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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

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Il Sahel nella morsa dei terroristi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 settembre 2025

Nel Sahel si sta scatenando l’inferno. Gli attacchi dei jihadisti si susseguono in Mali, Niger e Burkina Faso. Anche il nord del Benin, poco distante dalla frontiera con il Niger, non è stato risparmiato dai sanguinari terroristi, che cercano di espandersi nei Paesi del Golfo di Guinea.

I tre Stati dell’Alleanza per il Sahel (AES, Burkina Faso,Mali,Niger) non riescono a fermare gli estremisti islamici e molti territori sono ancora fuori dal controllo dei governi centrali. Come sempre in questi casi, la popolazione civile paga il prezzo più alto delle incursioni dei gruppi armati.

Colpito anche il Benin

Pochi giorni fa è stato attaccato dapprima il commissariato di Kalalé (che dista oltre 600 chilometri da Cotonou, in Benin). Subito dopo gli uomini armati hanno preso di mira il centro sanitario. Non si registrano vittime, ma secondo testimoni oculari, sono stati rapiti alcuni operatori. Finora l’aggressione non è stata rivendicata da nessuno dei gruppi terroristi attivi nell’area.

Niger: militari uccisi

A Tillabéri, nell’ovest del Niger, nella zona delle tre frontiere (Burkina Faso, Mali, Niger) l’esercito di Niamey questa settimana ha subito parecchie perdite. Miliziani di EIGS (Stato Islamico del grande Sahara) hanno attaccato una postazione militare di FAN (Forze Armate Nigerine) vicino all’aeroporto, uccidendo 12 soldati.

Niger

I terroristi hanno aggredito anche la periferia della città, dove ha perso la vita un pastore. Infine i sanguinari estremisti hanno parzialmente raso al suolo un campo per sfollati, poco distante dal centro abitato. Il bilancio delle vittime è stato pesante: 27 militari morti, tra cui 15 della guardia nazionale. Quest’ultimi sono caduti in un’imboscata mentre stavano inseguendo i miliziani di EIGS.

Opposizioni contro giunta militare nigerina

La popolazione civile non ne può più. Recentemente sono nati due raggruppamenti. Il CDN, (Cadre de lutte contre les dérives du Niger), al quale hanno aderito personalità della società civile, giornalisti, giuristi, ricercatori, che coraggiosamente si oppongono alle autorità militari al potere.

CDN chiede elezioni libere, la riabilitazione dei partiti politici e la liberazione del presidente Mohamed Bazoum (agli arresti domiciliari  dal colpo di Stato militare del 2023) e, tra l’altro, hanno anche denunciato i continui attacchi dei terroristi.

Video dell'attacco oggi alle autocisterne Mali

Anzi, CDN ha puntato direttamente il dito contro i militari. Nel corso della prima conferenza stampa tenutasi il 12 settembre scorso, il loro portavoce ha fatto sapere che durante le ultime gravissime incursioni, il capo di Stato maggiore dell’esercito si trovava addirittura a Tillaberi, ma ciò non è bastato a organizzare la reazione dei governativi.

“Ciò dimostra il totale scompiglio delle nostre truppe. La situazione nel Paese è critica – ha sostenuto il rappresentante di CDN -. Prima del putsch militare del 26 luglio 2023 il Niger godeva di una certa stabilità. Ora, invece, la popolazione è abbandonata a sé stessa, in preda ai jihadisti”.

Mentre l’altro gruppo, il G25, è composto da oppositori della società civile e dei media. Anche questa nuova organizzazione chiede la scarcerazione di Bazoum, eletto democraticamente, e il ritorno dell’ordine costituzionale e quant’altro. I membri hanno denunciato la mancanza di interventi mirati al terrorismo, visto che le aggressioni dei gruppi estremisti sono ormai all’ordine del giorno. E hanno chiesto una maggiore protezione dei civili.

Proteggere i civili

Human Rights Watch, nel suo rapporto del 10 settembre scorso ha denunciato l’intensificarsi delle aggressioni dei miliziani di EIGS a Tillabéri. La ONG ha documentato che da marzo a giugno i terroristi hanno ucciso in 5 diverse incursioni nella regione, 127 persone. HRW ha chiesto alle autorità di Niamey una maggiore tutela dei civili.

Terroristi in azione nel Sahel

Anche il Burkina Faso non è immune dalle offensive dei jihadisti. Lunedì è stata attaccata una postazione militare a Tangaye, nella regione del Sahel, nel nord del Paese. Tre soldati sono stati uccisi e i miliziani di JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato ad al-Qaeda), che hanno rivendicato l’assalto, si sono impossessati di droni, armi, motociclette e di altro materiale.

Pochi giorni prima sono stati ammazzati altri due militari a un checkpoint nella periferia di Fada N’Gourma (nell est), preso di mira dai miliziani.

JNIM scatenato in Mali

Se in Niger e Burkina Faso la situazione è preoccupante, in Mali è a dir poco disastrosa. Da settimane e settimane JNIM ha intensificato le incursioni nella regione di Ségou (nel centro del Paese), costringendo migliaia di persone alla fuga. A metà agosto i terroristi hanno attaccato una caserma militare a Farabougou (Ségou). Da allora la città è sotto controllo degli estremisti. Il governo non ha rilasciato nessun bollettino ufficiale sul bilancio delle vittime, ma i jihadisti sostengono di aver ucciso 21 soldati e diversi civili.

Non è la prima volta che Farabougou è sotto assedio. Nel 2020, poco dopo essere saliti al potere, i golpisti avevano dichiarato di aver posto fine all’occupazione jihadista, grazie all’operazione Farabougoukalafia di FAMa (esercito maliano).

Il 3 settembre le autorità di Bamako hanno esteso il coprifuoco notturno per un altro mese nella regione di Ségou. Tale misura è in atto da giugno, proprio a causa delle insistenti incursioni di JNIM. Anche a Kayes (nella parte occidentale al confine con il Senegal) e Sikasso (nel estremo sud) è stato imposto il coprifuoco notturno per questioni di sicurezza.

Città sotto assedio

Una settimana fa JNIM ha attaccato anche il commissariato di Mopti (al centro del Paese) e lunedì mattina un centro di addestramento dell’esercito vicino a Ségou.

Il Timbuktu Institute, centro di ricerca con sede a Dakar, pochi giorni fa ha pubblicato uno studio che analizza la nuova strategia di JNIM, definita jihad economica.

Intercettati camion e corriere

L’analisi precisa che quasi l’80 per cento dell’oro maliano, la principale risorsa del Paese, viene prodotto nella regione di Kayes. L’istituto di ricerca ha sottolineato che il 30 per cento delle importazioni terrestri maliane, in particolare carburante e cereali, transita sulla strada nazionale 1, via di collegamento tra il porto di Dakar e Bamako, passando per Kayes.

Mali: militari in azione a Kayes

I miliziani legati a al Qaeda da dieci giorni hanno imposto blocchi stradali a Kayes e Noro per impedire le importazioni di carburante. Da allora i terroristi hanno intercettato camion e corriere e distrutto persino alcuni mezzi. Diversi passeggeri e camionisti sono stati presi in ostaggio, i più sono poi stati rilasciati.

Strade controllate dai terroristi

Nei giorni scorsi FAMa ha dichiarato di aver intensificato gli attacchi aerei nella regione di Kayes, pur non ammettendo che JNIM abbia bloccato le strade nell’area. In un comunicato trasmesso sulle reti TV governative l’8 settembre, il portavoce dell’esercito sostiene che il vero problema di accesso alle vie di comunicazione siano le piogge abbondanti e non i terroristi. Secondo le autorità l’interruzione del traffico sarebbe semplicemente un’invenzione dei media stranieri.

Bamako invia rinforzi

Ovviamente le autorità di Bamako hanno assicurato di aver inviato rinforzi ovunque. E infine ha anche dispiegato pattuglie per “mettere in sicurezza” le arterie stradali. Dal 10 settembre l’esercito maliano ha garantito le scorte alle autocisterne provenienti dal Senegal.

Il sindacato degli autotrasportatori ha chiesto tali provvedimenti anche per Zégoua, area al confine con la Costa d’Avorio, perché anche lì i grossi mezzi di trasporto sarebbero bloccati.

JNIM attacco a autocisterne accompagnate da FAMa tra tra Kaniéra e Lakamané.
Nuvole di fumo dopo le esplosioni

Mentre scriviamo sono arrivate segnalazioni su X che oggi JNIM avrebbe condotto un complesso agguato contro un convoglio scortato dalla FAMa a tra Kaniéra e Lakamané.

 

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Benin accusa Burkina Faso e Niger, non controllano le frontiere e i jihadisti attaccano

Petrolio e gas: il saccheggio israeliano delle ricchezze palestinesi coinvolge anche l’ENI

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza, 13 settembre 2025

Nell’ottobre 2024, il colosso italiano Eni ha siglato un’intesa con l’inglese Ithaca Energy, di proprietà dell’israeliana Delek Group, una delle principali compagnie energetiche di Tel Aviv.

Nel 2023, Ithaca ha trasferito oltre 350 milioni di dollari a Delek Group, complice delle violazioni dei diritti del popolo palestinese.

Lista nera

Dal 2020, Delek Group è inserito nella lista nera delle Nazioni Unite per il sostegno agli insediamenti illegali e all’uso commerciale delle risorse naturali palestinesi. Delek Group ha stretti legami con l’esercito israeliano, dotando i veicoli delle Forze di Difesa Israeliane di rifornimenti.

Giacimento Leviathan [photo credit The Washington Institute]
Tutto nasce dall’assegnazione di licenze, da parte del ministero dell’energia israeliano, a sei società per l’esplorazione di gas naturale al largo della costa mediterranea del Paese, con il fasullo obiettivo di creare maggiore concorrenza e diversificare i fornitori.

L’assegnazione delle licenze ha incluso un primo gruppo guidato dall’italiana Eni (ENI.MI), insieme a Dana Petroleum e all’israeliana Ratio Energies (RATIp.TA), che esplorerà un’area a ovest dell’enorme giacimento Leviathan.

E un secondo gruppo, che coinvolge la compagnia petrolifera nazionale dell’Azerbaijan SOCAR, insieme a BP (BP.L) e all’israeliana NewMed (NWMDp.TA), che esplorerà un’area a nord di Leviathan.

In particolare, il 62% della Zona G, il 5% della Zona H e il 73% della Zona E – dove le licenze sono state rilasciate o messe a gara – rientrano nei confini marittimi, dichiarati dal governo palestinese nel 2019, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).

Stato sovrano

Israele, non avendo ratificato l’UNCLOS e non riconoscendo la Palestina come stato sovrano, contesta queste rivendicazioni, applicando invece il proprio diritto interno. Questa azione è stata descritta dai gruppi palestinesi per i diritti umani come un’annessione de facto/de jure e una chiara violazione del diritto internazionale.

In ogni caso Israele, in quanto potenza occupante, non può sfruttare risorse naturali nei territori occupati a proprio vantaggio [art. 55 – Convenzione dell’Aia, 1907].

Con un precedente giuridico recente (2018), in cui la Corte di Giustizia UE ha stabilito che accordi simili nel Sahara Occidentale – occupato dal Marocco – sono illegittimi, oggi l’esplorazione di gas naturale nel giacimento Leviathan viola il diritto del popolo palestinese a gestire le proprie risorse, protetto dal diritto internazionale.

Organizzazioni per i diritti umani (Al-Haq, Al Mezan, PCHR e Adalah) hanno inviato diffide a Eni e alle altre compagnie, avvertendo che le attività nel giacimento Leviathan potrebbero configurarsi come complicità in crimini di guerra.

Studio legale

Lo studio legale internazionale Foley Hoag ha sottolineato il rischio di azioni legali presso la Corte Penale Internazionale, già indagante su crimini nei Territori Palestinesi Occupati.

Leviathan – e principalmente il bacino Gaza Marine ad esso connesso – colloca la guerra a Gaza in un piano occidentale più ampio, volto a promuovere le esportazioni di gas israeliano attraverso il nuovo corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), che parte dall’India, attraversa poi il Golfo e Israele, per raggiungere l’Europa.

Cos’è Gaza Marine? Scoperto nel 2000 dalla compagnia British Gas, il giacimento offshore di Gaza Marine dispone di riserve stimate in 32 miliardi di metri cubi di gas naturale.

La British Gas ha venduto Gaza Marine alla Dutch Shell nel 2016, che a sua volta l’ha restituita all’Autorità Palestinese nel 2018. Ma nel 2023 lo Stato israeliano ha cambiato posizione, dando il suo accordo preliminare al progetto di sfruttamento nel mare di Gaza, concluso tra Israele stesso, l’Autorità Palestinese e un consorzio egiziano, di cui fa parte la società pubblica egiziana di gas EGAS.

Riserve stimate

Così Gaza Marine e Meged, un giacimento petrolifero in Cisgiordania – con riserve stimate di 1,5 miliardi di barili – sono stati paralizzati dalla guerra.

È vero le giustificazioni per il conflitto israelo-palestinese si trovano altrove e non dovrebbero essere ridotte alla competizione per modeste risorse offshore. Detto questo, gli ostacoli israeliani allo sviluppo del giacimento di Gaza Marine sono stati una caratteristica costante sin dalla sua scoperta nel 2000 e fanno parte di una politica volta a mantenere un controllo unilaterale.

Il giacimento di gas di Gaza Marine, nonostante il suo vitale potenziale economico per il popolo palestinese, è profondamente coinvolto in conflitti geopolitici, legali e militari. Sebbene il diritto internazionale riconosca i palestinesi come legittimi proprietari del giacimento, la traiettoria storica del suo sviluppo dimostra che la competizione per le risorse naturali trascende le considerazioni legali, essendo plasmata dall’equilibrio di potere e dagli interessi strategici regionali.

Giacimento offshore

Importanti scoperte offshore, tra cui il giacimento Leviathan, che contiene circa 22 trilioni di piedi cubi di gas, hanno attratto grandi esploratori di petrolio e gas, come il gigante energetico statunitense Chevron, a collaborare con aziende locali.

Nel 2020, Israele ha iniziato a distribuire gas naturale in Egitto dal giacimento Leviathan. Nel giugno dello scorso anno, Israele, Egitto e Unione Europea hanno firmato un memorandum d’intesa che potrebbe consentire a Israele di esportare per la prima volta il suo gas naturale verso l’Europa.

La scoperta nel 2010 del giacimento di gas Leviathan ha trasformato Israele da importatore a esportatore di risorse energetiche. Insieme a Zohr in Egitto, scoperto da Eni, Leviathan è uno dei principali giacimenti di gas del Mediterraneo e, data la sua posizione, è in grado di fornire gas all’Europa meridionale.

L’importanza della scoperta di Leviathan va ben oltre l’aspetto economico: è evidente che Tel Aviv ha un interesse strategico nella riduzione della dipendenza di Egitto e Giordania dall’influenza delle monarchie arabe del Golfo Persico.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
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La stampa del Medio Oriente: Israele e Stati Uniti hanno pianificato l’attacco contro i leader di Hamas a Doha

Spaciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
12 settembre 2025

Continua la strategia militare israeliana che mira a uccidere i simboli politici della resistenza palestinese

Non è sufficiente, per lo Stato di Israele, bombardare Gaza ed eliminare fisicamente i civili. Non si limita a disintegrare palazzi, case, scuole e ospedali. Il nemico più pericoloso, quello che probabilmente gli fa più paura, è l’ideologia.

L’attacco di Netanyahu al Qatar mostra al mondo intero che non esiste diritto internazionale in grado di arrestare la sua guerra di espansione territoriale. Il messaggio ora è chiaro ed esplicito: “Quello che facciamo ai palestinesi lo possiamo fare a tutti”.

L’attacco del 9 settembre 2025 a Doha in Qatar, contro i leader di Hamas, è l’ennesima prova di forza che Israele e gli Stati Uniti d’America hanno voluto manifestare alla comunità internazionale. Ma non solo. Consapevoli dell’impunità che tutela le loro azioni criminali, si prendono gioco di tutti.

Rumore delle esplosioni

Il quotidiano qatariota “Al Sharq” riporta le dichiarazioni di Mohammed Al-Ansari, consigliere del primo ministro e portavoce ufficiale del ministero degli Esteri: “Le autorità del Qatar hanno ricevuto una chiamata americana mentre sentivamo il rumore delle esplosioni. Le affermazioni secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono false”.

Quotidiano del Qatar “Al Sharq” del 10 settembre 2025

In un post sulla piattaforma X il ministro ha dichiarato: “Ciò che circola è falso. Sua eccellenza lo sceicco, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha osservato che l’attacco è avvenuto alle 15:40, mentre la prima chiamata dagli Stati Uniti è stata ricevuta alle 16:00. La comunicazione, effettuata da un funzionario americano, è avvenuta mentre si sentiva il rombo delle esplosioni provocate dalle bombe israeliane a Doha”.

Suhail al-Hindi, membro dell’ufficio politico del Qatar, ha confermato che “la leadership del movimento è sopravvissuta al vile tentativo di assassinio, sottolineando che l’attentato è avvenuto durante una riunione del team negoziale per discutere la proposta americana”.

Trump complice di Netanyahu

In un’intervista ad “Al Jazeera”, Suhail al-Hindi ha ritenuto “l’amministrazione statunitense responsabile dell’attacco”. Ha sostenuto poi che “i bombardamenti israeliani abbiano preso di mira ogni essere umano. Il mondo libero deve far sentire la propria voce”.

“Non c’è dubbio che Netanyahu e il suo governo non vogliano raggiungere alcun accordo e che stiano deliberatamente cercando di ostacolare ogni opportunità e gli sforzi internazionali, senza riguardo per la vita dei loro colleghi negoziatori – ha dichiarato un portavoce gi Hamas, aggiungendo – I media ebraici hanno riferito che circa 15 aerei da guerra hanno partecipato all’attacco terroristico e che più di 10 bombe aeree hanno colpito l’edificio preso di mira”.

Il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha attaccato: “Netanyahu è un canaglia e l’attacco israeliano è terrorismo di Stato” si legge nell’articolo pubblicato dal quotidiano “Al Sharq”.

Arroganza continua

“Ci sono attori farabutti che praticano una continua arroganza politica in questa Regione e violano la sovranità dei Paesi che la abitano”, ha sottolineato il premier.

Sul quotidiano israeliano “Shaharit” si legge: “L’attacco è stato approvato solo dal gabinetto ristretto e gli Stati Uniti ne sono stati informati in anticipo”. Ed è falso – secondo quello che riporta il giornale – che il Qatar fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo.

Quotidiano israeliano Shaharit del 10 settembre 2025

“Il nemico israeliano ha usato un’arma che il radar non poteva rilevare”, ha poi rivelato il primo ministro qatariota.

“Dopo gli attacchi omicidi a Gerusalemme e Gaza, il premier Netanyahu ha incaricato tutte le agenzie di sicurezza di prepararsi alla possibilità di contrastare i leader di Hamas”, riporta la dichiarazione congiunta del capo del governo israeliano e del suo ministro della Difesa Israel Katz.

Operazione premeditata

Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, circa una settimana fa, aveva già dichiarato che avrebbero raggiunto i leader di Hamas all’estero. “Prima dell’attacco, sono state adottate misure per ridurre al minimo i danni agli astanti, incluso l’uso di armi di precisione e di ulteriori informazioni di intelligence” si legge nell’articolo che Africa ExPress ha tradotto dalla lingua ebraica.

“Israele ha affermato che l’operazione è stata coordinata in anticipo con gli Stati Uniti, grazie alla loro base in Qatar, la più grande in Medio Oriente”. L’ufficio di Netanyahu si è però preso tutto il merito dell’attacco: “Israele l’ha avviato, Israele l’ha condotto e Israele se ne assume la piena responsabilità”.

Il quotidiano israeliano “The Heraldmail” pubblica in lingua ebraica la pianificazione di questa operazione. “Un mese di preparativi e procedure di battaglia segrete”.

Quotidiano israeliano The Heraldmail del 10 settembre 2025

La decisione di eliminare i leader di Hamas in Qatar è stata presa già un mese fa e, secondo due fonti israeliane che hanno parlato con la CNN, la pianificazione ha subito un’accelerazione nelle ultime settimane. “E’ stata avviata una procedura di battaglia segreta che prevedeva quasi due giorni di discussioni preparatorie e, una volta alla settimana, si riunivano alti funzionari dello Shin Bet, dell’intelligence militare e della divisione operazioni dello Stato Maggiore dell’IDF”.

Anche questo quotidiano israeliano conferma che “l’attacco è stato coordinato in anticipo con gli Stati Uniti e approvato dal gabinetto ristretto, ma tenuto nascosto al gabinetto più ampio. Il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir, e il comandante dell’Aeronautica militare, Tomer Bari, hanno supervisionato personalmente l’operazione, data la delicatezza derivante dalla vicinanza dell’obiettivo ai sistemi di difesa aerea iraniani”

Aggressione tossica

Il parlamentare israeliano Ofer Kassif di Hadash ha condannato fermamente l’attacco: “Bombardare Doha è come bombardare i rapiti. L’attacco alla capitale del Qatar, in collaborazione con gli Stati Uniti, è stata un’aggressione tossica – riporta il quotidiano -. L’opinione pubblica israeliana deve svegliarsi: intensificare il genocidio, oltre a essere un crimine contro l’umanità, non porterà sicurezza o libertà ai rapiti, ma solo più lutto e dolore a tutti noi”.

“La comunità internazionale – conclude il deputato – deve intervenire con urgenza per fermare la continuazione dello sterminio. Salvate il popolo palestinese e il popolo israeliano dal governo genocida”.

 

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Nord-Darfur: cuore delle violenze nella guerra del Sudan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 settembre 2025

Le testimonianze dei sopravvissuti che sono riusciti a fuggire dall’inferno di al-Fasher, capoluogo del Nord Darfur, sotto assedio dalla primavera 2024, sono a dir poco raccapriccianti.

Chi è riuscito ad arrivare nei vicini campi di Tawala (una settantina di chilometri di al-Fasher), ha raccontato che ai check-point è stato taglieggiato taglieggiato dalle RFS (Rapid Support Forces) ed è stato costretto a pagare l’equivalente di 300 dollari a testa. Come se questo non bastasse, per poter continuare il viaggio verso la “salvezza” i fuggiaschi devono anche consegnare ai paramilitari gioielli e tutti i loro averi.

Checkpoint RFS

Non tutti fuggiaschi però riescono nel loro intento. Molto spesso gli uomini vengono arrestati dai paramilitari, per essere poi brutalmente uccisi, qualora sospettati di essere dei combattenti, mentre donne e bambini vengono rapiti.

Purtroppo anche nei siti riservati agli sfollati nei pressi di Tawila si nasconde un nuovo nemico: il colera. Secondo l’ultimo rapporto di fine agosto, negli accampamenti sono morte 77 persone, mentre quasi 4.900 sono state contagiate dal temibile batterio.

L’inferno al-Fasher

I pericoli durante la fuga sono altissimi, ecco perché molti scelgono di restare nella città assediata, anche se rischiano di morire di fame o sotto le bombe. Al-Fasher è diventata un vero e proprio epicentro della sofferenza infantile.

Malnutrizione acuta e grave, malattie, violenze sono all’ordine del giorno. Si stima che nel capoluogo vivano ancora 260.000 persone – metà di queste sono bambini – in condizioni disperate, senza aiuti umanitari da oltre 16 mesi. La gente ha perso ogni speranza. Per ora non si intravvede nessuna luce in fondo al tunnel, costellato di sofferenze e dolore.

Rapporto ONU: “War of atrocity”

Mohamed Chande Othman, presidente della Missione di accertamento dei fatti per il Sudan, ha presentato il suo ultimo rapporto “War of atrocity” la scorsa settimana al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a Ginevra. In tale occasione non solo ha confermato ciò che i residenti hanno riportato, ma ha accusato entrambe le fazioni del conflitto in corso dall’aprile 2023, di attacchi su larga scala contro civili e infrastrutture vitali, compresi centri medici.

Sudan: abitanti del capoluogo del Nord-Darfur allo stremo

Nella relazione la Missione di accertamento ha evidenziato che sia le Rapid Support  Forces (RFS), capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti,” sia le Forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, leader del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, hanno commesso  gravissime violazioni del diritto internazionale.

Elenco delle violenze subite è infinito

“Omicidi, persecuzioni, sfollamenti forzati, torture, stupri, schiavitù sessuale: l’elenco delle violenze subite dai civili sudanesi è infinito”, ha sottolineato Othman.

I civili continuano a essere perseguitati, costretti a fuggire, a soffrire la fame, un’arma da guerra antica quanto il mondo.

La maggior parte degli ospedali sono chiusi, quelli ancora “funzionanti” sono al collasso: hanno pochissimi medicinali e materiale sanitario a disposizione. Ora a al-Fasher i sanitari sono costretti a utilizzare le zanzariere come garze. Lo ha confermato pochi giorni fa Nabil Mohamed, direttore dei centri medici del ministero della Salute del Darfur settentrionale.

Gli ospedali di al-Fasher ricevono giornalmente tra 60 e i 90 feriti, per lo più colpiti dai bombardamenti delle RSF. I ribelli continuano a prendere di mira i rifugi dei civili, ha spiegato Nabil Mohamed. Ha poi aggiunto che è rimasto solo un chirurgo per curare i feriti.

Cornelia Toelgyes
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USA deporta profughi africani indesiderati dell’Africa in Ghana

Africa Express
Accra, 11 settembre 2025

Secondo quanto riportato ieri dal presidente ghaniano, John Mahama, il suo Paese, in base a un accordo siglato con Washington, accoglierà richiedenti asilo che si sono rifugiati negli USA, purché originari dell’Africa occidentale. I termini dell’intesa non sono stati specificati.

L’espulsione di persone verso Paesi terzi – dove spesso non hanno mai vissuto – è una delle misure chiave del presidente americano Donald Trump contro l’immigrazione non regolare. Centinaia di richiedenti asilo sono già stati deportati in El Salvador, Panama, Ruanda.

Il presidente ghaniano, John Mahama

Mentre alcuni detenuti stranieri, condannati da tribunali americani per “crimini efferati”, sono stati trasferiti forzatamente nelle prigioni di eSwatini e Sud Sudan. Proprio recentemente Juba ha rispedito nel proprio Paese di origine, il Messico, uno dei detenuti.

Paesi ECOWAS

Il capo di Stato ghanese ha poi sottolineato che Accra accetterà solamente persone originarie dell’Africa dell’ovest. I cittadini dai Paesi aderenti alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS: Benin, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mauritania, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo) possono entrare e restare fino a 90 giorni negli Stati membri dell’organizzazione regionale. Questo accordo facilita il rientro dei deportati nei luoghi di origine. Ovviamente non parla di possibili ritorsioni contro chi rientra in patria

Mahama ha confermato che 14 deportati sono già arrivati. Tra loro parecchi nigeriani, che dal Ghana hanno poi raggiunto il proprio Paese. Il governo di Accra non ha finora specificato quanti deportati accetterà dagli USA.

Rapporti tesi con USA

Ieri John Mahama ha riconosciuto che le relazioni tra Accra e Washington sono “tese” e ha sottolineato che il Ghana deve cercare di accrescere le esportazioni verso la Cina. L’amministrazione Trump non solo ha aumentato i dazi doganali sui prodotti ghanesi, ma ha anche applicato restrizioni sui visti per entrare negli USA.

Africa ExPress
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Tunisia, la difficile condizione dei migranti subsahariani tra repressione e precarietà

Speciale per Africa ExPress
John Doe*
8 settembre 2025

La zona rurale di El-Amra (regione di Sfax) ospitava migliaia di uomini, donne e bambini. Tutte persone in fuga dai Paesi dell’Africa subsahariana. Luoghi dove ci sono guerre, conflitti etnici religiosi oppure situazioni di estrema povertà.

Vivevano accampati tra gli uliveti, senza acqua potabile, servizi igienici o ripari adeguati. Erano in attesa di un barcone o gommone per attraversare il Mediterraneo e arrivare alle porte dell’Europa e avere una vita migliore.

Giro di vite

Per questi migranti, e altri in diverse aree della Tunisia, la situazione è cambiata. Purtroppo in peggio. Le autorità tunisine hanno fatto diversi giri di vite per contrastare le partenze verso la Fortezza Europa sgomberando i migranti con estrema durezza.

Perché questo improvviso cambiamento? È la conseguenza dell’intesa bilaterale anti-migrazione del 2023 tra la Tunisia e l’Unione Europea. Il risultato è stato “positivo” per l’UE: nel 2024, in Italia gli arrivi irregolari provenienti dalla Tunisia sono diminuiti dell’80 per cento.

migrante sfinito nel deserto tra Tunisia e Libia
Migrante sfinito nel deserto tra Tunisia e Libia

I media locali hanno pubblicato testimonianze di centinaia di migranti fermati e su arresti quotidiani di immigrati subsahariani che, nel migliore dei casi, vengono trasferiti in centri di detenzione. Molti però hanno un destino peggiore: vengono trasportati in aree desertiche che confinano con Libia e Algeria.

Ventimila sfollati

Lo scorso aprile le autorità tunisine hanno portato a termine una vasta operazione di polizia anti-migranti. Ventimila persone, con la forza, sono state obbligate a lasciare i campi improvvisati nei quali vivevano. Un numero imprecisato di migranti ha raccontato che ha rischiato di morire: sono stati abbandonati in mezzo al deserto senza cibo né acqua.

Centinaia di milioni dall’UE

Questo cambiamento di politica verso coloro che vogliono attraversare il Mediterraneo succede a causa dell’accordo Tunisia-Unione Europea. L’UE ha, infatti, stanziato 164,5 di milioni di euro per le forze di sicurezza tunisine. L’obiettivo è ridurre i flussi migratori e tenere sotto controllo le frontiere con l’Europa.

migranti accordi Tunisia-UE 2023
Tunisia, firma degli accordi sui migranti Tunisia-UE nel 2023

Le ONG internazionali ritengono che il passo fatto da Bruxelles sia un “costo umano inaccettabile”. Si riferiscono a persone abbandonate nel deserto, lasciate senza protezione e costrette a vivere in condizione inumane.

Con il protocollo Tunisi-Bruxelles i migranti dell’Africa subsahariana bloccati nel Paese nordafricano vivono nella paura. Diventa sempre più difficile arrivare in Europa. Tutto a vantaggio dei trafficanti di esseri umani che continuano ad arricchirsi. Il prezzo per avere un posto – su un barcone inaffidabile o un gommone che imbarca acqua – per la traversata da incubo sarà sempre più alto.

*Dalla Tunisia pubblichiamo il contributo di un intellettuale
che conosce il Paese dal vivo.
Per motivi di sicurezza lo abbiamo chiamato John Doe.

 

John Doe
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo tradotto dal francese con Deepl e editato dalla redazione di Africa ExPress

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Tunisia, la primavera tradita: repressione e carcere con le donne protagoniste che pagano il prezzo più alto

Regime all’attacco in Tunisia: in 48 ore arrestati due avvocati dissidenti che difendevano gli immigranti subsahariani

Governo italiano ossessionato dai migranti, fornisce alla Tunisia (zero in diritti umani) motovedette guardacoste

Migranti in Tunisia senza acqua, violenze, abusi e centinaia di stupri: la denuncia delle Nazioni Unite e del Guardian

Usa-Russia: accordi di pace o strategie di profitto?

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
9 settembre 2025
In questo momento storico stiamo assistendo inermi a trattative territoriali, vendute all’opinione pubblica come accordi di pace, in nome dei valori liberali e democratici occidentali.
L’Unione Europea, priva di iniziativa politica e di reale potere di azione geopolitico, è costretta ad accettare inerme qualsiasi condizione imposta dagli Stati Uniti.
Il presidente americano, che agisce come un arrogante boss nostrano, si sta spartendo le terre rare, geolocalizzate per il mondo, assieme alla Russia e in competizione con la Cina.

 

Non sembra essere nemmeno più necessario falsificare la realtà dei fatti con pseudo narrazioni etiche, fondate su ipocriti valori morali calpestati ogni giorno applicando il metodo della doppia morale: ciò che è vietato ai nemici è permesso agli amici. Una logica eticamente ripugnante.
E mentre i Paesi della UE continuano a finanziare guerre (per sopravvivere politicamente) nascondendo i propri interessi economici dietro a propagande poco credibili, quelli che comandano fanno “accordi di pace” per prendersi tutto e non lasciare niente a nessuno.

 

In questo contesto gli Stati cuscinetto vengono utilizzati come terreni di battaglia dalle potenze egemoniche, per finanziare direttamente o indirettamente guerre civili e colpi di Stato in grado di creare crisi politiche e militari all’interno dell’area geopolitica di interesse.
Dopo aver contribuito alla destabilizzazione del territorio, gli Stati con più potere di azione subentrano per ridefinire confini e proprietà.
È quello che sta accadendo in Europa, in Africa, in Medio Oriente e in Asia. Una prassi collaudata nei secoli.
L’economia di guerra è solo una delle facce più terrificanti di questo sistema. E oggi non possiamo più legittimare nessuna forma di colonialismo.
È necessario quindi analizzare il mondo da un altro punto di vista, per studiare sistemi alternativi alla supremazia.
Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA
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La cultura, i suoni e la musica africana vanno in scena all’ombra del Vesuvio al festival Ethnos

Dalla Nostra Inviata
Anna Maria Di Luca
Napoli, settembre 2025

In occasione dei 30 anni di Ethnos, festival internazionale di musica etnica, il Direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi,  ha intervistato Gigi Di Luca, direttore artistico della longeva rassegna che dal 1995 si svolge all’ombra del Vesuvio.

La trentesima edizione è in corso in questi giorni nei comuni vesuviani e a Napoli, si conclude il 5 ottobre.

Vengono affrontate le tematiche che hanno da sempre connotato Ethnos: diversità, resistenza, territorio, comunità e generazioni. Ed anche religione. Concetti espressi attraverso le musiche e la presenza dei 3000 artisti provenienti da tutto il mondo

Per Gigi Di Luca, regista, musicista ed esperto di world music, l’obiettivo non è mai stato l’intrattenimento ma piuttosto l’offerta di un’esplorazione approfondita delle culture mondialiattraverso la musica.

La selezione degli artisti che egli fa, è quindi sempre molto attenta e pensata per valorizzare la musica contemporanea di diverse etnie, permettendone  l’integrazione in  armonia con i luoghi scelti nel napoletano,  come le Ville del ‘700 o i sentieri del Parco Nazionale del Vesuvio.

L’intervista focalizza sulla musica africana nelle sue diverse declinazioni, si evidenzia il significato politico e sociale delle note musicali, che spesso riflette storie di resistenza e identità. L’Africa viene esplorata nelle sue immense diversità culturali, dai Tuareg ai Pigmei e per gli svariati stili musicali, come il Mali Blues, l’afrobeat, la rumba congolese.

Ensemble Chakam

Viene sottolineato che la rassegna Ethnos, negli anni, ha ospitato artisti la cui musica nasce anche da un contesto politico, è il caso di  Fela Kuti oppure  Miriam Makeba e Hugh Masekela (esiliati durante l’apartheid) o Cheikha Remitti che cantava di rivoluzione e libertà delle donne.

Gruppo musicale Ndima Pigmei AKA

L’attenzione cade anche sulla situazione  attuale e sul fatto che un concerto possa portare attenzione:  non è possibile  assistere ad uno spettacolo, come accadrà con il gruppo del Congo, Ndima Pigmei Aka senza riflettere sul pericolo che la loro etnia sia in estinzione; oppure ascoltare il concerto di Ensemble Chakam, un trio composto da musiciste di Iran, Palestina e Francia, senza pensare a ciò che si sta vivendo oggi.

Anna Maria Di Luca
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sud Sudan: non accoglieremo gazawi e profughi indesiderati dall’amministrazione Trump

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 settembre 2025

Le autorità del Sud Sudan hanno negato fermamente di aver preso accordi con Washington per quanto riguarda l’accoglienza di richiedenti asilo non graditi negli USA.

A luglio l’amministrazione Trump aveva spedito anche in Africa – in Eswatini e in Sud Sudan – alcuni condannati per crimini gravi. Ma proprio in questi giorni Juba ha rinviato a casa sua, il messicano Jesus Munõz Gutierrez, uno degli 8 detenuti arrivati dall’America.

Finora solamente il Ruanda ha siglato un accordo con gli USA e accoglierà 250 profughi indesiderati. I primi 7 sono già arrivati a Kigali diverse settimane fa.

Rimpatrio in Messico

Secondo un comunicato delle autorità sudanesi, Gutierre, è stato consegnato all’ambasciatore designato dal Messico, Alejandro Ives Estivill, arrivato a Juba venerdì. Il governo messicano avrebbe garantito che una volta giunto in patria, il loro connazionale non avrebbe subito torture, trattamenti disumani o sarebbe stato soggetto a procedimenti giudiziari che violerebbero i suoi diritti fondamentali.

Ma Washington non demorde: le autorità hanno comunicato al salvadoregno Kilmar Ábrego García, al centro di una lunga controversia in materia di immigrazione, che potrebbe essere espulso verso il regno di eSwatini.

Tempo fa Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che avrebbe permesso ai cittadini di Gaza di emigrare volontariamente. Tel Aviv aveva contatto alcuni governi, tra questi anche quello sud sudanese, che proprio a agosto aveva ricevuto la visita del vice-ministro degli Esteri israeliano, Sharren Haskel.

Memorandum con Israele in vari settori

Giovedì, Philip Jada Natana, direttore generale per le relazioni bilaterali del governo sud sudanese, ha confermato che recentemente è stato siglato un memorandum d’intesa tra i due Stati. L’alto funzionario ha però chiarito che l’accordo mira principalmente allo “sviluppo agricolo, investimenti vari e estrazione mineraria”, sottolineando che la questione Gaza non sarebbe nemmeno stata menzionata.

Effettivamente sarebbe davvero difficile per il Sud Sudan accogliere rifugiati, giacché molti sud sudanesi fuggono nei Paesi limitrofi, specialmente in Uganda, a causa dei conflitti interni al loro Paese.

Imboscata a caschi blu

Pochi giorni fa alcuni caschi blu di UNMISS (Missione di pace dell’ONU in Sud Sudan) sono caduti in un’imboscata nello Stato dell’Equatoria Occidentale,  mentre stavano perlustrando la zona tra Tambura e Mapuse, un’area teatro di continue violenze.

Secondo quanto riferito da UNMISS, nessun casco blu è stato ferito, ma gli aggressori si sono però impossessati di armi e munizioni, che si trovavano nelle vetture. Finora non è stato reso noto il nome del gruppo armato che ha attaccato gli uomini della missione di pace.

Sud Sudan: imboscata a caschi blu di UNMISS

UNMISS ha poi sottolineato che, in linea con il loro mandato, continuerà i pattugliamenti nell’Eqatoria Occidentale e in altre parti del Paese per proteggere la popolazione civile.

Il giorno seguente all’imboscata ai caschi blu, sono scoppiati nuovi scontri tra le forze governative di Salva Kiier, South Sudan People’s Defense Forces (SSPDF), e Sudan People’s Liberation Army-In Opposition (SPLA-IO), di Riek Machar, vice presidente del Paese, attualmente agli arresti domiciliari. Molti residenti, terrorizzati, si sono dati alla fuga, temendo un aggravarsi della crisi.

Sterlina sud sudanese introvabile

Nel Paese regna il caos. Da mesi è difficile reperire i contanti – la sterlina sud sudanese – e gli impiegati governativi e anche quelli non statali fanno fatica a ritirare i propri stipendi nelle banche. Dopo ore di fila, gli istituti finanziari concedono solo piccole somme e anche queste solamente quando qualche commerciante ha depositato somme importanti.

Spesso i salariati sono costretti a ricorrere a prestiti presso altre fonti per poter sopravvivere. Questa settimana alcuni deputati hanno depositato una mozione in Parlamento per far luce sulla vicenda.

Molti sud sudanesi non hanno mai conosciuto la pace. Anche dopo la firma dell’accordo del 2018, diverse zone del Paese continuano essere teatro di scontri tra comunità, aggressioni di militari e gruppi armati. E le tanto ambite elezioni presidenziali sono state rinviate per l’ennesima volta al 2026, le prime dopo la dichiarazione dell’indipendenza.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dinka contro Nuer, Sud Sudan nel caos: rischio nuova guerra civile

Azioni, cancellazione contratti e sanzioni contro Israele. Cosa c’è oggi sul tavolo?

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza, 6 settembre 2025

Che tipo di pressione funzionerebbe davvero contro Israele?

Israele non è affatto autosufficiente. Dipende fortemente dai Paesi occidentali per la sua capacità difensiva e il suo benessere economico e finanziario, nonché per le forniture militari.

Dunque, chi ha sospeso gli accordi commerciali e le esportazioni di armi?

Striscia di Gaza [photo credit Electronic Intifada]
Secondo le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, Berlino non approverà le esportazioni di armi tedesche verso Israele per l’uso nella Striscia di Gaza “fino a nuovo avviso”.

Cambio di rotta

L’annuncio segna un importante cambio di rotta per la Germania, che è stata uno dei più fedeli alleati internazionali di Israele. È avvenuto mentre il Gabinetto di Sicurezza israeliano approvava un piano per prendere il controllo di Gaza City, amorale replica dell’efficienza del generale nazista delle SS, Erich von dem Bach-Zelewski, che supervisionò la distruzione di Varsavia.

Dal 2020 al 2024, la Germania ha rappresentato circa un terzo delle forniture di armi in entrata da Israele. Solo da ottobre 2023 ad oggi, Berlino ha rilasciato licenze di esportazione di armi a Israele per un valore di 485 milioni di euro, secondo i dati del parlamento tedesco.

Coro di condanne

L’annuncio della Germania si è unito al coro di condanne dei leader internazionali per i piani di Israele di espandere la sua offensiva militare a Gaza.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha descritto il piano come una pericolosa escalation che rischia di aggravare le già catastrofiche conseguenze per milioni di palestinesi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha invitato Israele a ritirarsi dai suoi piani, mentre il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha avvertito che la nuova offensiva avrebbe conseguenze per i rapporti UE-Israele.

Divisioni interne

La dura presa di posizione dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che ha i mezzi per imporre un’ampia gamma di sanzioni in risposta alle violazioni dei diritti umani. La sua riluttanza ad adottare misure simili contro Israele evidenzia le sue profonde divisioni interne.

Cosa c’è da sapere sugli altri Stati?

La Slovenia ha vietato tutto il commercio di armi con Israele, compresi il transito e le importazioni, nell’agosto 2025, diventando il primo Paese dell’Unione Europea a implementare un divieto.

Il Canada ha sospeso tutti i nuovi permessi di esportazione di armi verso Israele nel marzo 2024, ma ha continuato con i contratti pre-approvati.

Licenze già autorizzate

L’Italia ha imposto una sospensione della concessione di nuove licenze di esportazione di armi verso Israele nell’ottobre 2024, ma le esportazioni non si sono mai fermate del tutto, visto che sono rimaste attive le licenze già autorizzate.

Inoltre, nonostante la sospensione, nel 2024 sono state registrate esportazioni di armi e munizioni da Roma a Tel Aviv per un valore di 5,2 milioni di euro, secondo i dati Istat.

Anche se non si è trattato di un embargo governativo formale, Itochu Corporation ha interrotto la sua partnership con il produttore di armi israeliano Elbit Systems, nel febbraio 2024, su richiesta del ministero della difesa giapponese.

Blocco del transito

Un tribunale belga ha stabilito nel 2025 il blocco totale del transito di equipaggiamento militare verso Israele.

I Paesi Bassi hanno sospeso l’esportazione di componenti di caccia F-35 verso Israele nel febbraio 2024, ma una sentenza del tribunale del dicembre 2024 ha respinto il divieto totale sull’esportazione di armi. Ancora oggi Amsterdam continua a supportare la catena di fornitura della versione israeliana del caccia F-35.

Il porto di Rotterdam è frequentato ormai da navi che trasportano componenti dell’F-35 per manutenzione e assemblaggio. Maersk gestisce ora un ciclo di spedizioni ricorrente tra lo stabilimento Lockheed Martin di Fort Worth in Texas e la Israel Aerospace Industries in Israele, con scalo a Rotterdam.

Attracco negato

Nel novembre 2024, a seguito della decisione della Spagna di negare l’autorizzazione all’attracco di due navi che trasportavano armi dirette in Israele, Maersk ha modificato le sue rotte. La flotta della compagnia ora evita la Spagna a favore di Rotterdam e del porto di Tangeri in Marocco.

Il Regno Unito ha sospeso circa 30 delle 350 licenze di esportazione di armi verso Israele nel novembre 2024, secondo quanto dichiarato dal gruppo di pressione Campaign Against Arms Trade (CAAT). Gran parte dell’attenzione sul sostegno del Regno Unito a Israele si è concentrata sui componenti realizzati in Gran Bretagna per il jet F-35.

Nuovo contratto per Elbit Systems

A mesi dall’inizio dell’attacco genocida israeliano a Gaza, il Ministero della Difesa del Regno Unito ha assegnato un nuovo contratto a Elbit Systems – che domina la scena militare israeliana – per un valore complessivo di oltre 355 milioni di sterline.

Il fondo sovrano norvegese ha disinvestito dal gruppo statunitense di attrezzature per l’edilizia Caterpillar e da cinque gruppi bancari israeliani (First International Bank of Israel e la holding FIBI Holdings, Bank Leumi Le-Israel BM, Mizrahi Tefahot Bank, Bank Hapoalim) per motivi etici. Norges Bank Investment Management (il ramo della banca centrale norvegese che gestisce il fondo) ha parlato di “rischio inaccettabile che le società contribuiscano a gravi violazioni dei diritti individuali in situazioni di guerra e conflitto”.

Un embargo petrolifero su Israele e i suoi sostenitori è un altro potente mezzo di pressione.

All’inizio di quest’anno, Israele ha concesso licenze di esplorazione per giacimenti di gas naturale al largo delle sue coste a un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui British Petroleum (BP) e la SOCAR dell’Azerbaigian.

Israele importa quasi tre quarti del suo petrolio da tre Paesi: Azerbaijan, Kazakistan e Gabon. E il conflitto a Gaza non sembra aver scalfito questa solida collaborazione. Tel Aviv fa affidamento su greggio e raffinato per alimentare i suoi aerei da combattimento, carri armati e bulldozer.

L’Organizzazione dei Paesi Arabi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha implementato un embargo di questo tipo contro gli Stati Uniti e altri Paesi nel 1973 come ritorsione per il sostegno a Israele nella guerra arabo-israeliana di quell’anno e la successiva occupazione di territori egiziani e siriani.

Si è rivelato efficace. L’embargo ha spinto Henry Kissinger, allora consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Nixon, a impegnarsi in una insidiosa corsa diplomatica tra Israele, Egitto e Siria, che ha poi portato ad accordi di disimpegno forzato all’inizio del 1974 e alla revoca dell’embargo petrolifero.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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