Dalla Tunisia pubblichiamo il contributo di un intellettuale
che conosce il Paese dal vivo.
Per motivi di sicurezza lo abbiamo chiamato John Doe.
Tra gli oppositori ci sono molte donne coraggiose,
avvocate, giornaliste, attiviste che lottano
contro i giri di vite del regime del presidente Kais Saied.
Non vogliono rinunciare alle libertà conquistate
e, per il loro impegno civile, vengono criminalizzate e incarcerate.
Speciale per Africa ExPress John Doe 3 settembre 2025
Scrivo queste righe con amarezza e sotto pseudonimo. Vivo da molti anni in Tunisia, un Paese che amo profondamente e dove ogni giorno ascolto nei caffè e nelle strade le voci della gente. Comprendo l’arabo e colgo il malcontento diffuso e la paura che si respira.
Oggi chiunque osi esprimere un’opinione che contrasti, anche lontanamente, con la linea del regime del presidente Kais Saied rischia grosso: processi, prigione, isolamento. Non si tratta di fantasia, ma della vita reale di avvocate, giornaliste, attiviste che hanno avuto il coraggio di parlare.
Tunisia, manifestazione di protesta “Libertà per tutti i prigionieri politici” dice la scritta in arabo
La Tunisia ha rappresentato a lungo un faro di emancipazione, soprattutto per le donne. Il 13 agosto del 1956 fu promulgato il Codice dello Statuto Personale, che abolì la poligamia, introdusse il matrimonio civile e il diritto al divorzio. Fu una rivoluzione nel mondo arabo.
Bourguiba, padre fondatore della Repubblica, voleva donne istruite, libere, parte attiva dello sviluppo nazionale. Per decenni, la Tunisia ha incarnato l’immagine di un Paese moderno, aperto, progressista.
L’impegno civile è criminalizzato
Ma oggi, in Tunisia, la Festa della Donna si celebra tra le mura delle carceri. Abir Moussi, leader all’opposizione del Partito Desturiano Libero, è in carcere dal 2023 per accuse gravissime, condannata a due anni di prigione. La giornalista Chadha Hadj Mbarek, critica contro il governo, aveva fatto dell’informazione un servizio pubblico, è stata condannata a cinque anni.
L’avvocata e opinionista Sonia Dahmani, voce critica e indipendente, è rinchiusa nel carcere femminile di Manouba. A loro si aggiungono attiviste come Imen Ouardani, Sherifa Riahi, Saloua Ghrissa, Saadia Mosbah.
Sono tutte accusate di reati infamanti, ma in realtà punite per aver difeso i più vulnerabili, per non aver accettato di tacere. La Tunisia del 2025 è un Paese dove l’impegno civile è criminalizzato e dove l’azione umanitaria viene perseguita.
Tunisia, la giornalista Chadha Hadj Mbarek e Abir Moussi, leader del Partito Desturiano Libero
Questa deriva autoritaria si intreccia a una crisi economica che logora la vita quotidiana. Dal 2011, dopo la cacciata di Ben Ali, la situazione non ha fatto che peggiorare. Lo ripetono molti tunisini: “Ben Ali era un ladro, ma almeno si viveva meglio”.
Inflazione e disoccupazione
Oggi inflazione e disoccupazione divorano le speranze. Nei negozi e nei mercati mancano spesso beni essenziali e le famiglie faticano ad arrivare a fine mese. La rabbia cresce, ma viene repressa. Chi protesta viene schedato, chi parla rischia di sparire dalle strade per ricomparire davanti a un tribunale.
Non posso tacere
Io non posso tacere. Da straniero ho il privilegio della distanza, ma non l’immunità: vivo qui e scrivere queste parole comporta un rischio. Per questo le firmo con uno pseudonimo. Lo faccio perché credo che la libertà di parola non sia un lusso, ma un diritto universale che riguarda tutti noi. Lo faccio perché so che il silenzio, in queste condizioni, diventa complicità.
La Tunisia non è soltanto un Paese in crisi, ma una società che rischia di spegnere la propria anima. Eppure, la sua storia è fatta anche di dignità e di coraggio. Oggi come ieri, le donne tunisine restano protagoniste, pagano il prezzo più alto ma continuano a incarnare la speranza di una nuova Primavera.
All’esercitazione partecipa anche l’Italia.
Ne ha dato notizia un giornale israeliano. Ripubblichiamo
il suo articolo che va letto
con attenzione specie nell’ultima parte.
dal quotidiano israeliano Shaharit
Tel Aviv, 2 settembre 2025
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, CENTCOM, e l’Autorità di Addestramento delle Forze Armate Egiziane stanno partecipando nell’ultima settimana e mezza, a un’esercitazione congiunta con altri 44 Paesi.
L’esercitazione si è aperta con una cerimonia formale presso la base militare di Mohammed Naguib in Egitto. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che “l’esercitazione è una chiara dimostrazione dell’impegno costante degli Stati Uniti a cooperare con le Forze Armate egiziane e altri Paesi per garantire la sicurezza reciproca”.
Tra gli altri, partecipano all’esercitazione militare i seguenti Paesi: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Grecia, India, Pakistan, Giordania, Regno Unito e Italia.
L’esercitazioneBright Star si è tenuta per la prima volta nel 1980 ed è considerata una delle più antiche e significative esercitazioni militari multinazionali nella regione.
Giunta alla sua diciannovesima edizione, l’esercitazione si svolge dal 28 agosto al 10 settembre 2025. partecipano 44 nazioni, e tra gli altri circa 1.500 militari statunitensi.
L’addestramento comprende esercitazioni di guerra convenzionale e irregolare, esercitazioni di comando e controllo, addestramento sul campo e pianificazione integrata di task force congiunte.
L’esercitazione comprenderà anche seminari accademici, operazioni di comando e controllo e un simposio di leader senior per promuovere il dialogo strategico. “Bright Star 25 riflette la profonda fiducia e la continua cooperazione tra Stati Uniti ed Egitto, nonché il nostro impegno comune per la stabilità regionale”, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM.
“Quest’anno, oltre 40 nazioni partner si uniscono a noi, impegnate ad affinare le proprie capacità di combattimento attraverso scenari impegnativi e integrati. La capacità di unire forze così numerose, con capacità che vanno oltre i domini e i confini, sottolinea la solidità delle relazioni costruite nel corso di decenni e la fiducia che i nostri partner forniscono lavorando a stretto contatto con le forze statunitensi per soddisfare le complesse esigenze di sicurezza odierne”.
L’esercitazione, che le forze armate statunitensi stanno conducendo insieme a quelle egiziane, potrebbe indicare stabilità in termini di sicurezza per l’Egitto.
Negli ultimi mesi, sono emerse diverse inquietanti segnalazioni di armamenti egiziani insoliti e di un’intensa attività militare nella regione del Sinai, con affermazioni secondo cui gli egiziani stanno violando l’accordo di pace con Israele e potrebbero prepararsi a uno scontro con esso.
Un’esercitazione guidata dagli Stati Uniti con l’esercito egiziano e decine di altri Paesi mostra la profondità delle relazioni tra le forze armate statunitensi ed egiziane.
Ciò è ancora più importante date le tensioni politiche tra Egitto e Stati Uniti, poiché il presidente egiziano continua a visitare la Casa Bianca per timore che Trump eserciti pressioni affinché assorba Gaza nel suo territorio”.
Shaharit
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Africa Express e il quotidiano online gemello, Senza Bavaglio, hanno scelto senza alcun indugio di aderire e sostenere l’iniziativa lanciata da Reporters Sans Frontières, dal sito Avaaz e dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti di chiedere con decisione al governo israeliano di fare entrare i giornalisti a Gaza.
Da oggi, ogni giorno, sulle home page delle nostre testate verrà pubblicato un richiamo ai giornalisti uccisi a Gaza mentre espletavano il loro lavoro di testimoni. Stigmatizziamo le volgari e pretestuose accuse di Israele secondo cui i nostri colleghi erano terroristi di Hamas.
I nostri due quotidiani saranno presenti alla manifestazione indetta dalla Cgil per Gaza in programma in parecchie piazze italiane, sabato 6 settembre, cui hanno aderito anche la Federazione Nazionale della Stampa e l’Associazione Lombarda dei Giornalisti.
Ci associamo alle dichiarazioni di Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione nazionale della Stampa Italiana (FNSI): “Quanto sta accadendo nella Striscia non è solo la mattanza di giornalisti, ma è l’uccisione di un popolo: fra le vittime del massacro ci sono anche migliaia di bambini e per questo è giusta, corretta e necessaria una mobilitazione di tutta la società e non soltanto di una parte”.
Anche il sindacato dei giornalisti della Lombardia (ALG) si unisce alla Cgil nel chiedere che “si fermi la barbarie in corso” e che il governo italiano “si schieri dalla parte della pace, della giustizia e del diritto internazionale”.
Come giornalisti di Africa ExPress e di Senza Bavaglio invitiamo i colleghi e le colleghe a manifestare la propria solidarietà in nome della libertà di stampa e dei diritti umani.
La KoBold Metals ha ottenuto i diritti di esplorazione nella Repubblica Democratica del Congo. La società americana, sostenuta dai multimiliardari Jeff Bezos , patron di Amazon, e Bill Gates, tra gli altri co-fondatore di Microsoft nel 1975, si è aggiudicata 7 licenze di esplorazione per il litio altri minerali critici.
Il sottosuolo della ex-colonia belga è ricchissimo di minerali. Si posiziona al primo posto a livello mondiale per l’estrazione del cobalto, è in seconda posizione per quanto riguarda il rame e ha inoltre vaste riserve di litio e tantalio.
Primo accordo siglato a luglio
Un primo accordo con la società statunitense è stato siglato già a fine luglio con le autorità congolesi. Qualche giorno fa la KoBold Metals si è aggiudicata altre sette licenze per l’esplorazione di litio.
Congo-K: Manono Roche Dure, miniera di litio
Dal registro minerario del Congo-K si evince che le concessioni riguardano terreni situati nelle province di Tanganyika e Haut-Lomami, tra cui quattro nel territorio di Manono, dove si trova anche l’immenso giacimento di litio di Roche Dure.
L’accordo con KoBold è strategico per Kinshasa, perché è un primo passo per attrarre capitali e tecnologie occidentali nel settore dei minerali critici. Sperano di ridurre così la loro dipendenza dalle aziende cinesi che attualmente dominano gran parte della produzione di cobalto e rame nel Paese.
Jeff Bezos e Bill Gates
La Kobold, fondata nel 2018 e sostenuta da Breakthrough Energy Ventures, annovera tra i suoi investitori Bezos, Gates e la società di venture capital Andreessen Horowitz. L’azienda promuove l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) e di tecnologie informatiche avanzate per accelerare la ricerca di rame, cobalto, nichel e litio.
In base all’accordo quadro siglato a luglio con Kinshasa, la KoBold, con sede in California, si è impegnata a lanciare un programma di esplorazione su larga scala.
Africa Museum Bruxelles
L’azienda americana vorrebbe digitalizzare i documenti geologici, risalenti per lo più all’era coloniale e conservati presso l’Africa Museum a Bruxelles. La KoBold desidera renderli accessibili al pubblico attraverso il Servizio Geologico Nazionale della Repubblica Democratica del Congo.
Africa Museum, Bruxelles
Il fatto sta causando un certo imbarazzo in Belgio, visto che è già in corso un progetto di digitalizzazione di tali archivi a fini di ricerca, sostenuto da finanziamenti dell’UE.
Pretese di società australiana
Kinshasa ha assegnato alla società statunitense una licenza a Manono, contestata però da un’azienda di esplorazione mineraria australiana, precisando di essere ancora titolare del permesso. La AVZ Minerals (ASX:AVZ), attraverso la sua joint venture locale Dathcom Mining, ha portato il caso davanti al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti.
L’anno scorso, il tribunale aveva emesso misure provvisorie, ordinando al Congo-K di riconoscere i diritti di AVZ in attesa di una sentenza definitiva. La società australiana ha ora sottolineato che la licenza concessa alla KoBold, coprirebbe parti dello stesso perimetro e violerebbe l’ordinanza della Corte.
La guerra nell’est non si placa
E mentre i miliardari Bezos e Gates tentano la loro scalata economica in Congo-K, la gente continua a morire nell’est del Paese. Malgrado trattati e dialoghi di pace la guerra infuria ancora tra AFC/M23 e le forze armate congolesi e i loro alleati Wazalendo (milizia patriottica).
Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), durante la sua visita nel Paese nei giorni scorsi, ha visitato alcuni abitanti di Saké (che dista una ventina di chilometri da Goma, capoluogo del Nord-Kivu). Sono ex sfollati, appena ritornati a casa. Grandi ha fatto presente che vivono in capanne nella miseria più totale e senza assistenza alcuna.
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Dal Nostro Esperto di Questioni Militari Antonio Mazzeo
31 agosto 2025
Mentre in Marocco si moltiplicano le manifestazioni popolari contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza, si consolida la partnership tra le forze armate di Rabat e le industrie belliche israeliane.
Nei giorni scorsi nella regione orientale del Paese, l’esercito ha testato il nuovo missile supersonico “Extra” prodotto da Elbit Systems Ltd, una delle maggiori aziende del settore aerospaziale di Israele, con quartier generale ad Haifa.
Modernizzazione apparato militare
Le esercitazioni con l’uso dei missili “Extra” sono state pianificate nell’ambito del programma di modernizzazione dell’apparato militare. Fonti delle forze marocchine hanno spiegato che questo sistema d’arma consentirà di rafforzare le capacità di strike in profondità.
Elbyt Systems: missile EXTRA a lunga gittata
Gli “Extra” sono razzi di artiglieria da 306 mm; possono trasportare testate esplosive da 120 chilogrammi e colpire centri di comando e comunicazione, installazioni logistiche e infrastrutture di trasporto, fino a 150 chilometri di distanza.
“Il sistema missilistico è particolarmente efficace nelle operazioni in territorio urbano ma consente di svolgere missioni con accuratezza e successo in anche in altri diversi ambienti”, spiegano con enfasi i manager di Elbit Systems.
Il test degli “Extra” sono stati svolti dall’esercito con l’impiego del sistema lanciarazzi PULS (Precise and Universal Launching System) recentemente acquisito dall’azienda israeliana con un contratto di 150 milioni di dollari. Oltre agli “Extra” il sistema PULS può lanciare anche i Predator Hawk, con calibro da 370 mm e un raggio operativo fino a 300 chilometri, accrescendo significativamente la flessibilità operativa delle forze armate marocchine.
Rafforzare rapporti con Israele
“Con il test dei nuovi missili si invia un chiaro messaggio non solo di tipo militare ma anche geopolitico”, riporta la testata specializzata Israel Defense. “Inoltre, questo rappresenta un altro step nel rafforzamento dei legami nel campo della sicurezza e diplomatici tra il Marocco ed Israele dopo il rinnovo delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv nel 2020”.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, (a sinistra) e il re del Marocco, Muhammad VI
Negli scorsi mesi le autorità militari marocchine avevano sottoscritto con Elbit Systems pure un contratto per la fornitura di 36 semoventi ruotati di artiglieria ATMOS(Autonomous Truck MountedHowitzer System)da 155 mm.
“L’ATMOS è un sistema molto flessibile che consente di installare cannoni da 105 mm e 155/39 – 155/52 mm su telai di diversa provenienza, con cabina blindata per la protezione di equipaggio ed artiglieri”, riporta Ares Difesa.
I sistemi di artiglieria ATMOS sono dotati di sofisticati apparati computerizzati di comando e controllo del fuoco che consentono il caricamento automatico in grado di erogare fino ad 8 colpi al minuto ed ingaggiare bersagli entro un raggio di circa 40 chilometri.
I semoventi possono ospitare da due a sei militari di equipaggio. Gli ATMOS sono avio trasportabili da velivoli come i C-130 “Hercules” prodotti dal colosso statunitense Lockheed Martin.
Speciale per Africa ExPress Francesco Casillo
Agosto 2025
Lo scorso 15 Giugno Papa Leone XIV durante l’Angelus domenicale ha dedicato una preghiera alla strage di 200 cristiani in Nigeria. E la cosa ha spiazzato non poco gli osservatori perché nessun notiziario aveva parlato del Paese africano nei giorni precedenti. E neanche in quelli successivi.
Il villaggio dove c’è stato il massacro si trova nello Stato del Benue. Non ci sono state avvisaglie di ciò che stava per accadere. Il gruppo di killer si era appostato nella foresta adiacente. Il governatore Caleb Muftwang ha parlato di “genocidio”. E lo ha fatto perché lo scorso aprile erano state massacrate altre 55 persone. E molte altre ancora prima. Dal 2018 ad oggi massacri continui.
Nigeria, Benue State Allevatori fulani contro agricoltori
Secondo il presidente nigeriano Bola Tinubu, la misura è colma. Ma la radice del problema è nota da anni. Dal 2023 al 2025 oltre 1000 persone sono state uccise allo stesso modo nel solo stato del Benue.
Capo tradizionale
Rivolgendosi a Tinubu, il capo tradizionale James Ayate ribadisce: “Non è un conflitto pastori-agricoltori, non è uno scontro tra comunità, non sono schermaglie o vendette trasversali, è una invasione genocida pianificata e calcolata oltre ad una operazione che dura da decenni per accaparrarsi nuovi pascoli”.
Ed il riferimento va dritto agli estremisti fulani che occupano villaggi interi cacciano i contadini con la forza.
Etnia presente in tutto il nord della Nigeria, i fulani hanno peso politico e militare ma non un proprio territorio essendo originari delle tribù nomadi del Sahel che praticano la transumanza.
Il gruppo terroristaFulani Ethnic Militia (FEM) ha mietuto oltre 36.000 vittime tra il 2019 ed il 2024 e causato oltre 500.000 sfollati. Secondo alcune fonti, cinque volte le vittime di Boko Haram, classificato come tra i 5 gruppi terroristi più pericolosi al mondo, la FEM agisce quasi indisturbata godendo di forti protezioni politiche negli stati nel Nord est della Nigeria.
Patto con i terroristi
Le comunità agricole cristiane dello stato di Kaduna hanno accusato apertamente il governatore Uba Sani di aver stretto un patto con i terroristi per sradicare le loro comunità e permettere l’insediamento dei fulani provenienti dalle aride regione del Sahel.
Ad oggi 2.316 miglia quadrate sono state sottratte agli agricoltori e vengono controllate dalla milizia Fulani sotto lo sguardo delle autorità locali e federali.
Accuse che trovano conferma anche nella strage nel Benue. Le 200 persone sono state uccise a pochi passi da una postazione militare installata proprio per proteggere le comunità. I soldati non hanno fatto nulla né quando gli assalitori si sono nascosti per giorni nei dintorni, né durante l’attacco quando alcuni abitanti erano riusciti a raggiungere la postazione per chiedere aiuto.
Franc Utoo, un giovane avvocato residente in uno dei villaggi attaccati racconta: “Sapevamo che quella notte avrebbero attaccato il nostro villaggio […], avevamo avvisato le forze dell’ordine ma non è successo niente. A causa dell’attacco tutti si erano riuniti a dormire nelle scuole, nelle chiese e nei mercati: sarebbe stato pericoloso restare divisi soprattutto per chi abitava in luoghi isolati. Quando gli assalitori sono arrivati i nostri giovani hanno provato a respingerli ma loro hanno puntato ai luoghi dove ci eravamo raccolti. Ecco perché ci sono così tanti resti ammassati”.
Ad oggi il governo nigeriano ha creato diverse task force per contrastare gli attacchi ai villaggi. Ma le comunità locali lamentano il fatto che i politici parlino di “banditi” invece di ammettere come sostiene la gente del posto che c’è uno scopo politico dietro la mattanza di decine di migliaia di contadini.
In Nigeria i riflettori sono tutti puntati sui terroristi di Boko Haram, che da anni cercano di creare un califfato a ridosso del confine con il Niger mietendo migliaia di vittime. Ma i numeri indicano nella milizia fulani un soggetto di gran lunga più pericoloso e letale che meriterebbe di certo una attenzione maggiore.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
29 agosto 2025
“Shine on you, crazy diamond”, continua a brillare pazzo diamante… Lo si potrebbe dire, con le parole dei Pink Floyd, di Faith Cherotich. Ma anche di Emmanuel Wanyonyi, di Nelly Chepchirchir e di Fantaye Belayneh.
Sono i giovani atleti (tre kenyani e un’etiope) che hanno illuminato il celebre stadio ovale Letzigrund di Zurigo nella piovosa serata di giovedì 28 agosto.
la kenyana Feith Cherotich prima classificata nel 3000 siepi
Feith Cherotich, 21 anni, già vincitrice della medaglia di bronzo ai campionati mondiali 2023 e ai Giochi Olimpici 2024 di Parigi nei 3000 siepi, ha dominato letteralmente una gara corsa in solitario, durante il Weltklasse Zurich 2025.
Emmanuel Wanyonyi, pure 21enne, si è imposto sugli 800 metri.
Nelly Chepchirchir, 22 anni, ha bruciato all’ultimo metro due australiane sui 1500.
L’etiope Fantaye Belayneh, 25 anni, ha anticipato due rivali americane sui 3 mila metri femminili. Una vittoria tintasi di giallo: inizialmente l’oro, infatti, era stato assegnato alla sua giovanissima connazionale Aleshing Baweke, 19 anni, giunta in realtà quinta. All’origine dell’errore, il fatto che entrambe avessero gareggiato con un pettorale identico!
Successo degli africani
Insomma l’Africa dell’Atletica Leggera è tornata a casa dalla Svizzera con un carico di diamanti, ma anche con qualche… zircone, a 15 giorni dai campionati mondiali di Tokyo (13-21 settembre).
La Weltklasse Zurich 2025 è la 97a edizione del meeting di Atletica leggera che si celebra nella città elvetica. Si tratta della quindicesima e ultima tappa del massimo circuito internazionale itinerante, noto come Wanda Diamond League.
Il sito ufficiale dichiara con fierezza che dal “1928 la Weltklasse Zurich si è affermata come l’evento di atletica leggera più prestigioso della durata di un giorno“ (in realtà dura due giorni).
I vincitori di questo capitolo conclusivo hanno conquistato il prestigioso diamante da 4 carati (valore 80 mila dollari), più un assegno di 8 mila dollari.
E qualche delusione
Ma non tutto è stato luccicante per gli atleti africani: nei 1500 metri maschili hanno subito un’amara lezione proprio i keniani: ben tre (Reynold Cheruyot, 21, Phanuel Koech,18, e Timothy Cheruiyot, 29) si sono classificati in successione alle spalle dell’olandese Niels Laros, 20.
Amarezza “neras” anche sui 100 e 200 metri piani: il sudafricano Akani Simbine,31 anni, è stato sconfitto (per un centesimo(!) dallo statunitense Christian Coleman, 29 anni. E sui 200 metri, il campione olimpico Letsile Tebogo, 22 anni, del Botswana, è stato beffato da un’altro americano, Noah Lyles, 28 anni.
Zurigo, Svizzera: lo stadio Letzigrund
Comunque, “Brillano i diamanti e per l’Atletica mondiale è tempo di finali” , ha commentato Olympics.com parlando di questo ultimo grande appuntamento prima dei mondiali giapponesi di settembre.
Un evento, questo elvetico, profondamente sentito e radicato tanto che anche quest’anno c’è stato il tutto esaurito nonostante il meteo inclemente.
dal quotidiano israeliano Lechathila
Gerusalemme, 28 agosto 2025
La stragrande maggioranza di coloro che si sono registrati per l’operazione sono ultra-ortodossi. Le giornate di reclutamento si terranno la prossima settimana
Martedì alle 00:00 si è conclusa l’operazione di amnistia delle IDF (Israel Defence Forces, l’esercito israeliano) per disertori e renitenti alla leva, prorogata di altri cinque giorni rispetto alla data originariamente fissata per il 21 agosto.
Durante l’operazione, circa 250 disertori si sono registrati per l’operazione di regolarizzazione, di cui circa 120 nei primi tre giorni.
Dei 250 registrati, il numero è stato distribuito come segue: circa 180 provenivano dal settore haredi, un numero relativamente significativo tra i disertori haredi, che ammontano a circa 4.500.
Ebrei ultraordossi, Israelel
Al contrario, circa 80 disertori si sono registrati dal settore generale, su circa 10.000 disertori totali. Tuttavia, le IDF affermano che solo 180 di coloro che si sono registrati si arruoleranno effettivamente alla fine, dopo l’esame e l’adeguamento.
Nell’ambito dell’operazione straordinaria, svoltasi dal 17 al 26 agosto, le IDF hanno offerto un’ultima possibilità ai renitenti alla leva e ai disertori che non avevano ancora iniziato il servizio nell’esercito di arruolarsi senza una pena detentiva o di detenzione.
La registrazione è stata effettuata tramite un modulo digitale inviato via SMS direttamente ai renitenti alla leva e ai disertori, oppure tramite i call center speciali dell’unità Meitav istituiti a tale scopo.
Gli iscritti potranno partecipare a due giornate di reclutamento centralizzate la prossima settimana, durante le quali saranno sottoposti a un processo di reclutamento abbreviato e unico.
Durante queste giornate di reclutamento speciali, i coscritti riceveranno una panoramica completa del servizio nelle IDF e saranno assegnati a una varietà di incarichi militari.
Il processo accelerato ed eccezionale includerà tutte le consuete fasi di reclutamento e selezione – test di idoneità fisica, test psicotecnici, visite mediche e selezioni professionali – ma invece del consueto processo che dura circa due anni dal momento in cui viene ricevuto il primo ordine fino all’arrivo alla base di addestramento, tutto avverrà lo stesso giorno e, al termine, le reclute si recheranno direttamente alle basi di addestramento.
L’operazione eccezionale è stata condotta sullo sfondo della guerra prolungata e su più fronti in corso dal 7 ottobre e dell’urgente necessità di aumentare il numero totale di truppe in tutte le formazioni militari.
Nella realtà di una guerra su più fronti contemporaneamente – Gaza, Libano, Giudea e Samaria, e altri fronti – le IDF si trovano ad affrontare sfide di personale ed è necessario aumentare il numero di soldati effettivamente in servizio.
Come spiegato dalle IDF in una dichiarazione ufficiale: “Dal 7 ottobre a oggi, lo Stato di Israele è stato coinvolto in una guerra intensa e su più fronti. L’attuale situazione di sicurezza richiede un aumento del numero totale di truppe, e pertanto le IDF stanno intensificando le azioni di contrasto nei confronti di coloro che non hanno adempiuto al proprio dovere e si sono presentati per il servizio militare”.
L’operazione è stata inoltre caratterizzata da un approccio pragmatico da parte delle IDF, consapevoli del fatto che alcuni renitenti alla leva e disertori hanno evitato di arruolarsi in passato a causa delle preoccupazioni relative alle conseguenze legali.
L’operazione è progettata per rimuovere queste barriere e ampliare la base di reclute, offrendo al contempo una seconda possibilità a coloro che desiderano correggere il proprio status.
Il messaggio trasmesso dalle IDF è che chiunque dimostri un genuino desiderio di arruolarsi immediatamente e sia qualificato per farlo potrà regolarizzare il proprio status senza arresto o detenzione.
Tuttavia, le IDF hanno chiarito che l’operazione non ha modificato la politica generale nei confronti di disertori e renitenti alla leva.
Dopo la conclusione dell’operazione ieri a mezzanotte, le IDF torneranno alla loro politica abituale: i disertori saranno catturati, processati e incarcerati come consuetudine fino ad ora e, in pratica, si prevede addirittura un aumento delle sanzioni.
La condizione principale per coloro che si registrano per l’operazione è di svolgere regolarmente il servizio militare senza assenze, diserzioni o richieste di esenzione. Solo il rispetto di questa condizione consentirà la conclusione definitiva del procedimento legale in questione.
L’assenza di coloro che si sono registrati fino alla data di segnalazione, senza effettivo arresto o pena detentiva. L’operazione mira quindi non solo ad aumentare il numero di reclute, ma anche a garantire che si tratti di un reclutamento di qualità di persone che intendono sinceramente servire e contribuire all’esercito e alla sicurezza dello Stato.
Quotidiano ultraordosso “Lechathila”
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Speciale per Africa ExPress Emanuela Ulivi
Firenze, 29 agosto2025
Una storia lunga e originale nella costruzione di percorsi per la pace tra i popoli, fa sì che a Firenze, città di Giorgio La Pira, il dialogo intercomunitario e interreligioso, nonostante le difficoltà, non si sia mai interrotto.
Nemmeno in questo momento, in cui la guerra in Medio Oriente che scuote l’opinione pubblica mondiale dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 in poi, tocca particolarmente le comunità ebraiche, naturalmente legate a Israele.
Enrico Fink, presidente comunità ebraica Firenze
Per Enrico Fink, presidente della Comunità Ebraica di Firenze – come ha affermato in un recente intervento – si tratta di trovare “parole nuove di pace e di convivenza, un linguaggio e un terreno inediti di incontro”.
Insomma, di non mollare. Per capire in che modo e in quali termini, gli abbiamo rivolto alcune domande – per iscritto, come lo sono le risposte qui riportate integralmente – a partire dalle parole che emergono nel dibattito pubblico.
Africa-ExPress: Parole che si pensava di aver stigmatizzato, come antisemitismo, odio, a volte usate in modo sovradimensionato, a volte tradotte in episodi di violenza, che rischiano di far naufragare decenni di dialogo tra le varie comunità. Non c’è il pericolo che le posizioni si radicalizzino in maniera irreversibile?
Enrico Fink:È un rischio molto, troppo concreto. Ogni giorno una nuova parola d’ordine, una notizia non verificata e venduta all’attenzione collettiva, un’immagine, uno slogan, uno scontro fra parole opposte diventa protagonista e trascina ondate d’emozione.
E invece, se volessimo avere un ruolo positivo per quanto tangenziale, dovremmo prima di tutto mantenere la serenità che l’essere lontano dal conflitto ci può dare.
In tutto questo, nello specifico, se è di tutta evidenza un aumento vertiginoso di pregiudizio antiebraico, e lo sdoganamento di espressioni antisemite fino a ieri impronunciabili in un contesto civile, è anche vero che l’uso indiscriminato dell’accusa di antisemitismo a qualunque oppositore della politica israeliana è svilente, e contribuisce attivamente a rendere sempre più difficile la lotta all’antisemitismo vero.
Io chiedo spesso al mondo ebraico di cui faccio parte di distinguere, ed evitare di usare a sproposito questa parola. Senza naturalmente far sconti alle espressioni invece autenticamente antisemite, che è inutile negare, purtroppo risuonano con crescente clamore.
Africa-ExPress: C’è un’altra parola, genocidio, lacerante, soprattutto per le comunità ebraiche: se le parole sono pietre questa è un macigno, che alcuni temono possa essere usata per affrancare l’Occidente dalle proprie responsabilità storiche verso gli ebrei.
Enrico Fink: Il dibattito intorno all’uso del termine genocidio è surreale. Una riflessione, una accusa pesantissima e delicata, che come è del tutto ovvio spetta da una parte ai tribunali internazionali, dall’altra agli storici e al mondo accademico, invece viene usata come fosse un coltellino a serramanico in una rissa di strada. Vorrei prima di tutto chiarire un concetto: il problema non è la responsabilità storica dell’Occidente (solo) verso gli ebrei e le altre vittime della persecuzione razzista del nazifascismo – Rom e Sinti, omosessuali, disabili; il problema è la responsabilità storica dell’Occidente verso se stesso.
Viviamo in un Paese che appena ottant’anni fa ha potuto scrivere il razzismo come legge dello Stato, applicandolo fino alle sue estreme conseguenze. I nostri nonni non erano peggiori di noi: e quei germi, quella possibilità di barbarie, se c’era allora c’è oggi.
La sacralità della memoria di quel periodo non è dovuta alle vittime, ma prima di tutto ai persecutori, che siamo noi, italiani, europei. Qui sta il concetto che spesso si travisa. Qui la “unicità” della Shoah: nel suo essere un genocidio pianificato e messo scientificamente in atto dalla NOSTRA società, in tutte le sue componenti, intellettuale, tecnica, scientifica, popolare.
Se si limita l’importanza della memoria alla santificazione delle vittime, alla creazione di tante piccole statuine di Anne Frank da mettere su una mensola e spolverare ogni 27 gennaio, si perde il senso profondo di quell’esercizio.
L’attenzione va spostata dalle vittime a coloro che si sono fatti carnefici, cioè noi italiani, noi europei. Altrimenti si permette di utilizzare l’equiparazione delle vittime di allora ai carnefici di oggi, che non è solo un’aberrazione di per sé, è un pericolosissimo meccanismo di autoassoluzione.
Anche la parola genocidio e l’uso improprio che se ne fa, sta qua dentro: se perdiamo di vista la differenza fra una strage, per quanto atroce, e un genocidio – fra un massacro e la studiata, pianificata eliminazione a tavolino di un popolo, trasformato in nemico per nascita, per DNA – si sminuisce la portata dell’indicibile violenza di cui ci siamo macchiati, appena poche generazioni fa.
Se tutto è genocidio, niente è genocidio. Naturalmente, lo ribadisco a scanso di equivoci, questa è una riflessione politica, che non toglie alcunché alla giusta indagine, nelle sedi opportune, delle responsabilità per le morti di questo conflitto: sta ai giuristi delegati determinare se ci sono intenti genocidari, e perseguirli nel caso.
Ma oggi viviamo in un contesto che spesso impedisce anche solo di prendere la parola, soprattutto a ebrei (si pensi all’ignobile campagna contro la senatrice Segre), se prima non abbiamo pronunciato la parola magica “genocidio”, diventata un feticcio, in chiave di assoluzione delle proprie colpe.
Africa-ExPress: Essere ebreo non significa identificarsi con Israele, nonostante il legame tra la diaspora e lo stato di Israele sia naturale anche se non automatico. C’è chi, anche in Italia, è dalla parte del governo israeliano senza se e senza ma e chi ne ha una visione decisamente critica. Davanti alle immagini di violenza, di morte, che toccano chiunque, in che misura la diaspora, così lontana e così vicina, può far sentire la sua voce e contribuire alla pace in nome dei valori ebraici?
Enrico Fink:Oggettivamente, la possibilità di incidere sulle scelte del governo d’Israele da parte del mondo della diaspora – che comunque è, com’è naturale, del tutto eterogeneo e diviso, portatore di istanze molteplici e spesso divergenti – è pari a zero.
Oggi Israele stesso è un Paese diviso, come testimoniano le imponenti manifestazioni di protesta che lo agitano giorno dopo giorno. L’opinione di chi abita lontano da quel conflitto non può avere presa su chi lo vive quotidianamente.
Avremmo invece molta possibilità di intervento sulla creazione di parole di dialogo e comprensione reciproca fra avversari, cosa che la polarizzazione del dibattito pubblico allontana, creando in chi abita laggiù la percezione di un isolamento totale, e in Italia e Europa allontanando spesso dal campo pacifista quel mondo ebraico che ha in odio la guerra, ma che non può riconoscersi in posizioni massimaliste e che, consapevolmente o meno, non predicano la pace ma la vittoria di un fronte sull’altro, che è un’altra cosa.
Le comunità, hanno la responsabilità di rifiutarsi di farsi schiacciare in posizioni che sembrano giustificare la morte, la guerra; il richiamo etico universale alla pace, al “non uccidere”, deve essere gridato a gran voce, superando qualunque schieramento politico o ideologico.
Africa-ExPress: Dopo decenni di conflitto permanente tra israeliani e palestinesi, per vari intellettuali sparsi per il mondo, anche di origine ebraica, sembra imporsi una riflessione sul sionismo e sui suoi sviluppi storici, passati e futuri.
Nello stesso Israele c’è chi mette a confronto il sionismo delle origini col sionismo religioso i cui esponenti sono ora al governo. Qui da noi si parla di sionisti e di antisionisti, alimentando la polarizzazione.
Quale contributo possono dare le comunità ebraiche, quella di Firenze in particolare, a questo dibattito culturale?
Enrico Fink:Per decenni, nel contesto della lotta al pregiudizio antiebraico, ci siamo sforzati di fare capire il concetto basilare per cui ebreo e israeliano sono due cose diverse. E per carità, abbiamo fatto bene – ancora questa confusione regna sovrana.
Però forse, e qui ci metto un poco di autocritica, non basta: forse bisogna anche spiegare il legame che lega le comunità della diaspora a Israele: un legame che non porta in automatico, e ci mancherebbe, a sostenere i governi, ma che in gran parte del mondo ebraico della diaspora è sentito con forza e passione verso la storia e i valori fondanti di un Paese che oggi una vulgata scorretta identifica in maniera aberrante con la storia del colonialismo e con una sorta di avamposto della supremazia occidentale sul resto del mondo.
La storia del sionismo non è certo esente da critiche e tragedie: ma è la storia di un movimento di autodeterminazione di un popolo, e di profughi, molto prima e molto dopo della Shoah.
Sentire addebitare su Israele tutto il male del colonialismo, in particolare da parte di un Paese che i conti col proprio, sanguinosissimo, passato coloniale non li ha fatti – dove criminali di guerra sono ancora nominati in strade e piazze, dove l’eco del razzismo di stampo coloniale permea la cultura popolare e lo stesso linguaggio, fa male.
Si tratta di un ulteriore esempio di come si usi il conflitto mediorientale per esorcizzare le proprie colpe. E ribadisco, nessun problema a ragionare criticamente sulla storia del sionismo: oggi questo termine però viene tirato di qua e di là, sempre a sproposito – non per ultimi, sia chiaro, da esponenti politici israeliani di estrema destra di matrice kahanista, qualcuno dei quali siede anche al governo purtroppo, che hanno usurpato il tema del sionismo religioso con dichiarazioni inaccettabili che niente hanno a che vedere con lo spirito originario.
Ma criminalizzare il sionismo con l’etichetta di movimento “razzista” è semplicemente un falso storico e concettuale. Su questi temi, mi rendo conto non facili e non riducibili a slogan e parole d’ordine, la riflessione ci vede volentieri partecipi.
Africa-ExPress: A Firenze qualche anno fa è nata la Scuola fiorentina di alta formazione per il dialogo interreligioso e interculturale; vicino ad Arezzo c’è l’esperienza di Rondine Cittadella della Pace che accoglie giovani provenienti da Paesi teatro di conflitti.
Insomma si lavora a vari livelli per favorire la conoscenza, abbattere i pregiudizi e i muri tra le persone. Cosa serve perché questi modelli diventino pratica condivisa, linguaggio comune? La speranza è condannata a rimanere un esercizio dello spirito?
Scuola per la pace di Neve Shalom
Enrico Fink:In un recente incontro che ho avuto con Roy Silberberg, direttore della scuola per la pace di Neve Shalom dove studenti ebrei musulmani e cristiani, israeliani e palestinesi, studiano insieme – luogo di ispirazione per la nostra splendida realtà di Rondine, per l’appunto – Roy ha detto una cosa che credo dovremmo meditare tutti.
E cioè: prima o poi la guerra finirà. Non sappiamo quando, non sappiamo quante altre orribili e inutili morti ci saranno prima, ma finirà. E resteremo, dice Roy, noi persone di una parte e l’altra della barricata, con la necessità di costruire un futuro fatto di dialogo e non di scontro.
Se non cominciamo prima a costruire le fondamenta di quel dialogo, a cercare le parole della pace, dell’incontro, siamo condannati a ripetere prima o poi gli stessi errori. A questo sforzo di costruzione di un terreno di incontro e riflessione comune, noi anche da lontano possiamo contribuire.
Abbandonando le tifoserie, abbandonando la polemica fine a se stessa, cercando di perseguire una riflessione profonda, che non faccia sconti alla verità storica ma che si ponga il problema di costruire un futuro di pace.
Lavorando su ciò che è prodromo a qualunque dialogo: il riconoscimento dell’altro. Se non mostriamo di farlo noi, che abitiamo al sicuro e lontani dalla morte quotidiana, come possiamo chiederlo a chi vive laggiù?
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 27 agosto 2025
L’Alta Corte di Giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) ha ordinato di fermare le mutilazioni genitali femminili (FGM, Female Genital Mutilation, in inglese) in Sierra Leone.
La sentenza della Corte
La mutilazione genitale femminile è una forma di tortura e la Sierra Leone deve vietarla. Questo hanno stabilito i giudici.
La Corte “Ordina alla Repubblica di Sierra Leone di prendere immediatamente misure legislative per proibire e sanzionare chi pratica l’FGM. Adotti le altre misure legislative, amministrative, sociali ed economiche che possono essere necessarie per assicurare l’eradicazione delle MGF delle donne e delle bambine”.
Lametta utilizzata per le mutilazioni genitali femminili (MGF)
Ma non è cosa facile e a breve termine. La ragione, per quanto paradossale, è che la maggioranza del Paese vuole mantenere la barbara pratica delle mutilazioni. Nonostante il presidente Maada Bio sia formalmente d’accordo nel vietarla, il parlamento della Sierra Leone è contrario.
Le “guardiane della tradizione”
Le maggiori oppositrici al bando delle terribili mutilazioni genitali sono i gruppi di donne delle Società di Bondo. Questi gruppi sono segreti e influenti oltre che presenti in quasi tutti i villaggi.
Spesso le donne appartenenti al gruppo vengono chiamate – e pagate – dai genitori delle giovani vittime e rapiscono le ragazze che non vogliono essere mutilate. Le affiliate a queste società segrete si ritengono le guardiane della tradizione.
Il rapimento
Anche Kadijatu Balaima Allieu è stata rapita. Lo racconta il quotidiano britannico The Guardian. Nel 2016 aveva 28 anni ed era andata a risolvere una controversia con una donna, appartenente alla Società segreta. Appena arrivata Kadijatu è stata rapita, picchiata, bendata e imbavagliata.
Poi, tenuta ferma da altre donne che l’hanno sottoposta con la forza a mutilazioni genitali femminili. Queste mutilazioni sono ritenute una iniziazione che tutte le donne devono fare, dovere che la giovane aveva saltato “insultando” la tradizione.
Allieu, è riuscita a lasciare il Paese per quattro anni. Tornata in patria, con l’aiuto di due ong, Forum contro le pratiche dannose (FAHP) e Siamo propositivi (We Are Purposeful), ha denunciato la Repubblica della Sierra Leone.
Mappa fisica della Sierra Leone
Giustizia e risarcimento
I giudici della Corte di Giustizia ECOWAS hanno ordinato un’indagine rapida ed efficace sui fatti delle FGM su Kadijatu Balaima Allieu, e vogliono che le istituzioni assicurino gli autori alla giustizia.
La Corte ha ordinato alla Repubblica della Sierra Leone anche un risarcimento finanziario per Kadijatu Balaima Allieu di 200 mila dollari (170 mila euro)
FGM, 230 milioni di torturate
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS-WHO) oltre 230 milioni di donne e ragazze sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili.
Le FGM sono una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne. Sono praticate in 30 Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia, soprattutto su ragazze tra l’infanzia e l’età di 15 anni. La pratica non ha benefici per la salute per le ragazze e le donne. È sono un intervento crudele e doloroso eseguito con lamette o altri strumento i non idonei.
Può causare gravi emorragie e problemi alle vie urinarie. Possono sorgere difficoltà mestruali, infezioni, nonché complicazioni nel parto e aumento del rischio di morti neonatali.
È indirizzata al presidente, Julius Maada Bio, e a tutti i deputati del parlamento della Sierra Leone:
“Siamo cittadini di tutto il mondo sconvolti dal fatto che in Sierra Leone la legge consenta la mutilazione dei genitali femminili. Chiediamo di rendere immediatamente effettiva la sentenza della Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS).
Chiediamo di rivedere la Legge del 2025 sui diritti dell’infanzia del Paese e di vietare la FGM. Proteggete le ragazze che non sono ancora state mutilate!”
Nel momento in cui scriviamo hanno aderito oltre 452.000 persone. Africa ExPressvi invita a firmare.
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