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A Taboo is Broken: “B’Tselem and Physicians for Human Right-Israel” Say There is a Genocide in Gaza

Two prominent Israeli NGOs denounce genocide in Gaza:
for B’Tselem and Physicians for Human Rights Israel,
what is happening between Israel and Gaza can no longer be ignored.

Special for Africa ExPress
Federica Iezzi
Returning from Gaza, August 5, 2025

“For Israelis of my generation, the word genocide should have remained a nightmare from another planet. A word linked to photographs of our grandparents and the ghosts of European ghettos, not our neighborhoods. We were the ones wondering, from afar, about others: how could ordinary people go on with their lives while something like this was happening? How could they allow it?”

It is with these words that Yuli Novak, executive director of B’Tselem—Israel’s most representative human rights organization—talks about the new report Our Genocide, the result of months of work by Israeli and Palestinian activists.

Recent publications

The report parallels the recent publication by Physicians for Human Rights-Israel (PHRI), Genocide in Gaza.

Dayr al-Balah, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
The two reports mark a huge rift within Israeli civil society. Based on nearly two years of documentation, both groups argued that Israel’s actions in Gaza fall under the definition of genocide outlined in the 1948 Genocide Convention, to which Israel is a signatory [entered into force January 12, 1951].

Systematic demolition

The B’Tselem report focuses on the systematic demolition of Palestinian society in Gaza. The PHRI report provides a legal analysis based on Israel’s deliberate destruction of Gaza’s healthcare system.

Mass killings, violent population transfers, systematic destruction, and dismantling of Palestinian society at every level: this is the basis of Israel’s genocidal campaign, fully evident in Gaza, still hidden in the West Bank. The scale is different, the logic is the same.

Genocide is not simply a legal category, but a distinct form of political and social violence. The goal is not only to kill, but to ensure that a group can no longer exist in the future.

And where does it strike? The dimension in which it ruthlessly operates is the devastation of the family unit.

Healthcare system

A fundamental pillar of civil life is the healthcare system. Israel has completely destroyed Gaza’s ability to care for its population through indiscriminate attacks on hospitals, obstruction of medical evacuations and humanitarian aid, and elimination of essential services such as surgery, dialysis, and maternal and child health.

According to the PHRI, the Israeli campaign has decimated Gaza’s healthcare infrastructure “in a calculated and systematic manner.” These actions are not incidental to war, but deliberate and targeted.

The attack by Hamas’ armed wing on Israel triggered a change in the country’s policy towards the Palestinians in Gaza, shifting from repression and control to destruction and annihilation. Jewish-Israeli public opinion rejects accusations of genocide as anti-Semitic towards Israel.

Margins of politics

It is true that human rights groups are considered marginal in Israeli politics and their views are not representative of the majority of Israelis, but the fact that the accusation of genocide comes from Israeli voices breaks a taboo in a society that has been reluctant to criticize Israel’s conduct in Gaza.

Calls for the extermination of Palestinians did not arise from the violence of October 7, 2023. They date back to the 1930s and gained strength—and greater public acceptance—with the fading prospects for peace in the 1990s, the rise of existential anxiety among Israelis, and the increase in the political power of religious Zionists in the 21st century.

Source of inspiration

Most of the precursors of modern Zionism consider themselves secular. Nevertheless, they adopt the main Jewish symbols and treat Jewish tradition and religious texts as a source of inspiration, while not attributing legal authority to them.

This creates an opportunity for Israeli leaders to use biblical texts to promote political goals. The Bible contains some explicit narratives of annihilation. The best known is the story of Amalek. “In a war between Israel and Amalek, killing and annihilating infants and children is a commandment. And who is Amalek? Anyone who wages war against the Jews” – words spoken in 1980 by Israel Hess, who at the time held the official position of rabbi at Bar-Ilan University in Israel.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ ALL RIGHTS RESERVED

Translated from Italian with DeepL.com. English version edited by Ellie Spring.
La versione italiana di questo articolo si trova qui

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Gaza: appello a Natanyahu dei familiari degli ostaggi

dal quotidiano israeliano Israel Hayom
Noam (Dabul) Dvir
Tel Aviv, 8 agosto 2025

Le famiglie dei rapiti, i sopravvissuti alla prigionia e i civili hanno manifestato ieri sera in luoghi centrali di Gerusalemme, davanti all’ufficio del Primo Ministro dove si è tenuta la riunione del gabinetto politico e di sicurezza e davanti alla Fortezza di Ze’ev, per protestare contro la prevista decisione di occupare completamente la Striscia di Gaza.

Inoltre, si è tenuta una manifestazione davanti al Kirya a Tel Aviv.

Ieri mattina, una flottiglia navale di protesta composta da 11 imbarcazioni ha lasciato il porto turistico di Ashkelon in direzione del confine marittimo con Gaza. Davanti all’ufficio del Primo Ministro, le famiglie dei rapiti si sono legati con catene.

Contemporaneamente, si è tenuta un’altra manifestazione davanti alla Fortezza di Ze’ev, che ospita il quartier generale del Likud, con l’obiettivo di trasmettere un messaggio diretto al Primo Ministro e al suo partito.

“Ci opponiamo fermamente a qualsiasi azione militare a Gaza che possa portare alla completa occupazione della Striscia di Gaza. Un’azione del genere porterà alla morte degli ostaggi e a costi aggiuntivi ingenti, anche per i nostri soldati”, ha dichiarato ieri sera Edith Ahl, la madre dell’ostaggio Alon Ahl, trattenuto a Gaza da Hamas per 672 giorni.

Si è rivolta al Primo Ministro Netanyahu e ha detto: “Guardate i video brutali che Hamas ha diffuso, solo la scorsa settimana. Alon è un ostaggio. È stato portato via da casa sua, dal territorio dello Stato di Israele. Non è un soldato catturato in battaglia, non fa parte di una missione militare. È un civile. La strada per il rilascio di Alon è una sola: negoziare. Non abbandonatelo. Non rinunciate a lui e non chiamatelo una ‘mossa strategica’. La vita umana, ogni essere umano, viene prima di qualsiasi strategia”.

Domanda al Capo di Stato Maggiore

Le famiglie si sono rivolte anche al Capo di Stato Maggiore, il Tenente Generale Eyl-Zamir, e gli hanno chiesto: “Non date una mano agli ostaggi. Tu sei il comandante dell’esercito. Il popolo: La volontà del popolo è porre fine alla guerra e restituire i rapiti. Ricorda i valori delle IDF: “Non lasciamo indietro nessuno”. Secondo loro, c’è una sola decisione che il governo può e deve prendere: soddisfare la volontà del popolo e firmare immediatamente un accordo che riporti tutti a casa.

La protesta in piazza contro il governo israeliano

“Qualsiasi altra decisione è un attentato alla volontà del popolo e ai principi di reciproca responsabilità e garanzia. Qualsiasi altra decisione sarebbe disumana e porterebbe al disastro i rapiti e l’intero Stato di Israele.” Hanno invitato i comandanti delle IDF a tutti i livelli a non agire in modo da mettere in pericolo la vita dei rapiti e impedire la possibilità di riunire le famiglie dei caduti.

La flottiglia è salpata ieri mattina

Le famiglie dei rapiti si sono imbarcate su una flottiglia di protesta chiamata “Shaytaet”, che comprendeva 11 imbarcazioni avvolte in giallo, simbolo della lotta. Le famiglie volevano avvicinarsi il più possibile alla costa dove gli ostaggi sono tenuti prigionieri dall’organizzazione terroristica di Hamas.

Flottiglia con a bordo familiari dei rapiti

Le famiglie hanno annunciato la loro presenza ai propri cari, hanno trasmesso richieste di soccorso sui sistemi di comunicazione marittima e hanno illuminato i salvagenti gialli per chiedere il salvataggio dei rapiti. “Siamo qui per cercare di avvicinarci a Rom, per dargli forza. Spero che lo raggiunga e non pensi al momento in cui lo abbiamo abbandonato”, ha spiegato Ron Overlander, cugino di Rom Bresl, il cui video dalla prigionia ha scioccato molti a causa della fame estrema che sta attraversando.

“Abbiamo visto il video e non è in buone condizioni, quello che stanno subendo lì è un abuso. Dobbiamo ancora salvarlo: non possiamo più vivere così”.

“Viviamo nella paura”

Kobiah El, il padre di Alon El, che ha partecipato alla flottiglia, ha detto: “Dal giorno in cui Alon è stato rapito viviamo nella paura. Voglio sperare e credere che anche oggi, dopo la riunione del governo, la decisione sarà quella di salvare la vita di Alon e quella dei rapiti.

Ha poi aggiunto: “Capisco che sappiamo già tutti che l’unico modo per salvare la vita di Alon e quella di tutti i rapiti è attraverso un accordo. Potrebbe essere necessario ricorrere a una qualche forma di forza militare, ma alla fine, da quello che sappiamo e da quello che abbiamo visto negli ultimi cinque mesi da quando è stato stipulato l’accordo, la vita di Alon può essere salvata solo attraverso un accordo.” .

Israel Hayom

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Our fault: we didn’t understand where Israel was going with this

from Centro Riforma dello Stato
Giuseppe (Ino) Cassini*
August 2025

Italian version of this story is here

When Theodore Herzl founded the Zionist movement in 1897, he dreamed of a Jewish state as “Europe’s bulwark against Asia, civilization’s outpost against barbarism.” The “founding fathers” followed that line.

Ben Gurion: “We must fight against the spirit of the Levant that corrupts individuals and society, and preserve the authentic Jewish values established in the diaspora.” Abba Eban: “The goal is to instill a Western spirit, instead of allowing ourselves to be drawn toward an unnatural Orientalism.”

Golda Meir, ex Israeli prime minister

Finally, Golda Meir’s denialism (interview with the Sunday Times on June 15, 1969): “There are no Palestinians. It is not as if there is a Palestinian people here who consider themselves as such and we have come to throw them out. The Palestinians do not exist” (sic). In truth, until the early 1900s, there were half a million Palestinians, compared to about 50,000 Jews. Then came the survivors of the pogroms and concentration camps, but even in 1945 there were only 600,000 Jews (equal to the number residing today—irony of numbers—in the Occupied Territories).

Balfour Declaration

In 2017, Israel celebrated the centenary of the “Balfour Declaration,” a letter in which the British Foreign Minister promised Lord Rothschild a Jewish state in Palestine. This was the comment by Gideon Levy, columnist for Haaretz: “Nothing like this had ever happened before: an empire [Great Britain] promising a land that was not its own [Palestine] to a people who did not live there [the Jews] without asking permission from those who did live there [the Palestinians].”

Gideon Levy’s irony did justice to the false mantra: “A land without a people for a people without a land.” The tragedy of the Nakba in 1948—and then the military victories of 1956, 1967, and 1973—allowed Israel to embark on an all-out immigration policy. A million Jews, real or presumed, generally unfamiliar with Judaism, arrived from the USSR alone. Israel, ruled by Ashkenazim, did everything it could to eradicate the Sephardic and Mizrahi communities from Arab countries.

Uprooting the Sephardim

Ezra Ben Hakham Eliyahu denounced this in 1978: “Mass immigration to Israel has uprooted the Sephardic communities. They have lost their countries, their property, their customs, their language, their entire cultural heritage.” And a Moroccan Sephardic Jew, Reuben Abarjel, lamented: “No Arab government has ever exercised violence against the Mizrahim similar to that of the Ashkenazi regime, which kidnapped children to give them up for adoption and sterilized women deemed incapable of improving the ‘Jewish gene.’ ”

A Jewish refugee family from Yemen outside their mud house in the American Joint Distribution camp in Aden, March 29, 1949, awaitng transfer to Israel. (AP Photo)

The kidnapping refers to the 1950s, when 1,060 children taken from Yemen were removed from their parents and placed with Ashkenazi families. These are memories to be erased so that the “founding fathers” can continue to be seen as idealists—and many of them were.

Kibbutz rhetoric

But in fact, it was a neo-colonial operation cloaked in kibbutz rhetoric. In 1956, Israel made the unforgivable choice to join the French and British in an attempt to reclaim the Suez Canal nationalized by Nasser.

It was then clear where the young state stood: it was now a Western bridgehead, defined as “the only democracy in the Middle East.” It is true that the declaration of independence states: “Israel will guarantee complete social and political equality to all its inhabitants, regardless of religion or race.”

Rights for illegal settlers

But in reality, it discriminates against those who are not Jewish: it has imprisoned at least 40 percent of Palestinian males at least once; it carries out targeted executions without respecting its own laws; it prohibits mixed marriages; it grants (illegal) settlers every right denied to Palestinians living (legally) in their own homes.

Looking back, it is easier to see when the path to suicide began: on November 4, 1995, with the assassination of Rabin by an extremist Jew. A few days earlier, we were at the Amman Summit, and everything pointed to imminent peace. “Peace is negotiated with enemies,” Rabin repeated, “and we will do so at any cost.” At any cost? It cost him his life. Then came a series of wasted opportunities and unprecedented violence.

March 2002. As an observer at the Arab League summit in Beirut, I saw Saudi King Abdullah present a real peace plan, approved by the entire League. Finally, I thought. No, Israel did not think so, and the Abdullah Plan was shelved.

Hamas victory

January 2006. Free elections in Palestine and a clear victory for the Hamas party in Gaza; but Israel pushed the US and the EU to disavow the outcome, even though international observers had confirmed the full regularity of the elections. Hamas drew its conclusions. Netanyahu did the same, in his own way.

In 2012, he began to fund Hamas with money from Qatar, with the aim of weakening the PNA and dividing the Palestinian front. But Hamas diverted part of the funds to arm the Gaza Strip, and Netanyahu looked the other way: a game of poker on the edge of the precipice. Both were ready to do anything to hinder the “two peoples, two states” formula (as Ben Gurion had said: “The longer we drag it out, the more it will benefit us”).

Netanyahu turned a blind eye

The prime minister also turned a blind eye when, in 2023, he was warned that military exercises that were not exactly defensive were being carried out beyond the walls of Gaza.

Benjami Netanyahu, Israeli prime minister

Until the horror of October 7. It was a sort of posthumous revenge after the massacres of women and children perpetrated in 1948 in Palestinian villages—the famous massacre in Deir Yassin—by the “Stern Gang” led by Begin, then a terrorist and later prime minister.

Albert Einstein and Hannah Arendt

In December 1948, Albert Einstein and Hannah Arendt co-signed a prescient letter: ‘A mixture of ultra-nationalism, religious mysticism and racial superiority has been preached in the Jewish community. In Begin’s actions, the terrorist party betrays its true character; from its actions we can judge what it will do in the future’.

It is thanks to the foresight of these two illustrious Jews that we now have a better understanding of where this Middle Eastern country, so well armed that it prefers to keep five war fronts open rather than accept coexistence with those who have always lived there, is headed.

Faithful to the principles of the UN?

Is it in their interest? The Israelis, protected by the US, have so far been forgiven for every violation of international law, even though the declaration of independence proclaims that “Israel will be faithful to the principles of the United Nations Charter.”

Is it possible that such a gifted people are capable of such atrocities in Gaza? Is it possible that a small state has been holding a superpower in check for decades? The Netanyahu government has opted for the solution of an apartheid “one-state” solution.

Israel: military occupation in Gaza

The military occupation has eroded the country from within, jeopardizing the very security it is supposed to guarantee. This has also been understood by former Knesset Speaker Avraham Burg and former Prime Minister Olmert, who have been urging for some time now to “save Israel from itself.”

Giuseppe Ino Cassini*

*Giuseppe (Ino) Cassini was an Italian diplomat and ambassador to Somalia and Lebanon. He also worked in Belgium, Algeria, Cuba, the United States, and Geneva (UN). Author of “Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006)” (Bruno Mondadori 2007) and the e-book “Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013)”, he knows deep America well, the America that says: “Washington is not the solution, it is the problem.”

Translated from Italian with DeepL.com. English version edited by Ellie Spring

Colpa nostra: non avevamo capito dove Israele volesse arrivare

da Centro Riforma dello Stato
Giuseppe (Ino) Cassini*
Agosto 2025

La versione inglese di questo articolo si trova qui

Theodore Herzl, fondando nel 1897 il movimento sionista, sognava uno Stato ebraico quale «bastione dell’Europa contro l’Asia, avamposto della civiltà contro la barbarie». Su quella linea si attennero i “padri fondatori”.

Ben Gurion: “Dobbiamo lottare contro lo spirito del Levante che corrompe gli individui e la società, e preservare gli autentici valori ebraici fissati nella diaspora”. Abba Eban: «L’obiettivo è inculcare uno spirito occidentale, invece di farci trascinare verso un orientalismo contro natura».

Golda Meir, ex primo ministro israeliano

Infine, il negazionismo di Golda Meir (intervista al Sunday Times del 15/6/1969): “Non esistono palestinesi. Non è come se esistesse qui un popolo palestinese che si reputa tale e noi fossimo venuti a buttarlo fuori. I palestinesi non esistono» (sic). Per la verità, fino al primo ‘900 erano mezzo milione, a fronte di circa 50.000 ebrei. Poi affluirono gli scampati ai pogrom e ai lager, ma ancora nel 1945 si contavano solo 600.000 ebrei (pari a quanti risiedono oggi – ironia dei numeri – nei Territori Occupati).

Dichiarazione di Balfour

Nel 2017 Israele ha festeggiato il centenario della “Dichiarazione Balfour”, una lettera con cui il ministro degli Esteri britannico prometteva a Lord Rothschild uno Stato ebraico in Palestina. Questo il commento di Gideon Levy, editorialista di Haaretz: “Non era mai successo nulla di simile: un impero [la Gran Bretagna] promette una terra non sua [la Palestina] a un popolo che non ci vive [gli ebrei] senza chiedere il permesso a chi ci abita [i palestinesi]”.

L’ironia di Gideon Levy faceva giustizia del falso mantra: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La tragedia della nakba nel 1948 – e poi le vittorie militari del 1956, 1967, 1973 – permisero a Israele di lanciarsi in una politica d’immigrazione a tutto campo. Dalla sola Urss sbarcò un milione di ebrei, veri o presunti, in genere digiuni di giudaismo. Israele, retto da ashkenaziti, fece di tutto per cancellare dai Paesi arabi le comunità sefardite e mizrahi.

Sradicato i sefarditi

Lo denunciava nel 1978 Ezra Ben Hakham Eliyahu: “L’immigrazione di massa in Israele ha sradicato le comunità sefardite. Hanno perso i loro Paesi, le proprietà, usanze, lingua, l’intero patrimonio culturale”. E un sefardita marocchino, Reuben Abarjel, lamentava: “Nessun governo arabo ha mai esercitato sui mizrahi una violenza simile a quella del regime ashkenazita, che ha rapito bimbi per darli in adozione e ha sterilizzato donne ritenute incapaci di migliorare il ‘genio ebraico’ ”.

A Jewish refugee family from Yemen outside their mud house in the American Joint Distribution camp in Aden, March (AP Photo)

Il rapimento si riferisce agli anni ’50, quando 1060 bimbi portati via dallo Yemen furono tolti ai genitori e affidati a famiglie ashkenazite. Sono memorie da cancellare affinché si continui a vedere i “padri fondatori” come idealisti – e non pochi lo erano.

Retorica dei kibbutz

Ma di fatto fu un’operazione neo-coloniale ammantata di retorica del kibbutz. Israele fece nel 1956 l’imperdonabile scelta di unirsi a francesi e inglesi nel tentativo di riappropriarsi del Canale di Suez nazionalizzato da Nasser.

Si capì allora con chi stava il giovane Stato: era ormai una testa di ponte occidentale, definita “l’unica democrazia in Medio Oriente”. Vero è che la dichiarazione d’indipendenza recita: “Israele garantirà completa parità sociale e politica a tutti gli abitanti, senza distinzione di religione o di razza”.

Diritti ai coloni illegali

Ma in realtà discrimina chi ebreo non è: ha incarcerato almeno una volta il 40 per cento dei palestinesi maschi; attua esecuzioni mirate senza rispettare le proprie leggi; vieta i matrimoni misti; concede ai coloni (illegali) ogni diritto negato ai palestinesi che vivono (legalmente) a casa propria.

Con lo sguardo lungo si scorge meglio quando è iniziato il cammino verso il suicidio: il 4 novembre 1995, con l’assassinio di Rabin per mano di un ebreo estremista. Pochi giorni prima eravamo al Vertice di Amman e tutto lasciava presagire una pace imminente. “La pace si negozia con i nemici –ripeteva Rabin – e la faremo a ogni costo”. A ogni costo? A lui costò la vita. Poi fu un seguito di occasioni sprecate e di violenze inaudite.

Marzo 2002. Da osservatore al vertice della Lega Araba a Beirut, vidi il re saudita Abdullah presentare un vero piano di pace, approvato da tutta la Lega. Finalmente ci siamo, pensavo. No, Israele non la pensava così e il Piano Abdullah fu riposto in un cassetto.

Vittoria di Hamas

Gennaio 2006. Libere elezioni in Palestina e netta vittoria del partito di Hamas a Gaza; ma Israele spinse gli USA e l’UE a disconoscerne l’esito, benché gli osservatori internazionali avessero confermato la piena regolarità delle elezioni. Hamas ne trasse le conclusioni. Altrettanto fece Netanyahu, a modo suo.

Dal 2012 iniziò a foraggiare Hamas con fondi del Qatar, allo scopo di indebolire l’ANP e spaccare il fronte palestinese. Ma Hamas stornava parte dei fondi per armare la Striscia di Gaza e Netanyahu non guardava: una partita a poker sui bordi del precipizio. Entrambi erano pronti a tutto pur di ostacolare la formula “due popoli, due Stati” (come aveva detto Ben Gurion: “Più la tireremo in lungo, più ci porterà vantaggio”).

Netanyahu chiuse gli occhi

Il premier chiuse gli occhi anche quando nel 2023 lo avvisarono che oltre i muri di Gaza si stavano facendo esercitazioni militari non proprio difensive.

Benjami Netanyahu, Israeli prime minister

Fino all’orrore del 7 ottobre. Fu una sorta di rivalsa postuma dopo i massacri di donne e bambini perpetrati nel ’48 nei villaggi palestinesi – famosa la strage a Deir Yassin – a opera della “banda Stern” guidata da Begin, allora terrorista e più tardi Primo ministro.

Albert Einstein e Hannah Arendt

A dicembre del ’48, Albert Einstein e Hannah Arendt cofirmarono una lettera premonitrice: “Nella comunità ebraica si è predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Nelle azioni di Begin il partito terrorista tradisce il suo reale carattere; dalle sue azioni possiamo giudicare ciò che farà nel futuro”.

Si deve alla lungimiranza dei due illustri ebrei se ora capiamo meglio dove vuol arrivare questo Paese mediorientale, così ben armato che preferisce tenere aperti cinque fronti di guerra piuttosto di accettare la convivenza con chi laggiù abita da sempre.

Fedele ai principi dell’ONU

Gli conviene? Agli israeliani, protetti dagli USA, si è condonata finora ogni lesione del diritto internazionale, benché la dichiarazione d’indipendenza proclami che “Israele sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”.

Possibile che un popolo così dotato sia capace di tali efferatezze a Gaza? Possibile che un piccolo Stato tenga in scacco da decenni una superpotenza? Il governo Netanyahu ha optato per la soluzione di “uno Stato” apartheid.

Israele: occupazione militare a Gaza

L’occupazione militare ha eroso il Paese dall’interno, mettendo in pericolo la sicurezza stessa che dovrebbe garantire. L’hanno capito anche l’ex presidente della Knesset, Avraham Burg, e l’ex-premier Olmert, che non da ieri scongiurano di “salvare Israele da se stesso”.

Giuseppe Ino Cassini*

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino. La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

Censura e omissione: la differenza tra il genocidio In Palestina e le guerre in Africa

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
7 luglio 2025

Impedire intenzionalmente la diffusione di informazioni rilevanti per l’opinione pubblica, e limitare la libertà di stampa, per noi di Africa ExPress è un reato, civile e morale. Non riportare volontariamente fatti di rilievo internazionale, invece, è una scelta.

Questa è la differenza tra la narrazione del genocidio in Palestina e la cronaca assente delle guerre in Africa.

Le politiche coloniali in Medio Oriente vengono legittimate decontestualizzando i fatti storici per mezzo della censura. In Africa, invece, le conseguenze postcoloniali vengono omesse per favorire le politiche di sfruttamento.

Non dobbiamo, quindi, fare l’errore di equiparare i contesti storici, politici e culturali.

Senza Bavaglio – quotidiano online del gruppo sindacale fondato da giornalisti italiani per tutelare e difendere la libertà di stampa – e Africa ExPress – testata giornalistica che tratta i problemi del continente nero e del Medio Oriente – da anni lavorano su entrambi i fronti per contrastare censura e omissione dell’informazione.

Trovate tutti gli articoli sui nostri siti

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Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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Giovani ciadiani protagonisti del cambiamento nel loro Paese

Africa ExPress
N’Djamena, agosto 2025

“Jeunesse en Action pour l’Avenir du Tchad” (Giovani in azione per il futuro del Ciad, ndr) è un progetto da ACRA, sostenuto dall’Unione Europea e è volto a rendere i giovani protagonisti del cambiamento sociale nel Paese, con particolare attenzione e inclusione delle donne.

Il Ciad è tra i Paesi con il più basso indice di sviluppo umano e gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno. La ex colonia francese, oltre a dover affrontare crisi interne, come attacchi dei sanguinari terroristi Boko Haram sulle sponde del bacino del Lago Ciad, cambiamenti climatici e quant’altro, il Paese ospita anche oltre 2 milioni di rifugiati. Queste persone provengono per lo più dal Sudan, in fuga dalla guerra.

Tuttavia, molti giovani ciadiani non si arrendono, credono nella rinascita della propria terra. E ACRA, un ETS (Ente del Terzo Settore) milanese, accompagna e sostiene associazioni locali nello sviluppo di microprogetti per la risoluzione di conflitti, tutela dell’ambiente, valorizzazione delle donneattraverso formazione, spazi di dialogo, opportunità di impiego e formazione professionale.

La giovane Fatima promuove la risoluzione di conflitti in famiglia

Negli ultimi tre anni, grazie al progetto Jeunesse en Action pour l’Avenir du Tchad, ACRA ha individuato oltre 300 associazioni promosse da giovani e donne. L’ETS ha contribuito alla crescita concreta di 42 realtà e ha sviluppato con loro capacità tecniche, opportunità di partnership e strumenti di analisi.

Abakar è un giovane allenatore di calcio diversamente abile. Ai giovanissimi oltre al calcio, insegna anche l’inglese. Secondo lui il calcio è una scuola di vita

Nel progetto sono state inoltre coinvolte migliaia di persone attraverso canali istituzionali, mediatici, accademici e artistici, con un’attenzione particolare alle donne che hanno rafforzato il loro ruolo nella comunità e nella risoluzione pacifica dei conflitti.

Possiamo vedere sul campo le attività di alcune associazioni locali, grazie ai filmati realizzati con la produzione di Davide Lemmi, Marco Simoncelli, Arianna Pagani di FADA Collective, Jessica Tradati di La Fabula. La colonna sonora è della cantante ciadiana Wawy-B.

La docu-serie “Jeunesse En Action” raccoglie le testimonianze di 12 giovani delle province di N’Djamena, il Lago e Moyen-Chari, nel sud del Paese.

Régine Dioro-Olima attivista femminista e imprenditrice. Ha fondato un’associazione, lotta contro i matrimoni forzati precoci e tanto altro

Molti altri video potere vederli sul canala youtube https://www.youtube.com/playlist?list=PL-9Q9ybtbfrcVDlMyYF7gEuO-2HCy8Y57

Dunque Forza ai giovani del Ciad

Africa Express
X: africexp

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Tabù infranto: anche per gli israeliani B’Tselem e Physicians for Human Rights-Israel a Gaza è genocidio

Due importanti ONG israeliane denunciano il genocidio a Gaza:
per B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel,
quanto accade tra Israele e Gaza non può più essere ignorato

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza, 5 agosto 2025

“Per gli israeliani della mia generazione, la parola genocidio avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come potevano le persone comuni andare avanti con le loro vite mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permetterlo?”.

E’ con queste parole che Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem – l’organizzazione per i diritti umani più rappresentativa in Israele – parla del nuovo report Our Genocide, frutto di mesi di lavoro di attivisti israeliani e palestinesi.

Pubblicazioni recenti

Il report cammina parallelo alla recente pubblicazione di Physicians for Human Rights-Israel (PHRI), Genocide in Gaza

Dayr al-Balah, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
I due report segnano un’enorme rottura all’interno della società civile israeliana. Basandosi su quasi due anni di documentazione, entrambi i gruppi hanno sostenuto che le azioni di Israele a Gaza rientrano nella definizione di genocidio, delineata nella Convenzione sul Genocidio del 1948, di cui Israele è firmataria [entrata in vigore 12 gennaio 1951].

Demolizione sistematica

Il rapporto di B’Tselem si concentra sulla demolizione sistematica della società palestinese a Gaza. Il rapporto del PHRI fornisce un’analisi giuridica basata sulla deliberata distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele.

Uccisioni di massa, trasferimenti violenti di popolazione, distruzione sistematica e smantellamento della società palestinese a ogni livello: ecco la base della campagna genocida di Israele, pienamente evidente a Gaza, ancora nascosa in Cisgiordania. La scala è diversa, la logica è la stessa.

Il genocidio non è semplicemente una categoria giuridica, ma una modalità distinta di violenza politica e sociale. L’obiettivo non è solo uccidere ma assicurarsi che un gruppo non possa più esistere in futuro.

E dove si colpisce? La dimensione in cui spietatamente ci si muove è la devastazione del nucleo familiare.

Sistema sanitario

Pilastro fondamentale della vita civile è il sistema sanitario. Israele ha completamente distrutto la capacità di Gaza di prendersi cura della sua popolazione, attraverso attacchi indiscriminati diretti agli ospedali, ostruzione delle evacuazioni mediche e dell’ingresso di aiuti umanitari, eliminazione di servizi essenziali come la chirurgia, la dialisi e la salute materno-infantile.

Secondo il PHRI la campagna israeliana ha decimato le infrastrutture sanitarie di Gaza “in modo calcolato e sistematico”. Queste azioni non sono accessorie alla guerra, ma deliberate e mirate.

Scene raccapriccianti dall’interno dell’ospedale Nasser, la sera del 5 luglio. Questi civili sono
stati uccisi mentre cercavano aiuto dal sito del Gaza Humanitarian Foundation, vicino
al Corridoio Morag a Rafah.

L’attacco del braccio armato di Hamas a Israele ha innescato un cambiamento nella politica del Paese nei confronti dei palestinesi di Gaza, passando da repressione e controllo a distruzione e annientamento. L’opinione pubblica ebraico-israeliana respinge le accuse di genocidio come antisemite nei confronti di Israele.

Margini della politica

È vero che i gruppi per i diritti umani sono considerati in Israele ai margini della politica e le loro opinioni non sono rappresentative della maggioranza degli israeliani, ma il fatto che l’accusa di genocidio provenga da voci israeliane infrange un tabù in una società che è stata reticente a criticare la condotta di Israele a Gaza.

Gli appelli allo sterminio dei palestinesi non sono nati dalle violenze del 7 ottobre 2023. Risalgono agli anni ’30 e hanno acquisito forza – e maggiore accettazione pubblica – con il venir meno delle prospettive di pace negli anni ’90, l’aumento dell’ansia esistenziale tra gli israeliani e l’aumento del potere politico dei sionisti religiosi nel XXI secolo.

Fonte di ispirazione

La maggior parte dei precursori del sionismo moderno si considera laica. Ciononostante, adotta i principali simboli ebraici e tratta la tradizione e i testi religiosi ebraici come fonte di ispirazione, pur non attribuendo loro autorità legale.

Questo crea un’opportunità per i leader israeliani di utilizzare i testi biblici per promuovere obiettivi politici. La Bibbia contiene alcune narrazioni esplicite di annientamento. La più nota è la storia di Amalek. “In una guerra tra Israele e Amalek, uccidere e annientare neonati e bambini è un comandamento. E chi è Amalek? Chiunque scateni una guerra contro gli ebrei” – parole del 1980 di Israel Hess, che all’epoca ricopriva la carica ufficiale di rabbino dell’Università israeliana Bar-Ilan.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

The Italian version is here

https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf

https://www.phr.org.il/wp-content/uploads/2025/07/Genocide-in-Gaza-PHRI-English.pdf

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Il ragazzo d’oro del nuoto tunisino ai mondiali di Singapore

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
4 agosto 2025

Il nuoto tunisino ha scritto una nuova pagina nella sua storia sportiva. Grazie al suo ragazzo due volte d’oro in 5 giorni.

Ahmed Jaouadi, appena ventenne, mercoledì 30 luglio, e domenica 3 agosto nella giornata conclusiva dei Campionati mondiali di Singapore, si è confermato la nuova stella del mezzofondo e l’atleta da battere nei prossimi anni.

Il tunisino Ahmed Jouadi portaa casa due medaglie d’oro ai campionati mondiali di nuoto di Singapore

Il giovane nordafricano ha dominato prima gli 800 metri stile libero e, ieri, i 1500 metri in due gare sensazionali. Ha infatti letteralmente mandato a fondo nella piscina World Acquatics  Championship Arena di Singapore, alcuni titolatissimi concorrenti.

Batte due grandi negli 800m

Il 30 luglio, sugli 800 metri, ha piegato i tedeschi Sven Schwarz, 23 anni, recordman europeo, e Lukas Mertens, 23, oro olimpico a Parigi nel 2024 sui 400 metri e detentore del record mondiale sulla stessa distanza.

Ieri, domenica, ha sconfitto nuovamente con un tempo superbo (14’34”41) il tedesco Schwarz e l’americano Bobby Finke, 26 anni, campione olimpico nel 2024 a Parigi. Proprio nella capitale francese, dopo una delusione amarissima, sono maturati i trionfi nella città-stato del sud est asiatico.

Ai Giochi olimpici in Francia, infatti, Ahmed, pur qualificatosi alle finali delle due gare, era rimasto fuori dal podio con tanta frustrazione, ma altrettanta voglia di rivincita. Era arrivato sesto nei 1500 e quarto negli 800, perdendo la medaglia di bronzo per un pelo.

Domenica Jouadi sale nuovamente sul podio: ha conquistato il secondo oro ai mondiali di nuoti a Singapore

“Penso che il quarto posto possa essere il peggior piazzamento per un atleta – commentò – Ma invece di abbattermi quella sconfitta, mi ha reso più motivato e più affamato”. A Singapore non solo si è saziato, ma ha fatto una scorpacciata d’oro! Già con la conquista del podio più alto negli 800 metri, il 30 luglio, aveva segnato il terzo tempo migliore della storia (7:36.88). Ieri , domenica, sui 1500 si è confermato la nuova stella, non cadente, del mezzofondo in piscina.

Niente record del mondo

“Miravo a battere il record del mondo – ha dichiarato ieri a France Télévision con il secondo oro al collo – Alla fine ci sono rimasto un po’ male, ma in fondo non dispiace conquistare due titoli mondiali in una settimana! Non è che l’inizio, ho appena 20 anni e quindi ho ancora molto da imparare. Comunque sarà molto contento anche Philippe”.

Philippe Lucas, 62 anni, è il tecnico francese che lo segue da 2 anni a Martigues (Provenza) e oltre che allenatore è un allevatore di campioni, quali, ad esempio Laure Manaudou e anche – per qualche anno – la nostra Federica Pellegrini.

Alle superiori era un secchione

Joaudi, che è nato a Tunisi, ma vive in Francia, è un esempio di come si possa essere brillanti a scuola e nello sport. Quattro anni fa divenne campione di Francia junior quando frequentava con successo il liceo tecnologico Marie Curie di Grenoble, (“All’epoca pensavo quasi più a studiare che ad allenarmi, non amavo faticare”, ha ammesso il bis iridato).

Con il trionfo di Singapore, la Tunisia si conferma, dunque, una potenza nel nuoto di media distanza.

Vanta, infatti, ben tre campioni del mondo nei 1500 metri. Il primo a dare inizio a questa tradizione è stato Oussama Mellouli, 41 anni, indimenticabile perché è stato il primo africano a fregiarsi di un oro olimpico individuale (1500 metri alle Olimpiadi di Pechino 2008). Quattro anni dopo, ha aggiunto un secondo oro olimpico nella 10 km in acque libere, insieme a un bronzo nei 1500 metri.

Poi è comparsa nel firmamento internazionale la stella Ahmed Hafnaoui, 23 anni. Alle Olimpiadi di Tokyo, Hafnaoui, allora diciottenne, lasciò tutti stupefatti dominando i  400 metri stile libero.

Hafnaoui si è poi affermato come protagonista del mezzofondo, conquistando il titolo nella doppia distanza 800-1500 metri ai Mondiali 2023 di Fukuoka (Giappone). Attualmente, però, Hafnaoui è sospeso da aprile per 21 mesi, in quanto ha mancato tre test antidoping.

Proprio a lui, il vincitore di Singapore ha voluto dedicare la sua medaglia iridata: “Per me è un campione e gli sono vicino perchè sta attraversando un brutto momento”.

Ora è Ahmed l’ultimo talentuoso atleta prodotto dalla Tunisia. Scanzonato, con la sua aria di bravo ragazzo (baffetti appena accennati e occhialini esagonali), Jaouadi fa le cose a modo suo,incurante della pressione agonistica, della fama, della fatica. A chi gli chiede : ma perché la Tunisia sia diventata così forte in queste specialità natatorie? Risponde con un sorrisino, scrollando le spalle: ”Non lo so perché abbiamo così tanto successo in queste competizioni. Mi piacerebbe scoprirlo!”

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mentre la Tunisia continua ad affondare, il suo campione vola nel nuoto

I trattati di pace sul Congo-K siglati a Washington e Doha stentano a decollare

Africa ExPress
Kinshasa, 3 agosto 2025

Nuovi scontri tra i ribelli M23/AFC /RDF e i Wazalendo (gruppo di autodifesa) sono scoppiati ieri mattina nel Sud-Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Lo ha riportato ieri Radio Okapi, emittente e giornale online di MONUSCO (Missione di Pace dell’ONU in RDC).

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. Mentre AFC , che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23. E RDF è l’acronimo per Forze di Difesa, cioè l’esercito, del Ruanda.

Aggressioni di M23/AFC

Il gruppo di autodifesa ha poi respinto gli aggressori dal comune di Kamakombe,  che si trova nel territorio di Kabare. I wazalendo sono intervenuti anche in occasione di un’altra incursione di M23 a Mazizi, nel territorio di Walungu, dove sono stati registrati anche morti e feriti.

Cessate il fuoco non rispettato in Congo-K

Così come nel Sud-Kivu, anche nel Nord-Kivu si continua a combattere. Venerdì una nuova ondata di sfollati si è diretta verso a Mweso, nel territorio di Masisi. Dal 25 luglio gli M23 stanno lanciando vaste operazione per neutralizzare i miliziani di FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, ribelli quasi interamente formate da Hutu) e di VDP (Volontari per la Difesa della Patria). Negli ultimi giorni si sono svolti altri attacchi dei ribelli sostenuti dal Ruanda in diverse zone del Nord-Kivu. Insomma la situazione ingarbugliata e quindi confusa

Uccisione di contadini nel Nord-Kivu

Reuters, citando l’Ufficio congiunto delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNJHRO), che monitora il Congo, racconta che un’operazione di M23 iniziata il 9 luglio 2025 avrebbe portato all’uccisione di oltre centocinquanta contadini, nel territorio di Rutshuru, nella provincia del Nord Kivu. L’assassinio dei contadini è stato confermato dal nostro stringer nel Congo-K.

Gli attacchi hanno preso di mira soprattutto presunti membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR).

Reuters ha interpellato a questo proposito Bertrand Bisimwa, leader di M23, secondo cui il gruppo è stato informato con una lettera di quanto rivelato da UNJHRO. Il leader formerà una commissione per indagare su queste accuse, finora non confermate.

Civili in fuga nel territorio di Rutshuru (Nord-Kivu)

Anche Radio Okapi, proprio oggi ha parlato nuovamente degli attacchi di M23 in diversi villaggi situati nel territorio di Rutshuru. M23 dopo aver cacciato gli abitanti, si sarebbe poi appropriato di tutti i loro raccolti. Secondo i ribelli i campi della zona apparterebbero a membri FDLR. Isaac Kibira, uno dei notabili di Bambo, ha spiegato che le coltivazioni sono per il 99 per cento di proprietà degli autoctoni. “Ora la popolazione di questa area rischia la carestia”, ha poi aggiunto.

Difficile via verso la pace

Come volevasi dimostrare, dopo gli annunci in grande stile di accordi di pace tra la RDC, il Ruanda e l’AFC-M23, i trattati non sono riusciti,  almeno finora, a calmare le battaglie sul terreno. Ma i colloqui continuano. Devono continuare, perché non si risolve un conflitto che dura da oltre 30 anni con qualche firma. E’ più difficile conquistare la pace che vincere una guerra.

Il 27 di giugno i ministeri degli Esteri di Ruanda e Congo-K, rispettivamente Olivier Nduhungirehe e Thérèse Kayikwamba Wagner, hanno siglato uno “storico trattato di pace” a Washington in presenza del segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Trump in attesa dei presidenti di Kigali e Kinshasa

Donald Trump, fiero di essere il promotore di tale accordo, ha invitato Paul Kagame, capo di Stato del Ruanda e Felix Tshisekedi, il suo omologo congolese, alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti stanno esercitando una forte pressione perché in tale occasione i due leader siglino un trattato di pace permanente.

Mentre il 19 luglio scorso, Kinshasa e esponenti di M23/AFC hanno firmato una dichiarazione di principio a Doha, con cui intendevano spianare la strada a un accordo di pace tra le due parti. Ma l’intesa finora non ha portato a grandi risultati. Il cessate il fuoco non è stato rispettato e nemmeno la liberazione di prigionieri, come previsto nell’accordo. Il Qatar continua a esercitare pressioni sulle parti, affinché vengano mantenute le varie proposte siglate sotto la sua egida.

Carneficina di ADF

Come se non bastassero le aggressioni nel Nord e Sud-Kivu, ora anche ADF, Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995, sta mettendo a ferro e fuoco la provincia di Ituri, nell’est del Paese.

Massacro di fedeli nella chiesa cattolica di Komanda (Ituri, Congo-K)

Da oltre un mese in questa provincia congolese si sono moltiplicati gli attacchi degli islamisti. Nella notte tra sabato e domenica scorsa i miliziani di origine ugandese hanno ammazzato senza pietà a colpi di arma da fuoco e machete oltre 40 fedeli riuniti in preghiera per il Giubileo dei giovani nella chiesa Bienheureuse-Anuarite di Komanda. Oltre 15 persone sono state ferite, mentre altre risultano ancora disperse. La popolazione tutta è ancora sotto choc.

Dall’inizio di luglio sono stati registrati più di 30 attacchi –  cui 15 rivendicati da ADF – nei dintorni di Komanda, in un triangolo a cavallo dei territori di Irumu e Mambasa.

Militari ugandesi

La causa scatenante delle incessanti aggressioni sembra essere stata l’offensiva dell’esercito ugandese all’inizio di luglio contro uno dei principali campi del gruppo armato nelle foreste di Mambasa. Da allora, gli estremisti islamici hanno esercitato una forte pressione nella zona e sulla strada che porta a Komanda. E proprio ieri hanno ammazzato almeno altre 3 persone nel villaggio di Idohu, che dista meno di 30 chilometri da Komanda.

Va ricordato che i militari ugandesi sono presenti nel Congo-K dal 2021, nell’ambito dell’operazione Shujaa, per contrastare insieme ai soldati di FARDC i terroristi ADF. Nel febbraio di quest’anno Kampala ha inviato altri 750 uomini proprio nell’Ituri per combattere diversi gruppi armati, tra questi anche CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu).

Africa ExPress
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Non solo M23: Kinshasa chiama Kampala per combattere altri gruppi armati

 

Congo-K: cacciati i mercenari rumeni, arrivano i colombiani della società americana Blackwater

Angola, trenta morti uccisi dalla polizia alle proteste contro il carovita

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
2 agosto 2025

Trenta morti e 277 feriti dalle Unità di Intervento Rapido (UIR) della polizia, e oltre 1.200 arresti. Sono dati, ancora provvisori mentre scriviamo, resi noti dal ministro degli Interni angolano, Manuel Homem. Succede nella capitale, Luanda, dove tra il 28 e il 30 luglio la popolazione è scesa in piazza per protestare contro il carovita, rischiando violenze e persino la morte.

Angola la polizia spara lacrimogeni
Angola la polizia spara lacrimogeni durante le manifestazioni

Purtroppo le manifestazioni hanno portato anche saccheggi dei negozi, distruzione di bus urbani e altri fatti vandalici dai quali il sindacato dei tassisti, il 28 luglio, ha preso le distanze. L’organizzazione sindacale ha pure denunciato l’arresto arbitrario di alcuni suoi rappresentanti accusati di “incitamento alla violenza”.

Il presidente angolano, Joao Lourenço, alla TV di Stato ha elogiato il lavoro della polizia, della magistratura e degli operatori sanitari. Ha condannato gli “atti criminali perpetrati da cittadini irresponsabili manipolati da organizzazioni antipatriottiche, attraverso le reti sociali”. Lourenço ha fatto le condoglianze alle famiglie dei morti e ha annunciato aiuti alle imprese colpite dalle violenze degli ultimi giorni.

Ana Silvi 

I media angolani riportano che i colpiti dai proiettili della UIR c’è anche Ana Silvi Mubiala, ammazzata davanti al figlio. A Radio Awakening, il ragazzo ha raccontato: “Io e mia madre siamo fuggiti. Ho sentito un colpo di pistola, poi è arrivato il secondo e mia madre è caduta”.

Video mandato dall’Angola alla redazione di Africa ExPress: Luanda, luglio 2025, la polizia uccide due persone

Il giovane, adolescente, credeva che la mamma fosse inciampata e le ha detto: “Mamma, alzati”. Ma era morta. Ana Silvi lascia quattro figli, la più piccola di sette mesi.

Le azioni violente e mortali della polizia contro i manifestanti, secondo i critici del regime angolano, non sono affatto incidenti. Secondo Laura Macedo, attivista già minacciata di stupro e di morte, a colpire la gente non sono stati “proiettili vaganti”. “Sono assassinii intenzionali. Presumo che le autorità stiano deliberatamente causando il caos, perché ciò che hanno fatto a Luanda è inaccettabile – ha dichiarato a Deutsche Welle. Ana Silvi è stata colpita alla schiena. Nel video, si nota che il figlio pensa ancora che la madre sia inciampata e le dice di alzarsi”.

Violazione dei diritti umani

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e Thameen Al-Kheetan, portavoce delle Nazioni Unite (ONU), vogliono risposte. Chiedono “indagini indipendenti, rapide e complete” sulla morte delle 30 persone durante le proteste. Il portavoce ONU afferma che le autorità devono rispondere delle violazioni dei diritti umani avvenute durante la repressione. Inoltre – da immagini non verificate – le forze di sicurezza sparando munizioni vere e gas lacrimogeni hanno fatto uso non necessario e sproporzionato della forza.

Presidente dell'Angola, João Lourenço
Il presidente dell’Angola, João Lourenço, parla alla TV di Stato

Le ragioni della protesta

Le manifestazioni e gli scioperi sono iniziati quando il governo, all’inizio di luglio, ha aumentato il prezzo del carburante. Il diesel è passato da 300 a 400 kwanza al litro (da 0,28 a 0,37 euro) e, di conseguenza, ha fatto aumentare il costo dei biglietti del trasporto urbano da 150 a 200 kwanzas (0,13 – 0,19 euro).

È quindi iniziata la protesta dei tassisti. “Sono passati più di 15 giorni senza che il governo abbia ascoltato il nostro grido di aiuto” – hanno reclamato i conducenti di taxi. Sono allora iniziati gli scioperi con l’adesione di sette cooperative e associazioni di categoria e le manifestazioni di piazza. La protesta è stata appoggiata da tutta l’opposizione.

ChatGPT e l’Angola

Un nostro lettore angolano ci ha mandato una domanda sul suo Paese elaborata attraverso l’intelligenza artificiale ChatGPT, via Whatsap: “Come affronteresti lo scenario politico e sociale dell’Angola?”

“Per spiegare lo scenario politico e sociale dell’Angola – ha risposto l’applicazione – ci vuole lucidità, coscienza critica ed emotiva. Il Paese sta affrontando sfide profonde come disuguaglianza sociale, corruzione, disoccupazione, repressione, mala gestione delle risorse pubbliche e indebolimento delle istituzioni democratiche”

“Lo sa anche l’intelligenza artificiale. Solo le teste quadrate non lo riconoscono”, commenta il nostro lettore sotto la schermata.

Angola e ChatGPT
ChatGPT e l’Angola nella schermata mandata da un nostro lettore

L’Angola, nonostante sia il secondo esportatore di petrolio dell’Africa dopo la Nigeria, è un Paese in crisi. Secondo Reporters sans Frontieres (RSF), nell’indice della libertà di stampa del 2025 l’ex colonia portoghese è al 100° posto.

“L’insediamento del nuovo presidente João Lourenço nel 2017, non ha segnato una svolta per la libertà di stampa – si legge nel sito RSF. La censura e il controllo dell’informazione pesano ancora molto sui giornalisti angolani”.

Cinquant’anni al potere

Il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA) – come il FRELIMO in Mozambico – è al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo. L’MPLA è rimasto saldo al governo con il presidente Eduardo dos Santos, eroe della lotta di liberazione, anche dopo l’inizio del multipartitismo nel 1992.

In 38 anni al potere dos Santos è stato accusato di corruzione ed ha arricchito la sua famiglia. Soprattutto la primogenita Isabel che secondo Forbes aveva un patrimonio di 3,3 mld di dollari.

Nel 2017, dopo che dos Santos ha annunciato che non si sarebbe ricandidato alla presidenza, è stato eletto Joao Lourenço, oggi al suo secondo mandato. Nel suo programma uno dei punti chiave era la lotta alla corruzione e alla disoccupazione. Che purtroppo continuano a prosperare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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