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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...
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A Beirut si vive nella paura dei bombardamenti israeliani

Speciale per Africa ExPress
Giovanni Verga
Beirut, 23 settembre 2025

Non c’è pace in Libano. A oltre un mese dall’inizio dell’operazione di disarmo di Hezbollah e delle altre milizie armate decisa dal governo, la situazione nel Paese è più che mai incerta e confusa.

La consegna delle armi è iniziata in alcuni campi profughi e prosegue lentamente, ma le resistenze sono ancora molto forti.

Libano: inizio disarmo deciso dal governo

A Dahiyeh, il popoloso e reietto sobborgo sciita a sud di Beirut roccaforte del Partito di Dio, dove si deciderà buona parte delle sorti dell’operazione, si vive un’atmosfera di rabbia e di resistenza.

Bombe da 2000 libbre

Sono quegli stessi sobborghi su cui lo scorso ottobre piovvero bombe da 2000 libbre per annientare le basi di Hezbollah: qui non solo non si parla di ricostruzione, ma le violazioni della tregua sono all’odine del giorno. E’ un quartiere enorme e popolatissimo eppure è una città fantasma, con file di edifici sventrati, quasi nessun servizio pubblico, pochissime attività commerciali, e una vita quotidiana nella paura.

Beirut: sobborgo filo Hezbollah di Dahiyeh

Rana Ali Mahdi, responsabile del Social Development Center “Eid Al Adha” di Bourj al-Barajne, uno dei molti quartieri di Dahiyeh dove c’è uno dei più grandi campi profughi palestinesi del Libano, spiega che in quell’area grande come due o tre medie città italiane, non esiste un qualsiasi spazio pubblico o un servizio sociale funzionante.

Psicosi attacchi improvvisi

Ma oltre alla mancanza di condizioni minime di vita c’è la psicosi dell’attacco improvviso: “Quando è arrivato l’ultimo grande raid tre mesi fa – racconta Rana – sui nostri cellulari è arrivata la chiamata di un portavoce dell’esercito israeliano che avvisava di sgomberare immediatamente alcuni palazzi. La gente in massa si è riversata per strada. A piedi, in scooter (in tre o quattro con bambini) o in auto hanno raggiunto la vicina superstrada, che collega all’aeroporto di Beirut, già più volte bersagliata da quando era partita la prima offensiva nella capitale”.

Poco meno di un’ora dopo è arrivato l’attacco, devastante. Alla fine della serata il bilancio era di 270 appartamenti distrutti, nove edifici polverizzati, 71 altri danneggiati oltre a 177 attività commerciali.

“E’ una strategia voluta per prostrare la popolazione e obbligarci ad andarcene – spiega ancora -. Non ci danno più di 20 o 30 minuti prima di iniziare a bombardare. Chi vive qui non ha il tempo di scappare. Come si può fuggire da casa propria, con i familiari, le proprie cose, i propri beni in meno di un’ora, sapendo che al ritorno si potrebbe ritrovare tutto in macerie?”.

Beirut, sobborgo di Dahiyeh

E’ un fatto che da ottobre scorso migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Per dove? C’è chi va da parenti in zone sicure come Mount Lebanon o in rifugi che sono stati allestiti da volontari. Ben pochi infatti hanno denaro per affittare una stanza.

Indebolire resistenza

Rana, come quasi tutti qui, sostiene che gli obiettivi degli attacchi siano un pretesto. ”Noi crediamo che vengano lanciati questi raid all’improvviso per fiaccare la nostra resistenza, tenendoci nel timore continuo di perdere tutto. Anche se la tua casa non viene colpita, tu e tutto il quartiere ti senti destabilizzato”.

Dahiyeh è da decenni una spina nel fianco di Israele. Proprio qui una ventina d’anni fa è nata la strategia israeliana nota come “Dottrina Dahiyeh “, applicata costantemente da allora in vari scenari di guerra, che prevede di adottare deliberatamente una “forza sproporzionata” contro obiettivi civili con l’intento di spingere la popolazione a rivoltarsi contro Hezbollah o ad andarsene.

Una tattica di “combattimento asimmetrico”, motivato da un nemico che non ha un vero e proprio esercito regolare ma che è profondamente radicato all’interno della popolazione civile. Tuttavia sembra che i risultati siano opposti: ogni volta che la città viene colpita in questo modo, il sostegno ai combattenti aumenta, tanto che quando il quartiere fu quasi raso al suolo nel 2006 il consenso salì alle stelle, e alle ultime elezioni amministrative di maggio il Partito di Dio ha avuto un notevole successo, qui e  nel sud del Libano martellato dai bombardamenti.

Famiglie allo stremo

“Quelli che sono rimasti – commenta Rana – tengono costantemente sotto occhio il contatto del portavoce dell’esercito su X o sul telefono. Noi qui subiamo la doppia pressione della tattica israeliana per esasperarci e del collasso dell’economia che ha vanificato i risparmi e portato ad un’inflazione a due zeri”.

Le famiglie sono allo stremo, ma nonostante la perdita del senso di sicurezza e le voragini lasciate dai palazzi bombardati, gli abitanti di Dahiyeh sembrano determinati a non cedere. “Lo stress economico e la mancanza di sicurezza ci hanno prostrato, ma non ce ne andiamo – dicono Mariam Ballout e Khaldieh Al Khatib, due madri del quartiere -. Il nostro problema principale sono i bambini, che non hanno le condizioni minime per crescere e crearsi un futuro. Sono colpiti in ogni campo, familiare, sociale, scolastico, amicale.

Quelli  rimasti senza casa per i bombardamenti devono aiutare i genitori e portare qualche soldo per sopravvivere. E in questa situazione di certo non possono arrivare aiuti o sostegno da parte del governo, legati alla consegna delle armi. Il disarmo di Hezbollah è stato messo in capo all’esercito libanese, ma noi non crediamo che ci riuscirà”.

Anche le organizzazioni religiose non sciite hanno molti timori. Padre Jihad Krayem, francescano della Custodia di Terrasanta in Libano nel centrale quartiere di Asharief, dove all’opposto di Dahiyeh c’è un fervore di cantieri e un commercio vivace, ha visto tutte le fasi del declino del Libano negli ultimi decenni e non vede una soluzione vicina.

Aerei e droni a bassa quota

“L’impegno di consegnare le armi, previsto già dalla tregua in cambio della fine delle incursioni, è poco credibile.  Qui a Beirut noi sentiamo ogni giorno droni e anche aerei militari che sorvolano a bassa quota, contrariamente a quanto stabilito dagli accordi. Ma c’è un’altra lezione che tanti non hanno dimenticato, e che riporta indietro agli anni più bui del Libano”, spiega il religioso.

“La consegna delle armi da parte delle milizie sciite – è il suo pensiero – dovrebbe avvenire spontaneamente, non  essere imposta dalle forze armate come accadde nel 1975 con i miliziani dei campi palestinesi. Ma dev’essere chiaro che non è realizzabile il piano israeliano di voler estirpare con la forza il partito di Dio da questi quartieri. Quasi tutte le famiglie lì hanno un familiare, un fratello, un figlio in qualche modo legato a Hezbollah, e centinaia sono morti. La popolazione non si sente protetta dallo Stato, in queste condizioni continuerà a volersi difendere da sé”.

Giovanni Verga
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gli intrecci degli affari di Trump e Netanyahu svelano il viscerale appoggio USA a Israele

Speciale Per Africa ExPress
Paolo Sbacchi
22 Settembre 2025

Se ancora qualcuno, ingenuamente, spera che Trump possa contribuire alla fine del genocidio a Gaza o all’occupazione illegale in Cisgiordania, coltiva una fatua illusione. Un coacervo di ragioni economiche, politiche e familiari, avvalorate dai esternazioni di Trump o figure a lui referenti, rendono ad oggi assolutamente impossibile l’avverarsi di tale auspicio di pacificazione. Ecco le ragioni che dimostrano quanto Trump sia un ferreo sostenitore di Netanyahu.

Interessi elettorali

L’attuale presidente USA a fine 2024 ha dichiarato: “Se volete che Israele sopravviva dovete votare Donald Trump. Siete sotto attacco come mai prima. Io sono il presidente più pro-Israele, Kamala Harris invece è anti-Israele”.

L’ultima campagna elettorale di Trump è stata finanziata dalla miliardaria israeliana Miriam Adelson, la quinta donna più ricca degli USA, per 100 milioni di dollari mentre  nella campagna del 2016 i coniugi Adelson finanziarono Trump per 25 milioni di dollari.

Interessi militari

Uno dei primi atti firmati dal neoeletto presidente americano a fine gennaio 2025 è stato quello di revocare il blocco, imposto alcuni mesi prima da Biden, sulla fornitura a Israele delle super-bombe da 2.000 libbre (900 kg).

Il 5 febbraio 2025 Netanyahu è stato il primo leader straniero a visitare la Casa Bianca dall’inizio del secondo mandato di Trump e lo ha così ringraziato così:  “Sei il nostro più grande amico” .

Il padre del genero di Trump, Charles Kushner, ospitava a casa propria l’amico di famiglia Netanyahu in occasione dei suoi viaggi negli USA, ancor prima che divenisse primo ministro.

A gennaio 2025 il neo nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano che “Trump appoggerà il governo israeliano nell‘annessione degli insediamenti in Cisgiordania.”

La nuova ambasciatrice degli USA all’ONU, Elise Stefanik, ha affermato che Tel Aviv ha un “diritto biblico sull’intera Cisgiordania” e che  “gli Stati Uniti devono stare incondizionatamente con Israele all’Onu”.

Progetti imprenditoriali

A febbraio 2025 Trump ha dichiarato: “Mi impegno ad acquistare e controllare Gaza” precisando che la vorrebbe trasformare nella “riviera del Medio Oriente” e che “I palestinesi non avranno diritto a ritornare perché avranno alloggi migliori”.

Il Jerusalem Post il 3 maggio 2024 pubblicava online la visione di Netanyahu a Gaza al 2035, che poi si rivelerà condivisa con Trump, così immaginata:

Gaza pullula di lussuosi grattacieli, ferrovie, corsi d’acqua, campi solari e stazioni di estrazione del gas dal giacimento marino “Gaza Marine” ubicato nella porzione di mare, che gli accordi di Oslo hanno assegnato alla Palestina.

E’ impossibile poi non citare l’osceno video creato dal presidente degli Stati Uniti con l’intelligenza artificiale (in inglese AI)che lo raffigura a Gaza flirtare con una ballerina del ventre seminuda e sorseggiare un cocktail al fianco del primo ministro israeliano, distesi in costume da bagno su due sdraio. E come sfondo i nuovi lussuosi grattacieli costruiti sulle macerie della terra palestinese.

Infine a fine agosto anche la ministra della scienza israeliana realizza un nuovo video con l’AI dove si vedono Trump e Netanyahu passeggiare con le mogli sul lungomare di Gaza, privo di palestinesi, ai piedi di una scintillante “Trump Tower”.

Relazioni economiche

A gennaio 2025 il genero di Trump Gerard Kuschner, ebreo di famiglia, viene ricevuto a  Tel Aviv da Netanyahu e diventa primo azionista  di un colosso israeliano Phoenix Financial Ltd attivo nei finanziamenti immobiliari nei territori occupati.

L’inviato speciale USA per il medio oriente, Seve Witkoff, prima della seconda elezione di Trump si è recato in Cisgiordania per inaugurare una colonia illegale israeliana sui territori occupati della Cisgiordania. Profeticamente sulla facciata di una casa della nuova colonia illegale campeggiava la scritta “We’ll make Israel great again.”

Trump ha sanzionato a febbraio 2025 tutti i componenti della Corte Penale Internazionale dell’Aia in quanto avevano osato emettere il 21 novembre 2024 un mandato di cattura internazionale contro l’amico Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità commessi a Gaza.

A marzo 2025 Marco Rubio ha annunciato l’espulsione dagli USA di 300 studenti stranieri nell’ambito del programma “Catch and Revoke” finalizzato ad espellere coloro che hanno semplicemente partecipato a manifestazioni a favore della Palestina.

A maggio 2025 per volere di Trump e Netanyahu è stata creata la Gaza Humanitarian Foundation imposta da Israele come unica distributrice degli aiuti nella striscia di Gaza. Dopo poche settimane, e centinaia di gazawi assassinati in fila per ricevere cibo, l’ONU e decine di ONG hanno accusato la GHF di essere un’arma di pressione politica e militare.

La “Riviera di Gaza”

Il genero di Trump Gerard Kuschner e l’ex premier Tony Blair il 28 agosto 2025 hanno presentato in un incontro riservato con il presidente USA alla Casa Bianca, presenti anche l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e Marco Rubio, le loro idee sul dopoguerra a Gaza ovvero i dettagli del piano “Aurora” che prevede la ricostruzione nella Striscia di una lussuosa Gaza-riviera previa deportazione di tutti i gazawi.

Trump ha sanzionato, alla stregua dei peggiori terroristi, anche la nostra Francesca Albanese rea di aver scritto il rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, evidenziando il ruolo complice che 44 major “entità aziendali” mondiali hanno nel sostenere il progetto coloniale israeliano di sfollamento e occupazione.

A fine agosto Trump ha revocato ai membri dell’OLP e dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) i visti per partecipare all’assemblea dell’ONU di settembre come ritorsione agli annunci di alcuni Stati europei di riconoscere la Palestina in quell’occasione.

Da ricordare infine che nel 2020 Trump ha promosso la stipula degli Accordi di Abramo per “aprire” i rapporti tra Israele e alcuni Stati arabi tra cui gli Emirati Arabi.

Paolo Sbacchi
X: @africexp
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’Africa delle guerre e delle ingenti ricchezze attende la prima pagina

NEWS ANALYSIS
Emanuela Ulivi
21 settembre 2025

Con una cerimonia solenne il 17 luglio scorso l’esercito francese ha ritirato le ultime truppe dal Senegal, colonizzata nel 1626 e indipendente dal 1960.

Parigi ha chiuso così la sua permanenza militare nell’Africa occidentale e centrale – dove negli ultimi decenni il suo aiuto è stato richiesto per contrastare vari gruppi jihadisti – ma, bon gré mal gré, ha lasciato definitivamente tutte le basi in Mali nel 2022, e inseguito anche nel Burkina Faso, Niger, Ciad, Costa d’Avorio e Gabon dove la base francese è stata riconvertita in un campo cogestito per la formazione.

Questi Paesi resteranno partner della République ma alla pari.

Il ridimensionamento della presenza francese non è che una fase del continuo mutamento che vede l’Africa tutt’altro che immune da forme di neocolonialismo e, in aggiunta, arena di giochi politici lontani migliaia di chilometri.

Potenze straniere

Piccole e grandi potenze straniere con nuove modalità di “investimento” restano infatti dipendenti dalle ingenti materie prime del continente africano per il proprio fabbisogno commerciale, economico, energetico.

In ballo ci sono l’accesso alle terre rare, l’influenza diplomatica nei voti all’ONU, commesse per infrastrutture strategiche, un mercato che nel 2050 conterà due miliardi e mezzo di africani. Dall’interesse economico a quello geopolitico il passo è breve, anzi brevissimo, e viceversa.

Parlare delle vicende e dei tanti conflitti africani sarebbe quindi naturale se non doveroso, come ha sottolineato Massimo Alberizzi giorni fa paragonando la insufficiente copertura mediatica delle guerre africane rispetto a quella riservata a Gaza.

Pestare i piedi

Ma significherebbe anche pestare i piedi a grandi, piccole e medie potenze con le quali l’Italia e l’Europa intrecciano interessi vitali.

Quando nel 2019 l’allora ministro degli affari esteri Luigi Di Maio e l’allora deputata di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sollevarono la questione del franco CFA – a cambio fisso con l’euro e oggi rimpiazzato dall’ECO – come causa dell’impoverimento dei Paesi africani e quindi alla base dell’immigrazione sulle nostre coste, ci fu una levata di scudi.

In un articolo molto circostanziato, La Françafrique ovvero come la Francia gestisce la sua influenza in Africa  Giaconi delineò la rete di interessi e relazioni francesi che lambivano anche l’Italia.

Impostare le strategia

In questi ultimi anni la Francia ha dovuto reimpostare la sua strategia in Africa: se ci riuscirà o se il sistema del Francafrique, comunque sopravvissuto dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali sulla fine del colonialismo, sia al tramonto come sostiene qualcuno, lo si vedrà.

Oltre alla Francia e alla Cina – attiva sul versante delle infrastrutture assicurandosi la fedeltà commerciale dei beneficiari –, la Russia, presente coi mercenari della ex Wagner disponibili per la sicurezza sia dei governi che delle opere di estrazione, avrebbe in Africa un terreno di confronto aggiuntivo alla guerra con l’Ucraina che, scrive Giulio Albanese, si sta impegnando coi Paesi africani per sfidare il predominio russo sia sul piano diplomatico sia, dove possibile, su quello militare.

Intanto nel continente africano si stanno affacciando nuovi protagonisti come gli Emirati Arabi Uniti, l’Iran e l’India.

Trent’anni di guerra in Somalia

La guerra civile in Somalia, che dura da trent’anni, è a sua volta teatro di interessi di Paesi quali la Cina, l’Egitto e la Turchia e di manovre geopolitiche, di giochi di influenze.

Le guerre che hanno sconvolto (e sconvolgono ancora) la Repubblica Democratica del Congo dagli anni ’90, hanno sempre avuto due denominatori comuni: le motivazioni etniche sì ma anche il possesso delle risorse, e sullo sfondo Stati Uniti, Francia e Cina.

La RDC continua a rappresentare una tragedia umanitaria di dimensioni enormi, come il Darfur e altri focolai di guerra tra fame, morti e sfollati, uguali, ugualissimi a quelli di Gaza e non meno degni di attenzione, parimenti accompagnati da implicazioni che ci riguardano.

Piano Mattei

Per ultimo il Piano Mattei, che oltre al contrasto al terrorismo pone come obiettivo, in subordine alla migrazione dall’Africa, la questione dell’approvvigionamento energetico, ancora più urgente dopo il niet europeo al gas russo.

Fare dell’Italia, grazie alla presenza consolidata dell’ENI in Africa, un hub energetico di raccordo tra il continente africano e l’Europa, è l’obiettivo che porterebbe l’Italia ben oltre la cooperazione allo sviluppo assegnandole un ruolo di rilievo in Africa e, forse nell’ambito di un recuperato multilateralismo in politica estera, all’interno dell’Unione Europea.

Una partita tutta da giocare sui versanti di qua e di là del Mediterraneo, dove i giornalisti dovrebbero ficcherei il naso, come hanno fatto nelle prigioni libiche, perché l’informazione non ha zone franche.

Emanuela Ulivi

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Israele ha ammazzato 31 giornalisti in Yemen, ma nessuno ne parla

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
16 settembre 2025

Trentuno giornalisti yemeniti sono stati uccisi e ventidue feriti nel massiccio attacco missilistico israeliano di inizio settembre, ma la notizia dell’omicidio dei reporter non è stata data da nessun media occidentale di peso, tantomeno italiano.

Sono stati infatti colpite le redazioni di due giornali che si chiamano 26 Settembre e Al-Yemen.

Il primo è considerato portavoce militare, il secondo è il quotidiano più letto del Paese. Il 16 settembre ci sono stati i funerali nella capitale Sanaa e nello Yemen sono stati giorni di lutto e commemorazioni.

Qui due video dell’attacco.

L’Unione dei giornalisti yemeniti ha condannato “l’odioso crimine di guerra commesso dalla brutale aggressione di mercoledì 10 settembre che ha preso di mira espressamente i giornali 26 Settembre e Al-Yemen che hanno sede nella capitale”.

Reazione all’attacco

Lunedì per reazione all’attacco e per dimostrare che i giornalisti sopravissuti non si arrendono il giornale 26 Settembre ha pubblicato il numero n. 2425.

Il governo yemenita ha detto che la comunità internazionale e le Nazioni Unite sono responsabili del loro silenzio e ha chiesto alle ong, alle associazioni che difendono i diritti umani e alla società civile di intraprendere delle azioni e condannare i crimini.

L’attacco al Centro informazione in una zona residenziale di Sanaa

Nel bombardamento del 10 sono state uccise a Sanaa un totale di 46 persone (fonte governo yemenita) e sono state ferite almeno 165 persone, tra cui anche Mansour al-Ansi membro eletto del sindacato dei giornalisti.

Vendetta per un drone

Secondo l’Associated Press l’attacco israeliano è stata una vendetta per un drone degli Houti che aveva raggiunto poche ore prima un areoporto israeliano, quello di Ramon nel sud del paese vicino a Eilat, dove è stata ferita una persona e si sono infranti dei vetri.

Gli Houti rivendicano di aver bucato il sistema difensivo aereo di Israele e dichiarano che l’area del Negev è occupata illegalmente dallo Stato di Israele e chiamano Eilat col nome arabo di Umm al-Rashrash.

Aree residenziali

L’attacco ha colpito aree residenziali, in specifico shara (via) 26 Settembre dove in un palazzo all’angolo con piazza Tahrir c’è il cosidetto Centro stampa dove ha sede anche il “Dipartimento di orientamento morale e informazione”. Anche il Museo nazionale è stato danneggiato.

Il portavoce degli Houti, il Generale Yahya Saree, ha raccontato che il suo gruppo ha inviato otto droni su Israele e che “ci sarà un’escalation militare e non ci tireremo indietro sul nostro supporto a Gaza”.

Aeroporti insicuri

Ha poi aggiunto che gli aeroporti israeliani “non sono sicuri e saranno un target continuo”. Molte compagnie aeree europee hanno sospeso i voli da e per Israele (Tel Aviv) fino al 31 ottobre.

L’attacco conferma ancora una volta l’intento del governo israeliano di colpire i giornalisti in quando osservatori e reporter e testimoni delle guerre in corso.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Vittoria epocale per il Botswana: oro e bronzo nei 400 metri maschili

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 settembre 2025

“Avere tre atleti del Botswana in questa finale dimostra che stiamo crescendo: stiamo davvero migliorando come Botswana e come Africa”. Così parlò uno dei “diamanti umani” del Botswana, che ha vinto contro il resto del mondo, grazie, appunto, ai suoi diamanti.

Il motswana Busang Collen Kebinatshipi, medaglia d’oro ai 400 m piani

No, non a quelli di carbonio cristallizzato che costituiscono una delle pietre preziose più pregiate. E che, come ha pubblicato proprio l’altro giorno Africa Express, a causa del crollo dei prezzi sui mercati internazionali sta mettendo in crisi lo stato di salute dei batswana.

Nuovi diamanti

Strane coincidenze: mentre quella che per decenni è stata considerata una manna del cielo si sta ora trasformando in una “maledetta” risorsa, altri diamanti in carne e ossa hanno segnato una data storica per il paese spopolato e desertico, senza sbocco sul mare e la cui capitale, Gaborone, forse pochi conoscono. (Come, forse, non tutti ricordano che il Botswana è la terra dei boscimani e del deserto Kalahari…)

Sotto la pioggia battente, tre giovani atleti  hanno infiammato e illuminato, giovedì 18 settembre, il pubblico dello stadio nazionale di Tokyo nella sesta giornata dei mondiali di Atletica. Nei 400 metri piani maschili ben tre i finalisti del Botswana e due le medaglie conquistate.

Terzetto

Uno del terzetto, appena ventunenne, esile, agile, elegante, si è impadronito imperiosamente (è stato sempre in testa) dell’oro: si chiama Busang Collen Kebinatshipi. Ha segnato un tempo che fa clamore: 43.53, e nelle semifinali aveva fermato i cronometri su 43.61! Fiero di aver fatto entrare la sua nazione nella storia dell’Atletica con questa prima medaglia mondiale, ha lasciato alle sue spalle il trentunenne di Trinidad e Tobago, Jereem Richards, giunto ormai al termine di una brillante carriera.

Un altro proveniente da Gaborone, Bayapo Ndori, 24 anni, ha conquistato la medaglia di bronzo, mentre ai giochi olimpici in Francia aveva ottenuto l’argento nella staffetta 4×400. L’unico rappresentante degli Stati Uniti, Paese abituato a dominare la corsa, Jacory Patterson, 25 anni, si è classificato settimo davanti al terzo connazionale del vincitore, Lee Bhekempilo EPPIE, 26 anni. Quinto è arrivato il sudafricano Zakithi Nene, 27 anni, già detentore del miglior tempo mondiale.

“Questo è il mio primo titolo ed è una sensazione pazzesca – ha commentato con Worldathletics.org Kebinatshipi. “Dopo la semifinale ho iniziato davvero a credere in me stesso. Mi sono detto di partire veloce e di fare meglio che in semifinale. La medaglia è stata solo un bonus. Essere riusciti a stabilire il record nazionale ed essere primo al mondo è fantastico. Ho ancora la staffetta da correre, penso che potremo essere in lizza per l’oro. Avere tre atleti del Botswana in questa finale dimostra che stiamo crescendo: stiamo davvero migliorando come Botswana e come Africa”.

Abbiamo fatto la storia 

Ha aggiunto Bayapo Ndori: “Sì. per l’Africa e il Botswana abbiamo fatto la storia. Il mio obiettivo era finire sul podio, con qualsiasi medaglia. Sono felice, ce l’ho fatta. E penso che in Botswana ci sarà una grande festa.

“Il nostro segreto? Essere disciplinati, studiare i veterani e imparare da loro”. Un primo segnale della nuova vague di sprinter africani era giunto da Parigi con Letsile Tebogo, unico atleta botswano a conquistare una medaglia d’oro olimpica (200 metri). In suo onore era stata coniata la moneta di 50 pula.

Ora l’ondata sta diventando impetuosa e lo ha ribadito Kebinatshipi, ha davanti a sè un decennio splendente come l’oro, se non proprio come i… diamanti.

Costantino Muscau                       
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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In Botswana è crollato il mercato dei diamanti: niente più farmaci negli ospedali

 

Eritrea 18 settembre 2001: inizio della feroce dittatura di Isaias Aferworki

Africa ExPress
18 settembre 2025

Molti giovani e giovanissimi che oggi fuggono sempre più numerosi dal regime di Isaias Aferworki non erano ancora nati il 18 settembre 2001, una data che però è e resterà impressa per sempre in tutti gli eritrei.

Tale giorno segna l’inizio della dittatura, la fine della democrazia nella ex colonia italiana. Isaias, combattente per la libertà nella guerra di liberazione, ha trasformato il Paese in un regime infernale.

Arrestati dissidenti

All’alba de 18 settembre 2001, le forze di sicurezza del presidente-dittatore hanno fatto irruzione con blitz simultanei nelle abitazioni di 11 dissidenti, quasi tutti sorpresi nel sonno.

Tutti dirigenti FPLE

Non erano persone qualsiasi. Erano tutti ministri, ex ministri, veterani della rivoluzione, ex compagni di lotta dell’attuale presidente, al potere da oltre 30 anni. La loro colpa? In una lettera aperta, pubblicata nel marzo 2001, un gruppo di alti funzionari governativi, poi noto come G-15, aveva accusato Isaias Aferworki di abusare dei propri poteri e di diventare sempre più autocratico. Avevano chiesto l’attuazione della Costituzione e libere elezioni.

Nessun processo equo

Gli 11 sono stati messi tutti a tacere. Sbattuti in putride galere, senza capi d’accusa formali e nessuno di loro ha mai goduto di un diritto fondamentale: un equo processo. Gli speciali tribunali militari non ammettono la presenza di avvocati difensori, dettano la sentenza che viene immediatamente applicata, senza possibilità di appello. E oggi, dopo 24 anni, di molti non si sa se siano ancora vivi o già morti.

Nel corso degli anni gli ex amici del presidente non hanno mai potuto avere contatti con l’esterno; hanno vissuto nel più completo isolamento. Solo rare volte alcune notizie arrivano all’esterno tramite i carcerieri che li hanno incontrati durante la prigionia.

Nuovi arresti

Pochi giorni dopo l’arresto degli alti quadri politici, tra il 21 e il 23 settembre gli uomini del governo proseguono con fermi di giornalisti e editori che hanno avuto l’audacia di sollevare perplessità per i dissidenti sbattuti in galera. Tutti sono ancora oggi in attesa di processi equi, ovviamente mai voluti per evitare che durante i dibattimenti si arrivasse alla verità.

In questi anni, alcuni dei detenuti arbitrariamente sono morti. Nel 2018 è deceduto Haile Woldetensae, detto Duro, ministro degli Esteri fino al 2001, altri tre “dissidenti” del G15 lo hanno preceduto anni prima: Mohamoud Sherifo (ministro degli Interni), Ogboe Abraha (ministro degli Affari Sociali) e Seyoum Ogbamichael.

Vietato criticare 

Poco più di una anno fa è morto un altro ex ministro, Berhane Abrehe. Non faceva parte del G15, è stato arrestato nel settembre 2018, dopo aver pubblicato le sue dure e mirate osservazioni al regime. Berhane è stato ministro delle Finanze dal 2001 al 2012.

Anche lui, come molti altri eritrei è stato sbattuto in galera senza un reale capo di accusa e quindi senza un equo processo. Il figlio Ephrem vive all’estero. E’ scappato anni fa dall’Eritrea, Paese che ormai da molti viene definito una prigione a cielo aperto.

UNHRC rinnova mandato

Basti pensare che il Consiglio dei Diritti Umani (UNHRC), organismo delle Nazioni Unite, ha bocciato a stragrande maggioranza la mozione di Asmara per porre fine al mandato di un esperto indipendente, incaricato di indagare sulle possibili violazioni dei diritti fondamentali nel Paese.

Il Consiglio non solo ha rigettato la richiesta dell’Eritrea, ma ha esteso per un altro anno il mandato dell’esperto indipendente dell’ONU, il sudanese Mohamed Abdelsalam Babiker, professore associato di diritto internazionale presso l’università di Khartoum e fondatore e direttore del Centro per i diritti umani dell’ateneo.

L’oppressione continua

Nel suo ultimo rapporto l’esperto ha spiegato che Il Paese non ha mostrato progressi significativi in tutti questi anni”. Ha poi sottolineato che molti abusi sono legati al servizio militare/civile indeterminato, al quale è quasi impossibile sottrarsi.

La relazione evidenzia anche la mancanza di libertà di espressione, di associazione, di riunione, di religione e il diritto di partecipare agli affari pubblici sono di fatto inesistenti. Vengono concessi solo previa approvazione del governo e a coloro che si allineano alle posizioni delle autorità. Nel 2024, l’Eritrea è stata classificata come il peggior Paese per la libertà di stampa a livello globale e rimane l’unico Stato africano senza media privati.

Anche la libertà di religione resta illusoria. Basti pensare che ad aprile 2025, 64 testimoni di Geova e tra 300 e 500 cristiani evangelici, erano in galera, senza accuse e processo.

La lista degli abusi dei diritti umani in Eritrea è lunga, per non parlare dei giovani che, dopo essere fuggiti, se rispediti in patria, vengono buttati in carcere o arruolati a forza. Sono state riportate anche numerose sparizioni.

Tutte bugie, lo Stato provvede a tutto

Eppure il 25 luglio 2025 Rai3 ha trasmesso un reportage di Francesca Ronchin e Salomon Mebrahtu intitolato “ La grande bugia – Eritrea andata e ritorno”. La giornalista ha anche intervistato Yemane Gebrehab. Il consigliere politico del dittatore sostiene che nel suo Paese vengono raccontato solo bugie. “Qui nessuno muore di fame. Lo Stato provvede al sostentamento di tutti gli abitanti”.

La nostra premier, Giorgia Meloni e Isaias Aferworki, presidente eritreo

Nel filmato vengono intervistate alcune persone, residenti e eritrei venuti in vacanza dall’estero. Chi ha parlato ai microfoni dei giornalisti, sostiene che si può ritornare in Eritrea senza problemi. Forse hanno dimenticano che fine fanno coloro che vengono rimpatriati forzatamente.

Nessun accenno alla chiusura della scuola italiana. Lo storico istituto, fondata nel 1903, ha terminato il suo lungo iter di formazione di giovani eritrei nel settembre 2020. Eppure nel documentario non mancano gli elogi a Asmara, soprannominata “La piccola Roma”, riconosciuta come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO dal 2017.

Africa ExPress
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Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

Arrestato ad Asmara l’ex ministro dell’Economia Berhane Abrehe

In Botswana è crollato il mercato dei diamanti: niente più farmaci negli ospedali

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 settembre 2025

“La catena di approvvigionamento medico gestita dai magazzini centrali è fallita. Questo fallimento ha causato una grave interruzione nelle forniture sanitarie in tutto il Paese”. Sono le dichiarazioni alla nazione alla fine di agosto in televisione del presidente del Botswana, Duma Boko, sulla mancanza dei farmaci.

Nel suo discorso Boko ha annunciato che il ministero delle finanze aveva approvato 250 milioni di pula (circa 16 milioni di euro) in sussidi urgenti. Sarà l’esercito a gestire la distribuzione di emergenza dei farmaci dalla capitale, Gaborone, alle aree remote del Paese.

Mappa del Botswana
Mappa dell’Africa meridionale (Courtesy Google Maps)

Finiti i farmaci

Il mese scorso il ministero della Salute, in un comunicato, aveva annunciato un debito di 1 miliardo di pula (quasi 64 milioni di euro) verso strutture sanitarie e fornitori privati. I medicinali per curare ipertensione, cancro, diabete, tubercolosi, patologie oculari, asma, salute sessuale e riproduttiva e disturbi mentali stavano finendo.

I motivi che hanno portato all’emergenza sanitaria nel Paese, secondo il capo dello Stato, sono vari. I prezzi di acquisto gonfiati dei medicinali e perdite, sprechi e danni causati dai sistemi di distribuzione e la corruzione.

Il Botswana vive di diamanti e turismo. Con un territorio semidesertico grande il doppio dell’Italia, ha quasi 2,3 milioni di abitanti ed è il maggior produttore di diamanti del pianeta. Dopo il Sudafrica è tra i Paesi con il livello di benessere più elevato dell’Africa sub-saharaiana e i suoi cittadini hanno un reddito pro-capite di circa 7.000 euro (2024). Come fa ad avere una crisi di queste proporzioni e alti livelli di disoccupazione?

La tempesta perfetta

Cosa c’entra la crisi della Sanità pubblica con i diamanti? Il maggior fornitore di diamanti del pianeta non dovrebbe essere un Paese ricchissimo? Teoricamente sì, ma l’industria dei diamanti artificiali ha messo in crisi quella diamantifera mondiale, compresa quella del Botswana.

Questo brillante dai mille riflessi, creato artificialmente, costa fino al 40 per cento in meno del diamante naturale. Le pietre sintetiche stanno quindi sottraendo mercato ai diamanti naturali. Una crisi che ha messo sotto pressione l’economia del Paese sudafricano. I diamanti contribuiscono, infatti, per l’80 per cento delle esportazioni e per quasi un terzo delle entrate fiscali.

Botswana diamanti
Diamanti, il Botswana è il maggior produttore del pianeta

Nuova generazione al potere

Duma Boko, 56 anni, laureato in giurisprudenza ad Harvard, eletto presidente nell’ottobre 2024, è il rappresentante della nuova generazione di politici. Con il suo partito, Umbrella for Democratic Change (UDC), dopo 58 anni, ha spodestato il Botswana Democratic Party (BDP) di Mokgweetsi Masisi. L’ UDC, ha ottenuto 36 seggi su 61 ma si trova a dover risolvere parecchi problemi.

Primo fra tutti la disoccupazione che arriva al 27 per cento. La sfida maggiore è risolvere la disoccupazione giovanile: la popolazione sotto i 35 anni, ha un tasso che supera il 40 per cento. Sono coloro che hanno votato l’UDC e contano su Duma che ha promesso 400 mila posti di lavoro entro i prossimi 5 anni.

Debswana Jwaneng Mine miniera diamanti Botswana
Botswana, la miniera di diamanti Debswana Jwaneng Mine (Courtesy Google Maps)

Diversificare l’economia

La crisi dell’industria diamantifera ha confermato che è necessaria la diversificazione economica. Nei piani di Duma ci sono progetti per aumentare la partecipazione statale nelle vendite diamantifere e l’acquisto di quote maggiorate su De Beers oltre a investimenti in altri settori.

Tra i programmi del neo presidente c’è anche anche la creazione di partnership internazionali. Ma secondo gli osservatori, per stabilizzare la grave situazione attuale sono necessarie riforme nella governance del settore statale e una gestione trasparente del denaro pubblico.

Duma Boko sembra avere tutti i numeri per risolvere i problemi del Paese e ha l’appoggio dei giovani. Vediamo cosa avrà ottenuto alla fine del suo mandato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Bracconieri in azione in Botswana: i rinoceronti rischiano l’estinzione per il ricco mercato delle corna in Cina

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Dura accusa delle Nazioni Unite: “A Gaza è genocidio”

Spaciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
16 settembre 2025

Dopo 77 anni di colonialismo, un numero di vittime incalcolabili, e più di 65 mila morti dal 7 ottobre 2023, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est e Israele (Coi), ha presentato il rapporto che definisce “genocidio” la violenta e aggressiva politica israeliana a Gaza e Cisgiordania.

“Le autorità e le forze israeliane hanno commesso e stanno continuando a commettere genocidio nei confronti della popolazione palestinese di Gaza”, hanno dichiarato i commissari durante la 60ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

La commissione ONU conferma quello che scriviamo da due anni: abbiamo parlato dei crimini di Hamas. Ma nessun crimine, per quanto grave, giustifica uno sterminio di massa o un genocidio.

“Esistono motivi ragionevoli per affermare che le forze e le autorità israeliane hanno commesso quattro atti proibiti dalla Convenzione sul genocidio, ossia: uccidere membri del gruppo, infliggere loro gravi danni fisici o mentali, imporre deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale, imporre misure volte a impedire le nascite”, denuncia la Commissione di inchiesta.

La reazione ai crimini del 7 ottobre non può essere la pulizia etnica. Rispondere all’atrocità con un massacro significa calpestare il diritto internazionale e abbandonare gli stessi valori della convenzione sul genocidio, creati per proteggere tutti senza discriminazioni.

Nessuno potrà dire di non sapere

Grazie ai giornalisti palestinesi, oggi il mondo ha a disposizione prove inconfutabili che condannano Israele: “Le autorità e le forze israeliane hanno avuto e continuano ad avere l’intento genocidario di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione palestinese della Striscia di Gaza”, si legge nel rapporto.

L’impunità con cui i ministri del governo sionista hanno pubblicamente ammesso il loro progetto coloniale “costituiscono testimonianze dirette dell’intento genocidario, mentre il modello di condotta delle forze israeliane fornisce prove indirette sufficienti a farne derivare come unica deduzione ragionevole l’esistenza di tale intento”, afferma l’Onu.

La politica colonialista genocidaria sta cancellando anche quello che rimane di West Bank. Lo stesso intento di distruggere il popolo occupato potrebbe estendersi “al resto del Territorio palestinese, ossia alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est”, riporta il documento.

Questa non è una guerra. Un esercito occupante che cancella dalla faccia della terra una popolazione intera si chiama genocidio.

Valentina Vergani Gavoni
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Qatar: “Basta svendere la nostra dignità. Fermiamo Israele”

Spaciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
16 settembre 2025

Il delirio di onnipotenza, che guida le politiche colonialiste di Israele e Stati Uniti, sta destabilizzando l’equilibrio geopolitico mondiale. L’impunità con cui viene applicata la legge del più forte contro il più debole, nonostante gli interessi economici in questione, sta però generando un effetto boomerang.

Come riporta il quotidiano qatariota Al Arab, Doha risponde all’aggressione israeliana invocando una resistenza internazionale al tentativo di egemonia militare sionista.

“Gli Stati del Golfo e il Consiglio di Cooperazione devono prendere misure immediate e pratiche: rescindere gli accordi di sicurezza con Tel Aviv, ritirare gli ambasciatori, imporre sanzioni economiche e diplomatiche e chiudere lo spazio aereo e i porti a qualsiasi attività israeliana. Questo non è un gioco politico, ma una lotta per il destino. Procrastinare è un crimine di per sé”, si legge nell’articolo.

Quotidiano del Qatar “Al Arab” del 14 settembre 2025

L’appello è rivolto a tutti i Paesi: “Il mondo è chiamato a condannare esplicitamente e ad adottare misure concrete”. Per il Qatar occorre “una chiara dichiarazione esecutiva, che includa misure tangibili, che isolino questa entità sionista politicamente, economicamente e diplomaticamente fino a quando non ritiri le sue politiche terroristiche. Il conflitto non è più limitato a Gaza; anzi, si è esteso”, riporta il quotidiano Al Arab.

“La storia lo richiede a gran voce ora. Il popolo non può più tollerare umiliazioni e degradazioni, e la rabbia sta montando nelle strade. Nessuna condanna senza azione, nessuna dichiarazione senza attuazione, a meno che non vengano prese decisioni coraggiose e convincenti a livello diplomatico, economico e politico”.

No alla corruzione

È ormai evidente a tutti che nessuno ha davvero la forza, o il potere, di fermare il genocidio ma “la salvezza risiede nelle nazioni che sanno stare al fianco del loro popolo e non svendere la loro dignità”. Parole, tradotte in italiano da Africa ExPress, che sembrano essere un messaggio esplicito rivolto a chi per anni ha preferito preservare i propri interessi economici a discapito di quelli dei cittadini.

“La solidarietà globale senza precedenti con il Qatar riflette la sua posizione regionale. La comunità internazionale ha dimostrato un sostegno senza precedenti di fronte alla palese aggressione israeliana che ha recentemente preso di mira le sedi residenziali di diversi leader di Hamas a Doha – afferma l’autorità qatariota e aggiunge – Questo attacco costituisce un precedente pericoloso e un importante punto di svolta non solo per la causa palestinese, ma anche per gli sviluppi politici dell’intera regione”.

Il supporto del mondo intero all’emirato “costituisce anche una chiara condanna delle pratiche criminali dell’entità israeliana, che violano ripetutamente il diritto internazionale e minano gli sforzi di pace nella regione”, come riportato dal quotidiano.

Rivelazioni sull’attacco a Doha

Il quotidiano israeliano Daderech riporta nuove informazioni sull’operazione militare di Israele: “Il Wall Street Journal ha rivelato nuovi dettagli sullo storico attacco al Qatar, apparentemente fallito, in merito all’utilizzo di missili balistici aviotrasportati lanciati da caccia per cercare di colpire l’obiettivo senza entrare nello spazio aereo dei paesi arabi. Secondo un articolo del quotidiano, basato su fonti americane, otto F-15 e quattro aerei stealth F-35 si sono diretti verso il Mar Rosso, a sud anziché a est, in direzione del Qatar, e da lì hanno lanciato missili balistici aviotrasportati che hanno sorvolato i cieli dell’Arabia Saudita”.

Quotidiano israeliano “Daderech” del 14 settembre 2025

Lanciando i missili dal Mar Rosso “Israele voleva evitare accuse di violazione dello spazio aereo saudita. I funzionari sauditi hanno condannato l’attacco, senza però commentare ufficialmente il fatto che i missili abbiano sorvolato il suo territorio”, riporta il quotidiano israeliano Daderech.

Fratture interne

Alcune fonti hanno riferito al Washington Post che “il capo del Mossad, Dadi Barnea, si è opposto all’assassinio di importanti figure di Hamas in Qatar per diverse ragioni, tra cui il fatto che un’azione del genere avrebbe potuto causare una frattura nei rapporti tra lui e la sua organizzazione”.

“Il Mossad non era pronto a condurre l’operazione sul campo”, ha detto un israeliano al quotidiano americano, aggiungendo che l’agenzia vedeva il Qatar come un importante mediatore.

USA unico vero alleato

In un’intervista al sito web saudita Elaaf, il ministro dell’Energia e membro del gabinetto politico e di sicurezza israeliano Eli Cohen ha dichiarato: “Posso dire che Israele e gli Stati Uniti si sono sicuramente coordinati. Gli Stati Uniti sono il nostro più grande alleato. Gli Stati Uniti sono un fattore molto importante, soprattutto il presidente Trump, che promuove la stabilità in Medio Oriente. Durante i suoi mandati, sia quello precedente che quello attuale, la portata delle guerre è stata minore e non ho dubbi che nuovi accordi di pace saranno firmati durante il suo attuale mandato”, riporta il giornale.

Gli è stato nuovamente chiesto se gli Stati Uniti fossero stati informati in anticipo dell’operazione e ha risposto: “Ci sono cose che non possono essere discusse in dettaglio. Diciamo che hanno ricevuto un’informativa generale. Non abbiamo detto loro: ‘Lo faremo ora’ – ha poi continuato affermando che – il Qatar sta danneggiando la stabilità regionale. In Medio Oriente, esiste una base comune tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e altri Paesi che desiderano stabilità e prosperità. Il Qatar è un Paese legato ai Fratelli Musulmani. Non è solo un nemico di Israele, ma un nemico dell’intero asse islamico moderato”.

 

Valentina Vergani Gavoni
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Pioggia dorata per Tanzania e Kenya ai mondiali di Tokio

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
15 settembre 2025

Sotto il cielo pallido di un’alba soffocante, a Tokyo, è brillata la prima stella dell’atletica tanzaniana. Al termine di una delle maratone dal finale più incredibile della storia, per la prima volta si è coperto d’oro Alphonce Felix Simbu, nato 33 anni fa a Singida, città di circa 100 mila abitanti della Tanzania Centrale, con popolazione principalmente di etnia Nyaturu.

C’è voluto il fotofinish per determinare il vincitore, che per soli 3 centesimi di secondo, dopo  42,195 km di corsa,  è entrato nella storia del suo Paese.

Prima vittoria tanzaniana

Mai un tanzaniano si era aggiudicato l’oro nella maratona maschile. È avvenuto nella notte italiana fra il 14 e il 15 settembre, ai “Campionati mondiali di atletica leggera di Tokyo 25”, (in svolgimento dal 13 al 21 settembre), terzo giorno d’oro per i corridori africani, ma anche con una debacle.

Alphonce Felix Simbu, tanzaniano, medaglia d’oro ai mondiali di atletica a Tokio

“Oggi è festa in Tanzania”, ha commentato il neo iridato. “Abbiamo scritto una nuova storia come Paese. Era il mio sogno. Sono in pace. Occorre disciplina, allenamento e non arrendersi mai. Dopo il 2017 ho cercato di vincere un’altra medaglia, ma non ci sono riuscito. L’anno scorso Parigi è stata una sfida e quest’anno mi sono detto: farò del mio meglio. Ho fatto diversi tipi di allenamento in diverse condizioni meteorologiche.”

Auguri presidenziali

E a fare meglio lo aveva sollecitato perfino la più alta carica dello Stato. “Congratulazioni, con la tua vittoria in 2 ore 9 minuti e 48 secondi hai scritto un nuovo capitolo nella nostra storia. Quando in aprile avevi conquistato l’argento alla maratona di Boston, ti avevo sollecitato a fare di più, ora ce l’hai fatta. Sei un esempio per chi ti segue, continua così”, ha subito scritto su Instagram Samia Suluhu Hassan, 65 anni, la presidentessa della Repubblica Unita di Tanzania (carica che ricopre dal 2021, dopo la morte di Jhon Magufuli).

In effetti, un successo così risicato non si era mai visto, tanto che al secondo classificato, il tedesco Amanol Petros, è stato attribuito lo stesso tempo del vincitore.

Bronzo per l’Italia

Doveroso ricordare anche la fenomenale prestazione del terzo arrivato, il nostro Iliass Aouani, 29 anni, ingegnere italiano con sangue marocchino, che ha riportato l’Italia sul podio dopo 22 anni nella maratona mondiale. Questa maratona in effetti è stata durissima anche per il clima umido e soffocante della capitale giapponese con gli atleti che si rinfrescavano con ghiaccio e spugne, passandosele anche l’un l’altro.

Basti dire che di 88 concorrenti ben 22 non sono giunti al traguardo. Entrambe le maratone alle ore 00:30 italiane, le ore 7:30 locali, con un anticipo di 30 minuti rispetto all’orario originale a causa delle infauste previsioni meteo : 28 gradi.

La donna più veloce è keniana

Nonostante tutto, anche la gara femminile si è conclusa con uno sprint mozzafiato.

La keniana Peres Jepchirchir vincitrice della maratona femminile a Tokio

A spuntarla è stata, per appena 2 secondi, la keniana Peres Jepchirchir, 31 anni, campionessa olimpica di Tokyo 2020, che ha chiuso in 2h 24’ 43” conquistando il suo primo titolo mondiale sulla distanza. Battuta la primatista del mondo l’etiope Tigist Assefa, (2h24’45”), proprio come le era accaduto alle Olimpiadi di Parigi 2024. Per lei, seconda amarissima delusione consecutiva.

E’ stato comunque uno spettacolo emozionante vedere le due donne che dopo aver duellato per quasi 42 km sono entrate insieme nello Stadio Nazionale del Giappone, impegnate fino allo spasimo in un testa a testa per il titolo iridato.

Ennesimo successo

“Sono tanto felice. Faceva così caldo. Ma ce l’ho fatta. Non è stato facile. Quando sono entrata allo stadio, ho ricevuto molta energia dai tifosi. A 100 metri, quando ho visto il traguardo, mi sono detta: proviamo a vedere se riesco a vincere. Ringrazio Dio di esserci riuscita”, ha raccontato Jepchirchir.

Per lei si tratta dell’ennesimo grande successo. Dopo il titolo olimpico ’20, tre campionati del mondo di mezza maratona, e dopo aver primeggiato  a Londra, Boston e NY (3 cosiddette major), arriva anche il suggello di questo titolo. “Oro, oro, tutto fu oro, oro pieno, oro zecchino, oro bello, oro giallo”, ha scritto Carlo Emilio Gadda.

Piedi alati

La sete dell’oro delle kenyane dai piedi alati si è saziata ancora con un’altra corsa durissima: i 10mila metri, la prima finale su pista sviluppatasi il 13 settembre. Ad aggiungere metallo pregiato al suo già prezioso bottino in carriera è stata Beatrice Chebet, 25 anni, dominatrice in 30:37:68.

La Chebet è campionessa dei 5 e 10 mila metri, detentrice del primato mondiale sulle medesime distanze. Ora mira a fare la doppietta a Tokyo sui 5 km il 20 settembre. Ed è tanto più soddisfatta, in quanto in quel di Nairobi non festeggiavano un trionfo simile sui 10 mila dal 2015! Intanto intasca sia il premio del successo (70mila dollari per l’oro) sia i 3 milioni di scellini (oltre 23 mila dollari) promessi dal Governo.

Supersconfitta etiope

Anche in questa competizione, però, a starle alle calcagna è stata l’italiana Nadia Battocletti, 25 anni, campionessa europea, ormai entrata nell’Olimpo delle grandi runner.

La supersconfitta è stata l’etiope di Macallè, Gudaf Tsegay, 28 anni, che detiene il record del mondo sui 5 mila, non in grado di difendere il titolo conquistato due anni fa. Si è dovuta accontentare del bronzo.

Medaglia d’oro per il francese Jimmy Gressier sui 10.000 metri

Però… però – come si dice – ogni medaglia ha il suo rovescio. E un memorabile rovescio per lo sport africano si è verificato nei 10 mila metri maschili. Una sconfitta sonante, la terza in tanti decenni di dominio assoluto, inflitta dal francese Jimmy Gressier, 28 anni, che ha sorpreso tutti arrivando primo in 28:55.77.

A poca distanza dal traguardo, Gressier è emerso dal gruppo e ha beffato per un pelo (28:55.83), l’etiope Yomif Kejelcha, suo coetaneo. Terzo lo svedese Andreas Almgren, solo quarto il kenyano Ishmael Rokitto, 20 anni, e sesto il più titolato etiope Selemon Barega, 25, campione olimpico proprio a Tokio 5 anni fa. Ishamel, originario di Baringo, è uno dei giovani emergenti sulle lunghe e medie distanze, ma che non trascura gli studi. Per arrivare in classe entro le 6, speso parte di casa alle 4 del mattino e si fa strada con la luce di una torcia.

Per i corridori che vengono dagli altipiani dell’Africa una sconfitta su cui riflettere. Ora la vecchia Europa fa concorrenza anche nei pascoli un tempo a lei vietati.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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