23.9 C
Nairobi
sabato, Marzo 21, 2026

La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 20 marzo 2026 "Volete...

Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...
Home Blog Page 15

Premio “Antonio Russo” per il giornalismo di guerra: Massimo Alberizzi tra i vincitori

Speciale per Africa ExPress
Luisa Espanet
15 ottobre 2025

Il 18 ottobre a Palazzo Sirena a Francavilla al Mare, in Abruzzo pochi chilometri da Pescara, si terrà la 12° edizione del Premio Nazionale “Antonio Russo” sul reportage di guerra.

Un giornalismo quello del reportage di guerra che si preferirebbe non esistesse più. Ma è anche vero, come ha detto la sindaca Luisa Russo, cugina di Antonio, reporter di Radio Radicale, ucciso nel 2000 in Georgia mentre seguiva gli sviluppi del conflitto in Cecenia, che “il lavoro dei giornalisti rappresenta una missione essenziale per la nostra società…in molte zone del mondo documentare la verità è diventato un atto di coraggio estremo”.

Per cui, come ha ribadito l’assessora alla Cultura Cristina Rapino, il Premio Russo oltre a rappresentare un riconoscimento al coraggio dei giornalisti di guerra è “un importante momento di riflessione culturale e civile….in un periodo storico in cui la guerra sembra tornare protagonista delle cronache, iniziative come questa diventano strumenti preziosi di memoria e di impegno collettivo”.

La cerimonia, presentata dal giornalista Luca Telese, si aprirà con il Corso di formazione per giornalisti dove reporter di guerra racconteranno le loro esperienze.

Massimo Alberizzi e il premio Nobel per la pace Ellen Johnson Sirleaf nel momento in cui ha appreso di essere stata eletta per la prima volta presidente della Liberia. (foto Nakano Tomoaki)

Seguirà la presentazione del libro del giornalista Jacopo Ottega, a venticinque anni dalla sua scomparsa. Quindi ci sarà la premiazione dei giornalisti di guerra selezionati da una giuria di giornalisti.

I premiati sono per la televisione, il reporter freelance Daniele Piervincenzi, per la carta stampata, Ugo Tramballi editorialista di Il sole 24 ore e consigliere scientifico ISPI, per la fotografia, Lorenzo Tugnoli fotoreporter del Washington Post. Premio alla memoria al giornalismo scomparso Giuseppe Zaccaria.

Massimo Alberizzi con l’auto che ha guidato il gruppo di reporter che ha passato le linee del fronte

Premio alla carriera a Massimo Alberizzi, attuale direttore di Africa ExPress con un lungo passato di reporter di guerra, soprattutto dall’Africa, per il Corriere della Sera.

A conclusione il recital teatrale Buonanotte bambini miei del direttore artistico Davide Cavuti e un ricordo di Antonio Russo di chi l’ha conosciuto.

Luisa Espanet
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Programma premio

 

Lutto in Kenya: è morto il leader dell’opposizione Raila Odinga

 

Africa Express
Nairobi, 15 ottobre 2025

Il leader dell’opposizione keniota Raila Odinga è morto all’età di 80 anni. Secondo quanto riferito mercoledì dalla polizia locale, si trovava nel sud India nel Kerala per controlli medici. La sua salma è ora nella clinica privata Ayurvedic. Sul Kenya si è abbattuto un vero e proprio terremoto politico che potrebbe trasformare la politica della nazione.

Personaggio di spicco

Odinga era una figura di spicco dell’opposizione del Paese, candidato senza successo alla presidenza in cinque occasioni, l’ultima delle quali nel 2022. E’ stato primo ministro dal 2008 al 2013, sotto la presidenza di Mwai Kibaki.

Raila Odinga e Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress

Ma è sempre rimasto una forza dominante, in grado di mobilitare grandi masse, in particolare nella sua regione natale, il Kenya occidentale.

La polizia indiana ha riferito all’AFP che stava passeggiando con sua sorella, sua figlia e un medico personale “quando è improvvisamente collassato”.

“Due agenti della polizia, un indiano e un keniota, erano con loro in quel momento. È stato trasportato d’urgenza in un ospedale privato vicino, dove è stata dichiarata la sua morte”, ha fatto sapere una fonte delle forze di sicurezza del Paese asiatico.

La morte di Odinga è stata confermata ai reporter della France Presse anche da un membro del suo team, che ha chiesto di rimanere anonimo in attesa di un annuncio ufficiale da parte del raggruppamento politico.

Primi anni in prigione o in esilio

Nato il 7 gennaio 1945, Odinga ha trascorso i suoi primi anni in politica in carcere o in esilio, lottando per la democrazia durante il regime autocratico del presidente Daniel Arap Moi.

Membro della tribù Luo, è entrato in parlamento nel 1992 e si è candidato senza successo alla presidenza nel 1997, 2007, 2013, 2017 e 2022, sostenendo di essere stato privato della vittoria nelle ultime quattro elezioni a causa dei brogli.

Si è sempre presentato come un provocatore anti-establishment nonostante appartenesse a una delle principali dinastie politiche del Kenya: suo padre è stato il primo vicepresidente del Paese dopo l’indipendenza nel 1963.

Vuoto politico

La sua morte lascia un vuoto all’interno dell’opposizione, e non è affatto chiaro se qualcuno avrà la stessa capacità di mobilitare le forze dell’opposizione mentre il Paese si avvia verso un periodo elettorale potenzialmente instabile, in vista delle elezioni del 2027.

L’ex presidente della Corte Suprema del Kenya e attuale candidato alla presidenza, David Maraga, si è detto “scioccato” dalla notizia della sua morte.

Odinga era “un patriota, un panafricanista, un democratico e un leader che ha dato un contributo significativo alla democrazia in Kenya e in Africa”, ha scritto Maraga su X.

“Il nostro Paese ha perso uno dei suoi leader più formidabili, che ha plasmato la traiettoria del nostro amato Paese. All’intero continente mancherà la sua voce di spicco nella promozione della pace, della sicurezza e dello sviluppo. Il mondo ha perso un grande leader”, ha aggiunto Maraga.

AfricaExPress
X: @africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Raila contesta il risultato delle elezioni in Kenya: “Brogli informatici”

Raila Odinga, all’assalto della presidenza dal Kenya con lo slogan di Trump. E di Obama

Kenya: Odinga chiama la piazza e le dimostrazioni contro il caro vita e il presidente Ruto non si arrestano

Africa first: Uganda ed Etiopia primi a Chicago nella monster marathon

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 ottobre 2025

Volava sulla terra leggero per afferrare il record mondiale della maratona. Ha accarezzato il sogno per almeno 35 km di superare le 2h00’35”. Andava a tutta velocità incontro al sole del primato che a 24 anni, alla sua seconda maratona, lo avrebbe lanciato nel firmamento dell’Atletica.

Gran parte dei 42,195 km li aveva corsi a un ritmo sensazionale, addirittura  sotto il tempo che voleva battere.

Dominatore della gara

Invece a 7 km dal traguardo, “presto cadde il sole e il cielo perse tutta la sua luce”, se è consentito ricorrere ai versi di una canzone celebre degli anni ‘70.

Jakob Kiplimo, ugandese, pur dominatore incontrastato della 47a edizione della maratona monumento di Chicago, (54 mila iscritti) domenica 12 ottobre, è entrato in crisi, ha dovuto rallentare e rinunciare a un impresa che avrebbe fatto epoca. E si è dovuto accontentare (si fa per dire) di 2h 02’23” e di 100 mila dollari di premio. È giunto al traguardo esausto a tal punto che varcata la soglia finale si è accasciato…

In ogni caso il giovane ugandese ha di che essere soddisfatto, come ha onestamente riconosciuto all’arrivo: “Non sapevo che stessi correndo dentro il record del mondo. Io pensavo solo a fare del mio meglio. E sono molto felice di quello che ho fatto”.

Distacco kenyani

Ha piegato i kenyani, rivali di sempre, dando un minuto e mezzo di distacco ad Amos Kipruto, 33 anni, secondo classificato (terzo l’anno a scorso, primo a Londra nel 2022) e due minuti al terzo, Alex Chesiro Masai, 28 anni,  pure lui proveniente da Nairobi (ma residente negli States, dove si è laureato in Criminologia).

Senza trascurare il fatto che il giovane Jakob ha polverizzato il suo limite precedente (2h03’37”) ed è diventato il quinto maratoneta della storia.

Originario del gruppo etnico sebei, cresciuto nel distretto Kween sul Monte Elgon in una famiglia di agricoltori, ha lasciato capire che nella città dell’Illinois tornerà per ottenere quel primato sfuggitogli per un pelo nella seconda maratona della sua carriera.

Il distretto Kween fino a pochi anni fa era una delle aree meno conosciute e frequentate dell’Uganda. Grazie, però, alla fama dei suoi campioni , è diventato un punto fermo nella carta geografica. Nel cuore di Kween, il villaggio di Mosopisiek ospita famosi runner con i quali anche i turisti possono familiarizzare.

Esordio a Londra

L’esordio nella gara regina del fondo per Kiplimo era stato il 27 aprile scorso a Londra. E che debutto: Secondo posto! Aveva cominciato a gareggiare, in altitudine (il Monte Elgon è un vulcano spento tra Kenya e Uganda di 4321 metri) a soli 15 anni, ispirato dai fratelli maggiori, e allenato, come altri atleti africani, dalla corsa per raggiungere la scuola: ogni giorno 10 kilometri, tra andata e ritorno.

Primo posto all’etiope Hawi Feysa Gejia alla maratona di Chicago

Invece la vincitrice della maratona femminile di Chicago, Hawi Feysa Gejia, 26 anni, è stata un’eccezione, come ha raccontato al sito Athletics.Africans.com: “La mia scuola era solo a un chilometro da casa, ma io correvo assieme ad altri ragazzi, anche più grandi di me, in un circuito di Ambo. Non avevamo certo un allenatore, ma di tanto in tanto ci infilavamo in qualche gara organizzata localmente e questo ci serviva per addestrarci”.

Trionfo per giovane dell’Oromia

Ambo è una città di circa 90 mila abitanti dell ‘Etiopia centro occidentale , nella regione Oromia, a 100 km da Addis Abeba, dove Hawi Feysa è nata e dove vive la sua numerosa famiglia (ha 5 sorelle e 2 fratelli) che alleva mucche e cavalli.

Da questa zona provengono illustri fondisti e mezzofondisti, quali la tre volte olimpionica Tirunesh Dibaba (oggi quarantenne) e il super runner  Kenenisa Bekele, 43 anni, (5 mondiali e 3 ori olimpici).

“Erano i miei idoli – ha ricordato Feysa – avevo 10 anni quando Tirunesh partecipava ai Mondiali e alle Olimpiadi. Le sue medaglie d’oro mi segnarono profondamente e presi la decisione: dovevo cominciare a correre”.

E i risultati si vedono. Ai recenti Mondiali di Giappone si era piazzata terza, domenica scorsa a Chicago, Feysa è tornata ad essere la prima etiope a riconquistare la vittoria, con un tempo ( 2h14’56”) che non tutti i maratoneti maschi riescono a fare, segnando la sesta prestazione all- time ed entrando nel novero delle cinque più veloci di sempre.

Dietro di lei il vuoto

Dietro di lei, praticamente il vuoto: la connazionale Megertu Alemu, classe 1997, è arrivata seconda con 2’22” di ritardo e la tanzaniana Magdalena Crispin Shauri, 29 anni, quasi 4 minuti dopo.

Queste due erano date come favorite. Alemu si era classificata a Londra in seconda posizione nel 2022 e terza nel 2023.

La Shauri era giunta terza a Berlino nel 2023 quando Tigs Assefa aveva battuto il record mondiale.

Ma a Chicago, se il titolo di principe di Chicago spetta al fenomeno ugandese Jakob Kiplimo, quello di regina della maratona è andato a lei. Con i suoi 100 mila dollari di premio deve continuare ad aiutare la famiglia, magari acquistando altre mucche e cavalli.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

 

Rai, bufera su Incoronata Boccia: “Candidiamo Hamas all’Oscar”. Tra sdegno e richieste urgenti di chiarimento

Speciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Cristina Merlino
Milano, 13 ottobre 2025

Ci sono parole che, una volta pronunciate, lasciano sbigottiti. Un silenzio carico di incredulità e profondo imbarazzo. È quello che sta accadendo dopo l’intervento di Incoronata Boccia, direttrice dell’Ufficio Stampa Rai, durante il convegno “La storia stravolta e il futuro da costruire”, organizzato a Roma da Ucei e Cnel.

Le sue dichiarazioni hanno generato un’ondata di sdegno che attraversa il mondo politico, sindacale e della società civile. Boccia ha affermato: “Proporrei che oggi da questa tavola rotonda possa emergere una candidatura ad Hamas. La vogliamo candidare all’Oscar per la migliore regia?” .

Parole che, dopo mesi di un conflitto devastante e mentre si conta ancora il numero delle vittime, suonano come una provocazione insostenibile.

Anche a lui come Trump niente Nobel per la pace…

Non è tutto. La dirigente Rai ha anche sostenuto che “non esiste una sola prova che l’esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi”, parlando di “vergogna del giornalismo” nei confronti di chi documenta diversamente i fatti.

Quando il ruolo istituzionale amplifica la responsabilità

Ciò che amplifica l’indignazione non è solo il contenuto delle affermazioni, ma chi le ha pronunciate. Non un commentatore qualunque, ma la responsabile dell’Ufficio Stampa della Rai: il servizio pubblico che tutti i cittadini contribuiscono a finanziare e che dovrebbe incarnare equilibrio, rigore e rispetto della complessità della realtà.

Incoronata Boccia imbraccia il fucile. Per scherzo?

Sebbene sia stato recentemente siglato un accordo di cessate il fuoco, le ferite del conflitto restano profonde: Gaza è ridotta a un cumulo di macerie, migliaia di civili — bambini compresi — hanno perso la vita, e intere comunità sono state distrutte. In questo contesto, dichiarazioni come quelle di Boccia suonano come uno schiaffo alla sofferenza umana e ai principi stessi del giornalismo.

La signora Boccia si è dimenticata le 67 mila vittime della Striscia di Gaza (l4000 al giorno da inizio 2025- dati ISPI), i 187 giornalisti e operatori media uccisi secondo l’International Federation of Journalists (IFJ). Un milione e 900 mila persone costrette a lasciare la Striscia. Ma non solo, carestia, violenze e bambini morti sotto le bombe e per mancanza di cure e di medici.

Richieste di intervento immediato

Incoronata “Cora” Boccia, moglie di Ignazio Artizzu, caporedattore Rai Sardegna in quota alla coalizione di destraCiò che amplifica l’indignazione non è solo il contenuto delle affermazioni, ma chi le ha pronunciate. Non un commentatore qualunque, ma la responsabile dell’Ufficio Stampa della Rai: il servizio pubblico che tutti i cittadini contribuiscono a finanziare e che dovrebbe incarnare equilibrio, rigore e rispetto della complessità della realtà.

Sebbene sia stato recentemente siglato un accordo di cessate il fuoco, le ferite del conflitto restano profonde: Gaza è ridotta a un cumulo di macerie, migliaia di civili — bambini compresi — hanno perso la vita, e intere comunità sono state distrutte. In questo contesto, dichiarazioni come quelle di Boccia suonano come uno schiaffo alla sofferenza umana e ai principi stessi del giornalismo.

La signora Boccia si è dimenticata le 67 mila vittime della Striscia di Gaza (4000 al giorno da inizio 2025, dati ISPI), i 187 giornalisti e operatori media uccisi secondo l’International Federation of Journalists (IFJ). Un milione e 900 mila persone costrette a lasciare la Striscia. Ma non solo, carestia, violenze e bambini morti sotto le bombe e per mancanza di cure e di medici.

Richieste di intervento immediato

L’Usigrai non ha tardato a chiedere un chiarimento urgente da parte dei vertici Rai, definendo le frasi di Boccia una minaccia alla “credibilità e indipendenza del servizio pubblico”. Dal Partito Democratico la condanna è netta: “Parole inaccettabili e pericolose”.

La domanda che ora molti si pongono è semplice quanto inevitabile: come può una figura istituzionale di tale rilievo, chiamata per ruolo a rappresentare equilibrio e pluralismo informativo, spingersi a formulare giudizi così gravi e unilaterali di fronte a una tragedia umanitaria di tali proporzioni?

Il dibattito è aperto. E con esso, l’urgenza di ripassare le regole del serio giornalista… (anche per i componenti degli Uffici Stampa)

Cristina Merlino
cristina.merlino.cm@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Ci sono parole che, una volta pronunciate, lasciano sbigottiti. Un silenzio carico di incredulità e profondo imbarazzo. È quello che sta accadendo dopo l’intervento di Incoronata Boccia, direttrice dell’Ufficio Stampa Rai, durante il convegno “La storia stravolta e il futuro da costruire”, organizzato a Roma da Ucei e Cnel.

Le sue dichiarazioni hanno generato un’ondata di sdegno che attraversa il mondo politico, sindacale e della società civile. Boccia ha affermato: “Proporrei che oggi da questa tavola rotonda possa emergere una candidatura ad Hamas. La vogliamo candidare all’Oscar per la migliore regia?” Parole che, dopo mesi di un conflitto devastante e mentre si conta ancora il numero delle vittime, suonano come una provocazione insostenibile.

Non è tutto. La dirigente Rai ha anche sostenuto che “non esiste una sola prova che l’esercito israeliano abbia mitragliato civili inermi”, parlando di “vergogna del giornalismo” nei confronti di chi documenta diversamente i fatti.

Quando il ruolo istituzionale amplifica la responsabilità

Ciò che amplifica l’indignazione non è solo il contenuto delle affermazioni, ma chi le ha pronunciate. Non un commentatore qualunque, ma la responsabile dell’Ufficio Stampa della Rai: il servizio pubblico che tutti i cittadini contribuiscono a finanziare e che dovrebbe incarnare equilibrio, rigore e rispetto della complessità della realtà.

Sebbene sia stato recentemente siglato un accordo di cessate il fuoco, le ferite del conflitto restano profonde: Gaza è ridotta a un cumulo di macerie, migliaia di civili — bambini compresi — hanno perso la vita, e intere comunità sono state distrutte. In questo contesto, dichiarazioni come quelle di Boccia suonano come uno schiaffo alla sofferenza umana e ai principi stessi del giornalismo. La signora Boccia si è dimenticata le 67 mila vittime della Striscia di Gaza (l4000 al giorno da inizio 2025- dati ISPI), i 187 giornalisti e operatori media uccisi secondo l’International Federation of Journalists (IFJ). Un milione e 900 mila persone costrette a lasciare la Striscia. Ma non solo, carestia, violenze e bambini morti sotto le bombe e per mancanza di cure e di medici.

Richieste di intervento immediato

L’Usigrai non ha tardato a chiedere un chiarimento urgente da parte dei vertici Rai, definendo le frasi di Boccia una minaccia alla “credibilità e indipendenza del servizio pubblico”. Dal Partito Democratico la condanna è netta: “Parole inaccettabili e pericolose”.

La domanda che ora molti si pongono è semplice quanto inevitabile: come può una figura istituzionale di tale rilievo, chiamata per ruolo a rappresentare equilibrio e pluralismo informativo, spingersi a formulare giudizi così gravi e unilaterali di fronte a una tragedia umanitaria di tali proporzioni?

Il dibattito è aperto. E con esso, l’urgenza di ripassare le regole del serio giornalista… (anche per i componenti degli Uffici Stampa)

C.M.

Mistero in Madagascar su un colpo di Stato in corso: presidente in fuga?

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 12 ottobre 2025

Questa mattina il presidente del  Madagascar, Andry Rajoelina, ha dichiarato in un breve comunicato che sarebbe in atto un tentativo di colpo di Stato. Il capo di Stato non ha però fornito alcun dettaglio in grado di corroborare la sua affermazione. Poco dopo queste dichiarazioni Rajoelina ha lasciato il Paese.

Aereo aeronautica francese

Secondo Madagascar Aviation, un aereo militare di tipo CASA dell’aeronautica militare francese sarebbe decollato dal piccolo aeroporto di Sainte-Marie in Madagascar. “A bordo c’era un’alta personalità politica del Paese che sarebbe arrivata direttamente in elicottero da Tana” (il nome con cui viene chiamata affettuosamente la capitale Antananarivo, ndr). Destinazione per ora ignota.

Il governo delle Mauritius, invece, ha affermato oggi che sul jet privato sabato notte sull’Isola Stato non era presente Rajoelina. Nella lista dei passeggeri figurano, oltre all’equipaggio,  l’ex primo ministro Christian Louis Ntsay e Ravatomanga Maminiaina, ricco uomo d’affari, entrambi accompagnati dalle rispettive mogli.

Le autorità di Port Louis hanno criticato aspramente l’atterraggio non autorizzato dell’aereo.

Il presidente era al potere dal 2018, ma ha già occupato questa posizione dal 2009 al 2014, dopo un colpo di Stato militare. Allora furono proprio le truppe dell’unità d’élite CAPSAT (corpo dell’esercito del personale e dei servizi amministrativi e tecnici) a aiutare Rajeolina a prendere il potere. E’ stato poi eletto democraticamente nel 2018 e riconfermato nel 2023 per un secondo mandato.

Unità speciale prende il comando

Dopo le dichiarazioni di Rajoelina, il CAPSAT ha annunciato di aver preso il controllo dell’esercito dopo due settimane di manifestazioni antigovernative.

“Il potere appartiene al popolo”, ha affermato il colonnello Michaël Randrianirina, capo del CAPSAT. Ha poi dichiarato: “In assenza del presidente, non detengo il potere”.

Unità speciale CAPSAT prende il commando

Il mio ruolo è quello di “essere un ufficiale, un esecutore”. E ha aggiunto: “Non c’è stato alcun colpo di Stato. L’esercito ha semplicemente dimostrato di esistere ancora e sta cercando di rispondere all’appello del popolo malgascio”.

Nella giornata di oggi l’Ufficio permanente del Senato, in accordo con i senatori, ha sollevato dall’incarico  Richard Ravalomanana, presidente della camera alta del parlamento. Tale misura è stata presa perché il presidente del Senato è la seconda carica della repubblica malgascia e diventa capo dello Stato in caso di dimissioni del presidente stesso.

Nel frattempo il ministro della Difesa, Manantsoa Deramasinjaka Rakotoariveloha, ha nominato come capo di Stato maggiore, Demosthenes Pikulas, che ieri si è schierato con i manifestanti.

Militari si uniscono alla protesta 

Ieri, durante le proteste nelle strade e nelle piazze a Antananarivo, i manifestanti sono stati raggiunti anche da diversi militari delle Forze armate malgasce, sostenendo così la causa dei giovani GEN Z, che da oltre due settimane chiedono al Rajoelina e al presidente del Senato di dimettersi.

Malgrado la presenza dei soldati e il loro appello alla disobbedienza, le gendarmeria è intervenuta ugualmente e durante gli scontri sono morte due persone: un militare e un giornalista.

Intanto, a causa del coprifuoco nuovamente in atto, sono stati cancellati diversi voli.

Madagascar: ieri i militari si sono uniti alle manifestazioni di GEN Z

Le proteste di GEN Z sono iniziate a causa delle continue e prolungate interruzioni di acqua corrente e elettricità. I primi giorni le forze dell’ordine non hanno esitato a sparare con pallottole vere contro i manifestanti. Secondo quanto sostenuto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, avrebbero perso la vita almeno 22 persone e i feriti sarebbero oltre cento.

Anche oggi la piazza “13 Maggio” nella capitale è gremita di gente. Studenti, artigiani, imprenditori, forze di sicurezza, politici e membri della diaspora chiedono all’unisono le immediate dimissioni del presidente.

A causa dell’escalation delle tensioni nell’Isola Stato, nel pomeriggio di oggi l’Unione Africana ha invitato le parti alla calma e ha chiesto a tutti di sedersi al tavolo delle trattative.

Giorgio Maggioni
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Madagascar: la rabbia in piazza e il presidente risponde nominando premier un generale

 

Nessun accordo con Trump: il Burkina Faso non vuole i rifugiati espulsi dagli USA

Africa ExPress
Ouagadougou,10 ottobre 2025

Ouagadougou ha risposto picche all’amministrazione Trump: non accoglierà rifugiati deportati da Washington.

Donald Trump vuole espellere milioni di richiedenti asilo dagli USA: e così Washington sta cercando di intensificare il trasferimento di questi “indesiderati” verso Paesi terzi. Alcuni governi africani compiacenti hanno già sottoscritto accordi in tal senso con le autorità americane.

Richiesta indegna

Ieri sera il ministro degli Esteri burkinabè, Karamoko Jean-Marie Traore, ha dichiarato che il governo ha rifiutato ripetutamente le richieste dell’amministrazione Trump di accettare gli espulsi. “Il Burkina Faso non è una terra di deportazione”, ha poi aggiunto il capo della diplomazia di Ouagadougou, definendo tale domanda da parte degli USA addirittura indegna e indecente.

Basta deportazioni

A partire da venerdì, l’ambasciata degli Stati Uniti a Ouagadougou ha temporaneamente sospeso tutti i servizi di routine relativi ai visti e ha consigliato ai residenti di rivolgersi all’ambasciata nella capitale del Togo, Lomé.

Il ministro degli Esteri del Burkina Faso ha poi specificato che la rappresentanza diplomatica USA nel Paese si sarebbe lamentata che i cittadini burkinabé, titolari di visti turistici e per motivi di studio, non rispetterebbero le norme di soggiorno negli USA.

Ma questa motivazione ufficiale non ha convinto Traoré, che ritiene tale misura un mezzo di ricatto, visto che il suo governo non ha aderito alla richiesta di Washington per accogliere rifugiati indesiderati dall’amministrazione Trump.

Carcerati deportati

Qualche mese fa eSwatini, l’unica monarchia assoluta in Africa, ha accolto nelle proprie carceri detenuti deportati forzatamente dagli USA. I carcerati erano stati condannati da tribunali americani per svariati crimini gravi. Washington ha spedito anche altri prigionieri in Sud Sudan, Paese a alto rischio, visto che il trattato di pace, siglato nel 2018 è più che mai in bilico. Dopo l’arresto dell’ex vicepresidente, Riek Machar, ora sotto processo, la situazione è a dir poco incandescente.

Rifugiati in Ghana e Ruanda

Washington ha spedito altri rifugiati, senza fedina penale sporca, in Ruanda e Ghana. Recentemente anche i Paesi Bassi hanno siglato un accordo con il governo ugandese. Kampala è disposta a accogliere le persone senza permesso di soggiorno che non possono essere rispedite dalle autorità olandesi direttamente o volontariamente nel proprio Paese di origine in tempi brevi. I richiedenti asilo saranno presi in carico dall’Uganda prima di essere mandati definitivamente a casa propria.

Secondo Human Rights Watch, le espulsioni da parte degli Stati Uniti di detenuti verso Paesi africani nell’ambito di “accordi opachi”, violano il diritto internazionale e devono essere respinte.

A fine settembre HRW ha dichiarato di essere al corrente dell’accordo – che non è stato reso pubblico – stipulato tra gli Stati Uniti ed eSwatini. Il regno è disposto a accogliere fino a 160 persone indesiderate dagli USA, in cambio di un aiuto finanziario di 5,1 milioni di dollari per rafforzare le capacità in materia di gestione delle frontiere e delle migrazioni.

Africa ExPress
X: @africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Trump non demorde: migranti deportati a eSwatini (ex Swaziland)

 

Olanda, accordo con Uganda per deportazione rifugiati

Madagascar: la rabbia in piazza e il presidente risponde nominando premier un generale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 ottobre 2025

Il generale dell’esercito, Ruphin Fortunat Zafisambo, è stato nominato primo ministro del Madagascar dal presidente del Madagascar, Andry Rajoelina. L’alto ufficiale, molto conosciuto, prende il posto di Christian Ntsay, che una settimana fa è stato defenestrato dal capo dello Stato insieme a tutto il suo governo.

La crisi è stata causata dalle incessanti manifestazioni dei giovani di Generazione Z (GEN Z), appoggiati dai sindacati, artisti e dalle gente comune stufa della corruzione dilagante nel Paese.

Il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina

Indebolito dalle dimostrazioni, il presidente cerca ora il sostegno dei militari con la speranza di riprendere in mano la situazione.

Tre vertici 

Il giorno dopo il suo insediamento, il nuovo capo del governo ha immediatamente nominato i primi tre ministri, con il compito di garantire la sicurezza. Il generale di divisione, Deramasimanjaka Manantsoa Rakotoarivelo, è a capo del dicastero delle Forze armate.

Il generale di corpo d’armata, Rakotondrazaka Andriatsarafara Andriamitovy, ha ottenuto la delega per la gendarmeria e infine un alto quadro della polizia, Radriambelo Mandimbin’ny Aina Mbolanoro, occupa la poltrona della pubblica sicurezza.

Pur di uscire dall’impasse, il presidente ha indetto un’assemblea al palazzo presidenziale, invitando rappresentanti di vari settori, come figure religiose e tradizionali, studenti, associazioni di giovani, esponenti della società civile, imprenditori, insegnanti, artigiani, agricoltori e altri. “E’ importante prendersi cura gli uni degli altri”, aveva annunciato Rajoelina.

Boicottata assemblea

Se da un lato centinaia di persone hanno fatto la fila ieri pur di varcare l’ingresso di palazzo Iavoloha, la sede del potere, GEN Z e i loro alleati hanno declinato l’invito, malgrado la presidenza abbia inviato diversi intermediari per convincere il collettivo a partecipare all’assemblea. Nulla da fare, la loro risposta è stata: “Non partecipiamo a questa ipocrisia. Non hanno capito niente”.

Anzi, proprio ieri i giovani medici e studenti di medicina si sono uniti al collettivo e gli specializzandi hanno addirittura sospeso la loro attività per interventi non urgenti negli ospedali di tutto il Paese. Rivendicano migliori trattamenti contrattuali e la ristrutturazione dei nosocomi, ritenuti ormai obsoleti.

Ultimatum

GEN Z e i loro alleati hanno persino lanciato un ultimatum, scaduto proprio ieri sera. Hanno chiesto le scuse pubbliche per la repressione della polizia durante le manifestazioni, le dimissioni del capo di Stato e del presidente del Senato. Hanno inoltre minacciato di indire uno sciopero generale qualora le loro richieste resteranno inascoltate.

Durante l’assemblea di ieri, il presidente ha assicurato che avrebbe implementato i progetti energetici che dovrebbero risolvere i ripetuti blackout. “Giuro che se entro un anno le interruzioni sulla rete elettrica persisteranno nella capitale, mi dimetterò”, ha affermato.

Manifestazione GEN Z

Le proteste sono iniziate a causa delle continue e prolungate interruzioni di acqua corrente e elettricità. I primi giorni le forze dell’ordine non hanno esitato a sparare con pallottole vere contro i manifestanti. E, secondo quanto sostenuto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, sarebbero morte almeno 22 persone e i feriti sarebbero oltre cento.

Il licenziamento del vecchio esecutivo non ha per nulla placato la rabbia dei giovani malgasci, che dalla scorsa settimana stanno chiedendo le dimissioni di Rojeolina. L’attuale presidente è al potere dal 2018, ma ha già occupato questa posizione dal 2009 al 2014, dopo un colpo di Stato militare. Precedentemente è stato sindaco di Antananarivo, la capitale del Paese. Prima di entrare in politica, invece, era un noto DJ nel Paese.

Appassionati di musica

Passione per la musica condivisa dal nuovo primo ministro. Anche lui in passato è stato un DJ, attività che ha svolto nel centro del Paese, nella città di Fianarantsoa, che in lingua malgascia significa “Là dove si apprende il bene”.

Il primo ministro, Ruphin Fortunat Zafisambo, ex DJ

Ruphin Fortunat Dimbisoa Zafisambo ha studiato in Algeria e in Francia e si è diplomato all’accademia militare di Antsirabe. Ma è la passione per lo sport che gli ha permesso di fare il salto in politica. E’stato infatti il direttore generale della Federazione Basket malgascia, il cui presidente era all’epoca il fratello dell’ex primo ministro Christian Ntsay. Ha dapprima svolto la funzione di segretario generale aggiunto del governo, per poi essere nominato direttore di gabinetto civile e poi militare di Ntsay.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Madagascar nel caos: imponenti manifestazioni per costringere il presidente alle dimissioni

 

Albanese:”Basta armi a Israele, per fermare il genocidio occorre bloccare i porti di tutta Italia”

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Genova, 7 ottobre 2025

“Bisogna fermare tutto quello che viene da Israele ed esce per Israele. Serve che tutta l’Italia chiuda i porti, come fanno i portuali a Genova”: così parla la relatrice speciale ONUi per i diritti umani sui Territori occupati dei palestinesi dal 1967, Francesca Albanese.

Oggi si trova nel cortile del Rettorato dell’Università in via Balbi, a Genova, a due passi dalla stazione ferroviaria di Principe, invitata dagli studenti in occupazione dal 24 settembre 2025.

Manifesto durante la manifestazione dei portuali contro il passaggio di navi cargo cariche di armi di passaggio nel porto di Genova, 2021. Archivio Africa-express.info

Albanese lo ripete poi ai portuali che dal maggio 2019 combattono il traffico di armi, prima destinate contro lo Yemen e ora contro Gaza: “Voi avete acceso la miccia, la contestazione alle istituzioni deve arrivare non solo dagli studenti”.

Qualche ora dopo parla ai Giardini Luzzati con la sindaca Silvia Salis di un osservatorio sui traffici portuali e riparla dell’efficacia del boicottaggio anche nell’incontro pubblico alla sera, sempre ai Giardini Luzzati, con una folla enorme  all’aperto, divisa in piazza e piazzette su vari livelli, perché gli organizzatori (Giuristi democratici, Anpi, Amnesty International e Defence for Children) sono stati contestati dalla comunità ebraica genovese per aver organizzato il dibattito il 7 ottobre, data della strage di Hamas due anni fa, a Palazzo Ducale, sede di una Fondazione.

Risultato: Palazzo Ducale è stato chiuso e i Giardini Luzzati si sono aperti, ci si affaccia Il Cesto, cooperativa sociale del centro. “Non importa il cambio della sede, è stata una bellissima serata – commenta Albanese dopo con i giornalisti – e poi c’erano megaschermi in diverse piazze, la gente ha potuto seguire”.

Al pomeriggio all’università occupata,  il cortile è zeppo di persone (il rettore non ha concesso alcuna aula e non ha mai dialogato con gli occupanti). TV e i giornalisti sono tenuti fuori dal palazzo seicentesco. Nel dubbio, accanto al tavolo della conferenza campeggia un grande cartello “No foto, no video”. Ma la generazione Z qualche foto la scatta di nascosto e la posta subito su Instagram. Africa-Express l’ha intervistata e ascoltata nei vari luoghi attraversati.

Francesca Albanese

Esponenti della comunità ebraica hanno contestato la sua presenza oggi a Genova 7 ottobre, a due anni dalla strage di Hamas. Che cosa ne pensa?

“Ci sono giorni giusti o sbagliati per parlare di diritto internazionale? Dal primo giorno dopo l’attacco di Hamas a Israele non ho cambiato idea: i popoli oppressi hanno il diritto di resistere, anche in forme armate. Ma se il diritto internazionale riconosce la resistenza, vige anche il principio che non si toccano i civili, di nessuna religione o etnia. Sono regole minime ma garantiste, altrimenti ci troviamo davanti alle barbarie.

La resistenza sta ad un popolo come il diritto all’autodifesa sta a uno Stato. Il popolo non ha mezzi per resistere all’attacco di uno Stato. Tecnicamente il popolo palestinese ha rinunciato a quel diritto. Nella Cisgiordania i palestinesi dopo aver provato la resistenza armata, negli ultimi 30 anni hanno provato la resistenza pacifica e neppure quella ha funzionato. I palestinesi non stanno scacciando l’invasore, stanno morendo di genocidio.

Non c’è niente di romantico in un giorno così. Che ci volesse tanta violenza per far parlare di Palestina è terribile: dove eravamo noi, gli avvocati, la comunità internazionale, gli specialisti di Medio Oriente? Lo dico da occidentale, senza paternalismo, è importante non proiettare le nostre istanze su un popolo che sta resistendo per esistere e combatte anche una battaglia di legittimità.

Oggi la parola resistenza è meglio non usarla, perché significa attirare acredine sul popolo palestinese. Ora bisogna fermare il genocidio. La resistenza facciamola contro le nostre istituzioni.

Il popolo palestinese muore anche per l’ignoranza in questa parte di mondo. Dobbiamo essere più amorevoli e più gentili. Detto questo bisogna anche rifuggire dalle strumentalizzazioni e lo dico anche alla comunità ebraica: continuiamo tutti insieme”.

Per parlare di genocidio abbiamo bisogno di una Corte internazionale che l’accerti?

“No, l’articolo 2 della Convenzione internazionale per la prevenzione e la repressione del genocidio del ’48 è chiaro: se si uccidono esponenti di un gruppo, se si perseguita psicologicamente o mentalmente un gruppo e si limitano o si impediscono le nascite all’interno del gruppo, è genocidio.

Non abbiamo bisogno che nessuno lo attesti e per altro l’Italia ha anche una legge degli anni Sessanta. Contro questo genocidio, si sono mobilitati 14 Paesi, il cosiddetto Gruppo dell’Aja, (guidato da Colombia e Sudafrica, spero se ne aggiungano altri tra cui il Brasile). Dicono tre cose: niente più armi ad Israele, niente più porti per transiti di armi e serve giustizia. Non è casuale che uno dei Paesi che partecipa è proprio il Sudafrica che ha conosciuto l’apartheid. Insomma non dobbiamo continuare a fare business as usual”.

Meloni, Crosetto, Cingolani e Tajani sono stati denunciati alla Corte Internazionale dell’Aja per “concorso in genocidio”. Possono essere incriminati di genocidio?

“Non conosco le carte. Certo chi non impedisce il genocidio, collabora con chi ne è responsabile mi pare possa essere perseguibile”.

Che cosa auspica ora in una fase tanto complessa con l’accordo Trump in discussione e una possibile tregua che anche il sottosegretario generale agli affari umanitari dell’OCHA, Tom Fletcher chiama “lume di speranza”?

“Siamo in una fase di violenza terribile, ma anche chi ha combattuto l’apartheid in Sudafrica ricorda che gli ultimi anni sono stati i più feroci e lo storico israeliano Ilan Pappé sostiene che il sistema diventa più cattivo perché più fragile.

Il genocidio deve finire subito, deve finire l’occupazione permanente perché non si può ricostruire Gaza sulla presente road map per mettere fine all’apartheid. Per il resto il piano Trump non chiede ai palestinesi che cosa vogliono, non li coinvolge minimamente e divide Gaza dalla Cisgiordania senza Autorità Nazionale Palestinese. Però è un momento di accelerazione storica.

Nessun genocidio finora è mai stato prevenuto, penso a Ruanda, Bosnia, Myanmar. Questo è il primo che ha scosso le coscienze. Penso che ci stia servendo il diritto internazionale. È un linguaggio di coerenza. È l’ultimo strumento pacifico che rimane.

Adesso la nostra bussola è il blocco delle navi e delle università: divide chi il genocidio lo vuole e chi non lo vuole. Se ci muoviamo tutti insieme all’unisono e ognuno fa dei passi con la forza che può….questa fase apre la possibilità della fine dell’occupazione nella Palestina storica.

Il progetto che i palestinesi chiedono, assieme agli israeliani che lottano al loro fianco, è essere tutti uguali, senza privilegi e il potere dell’immaginazione. Non dobbiamo proiettare le nostre idee di liberazione ma ascoltare che cosa dicono loro”.

Folla di persone ai Giardini Luzzzati per Francesca Albanese

Con gli universitari, i portuali e ai Giardini Luzzati, Lei ha parlato di boicottaggio. Perché è uno strumento utile contro un genocidio e un’occupazione che dura da 70 anni?

“L’unico modo per influire sulle istituzioni è scardinare il sistema dal punto di vista economico. Possiamo anche riconoscere la legittimità della resistenza, ma intanto qui bisogna fermare tutto quello che entra in Israele e ne esce. Da osservatrice terza, al di fuori di queste manifestazioni, dico questo consenso non c’è mai stato e si grida anche nei cortei ‘volevamo salvare la Palestina e la Palestina ha salvato noi’. Siamo davanti a uno specchio. Siamo lo stesso sistema che priva i palestinesi del diritto di vivere, di andare all’università, è un sistema di privazione della libertà umana.

Perchè per sfollare, sostituire i palestinesi con colonie, strade, turismo, dietro c’è un’economia dell’occupazione e c’è anche l’economia che non si è sottratta a questo come le università oppure aziende di produzioni di mezzi edili o scavatrici che possono essere usati in guerra.

I partenariati con le università danno legittimità a normalizzare l’occupazione. Però vede, due anni fa neppure si poteva parlare di boicottaggio dell’università. Ora invece è diverso. La consapevolezza su queste cose è fondamentale”.

Lei parla spesso di analfabetismo funzionale. Che cosa intende?

“Fino a 30 anni fa c’era una conoscenza diffusa della situazione palestinese in Italia. Invece oggi mostrano le mappe per negare il genocidio. Un comportamento che perpetua il genocidio stesso e non stimola la conoscenza. Le università tornino ad essere luoghi del sapere, dove si discute liberamente. Inutile chiamare il competente di turno, che ha determinate opinioni, per bilanciare le discussioni”.

Come ha vissuto a livello personale questi due anni?

“Già a ottobre 2023 è stato evidente per me quello che sarebbe successo, visto il dispiegamento di forze militari messo subito in atto dallo Stato di Israele. Ho pianto molto in questi due anni.

Il momento più terribile è stato la tregua del 17 e 18 marzo di quest’anno quando l’esercito israeliano ha continuato a uccidere e sono morte 600 persone in un solo giorno. Però ho il vizio della speranza e penso che ognuno fa quel poco che può, davvero la situazione può cambiare”.

Durante la giornata genovese, Albanese ha fatto spesso riferimento al dibattito del giorno prima a Roma, Unpacking Israel, Unpacking Palestine, con Ilan Pappé ed Eyal Weizman. Chi volesse approfondire: lo trova qui.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Israele, strategia militare psicologica: uccide i simboli politici per annientare la popolazione palestinese

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
7 ottobre 2025

Molti confondono i politici di Hamas con i suoi militanti. Dobbiamo però specificare che la resistenza militare al colonialismo non è fisicamente combattuta dai leader dell’organizzazione.

Quando Israele afferma che “tutti i civili di Gaza sono terroristi di Hamas” per legittimare 65 mila omicidi commessi dall’IDF, si riferisce ai palestinesi che hanno votato per questo partito politico. E del consenso transnazionale che l’organizzazione ha ottenuto durante la fase finale del progetto coloniale israeliano e il genocidio di quasi tutta la popolazione palestinese nella Striscia.

Le vittime uccise dalle bombe, per far spazio ai progetti imprenditoriali e costruire lussuose strutture turistiche che accoglieranno ricchi turisti da tutto il mondo in quella che è già stata definita “la Riviera di Gaza”, sono persone che condividono l’ideologia della resistenza promossa dai leader politici di Hamas. E che combattono con le armi che trovano in nome di un’idea: una Palestina libera dai colonialisti.

I politici dell’organizzazione, però, fanno politica come tutti i leader di qualsiasi partito politico. Diventano simboli, eroi da rispettare ed emulare. Poco importa se gli interessi coincidono con quelli della popolazione, perché davanti a un nemico esterno tanto potente l’ideologia diventa l’unica speranza per continuare a esistere.

Lo Stato sovrano di Palestina non esiste, ma esiste il suo popolo. Non bastano solo le bombe per eliminare fisicamente i palestinesi. E i politici israeliani lo sanno, per questo uccidono i loro eroi.

Un articolo del quotidiano israeliano “Kav Pressn- Questa settimana a Gerusalemme” del 3 settembre 2025, in merito all’uccisione del portavoce di Hamas, e di importanti leader Houthi e Ministri Yemeniti, descrive esattamente la strategia militare psicologica di Israele.

Quotidiano israeliano “Kav Pressn- Questa settimana a Gerusalemme” del 3 settembre 2025

Traduzione in italiano dalla lingua ebraica

Dopo un lungo inseguimento Israele ha chiuso il conto con il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida, eliminato in un attacco aereo su Gaza. Per un certo periodo, il sistema di sicurezza lo aveva seguito e sapeva dove si trovava. Poco prima dell’attacco, Israele sapeva esattamente in quale appartamento alloggiava.

Il Servizio di Sicurezza dell’IDF ha atteso l’intelligence al fine di aumentare le probabilità di eliminazione. Hudayf Sameer Abdullah al-Kahlot, noto come Abu Ubayda, era il famoso portavoce dell’ala militare di Hamas, divenuto una figura ben nota e venerata tra i sostenitori dell’organizzazione nel mondo arabo durante e prima della guerra.

Abu Obeida, portavoce di Hamas

Di solito appariva in televisione o in dichiarazioni registrate avvolto nella kefiah rossa a lui associata. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato dopo l’assassinio: “Il portavoce terrorista di Hamas, Abu Ubayda, è stato eliminato e mandato a incontrare tutti i cospiratori dell’asse del male provenienti da Iran, Gaza, Libano e Yemen nel profondo dell’inferno. Congratulazioni alle IDF e allo Shin Bet per la perfetta esecuzione. Presto, con l’intensificarsi della campagna a Gaza, incontrerà molti altri dei suoi complici: assassini e stupratori di Hamas”.

Le forze israeliane hanno attaccato il secondo e il terzo piano dell’edificio in cui alloggiava Abu Ubayda con un missile di precisione. L’operazione si basava su informazioni di intelligence provenienti dallo Shin Bet, che lo seguiva, ed è stata condotta in collaborazione con l’Aeronautica Militare dal quartiere generale delle operazioni speciali dello Shin Bet nel centro di Israele.

Sia l’IDF che lo Shin Bet hanno confermato l’assassinio di Abu Ubayda, vero nome Hadifa Kahlot. “L’operazione è stata coordinata in modo interorganizzativo dal quartiere generale operativo dello Shin Bet in collaborazione con il Comando Sud ed è stata resa possibile grazie alle informazioni di intelligence preliminari raccolte dallo Shin Bet e dall’intelligence militare, che hanno indicato il nascondiglio del terrorista”, hanno affermato.

Il terrorista fungeva da volto dell’organizzazione terroristica di Hamas e, nell’ambito del suo ruolo, diffondeva la propaganda dell’organizzazione”, ha aggiunto. Allo stesso modo, Kahlot era responsabile della distribuzione di video che incitavano il mondo arabo e l’opinione pubblica palestinese a emularli.  Il capo di stato maggiore israeliano La’eil Zamir ha fatto riferimento all’assassinio del portavoce di Hamas Abu Ubayda e ha lanciato una minaccia rivolta ai leader dell’organizzazione che si trovano all’estero.

Zamir ha dichiarato: “Nella Striscia di Gaza, ieri abbiamo attaccato una delle figure di spicco di Hamas, Abu Ubayda. Ma siamo ancora al lavoro, la maggior parte del governo di Hamas è all’estero, raggiungeremo anche loro.”
Questo è un assassinio molto significativo per l’organizzazione e per gli abitanti di Gaza che lo consideravano un simbolo.

Abu Ubayda è considerato una figura centrale di Hamas, e rappresenta anche un’immagine simbolica per i palestinesi. Il massacro e il suo assassinio potrebbero avere un impatto morale, sia sui membri di Hamas a Gaza e West Bank, e forse anche sui suoi sostenitori in tutto il mondo.

Inoltre, il suo assassinio potrebbe danneggiare gli sforzi di Hamas per influenzare le coscienze. È noto per la sua vicinanza agli alti funzionari, per il suo contatto diretto con loro e per la sua presenza nel circolo decisionale. Ora, non ne sono rimasti molti nella Striscia. Uno è Izz ad-Din Haddad, comandante della Brigata di Gaza.

Hamas ha rilasciato una dichiarazione in risposta: “L’attacco dell’occupazione a un edificio residenziale nel quartiere di al-Raml, nella parte occidentale di Gaza, è il risultato di una serie di distruzioni e di escalation mirate a costringere i civili a evacuare la città. Questo fa parte dei piani per distruggere Gaza City e trasferirne forzatamente tutti i residenti. Chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente per fermare l’aggressione, adottare misure deterrenti contro l’occupazione e assicurare i suoi leader alla giustizia per i loro crimini.

Nel frattempo, a Sanaa, la capitale dello Yemen, si sono svolti i funerali del primo ministro houthi, Ahmed al-Rahawi, e degli altri ministri uccisi con lui nell’attacco israeliano alla città. Gli houthi non hanno ancora annunciato esattamente quante persone siano state uccise nell’attacco, ma 12 bare sono state viste al funerale, disposte una accanto all’altra in fila.

Primo Ministro Houthi Ahmed al-Rahawi

Le bare sono state poi trasportate in una processione di massa che assomigliava a una parata militare e sembrava una dimostrazione di forza dopo il doloroso colpo subito dall’organizzazione. La folla si è radunata in piazza al-Saba’in gridando “Morte a Israele!”.

Gli houthi, sostenuti dall’Iran e che controllano parti dello Yemen, hanno continuato la loro campagna di “sostegno ai palestinesi”, lanciando missili e droni contro Israele e attaccando navi nel Mar Rosso, incluso un altro attacco avvenuto di recente.

L’attacco israeliano si basava su informazioni di intelligence di un raduno di alti membri dell’organizzazione ed è stato condotto parallelamente al discorso settimanale del leader Houthi, Abdel-Malkheder al-Din al-Houthi, che trasmette da un nascondiglio.

L’IDF ha affermato che l’obiettivo principale era il Capo di Stato Maggiore Houthi, Mohammed Abdel-Karim al-Ghammari, anch’egli colpito e sopravvissuto in un precedente attacco. Secondo le stime israeliane, tra le vittime figurano il Ministro della Giustizia, il Ministro dell’Economia e del Commercio, il Ministro degli Affari Esteri, il Ministro dell’Agricoltura e il Ministro dell’Informazione del governo Houthi, formatosi lo scorso anno.

Anche il nuovo primo ministro Houthi, Mohammed Miftah, che fino ad ora ha ricoperto la carica di vice primo ministro, è rimasto ferito. Nell’attacco, ha dichiarato ai funerali: “Esprimiamo le nostre condoglianze al nostro popolo per la perdita dei ministri. Per un anno intero, i ministri del governo hanno compiuto numerosi sforzi per riorganizzare la struttura amministrativa ed economica del Paese ai massimi livelli. Il nemico israeliano pensa che il suo crimine ci indurrà a ritirare la nostra posizione di sostegno a Gaza.

Nuovo Primo Ministro Houthi, Mohammed Miftah

Stiamo dicendo al nemico che l’umiliazione è fuori questione e che siamo pronti a sacrificarci e ad adempiere al nostro dovere. A Gaza diciamo: non siete soli”.

Il quotidiano libanese “Al-Akhbar”, affiliato a Hezbollah e all’asse iraniano-sciita, ha riferito che la “piazza yemenita” si aspetta una risposta ampliata all’attacco israeliano che potrebbe includere “obiettivi nemici vitali”. Fonti citate nel rapporto hanno affermato che le azioni pianificate dagli Houthi saranno “di alta qualità e molto dolorose” e che “il quartier generale del governo (in Israele) non sarà lontano” dalle forze houthi.

Secondo loro, “la banca bersaglio di Sanaa si espanderà e il quartier generale e la casa di Netanyahu non saranno luoghi sicuri”. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha scritto: “Abbiamo inflitto un colpo senza precedenti agli alti funzionari della sicurezza e della leadership politica dell’organizzazione terroristica Houthi in Yemen, in un’operazione audace e brillante delle IDF. Il primo ministro houthi e la maggior parte degli altri alti funzionari sono stati ostacolati e feriti. Ho avvertito che dopo la piaga delle tenebre sarebbe venuta anche la piaga dei primogeniti, e ora abbiamo adempiuto l’avvertimento”.

Anche altri quotidiani israeliani hanno riportato questa strategia militare di Israele per distruggere psicologicamente e moralmente i palestinesi e tutti coloro che provano a sostenerli.

Quotidiano israeliano “Israel_Hayom” del 5 settembre 2025
Quotidiano israeliano “Israel_Hayom” del 5 settembre 2025

Quello che Israele sta facendo, attraverso la sua ala armata e grazie al supporto militare ed economico degli Stati affiliati al suo governo, non è solo eliminare chiunque ostacoli i suoi progetti imprenditoriali colonialisti. Sta mettendo in scena una prova di forza per dimostrare che nessuno può resistere al suo dominio.

Valentina Vergani Gavoni
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp 
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

Bocciato Gautrain, il treno Frecciarossa sudafricano: è un “fallimento finanziario”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
6 ottobre 2025

L’Associazione automobilistica sudafricana (AA) ha definito il progetto Gautrain un “fallimento finanziario”. Di fatto, dall’inaugurazione del treno (giugno 2010) ad oggi, il convoglio Alta Velocità Gautrain ha visto diminuire i passeggeri in modo esponenziale.

Il percorso è di 80 km e parte da Johannesburg-Park con una deviazione per l’aeroporto internazionale OR Tambo per arrivare a Pretoria-Hatfield. Velocità massima di 160 km/h e 10 fermate. A dire il vero per gli standard europei e dell’estremo oriente non sembra un convoglio Alta Velocità, sebbene il progetto continui ad ampliarsi.

Gautrain treno AV Sudafricano
Gautrain il treno Alta Velocità Sudafricano


Il progetto miliardario 

Il progetto ferroviario Gautrain è stato uno dei più grandi lavori di costruzione e di ingegneria degli ultimi anni dell’Africa australe. Un salto di qualità nel sistema di trasporto ferroviario ad alta velocità all’avanguardia.

Un’impresa ideata nel 2006 per alleviare la congestione stradale, offrire un trasporto pendolare rapido e moderno e stimolare l’economia delle aree circostanti. Operativo nel 2010 è costato 31 miliardi di rand (oltre 1,5 miliardi di euro).

Stime eccessive

Eppure il Bombela Consortium, responsabile della progettazione, costruzione e gestione del treno aveva fatto delle proiezioni che stimavano 47,5 milioni di passeggeri all’anno.
 Un calcolo che molti hanno ritenuto eccessivo.

Infatti, nel 2025, dopo i 15 anni di attività, la Gautrain Management Agency (GMA) ha comunicato che il sistema ha trasportato oltre 200 milioni di passeggeri. Una media annua di 13,3 milioni di passeggeri. Non solo, nel 2023/2024, il numero è drasticamente sceso a 7,9 milioni di utenti.

Gautrain percorso Johannesburg-Pretoria
Gautrain il percorso Johannesburg-Pretoria

Patronage guarantee

Nel contratto di gestione è stata aggiunta la “patronage guarantee” (garanzia di patrocinio). Secondo alcuni media si tratta di una clausola discutibile che va a vantaggio dei gestori della linea e penalizza l’ente pubblico. Serve a coprire la differenza tra i ricavi previsti dai progetti di traffico e i ricavi effettivi. Molte critiche sono state fatte all’accordo di “patronage guarantee” perché viene considerato un’ “assicurazione incorporata nel contratto per la scarsa performance”.

Di fatto trasferisce il rischio all’ente pubblico anziché al concessionario del servizio.
 La provincia del Gauteng, per l’anno finanziario 2022/2023, ha dovuto versare a Bombela 2,37 miliardi di rand (oltre 117 milioni di euro). Nel 2023‑2024, una quota maggiore: 2,79 miliardi di rand (138 milioni di euro).

Dura la posizione dell’AA. Ha giudicato il progetto Gautrain uno spreco, perché il sistema finora non ha mantenuto le proiezioni di traffico passeggeri.

Gautrain locandine dei giornali
Locandina del giornale The Star: “Il Sudafrica ha bisogno del Gautrain?”

Il futuro del Gautrain

Nonostante le critiche, nei progetti del ministero dei Trasporti c’è in programma l’ampliamento delle linee ferroviarie del Gautrain. Nei piani della ministra dei Trasporti sudafricana, Barbara Creecy, e del governo c’è la modernizzazione delle ferrovie. Viene considerata una priorità fondamentale da realizzare entro il 2030.
 La linea ferroviaria del Gautrain passerebbe dagli attuali 80 km a 230 km. Aumenterebbe anche la capacità di trasporto merci di Transnet: dai 149 milioni di tonnellate attuali a 250 milioni all’anno.

In Sudafrica, dallo scorso anno, sono stati avviati studi di fattibilità per tre corridoi prioritari. Si tratta di Johannesburg-Polokwane-Musina, Johannesburg-Mbombela e Johannesburg-Durban. 
Una volta completata la linea Johannesburg-Polokwane, 320 km, il treno AV viaggerà in alcune tratte a oltre 200km/h. I tempi di percorrenza tra Pretoria e Polokwane saranno ridotti da cinque ore a circa 90 minuti.

La linea Johannesburg-Durban avrà un costo stimato: 530 miliardi di rand (26,2 miliardi di euro).

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Sudafrica, caccia grossa in crisi: perde centinaia di milioni

Sudafrica: sotto la superficie, tra oro, silenzi e infanzia violata

Trump esibisce foto fake per dimostrare uccisioni di massa di bianchi sudafricani

Pretoria si avvicina a Cina e Russia, condanna Israele e Washington espelle l’ambasciatore sudafricano