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Gaza: omicidi sommari per eliminare testimoni scomodi, i giornalisti palestinesi

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
16 agosto 2025

L’esercito di Israele che occupa illegalmente la terra di Palestina, continua a uccidere giornalisti palestinesi, accusandoli di terrorismo sulla base di prove prodotte dallo stesso governo che ha esplicitamente dichiarato di voler annettere la terra rimasta della popolazione nativa.

È impossibile verificare sul campo la verità dei fatti perché il governo israeliano, che non vuole testimoni indipendenti, vieta l’accesso a noi giornalisti internazionali.

Possiamo, e dobbiamo, però sottolineare la differenza tra il terrorismo di uno Stato che sta occupando illegalmente il territorio palestinese con le armi più potenti del mondo, e il terrorismo dei militanti oppressi dall”occupazione armata che costruiscono armi con quello che riescono a trovare.

La violenza degli oppressi (e in Palestina anche occupati) e quella degli oppressori (qui anche occupanti) non sono paragonabili. Il terrorismo invece sì.

Uno Stato democratico, oltre a non occupare la terra di altri popoli, riconosce il diritto al processo giudiziario che porta alla condanna o all’assoluzione dell’imputato.

Uno Stato che non riconosce questo diritto, e commette crimini di guerra, non può quindi essere definito una “democrazia”.

Gli omicidi extragiudiziali sono uccisioni deliberate compiute da autorità statali, o con il loro consenso, senza un processo legale o una sentenza giudiziaria. Le esecuzioni sommarie facevano parte di una pratica utilizzata soprattutto dai governi fascisti sudamericani.

Parliamo di esecuzioni fuori dal sistema giustiziario, e sono contrarie ai diritti umani fondamentali perché:

  • le vittime non hanno avuto accesso a un giusto processo
  • sono commesse da forze di polizia, militari, o agenti dello Stato, oppure da gruppi paramilitari che agiscono con il consenso o la tolleranza dello Stato

L’IDF (Forze di Difesa Israeliane) commette azioni terroristiche contro il popolo dei nativi palestinesi da 77 anni. Uccide, stupra e tortura i civili sotto occupazione sistematicamente. E solo grazie alla testimonianza delle vittime di questi abusi, oggi, la verità è davanti agli occhi di tutti. Anche di quelli che continuano a chiuderli.

Noi giornalisti di Senza Bavaglio continuiamo a sostenere i nostri colleghi palestinesi, che con grande coraggio stanno difendendo la libertà di stampa con la vita. Siamo al loro fianco, contro la censura antidemocratica imposta dal governo di Netanyahu. E non smetteremo mai di ringraziarli per il loro sacrificio.

Qualcuno in Israele parla di “censura preventiva per proteggerci da Hamas”. Un nuovo modo per legittimare l’oppressione della libera informazione.

L’ennesima giustificazione per manipolare la realtà dei fatti, davanti a una Comunità Internazionale che non può più compiacere una tale falsificazione della verità.

Sia ben chiaro: condanniamo il terrorismo di qualsiasi genere, forma e provenienza. La violenza contro i civili è sempre inaccettabile. Ma è nostro dovere ricostruire la narrazione partendo da una sostanziale differenza: chi occupa (con le armi più potenti del mondo) la terra di un’altra popolazione, non ha il diritto di difendersi dal popolo occupato.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Menzogne e disinformazione israeliane per coprire il genocidio a Gaza

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
15 agosto 2025

In questi giorni stiamo assistendo a qualcosa di indecente: più l’opinione pubblica si sposta verso una inappellabile condanna del genocidio a Gaza e in Palestina e più la propaganda israeliana, che nega l’evidenza, diventa ossessiva e martellante. I social di riempiono di improperi e insulti verso coloro che sono i più dettagliati accusatori del governo.

Ovviamente tra questi la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina, Francesca Albanese. Gli attacchi sono conditi da accuse false, non corroborate da uno straccio di prova.

FrancescaAlbanese

Calunniano Albanese così: è finanziata da Hamas, è sposata o è l’amante di un palestinese, ha uno stipendio stratosferico (invece il suo incarico è a titolo gratuito), è una fiancheggiatrice dei terroristi. Queste sono le menzogne più comuni: una meticolosa e metodica denigrazione.

L’ultima orrenda menzogna riguarda i 5 giornalisti di Al Jazeera, più un freelance, ammazzati in un bombardamento mirato il 10 agosto. Facevano parte di una cellula di Hamas.

Tutto da dimostrare, ovviamente, e le esecuzioni extragiudiziali cui ci vogliono abituare, riguardano più gli squadroni  della morte e le bande fasciste e naziste, organizzati per ammazzare gli oppositori, che un Paese che pretende di essere considerato democratico. (Altra falsificazione storica. Un Paese dove vige la segregazione razziale non può essere definito democratico)

Generale cinese

Le guerre, scriveva il generale e filosofo cinese, Sun Tzu, nel suo trattato “L’arte della guerra”, si vincono con la forza o con l’inganno (valga per tutte quella di Troia). Poiché Israele non riesce a vincere con la forza, non le resta che l’inganno. Così ha imbastito una campagna mediatica piena di menzogne e falsità, il cui obiettivo è cercare di piegare un’opinione pubblica sempre più restia a giustificare il genocidio in atto.

Sun Tzu: “Le guerre si vincono con la forza o con l’inganno”
(Cavallo di Troia)

Ripeto: genocidio. Un concetto che viene negato perché assimila i suoi autori al nazismo, responsabile di crimini efferati contro gli ebrei. Impossibile e insopportabile per gli ebrei solo pensare che alcuni dei loro leader possano essere associati a un crimine così orrendo. E così lo negano.

Elenco di bugie

Fare un elenco delle bugie che vengono snocciolate di continuo e con ossessione, è complicato perché le panzane sono talmente tante che se ne perde facilmente il conto. Mi limiterò a spiegarne solo qualcuna, ricordando come Joseph Goebbels, il ministro di Hitler che per i nazisti ha codificato le regole della propaganda, spiegava che una menzogna ripetuta senza sosta diventa verità.    

La prima in ordine di tempo è quella secondo cui tutto è cominciato il 7 ottobre 2023. Non è vero. I palestinesi subiscono violenze e angherie dal 1948 da quando cioè le Nazioni Unite istituirono uno stato su basi religiose in un territorio che era di una popolazione che non ne voleva sapere. E’ come se avessero concesso una licenza edilizia per costruire un palazzo su un terreno di un altro.

Operazione coloniale

Un’operazione di stampo coloniale, giustificata dal desiderio delle grandi potenze di allora, vincitrici della guerra mondiale di risarcire la popolazione ebraica vittima della shoa. Una decisione comprensibile, ma miope, visti i risultati: ottant’anni di guerra, violenze e diritti calpestati.

Altra menzogna ripetuta con ossessione è la definizione di terroristi che viene data a tutta la popolazione palestinese, identificata senza alcun distinguo con Hamas. Occorre fare bene attenzione. Hamas, pochi lo sottolineano, è un movimento di liberazione assimilabile a tanti altri che hanno combattuto una cinquantina d’anni fa con ideali di democrazia e libertà (spesso traditi, lo so!). Allora venivano chiamati “guerriglieri”, termine non dispregiativo come “terroristi”.

Da “terrorista” a premio Nobel per la pace

Uno dei primi protagonisti di quelle guerriglie è stato Nelson Mandela, bollato come terrorista assieme alla sua organizzazione, l’Africa National Congress.
Come ha fatto Netanyahu qualche giorno fa con Hamas, anche a Mandela, in galera in Sudafrica, fu offerta la possibilità di tornare in libertà in cambio della rinuncia alla lotta armata. Rifiutò la proposta e restò in carcere, ma la storia gli diede ragione. A Sudafrica pacificato, vinse il Premio Nobel per la pace. Una bella parabola: da terrorista in carcere per 27 anni, a Nobel.

Non dobbiamo quindi meravigliarci se Hamas ha deciso, in nome di democrazia e libertà, di respingere il piano di pace di Netanyahu che, con la sua politica di muscoli senza testa, pretende l’annientamento e la pulizia etnica di un popolo cui sono negati i più basilari diritti.

Striscia di Gaza: genocidio

La delegittimazione di chi tenta di frenare il genocidio a Gaza è evidente quando, ormai privi di argomenti, i difensori di Israele lanciano accuse non provate di antisemitismo. La responsabilità dei rigurgiti di antisemitismo invece è proprio di Israele e della sua politica di sterminio dei palestinesi.

Pretesa sionista

Israele pretende di identificare tutti gli ebrei con la sua politica sionista. Il sionismo è un’ideologia politica nazionalista e suprematista. Criticare il sionismo e la politica di Israele non vuol dire odiare gli ebrei.

Chi critica il fascismo non vuol dire che è anti italiano e tanto meno che odia gli italiani e li voglia sterminare. Ecco l’inganno. Si convince la gente a difendere Israele perché gli antisemiti vogliono cancellare dalla faccia della Terra gli ebrei. Falso. Questa pratica mendace serve solo a giustificare il genocidio con una ingannevole equazione: per non essere massacrati gli ebrei devono massacrare. Una tecnica che gli estimatori di Israele utilizzano con disinvoltura.

Così, con cinismo inquietante, strumentalizzano il disumano e ignobile massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 per legittimare il genocidio in corso: una colpevole e consapevole mistificazione che mette sullo stesso piano la violenza degli oppressi a quella degli oppressori. Ma pretendere dall’opinione pubblica un distinguo su questo piano forse è chiedere troppo: per ottant’anni, infatti, è stata bombardata dalla propaganda israeliana.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

The English version of this article is here

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Israeli lies and disinformation to cover up the genocide in Gaza

News Analysis
Massimo A. Alberizzi

These days we are witnessing something of an abomination: the more public opinion shifts towards an unequivocal condemnation of the genocide in Gaza and Palestine, the more Israeli propaganda, which denies the evidence, becomes obsessive and relentless. Social media is filled with insults and abuse directed at those who are the most vocal critics of the government. Among them, of course, is the UN rapporteur for the occupied Palestinian territories, Francesca Albanese. The attacks are peppered with false accusations, unsupported by a shred of evidence.

They slander Albanese as follows: she is funded by Hamas, she is married to or is the lover of a Palestinian, she has a stratospheric salary (instead, her position is unpaid), she is a supporter of terrorists. These are the most common lies: a meticulous and methodical denigration.

The latest horrendous lie concerns the five Al Jazeera journalists, plus a freelancer, killed in a targeted bombing on August 10. They were part of a Hamas cell. This is yet to be proven, of course, and the extrajudicial executions we are being asked to accept are more reminiscent of death squads and fascist and Nazi gangs organized to kill opponents than a country that claims to be democratic. (Another historical falsification. A country where racial segregation exists cannot be called democratic.)

Chinese general

Wars, wrote the Chinese general and philosopher Sun Tzu in his treatise “The Art of War,” are won by force or by deception (the Trojan War being a prime example). Since Israel cannot win by force, deception is its only option. So it has put together a media campaign full of lies and falsehoods, whose goal is to try to sway a public opinion that is increasingly reluctant to justify the genocide that is taking place.

Lin Tzu: War are won by force or by deception (Trojan horse)

I repeat: genocide. A concept that is denied because it likens its perpetrators to Nazism, responsible for heinous crimes against the Jews. It is impossible and unbearable for Jews to even think that some of their leaders could be associated with such a horrific crime. And so they deny it.

List of lies

Making a list of the lies that are constantly and obsessively repeated is complicated because there are so many of them that it is easy to lose count. I will limit myself to explaining just a few, recalling how Joseph Goebbels, Hitler’s minister who codified the rules of propaganda for the Nazis, explained that a lie repeated incessantly becomes the truth.

Chronologically the first is “everything began on October 7th 2023. This is not true. The Palestinians have been subjected to violence and oppression since 1948, when the United Nations established a state on religious grounds in a territory that belonged to a population that wanted nothing to do with it. It is as if they had granted a building permit to construct a building on someone else’s land.

Colonial-style operation

It was a colonial-style operation, justified by the desire of the great powers of the time, the victors of the world war, to compensate the Jewish population who were victims of the Shoah. It was an understandable decision, but a short-sighted one, given the results: eighty years of war, violence, and trampled rights.

Another lie repeated obsessively is the definition of terrorists given to the entire Palestinian population, identified without distinction with Hamas. We must be very careful. Hamas, few point out, is a liberation movement similar to many others that fought fifty years ago with ideals of democracy and freedom (often betrayed, I know!). At the time, they were called ‘guerrillas’, a term that is not as derogatory as ‘terrorists’.

From ‘terrorist’ to Nobel Prize winner for peace

One of the first protagonists of those guerrilla wars was Nelson Mandela, who was branded a terrorist along with his organization, the African National Congress.
As Netanyahu did a few days ago with Hamas, Mandela, who was in prison in South Africa, was offered the chance to regain his freedom in exchange for renouncing armed struggle. He rejected the proposal and remained in prison, but history proved him right. With South Africa pacified, he won the Nobel Peace Prize. A beautiful parable: from terrorist in prison for 27 years to Nobel laureate.

We should therefore not be surprised that Hamas has decided, in the name of democracy and freedom, to reject Netanyahu’s peace plan, which, with its policy of muscle without brains, calls for the annihilation and ethnic cleansing of a people denied their most basic rights.

The delegitimization of those who try to stop the genocide in Gaza is evident when, now lacking arguments, Israel’s defenders launch unproven accusations of anti-Semitism.

Zionist claim

The responsibility for the resurgence of anti-Semitism lies with Israel and its policy of exterminating the Palestinians. Israel claims to identify all Jews with its Zionist policy.

Zionism is a nationalist and supremacist political ideology. Criticizing Zionism and Israel’s policies does not mean hating Jews. Criticizing fascism does not mean that one is anti-Italian, much less that one hates Italians and wants to exterminate them. This is the deception. People are persuaded to defend Israel because anti-Semites want to wipe Jews off the face of the Earth. False.

This mendacious practice serves only to justify genocide with a deceptive equation: in order not to be massacred, Jews must massacre.

Genocide in Gaza

This is a technique that admirers of Israel use with ease. Thus, with disturbing cynicism, they exploit the inhuman and ignoble massacre perpetrated by Hamas on October 7, 2023, to legitimize the ongoing genocide: a culpable and conscious mystification that equates the violence of the oppressed with that of the oppressors.

But expecting the world to make a distinction on this level is perhaps asking too much: for eighty years, it has been bombarded by Israeli propaganda.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X: @malberizzi

This article was translated from Italian using Deepl, and the English was edited by Ellie Spring.

La versione italiana di questo articolo la trovate qui

Mali: con i militari arrestato per spionaggio anche un francese

Africa ExPress
Bamako, 14 agosto 2025

Oggi a fine giornata, il ministro per la Sicurezza di Bamako, Daoud Aly Mohammedine, ha letto alla TV nazionale un breve comunicato, a proposito dei numerosi fermi effettuati negli ultimi giorni nei ranghi dell’esercito maliano. Tra gli arrestati spunta anche un francese accusato di spionaggio: lavorerebbe per la DGSE (i servizi segreti francesi: direzione generale della sicurezza esterna) e avrebbe mobilitato civili e militari per tentare di destabilizzare il governo.

Mali: dieci delle persone arrestate, mostrate alla TV nazionale del Mali ieri sera.
Photocredit Maliweb

Ma, come ha precisato Serge Daniel nel suo articolo su RFI, al momento non è stata presentata alcuna prova materiale circa il coinvolgimento del cittadino francese.

Accusa di tentato golpe

“Abbiamo arrestato un piccolo gruppo di elementi marginali delle forze armate. Sono accusati di aver commesso reati penali volti a destabilizzare le istituzioni della Repubblica. Militari e civili, con l’aiuto di Stati stranieri, hanno cercato di ostacolare la rifondazione del Mali”, ha fatto sapere il capo del dicastero per la Sicurezza.

Il governo di Bamako, senza mezzi termini, punta dunque dritto il dito contro governi stranieri e assicura: “Le indagini giudiziarie proseguono per identificare eventuali complici”.

General Néma Sagara, membro di Stato maggiore dell’aeronautica

Dopo la lettura del comunicato all’emittente nazionale maliana, è stata mostrata una foto con una decina di persone, tra loro anche due generali, Abass Dembélé, ex governatore di Mopti e Néma Sagara, l’unica donna a ricoprire un così altro grado militare nell’esercito del Mali, e il francese, presumibilmente appartenente ai servizi di Parigi.

Ma i fermi effettuati sono ben più di dieci, una cinquantina almeno, come abbiamo riportato nel nostro ultimo articolo di pochi giorni fa.

I militari arrestati appartengono per lo più alla Guardia Nazionale, un corpo dell’esercito maliano, che fa capo al ministro della Difesa, il generale Sadio Camara, una delle figure di spicco della giunta militare capeggiata da Assimi Goïta, presidente del Paese. Diversi osservatori hanno sottolineato che alcune delle persone incarcerate dalle autorità sono vicine a Camara, che per il momento però non è coinvolto nelle indagini.

Notizia in aggiornamento

Africa ExPress
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Il presidente golpista “di transizione” in Mali si inchioda alla poltrona: resterà al potere 5 anni e più

Gaza: quando l’occupazione si maschera da aiuto umanitario

EDITORIALE
Federica Iezzi
di ritorno da Gaza City, 14 agosto 2025

A Gaza la popolazione è minacciata da una catastrofica carestia, le cui cause serpeggiano nelle politiche perseguite dal governo israeliano. E, a questo proposito, all’interno del mondo ebraico sono ben identificabili tre posizioni

Punti di distribuzione a Rafah della Gaza Humanitarian Foundation

La prima è quella del negazionismo: a Gaza non c’è carestia. Coloro che si rifiutano di vederla, per difendere lo Stato di Israele a tutti i costi, indipendentemente dalla distorsione dell’ideale sionista riflessa nelle politiche governative.

La seconda posizione ammette che la carestia esiste e ne approva il fatto: lasciare gli abitanti di Gaza alla fame potrebbe costringerli a fuggire o a rivoltarsi contro Hamas, anche se ciò significa causare la morte di migliaia di civili.

Nazionalismo volgare

Questa posizione esiste, è formulata, trasmessa e difesa. Ed è quella del nazionalismo più volgare, pronto a sacrificare tutto sull’altare della forza: la vita dei civili palestinesi, ma anche la dignità del popolo ebraico.

Infine, la terza posizione, è quella secondo la quale affamare una popolazione è inaccettabile. È un crimine, un crimine che il diritto internazionale – a condizione che giudichi sulla base di fatti comprovati e riesca a liberarsi dalle pressioni antisioniste che lo gravano da molti anni – è legittimato a classificare come tale, e deve quindi poter punire.

La condanna è quindi ciò che è richiesto al di sopra di ogni altra considerazione. Deriva da un requisito politico e morale minimo.

Manipolazione degli aiuti

La scandalosa manipolazione israelo-americana degli aiuti umanitari, che prende vita nella Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sta impiegando società di sicurezza private (composte in gran parte da ex militari, personale dell’intelligence, personale filo-israeliano) per proteggere siti di distribuzione degli aiuti, una mossa che mina i principi umanitari fondamentali.

Secondo il diritto internazionale, le operazioni di aiuto devono rimanere neutrali, indipendenti e di natura civile. Trattare gli aiuti umanitari come una missione militarizzata viola tali standard.

Convenzione di Ginevra

Secondo l’articolo 59 della Quarta Convenzione di Ginevra, Israele, in quanto potenza occupante, è obbligato a consentire alle organizzazioni umanitarie indipendenti e imparziali di operare liberamente a Gaza.

Ma chi è oggi al comando della GHF? Non più il suo ex direttore esecutivo, Jake Wood, il quale si è dimesso prima che la fondazione iniziasse a fornire aiuti, affermando che l’iniziativa non poteva aderire ai principi umanitari fondamentali.

Tra le persone coinvolte oggi ci sono l’ex contractor di USAID (smantellata da Trump all’inizio del suo mandato), John Acree, e il reverendo Johnnie Moore, leader del cuore evangelico dell’America e parte del consiglio di amministrazione dell’International Fellowship of Christians and Jews (IFCJ), potente organizzazione con sede negli Stati Uniti dedicata alla promozione dell’immigrazione ebraica in Israele (aliyah) come adempimento della profezia biblica.

L’istituzione del sionismo come Stato ha implicato un allontanamento dall’innocenza, e Israele da allora si è assunto la responsabilità del suo potere. I valori democratici, che sono diventati più chiari a seguito dell’Olocausto, in particolare l’attaccamento alla dignità della vita umana e i diritti delle minoranze, dovrebbero essere elementi consustanziali del sionismo e dell’esperienza ebraica moderna post-Shoah, senza i quali il destino è l’autodistruzione.

La democrazia non è solo una questione di sovranità popolare e di istituzioni che limitano il potere dello Stato. È anche una cultura, che presuppone il rispetto umano, la volontà di risolvere i conflitti attraverso compromessi pacifici e una certa indulgenza verso l’umanità in generale e non solo verso quella della propria religione o nazione.

Eppure, se prendiamo in considerazione questi semplici criteri, come possiamo descrivere le azioni del governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania come democratiche?

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’Italia mente su armi a Israele, che a Gaza ammazza altri 6 giornalisti

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
12 agosto 2025

Ammonio per fare munizioni, trizio per armi termonucleari e collaborazioni di intelligence con Leonardo: l’Italia non ha mai interrotto le sue relazioni militari, logistiche, culturali e commerciali con Israele. Mentre il resto dell’Europa chiude i rubinetti e le relazioni, molta parte del mondo riconosce la Palestina, si espande il movimento dal basso del boicottaggio contro i prodotti israeliani, il presidente del consiglio Giorgia Meloni fa finta di niente e il suo vice e ministro degli esteri, Antonio Tajani, crede che l’opinione pubblica sia distratta dalle vacanze.

Israele occupazione militare a Gaza

Secondo Tajani “dal 7 ottobre non vendiamo più armi a Israele”. Di preciso Tajani in un’intervista al Messaggero ha detto che “siamo a favore di aumentare le sanzioni europee contro i coloni israeliani violenti. Ricordo che dal 7 ottobre di due anni fa l’Italia non vende armi a Israele”. Le sue parole sono durate in battito di ciglia, subito smentite dal deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli.

Non solo armi, anche assistenza

“La verità è che il governo italiano continua a fornire assistenza militare e manutenzione alle armi già vendute, oltre a esportare materiali e tecnologie dual use – ha detto Bonelli – dal 7 ottobre a oggi – tra novembre 2023 a marzo 2025 – l’Italia ha esportato verso Israele 6 mila tonnellate di nitrato di ammonio sostanza base per la produzione di esplosivi”.

“Nello stesso periodo – ha continuato – sono aumentate le esportazioni di trizio, isotopo radioattivo utilizzabile nella produzione di armi nucleari. Il no del governo Meloni alla revoca dell’accordo militare Italia-Israele conferma il ruolo di sostegno militare del nostro paese a chi oggi sta sterminando il popolo palestinese”.

A giugno Archivio Disarmo scriveva che “secondo il SIPRI, Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, tra il 2019 e il 2023, l’Italia aveva esportato verso Israele 23.8 milioni di euro tra cui elicotteri e cannoni prodotti dalla Leonardo Spa. A questi sistemi d’arma si aggiunge la cooperazione strutturale nel programma dei caccia F-35, con componenti italiane destinate ai velivoli israeliani.

Secondo il Coeweb, il sistema informativo dedicato alle statistiche del commercio con l’estero, nel 2024 l’Italia ha esportato in Israele “armi e munizioni” (cat. 93) per circa 5.8 milioni”. Il parteneriato strategico tra i due paesi scadeva l’8 giugno, ma il governo Meloni ha ritenuto opportuno lasciare che si rinnovasse automaticamente. https://archiviodisarmo.it/armi-italiane-a-israele-arrivato-il-momento-di-fermarsi.html

Proteste globali

A fronte delle proteste mondiali, anche il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto a La Stampa che “Quel che sta accadendo è inaccettabile. Non siamo di fronte a una operazione militare con danni collaterali, ma alla pura negazione del diritto e dei valori fondanti della nostra civiltà. Noi siamo impegnati sul fronte degli aiuti umanitari, ma oltre alla condanna bisogna ora trovare il modo per obbligare Netanyahu a ragionare”.

Quindi l’Italia ragiona col most wanted in quanto “criminale di guerra” secondo la Corte penale internazionale, proprio pochi giorni dopo che il governo israeliano ha approvato il piano di occupazione di tutta la Striscia che, secondo i vertici militari del loro Paese comporterà altri 3 o 4 anni di guerra, la morte di altri ostaggi (ce ne sarebbero ancora una ventina nelle mani di Hamas), la morte di altri riservisti e l’ennesimo sfollamento della popolazione palestinese.

Il piano infatti prevede di “liberare anche il 16 per cento delle aree della Striscia nel centro e nel nord, per dirottare tutti verso a zona più desertica, quella di al Mawasi, per far morire ancora meglio di fame i palestinesi finora sopravvissuti.

Ammazzati giornalisti

Proprio domenica sono stati uccisi cinque giornalisti di Al Jazeera che erano in una tenda a Gaza City e un freelance: si tratta di Anas al-Sharif e Muhammad Qreiqeh e i cameraman Ibrahim Zaher e Mohammed Noufal e l’operatore di riprese Moamen Aliwa, nonchè il fotografo freelance Mohammed Al-Khaldi. I giornalisti uccisi a Gaza salgono così a 267.

I funerali dei cinque giornalisti di Al Jazeera uccisi il 10 agosto dall’esercito israliano (foto Omar Al-Qattaa/AFP)

La redazione di Al Jazeera ha rimarcato che “l’ordine di assassinare Anas Al Sharif, uno dei giornalisti più coraggiosi di Gaza, e i suoi colleghi, è un tentativo di disperato di mettere a tacere le voci che testimoniamo l’occupazione di Gaza”.

Il direttore della sezione inglese della tv qatariota Salah Negm ha parlato di “omicidi mirati” e respino ogni accusa di appartenenza ad Hamas messa in giro da IDF.

Qui le parola della redazione di Al Jazeera: https://www.aljazeera.com/news/2025/8/11/al-jazeera-condemns-killing-of-its-journalists-by-israeli-forces-in-gaza

Condanna dell’ONU

L’Onu ha condannato l’uccisione dei giornalisti come “grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Ovviamente IDF ha detto che alcuni di lorderanno terroristi di Hamas. Tutto da dimostrare. Al-Sharif ad aprile aveva registrato un messaggio che oggi i suoi colleghi hanno pubblicato su X e diventa il suo testamento: “Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi bambini innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace”.

L’Organizzazione ha chiesto l’apertura di un’inchiesta da affidare a una commissione autorevole e indipendente.

Oltre 100 ex eurodeputati tra cui Josep Borrell hanno scritto alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e all’Alta rappresentante Kaja Kallas per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele: “La fame imposta alla popolazione di Gaza è un crimine di guerra, in violazione dei diritti umani su cui si fondano gli accordi di associazione dell’Ue”. Fra i firmatari ci sono Luciana Castellina, Beatrice Covassi, Monica Frassoni, Luisa Morgantini, Roberto Musacchio e Pasqualina Napoletano.

Greta Thumberg ha annunciato una nuova flottilla diretta a Gaza, questa volta in rappresentanza di 44 paesi. Si prevede che diverse barche partano dalla Spagna il 31 agosto e si aggiungeranno anche imbarcazioni provenienti dai paesi del Nord Africa.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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In gran segreto capo di Stato africano atterra a Cagliari

Africa ExPress
Cagliari, 12 agosto 2025

Allarme rosso stasera all’aeroporto Elmas di Cagliari. Alle 21 è atterrato in gran segreto un volo privato, Bombardier Global 7500 (costo non meno di 75 milioni di dollari), accolto con una potente scorta pubblica e due pulmini, che si sono avvicinati per accogliere l’anonimo passeggero. E sceso con la moglie.

Aeroporto Cagliari-Elmas

Le autorità italiane hanno tenuto segretissimo l’arrivo di questa persona che, secondo informazioni non confermate raccolte da Africa ExPress, sarebbe un capo di Stato di uno dei Paesi più poveri di tutta l’Africa. Noi aspettiamo che l’arcano venga rivelato.

Recentemente l’Angola ha acquistato un paio di aerei Bombardier Global 7500 che ha inserito nella sua flotta. L’ospite sbarcato alla chetichella in Sardegna potrebbe quindi essere il presidente angolano, João Lourenço.

Non è la prima volta che capi di Stato africani scendono a Cagliari per farsi alcuni giorni di vacanza e godersi in gran segreto l’Isola. Normalmente si è trattato satrapi che si concedono con le loro mogli vacanze di extra lusso, mentre le loro popolazioni muoiono di fame.

Africa ExPress
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Il presidente golpista “di transizione” in Mali si inchioda alla poltrona: resterà al potere 5 anni e più

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 agosto 2025

Poco più di un mese fa la giunta militare “di transizione” al governo in Mali ha promulgato una legge che permette all’attuale presidente de facto, Assimi Goïta, di restare al potere per altri cinque anni, vale a dire fino al 2030. Ma non finisce qui. Teoricamente Goita potrebbe restare incollato alla poltrona  per tutta la vita, perché la norma precisa che i “cinque anni” sono rinnovabile tutte le volte che è necessario e tutto ciò senza consultare la gente.

La decisione, che trasforma il Paese in una dittatura, ha provocato reazioni. Non tutti i militari sono d’accordo. Infatti le autorità stanno proseguendo con un’ondata di arresti nei ranghi dell’esercito: negli ultimi giorni sarebbero stati fermati già una cinquantina di uomini in divisa, tra loro anche due generali.

Nessun commento

Finora nessun commento ufficiale da parte delle autorità, ma nei ranghi dell’esercito si mormora: ” Alcuni militari volevano destabilizzare la transizione”.

Nei giorni scorsi il regime di Bamako ha arrestato anche l’ex primo ministro Moussa Mara, una delle ultime voci politiche forti. Aveva osato criticare la dittatura militare, che lo scorso mese di maggio aveva sciolto tutti partiti.

Mel frattempo hanno ripreso forza gli attacchi degli islamisti del JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani), legati ad al Qaeda, che pochi giorni fa hanno attaccato due zuccherifici e la filiale di Bewani della Banque de Développement du Mali nei pressi di Ségou, nella parte sud-occidentale del Paese.

Attacco alla filiale BDM
Zuccherificio in fiamme in Mali

Il bilancio materiale degli assalti agli zuccherifici è stato pesante: più di 40 camion dati alle fiamme, oltre a gru, trattori e veicoli. Sono stati bruciati anche uffici e attrezzature informatiche. Più di tre tonnellate di scorte di zucchero sono andate in fumo.

Gli estremisti islamici sembrano aver cambiato strategia: prendono di mira siti importanti per colpire l’economia del Mali.

Uccisi mercenari russi

In questo periodo i miliziani di JNIM si sono scatenati anche in altri zone. Il 1° agosto hanno teso un’imboscata nei pressi della città di Ténenkou, nella regione di Mopti ai mercenari del Cremlino, Africa Corps, che ha sostituito Wagner. Durante l’aggressione gli estremisti islamici hanno ucciso diversi soldati di ventura. Video dell’attacco sono stati diffusi prima sui canali WhatsApp dei jihadisti, poi sono stati  ripresi su X (ex Twitter).

Paramilitari russi del gruppo Wagner, oggi Africa Corps in Mali

Bukina Faso nel mirino dei jihadisti

Nelle ultime settimane anche il Burkina Faso non è stato risparmiato da ripetuti attacchi dei terroristi. Nella regione del Sahel, a fine luglio un convoglio che trasportava generi alimentari e carburante, diretto a Gorom-Gorom, è stato aggredito da miliziani di EIGS (Stato islamico nel Grande Sahara). Diversi militari e autisti sono stati brutalmente ammazzati e alcuni automezzi sono stati incendiati. I camion erano sotto scorta dell’esercito di Bamako e uomini di VDP (Volontari per la Difesa della Patria).

Lo stesso giorno è stato attaccato anche un campo militare a Dargo, nel centro-nord del Paese. Il bilancio è stato piuttosto pesante. Secondo fonti locali sarebbero stati uccisi una cinquantina di soldati burkinabé.

A fine luglio sono state prese di mira anche altre postazioni dell’esercito di Ouagadougou in diversi villaggi delle regioni Boucle du Mouhoun, nel centro-est e est del Paese. Anche durante questi attacchi sono morti diversi ausiliari VDP e civili.

Niamey lancia milizia patriottica

Il governo nigerino ha annunciato di voler creare una milizia patriottica sul modello del Burkina Faso (VDP), volta a combattere i terroristi. Niamey ha lanciato il programma “Garkuwar Kassa” per reclutare e formare i giovani a sostegno delle forze armate.

Va ricordato che in Burkina Faso l’esercito e i VDP sono stati accusati dalla ONG Human Rights Watch di aver commesso massacri a Solenzo nella regione di Boucle du Mouhon lo scorso mese di marzo.

Membri di questa milizia burkinabé, secondo un rapporto pubblicato il 29 luglio da Global Initiative – Gitoc (Iniziativa globale contro il crimine transnazionale organizzato), sarebbero implicati in traffici di bestiame illegali tra il Burkina Faso, Ghana e Costa d’Avorio. Le mandrie vengono generalmente rubate durante gli scontri.

VDP: primi nel commercio illegale di bestiame

Il traffico di bestiame è sia uno “strumento economico” sia un “mezzo di coercizione” non solo per i jihadisti del JNIM, ma soprattutto per i VDP, che sono ormai in cima alla classifica stilata dal Global Initiative.

Giunte di AES nascondono perdite

E mentre i jihadisti non concedono tregua, i familiari di molti soldati del Mali, Burkina Faso e Niger sono preoccupati della sorte dei propri cari. Spesso vengono informati con mesi di ritardo della morte o sparizione di un loro congiunto. Le giunte militari al potere nei Paesi di AES (Alleanza degli Stati del Sahel) tendono a minimizzare o addirittura nascondere le perdite subite negli scontri con i terroristi.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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USA deporteranno 250 profughi in Ruanda secondo un accordo siglato a giugno

 

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 agosto 2025

Lo scorso giugno il Ruanda ha siglato un accordo con gli Stati Uniti per accogliere 250 “migranti illegali” , non graditi dal governo di Donald Trump.

La notizia è stata resa pubblica solo pochi giorni fa dalla portavoce del governo ruandese, Yolande Makolo. Reuters ha riportato in esclusiva l’accordo tra Washington e Kigali. Un funzionario del governo di Paul Kagame ha ammesso in un intervista ai reporter dell’Agenzia che un elenco delle prime 10 persone da trasferire nel suo Paese è già stato inviato a Kigali dalla controparte americana.

La portavoce di Kigali ha poi spiegato che in base all’accordo, il Ruanda ha la possibilità di approvare o rifiutare le persone proposto per il reinsediamento. Quelli che arriveranno nel Paese delle Mille Colline riceveranno una formazione professionale, assistenza sanitaria e alloggio per iniziare una nuova vita in Ruanda.

Proteste contro l’accordo tra Washington e Kigali: deportazione di 250 profughi

Non sono state fornite ulteriori informazioni, comprese indicazioni sulla tempistica dei trasferimenti. Makolo ha dichiarato che il suo governo “fornirà ulteriori dettagli una volta che questi saranno stati elaborati”. Finora bocche cucite anche sull’intesa dal punto di vista finanziario, cioè quanto gli USA saranno disposti a sborsare per liberarsi dei profughi non graditi.

Trasferimento di prigionieri

Recentemente l’amministrazione di Donald Trump è riuscita a convincere il Sud Sudan e eSwatini ad accettare il trasferimento di galeotti stranieri, condannati negli Stati Uniti.

Non è chiaro quando l’intesa tra Washington e Kigali è stata siglata, ma il 27 di giugno il ministro degli Esteri ruandese, Olivier Nduhungirehe, si trovava a Washington per la firma di uno “storico trattato di pace” con la Repubblica Democratica del Congo, rappresentata all’occasione da Thérèse Kayikwamba Wagner, a capo del dicastero Esteri di Kinshasa. La cerimonia è stata presenziata da Marco Rubio, segretario di Stato americano.

Forse in quei giorni Nduhungirehe aveva raggiunto l’accordo con Rubio.

Intesa fallita

Nel 2022 un accordo per il trasferimento di profughi entrati “illegalmente” in Gran Bretagna era stato siglato con il governo di Londra e Kigali. L’allora primo ministro britannico, Boris Johnson, aveva promesso al presidente ruandese, Paul Kagame, oltre 140 milioni di euro, per finanziare accoglienza, integrazione, formazione professionale e istruzione dei deportati.

L’intesa era poi stata bloccata dalla Corte suprema del Regno Unito nel 2023 e con l’arrivo al potere di Keir Starmer, primo ministro dal luglio 2024, era stata addirittura accantonata.

Rifugiati Tamil

Pochi ricordano la triste faccenda dei Tamil, arrivati su un peschereccio proveniente dall’India alla base britannica di Diego Garcia nell’ottobre 2021. Erano scappati da torture e persecuzioni.

Gli 89 rifugiati tamil speravano di poter raggiungere il Canada, ma l’imbarcazione si era trovata in difficoltà in prossimità delle isole Chagos, un piccolo arcipelago, che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano, e include anche la base militare britannica di Diego Garcia.

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Quattro profughi erano poi stati presi in carico dal Regno Unito nel 2022 e trasferiti in Ruanda per cure mediche urgenti, per autolesionismo o tentato suicidio. La loro evacuazione però non faceva parte dell’accordo tra Londra e Kigali riguardante la deportazione di richiedenti asilo dal Regno Unito in Ruanda, come prospettato all’epoca.

Intervistati dai reporter della BBC, i giovani tamil avevano raccontato, che appena arrivati in Ruanda, erano stati ricoverati in un ospedale militare. Poi avevano vissuto in un appartamento a spese del governo britannico in un sobborgo di Kigali: ricevevano settimanalmente 50 dollari per il loro mantenimento.

Infelici 

Tutti e quattro avevano spiegato di aver subito molestie e avance sessuali indesiderate per strada. Si erano costretti a vivere segregati in casa, perché troppo spaventati per uscire.

E finalmente, dopo anni di battaglie legali, alla fine del 2024, quarantasette dei Tamil (compreso il gruppo evacuato in Ruanda), sbarcati 38 mesi prima a Diego Garcia, erano stati accolti nel Regno Unito.

Cornelia Toelgyes
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Deportazione di prigionieri in Sud Sudan e eSwatini

Il dramma dei migranti Tamil naufraghi a Diego Garcia: 20 mesi di attesa e nessuno li vuole

Al-Masri, il ricatto del petrolio e le alleanze perverse nel Sahel

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
9 agosto 2025

La liberazione di Osama Elmasry Njeem, generale libico più conosciuto con il nome di battaglia Al-Masri (che in arabo significa “L’egiziano”) arrestato inizialmente in Italia perché ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, rivela la vera natura delle relazioni internazionali postcoloniali.

Un rapporto fondato sulla protezione anche del crimine quando serve a tutelare gli interessi geopolitici.

La frettolosa liberazione del ricercato, al di là dei suoi aspetti giudiziari, ha palesato l’assoggettamento del governo italiano, indotto dal ricatto economico, e porta alla luce alleanze perverse finalizzate allo sfruttamento delle risorse naturali, in questo caso il petrolio.

L’approvvigionamento degli Stati privi di materie prime è, quindi, garantito da accordi spesso tenuti segreti e quindi sottratti al controllo e al dibattito pubblico.

La Libia possiede alcune delle più grandi riserve petrolifere dell’Africa. Secondo alcuni dati (rapporto Opec del 2021) la sua produzione ha superato addirittura quella della Nigeria, rendendo il Paese il primo produttore di tutta l’Africa.

Questa ricchezza classifica lo Stato nordafricano come  uno dei partner commerciali più importanti del mercato energetico mondiale, nonostante la sua conclamata instabilità politica. Per quanto riguarda l’Italia, l’ENI è il principale operatore straniero.

Tutto il territorio del Sahel, che comprende l’intera area geografica tra il Sahara a nord e la savana a sud, è ormai diventato un terreno di scontro per conquistare il controllo delle risorse a discapito delle popolazioni.

Organizzazioni criminali, con manovalanza africana ma con guida e direzione finanziaria in Europa, America e Asia, sostenute in molti casi dall’Occidente, ma anche dalla Russia, si inseriscono nell’amministrazione politica dei governi locali. E quando non ci riescono non fanno molta fatica a sostenere guerriglie di connotazione ideologica religiosa che nasconde interessi assai materiali.

E a causa della corruzione dilagante, ogni tentativo di resistenza da parte dei cittadini africani viene sistematicamente represso.

In questo contesto, i criminali come Al Masri, vengono protetti per non destabilizzare il delicato equilibrio di interdipendenza reciproca, e sono perfettamente consapevoli della loro impunità internazionale.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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