetuti di coloni. Medici senza Frontiere (MSF) ha condotto una ricerca su 300 persone cacciate dai campi di Jenin, Tulkarm, Nur Shams che hanno rivelato come la metà siano stati costretti a cambiare abitazione ben 3 volte. Uno su quattro è stato arrestato e ci sono stati almeno un centinaio di episodi di violenze contro chi cercava di tornare nelle proprie case a prendere qualche oggetto.

Tra Gaza, la West Bank e Gerusalemme est le Nazioni Unite hanno calcolato 3,3 milioni di palestinesi necessitano di aiuti umanitari. Per ora i Paesi membri hanno stanziato 785 milioni di dollari, di cui l’88 per cento destinato a Gaza. Ammesso che riescano a far arrivare il cibo nella Striscia dove secondo Oxfam l’87 per cento della popolazione ormai è al livello ultimo della fame prima della morte.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Come l’Occidente moralmente corrotto sostiene il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
Di ritorno da Gaza, 28 luglio 2025

Dal 7 ottobre 2023, figure chiave della comunità internazionale hanno facilitato il genocidio a Gaza, distorcendo la verità e manipolando la giustizia. Come? Abusando della loro autorità per insabbiare un orrore in corso.

Ecco i nomi: Julia Sebutinde, Joan Donoghue, Pramila Patten e Sheryl Sandberg. È vero, la copertura mediatica ha annullato la differenza tra occupante e occupato, tra un attacco aereo e un razzo artigianale, tra un assedio sistematico e una resistenza disperata. Ed è vero, il linguaggio gioca un ruolo centrale in questa cancellazione. Quando i media raccontano di Gaza, ricorrono all’astrazione: obiettivo militante, danni collaterali, rivendicazioni di distruzione.

Ma loro sono orribilmente detentrici di un abuso di potere. Il mondo sta guardando e la storia non perdonerà.

Julia Sebutinde – Joan Donoghue – Pramila Patten – Sheryl Sandberg

JULIA SEBUTINDE
La giurista ugandese Julia Sebutinde – ex presidente ad interim della Corte Internazionale di Giustizia – è colpevole di plagio totale nella sua opinione dissenziente a sostegno di Israele [https://icj-cij.org/node/204162], presentata nel 2024 (riguardo all’occupazione illegale del territorio palestinese).

Non meno del 32 per cento degli scritti dissenzienti della giudice Sebutinde è stato tratto direttamente da pubblicazioni di noti apologeti di Israele. Le anomalie, gli errori e le contorsioni legali potrebbero essere il risultato di ricatto, o peggio di corruzione, da parte del governo israeliano.

Posizioni estreme

Cosa significa questo? Che il presidente del più alto organo giudiziario del mondo diventa schiavo di una potenza straniera.

Le posizioni estreme di Sebutinde sono probabilmente un riflesso del sistema di credenze sioniste-cristiane che ha sviluppato come membro di Watoto, una mega-chiesa pentecostale nella capitale ugandese di Kampala. In effetti il parere di Sebutinde si apriva con una lunga storia del conflitto israelo-palestinese, che fondeva la consunta propaganda sionista con l’Antico Testamento.

Il decadimento morale dell’Occidente

Nel respingere la sentenza dei suoi colleghi che dichiarava illegale l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, faceva ricorso a resoconti sulla presenza ebraica nella terra biblica di Israele, omettendo qualsiasi riferimento alle risoluzioni ONU o al diritto internazionale.

JOAN DONOGHUE
A gennaio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso una sentenza interlocutoria, e un paragrafo chiave della sentenza ha attirato la massima attenzione.

Secondo la Corte, i fatti e le circostanze sono sufficienti per concludere che “almeno alcuni dei diritti citati dal Sudafrica e dei quali chiede la tutela sono plausibili”. Si riferisce in particolare al diritto dei palestinesi di Gaza ad essere protetti contro gli atti di cui all’art. III della Convenzione contro il genocidio.

Decisione negata

L’interpretazione comune, compresa quella di molti giuristi, è stata che era plausibile che Israele stesse commettendo un genocidio a Gaza. E questa interpretazione si è diffusa rapidamente. Ad aprile, tuttavia, Joan Donoghue – avvocato americano e presidente della Corte Internazionale di Giustizia all’epoca di quella sentenza – si è affrettata a dichiarare, con un’insolita iniziativa, che quella non era affatto la decisione della Corte.

PRAMILA PATTEN
Pramila Patten – avvocato mauritano e Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti – ha ricordato più volte in eventi ufficiali gli israeliani che hanno perso la vita il 7 ottobre, i sopravvissuti israeliani che portano le cicatrici del 7 ottobre, le vittime israeliane di violenza sessuale, gli ostaggi israeliani. Mai una parola sulla condotta insopportabilmente crudele di Israele sui palestinesi di Gaza.

Il rapporto a firma della Patten – basato sulle accuse di violenza sessuale commesse da Hamas e altri combattenti palestinesi in Israele – compilato dopo una visita in Israele di un paio di settimane tra gennaio e febbraio 2024, ammette che le informazioni raccolte dal team della missione provenivano in gran parte da istituzioni nazionali israeliane [https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/press-release/israel-west-bank-mission/].

Le prove digitali, raccolte da ogni angolazione e da ogni dispositivo elettronico immaginabile, non hanno fornito una sola immagine di violenza sessuale. Il rapporto afferma inoltre di non essere riuscito a trovare alcuna prova forense di violenza sessuale.

Incompetente o cinica

Impossibile capire se Patten sia incompetente o cinica (o entrambe le cose). Quel che è certo è che il suo rapporto è ingannevole.

SHERYL SANDBERG
Negli Stati Uniti, lo sfacciato e oltraggioso attacco alla libertà accademica non è iniziato con Trump. È iniziato quando la classe miliardaria suprematista ebraica ha deciso di fare la sua parte per la causa israeliana.

All’attacco delle università

A livello nazionale statunitense, la lobby israeliana esercita un’influenza significativa. Ad esempio, alla Columbia e in altre università dell’Ivy League, repressioni senza precedenti sull’attivismo universitario sono state causate dalle pressioni di donatori miliardari come Bill Ackman (Harvard) e Robert Kraft (Columbia).

Questi individui, insieme ad altri come Sheryl Sandberg – imprenditrice e funzionaria statunitense ed ex COO di Meta, nata a Washington da famiglia ebraica – operano indipendentemente dal governo statunitense, sfruttando la loro ricchezza e influenza per mettere a tacere il dissenso e propagare narrazioni filo-israeliane.

Non si tratta di politica estera statunitense. È invece il risultato diretto della classe miliardaria suprematista sionista che esercita il proprio potere.

Federica Iezzi
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Anche il corrispondente di Africa Express sulla nave Handala della Freedom Flotilla bloccata da Israele

Africa ExPress
Tel  Aviv, 27 luglio 2025

C’era anche Antonio Mazzeo, siciliano (insegnante e giornalista), corrispondente per la Difesa di Africa-ExPress, sulla nave Handala della missione Freedom Flotilla che aveva lasciato il porto di Siracusa nel primo pomeriggio di domenica 13 luglio. E fino a pochi giorni fa, tutto l’equipaggio, composto da 21 civili provenienti da 12 nazioni, sperava di poter superare il blocco navale per poter raggiungere Gaza con il suo carico pieno di aiuti per la popolazione allo stremo. Tra i beni di prima necessità trasportati dal natante c’era anche latte artificiale per i più piccoli, pannolini, ovviamente anche cibo e medicine.

L’imbarcazione è stata intercettata ieri notte in acque internazionali, a circa 40 miglia nautiche da Gaza, dai militari israeliani (IDF). Le persone a bordo erano preparate all’assalto degli israeliani. Infatti tutti quanti indossavano il giubbotto salvagente. Nei fotogrammi e video in rete si nota che i 21 erano seduti con le mani alzate.

Tra i coraggiosi che si sono imbarcati, pronti a tutto per affrontare il blocco navale, ci sono anche due italiani. Oltre al nostro Antonio Mazzeo, il barese Antonio “Tony” La Piccirella, attivista climatico.

Tentativi illegali

Il ministero degli Esteri dello Stato ebraico, Gideon Sàar, ha fatto sapere che la marina militare del Paese ha fermato l’imbarcazione per evitare che entrasse illegalmente nella zona marittima della costa di Gaza.

In una dichiarazione su X, il ministero ha poi affermato che “i tutti tentativi di violare il blocco sono pericolosi, illegali e minano gli sforzi umanitari in corso”.

Dichiarazione

Intanto la Handala è stata accompagnata al porto di Ashdod. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha parlato con il suo omologo israeliano questa mattina. Dalla conversazione tra Tajani e Sàar è emerso che i nostri due connazionali ora hanno due possibilità: firmare una dichiarazione e andare in aeroporto per tornare in Italia accompagnati dai nostri diplomatici, oppure essere  trattenuti in una prigione e rimpatrio forzato nei prossimi tre giorni. I due italiani vengono ora assistiti dal personale della nostra ambasciata a Tel Aviv.

Secondo alcuni giornali, sembra che Mazzeo, con cui non è stato possibile parlare, abbia scelto la prima opzione.

Africa ExPress
@africexp
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Herald Mail edizione del 25 luglio 2025

soldati della Marina hanno preso il controllo della nave “Gaza flotilla”. I soldati hanno preso il controllo della nave. Sollevato Ministero degli Affari Esteri: “I partecipanti della Flotta sono al sicuro”

La nave della flottiglia di Gaza, la Khandala, è arrivata al porto di Ashdod a Bukhara, dove gli attivisti sono stati accolti dai rappresentanti consolari dei loro paesi d’origine e dagli avvocati dell’organizzazione Adalah. La nave, che ha tentato di rompere il blocco navale sulla Striscia di Gaza, è stata fermata in mare dalle forze navali israeliane ieri sera. I combattenti della Flotta 13 hanno preso il controllo dell’imbarcazione dopo che gli attivisti a bordo si sono rifiutati di tornare sui loro passi. 21 attivisti della flottiglia sono stati arrestati e saranno espulsi dal paese. Martedì gli attivisti hanno affermato di aver avvistato una nave militare avvicinarsi e di aver iniziato a prepararsi per uno scontro. “Sono scattati gli allarmi e abbiamo indossato i giubbotti antiproiettile”, hanno detto. Nel filmato pubblicato, gli attivisti sono stati visti seduti sul ponte della nave, alcuni con le mani alzate, mentre le forze navali salivano a bordo e ne prendevano il controllo. Ministero degli Affari Esteri La Marina israeliana ha rilasciato una dichiarazione martedì, affermando: “La Marina ha impedito alla nave di entrare illegalmente nella zona marittima di Hofuf. La nave sta viaggiando in sicurezza verso Israele. Tutti i passeggeri sono al sicuro. I tentativi non autorizzati di violare il blocco sono pericolosi, illegali e compromettono gli sforzi umanitari in corso”. La nave in questione ha lasciato l’Italia all’inizio della scorsa settimana, circa un mese e mezzo dopo che la nave “Madeleine” era stata fermata al largo delle coste di Gaza ed era stata anch’essa condotta al porto di Ashdod. La scorsa settimana, l’ufficio del Procuratore Distrettuale di Haifa, per conto dello Stato di Israele, ha chiesto al tribunale distrettuale della città di sequestrare definitivamente la nave. La richiesta recitava: “Il diritto internazionale conferisce allo Stato il diritto di sequestrare le navi che tentano di violare un blocco marittimo”.

(The Herald Mail 28 luglio 2025)

Video di Antonio Mazzeo appena atterrato in Italia

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Piano Mattei e Global Gateway europeo insieme per l’Africa con un progetto da 1,2 miliardi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 luglio 2025

Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania sono gli altri cinque Paesi aggiunti al Piano Mattei per l’Africa nel 2025. Accompagnano i nove già presenti nel 2024: Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Repubblica del Congo (Congo-B) e Tunisia.

I cinque ultimi appaiono ufficialmente nella seconda relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, aggiornata al 30 giugno scorso.

Rispetto al report precedente c’è maggiore attenzione al rafforzamento del partenariato internazionale oltre a una estensione progettuale. Purtroppo non esistono le schede dei progetti presenti nella relazione precedente che, anche se piuttosto povere, davano alcuni dettagli.

PIano Mattei per l'Africa
Piano Mattei per l’Africa

Il punto più importante del vertice di Roma dello scorso 20 giugno è la collaborazione tra il Piano Mattei per l’Africa e il Global Gateway. Quest’ultimo è un progetto dell’Unione Europea voluto dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Meloni e von del Leyen hanno sottoscritto 11 intese. Hanno annunciato impegni congiunti per 1,2 miliardi di euro, destinati a infrastrutture energetiche, digitali e agroalimentari.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dichiarato l’intenzione di utilizzare circa 235 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di cooperazione allo sviluppo. Un particolare sostegno ai Paesi africani a basso o medio reddito.

Gli ambiti di intervento

Sono cinque gli ambiti di intervento previsti con 64 progetti: energia, agroalimentare, sanità, istruzione e formazione, infrastrutture e digitale.

La transizione energetica riguarda il Nord Africa e il Kenya. L’Egitto avrà il sostegno per gli impianti fotovoltaici mentre la Tunisia è interessata all’idrogeno verde. Il Kenya avrà, invece, il sostegno nei progetti geotermici.

Nell’agroalimentare Bonifiche Ferraresi e Leonardo sono già presenti in Algeria per rafforzare le filiere agricole. In Senegal, Ghana e Mozambico è prevista la creazione di centri agroindustriali e formazione tecnica per i giovani. I progetti intendono promuovere l’innovazione sostenibile e la sovranità alimentare.

Progetti sanitari

Etiopia e Costa d’Avorio sono i Paesi nei quali sono previsti progetti sanitari. Gli interventi riguardano il miglioramento di strutture sanitarie in aree rurali e periferiche con la fornitura di attrezzature, soprattutto a vantaggio della salute materno-infantile.

Istruzione e formazione contemplano la realizzazione di una Scuola superiore universitaria non statale dedicata all’agricoltura. Dovrebbero includere corsi professionali, bandi di ricerca e programmi di alta formazione. La Scuola nazionale dell’Amministrazione prevede invece percorsi di formazione per oltre 1.500 funzionari del continente africano.

SACE, gruppo assicurativo-finanziario italiano, controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, ha creato l’Africa Champion Program. Il progetto ha l’obiettivo di potenziare le competenze delle piccole e medie imprese italiane (PMI) che operano in Africa.

piano Mattei roma 2025
Foto dei partecipanti al vertice del Piano Mattei per l’Africa e del Global Gateway con Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen (Courtesy: Commissione Europea)

Corridoio di Lobito

Per il Corridoio ferroviario di Lobito sono già stanziati 250 milioni di euro. La linea ferroviaria, strategica per Angola, Repubblica Democratica del Congo (Congo-K) e Zambia e per i finanziatori è una delle infrastrutture di punta.

L’AI Hub for Sustainable Development è il programma digitale, in corso, che prevede l’estensione dei cavi in fibra della linea Blue&Raman. È un progetto che parte dall’Italia per arrivare fino all’India portato avanti in collaborazione con UNDP e con il supporto del Ministero delle Imprese. Chiamato il “cavo della pace” si è arenato a causa della guerra a Gaza.

Sicuramente la cooperazione tra governo Meloni e Unione Europea porta maggiore visibilità al Piano Mattei per l’Africa. Per il momento ha coinvolto solo quattro privati italiani: Bonifiche Ferraresi, Leonardo, Eni e Coldiretti . “Lasciando poi fuori tutto il resto del nostro Paese”, così ha commentato uno dei lettori di Africa ExPress.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Aiuti all’Africa con il Global Gateway, sfida UE alla Via della Seta

Piano Mattei per l’Africa: asso pigliatutto per quattro privati in agricoltura, energia e innovazione tecnologica

Genocidio a Gaza: quando le vittime vengono trasformate in carnefici

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
23 luglio 2025

Francamente dispiace constatare come un intellettuale capace di ingegnose e articolate combinazioni ed elaborazioni teoriche sia caduto superficialmente nelle braccia della antistorica narrazione del genocidio che sta devastando la Palestina e la Striscia di Gaza. Con un articolo pubblicato da il Mulino  il professor Sergio Della Pergola abbandona ogni remora civile e si lancia in una esposizione piuttosto curiosa con interpretazioni storiche discutibili e giudizi infondati, o meglio fondati solo su considerazioni di parte. Il tutto per giustificare una acritica adesione al sionismo di Netanyahu e alla difesa dei massacri indiscriminati sulla popolazione civile a Gaza da parte delle truppe israeliane.

Genocidio a Gaza

Ad esempio, il docente comincia il suo saggio parlando di “un piano concordato fra la Repubblica islamica dell’Iran e i suoi alleati in Medioriente, in particolare Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, orientato a distruggere lo Stato d’Israele”.

Non sapevo che il professor Sergio Della Pergola fosse un investigatore o un giornalista investigativo e che fosse riuscito a mettere le mani su documenti che provano la presenza di questo piano. Sarei felice di saperne di più. Per esempio, dov’è questo piano? Chi ha trovato queste prove?

Bandita la parole genocidio

Nel lungo articolo, ripeto pieno di inesattezze e di interpretazioni personali, Della Pergola non usa mai la parola genocidio. Invece massacro viene utilizzata solo in relazione al disumano attacco di Hamas del 7 ottobre.

Non si è accorto Della Pergola che a Gaza è in corso un genocidio. E chi lo commette è proprio Israele. Non è una mia opinione o l’opinione di qualche acritico filopalestinese. E’ un fatto documentato. Un fatto analizzato da massimi esperti internazionali, anche israeliani. Certo, non accecati dal sionismo.

Israele, caro professor Della Pergola, non tiene conto di regole internazionali, e di delibere di organismi come la Corte Internazionale di Giustizia che già ben 16 mesi fa aveva ammonito. “Fermate Israele prima che abbia inizio il genocidio”. Pare che Della Pergola non sappia che la Corte e non solo, anche le Nazioni Unite, abbia dichiarato l’occupazione israeliana illegale, una forma di aggressione condita con segregazione razziale di sudafricana memoria.

Smantellare le colonie

La Corte ha chiesto lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e il ritiro dell’esercito. Ma non solo: ha anche ricordato che l’autodifesa non si invoca contro chi è sotto occupazione.

Non possiamo e non vogliamo negare che l’assalto di Hamas del 7 ottobre sia stato ignobile come qualunque attacco contro i civili inermi. Ma si rende conto, professore, che lo sterminio di civili di Gaza è enormemente più disumano, feroce e crudele? A me sorprende che un intellettuale come lei non riesca cogliere la differenza tra la violenza esercitata dagli oppressori e quella messa in atto dagli oppressi. O forse non riesce a cogliere la difformità perché fuorviato da un’ideologia sionista che somiglia sempre più a quella nazista?

Caro professore, il genocidio lo commette chi vuol distruggere deliberatamente, totalmente o parzialmente, un gruppo in quanto tale. Non contano i mezzi, che siano camere a gas, machete, droni, cannonate.  Il disegno è quello che conta: ammazzare, torturare, affamare, spezzare mentalmente o fisicamente, infliggere intenzionalmente condizioni di vita intollerabili a un gruppo allo scopo di distruggerlo. Questo si chiama genocidio. Questo facevano i nazisti per raggiungere il loro obiettivo: distruggere intenzionalmente gli ebrei.

Civili inermi ammazzati

Professor Della Pergola, io le chiedo: a Gaza non sta succedendo la stessa cosa, ma contro i palestinesi? Israele non sta forse ammazzando civili inermi con bombe, proiettili e droni? Il bilancio parla di 60.000 morti tra cui oltre 16 mila bambini. Lo Stato ebraico, professore non ha raso al suolo case, scuole, chiese, ospedali, campi agricoli pure cimiteri? E oggi non sta deliberatamente impedendo che aiuti alimentari e sanitari raggiungano migliaia di persone malate, ferite e affamate?

Gaza: bimbi ammazzati

Lo sa professore che i morti per fame, malattie, ferite non curate, stenti potrebbero essere 300 mila? E sa che lo Stato che lei difende ha torturato prigionieri, anche medici e giornalisti, alcuni dei quali stuprati pure con cani e bastoni. Lei lo sa che le prigioni di quello che molti definiscono impropriamente “l’unico Paese democratico del Medio Oriente” sono piene di prigionieri senza processo inchiodati da accuse quasi mai corroborate da prove?

Con una operazione di dubbio valore etico, la curiosa “democrazia” israeliana tenta di trasformare le vittime in carnefici. Non è così che si rende giustizia alla storia.

Tenere i giornalisti lontani

Naturalmente Israele vuole tenere il palcoscenico di questo teatro dell’orrore lontano dagli occhi indiscreti del pubblico e allora che fa? Non fa entrare a Gaza i giornalisti stranieri. Già: i killer più spietati non vogliono testimoni e quando ci sono li ammazzano. Oltre 200 operatori dell’informazione sono stati massacrati a Gaza a sangue freddo.

Professore se lei ignora tutto questo è grave, ma purtroppo fa parte di quella dose di ignoranza che pesa come un macigno sulla coscienza di pseudo intellettuali. Se invece è consapevole del disastro che si sta consumando a Gaza, posso solo constatare una cosa: ha perso ogni briciolo di umanità.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X: @malberizzi

P.S. L’articolo di Sergio Della Pergola ha provocato la reazione di 22 soci de “Il Mulino” che hanno scritto la loro risposta, che trovate qui. Il direttore della storica rivista della sinistra illuminista, Paolo Pombeni, ha pensato bene di pubblicarla con un suo personale distico che, invece di gettare acqua sul fuoco, rischia di accendere ancora di più gli animi.

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Esecuzioni sommarie, torture e sparizioni: circostanziate accuse a esercito e mercenari russi in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 luglio 2025

Hurman Rights Watch punta nuovamente il dito contro l’esercito maliano (FAMa) e i mercenari russi Wagner (oggi Africa Corps) per l’uccisione di almeno 12 persone e la sparizione di altre 82, tutte di etnia fulani.

Negli ultimi 7 mesi i militari di Bamako, supportati dai soldati di ventura russi, hanno dato la caccia ai fulani, accusati di collaborare con JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani), legato a al Qaeda.

Massacro di fulani in Mali

La ONG per i diritti umani ha raccolto testimonianze e ha documentato uccisioni, case bruciate, torture, arresti e sparizioni nelle aree di Timbuktu, Douentza, Kayes e Ségou. HRW ha chiesto spiegazioni ai ministri di Giustizia e della Difesa di Bamako, ma finora non ha ricevuto risposta alcuna sulla carneficina.

Anche esperti indipendenti dell’ONU hanno denunciato esecuzioni extragiudiziali di fulani. Molti cadaveri sono poi stati ritrovati vicino alla base militare di Kwala come riportato in un articolo di Africa ExPress dello scorso maggio. Human Rights Watch ha menzionato anche questa strage nel suo ultimo rapporto del 22 luglio scorso.

Aumentano rifugiati in Senegal

Proprio a causa dell’insicurezza in Mali e in Burkina Faso, molti cittadini di entrambi i Paesi stanno scappando in Senegal, nel dipartimento di Bakel, nell’est del Paese, al confine con il Mali. I rifugiati hanno dichiarato di essere fuggiti per gli abusi dell’esercito burkinabé e dei suoi ausiliari – Volontari per la Difesa della Patria (VDP) – e dei militari maliani.

Nuovi flussi di migranti maliani e burkinabé verso il Senegal

Da tempo i governativi maliani e i mercenari russi sono concentrati a inseguire i ribelli tuareg dell’Azawad, considerati terroristi come i jihadisti di JNIM e quelli EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Con la differenza sostanziale però, che questi ribelli combattono per la propria libertà e non per conquistare e occupare nuovi territori.

Nel 2020, da quando i golpisti, hanno preso il potere, il monitoraggio dell’accordo di pace, tra i ribelli dell’Azawad e Bamako è praticamente stato bloccato. Inoltre il ritiro dell’operazione francese Barkhane e la partenza dei caschi blu di MINUSMA (missione di pace delle Nazioni Unite in Mali), hanno risvegliato le ostilità. Nel gennaio 2024 la giunta militare al potere ha annullato il trattato di Algeri stipulato nel 2015 tra il governo di Bamako e i gruppi indipendentisti attivi per lo più nel nord del Paese.

FAMa e i suoi alleati russi si concentrano soprattutto a dare la caccia ai tuareg, che l’anno scorso, durante la battaglia di Tinzaouatène (area in prossimità del confine con l’Algeria), grazie a informazioni ricevute da GUR (servizio di sicurezza ucraino), hanno ucciso anche molti mercenari russi, oltre a soldati maliani.

Da tempo le relazioni tra Bamako e Algeri sono più che tese, specie dopo le accuse del governo maliano nei confronti di quello algerino di aver abbattuto un drone nella zona di Tinzaouatène, alla frontiera tra i due Paesi. Il mezzo aereo senza pilota avrebbe sconfinato di 2 chilometri nel Paese confinante.

Algeria: via mercenari dalla frontiera

Recentemente il presidente del Paese nordafricano, Abdelmadjid Tebboune, si è reso però disponibile come mediatore tra i ribelli dell’Azawad e il governo di Bamako. Durante un suo lungo intervento nella TV di Stato, il leader algerino aveva precisato: “Se il Mali desidera una nostra mediazione, siamo pronti,  ma l’Algeria non accetterà mercenari ai propri confini”.

Malgrado gli ottimi rapporti con Mosca, Tebboune è stato chiaro: niente soldati di ventura russi davanti alla porta di casa. Per ora Bamako ha respinto “le mani tese” di Algeri. Anzi, la giunta militare di transizione ha persino accusato il suo vicino di ospitare “terroristi (ribelli dell’Azawad, ndr) che vengono ad attaccare il nostro Paese”.

Paramilitari russi del gruppo Wagner, oggi Africa Corps in Mali

Con il ritiro dei mercenari della società privata Wagner, sostituiti con Africa Corps rappresenta, secondo l’Istituto Timbuktu (African Center for Peace studies), una “istituzionalizzazione de facto” della presenza militare russa in Africa.

Nuovi obiettivi di Mosca

In un suo recente rapporto l’Istituto ha evidenziato che la presenza di Africa Corps è finalizzata a diversi obiettivi strategici, tra questi quattro principali: proteggere i regimi militari, garantire l’accesso alle risorse naturali (come la raffineria d’oro vicino a Bamako), stabilire partnership a lungo termine nel settore delle infrastrutture e dell’energia e minare l’influenza occidentale, in particolare quella della Francia.

L’autorevole Centro ha anche sottolineato che tra il 70 e l’80 per cento dei “nuovi mercenari” di Mosca  sono gli stessi che hanno prestato servizio per la società privata Wagner. Dunque nulla di nuovo all’orizzonte.

La relazione del prestigioso Istituto ha sottolineato che l’organizzazione russa creata dal Cremlino assicura anche” la protezione dei leader militari al potere“, consolidando così il sostegno politico ai regimi militari ”senza alcuna condizione legata alla democrazia, tanto meno ai diritti umani”.

I ricercatori che hanno collaborato al rapporto ritengono che le massicce esecuzioni extragiudiziali e gli atti di tortura perpetrati dai partner russi non fanno altro che alimentare il malcontento di alcune comunità e il reclutamento di jihadisti.

Washington: riallacciare rapporti 

Di fronte all’influenza di Mosca in Africa, in particolare nei Paesi di AES (Alleanza degli Stati del Sahel, che comprende Bukina Faso, Mali e Niger), Washington sta tentando di riallacciare i rapporti con i tre Paesi.

Pochi giorni fa, William B. Stevens, sotto-segretario di Stato aggiunto per i Paesi dell’Africa occidentale si è recato a Bamako. L’emissario di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato che “Washington sarebbe ben felice di collaborare con il Mali in svariati campi, come, per esempio, impedire ai terroristi di accedere a fonti di finanziamento o bloccare i loro beni nelle banche.

Finora non si è parlato di una presenza militare americana nei Paesi AES, ma in un suo articolo su RFI Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista di origini beninois,  ha fatto presente che secondo una fonte diplomatica maliana, gli Stati Uniti aiuteranno il Mali almeno fornendo intelligence. Ma ci si chiede come gli americani potranno lavorare in un’area in cui sono presenti mercenari russi? Ovviamente l’argomento non è stato affrontato con la stampa dal vice-sottosegretario di Stato USA.

Business first

E’ chiaro che gli americani vorrebbero anche concludere affari nella ex colonia francese. A questo proposito Stevens ha annunciato la creazione della Camera di Commercio Americana per gli investitori privati americani che desiderano investire in Mali e lavorare con gli imprenditori locali. Fatto particolarmente apprezzato dal ministro degli Esteri della giunta militare di transizione, Abdoulaye Diop.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Sahel in fiamme: l’Algeria abbatte drone maliano, congelate relazioni diplomatiche

Palestina: la voce censurata degli israeliani antisionisti

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
Milano, 22 luglio 2025

Vengono censurati più dei palestinesi perché rappresentano il nemico interno. Quello che decostruisce la narrazione sionista, strutturata sulla minaccia del nemico esterno.

Gli israeliani antisionisti sono delegittimati, screditati e perseguitati dai sionisti che vivono in Israele. E totalmente ignorati dall’intera comunità sionista internazionale. La loro voce non esiste all’interno della narrazione politica e giornalistica, ma loro gridano.

Un portavoce dell’organizzazione antisionista israeliana no-profit Zochrot, che da anni lotta a favore del popolo palestinese, spiega: “Facciamo parte di una generazione che si sta liberando dalle nozioni datate di supremazia ebraica e bianca, imparando che la vera pace può essere raggiunta solo attraverso meccanismi di giustizia. Chiediamo il riconoscimento e la responsabilità per i crimini del 1948, il sostegno del diritto al ritorno e l’impegno a costruire una società giusta per tutti in Palestina”.

La paura di strumentalizzazioni esterne e ripercussioni interne è forte, ma, con il passare degli anni, la loro battaglia sta diventando uno dei pochissimi strumenti di contrasto alla legittimazione del genocidio, dell’occupazione armata e del colonialismo economico. “Dire la verità e mettere in luce le strutture coloniali di potere e oppressione è sempre stata la nostra missione. Finché queste strutture rimangono, nessuno può vivere realmente in sicurezza.

Abbiamo avuto la conferma di questa dolorosa verità il 7 ottobre 2023, quando i militanti di Hamas hanno ucciso centinaia di civili, tra cui persone che conoscevamo e amavamo. Da quel giorno, continuiamo a ricevere questo crudele promemoria ogni ora, mentre Israele bombarda indiscriminatamente la Striscia di Gaza in una campagna di vendetta e distruzione senza precedenti” denunciano gli israeliani di Zochrot.

“Le perdite sono dolorose ma non possiamo solo piangere perché mentre lo facciamo, i funzionari israeliani e molti, troppi, nell’opinione pubblica del nostro Paese, continuano a chiedere più sangue invocando la pulizia etnica, il genocidio e una seconda Nakba (catastrofe). I bombardamenti sulle carovane dei palestinesi in fuga, e i corpi estratti dalle macerie, dimostrano che si tratta di un piano. Quindi dobbiamo ricordare a noi stessi, e a tutti, che la Nakba non è mai finita. E che tutto ciò che vediamo deriva dalla creazione della Striscia di Gaza, progettata per essere un ‘ghetto’ pieno di rifugiati. Oggetto di pulizia etnica per creare lo stato di Israele”, spiegano.

Attivisti israeliani di Zochrot che chiedono lo scambio tra prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023

“Diciamo chiaramente che la sicurezza degli israeliani non può dipendere dall’oppressione e dall’espropriazione dei palestinesi. Piuttosto, la nostra sicurezza e il nostro benessere dipendono l’uno dall’altro. In mezzo alla morte e alla distruzione, non è mai stato così importante sostenere la visione della decolonizzazione, del ritorno dei rifugiati, compresi quelli di Gaza, e di uno spazio condiviso, giusto e pacifico per tutti coloro che vivono qui”, commentano.

Poi continuano:”La responsabilità di porre fine al ciclo di violenza spetta a noi, e dovrebbe essere raggiunta attraverso la decolonizzazione. Quando ogni via pacifica o disciplinata verso la liberazione è bloccata, le persone oppresse rispondono con la violenza a decenni di violenza inflitta a loro. L’uccisione di innocenti, soprattutto di bambini, non è mai giustificata, eppure l’unico modo per prevenirla è smantellare i sistemi di oppressione che sono la causa principale di tutto quello a cui abbiamo assistito”, spiegano questi giovani israeliani antisionisti.

“La violenza che subiamo non dovrebbe sorprenderci se scegliamo il silenzio e beneficiamo dei privilegi a spese di un’altra popolazione. Abbiamo il potere di fare la differenza – continuano e aggiungono – È tempo di renderci conto che la giustizia deve essere una parte fondamentale della nostra visione. Dobbiamo valutare ogni vita allo stesso modo. Senza questi principi, la violenza persisterà perché non ci si può aspettare che l’altro viva una vita di oppressione senza resistenza”.

Zochrot promuove la resistenza antisionista contro la politica sionista del governo di Israele: “Il cambiamento è possibile. Ma chi ha il potere di porvi fine? I palestinesi hanno sopportato una lunga storia di occupazione, colonialismo e violenza. Quando parliamo di porre fine al ciclo della violenza, è Israele, in quanto forza occupante e potente, che detiene la chiave per rendere tutto questo una realtà. E la società israeliana deve scegliere una strada diversa. Un vero cambiamento può avvenire solo attraverso una trasformazione del regime esistente che riconosca e si assuma la responsabilità delle continue ingiustizie della Nakba e garantisca l’attuazione del diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, ponendo fine al ciclo di violenza”.

Abbiamo contattato anche l’organizzazione israeliana Mesarvot, una rete di attivisti israeliani contro il servizio militare. “Traditori”, così vengono chiamati coloro che rifiutano di far parte del braccio armato del governo sionista.

Tal Mitnick, firmatario della lettera di rifiuto sottoscritta da più di 250 adolescenti israeliani, è stato uno dei primi ad essere incarcerato con l’accusa di diserzione: “Sono qui oggi alla base di Tel Hashmer e mi sto rifiutando di arruolarmi. Credo che l’aggressione criminale a Gaza non sia la soluzione agli atroci attacchi di Hamas. La violenza non elimina la violenza. E per questo mi rifiuto di arruolarmi”, ha dichiarato prima dell’arresto.

I giovani di Mesarvot sono israeliani dell’estrema sinistra radicale in Israele e nonostante le ripercussioni continuano a manifestare il loro dissenso: “Smutrich ha ammesso che Gaza è un ghetto. Pensavamo di essere gli unici a vedere una situazione così scioccante al punto da ricordarci il più grande trauma della nostra storia, ma a quanto pare lo pensa anche il leader religioso sionista. Allora perché quando lo diciamo noi ci chiamano traditori? La differenza è che Smutrich vede questo crimine contro l’umanità e lo considera un mezzo utile al suo scopo: il trasferimento di queste persone, o come dice lui un’immigrazione forzata, e gli insediamenti a Gaza. Israele sta pianificando le sue azioni e quello che sta accadendo ci mostra che non è una guerra contro Hamas, ma contro tutti i palestinesi. Non è fatta per rispondere ai cittadini – sottolinea il movimento di resistenza israeliano e continua – Perdono la fiducia (consenso), ma ottengono vendetta e controllo”.

A Gerusalemme sono presenti anche gli ebrei della comunità ebraica ortodossa antisionista Neturei Karta. Rabbi Yisroel Dovid Weiss, diventato ormai un punto di riferimento internazionale spiega: “Noi siamo la voce della vera comunità religiosa e rappresentiamo la legge ebraica secondo gli insegnamenti della Torah. Siamo a Gerusalemme, nei Territori Occupati, in Argentina, in Sud America, a New York, a Londra e in diverse altre parti del mondo. E ci opponiamo totalmente all’esistenza dello Stato di Israele”.

“Israele si definisce ‘Stato ebraico’, ma il giudaismo si oppone al concetto di occupazione. Ci vieta di uccidere e rubare le terre degli altri – racconta e continua – Nasce tremila anni fa. È la religione degli ebrei e dobbiamo obbedire alla legge ebraica. Noi viviamo rispettando la nostra cultura tramandata nei secoli. Il sionismo invece è un movimento nato molto tempo dopo. È fondato sull’ideologia nazionalista.

La creazione di uno Stato ebraico e un esercito armato va contro la legge ebraica. È difficile dire quanti ebrei e quanti sionisti conoscono la differenza, ma posso assicurare che la maggior parte si oppone al sionismo. L’esistenza dello Stato di Israele, oltre a non essere concepita nella Torah, è fondata sull’occupazione del popolo palestinese. Duemila anni fa, quando Gerusalemme fu distrutta, i profeti ci hanno vietato espressamente di ricostruire un Regno ebraico.

Quando i sionisti definiscono Israele ‘Stato ebraico’, dicono il falso. Nella storia, noi ebrei non abbiamo mai avuto problemi con i musulmani. Ovviamente le religioni sono diverse, ma abbiamo sempre convissuto in pace. Anche in Palestina. Quando sono arrivati i sionisti e hanno occupato la terra in nome degli ebrei hanno commesso un reato inaccettabile. Si sono appropriati della religione e della Stella di David in nome di Dio”, afferma.

“Il nome ‘Israele’ serviva per comprare il consenso internazionale della comunità cristiana. I sionisti utilizzano il giudaismo per ottenere supporto. Utilizzano la nostra identità per legittimare l’esistenza di uno Stato sionista”, continua. “Il Governo israeliano rappresenta i sionisti, non gli ebrei, ma insiste a definirsi ‘Stato ebraico’ davanti all’Europa e agli Stati Uniti. Se parli contro Israele, quindi, diventi un antisemita”, sottolinea il Rabbino.

La narrazione politica e giornalistica omette e censura un dettaglio fondamentale: anche i palestinesi sono semiti, quindi la parola “antisemitismo” è costantemente decontestualizzata: “La nostra comunità esisteva già in Palestina. Ci sono fotografie che ci ritraggono insieme agli arabi. Vivevamo insieme, in pace”, ricorda Rabbi Yisroel Dovid Weiss e conclude:”Palestinesi ed ebrei sono vittime dello stesso oppressore”.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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Lieto evento in casa Alberizzi: è nata a Milano Mariblu Angela

Africa ExPress
Milano, 22 luglio2025

 Nella clinica Mangiagalli di Milano è nata questa mattina alle 7:22 Mariblu Angela Alberizzi, figlia di Misha Alberizzi, (figlio a sua volta di Massimo, direttore di Africa ExPress, e della giornalista Simona Fossati) computer engineer (ingegnere informatico) nella sede dell’ONU di Montreal in Canada, e della gentile consorte Nicole Pagani.

La piccola, che pesa 3,220 chilogrammi ed è alta 48,5 centimetri, e la sua mamma sono in ottime condizioni di salute. A lei, ai suoi genitori e al suo fratellino Martin e alla sorella più grande Marahja, i più fervidi auguri della redazione e dalla grande famiglia di Africa ExPress.

https://www.africa-express.info/2016/05/11/13377/

Sudan, una guerra caduta nell’oblio: così si continua morire sotto le bombe e di fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 luglio 2025

Il Sudan, teatro della più grande crisi umanitaria del momento con oltre 11 milioni tra sfollati e persone che hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, è una guerra ampiamente oscurata per conflitti e tensioni politiche in altre parti del mondo.

Dall’inizio della guerra civile si stima che siano morte oltre 150 mila persone, ma probabilmente sono molte di più. A tutt’oggi non si vedono spiragli di pace all’orizzonte. E gli scontri, iniziati nell’aprile 2023 tra le Rapid Support Forces (RFS) capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti,” e le forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, leader del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, proseguono senza sosta. Il conflitto viene implementato anche “grazie” a svariati attori esterni, come Emirati Arabi Uniti, Libia e non solo.

Nuove sanzioni UE

Venerdì scorso il Consiglio Europeo ha adottato un nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti di due personaggi e di due compagnie legate alle parti in causa. Si tratta di due comandanti militari, uno legato a SAF e l’altro alle RFS.

Abu Aqla Mohamed Kaikal in passato aveva disertato dalle RSF per poi unirsi a SAF nel 2024. È stato governatore dello Stato di Jazeera dopo la presa di potere dei paramilitari. E’ ritenuto responsabile di aver preso di mira i Kanabi, un gruppo storicamente emarginato, durante il periodo in cui è stato a capo delle Sudan Shield Forces (raggruppamento armato che combatte con i governativi).

Mentre Hussein Barsham ha svolto un ruolo di primo piano nelle operazioni delle RSF che hanno portato ad atrocità di massa, tra cui uccisioni mirate, violenze etniche, sfollamenti e violenze contro i civili, in particolare nel Darfur.

Le due società colpite dalla scure di Bruxelles sono Alkhaleej Bank e Red Rock Mining Company. La prima è in gran parte di proprietà di società legate ai membri della famiglia di Hemetti e svolge un ruolo essenziale nel finanziamento delle operazioni delle RSF.

La Red Rock Mining Company, la cui società madre è già sotto sanzioni USA, UE e GB, è accusata di agevolare la produzione di armi e veicoli per SAF. Il settore minerario è particolarmente importante perché alimenta il conflitto in Sudan. I giacimenti sono spesso collegati a zone di guerra e rappresentano siti strategicamente rilevanti per le parti in conflitto.

Le sanzioni dell’UE comprendono congelamento di beni e quello di fondi o risorse economiche. Inoltre, alle persone è stato vietato anche l’ingresso nei Paesi dell’Unione europea.

Massacro di civili

Intanto a metà luglio un gruppo di avvocati per i diritti umani sudanesi ha accusato i paramilitari di aver razziato e incendiato villaggi nello Stato del Nord Kordofan e di aver ucciso quasi 300 persone, tra cui bambini e donne incinte.

Sudan: RFS nuova offensiva contro civili inermi in Kordofan

I legali hanno riferito ai reporter di al-Jazeera che nel villaggio di Shag Alnom, più di 200 persone sono state massacrate, bruciate vive nelle loro case o fucilate. In altri piccoli comuni vicini sono stati uccisi altri 38 civili e decine sono stati rapiti. Il giorno seguente, sempre secondo gli avvocati, è stato attaccato anche il centro abitato di Hilat Hamid dove si è consumato un altro bagno di sangue: 46 abitanti ammazzati, tra loro anche bambini e donne incinte.

Va precisato che nei diversi villaggi colpiti dalla furia dei paramilitari non erano presenti obiettivi militari. E secondo OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) dopo i sanguinosi attacchi, oltre 3.000 persone hanno lasciato le proprie case.

Morti nel deserto durante la fuga

E non capita di rado capita che chi fugge trova situazioni peggiori di quelle cha ha lasciato. Proprio in questi giorni 17 sfollati sono morti durante la fuga nel deserto. Avevano intrapreso il viaggio a Tina, nel Darfur, al confine con il Ciad, con la speranza di raggiungere Ad-Dabba nel Northern State del Sudan. La triste sorte degli sfollati è stata confermata da Abdul Rahman Ali Khairi, Humanitarian Aid Commissioner della regione. I sopravvissuti, tra loro anche 10 donne e 13 bambini, sono stati traferiti all’ospedale militare di Dongola.

Hiam Omar, funzionario dello Stato per lo sviluppo dell’infanzia, ha precisato che alcuni degli sfollati sono stati aggrediti dalla RSF subito dopo aver lasciato Tina.

Espulsioni di massa dalla Libia 

Mentre venerdì, l’Agenzia per la lotta all’immigrazione clandestina di Bengasi ha annunciato che le autorità della parte orientale della Libia hanno espulso più di 700 migranti sudanesi.

Secondo AP i poveracci sarebbero stati rispediti in patria perché affetti da malattie contagiose, come epatite, AIDS. Mentre altri tra i settecento deportati avrebbero alle spalle condanne penali importanti o sarebbero stati mandati fuori dal Paese per “motivi di sicurezza”.

Non è la prima volta che la Libia organizza espulsioni di massa di sudanesi. L’ultima risale allo scorso maggio. Secondo l’UNHCR, ben 500 fuggitivi sarebbero stati spediti da Al Kufra verso la zona di confine tra Sudan, Ciad e Libia. Il gruppo sarebbe stato poi “accolto da personale militare e di sicurezza dell’ex protettorato anglo-egiziano”.

Combattimenti nel Darfur settentrionale

Intanto continuano i combattimenti tra le due fazioni a al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, l’unico feudo rimasto ancora sotto controllo dei governativi nella regione. Da mesi la città è costretta a vivere sotto bombe e pallottole. Gran parte della popolazione è fuggita, gli ospedali sono praticamente tutti distrutti e i convogli con aiuti umanitari sono regolarmente sotto attacco. Mancano i beni di prima necessità e, secondo l’ONU, il 40 per cento dei bimbi sotto i cinque anni ancora presenti in città soffrono di malnutrizione acuta. A al-Fasher lo stato di carestia è stato proclamato già alcuni mesi fa.

Sudan: i bimbi defraudati del loro futuro, le prime vittime di questa guerra

E sono proprio i bambini le prime vittime di questo assurdo conflitto. Oltre al cibo, mancano anche i vaccini. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Sudan è il Paese dove viene effettuato il minor numero di immunizzazioni a livello globale. Fino al 2022 (prima dell’inizio della guerra) il 90 per cento dei bambini sudanesi veniva sottoposto a vaccinazioni di routine, mentre ora si sono ridotte al 48 percento, perché il sistema sanitario è al collasso.

Cornelia Toelgyes
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Sudan inferno in terra: guerra senza sosta da Khartoum al Darfur

Ai ribelli del Sudan armi cinesi via Emirati: e Khartoum rompe i rapporti diplomatici