Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 5 febbraio 2026
Dopo cinque anni riprende il progetto della multinazionale TotalEnergies per l’estrazione del gas naturale (GNL) nella penisola di Afungi, Cabo Delgado, che era stata attaccata dai miliziani dello Stato islamico IS-Mozambico.
Il 29 gennaio Patrick Pouyanné, presidente e CEO di TotalEnergies, ad Afungi, ha incontrato il capo dello Stato mozambicano, Daniel Chapo. I due hanno annunciato il pieno riavvio delle attività del progetto LNG del Mozambico onshore e offshore.
Daniel Chapo, presidente del Mozambico e Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies
Sicurezza in mano al Ruanda
Il governo mozambicano ha confermato le misure adottate per la sicurezza dell’area con 4.000 militari della Ruanda Defence Force (RDF). I soldati ruandesi sono in Mozambico dal 2021 grazie a un accordo bilaterale Maputo-Kigali iniziato con un migliaio di militari e poliziotti ruandesi.
Un accordo indispensabile perché le Forze di difesa mozambicane (FADM) non riuscivano a fermare l’insurrezione jiadista iniziata nell’ottobre 2017 a Cabo Delgado.
La linea rossa superata è stata l’occupazione di Palma, la capitale del gas accanto ad Afungi, da parte dei jihadisti di IS-Mozambico affiliati a ISIS.
Nemmeno l’intervento della Missione militare della Comunità dei Paesi dell’Africa meridionale (SAMIM) è riuscita a fermare i jihadisti. La missione, dal giugno 2021 a luglio 2024, con 2.800 soldati, che ha coinvolto otto Paesi, si è conclusa per mancanza di fondi. Ha arginato gli attacchi di IS-Mozambico che però continuano.
A causa di questa pericolosissima situazione TotalEnergies aveva deciso la sospensione dei lavori e l’evacuazione del personale dei cantieri per “forza maggiore”. Nella nota diramata dalla società petrolifera il cantiere riapre con 4.000 lavoratori, 3.000 di questi sono mozambicani.
“Questo progetto di riferimento posizionerà il Mozambico come un importante esportatore di GNL”, ha dichiarato Patrick Pouyanné.
Secondo il capo dello Stato, Daniel Chapo: “Il progetto consolida il posizionamento del Mozambico come hub energetico regionale. Conferma il Paese come attore credibile e rilevante nel mercato globale del gas naturale liquefatto, rafforzando la sua posizione geostrategica e il suo ruolo nella sicurezza energetica globale”
Mappa dei giacimenti di gas di TotalEnergies a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy TotalEnergies)
TotalEnergies e il Mozambico
La multinazionale francese produce e commercializza energie: petrolio e biocarburanti, gas naturale, biogas e idrogeno a basse emissioni di carbonio, rinnovabili ed elettricità.
Gli impianti di Afungi sono gestiti da Mozambique LNG che vale circa 20 miliardi di dollari. È una joint venture composta da TotalEnergies EP Mozambique Area 1 che detiene il 26,5 per cento della società.
Ne fanno parte anche la giapponese Mitsui E&P Mozambique Area 1 (20 per cento), la mozambicana ENH Rovuma Área Um (15). L’impresa indiana ONGC VideshRovuma, la mozambicana Beas Rovuma Energy Mozambique e l’olandese BPRL Ventures Mozambique hanno il 10 per cento ciascuna. La tailandese PTTEP Mozambique detiene l’8,5.
Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
4 febbraio 2026
Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo Leonardo SpA..
A fine gennaio, il ministero della Guerra degli Stati Uniti d’America ha approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.
Aiuti militari malgrado cessate il fuoco
Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente violato dalle forze armate israeliane.
Gaza
Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.
Approvazione Congresso
Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E” e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme addestrative e interventi logistici e di manutenzione).
Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industrialiBoeing e Lockheed Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie capacità d’attacco aereo di precisione.
Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM GeneralLLC., mentre il personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.
Equipaggiamenti, addestramenti
Il dipartimento della Guerra prevede inoltre un intervento del valore di 740 milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in dotazione alle forze israeliane dal 2008.
Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente controllata dalla holding italiana Leonardo SpA.
Elicottero Koala, Augusta Westland
Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele “Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco, al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso), alla vigilanza e sicurezza, ecc.
I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024. Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev.
Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre 2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Guerra Usa. Inizialmente era prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.
Ben 12 elicotteri
Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la manutenzione degli elicotteri.
I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di Tel Aviv a fine dicembre 2025.
Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St. Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.
Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo Stato sionista abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.
Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di 21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
31 gennaio 2026
(3 – fine)
Il primo articolo è stato pubblicato qui
Il secondo articolo è stato pubblicato qui
Negli anni 70 l’attenzione americana resta inchiodata al Sud America. Dopo il Cile, dove il governo legittimo e democratico di Salvador Allende viene defenestrato da un golpe guidato dal sanguinario generale Augusto Pinochet, il 24 Marzo 1976 è la volta dell’Argentina. I militari cacciano Isabel Peron, eletta anche lei democraticamente, e instaurano una dittatura dal pugno di ferro.
Migliaia di documenti che riguardano il coinvolgimento degli Stati Uniti nel golpe sono stati declassificati tra il 2001 e il 2016. Provengono da diverse agenzie governative americane, tra cui Dipartimento di Stato, CIA, Ministero della Difesa, Consiglio di Sicurezza Nazionale, FBI.
Ad esempio, un cablogramma del 5 marzo 1976 inviato dall’ambasciata statunitense in Argentina al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, afferma: “I preparativi per il colpo di stato sono pronti. Le navi e i membri della Marina sono stati schierati in punti strategici in tutto il Paese per controllare possibili disordini dopo la presa del potere”.
Argentina 24 marzo 1976. Militari in azione contro chi resiste
Nel 2016, il National Security Archive degli Stati Uniti ha pubblicato 14 nuovi documenti che gettano luce sul ruolo di Washington nei giorni che precedettero il golpe. Questa massa di documentazione suggerisce che gli Stati Uniti erano a conoscenza dei preparativi per il colpo di Stato e che c’era un certo grado di supporto o tolleranza nei confronti delle azioni dei militari argentini.
Il ruolo di Kissinger
I documenti raccontano che Kissinger, sconfessando le motivazioni che lo avevano portato al Nobel per la Pace nel 1973, si era mostrato molto comprensivo verso i militari golpisti. “Sappiamo che siete in difficoltà. Sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendono a emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità. Farò quel che posso”, ch’è scritto in una lettera del segretario di Stato di Richard Nixon al ministro degli esteri argentino golpista César Augusto Guazzetti. Il 9 luglio 1976, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi di Buenos Aires, dove veniva applicato “Il metodo cileno: terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore”.
Le mani sul Canale di Panama
La morte all’età di 52 anni, in un incidente aereo, il 31 luglio 1981, del generale di Panama Omar Torrijos, leader de facto del Paese dal 1968 non è stata ancora chiarita. Torrijos nel 1977 aveva raggiunto con il presidente Carter un accordo che sanciva, a partire dal 2000, il diritto al controllo dei centroamericani sul Canale di Panama. Quell’accordo ha suscitato solo speculazioni su un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel decesso del capo centroamericano, ma non ci sono prove concrete né documenti declassificati.
Marines nella giungla di Panama
Occorre però notare che Omar Torrijos, oltre ad essere un deciso oppositore del controllo americano sul Canale, aveva manifestato posizioni politiche vicine a movimenti nazionalisti e rivoluzionari dell’America Latina. Durante la sua leadership, Torrijos aveva fatto parecchie dichiarazioni di sostegno al presidente cileno Salvador Allende, e aveva appoggiato e sostenuto la sua linea di supporto all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani.
Ma non solo: aveva offerto appoggio politico e logistico ai sandinisti che in Nicaragua combattevano contro la dittatura ereditaria della famiglia Somoza. I sanguinari Somoza avevano governato il Paese centroamericano dal 1934, accumulando immense fortune e mantenendo il potere grazie alla Guardia Nazionale e al sostegno degli Stati Uniti. Il 17 luglio 1979 erano stati cacciati dalla rivoluzione sandinista.
Torrijos aveva mostrato simpatia verso i movimenti guerriglieri in Guatemala e per i ribelli in El Salvador, soprattutto all’inizio della guerra civile, come parte della sua politica di solidarietà latinoamericana e di sfida agli Stati Uniti.
Figura scomoda
Questo atteggiamento aveva contribuito a renderlo una figura scomoda per Washington, soprattutto nel contesto della Guerra Fredda e del controllo strategico sul Canale di Panama. Le tensioni erano culminate negli scontri del 1964, noti come ‘Giorno dei Martiri’: ventidue morti panamensi e 4 soldati statunitensi avevano spinto gli Stati Uniti a negoziare i trattati Torrijos-Carter nel 1977, che avevano sancito il trasferimento del controllo del Canale allo stato panamense entro il 1999. Questi eventi e documenti storici testimoniano l’attrito tra gli Stati Uniti e Torrijos.
Nel 2026, i Marines statunitensi sono tornati operativi a Panama per rafforzare la sicurezza del Canale, in risposta alle crescenti preoccupazioni per l’influenza cinese e nel quadro di accordi di cooperazione militare bilaterale. Esercitazioni congiunte e il dispiegamento di personale sono previsti tra gennaio e febbraio 2026, coinvolgendo basi aeree e navali per attività di addestramento e protezione.
Il 31 gennaio il quotidiano filo TrumpThe Epoch Times, pregiudizialmente anticinese e anticomunista, ha pubblicato la notizia che la Corte suprema di Panama ha ufficialmente espulso la Cina comunista dal Canale di Panama.
1966: è la volta dell’Indonesia
All’attenzione americana non sfugge neppure l’Indonesia. Dopo un periodo tumultuoso di democrazia parlamentare, nel Paese insulare, nel 1959 Sukarno introduce un sistema autoritario noto come “democrazia guidata” per ripristinare la stabilità e reprimere le ribellioni regionali.
All’inizio degli anni ’60, Sukarno persegue una politica estera in cui e posiziona l’Indonesia tra i leader del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), schierato dichiaratamente contro le interferenze americane e sovietiche negli affari interni di altri Paesi. Queste politiche aumentano le tensioni con le potenze occidentali che accusano l’Indonesia, nonostante fosse uno Stato non comunista, di avvicinarsi troppo all’Unione Sovietica.
Il culmine di questa politica si colloca il CONEFO (Conference of the New Emerging Forces) il piano di Sukarno per una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite con sede a Giacarta ideato proprio per limitare il potere sia degli Stati Uniti, sia dell’Unione Sovietica.
A seguito del tentativo di colpo di Stato del 30 settembre 1965, attribuiti al Partito Comunista Indonesiano (PKI), il generale Suharto nel 1967 assume il controllo del governo con un golpe. Subito dopo scatta una vasta epurazione anticomunista sostenuta dalle agenzie di intelligence occidentali, comprese quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito. Tra le 500.000 e oltre un milione di persone vengono massacrate in massa; vengono presi di mira membri e sospetti simpatizzanti del partito comunista (PKI).
Suharto (in mimetica) accompagnato da militari fotografato a Giacarta nel 1965 (Photo courtesy del US National Security Archive)
Esistono file statunitensi desecretati che mostrano un coinvolgimento indiretto degli Stati Uniti nella caduta di Sukarno e nell’ascesa di Suharto alla fine del 1965. In particolare:
documenti della CIA e del Dipartimento di Stato desecretati negli anni ’90 e 2000 rivelano che Washington seguiva da vicino le tensioni interne in Indonesia e forniva sostegno logistico e intelligence all’esercito durante la repressione contro il Partito Comunista Indonesiano (PKI).
Alcuni cablogrammi declassificati mostrano che funzionari americani incoraggiarono l’esercito a muoversi contro Sukarno e il PKI, fornendo liste di sospetti comunisti e assistenza politica.
Nel 2017, il National Security Archive ha pubblicato un ampio dossier di documenti che confermano la conoscenza e la tolleranza da parte degli Stati Uniti delle violenze di massa tra il 1965 e il 1966. Questi documenti non provano un ruolo diretto americano nel colpo di Stato, ma confermano un sostegno strategico e informativo all’azione militare che portò alla rimozione di Sukarno.
Squadroni della morte
Gli squadroni della morte in America Latina erano gruppi paramilitari o clandestini, spesso legati a governi, eserciti o forze di polizia, che operavano durante le dittature militari e i conflitti interni tra anni ’60 e ’80. Il loro compito era eliminare oppositori politici, sospetti guerriglieri o presunti simpatizzanti della sinistra attraverso sequestri, torture, sparizioni forzate e omicidi.
Erano particolarmente attivi in Paesi come Argentina, Cile, El Salvador, Guatemala e Brasile, e furono responsabili di migliaia di vittime nell’ambito di quella che veniva definita “guerra sporca” o, a livello regionale, Operazione Condor.
Anche in questo caso esistono prove documentali che indicano una relazione tra gli Stati Uniti e gli squadroni della morte in Sud America. Ad esempio, gli Archivi del Terrore contengono documenti che mostrano la cooperazione tra i servizi di sicurezza di vari Paesi sudamericani e l’implicazione degli Stati Uniti nella repressione politica. Inoltre, il Progetto FUBELT della CIA mirava a sovvertire il governo di Salvador Allende in Cile, contribuendo indirettamente alla formazione di gruppi paramilitari. Le prove documentali principali riguardano:
Archivi del Terrore (Paraguay, 1992): scoperti da Martín Almada, contengono comunicazioni tra i servizi di sicurezza di Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Bolivia e Paraguay durante l’Operazione Condor. Alcuni documenti mostrano contatti diretti con CIA e FBI e la presenza di ufficiali statunitensi in attività di cooperazione contro i dissidenti politici.
Operazione Condor (anni ’70-’80): un coordinamento tra dittature sudamericane per eliminare oppositori politici, spesso con il supporto logistico e di intelligence degli USA
Progetto FUBELT (Cile, 1970-1973): una serie di operazioni coperte della CIA autorizzate da Nixon per creare le condizioni di un colpo di stato contro Salvador Allende. Includeva finanziamenti, propaganda e sostegno a gruppi militari che avrebbero poi instaurato la dittatura di Pinochet, responsabile dell’uso di squadroni della morte.
Scuola delle Americhe (Fort Benning, USA): ha addestrato migliaia di ufficiali latinoamericani in tecniche di contro-insurrezione e operazioni speciali, molte delle quali furono impiegate per la repressione e le esecuzioni extragiudiziali.
Questi documenti e testimonianze storiche delineano un quadro di supporto statunitense, diretto o indiretto, alla creazione e operatività degli squadroni della morte in America Latina.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@africa-express.info
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Speciale per Africa ExPress Agnese Castiglioni*
Mendrisio, 2 febbraio 2026
Di fronte alla complessità della crisi iraniana, il dialogo tra analisti e opinioni diverse rischia di cedere il passo all’intimidazione.
Sabato scorso, la Libreria al Ponte di Mendrisio avrebbe dovuto essere un luogo di approfondimento. Ospite della serata la giornalista e storica Farian Sabahi, docente all’Università dell’Insubria e tra le voci più autorevoli sulla questione iraniana.
Tuttavia, quello che era iniziato come un dibattito accademico sulla situazione attuale in Iran si è trasformato in palcoscenico con forti tensioni.
Alla fine dell’incontro, durante l’ultima parte dedicata alle domande, un gruppo organizzato di circa quindici persone di origine iraniana ha interrotto bruscamente ia riunione.
Tra slogan politici, intimidazioni e aggressioni verbali, rivolte anche al personale della libreria, il clima di confronto democratico si è trasformato in una contestazione muscolare. E’ stata anche sventolata la bandiera con il leone e il sole, simbolo della monarchica, e la quindicina di protestatari urlava “Javid Shah!” (viva lo Shah, cioè il re di Persia), L’evento è stato paralizzato e il pubblico e la relatrice sono stati messi una situazione di vulnerabilità, incompatibile con uno spazio culturale.
La professoressa Farian Sabahi durante l’incontro di Mendrisio
Il contesto: segnali di una faglia profonda
L’episodio di Mendrisio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’appendice di una tensione che serpeggia in tutto il Canton Ticino.
Solo pochi giorni prima, il 25 gennaio a Lugano, la polizia era dovuta intervenire massicciamente per separare due cortei contrapposti: uno pro-Israele e monarchico iraniano, l’altro a sostegno della causa palestinese.
Kamran Babazadeh, 69 anni, ha lasciato l’Iran circa quarant’anni fa. Originario di Teheran, da giovanissimo era tra coloro che scesero in piazza per protestare contro la monarchia dello shah Reza Pahlavi. Un regime che governava il Paese con il pugno di ferro e col le galere piene di oppositori. Certamente non teocratico come quello attuale ma anche lui profondamente repressivo e antidemocratico.
All’indomani della rivoluzione è emigrato prima in Italia e poi in Svizzera, dove vive nel Canton Ticino dal 1988. Per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR, l’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati.
Presente sia ai fatti di Lugano sia a quelli di Mendrisio, Babazadeh è testimone diretto di una deriva che definisce preoccupante: “Un comportamento da tifosi, non da cittadini”.
La sua colpa, agli occhi dei contestatori, è stata quella di esporre una bandiera iraniana neutra, priva di simboli monarchici, attirando su di sé insulti e minacce in persiano che evocano la morte degli avversari politici.
Una diaspora frammentata e radicale
Quello che emerge è il ritratto di una diaspora iraniana attraversata da una frattura storica.
Da un lato, la spinta della corrente monarchica che sostiene Reza Pahlavi ha guadagnato visibilità sui social e nelle piazze; dall’altro, una parte degli espatriati che guarda con diffidenza a una leadership nostalgica o a ipotesi di interventi militari esterni.
In questo clima, la ricerca di analisi sfumate, come quella proposta da Farian Sabahi, diventa il bersaglio ideale.
Dalla libreria alla gogna digitale
Chi non offre risposte univoche o non aderisce a una narrazione politica a senso unico viene percepito come un nemico. Mentre in Iran la repressione seguita alla rivolta Donna, Vita, Libertà continua a colpire con arresti e condanne, all’estero la frustrazione si traduce in una radicalizzazione del linguaggio che non risparmia nemmeno i luoghi della cultura.
Ecco le immagini della tensione creatasi durante l’evento. Il video, pubblicato sui canali social di uno degli 15 iraniani del gruppo, presenta l’aggiunta della foto di Kamran Babazadeh insieme a informazioni false sul suo conto :” Questo vecchio cane, nel cantone italofono della Svizzera, ha un negozio di tappeti. Qualche giorno fa ha organizzato una mostra e ha iniziato a sostenere i Pasdaran. Gli iraniani patrioti gli hanno dato una lezione”.
La violenza non si è fermata tra gli scaffali della libreria.
La disputa si è rapidamente spostato online, trasformandosi in una violenta campagna d’odio e di disinformazione.
Sia Sabahi sia Babazadeh sono stati bersagliati da accuse infondate di collusione con il regime di Teheran.
Sulle pagine social di Babazadeh sono apparsi commenti feroci: “Penso che tu ti stia guadagnando da vivere riciclando denaro sporco per il corpo terroristico”, o ancora “Sei una persona di merda da commentare sull’Iran, sei un diavolo di faccia. Re per sempre. Morte a tre Mullah Chapi Mujahid corrotti”.
Altri utenti hanno rincarato la dose con insulti ideologici: “Credo che questi stronzi di sinistra mangino ancora la merda del loro leader terrorista”.
Tra i profili più attivi nella diffusione di insulti e accuse figurano anche account falsi, tra cui quello di @mmaziyarkhodaeifar, che dichiarava nel proprio profilo di frequentare il Politecnico di Milano.
Il caso ha assunto contorni ancora più inquietanti quando la Rettrice dell’ateneo milanese, Donatella Sciutto, è intervenuta per verificare l’identità dell’utente.
I riscontri hanno confermato che il soggetto non è affatto uno studente del Politecnico.
La Rettrice ha quindi espresso ferma solidarietà alle vittime dell’aggressione, smascherando l’uso di profili fittizi o ingannevoli volti a conferire una parvenza di autorevolezza a chi pratica lo sciacallaggio digitale.
Difendere gli spazi di parola
Il caso di Mendrisio dimostra che le tensioni geopolitiche non hanno confini: possono penetrare in una libreria di provincia con la stessa forza con cui agitano le grandi capitali.
Quando un incontro con una studiosa viene silenziato dalle urla, a perdere non è solo la relatrice, ma l’intera comunità civile.
Documentare questi episodi è oggi più che mai necessario per proteggere quegli spazi, come librerie, biblioteche, centri civici, che tentano di resistere alla logica della minaccia e di restare, nonostante tutto, presìdi di pensiero critico.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 24 gennaio 2026
Pwiyamwene, è l’espressione massima di Dio. Pwiyamwene è madre e padre, ma in primo luogo è femminile. Questo aveva scoperto padre Giuseppe Frizzi, missionario italiano della Consolata, e la scoperta lo affascinava.
Oltre al suo lavoro di evangelizzazione il missionario aveva studiato la lingua, la cultura, la cosmogonia e la teologia del popolo Macùa-Xirima nel nord del Mozambico. Un lavoro durato 51 anni.
Nell’ex colonia portoghese padre Frizzi ha fondato il Centro di Investigazione Macùa-Xirima. Un’istituzione riconosciuta anche da due presidenti mozambicani: Joaquim Chissano e Armando Guebuza.
Attraverso il Centro di ricerca ha studiato la lingua esplorando in profondità la cultura (non sessista) di quella popolazione del Mozambico settentrionale. Ne ha scoperto la cosmogonia e i miti, la teologia e la sua naturale vocazione ecologica ante-litteram.
Padre Giuseppe Frizzi con il presidente mozambicano Armando Guebuza
Biosofia e Biosfera
La sua storia e la sua esperienza sono raccontate nel volume “Biosofia e Biosfera africana Macùa-Xirima”. È un libro sulla via della sapienza della vita, a cura di Jorge Ferrão e Celestino Victor Mussomar pubblicato in italiano da Effetà Editrice.
Il volume, 334 pagine con appendice iconografica, è composto dalle testimonianze di molte persone: antropologi, filosofi, scrittori e studiosi che lo hanno incontrato.
Copertina del llbro ” Biosofia e biosfera africana Macùa-Xirima
Teologia macùa e cristianesimo
Il missionario aveva trovato un trait d’union tra cristianesimo e teologia macùa-xirima. Non solo diceva messa solo in lingua macùa ma la funzione era accompagnata da danze e musiche tradizionali macùa. La chiesa era anche il luogo dove venivano fatti rituali e suppliche ancestrali della cultura di quel popolo. Cosa che non piaceva molto alla Chiesa.
Muluku e il Dio occidentale
Fu colpito anche da Muluku deità buona nei confronti di tutti. “Le genti macùa-xirima si rivolgono a Lui e agli antenati con familiarità e fiducia – scrive l’antropologo Devaka Premawardhána nel libro -. Il religioso ha trovato questa fiducia molto vicina al Vangelo e all’immagine del Dio occidentale. La sua ricerca antropologica è diventata una ‘pratica spirituale’ ”.
Le pubblicazioni
Sono molte le pubblicazioni in lingua macùa-xirima con il Centro. Tra queste: La Bibbia in lingua xirima, Biblya Exirima (2002); il Nuovo Testamento, Watana wa nanano; Libro dei Salmi, Masalimu (1998). Mwana Mutthu Owo! (2002), un’antologia illustrata bilingue di racconti e proverbi tradizionali, ora in uso nelle scuole; il Dicionário Xirima- Português e Português Xirima (2005); Murima ni Ewani Exirima – Biosofia e Biosfera Xirima (2008), una presentazione monumentale della cosmologia xirima attraverso testi tradizionali di proverbi, racconti, miti e riti. E tanti altri.
Rivoluzione nella filosofia africana
“Padre Frizzi ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana nella filosofia africana. – scrivono Ferrão e Mussomar -. Ha introdotto i concetti di biosofia e biosfera al fine di ricercare ogni segmento e frammento di quella cultura, e lo ha fatto senza che neppure i filosofi africani se ne rendessero conto”.
Padre Giuseppe Frizzi è deceduto a 88 anni, nel 2021. È sepolto nella Missione di Massangulo, Niassa.
Donna macùa che danza e mappa Mozambico con area abitata dalla popolazione macùa
Chi sono i Macùa-Xirima
I Macùa (o Makhwa) rappresentano il 40 per cento (circa 14.500.000 persone) della popolazione del Mozambico che conta circa 36.640.000 abitanti (2025). I Xirima sono un sottogruppo Macùa.
Vivono per la maggior parte nelle province di Nampula, Cabo Delgado e Niassa. Ma anche in Tanzania e Malawi. A differenza della maggior parte dei gruppi Bantu hanno una società matrilineare. Erano famosi per la loro abilità nella lavorazione del ferro e per il commercio con gli arabi lungo le coste del Mozambico.
Hanno un legame stretto con gli antenati e la Natura e con gli spiriti che risiedono nelle foreste, nelle rocce e nei fiumi. Sono noti anche per il guerriero Yasuke che, portato da un gesuita portoghese nel Giappone del XVI secolo, divenne un celebre samurai.
Speciale per Africa ExPress Novella Di Paolo
31 gennaio 2026
Tornano a punzecchiarsi Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Per ora borbottano soltanto e poco si sentono, nella vastità del rovente palcoscenico africano, quello dove alla fine si giocano sempre gli equilibri del mondo. Ma pare che gli emiratini la voce la stiano alzando, come se il loro scopo sia farsi sentire per attirare l’attenzione. Più il principe abbozza un passo laterale, tanto più lo sceicco prova a pestargli i piedi, in un balletto che rischia di diventare una baruffa.
Come racconta la rivista specializzata e di grande prestigio Africa Confidential nel secondo numero di gennaio, l’ultima mossa di Abu Dhabi, in ordine di tempo, è stata la promenade concessa alla milizia separatista yemenita, il Southern Transnational Council, guidata da Aidarus al Zubeidi, che nel mese di dicembre è riuscita a prendere il controllo delle regioni di Hadhramaut e Mahrah, che confinano con Oman e Arabia Saudita, prima di essere respinta dalla aeronautica militare saudita.
Nonostante Abu Dhabi neghi con fermezza il coinvolgimento nell’operazione, gli esperti affermano che senza la protezione del presidente emiratino, Mohamed bin Zayed al Nahyan, la milizia non avrebbe potuto spingersi tanto oltre i confini yemeniti.
Appoggio che gli Emirati hanno dato allo stesso comandante al Zubeidi, rportandolo ad Abu Dhabi tramite un volo militare (con scalo a Mogadiscio), dopo il bombardamento saudita al porto di Mukalla sulla costa yemenita, dove una nave emiratina stava sbarcando armi.
A furia di ballare però, soprattutto quando si cambiano le regole e si rubano i partner, i piedi si rischia di schiacciarli anche agli altri danzatori, invitati e non. È quello che è successo a novembre quando Abu Dhabi, étoile della compagnia di ballo, ha appoggiato e sponsorizzato il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, risvegliando l’attenzione di Cina e Turchia che, insieme a quasi tutte le organizzazioni internazionali, ne osteggiano la proclamazione.
Il rischio è dunque quello di estendere il conflitto mediorientale, sostenendo le mire di Tel Aviv fino alla penisola arabica e oltre. Gli Emirati sono infatti da sempre buoni amici di Israele, come dimostra anche la sponsorizzazione della ricerca di un accesso al mare da parte dell’Etiopia; piano appoggiato dagli israeliani, che approfitterebbero dello sbocco, e, come prevedibile in questa danza di poteri, osteggiato da Riyad e da diversi Paesi con interessi nel Mar Rosso tra cui l’Egitto.
Tutte mosse che riattivano le ostilità tra i territori del Corno d’Africa, tanto più che le ultime novità sono già arrivate alle orecchie statunitensi. Messaggero è stato il principe saudita Mohammed Bin Salman Al Saud, che ha declinato l’invito a un ultimo giro di valzer, preferendo correre all’ospite d’onore, quasi padrone di casa, a riferire dei giochetti di Abu Dhabi, che disturberebbero l’armonia della festicciola.
Dobbiamo prepararci a tutto, avrebbe detto Mohammed Bin Salman, trovando Trump d’accordo tanto da ottenere in un batter d’occhio 48 aerei F-35. Non proprio un omaggio del tycoon (si parla di un affare da diversi miliardi di dollari) ma sicuramente un privilegio mai concesso prima dall’America a nessun Paese arabo.
E approfittando del buon umore del presidente statunitense per l’affare appena concluso, il principe saudita non ha perso l’occasione per mettere in cattiva luce Abu Dhabi, nella speranza di conquistare la fiducia preferenziale degli USA e destabilizzare la presenza emiratina nel Corno d’Africa. Il principe ha infatti rimesso sul tavolo la collaborazione degli Emirati con le Rapid Support Forces (RFS) cui, come molti osservatori internazionali confermano e il governo di Abu Dhabi continua a smentire spudoratamente, continuando a fornire armi e equipaggiamenti.
Scopo principale dell’Arabia Saudita resta per ora quello di sabotare le mosse del presidente emiratino Al Nahyan, evitando lo scontro diretto.
La battaglia si gioca quindi tutta sulla conquista di avamposti nella regione, per completare ciascuno i propri disegni strategici, ovvero alleanze commerciali vantaggiose e durature. Gli EAU però vanno dritti per la loro strada, forti della consolidata amicizia con Israele.
Tel Aviv è intenzionato ad assicurarsi l’accesso al canale di Suez, ovvero al mercato mondiale, tramite alleanze nel Mar Rosso, che tra l’altro arginerebbero anche l’espansione delle forze iraniane e arabe, che pure cercano avamposti in quella regione. A questo fine gli Emirati costituiscono un ottimo cavallo di Troia con cui penetrare i diversi confini e piazzare le prime basi.
Dal conto loro gli Emirati perseguono gli stessi obiettivi, puntando al consolidamento dell’asse con Israele e Stati Uniti. Stessa ragione per cui tendenzialmente riconoscono gli autoproclamati Stati separatisti, come il Somaliland, dove ha stanziato finanziamenti importanti per il porto di Barbera e altro.
L’amicizia e la penetrazione nel Somaliland, nonchè il sostegno a Israele nel riconoscere lo Stato indipendentista, non è stato gradito da Mogadiscio, che a metà gennaio ha rotto i rapporti con Abu Dhabi.
Stavolta però, al contrario della arrugginita Arabia, il Corno d’Africa mostra una inaspettata autonomia decisionale. Consapevoli del ruolo giocato nella ragnatela di relazioni, infatti, molti degli Stati coinvolti avanzano mosse che non sempre corrispondono a quelle attese e pretese dalle potenze dominanti.
Da un lato infatti Etiopia e Kenya, che pure appoggerebbero il riconoscimento del Somaliland, reputano, nonostante la dichiarazione degli Emirati, che non è ancora giunto il momento; dall’altro la Somalia mette in guardia Israele. Siamo certi che arriveranno a Mogadiscio gli sfollati di Gaza, affermano degli attivisti locali: un esilio forzato che segnerà un nuovo fallimento della diplomazia israeliana e un ulteriore allontanamento di una qualsiasi forma di tregua.
Le danze stanno per ricominciare. Changez la dame, s’il vous plaît.
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Si fa sempre più incandescente la situazione in Sud Sudan, tant’è vero cha la missione di Pace delle Nazioni Unite nel Paese (UNMISS) e gli osservatori indipendenti del Palazzo di Vetro hanno lanciato un preoccupante allarme pochi giorni fa: c’è il forte rischio di violenze di massa contro i civili.
Ci risiamo, la popolazione sud sudanese è di nuovo sotto la minaccia di attacchi e si spera che non si trasformi in un conflitto etnico generalizzato tra le due maggiori etnie, dinka e nuer (il presidente Salva Kiir appartiene alla prima, mentre l’ex vicepresidente Riek Machar alla seconda).
Popolazione civile in fuga
Gli esperti ONU sono particolarmente preoccupati della situazione nel Jonglei State, teatro di violenze dallo scorso dicembre, per i continui scontri tra l’esercito regolare e le truppe fedeli all’ex vicepresidente, arrestato lo scorso marzo e poi incriminato a settembre per crimini contro l’umanità.
E le esternalizzazioni di Paul Majok Nang, capo dell’esercito di Juba, fanno temere il peggio. Giorni fa avrebbe impartito l’ordine ai militari di “schiacciare la ribellione entro 7 giorni”. Ancora più inquietanti le precisazioni aggiunte da un alto ufficiale, riportate da diversi media sud-sudanesi: “Non bisogna risparmiare nessuno, nemmeno gli anziani”.
Recentemente il gruppo armato, fedele a Machar, Sudan People’s Liberation Army in Opposition (SPLA-IO) ha attaccato e conquistato alcune aree nel Jonglei State. Ma è davvero difficile avere notizie concrete verificabili, vista l’attuale situazione. Solo ieri l’esercito ha rilasciato un comunicato, in cui sostiene di avere ripreso il controllo della caserma di Yuai e dell’avamposto militare di Pathai. Fatti prontamente negati dalle forze dell’ex vicepresidente.
Domenica scorsa, Lul Ruai Koang, portavoce delle forze armate sud sudanesi ha chiesto alla popolazione residente in tre contee in mano alle forze di SPLA-IO nel Jonglei State, di lasciare immediatamente le proprie abitazioni. Ha poi sottolineato che i civili devono dirigersi verso le aree sotto il controllo del governo. “I civili in possesso di armi che si trovano nelle vicinanze delle postazioni del nemico, saranno considerati come obiettivi militari”, ha specificato il portavoce.
Secondo alcuni osservatori, il fragile accordo di pace del Sud Sudan, siglato nel 2018, si trova a un “bivio critico”. L’escalation delle violazioni del cessate il fuoco fa temere un ritorno al conflitto su vasta scala. Minaccia inoltre i preparativi per le elezioni previste per la fine del 2026.
Anche l’ultimo rapporto di Reconstituted Joint Monitoring and Evaluation Commission, South Sudan (RJMEC), è molto allarmante. La Commissione afferma che la situazione umanitaria è deteriorata a causa dei conflitti, inondazioni, epidemie e insicurezza alimentare.
Già alla fine del 2025, 10 milioni di sud sudanesi necessitavano di assistenza umanitaria.
Ora CEF, fondo di risposta alle emergenze di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), ha stanziato 10 milioni di dollari destinati alle popolazioni colpite dal conflitto nel Jonglei State. Dalla fine dello scorso anno oltre 250.000 persone sono fuggite dalle proprie abitazioni .
Donne e ragazze, bambini, persone con disabilità, anziani e altri gruppi emarginati sono maggiormente esposti a violenze, sfruttamento e gravi privazioni.
Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi avevano scelto l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – venne festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace di allora, l’indipendenza venne proclamata il 9 luglio 2011.
Guerra civile 2013-2018
Dopo un breve periodo di pace, una nuova guerra è all’orizzonte: gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente dinka Kiir ha accusato il suo vice, nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Le prime scaramucce sono scoppiate il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto sono iniziati combattimenti anche a Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto.
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Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
Gennaio 2026
Il Kenya rafforza i propri dispositivi militari alle frontiere acquisendo nuovi sistemi missilistici israeliani.
Dalla fine del dicembre 2025 è pienamente operativo il sistema di “difesa aerea” con missili terra-aria Python and Derby (SPYDER), acquistato dalle forze armate di Nairobi in Israele.
Kenya: SPYDER, sistema missilistico israeliano
Le batterie missilistiche sono giunte in Kenya a bordo di un grande aereo cargo Boeing 767-3Q8 in dotazione al ministero della Difesa israeliano. Per l’acquisto dello SPYDER, le autorità keniane hanno speso 26 milioni di dollari circa.
Il contratto risale all’aprile 2024 nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare bilaterale sottoscritto dal presidente William Ruto e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
Il sistema missilistico SPYDER è stato progettato e realizzato da Rafael Advanced Defense Systems Ltd., una delle maggiori aziende del comparto militare-industriale di Israele.
Si tratta di una piattaforma missilistica di pronto intervento, utilizzabile in ogni condizione atmosferica. Lo SPYDER è in grado di contrastare multiple minacce aeree, individuando, tracciando e distruggendo gli obiettivi in movimento (anche droni di piccole dimensioni).
Le batterie anti-aeree utilizzano due diverse tipologie di missili, i Pythone i Derby, entrambi prodotti dal gruppo Rafael. Di norma esse vengono schierate a protezione di infrastrutture critiche come aeroporti, basi militari, edifici governativi e postazioni militari di frontiera.
Spyder potenziati con radar
Gli SPYDER consegnati al Kenya sono stati potenziati grazie al sistema radar avanzato EL/M-2106 fornito da Elta Systems Ltd, azienda controllata dalle Israel Aerospace Industries (IAI).
Il radar tridimensionale israeliano può tracciare simultaneamente fino a 500 obiettivi, in particolare velivoli aerei, piccoli droni e missili da crociera.
Addestramento specializzato
L’integrazione operativa del sistema SPYDER richiede un addestramento specializzato e l’assistenza del personale militare, anche per le caratteristiche dei centri di comando e controllo delle batterie missilistiche, interamente automatizzate. Per questo è immaginabile che personale israeliano stia affiancando e/o affiancherà i reparti dell’esercito keniano per un certo lasso di tempo.
Williamo Ruto, presidente del Kenya e Benjamin Netanyahu, premier israeliano
“L’impiego da parte del Kenya di un sistema militare che ha ricevuto un sostegno finanziario dal governo israeliano indica che si è fatta ancora più profonda la partnership strategica tra Nairobi e Tel Aviv”, commenta la rivista specializzata Military Africa. “Questa cooperazione comprende ormai la fornitura di sistemi militari e hardware, lo scambio di dati di intelligence e l’addestramento anti-terrorismo”.
Mentre il Kenya assume il ruolo di uno dei maggiori clienti africani di tecnologie militari israeliane, Israele rafforza la propria presenza diplomatico-militare-industriale in Africa orientale e nel Corno d’Africa, macroregione di rilevanza geostrategica per l’establishment di Tel Aviv.
Instabilità regionale
“La decisione di dotarsi dei sistemi terra-aria SPYDER segue anni in cui si è assistito alla crescita dell’instabilità regionale e alla proliferazione di velivoli a pilotaggio remoto UAV a basso costo in tutta l’Africa orientale”, spiega ancora Military Africa.
“Per più di una decade, il Kenya ha dovuto affrontare minacce persistenti da parte di Al-Shabaab, organizzazione militare che opera in Somalia”, aggiunge la rivista specializzata. “Tuttavia, la minaccia si è evoluta. Noordin Haji, direttore generale del National Intelligence Service (NIS), ha di recente lanciato l’allarme che Al-Shabaab e gruppi legati all’ISIS hanno iniziato a collaborare con i ribelli houthi in Yemen. Questa partnership consente ai gruppi armati di acquistare armi da guerra più sofisticate e di addestrarsi alla guerra elettronica”.
In verità fino ad oggi non sono stati forniti elementi di prova sulla presunta partnership tra i gruppi armati somali, l’ISIS e gli houthi, ma i processi di riarmo in Africa orientale procedono speditamente grazie anche all’ingombrante supporto israeliano.
Gerd dotato di sistema missilistico israeliano
Oltre al Kenya pure l’Etiopia ha acquistato nel 2019 il sistema missilistico SPYDER di Rafael Advanced Defense Systems Ltd., per schierarlo nei pressi del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD),la grande diga edificata sul Nilo azzurro a pochi chilometri dal Sudan.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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L’antagonismo tra le nazioni, indizio di un egoismo sfrenato e nel caso degli USA sintomo di una volontà egemone, è dimostrato anche dal caso Venezuela. “A noi non serve il petrolio del Paese sudamericano – hanno dichiarato in continuazione i dirigenti dell’amministrazione USA, compreso lo stesso Trump – ma non vogliamo che sia utilizzato dai nostri concorrenti”, leggasi Cina e Russia. Il petrolio venezuelano è “nostro e decidiamo noi a chi venderlo”.
Limpido e molto chiaro Donald Trump, quando candidamente ammette che il petrolio del Venezuela “è nostro”. Non si è espresso in questi termini il presidente americano ed ex generale Dwight D. Eisenhower quando ha dato il benestare al sostegno degli Stati Uniti al colpo di Stato che il 19 agosto del 1953 in Iran ha rovesciato il primo ministro Mohammad Mossadeq.
Eisenhower non ha detto “Il petrolio iraniano è nostro”, ma si è comportato esattamente come Trump. Temeva l’influenza sovietica come oggi il capo della Casa Bianca teme l’influenza russa e cinese e così giustifica le sue mire sulla Groenlandia e sul Canale di Panama.
Una veduta aerea del complesso della CIA a Langley in Virginia
Documenti declassificati provano il coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti britannici nel defenestramento di Mohammad Mossadeq, che era stato eletto democraticamente. Nel 2013, la CIA ha pubblicato documenti che riconoscono il suo ruolo chiave in quel colpo di Stato, definendolo un atto di politica estera degli Stati Uniti. Inoltre, nel 2017, sono emersi documenti che mostrano come i servizi segreti britannici avessero chiesto l’assistenza degli Stati Uniti per rimuovere il primo ministro iraniano. Questa documentazione conferma la collaborazione tra le agenzie di intelligence statunitensi (CIA) e britanniche (M16) nel golpe iraniano.
Documenti significativi
Ecco alcuni dei documenti più significativi che dimostrano quest’ingerenza:
“The Battle for Iran” (1970s) – Cronistoria interna della CIA che per la prima volta ammette che il colpo di stato fu condotto sotto la direzione dell’agenzia come atto di politica estera statunitense.
Documento CIA del 1954 di Donald N. Wilber – Clandestine Service History: Overthrow of Premier Mossadeq of Iran, November 1952–August 1953, che include piani operativi, come la campagna di propaganda e le attività di Kermit Roosevelt a Teheran.
“Zendebad, Shah!” (1998, declassificato nel 2017) – Studio storico della CIA che dettaglia la cooperazione con l’MI6 e le operazioni sul campo per deporre Mossadeq.
Documenti del National Security Archive (2013 e 2017) – Comprendono i piani dell’Operazione AJAX/Boot, con prove delle richieste britanniche agli USA per un’azione congiunta contro Mossadeq.
Questi materiali sono disponibili negli archivi del National Security Archive alla George Washington University e mostrano chiaramente la pianificazione e l’esecuzione del colpo di Stato come operazione congiunta CIA-MI6.
Il comportamento americano è sempre lo stesso. Sull’attacco in giorno di Natale alla Nigeria, Trump aveva dichiarato: “Il loro petrolio non ci serve” ma deve aver pensato: “Però voglio controllarlo“. Un atteggiamento prepotente e arrogante che gli stessi americani hanno già dimostrato più volte verso gli europei quando, per esempio, la diplomatica americana Victoria Nuland ha usato parole di disprezzo verso l’Unione.
Telefonata imbarazzante
Era il 2014. La Nuland è incaricata dall’amministrazione Obama di seguire le vicende dell’Ucraina. Il 4 febbraio su Youtube viene pubblicata la registrazione di una sua telefonata con l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui la signora gli comunica che il dipartimento di Stato ha individuato il candidato giusto alla carica di primo ministro nella persona di Arcenij Jacenjuk.
Alla proposta di Pyatt di parlarne anche con i partner europei, che sostenevano un altro candidato, l’ex pugile Vitalij Klycko, la Nuland aveva esclamato al minuto 3.03: “Fuck European Union“ (cioè, per usare una traduzione gentile, “Si fotta l’Unione Europea”). Jacenjuk divenne poi primo ministro e fu il premier del primo tassello del disastro cui stiamo assistendo ora.
Già visti gli acquisti dalla Danimarca
Ma l’ingerenza americana nei fatti degli altri comincia molto prima dell’affaire Ucraina e l’attuale atteggiamento “commerciale” manifestato verso la Groenlandia non è una novità. C’è già perfino un precedente. Nel 1917 gli Stati Uniti hanno acquistato dalla Danimarca per 25 milioni di dollari in oro, le Isole Vergini Americane.
Addussero anche quella volta motivi di sicurezza. Espressero il timore che la Danimarca, indebolita dal conflitto in corso, non potesse difendere l’arcipelago da un’invasione tedesca o addirittura che Copenaghen potesse cederla alla Germania. Minaccia strampalata perché Berlino stava già perdendo la guerra. In realtà il vero motivo risiedeva nel controllo strategico, fondamentale per la rotta del Canale di Panama.
Il primo intervento dopo il conflitto mondiale data anni 50. In Guatemala nel 1950 sale al potere con elezioni libere e democratiche il presidente liberal-socialista Jacobo Arbenz Guzman. La sua riforma agraria irrita la multinazionale americana United Fruit (UF) (il suo marchio più noto è Chiquita Banana). La CIA su commissione del presidente Dwight Eisenhower e del suo staff che avevano stretti legami con la multinazionale della frutta (il segretario di Stato, Foster Dulles, e suo fratello Allen erano stati il primo avvocato, il secondo direttore alla UF e capo della CIA) organizza l’Operazione PB Fortune e lo rovescia. Al suo posto viene installato il solito militare golpista.
Patrice Lumbumba, congolese
Il 17 gennaio 1961, nel silenzio complice del mondo, viene assassinato Patrice Emery Lumumba.
Gli Stati Uniti non hanno premuto il grilletto, ma secondo documenti declassificati della CIA e dello spionaggio belga, esiste un coinvolgimento dei due Paesi che hanno creato le condizioni politiche e di sicurezza, tramite operazioni di intelligence e sostegno ai nemici di Lumumba, tra cui Mubutu Sese Seko, che hanno portato alla sua cattura, trasferimento e, infine, esecuzione da parte dei secessionisti del Katanga.
Nel 1964 l’attenzione americana si sposta sul Brasile, dove l’economia è in grave crisi a causa dell’inflazione in forte crescita (80 per cento nel 1963). Il ministro della pianificazione Celso Furtado, economista influenzato dalle teorie keynesiane e strutturaliste decide una riforma agraria e di nazionalizzare le compagnie petrolifere. Il 31 marzo arriva puntuale il colpo di Stato guidato da Humberto de Alencar Castelo Branco, che accusa Furtado di essere al servizio dei comunisti.
Nel 2004 il National Security Archive mette in rete molti documenti declassificati che mostrano il coinvolgimento diretto del presidente americano Lyndon Johnson, del segretario di Stato Robert McNamara, e dell’ambasciatore USA in Brasile, Lincoln Gordon.
In un libro di Stansfield Turner, pubblicato nel 2005, viene denunciata anche l’implicazione del presidente della ITT, Harold Geneen, e del direttore della CIA, John McCone. Secondo Turner anche il presidente John Kennedy e suo fratello Robert, ministro della Giustizia, sapevano del complotto.
Non solo il cortile di casa. Nel 1967 la longa manus americana colpisce in Europa. Per la precisione, in Grecia. Il 21 aprile i militari cacciano il governo civile. Resteranno in carica fino al 24 luglio 1974. E’ un periodo difficile per il Paese europeo. Il pugno di ferro dei colonnelli si abbatte contro gli oppositori, in particolare degli esponenti dei movimenti di sinistra compreso il partito comunista.
Rapporti desecretati mostrano che già nel gennaio 1967 la CIA sapeva dell’intenzione e identificavano il gruppo di Geōrgios Papadopoulos (il capo della congiura) di mettere in atto un colpo di Stato. Nonostante la Grecia fosse un alleato NATO, queste informazioni non furono condivise con le autorità civili e democratiche elleniche.
Sempre in base a documenti resi pubblici, si è scoperto che quattro dei cinque leader principali del golpe avevano stretti legami con l’esercito americano o la CIA. Il capo del gruppo golpista Papadopoulos era sul libro paga degli americani da circa quindici anni. Insomma, il carteggio reso pubblico dimostra che gli Stati Uniti hanno preferito appoggiare una dittatura militare stabile piuttosto che rischiare una democrazia debole che avrebbe potuto far scivolare facilmente in Paese su posizioni liberali e/o filosovietiche.
Durante una visita ufficiale ad Atene nel novembre 1999, il presidente Bill Clinton riconobbe esplicitamente le responsabilità americane. Gli Stati Uniti avevano anteposto i propri interessi a quelli della democrazia e a quelli degli alleati.
In sintesi, mentre i documenti mostrano che il golpe fu eseguito materialmente da ufficiali greci, l’ambiente che lo rese possibile e il successivo consolidamento del potere furono attivamente favoriti e sostenuti dalla politica estera statunitense.
L’11 settembre 1973 è un giorni triste per il Cile. Il presidente Salvador Allende, eletto democraticamente, viene destituito da un colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet. Esistono vari documenti declassificati.
Tra questi: dossier e rapporti, inclusi i briefing quotidiani per il presidente Nixon tra l’8 e l’11 settembre 1973, che mostrano la conoscenza e il sostegno al golpe da parte di Washington e della CIA. Durante le presidenze Clinton e Biden, altre migliaia di documenti sono stati desecretati, confermando le operazioni segrete come il “Progetto FUBELT” e il collegamento con il “Plan Condor”. Questi materiali illustrano il ruolo di Nixon e Kissinger nell’appoggiare le forze golpiste cilene.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 gennaio 2026
La guerra in Sudan è caduta nell’oblio. La comunità internazionale e di conseguenza gran parte dei maggiori media sono impegnati su altri fronti, certamente non meno gravi, in particolare per quanto riguarda Gaza, Ucraina e Stati Uniti.
Eppure le Nazioni Unite ricordano regolarmente che in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. La situazione peggiora in continuazione. I morti sono decine e decine di migliaia e aumentano di giorno in giorno. Gli sfollati – secondo gli ultimi dati ONU – sono oltre 9,3 milioni, mentre i rifugiati nei Paesi limitrofi hanno superato i 4,3 milioni.
Sudanesi in fuga
Si stima che nel 2026 circa 33,7 milioni di sudanesi, ovvero circa due terzi della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Un milione di sudanesi in Ciad
Barham Salih (ex presidente iracheno dal 2018 al 2022), Alto Commissario della Nazioni Unite per i Rifugiati, nei giorni scorsi ha incontrato i profughi sudanesi in Ciad. L’ex colonia francese sta ospitando quasi un milione di persone, scappate dalla sanguinosa guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023. Le loro condizioni di vita sono a dir poco miserabili per mancanza di fondi.
Con la chiusura definitiva di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) a luglio, imposta da Donald Trump appena insediatosi per il secondo mandato, la situazione è precipitata ovunque. Ora, per mancanza di fondi, le agenzie internazionali hanno seri problemi di bilancio e non riescono più a soddisfare le necessità delle popolazioni in difficoltà. Ovviamente non solo per i mancati contributi di Washington. Anche molti altri governi hanno ridotto i loro contributi per l’assistenza umanitaria nel mondo.
Lotta all’ultimo sangue
Dopo quasi tre anni di conflitto, la crisi sudanese non tende a placarsi. Le due fazioni in guerra, Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, dall’altro, non hanno nessuna intenzione di intavolare nuovi negoziati di pace. Continuano a combattersi fino all’ultimo sangue.
Le battaglie continuano, anche “grazie” all’intervento di attori esterni, che appoggiano l’una o l’altra fazione del conflitto.
Khalifa Haftar, leader libico che comanda in Cirenaica e capo di Libyan National Army (LNA), pur ricevendo continue pressioni da parte dell’Arabia Saudita e Egitto, persiste nel far passare carichi di armi, carburante e miliziani destinati ai paramilitari di Hemetti.
Saddam, figlio di Haftar e vicecomandante di LNA, in occasione di una sua recente visita al Cairo, è stato rimproverato per il sostegno alle RSF. Secondo fonti egiziane, come riporta MEE (Middle East Eye), gli è stato chiesto di porre immediatamente fine a tale collaborazione, in caso contrario ciò potrebbe provocare un cambiamento tra le relazioni con l’Egitto.
All’inizio di giugno 2025 le RFS hanno preso il controllo del Triangolo di Uwaynat, strategicamente importante perché è il territorio tra i confini di Sudan, Egitto e Libia. Da allora Il Cairo ha rinforzato i controlli alla frontiera per evitare sconfinamenti del conflitto.
Attori esterni
E’ una situazione piuttosto complessa e intricata. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono l’Esercito Nazionale Libico di Haftar. Mentre Haftar e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) appoggiano le RSF, mentre Il Cairo è schierato con l’esercito sudanese. L’ EAU hanno sempre negato di aiutare i ribelli sudanesi. Invece il sostegno di Haftar nei loro confronti è sempre stato lampante.
E intanto la popolazione continua a pagare il prezzo più altro di questo conflitto dimenticato. I racconti di chi è riuscito a scappare – riportati in più articoli da Africa ExPress – sono raccapriccianti. Civili picchiati, uccisi, donne violentate e rapite, spesso mai più ritrovate. Altri, invece, vengono costretti a impugnare le armi e buttati nel conflitto a combattere, sia adulti che bambini. Violazioni in tal senso sono stati e vengono compiuti da entrambe le fazioni.
Privati dell’istruzione
La metà dei giovanissimi sudanesi in età scolare sono totalmente privati dell’istruzione. “Il mondo sta voltando le spalle a questi piccoli”, è la forte denuncia di Inger Ashing, amministratore delegato di Save the Children. Nel suo ultimo rapporto la ONG ha evidenziato che quasi 3 milioni di piccolo alunni hanno perso almeno 500 giorni di scuola.
Sudan: metà dei piccoli sudanesi in età scolare non possono andare a scuola
Ashing ha poi evidenziato che tanti edifici scolastici sono stati distrutti durante la guerra, numerosi sono stati gravemente danneggiati. Mentre altri ancora agibili vengono utilizzati come rifugi per gli sfollati.
Nord Kordofan
I combattimenti sono attualmente concentrati nel Nord Kordofan, nel Sudan centrale. Nei giorni scorsi si sono intensificati gli attacchi con droni attorno la città di al Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Secondo testimonianze di residenti, i raid avrebbero ucciso almeno 200 civili e ferito oltre 700. In base a quanto riportato da OIM (Organizzazione Internazionale per i Rifugiati), a causa degli scontri tra le RSF e SAF nel Nord Kordofan, 2.415 persone avrebbero lasciato i loro villaggi, situati a nord di al Obeid.
Leader locali e attivisti per i diritti umani puntano il dito su SAF (Forze armate sudanesi) per aver commesso violenze sulla popolazione. L’Associazione degli Avvocati Sudanesi ha denunciato e documentato che almeno 900 cittadini dell’area sono stati arrestati dai militari governativi.
Ministeri ritornano nella capitale
Solo due settimane fa, Kamil Idris, primo ministro sudanese, ha annunciato il ritorno dell’amministrazione del governo al Burhan a Khartoum. Ministri e funzionari sono stati cacciati dalle RFS all’inizio del conflitto e costretti a fuggire dalla capitale, stabilendosi a Port Sudan sul Mar Rosso, nell’est dell’ex protettorato anglo-egiziano.
Il primo ministro ha promesso che saranno riattivati anche i servizi pubblici, ricostruiti ospedali, scuole e quant’altro. Durante i combattimenti a Khartoum e l’occupazione da parte delle RSF, il 70 per cento dei nosocomi aveva chiuso i battenti perché distrutti o per mancanza di personale e materiale. Finora sono stati riaperti 40 ospedali e un centinaio di centri sanitari.
Secondo l’ONU, nella capitale faranno ritorno oltre un milione di persone, contro i 3,6 milioni fuggiti a causa del conflitto.
Alla fine del suo breve intervento, Kamel Idris ha infine definito il 2026 come “l’anno della pace, una pace dei coraggiosi e dei vittoriosi”.
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