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Guerra in Sudan: mercenari ucraini e colombiani uccisi nel Nord-Darfur

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 ottobre 2025

Pochi giorni fa l’esercito di Khartoum ha fatto sapere di aver ucciso combattenti stranieri (leggasi mercenari) colombiani e ucraini. I militari regolari sostengono di aver teso un’imboscata ai soldati di ventura.

Tiratori scelti e specializzati in droni

In un comunicato della 6° divisione di fanteria dell’esercito sudanese, è stato specificato che i foreign fighters cercavano di raggiungere i palazzi più alti della città. Secondo SAF, alcuni soldati di ventura sarebbero specializzati in ingegneria di sistemi e droni, mentre altri sarebbero tiratori scelti. Nella nota è stato poi aggiunto che, durante altri scontri a est a El Fasher, sono stati uccisi anche parecchi paramilitari delle RSF. Il capoluogo del Nord-Darfur è sotto assedio dallo scorso anno.

Colombiani reclutati da EAU

La presenza di mercenari colombiani non è una novità. Sono apparsi per la prima volta alla fine dello scorso anno mentre tentavano di entrare dal deserto libico in Sudan per combattere accanto alle Rapid Support Forces. Anche allora erano caduti in un’imboscata tesa da milizie che sostengono l’esercito di Khartoum.

I colombiani erano stati reclutati da una società facente capo agli Emirati Arabi Uniti. Eppure Abu Dhabi ha sempre negato e nega ancora di supportare le RFS.

SAF sostiene di aver ucciso mercenari ucraini e colombiani a Al Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale

In passato forze speciali di Kiev hanno combattuto accanto all’esercito di al-Burhan a Khartoum per sconfiggere i paramilitari di Wagner, allora ancora molto attivi in Sudan accanto alle RSF. Nel 2023, in occasione di un viaggio in Sudan, il potente ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, era riuscito a strappare il via libera per la costruzione una base navale per le forze armate di Mosca a Port Sudan. Si tratta di un progetto molto importante per la Russia, che da tempo tenta di rafforzare la propria presenza nel Mar Rosso. Da allora non si è più sentito parlare degli uomini di Wagner nel Paese.

Finora la presenza dei mercenari ucraini non è stata confermata o smentita da altre fonti.

Nord-Darfur al centro dei combattimenti

Il Sudan è sempre nella morsa del terribile conflitto interno, iniziato nell’aprile 2023, tra le RFS, capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti,” e le Forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, leader del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan.

Nell’ex protettorato anglo-egiziano si sta consumando la peggiore catastrofe umanitaria al mondo. Si stima che solo durante i combattimenti siano morte decine e decine di migliaia di persone, molte altre hanno perso la vita a causa di malattie, come colera, malaria, dengue e fame.

Basti pensare che negli ultimi 40 giorni ben 95 sfollati – tra loro 73 bambini – sono morti proprio per mancanza di cibo e malattie nel campo di Abu Shouck, nelle vicinanze di El Fasher, capoluogo del Nord-Darfur. Erano scappati dalla città, per cercare protezione e sicurezza nel sito destinato a coloro che hanno dovuto lasciare le proprie casa per i continui combattimenti.

Nord-Darfur: la popolazione allo stremo

La situazione nel Nord-Darfur peggiora di giorno in giorno. A El Fasher mancano i servizi essenziali, assistenza sanitaria, non c’è acqua potabile e tantomeno cibo. Da tempo i convogli umanitari non riescono più a entrare nell’area.

Un disastro umanitario e sanitario a tutto campo, i corpi sono sparsi ovunque nelle strade della città e delle periferie. In questo angolo di mondo persino una degna sepoltura è diventato un lusso.

Secondo le Nazioni Unite, lo scorso mese nel capoluogo del Nord-Darfur, durante gli attacchi delle RSF, sono state uccise 91 persone. I combattimenti tra gli uomini di Hemetti e SAF si sono intensificati nei dintorni della città, ancora sotto controllo dei militari regolari e dei loro alleati, noti come Forze congiunte.

Atrocità a sfondo etnico

Volker Türk, alto commissario dell’ONU per i Diritti Umani, due giorni fa ha chiesto interventi urgenti per prevenire attacchi su larga scala e atrocità a sfondo etnico a El Fasher.

Per il momento nessuno delle parti in causa sembra voler mettere un punto finale a questa guerra,

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mercenari colombiani combattono in Sudan con gli ex janjaweed

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Madagascar nel caos: imponenti manifestazioni per costringere il presidente alle dimissioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 ottobre 2025

A Antananarivo, capitale del Madagscar, dal 25 settembre le manifestazioni non si fermano. Anche oggi studenti, artisti e sindacati si sono dati appuntamento nelle strade e nelle  piazze per chiedere le dimissioni del presidente Andry Rajoelina, al potere dal 2018.

In precedenza, dopo un colpo di Stato militare, il 51enne Rajoelina, aveva già occupato la poltrona più ambita dal 2009 al 2014.

Interruzioni acqua e corrente

Le proteste sono iniziate a cause delle continue e prolungate interruzioni di acqua corrente e elettricità. I primi giorni le forze dell’ordine non hanno esitato a sparare con pallottole vere contro i manifestanti. E, secondo quanto sostenuto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, sarebbero morte almeno 22 persone e i feriti sarebbero oltre cento.

Madagascar: proteste dei GEN Z

Le dimostrazioni pacifiche dei giovani sono sfociate poi in saccheggi di banche e negozi. Si suppone che le violenze siano scoppiate dopo l’infiltrazione di casseur, persone che si distinguono per comportamenti violenti e vandalici durante manifestazioni.

Violenze, saccheggi, morti

Tra le vittime dei primi giorni di protesta, non solo manifestanti, ma anche passanti e un vigilantes di un ufficio postale, è stato colpito alla testa da una pallottola.

L’allora primo ministro, Christian Ntsay  – poi silurato dal presidente insieme a tutto il governo lunedì scorso – aveva imposto un coprifuoco dalla ore 19.00 alle 05.00 su tutto il territorio nazionale. Ora la misura è ancora in vigore, ma l’orario è stato ridotto.

Le proteste si sono estese anche in altre città dell’isola Stato, come Diego Suarez, chiamata anche la Perla del nord e capoluogo della regione Diana, dove sono morte due persone durante le dimostrazioni.

Turismo

La Farnesina sconsiglia i viaggi in Madagascar, eccezion fatta per Nosy Be (ambita meta turistica che si trova ugualmente nella regione Diana), mentre governi come Francia, Germania e altri hanno esteso l’allerta in tutto il territorio malgascio.

Spiagge in Madagascar

Il Madagascar è una meta turistica molto gettonata per le sue spiagge incontaminate, la flora (12.000 piante native sull’Isola cui l’80 per cento è endemico, tra queste anche molte erbe medicinali) e la fauna, uniche al mondo.

Povertà

Il Paese è tra più poveri del pianeta. Secondo i dati della Banca Mondiale, il reddito annuo pro capite è passato da 459 dollari a 448 dollari nel 2023, e la povertà urbana è aumentata notevolmente nell’ultimo decennio (+ 31 per cento).

Sempre in base alla BM, il tasso di disoccupazione sarebbe del 3 per cento e quello dei giovani tra i 15 e 24 anni del 5,5. Tuttavia, secondo molti economisti, i dati andrebbero presi con grande cautela, visto che molti lavoratori sono precari e, inoltre, tanti malgasci sopravvivono solamente grazie al commercio informale.

Il Madagascar è tra i Paesi più poveri al mondo

Va poi sottolineato che ogni anno 400 000 giovani entrano nel mercato del lavoro, la maggior parte dei quali senza alcuna formazione.

Lo scioglimento del governo e le promesse per un cambiamento, fatte dal presidente in occasione di un discorso alla nazione, trasmesso dal canale televisivo principale lunedì scorso, non ha placato l’ira dei giovani della Gen Z.

Un giovane influencer ha dichiarato ai giornalisti: “Mi alzo in piedi, non mi nascondo più, come del resto tutti noi del movimento. Secondo il capo dello Stato ‘È il popolo che conferisce il potere’. E noi diciamo: ora è il popolo che riprende il potere perché non possiamo più tollerare questa situazione”.

Centinaia di giovani sono arrivati anche da lontane periferie di Antananarivo. “Abbiamo percorso 30 chilometri a piedi. Lo Stato deve capire il nostro malcontento; non siamo più con loro”, hanno sottolineato alcuni di loro.

Durante le manifestazioni odierne a Antananarivo la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti, che hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine.

Il presidente Rajoelina durante una diretta Facebook di questa mattina ha affermato che giovani manifestanti sarebbero manipolati. “Alcuni Paesi e agenzie – ha sentenziato – hanno finanziato questo movimento per estromettermi, non attraverso le elezioni, ma per profitto, per prendere il potere come in altri nazioni africane”. Il capo di Stato non ha però spiegato di quali quali Paesi o agenzie si tratta.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Israele: perché nessuno arresta Netanyahu?

Speciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
2 ottobre 2025

Il diritto internazionale si sofferma sui crimini di guerra commessi da uno o più Stati sovrani, ma non prende in considerazione il metodo con cui vengono commessi.

L’errore più comune che molti fanno è paragonare il sionismo al nazismo, mettendo a confronto le due ideologie. C’è però un’enorme differenza che distingue la politica sionista da quella nazista: l’estorsione del consenso fondato sul beneficio del crimine, indotto dall’abuso psicologico per mezzo della falsificazione storica.

I sionisti hanno letteralmente cancellato dalla narrazione occidentale la storia, negando fatti e prove inconfutabili. Esattamente come stanno negando il genocidio, oggi, davanti a tutto il mondo.

Solo grazie a una ricostruzione accademica della realtà, precedente alla Shoah, è possibile identificare il metodo con cui hanno legittimato il colonialismo in Medio Oriente.

Ebrei vittime dell’abuso psicologico

In un’intervista riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, lo storico e docente di Oxford Avi Shlaim racconta come è stato manipolato dai sionisti e in che modo è riuscito a riconoscere l’abuso psicologico: “A scuola ho imparato la versione sionista del conflitto e l’ho accettata senza riserve. Ero un israeliano patriottico; avevo fiducia nella giustezza della nostra causa. Pensavamo a Israele come a un piccolo Paese amante della pace, circondato da arabi ostili che volevano spingerci in mare. Credevo che non avessimo altra scelta che combattere”.

Avi Shlaim, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni del 1967, fece domanda all’ambasciata israeliana a Londra per arruolarsi: “Mi sentivo parte del Progetto sionista. Volevo tornare e partecipare alla guerra che tutti sapevamo sarebbe arrivata”.

All’epoca era ancora uno studente di Cambridge. Ed è stata proprio l’università londinese ad avvicinare Avi Shlaim al sionismo. Ma le sue origini irachene non sono sioniste. Era nato infatti a Baghdad nel 1945 in una famiglia ebrea benestante e ben radicata, che si sentiva parte del mondo arabo.

“Eravamo prima iracheni, poi ebrei. A casa parlavamo solo arabo. La comunità ebraica era fortemente integrata nella società locale. La mia famiglia aveva molti amici cristiani e musulmani. Quando chiesi se avessimo amici sionisti, mi dissero di no, perché non facevano parte del nostro mondo”, spiega.

“La mia famiglia non è mai stata sionista. Il sionismo era un movimento di ebrei europei ed era destinato a loro. I suoi dirigenti non si sono mai interessati agli ebrei del mondo arabo. Consideravano il mondo arabo primitivo e culturalmente inferiore. Solo dopo l’olocausto il movimento sionista iniziò a cercare ebrei ovunque, incluso il mondo arabo. La mia famiglia non aveva alcun interesse per Israele e non voleva andarci”, si legge nell’intervista pubblicata dal quotidiano israeliano.

Immigrazione forzata in Palestina

Molte furono le strategie per estorcere il consenso degli ebrei e convincerli a emigrare verso la Palestina.

Forza di intimidazione, assoggettamento e omertà, sono i tre elementi costitutivi del colonialismo in Medio Oriente. Le prime vittime sono gli ebrei. Tanti non sono nemmeno consapevoli di esserlo perché i fatti storici vengono continuamente omessi dalla memoria.

Tra il 1950 e il 1951, una serie di attentati contro i siti ebraici a Baghdad furono determinanti per l’esodo di massa nel nuovo Stato sionista.

Baghdad, tra il1950 e il 1951

Il giornalista di Haaretz chiede quindi se è vero che gli attentatori fossero in realtà ebrei inviati dal Mossad per seminare paura e incoraggiare l’immigrazione: “Israele ha negato fermamente quelle voci e due commissioni d’inchiesta l’hanno scagionata da qualsiasi coinvolgimento”, afferma Avi Shlaim. Ma aggiunge: “Nella mia ricerca mi sono imbattuto in prove che indicavano chiaramente il coinvolgimento israeliano in quegli attentati”.

Manipolazione collettiva

I sionisti hanno falsificato la realtà storica per mezzo di un metodo che oggi è visibile a chiunque. Qualunque individuo – civile o rappresentante di un’istituzione – che osa ostacolare il progetto di espansione coloniale del Gande Israele, è vittima di ripercussioni economiche, politiche e militari gravissime.

Il terrore che chiunque possa diventare un “palestinese” da eliminare è reale. Quello che accade in Palestina può succedere ovunque, se Stati Uniti e Israele decidono di farlo.

L’esistenza dell’entità sionista è legittimata da una pseudo guerra razzista tra il mondo “civilizzato” contro gli “incivili da civilizzare”, così l’Occidente tutela il diritto all’autodifesa della colonia statunitense in Palestina: “Abbiamo lasciato l’Iraq da ebrei e siamo arrivati ​​in Israele da iracheni. Abbiamo perso la nostra considerevole ricchezza, il nostro elevato status sociale e il nostro fiducioso senso di orgoglio per la nostra identità di ebrei iracheni. Una volta in Israele, siamo stati sottoposti a un processo sistematico di de-arabizzazione e catapultati in un Paese straniero, dominato dagli Ashkenaziti (ebrei europei, ndr)”, racconta ancora Avi Shlaim.

Verità storica

Dopo il servizio militare si è trasferito in Inghilterra, dove vive dal 1996. Ha sposato una psicoterapeuta, Gwyn Daniel, e con lei ha iniziato a comprendere di essere vittima di un abuso psicologico: “Gwyn ed io concordiamo sul fatto che la Dichiarazione Balfour fosse un classico documento coloniale: ignorava i diritti e le aspirazioni del 90% della popolazione, che era palestinese. Anche dal punto di vista dell’interesse nazionale della Gran Bretagna, fu un colossale errore strategico”.

Dichiarazione Balfour

Lloyd George, all’epoca primo ministro del Regno Unito, “allineò la politica estera britannica a un piccolo gruppo di sionisti che circondava Chaim Weizmann (un dirigente sionista che fu il primo presidente di Israele), contro la volontà della comunità ebraica dominante in Gran Bretagna, e di molti degli ebrei nativi in ​​Palestina all’epoca”, continua Avi Shlaim.

“La semplice verità è che Israele iniziò la sua vita come movimento coloniale di insediamento – commenta lo storico e continua – Durante la guerra del 1948, Israele perseguì una pulizia etnica in Palestina. Nel giugno del 1967, Israele completò con la forza militare la conquista di tutta la Palestina storica. Quell’occupazione alla fine trasformò Israele in uno Stato di apartheid. I palestinesi furono le vittime del Progetto Sionista“.

Ricostruzione della memoria

Shlaim ha studiato storia a Cambridge, ha insegnato a Reading ed è diventato professore a Oxford. Solo grazie a una rigorosa ricerca accademica ha smascherato tutte le menzogne tramandate di generazione in generazione. Nel 1982 non si aspettava di trovare negli archivi di Stato israeliani a Gerusalemme una verità che avrebbe profondamente cambiato la sua visione del mondo.

“Per un anno intero ho letto documenti dalla mattina fino all’orario di chiusura. È stato allora che mi sono radicalizzato. Da sionista patriota sono diventato sempre più critico nei confronti di Israele e dell’occupazione, fino a quando non sono più riuscito a identificarmi con essa”, afferma.

“Quello che ho letto lì non corrispondeva a ciò che mi era stato insegnato a scuola: che gli ebrei erano sempre vittime; che Israele era sempre la vittima; che il 1948 era un genocidio mirato a gettare gli ebrei in mare; che eravamo pochi contro molti; che il mondo arabo era unito contro di noi; e che i dirigenti israeliani cercavano di fare la pace ma non avevano alcun alleato dalla parte araba. Credevo a tutto questo, ma negli archivi ho trovato una verità diversa. Il quadro che ne è emerso era completamente in contrasto con la storia ufficiale. I documenti che ho scoperto erano scioccanti, sorprendenti e stimolanti”, spiega Avi Shlaim.

Confronto tra realtà e menzogne

“A scuola ho imparato che tutti gli arabi rifiutavano il Progetto Sionista e che sette eserciti arabi avevano invaso la Palestina nel 1948 per distruggere lo Stato ebraico sul nascere. Ma ho trovato documenti sugli incontri segreti tra Re Abdullah (Re di Giordania) e l’Agenzia Ebraica, a partire dal 1921, e prove di un dialogo e di una cooperazione di lunga data”, commenta lo storico.

“Abdullah non smise di parlare con gli ebrei fino al suo assassinio nel 1951. C’era di più: il presidente siriano Husni al-Za’im voleva incontrare David Ben-Gurion faccia a faccia, scambiare ambasciatori e normalizzare le relazioni. Aveva delle richieste, sì, ma Ben-Gurion si rifiutò di incontrarlo. Il divario tra la mitologia sionista e la realtà storica è ciò che mi ha reso un ‘nuovo storico’ – racconta e aggiunge – Israele non ha mai veramente voluto appartenere al Medio Oriente. Si considera un Paese dell’Europa occidentale”.

“Gli ebrei Mizrahi (di origine mediorientale) avrebbero potuto essere un ponte tra Israele e il mondo arabo, ma i dirigenti sionisti non hanno mai voluto quel ponte. Herzl (padre fondatore del sionismo) immaginava lo Stato Ebraico in contrasto con la barbarie orientale. Lo stesso vale per Ben-Gurion e Netanyahu, che incarnano l’alienazione e il rifiuto di far parte della regione, nonché una mancanza di interesse per la coesistenza”, sottolinea.

“Nessuna nazione ha il ‘diritto all’esistenza’ secondo il Diritto Internazionale e Israele non fa eccezione. Il ‘diritto all’esistenza’ di Israele non è un diritto legale, ma uno slogan ideologico ed emotivamente carico”, riporta il quotidiano israeliano. “Dal 1967 Israele ha politicizzato e strumentalizzato l’espressione per ostacolare i colloqui di pace e diffamare come antisemiti coloro che si rifiutano di riconoscere il diritto”.

Nell’intervista pubblicata da Haaretz si legge: “La fondazione dello Stato di Israele era legata a una grande ingiustizia nei confronti dei palestinesi. I funzionari britannici ne erano amareggiati. Il 2 giugno 1948, un alto funzionario del ministero degli Esteri scrisse al ministro degli Esteri, Ernest Bevin, che gli americani erano responsabili della creazione di uno ‘Stato criminale’ guidato da un gruppo di autocrati totalmente senza scrupoli’. Una volta pensai che quelle parole fossero troppo dure. Ma a quanto pare ciò che inizia in modo disonesto, rimane disonesto”, conclude Avi Shlaim.

Sionismo: le due facce della stessa medaglia

Il sionismo, però, ha due volti: quello estremista di Trump e Netanyahu, e un altro più moderato che si nasconde dietro alla maschera della civiltà occidentale democratica e liberale.

Mentre i sionisti cattivi fanno “il lavoro sporco”, come ha dichiarato il primo ministro israeliano all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 26 settembre 2025, quelli buoni fingono di riconoscere uno Stato palestinese che non avrà mai di fatto il diritto all’autodeterminazione, smilitarizzato e guidato da un governo fantoccio stabilito dall’Occidente.

Con la scusa di Hamas e il pericolo che rappresenta per l’esistenza di uno Stato sionista in Medio Oriente, entrambi – sionisti estremisti e moderati – continuano a legittimare i propri interessi economici.

Mentre da una parte il governo di estrema destra israeliano mira ha eliminare il partito politico di resistenza palestinese, dall’altra la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e la Commissione europea hanno annunciato in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, la firma con l’Autorità monetaria palestinese (PMA) di una linea di credito da 400 milioni di euro volta a sostenere la ripresa economica e la resilienza del settore privato in Palestina.

Il progetto economico

Il finanziamento della BEI sarà veicolato attraverso banche partner e istituti di microfinanza locali che potranno offrire prestiti a condizioni favorevoli alle imprese ammissibili.

Con una concessione complessiva fino a 1,6 miliardi di euro per il periodo 2025-2027, il programma prevede 620 milioni di euro in sovvenzioni a sostegno dell’Autorità monetaria palestinese, 580 milioni di euro destinati a progetti concreti per promuovere la resilienza e favorire della ripresa in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (laddove le condizioni lo consentano), e la linea di credito della BEI da 400 milioni di euro, garantita dalla Commissione europea, a sostegno del settore privato palestinese.

“La stabilità economica e finanziaria della Palestina è una priorità per l’Unione europea e fa parte del nostro impegno per una pace duratura e sostenibile, fondata sulla soluzione a due Stati,” ha affermato la presidente del Gruppo BEI Nadia Calviño.

L’alternativa alla totale annessione territoriale sembra quindi perseguire gli stessi interessi coloniali nella regione, recuperando in questo modo il consenso della società civile.

Valentina Vergani Gavoni
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Giorgia Meloni e i tagliagole

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
1° ottobre 2025

La politica italiana ci ha abituato a sfrenate giravolte, a calcolati contorsionismi e ad abbaglianti sorprese, ma questa volta ha stupito anche chi sembrava assuefatto alle esibizioni da avanspettacolo e ai numeri acrobatici del circo del potere.

Da un lato (primo volteggio), visto l’isolamento cui stava avviandosi a passi lunghi e ben distesi sul piano internazionale, la premier Giorgia Meloni ha deciso di passare dal “prematuro riconoscere la Palestina”, al “possiamo riconoscerla a condizione che”. Bene, ma quali sono le condizioni? Che Hamas liberi gli ostaggi e sia garantita l’esclusione del gruppo palestinese dalla gestione del potere nel futuro Stato palestinese.

Ahmed al Sharaa al Julani, il presidente siriano, con Giorgia Meloni a New York

A me sembra un escamotage per cercare di non prendere una decisione chiara sulla questione, per tacitare gli elettori della destra favorevoli al riconoscimento e per non irritare troppo l’amico e alleato Donald Trump.

Condizioni stravaganti

Le condizioni poste da Giorgia Meloni sono piuttosto stravaganti e mostrano una certa ignoranza, per due motivi. Il primo perché il governo dello Stato di Palestina non è formato da elementi di Hamas, ma dall’Autorità Nazionale Palestinese, il cui presidente è Mohamud Abu Mazen.

Il secondo perché escludere Hamas dalla gestione del potere nello Stato Palestinese è piuttosto complicato. Certo si potrebbe chiedere ai futuri padri costituenti della Palestina di includere una clausola che vieti la ricostituzione di Hamas, magari copiandola pedissequamente da quella presente nella Costituzione italiana che vieta la ricostituzione del partito fascista, ma la Meloni è l’esempio vivente di come quella clausola si possa facilmente aggirare.

Veto su Hamas

Il veto della premier su Hamas è completato da una dichiarazione del suo vice, Matteo Salvini, secondo cui: “Riconoscere oggi lo Stato di Palestina, che in parte è sotto controllo dei tagliagole degli stupratori islamici, è una follia, è un suicidio”.

Giusto: con i tagliagole non si parla e tantomeno si dialoga, almeno finché non vengono riabilitati e quindi possono sedersi nel salotto buono accolti sul tappeto rosso.

Come sta succedendo all’ex tagliagole Ahmed al Sharaa al Julani, il presidente siriano fino a pochi mesi fa affiliato ad Al Qaeda, sulla cui testa, dal 2017 al dicembre scorso, gravava una taglia di 10 milioni di dollari.

Corridoio aereo

Ora al Julani è coccolato da Israele che spera di potergli strappare il permesso di utilizzare un corridoio aereo che permetta ai bombardieri con la stella di Davide di raggiungere l’Iran.

Così, pochi giorni fa l’uomo che giustiziava per strada con un colpo alla testa e con un giudizio sommario le donne accusate di adulterio o di prostituzione, il fanatico islamista che aveva istaurato un regime del terrore basato sulla sharia, la legge islamica, è stato ricevuto da Giorgia Meloni a margine dell’assemblea generale dell’ONU.

Senza turbante

Ha lavato le mani grondanti di sangue e voilà, eccolo senza turbante ma in giacca e cravatta nel salotto buono.

Un trionfo della regola del doppio standard: i nostri amici possono essere massacratori e violare leggi e regole (leggi Netanyahu). Il tutto ovviamente severamente vietato ai nostri nemici che devono invece essere sanzionati (leggi Putin).

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X: malberizzi
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Sfila e vien premiata la moda africana al Milano Fashion Week

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Dalla nostra redattrice di moda
Luisa Espanet
Milano, 1° ottobre 2025

La pioggia scrosciante non ha frenato la partecipazione massiccia alla serata del Black Carpet Awards 2025, tenutasi al Teatro Manzoni, durante la Milano Fashion Week.

Promossa da Afro Fashion Association (organizzazione no-profit fondata nel 2015 attiva tra l’Italia e l’Africa subsahariana), con il patrocinio del Comune di Milano e il supporto  di Camera Nazionale della moda italiana, la manifestazione, alla terza edizione, premia chi si è distinto nel mondo della moda per avere promosso la diversità, l’inclusione e l’equità.

A condurre in modo brillante la serata, interamente “parlata” in inglese con solo qualche flash di italiano, Tamu McPherson, fotografa e creativa di origini giamaicane, con vari incarichi tra cui quello di Ambassador di Bulgari.

Madrina dell’edizione, ma presente solo in video, Naomi Campbell, attivista da anni per la rappresentanza e l’equità nel settore moda, bellissima ma quasi irriconoscibile con lunghi capelli diritti.

Dopo il discorso di apertura di Michelle Francine Ngonmo, fondatrice e CEO di Afro Fashion Association, si è subito passati ai premi, suddivisi per categorie.

Michelle Francine Ngonmo

Il primo Culture a chi nel proprio campo guida l’inclusione, Creativity a chi si distingue per visione e impatto creativo globale. Community a chi genera una trasformazione all’interno della propria comunità. Entrepreneurship per chi rinnova modelli di business esclusivi. Legacy a chi costruisce un’eredità inclusiva e duratura.

Ultimi due premi One Time Award 2025  dedicato a Koyo Kouoh, direttrice di uno dei più importanti musei di arte africana recentemente scomparsa. E the New Wave che ha visto premiati dieci nuovi talenti della moda.

Tamu McPherson

Grande l’entusiasmo, spesso commossi i premiati, moltissimi gli applausi, anche troppi i fischi e le grida che sovente impedivano di sentire il nome del premiato, pronunciato dopo la fatidica frase “The winner is…”.

Subito, fortunatamente, appariva la scritta sul video, prima che il premiato arrivasse sul palco.

Luisa Espanet
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Borsa di studio a Milano per giovani fashion designer del Camerun

Genocidio a Gaza e Cisgiordania: “Solo noi palestinesi abbiamo il diritto di scegliere il nostro governo”

Spaciale Per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
29 settembre 2025

Lo Stato di Palestina è riconosciuto da 157 Stati dell’ONU su 193, ma solo esclusivamente alle condizioni occidentali: niente esercito, e con la sola autorità politica concessa dall’Occidente. Esattamente come il post colonialismo in Africa.

Il rischio che la Palestina diventi l’ennesimo “Stato fantoccio” governato da esponenti locali corrotti, che hanno la sola funzione di garantire gli interessi delle ex colonie, è altissimo. E l’Autorità Nazionale Palestinese, creata per collaborare con lo Stato occupante contro ogni forma di resistenza all’occupazione, è oggi l’unica forza politica riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Dopo 77 anni di colonialismo, i palestinesi avrebbero così un governo fantoccio, smilitarizzato, senza il loro consenso. E non diventerebbero mai proprietari della terra che gli appartiene.

Con il cambio dell’amministrazione negli Stati Uniti, che da un sionista moderato come Biden è passata all’estremismo di Trump, il progetto coloniale in Medio Oriente ha subito un’accelerazione senza precedenti.

Molti governi occidentali sono stati costretti a recuperare il consenso del popolo a causa di una condotta politica troppo esplicita, facendo però attenzione a mantenere in equilibrio i rapporti con Israele.

Le dichiarazioni a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina, infatti, non hanno nessun impatto pratico sulla fase finale del progetto coloniale.

Emerge però un conflitto tra il sionismo moderato e quello estremista, portati avanti entrambi con lo stesso obiettivo: prendere il totale controllo della terra palestinese, in un modo o nell’altro.

Intervista a una giornalista palestinese 

Africa ExPress ha intervistato Rawan Odeh, una reporter di ‎تلفزيون فلسطين Palestine TV che lavora sotto occupazione armata, dentro le mura che circondano la Cisgiordania.

A destra Rawan Odeh, giornalista palestinese insieme ai suoi colleghi, durante un servizio televisivo a West Bank

Oggi i giornalisti italiani si sentono più liberi di criticare i governi di destra degli Stati Uniti e di Israele, come se i sionisti di sinistra avessero progetti coloniali più moderati e quindi internazionalmente più accettabili. Cosa ne pensi?

Alla fondazione dello Stato di Israele dopo il mandato britannico, l’ONU ha concesso il diritto di insediare terre ebraiche sulla terra dei palestinesi. I proprietari originali sono stati cacciati dai loro villaggi con la collusione e il finanziamento dei Paesi occidentali, compresa l’America. Il processo di sfollamento continua anche ora a spese del mio popolo.

L’Occidente e gli USA, oltre a società private che hanno effettivamente finanziato insediamenti illegali in Cisgiordania, continuano a supportare economicamente Israele nella sua guerra di sterminio a Gaza.

Il cambiamento politico è iniziato con alcuni governi occidentali, come la Spagna, la cui posizione sul genocidio in corso a Gaza è più esplicita. La portata dei crimini che avvengono nella Striscia ha spinto alcuni di questi governi a criticare certe pratiche portate avanti da Israele, senza però definire questi crimini con il loro nome.

Le critiche non hanno impedito a Israele di combattere la sua guerra disumana contro il popolo di Gaza. E allo stesso tempo, è emersa la vera natura del sostegno di questi Stati all’entità israeliana: armi, forniture militari, e interessi economici di molte aziende occidentali che supportano Israele in questo genocidio.

Nonostante le promesse di molti Paesi di riconoscere lo Stato di Palestina, attualmente in Cisgiordania è in corso lo sfollamento di palestinesi più intensivo dalla guerra della Nakba del 1967. Ed è stato registrato il numero più alto di attacchi da parte dei coloni.

L’Autorità Palestinese collabora con Israele, Hamas ha interessi politici che vanno oltre la Palestina, e le voci degli ebrei antisionisti sono spesso più censurate di quelle dei palestinesi perché distruggono il racconto coloniale dall’interno. E’ sufficiente semplificare la narrazione giornalistica per liberare veramente la Palestina?

Non credo sia possibile semplificare la narrazione palestinese, ma può essere scomposta in frammenti. Ciò che sta accadendo non può essere descritto come una partita di calcio tra due squadre: è più complicato di così. Se chiedi a qualsiasi palestinese o giornalista come me, ti daranno la stessa risposta.

In altre parole, possiamo discutere delle azioni e degli eventi quotidiani perpetrati dall’esercito di occupazione, tra cui demolizioni di case, attacchi dei coloni, incendi di ulivi, chiusura dei posti di blocco e molto altro ancora.

 

Israele sta facendo tutto il possibile per prendere più terra e spostare i palestinesi. E ci renderà la vita sempre più difficile per indurci a fuggire dalle nostre case. Tuttavia, il nostro amore per la Palestina è più grande.

Per quanto riguarda i giornalisti palestinesi, stiamo cercando di dimostrare la verità e far vedere la realtà al mondo. Non recitiamo il ruolo della vittima. Noi abbiamo una responsabilità maggiore nel mostrare la sofferenza, aiutare le famiglie e pubblicare le immagini.  Lo dobbiamo fare nonostante i pericoli, la detenzione, le ferite o il martirio.

La professione giornalistica in Palestina è diventata un reato per lo Stato di Israele, perché non vogliono che pubblichiamo la verità. E vogliono uccidere qualsiasi speranza per l’istituzione di uno Stato palestinese.

La mancanza di informazioni nei notiziari occidentali fa sì che non vengano menzionate molte notizie sulla Cisgiordania, nel frattempo Israele continua a commettere tutte queste atrocità. Il 7 ottobre è stato un pretesto per rendere la nostra vita impossibile su questa terra.

È come una guerra silenziosa qui a West Bank. E noi, giornalisti palestinesi, stiamo cercando di diffondere le informazioni per cercare di fermare Israele.

Cosa significa fare la giornalista sotto occupazione armata?

Il vero giornalismo oggi significa trasmettere la verità in modo semplice e senza pregiudizi, comunicando le notizie, trasmettendo la sofferenza e la difficile realtà quotidiana del nostro popolo.

Significa continuare a farlo senza fermarsi, e comunicare ciò che accade in Cisgiordania. Dagli sgomberi alla distruzione delle abitazioni, agli attacchi dei coloni. E persino a Gaza, alla luce dell’assedio, delle stragi quotidiane e della fame che attualmente è la più alta al mondo.

Nessuno può fare tutto ciò se non c’è un sostegno significativo, specialmente a Gaza. Pertanto, gli sforzi devono essere intensificati, sia dai media palestinesi che da quelli internazionali, per cercare di trasmettere la verità e fermare Israele dai suoi piani per impedire la realizzazione dei due Stati.

Il vero giornalista continua a coprire tutti gli eventi così come sono, costantemente. Ci sono momenti in cui il giornalista deve prendere posizioni reali. E non deve esserci nessuna spettacolarizzazione della realtà o occultamento di una parte della verità, né prendere parte delle notizie senza una preconoscenza degli eventi completi.

Il giornalista deve essere imparziale nell’uso di alcune frasi e termini giornalistici che riducono l’importanza degli eventi e deve comprendere le radici della causa palestinese. Ci chiediamo però se il mondo libero ci vede come il resto dell’umanità, e non come numeri o tendenze, ma come la storia della sofferenza palestinese. Ci domandiamo se riconosce l’importanza delle persone che hanno influenzato non solo Gaza, ma la società di tutto il mondo. E che avevano ancora molto da offrire in questa vita e alla Palestina.

 

Come Odeh al-Hazeleen di Masafer Yatta, ucciso da un colono israeliano all’interno di un centro culturale per bambini. Anche questo assassino non è stato punito. Mentre 21 degli abitanti del villaggio, che avevano partecipato al film “No the Other Land”, sono stati arrestati la notte stessa dell’omicidio di Odeh.

Se l’umanità è ciò che muove il mondo, occorre una posizione netta e realistica più forte per fermare l’uccisione del mio popolo.

Se un giorno lo Stato di Palestina verrà riconosciuto, chi lo governerà? L’Autorità Palestinese collabora con Israele e non ha il consenso dei palestinesi. Per Hamas invece è difficile ottenere il riconoscimento degli Stati occidentali. C’è quindi un altro partito politico che può presentarsi alle elezioni?

Noi, come popolo palestinese, siamo gli unici che hanno il diritto di scegliere i leader che ci rappresentano, indipendentemente dalla fazione a cui appartengono, sia essa Hamas, Fatah, il Fronte Popolare, o altre forze indipendenti. Nessun Paese al mondo dovrebbe imporre restrizioni o una leadership a coloro che rappresentano la Palestina.

Perché Israele sceglie i propri leader, nonostante la maggior parte dei suoi ministri siano criminali di guerra condannati dall’Unione Europea? A proposito, il governo di Israele è sempre di estrema destra.

Vorrei anche capire quanto sia difficile denunciare la corruzione dei vostri politici.

Credo che la corruzione politica esista nella maggior parte dei Paesi del mondo e non è una novità, ma alla luce dell’occupazione e dell’incapacità dell’Autorità Palestinese di estendere il suo controllo su qualsiasi parte dei territori palestinesi, diventa difficile affrontare questa questione. Specialmente se consideriamo le restrizioni imposte da Israele all’ANP, la confisca dei suoi fondi e l’impossibilità dell’Autorità di fornire gli stipendi ai dipendenti per mesi.

Per noi raffigura solo una presenza di agenti di polizia che mantengono la sicurezza sociale, nient’altro, e un’entità che ci rappresenta davanti al mondo esterno. Tuttavia, siamo un popolo che vive sotto occupazione e non abbiamo una vera entità indipendente sul terreno. L’Autorità è simbolica.

Inoltre, noi, come popolo, stiamo attualmente affrontando il più grande sfollamento di palestinesi in Cisgiordania dal 1967 (la Guerra della Nakba). Uno trasferimento forzato di circa 60.000 persone fino ad oggi.

Più di 22 nuovi insediamenti illegali stanno per essere costruiti sulla nostra terra, sorvegliati dai gate israeliani, di fronte a tutte le città e i villaggi palestinesi. In questo modo ci stanno isolando all’interno di prigioni a cielo aperto, controllate dai militari israeliani posizionati all’ingresso di ogni checkpoint.

Stanno cambiando significativamente la mappa della Cisgiordania.

Valentina Vergani Gavoni
X: @africexp
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Olanda, accordo con Uganda per deportazione rifugiati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 settembre 2025

Anche il governo dell’Aia ha deciso di deportare in Africa i rifugiati la cui domanda d’asilo è stata respinta o il cui permesso di soggiorno non è stato rinnovato. Dunque, forti degli accordi escogitati dall’amministrazione Trump, il governo dei Paesi Bassi ha siglato una lettera di intenti in tal senso con l’Uganda.

David van Weel,ministro degli Esteri olandese ha incontrato il suo omologo ugandese, Odongo Jeje Abubakhar, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in corso in questi giorni a New York.

Kampala pronta a “ospitare”

Kampala è disposta a accogliere le persone senza permesso di soggiorno che non possono essere rispedite direttamente o volontariamente nel proprio Paese di origine in tempi brevi dalle autorità olandesi. I richiedenti asilo saranno presi in carico dall’Uganda prima di essere mandati definitivamente a casa propria.

Olanda espelle rifugiati verso l’Uganda

In un prossimo futuro Olanda e Uganda approfondiranno ulteriormente gli accordi delineati nella lettera di intenti. Nel Paese africano è persino previsto un centro di transito per un numero limitato di deportati dai Paesi Bassi.

Piano ideato un anno fa

Secondo quanto riportato dal giornale online Dutchnews l’idea delle deportazioni verso l’Uganda è stata avanzata per la prima volta dall’allora ministro del Commercio estero, Reinette Klever, lo scorso ottobre appena tornata da un viaggio nel Paese dell’Africa centro-orientale. La Klever ha poi informato il primo ministro Dick Schoof del controverso piano, descritto come “innovativo”.

Kampala ha siglato un intesa anche con Washington. Secondo una dichiarazione ufficiale dell’Uganda, l’accordo già entrato in vigore qualche settimana fa, non include le persone con precedenti penali e minori non accompagnati.

Leggi draconiane contro omosessuali

Bisogna chiedersi cosa succede ai deportati omosessuali non appena metteranno piede in Uganda dove, le draconiane leggi anti LGBTQ (acronimo per persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer), sono considerate le più repressive al mondo.

Uganda: basta silenzio sulle torture

Va sottolineato che dall’inizio dell’anno Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, ha bloccato le registrazioni dei richiedenti asilo eritrei, che fuggono sempre più numerosi dalla loro patria. Se tra i futuri deportati dai Paesi Bassi ci dovessero essere anche cittadini della nostra ex colonia, la loro sorte potrebbe essere incerta.

Ipoteticamente potrebbero essere costretti a tornare a casa, dove certamente non gli attende un tappeto rosso. Come persone fragili e vulnerabili sarebbero anche soggetti a cadere nelle mani di trafficanti di esseri umani per evitare di essere deportati in Eritrea.

In Uganda la comunità eritrea è piuttosto numerosa. Molti vi risiedono da decenni e alcuni hanno stretti legami con il regime di Asmara: sono spie.

Piano deportazione di Londra fallito

Un piano simile a quello dell’Olanda, definito “innovativo” dal primo ministro Schoof, era già stato proposto dalla Gran Bretagna nel 2022. Londra aveva persino siglato un accordo con Kigali per il trasferimento di profughi entrati “illegalmente”. L’allora primo ministro britannico, Boris Johnson, aveva promesso al presidente ruandese, Paul Kagame, oltre 140 milioni di euro, per finanziare accoglienza, integrazione, formazione professionale e istruzione dei deportati.

L’intesa era poi stata bloccata dalla Corte suprema del Regno Unito nel 2023 e con l’arrivo al potere di Keir Starmer, primo ministro dal luglio 2024, era stata addirittura accantonata.

Trend deportazioni

Da alcuni anni anche la Danimarca ha inasprito le sue politiche migratorie. E già nel 2023 aveva preso in considerazione la possibilità di trasferire profughi, la cui richiesta di asilo era stata respinta, in un Paese terzo, come il Ruanda. Il piano era poi stata aspramente criticato dalla Commissione contro le Torture dell’ONU, in quanto non ritenuta una nazione sicura per i rifugiati.

Alcuni anni fa anche in Germania alcuni partiti di destra avevano avanzato la possibilità di inviare profughi non in regola verso il Ruanda. Finora nulla di fatto. Ma proprio poche ore fa il ministro degli Interni di Berlino, Alexander Dobrindt della CSU (Partito Cristiano Sociale in Baviera) ha dichiarato che spera di arrivare entro quest’anno a un accordo con Damasco per espellere dapprima i siriani che si sono macchiati di crimini e successivamente quelli senza permesso di soggiorno. Insomma anche in Germania non è decaduta l’idea di liberarsi dei rifugiati.

Ghana spedisce “ospiti” in Togo

Recentemente l’amministrazione Trump ha spedito in Africa diversi profughi indesiderati negli USA. Anche il Ghana ne ha “accolti” 14 che sono arrivati il 6 settembre. In base a quanto riferito dai loro avvocati, 11 di loro avrebbero trascorso due settimane in un campo militare vicino ad Accra, sei di loro sono poi stati condotti oltre il confine con il Togo. Solamente tre sarebbero originari di questo Paese.

Il presidente ghanese John Mahama

I migranti sono stati deportati dopo aver intentato una causa contro le autorità del Ghana, chiedendo il loro rilascio immediato e per evitare di essere rimpatriati in Paesi dove avrebbero potuto trovarsi in pericolo.

In un primo momento il presidente ghaniano, John Mahama, aveva dichiarato che tra i deportati c’erano parecchi nigeriani, che avrebbero già raggiunto il loro Paese d’origine.

Tribunale dell’ECOWAS

L’avvocato Oliver Barker-Vormawor, socio anziano dello studio legale Merton & Everett di Accra e uno dei legali che rappresentano i deportati, ha specificato che la questione sarà portata davanti al tribunale dell’organismo regionale ECOWAS (Comunità Economica Degli Stati dell’Africa Occidentale), con il coinvolgimento di avvocati statunitensi, tra cui l’American Civil Liberties Union.

Rendere pubblico accordo

È stata inoltre presentata una mozione per obbligare il governo del Ghana a rendere pubblico l’accordo con gli Stati Uniti e a sospenderne l’attuazione fino alla sua ratifica in Parlamento

Il ministro degli Esteri ghanese, Samuel Okudzeto Ablakwa, ha replicato che il suo governo non ha alcun obbligo di rendere pubblico il memorandum d’intesa con Washington. E la settimana scorsa Ablakwa ha annunciato che presto gli USA deporteranno altre 40 persone in Ghana. In cambio gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro sulle restrizioni dei visti imposti quest’estate ai ghaniani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

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Trump vuol cacciare dagli USA i rifugiati: pronto accordo per spedirli in Uganda

Corte costituzionale ugandese respinge la richiesta di annullare la più repressiva legge al mondo contro l’omosessualità

USA deporta profughi africani indesiderati dell’Africa in Ghana

Piantedosi in Qatar incontra il suo omologo che gli regala una pistola Smith & Wesson

dal quotidiano qatariota
Al-Watan
Doha, 26 settembre 2025

Sua Eccellenza lo sceicco Khalifa bin Hamad bin Khalifa Al Thani, Ministro dell’Interno e Comandante della Forza di Sicurezza Interna (Lekhwiya), ha incontrato sua eccellenza Matteo Piantedosi, Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, attualmente in visita nel Paese.

Durante l’incontro i due, hanno esaminato le relazioni di cooperazione tra i due Paesi in materia di sicurezza e le modalità per rafforzarle e svilupparle. Hanno inoltre discusso di una serie di argomenti di interesse comune.

Giochi invernali

L’incontro ha anche visto la firma di un accordo di cooperazione per la sicurezza dei Giochi Olimpici Invernali di Cortina 2026, firmando un accordo per la partecipazione delle forze qatariote ala competizione che sarà ospitati dall’Italia nel febbraio del prossimo anno. È stato informato sulle ultime tecnologie utilizzate nel campo della guida.

Il ministro Piantedosi riceve la Smith & Wesson in regalo dalo sceicco Khalifa bin Hamad bin Khalifa Al Thani

Durante l’incontro, sua eccellenza ha donato al suo omologo italiano una pistola Smith & Wesson come souvenir, prodotta nel 1957 e considerata parte del ricordo del lavoro di polizia nello Stato del Qatar.

Il Centro di Comando Nazionale (NCC) ha ricevuto sua eccellenza Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno dell’amichevole Repubblica Italiana, attualmente in visita nel Paese.

Ultime tecnologie

Sua eccellenza è stato accompagnato durante la visita da sua eccellenza lo Sceicco Nayef bin Faleh bin Saud Al Thani, sottosegretario aggiunto del Ministero dell’Interno per gli Affari di Sicurezza, dove sua eccellenza è stata informata sulle ultime tecnologie e sui sistemi avanzati utilizzati nei settori del comando e controllo, della gestione delle crisi e delle emergenze.

Il Qatar partecipa a una riunione dei direttori della pubblica sicurezza del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Lo Stato del Qatar ha partecipato alla sesta riunione dei direttori della pubblica sicurezza dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), tenutasi presso la sede del Segretariato Generale a Riyadh.

Raccomandazioni appropriate

La delegazione del Ministero dell’Interno alla riunione era guidata dal maggior generale Mohammed Jassim Al Sulaiti, direttore generale della Pubblica Sicurezza.

Nel corso della riunione sono stati discussi diversi argomenti all’ordine del giorno e sono state formulate raccomandazioni appropriate che contribuiscono a sostenere e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza congiunta tra i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo.

Al-Watan

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Ruanda, mondiali di ciclismo su strada: parola d’ordine, solo bici e niente politica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 settembre 2025

Tra 94 biciclette, 700 borracce, mille gel, pezzi di ricambio, il campione Remco Evenepoel e i suoi compagni della squadra belga in partenza da Bruxelles per il Ruanda, che ospita il primo campionato mondiale di ciclismo in terra africana, solo una persona non ha trovato posto: Stijn Vercruysse, giornalista dell’emittente pubblica fiamminga VRT. Al banco del check-in, il 18 settembre, gli è stato negato l’imbarco. Perchè?

Escluso giornalista belga

La spiegazione l’ha data il ministro degli Esteri ruandese in persona, Olivier Jean Patrick Nduhungirehe, 50 anni: “Non è un è un giornalista sportivo. Aveva dichiarato ai media belgi di avere programmato di produrre un reportage critico sul Paese ospitante, che in definitiva è un regime molto autoritario”.

Ruanda: mondiali di ciclismo su strada

Come si possono collegare queste intenzioni politiche  a una competizione ciclistica internazionale? “La VRT ha compiuto un rozzo tentativo di inganno – ha continuato il ministro –  perché ha chiesto l’accreditamento per un giornalista politico noto per le sue ‘posizioni sistematicamente ostili nei confronti del Ruanda’ per coprire quello che è  un evento sportivo”. Insomma: nella lista nera perchè andava fuori…strada.

“Quando lo sport entra nella stanza, la politica esce dalla finestra”:  ha scritto qualche giorno dopo una delle voci del regime ruandese, il Taarifa.rw

Durante il ventennio fascista alle pareti delle osterie era appeso il cartello: ”Non si bestemmia, non si sputa per terra e non si parla di politica”. Fatti i debiti cambiamenti, vale anche per il Ruanda, intento a celebrare un suo evento epocale: è la prima nazione africana a ospitare, dal 21 al 28 settembre, i Campionati del mondo di ciclismo su strada.

Silenziare critiche

Sulle bestemmie e sugli sputi, non abbiamo prove inconfutabili. Sul fatto che il fruscio delle due ruote mondiali tenti di coprire le urla del silenzio di un genocidio e di silenziare voci critiche, c’è poco da dubitare.

E’ noto che il Ruanda non gode di buona stampa. Nel World Press Freedom Index, l’indice che misura la libertà di stampa nel mondo, il piccolo Paese centrafricano (poco più vasto della Sicilia) si classifica al 146° posto. Ma in politica la situazione è ancora più grave.

UE condanna arresto oppositrice

Otto giorni prima, l’11 settembre, il Parlamento europeo aveva condannato duramente l’arresto, avvenuto il 19 giugno, di Victoire Ingabire Umuhoza, 56 anni, storica leader dell’opposizione politica e presidente del partito DALFA-Umurinzi “per la partecipazione a una sessione di formazione sulle strategie pacifiche per resistere all’autoritarismo”.

Victoire Ingabire Umuhoza, oppositrice del regime ruandese

L’Assemblea di Strasburgo aveva espresso profonda preoccupazione per “i ricorrenti abusi nei confronti di partiti ed esponenti dell’opposizione, giornalisti, attori della società civile e dissidenti, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani che incombono al Ruanda”.

Qualcuno si è preoccupato della sorte di questa donna già imprigionata per 6 anni, poi graziata e poi di nuovo incarcerata con l’accusa ridicola e impossibilitata a difendersi? Quattro giorni dopo ne ha parlato, sdegnosamente, il Parlamento ruandese “respingendo le interferenze nel sistema giudiziario di uno stato sovrano”.

I media mondiali hanno quasi tutti taciuto, soprattutto quelli sportivi (lo sport prima di tutto!). E il popolo ruandese? Il Popolo, come canterebbe Guccini “nei convitti e in piazza lascia i dolori”. Il carnevale ciclistico impazza.

Eh sì perchè il Rwanda Development Board (RDB) ha annunciato che “durante il periodo del campionato tutte le attività commerciali, dai centri commerciali e ristoranti ai bar e locali notturni, potranno chiudere alle 4 del mattino. L’obiettivo è di accogliere migliaia di atleti, tifosi e visitatori, sostenere il settore dell’ospitalità e gestire il flusso di traffico irregolare previsto per tutti i giorni dell’evento”.

Paese più sicuro del continente

Ovviamente, nel Paese più sicuro dell’Africa, come si definisce, “nonostante  l’estensione degli orari, le regole esistenti rimangono in vigore. Le attività commerciali devono mantenere il rumore al di sotto dei 55 decibel durante la notte, evitare di servire alcolici ai minori di 18 anni e rifiutare il servizio ai clienti visibilmente ubriachi”.

“Questo cambiamento di orario segna una svolta – riconoscono ufficialmente le autorità – dopo due anni di turbolenze innescate dal coprifuoco imposto nel settembre 2023, quando il governo limitò la vita notturna alle ore 1 nei giorni feriali e alle 2 nei fine settimana. Quello che era iniziato come un tentativo di controllare l’inquinamento acustico si trasformò in una crisi sociale ed economica”.

Cronaca locale

Comunque, le cronache locali sono diventate quasi liriche nel descrivere i mondiali della bicicletta per la prima volta sbarcati nel Continente nero in 103 anni di storia dell’evento sportivo:

“La cerimonia di apertura mostra lo scintillante centro congressi di Kigali, la folla che sventola bandiere e i volontari sorridenti. I commentatori elogiano il Ruanda come modello di progresso. Kigali profuma di strade appena asfaltate e caffè tostato. Il percorso di gara si estende dal cuore di Kigali fino ai sobborghi verdeggianti, un nastro di asfalto pulito e liscio che si snoda tra colline d’alta quota. Gli spettatori – famiglie, studenti e anziani – si allineano lungo il percorso sventolando bandiere e cantando mentre i corridori sfrecciano. Al tramonto, la festa non si ferma. Kigali si illumina di luci al neon e risate. La musica risuona; il profumo degli spiedini alla griglia si mescola all’aroma del caffè appena fatto e della birra locale.

Dalle vivaci strade di Remera agli angoli più affollati di Kicukiro, dai cori degli stadi che riecheggiano per Nyamirambo alle terrazze dei caffè di Kacyiru, la città pulsa di energia”.

Tutto (o quasi) vero, come si è potuto vedere anche dalle immagini televisive.

Sportwashing

Il successo di immagine è innegabile. La vetrina mondiale è stata abilmente costruita e lucidata dal sempiterno presidente Paul Kagame (in carica dal  2000!), un maestro nell’usare lo sportwashing, ovvero l’uso dello sport per migliorare l’immagine, sporca o sfocata, del governo e della nazione.

Sono quasi 800 i ciclisti (769 per la precisione, 27 italiani) provenienti da 108 Paesi che si stanno sfidando lungo le celebrate mille colline del Ruanda. Ben 36 sono gli Stati africani orgogliosamente presenti al grande evento planetario e questo è un merito da riconoscere: il ciclismo in molte parti è in forte crescita; in altri, come la Tunisia, le cicliste sono appena una decina! (lo ha ricordato una giovane atleta magrebina, Alma Abroud, parlando con RFI).

Il duello tra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar, già visto domenica 21 settembre, si ripeterà il 28 nella gara in linea, la più importante. Gli organizzatori calcolano che il pubblico mondiale su schermi grandi e piccoli sia di 300 milioni di persone. Nel sito ufficiale proclamano che si tratta di uno dei mondiali più duri della storia per quanto riguarda la corsa dei professionisti (267,5 km con 5.475 mt di dislivello.

Grandi nomi assenti

Nessuna parola sul fatto che tanti altri nomi di primo piano del ciclismo mondiale (a cominciare da Jonas Vingegaard) abbiano deciso di stare a casa adducendo ragioni climatiche, ambientali, finanziarie (per un comune mortale il viaggio in Ruanda di una settimana costa non meno di 5 mila euro).

Guerra in Congo-K

Ci si dimentica, però di quanto dichiarato a luglio, Els Hertogen, 49 anni, direttrice dell’organizzazione umanitaria  belga 11.11.11: “Un campionato mondiale di ciclismo su strada in Ruanda, mentre cadaveri cadono a terra nel Congo orientale, la gente si nasconde e le famiglie vivono nella paura mortale? Mentre lo stesso Ruanda ha reciso ogni rapporto diplomatico con il Belgio ed espelle i difensori dei diritti umani? “

Quasi nessuno, neppure gli stranieri che vivono a Kigali (come è stato confermato ad Africa Express) osano fare il minimo cenno critico, anche sulle chat, al clima asfissiante che si respira nel Paese

E chi si ricorda dell’Umuganda? E’ la giornata di lavoro obbligatoria alla quale tutte le persone tra i 18 e i 65 anni devono sottostare l’ultimo sabato del mese. Diverse le attività imposte dal governo e pare accettate con entusiasmo (!) dalla popolazione:  smaltire i rifiuti, asfaltare le strade, aiutare i più bisognosi…

Povertà nelle zone rurali

Che devono essere tanti. Come ha confermato nell’intervista a Ettore Giovannelli su Rai 2 (domenica 21 settembre), un giovane italiano, Enrico, bolognese, che vive e lavora a Kigali per una società di consulenza: “Collaboriamo spesso con il governo per valutare ciò che funziona e non funziona nel Paese, che è molto aperto all’innovazione e allo sviluppo. Purtroppo esiste un divario profondo: nella capitale il livello di vita è alto. Fuori, la maggior parte della popolazione mangia una volta al giorno, se le va bene”. (Kigali ha 1 milione e 200 mila abitanti, circa, il Rwanda poco più di 14 milioni, ndr)

La vittoria di Evenepoel, nel primo giorno di gare, dopo il doppio oro olimpico a Parigi e il podio al Tour de France del 2024, è stata scientificamente sfruttata dal Potere. “Il linguaggio dello sport – velocità, resistenza, trionfo – trascende confini e controversie, offrendo un raro scorcio di unità. Tifosi ruandesi e ospiti erano fianco a fianco, uniti dallo spettacolo della gara e dall’emozione pura della competizione”. Insomma, vogliamoci tutti bene, nel nome della bici. Niente politica per carità. Quando entra lo sport,  la politica deve starne fuori. Almeno in certi Paesi.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Trump all’assalto della stampa non allineata

Speciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Eric Salerno
24 settembre 2025

“Nei miei 20 anni di esperienza come avvocato esperto di media, ho sempre considerato gli Stati Uniti il punto di riferimento per la libertà di stampa, un modello ammirato dai giornalisti di tutto il mondo”, ha scritto giorni fa sul Guardian, Kai Falkenberg consulente legale dell’importante giornale. Il primo emendamento della Costituzione americana, finora considerato da tutte le democrazie un modello da seguire, garantisce oltre alla libertà di religione, e di parola, quella fondamentale di stampa.

Nemmeno il Congresso può emanare leggi che limitino queste libertà. Trump sta provando di aggirare la Costituzione con sistemi che vanno da assurde cause miliardarie ai giornali che non si mettono in ginocchio di fronte a proclami come quello recentemente emanato dal Dipartimento della Difesa (da lui cambiato in Dipartimento della Guerra).

Revoca del pass

I giornalisti che seguono il Pentagono, secondo le nuove disposizioni, dovranno promettere che non raccoglieranno alcuna informazione – anche non classificata – che non sia stata espressamente autorizzata per il rilascio, e revocherà le credenziali della stampa di coloro che non obbediscono. Ossia solo possedere informazioni riservate, secondo le nuove regole, sarebbe motivo di revocare il pass stampa di un giornalista.

Le reazioni del mondo della stampa sono state immediate. Per Mike Balsamo, presidente del National Press Club si tratta di “…un assalto diretto al giornalismo indipendente nel settore in cui il controllo indipendente conta più dell’esercito degli Stati Uniti”.

Balsamo ha continuato: “Per generazioni, i giornalisti del Pentagono hanno fornito al pubblico informazioni vitali su come si combattono le guerre, su come vengono spesi i dollari della difesa e su come vengono prese decisioni che mettono a rischio le vite americane. Quel lavoro è stato possibile solo perché i giornalisti potevano cercare i fatti senza bisogno del permesso del governo”.

Quando non è sufficiente, i nemici della democrazia ricorrono ad armi più tradizionali: Dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas al sud di Israele fino all’agosto 2025, almeno 246 reporter sono stati uccisi dalle forze israeliane. Sono cifre di fonte palestinese in gran parte confermate da reti televisive o radiofoniche che avevano trasmesso i loro filmati e i loro racconti dalle zone di guerra.

Mondo agonizzante

Il mondo della carta stampata è agonizzante. Le cifre salvano, di poco, le versioni in rete dei quotidiani più importanti sia in Italia che nel resto del mondo. I giornalisti – come i tipografi qualche anno fa per colpa delle trasformazioni tecnologiche, sono le prime vittime insieme con il grande pubblico che vuole sapere, cercare di capire le realtà dei loro Paesi e del sistema globale che incide sempre di più sul nostro mondo, spesso in modo negativo.

Il progresso, prima radio poi televisione accoppiato ai social che imperversano, sta accelerando la fine della figura stessa del giornalista. Il tempo materiale per capire prima di raccontare è da anni drammaticamente calato. Siamo passati nel giro di una generazione da quando l’inviato di un giornale andava, osservava, cercava di capire e poi al ritorno in redazione aveva il tempo di ragionare prima di scrivere.

Tempi velocizzati e soldi disponibili sempre più ridotti hanno trasformato il giornalista in una specie di twitter per un pubblico sempre meno disponibile a seguire gli approfondimenti. Crollano le vendite dei quotidiani, anche quelli più importanti. Crollano anche il numero delle persone che cercano di seguire e capire attraverso radio e TV.

Le fake news, le notizie false propagate per influenzare il vasto pubblico, sono sempre meno contrastate da chi, per missione, si dedica a raccontare fatti prima di presentare analisi e conclusioni. Il mitico slogan del New York Times che leggevo da ragazzo a New York, “All the news that’s fit to print”, è sempre meno credibile. Era stato creato l’allora proprietario Adolph S. Ochs nel 1896/1897 per dichiarare l’impegno del suo giornale verso un giornalismo equo, imparziale e di alta qualità, distinguendolo dal sensazionalismo del “giornalismo scandalistico” dell’epoca.

Diritti di stampa

“Dopo un secolo di graduale espansione dei diritti di stampa negli Stati Uniti, il Paese sta vivendo il primo significativo e prolungato declino della libertà di stampa nella storia moderna, e il ritorno di Donald Trump alla presidenza sta aggravando notevolmente la situazione”, si legge nel World Press Freedom Index 2025.

In 160 dei 180 Paesi valutati, le testate giornalistiche raggiungono la stabilità finanziaria “con difficoltà” o “per niente”. Nella classifica globale della libertà di stampa l’Italia è scesa al 49° posto su 180 Paesi, perdendo tre posizioni rispetto all’anno precedente e attestandosi come peggior risultato tra i Paesi dell’Europa occidentale. La classifica globale della libertà di stampa nel 2025 ha raggiunto un minimo storico.

Eric Salerno
Eric2sal@yahoo.com
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