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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

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Bamako assediata: i jihadisti bloccano i rifornimenti (carburante e cibo)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 ottobre 2025

Rien ne va plus à Bamako. La capitale del Mali è assediata e semiparalizzata per la mancanza di carburante. File interminabili davanti alle stazioni di benzina, dove gli autisti attendono pazientemente ore e ore per poter eventualmente acquistare qualche litro di benzina o di gasolio. Se va male, si cerca di recuperare qualcosina al mercato nero, ma costa il doppio.

Bamako: file davanti alle stazioni di benzina

Molti negozi e esercizi commerciali hanno dovuto sospendere le loro attività per mancanza di approvvigionamenti. Anche i mercati, generalmente coloratissimi, pieni di merce e persone, sono semideserti e i prezzi sono alle stelle.

Domenica sera il governo ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole e università in tutto il Paese a causa della carenza di carburante. Nel comunicato diffuso dalle autorità è stato precisato che gli istituti scolastici e atenei resteranno chiusi dal 27 ottobre fino al 9 novembre 2025.

Fuoco a autocisterne

E la situazione non tende a migliorare. Da settembre JNIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato ad al-Qaeda) ha imposto blocchi stradali a Kayes e Nioro du Sahel. Da allora i terroristi stanno intercettando camion e corriere e continuano a dare fuoco alle autocisterne per impedire che il carburante arrivi alla capitale.

Gli abitanti di Nioro du Sahel (nel sud-ovest) sono disperati. Hanno chiesto aiuto via i social network. “Non possiamo uscire dalla città, temiamo di essere arrestati o sequestrati. “Dall’inizio del blocco effettuato dai terroristi, una cinquantina di residenti sono nelle mani degli estremisti islamici, non sappiamo nemmeno dove siano”, hanno spiegato i cittadini. Hanno poi aggiunto: “Siamo per lo più artigiani e commercianti, non possiamo più andare nei mercati a vendere o comprare merci”.

Restrizioni

Oltre a Nioro e Kayes, JNIM ha imposto restrizioni anche a numerosi villaggi. E giovedì 23 ottobre, i miliziani hanno annunciato un nuovo blocco a Léré, nella regione di Timbuctù. Ha concesso tre giorni di tempo agli abitanti di lasciare la città qualora volessero andarsene.

Mali: jihadisti danno fuoco alle autocisterne

Una decina di giorni fa il gruppo terrorista ha nuovamente incendiato un convoglio di una cinquantina autocisterne tra Kolondiéba et Kadiana, in prossimità della frontiera con il Senegal. La colonna era scortato dai soldati di Bamako. Il governo e le autorità militari non hanno rilasciato notizie su quanti soldati e autotrasportatori sono rimasti uccisi durante questo ennesimo attacco.

Aggressioni a gogo

Martedì scorso un nuovo attacco a un convoglio di autocisterne, stavolta proveniente dalla Costa d’Avorio, scortato anch’esso dai militari. L’aggressione è avvenuta tra Sikasso e Zégoua, a pochi chilometri dalla frontiera con il Paese confinante. Come sempre, silenzio totale delle autorità su quanti, tra soldati e autisti, sono morti durante l’aggressione dei miliziani di JNIM.

In un video diffuso il 17 ottobre da JNIM, si vedono due militari e un politico locale, il presidente del consiglio regionale di Ségou, rapiti dai jihadisti, mentre chiedono aiuto al governo di transizione per la loro liberazione.

Imposizione velo integrale

In un altro filmato diffuso da JNIM, i terroristi hanno comunicato alla popolazione che i civili possono circolare liberamente nel Paese purché si fermino ai posti di blocco. Gli estremisti islamici hanno tuttavia avvertito che tutte le donne devono indossare il velo integrale durante i viaggi, pena l’applicazione di sanzioni.

Mali: jihadisti impongono velo integrale

E le punizioni sono arrivate prontamente. Alcune donne che hanno osato mettersi in viaggio a viso scoperto, sono state fatte scendere dalle loro vetture e sono state frustate.

Cambio vertici militari

Per contrastare la furia dei terroristi, il de facto presidente del Mali, Assimi Goïta, ha defenestrato tre alti ufficiali, rimpiazzandoli con altri generali. Il nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito è ora Toumani Koné. Molto esperto in fatto di terroristi;  pare che sappia riconoscere a “occhi chiusi” tutti leader di JNIM. Come vice capo di Stato maggiore dell’esercito è stato nominato Élisée Jean Dao, mentre Minkoro Diakité, molto vicino al ministro della Difesa, dirige ora la sicurezza militare.

Bisogna attendere e sperare che i neo-nominarti portino a casa dei risultati nella lotta contro i jihadisti. E’ necessario spezzare quanto prima il blocco del carburante che ha gravi ripercussioni sulla popolazione, ma per ora il governo pare sempre più impotente.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il Sahel nella morsa dei terroristi

 

Droni e bombe su Khartoum ma l’aeroporto riapre

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 ottobre 2025

Martedì all’alba, alla vigilia della riapertura dell’aeroporto di Khartoum, capitale del Sudan, droni delle RSF (Rapid Support Forces) hanno ricoperto il cielo, bombardando alcune aree nelle immediate vicinanze dello scalo.

Malgrado il martellamento, mercoledì scorso è atterrato ugualmente il primo aereo civile. Anche giovedì i velivoli senza pilota delle RSF hanno tentato di colpire nuovamente, ma, fortunatamente, sono stati intercettati dalle forze armate sudanesi.

Bombardamenti con droni RFS nelle vicinanze dell’aeroporto di Khartoum

L’aeroporto di Khartoum era stato seriamente danneggiato subito dopo l’inizio della guerra civile nell’aprile 2023 tra Rapid Support Forces (RFS), il cui leader è Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti, e l’esercito regolare (SAF), capeggiato da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan.

Voli interni

E finalmente mercoledì lo scalo ha riaperto i battenti almeno per i voli interni. La decisione è stata presa dal governo sudanese che, nella scorsa primavera, ha riconquistato il controllo di tutta la regione, capitale e aree adiacenti comprese.

Oltre 800.000 persone sono già ritornate a Khartoum. In città il governo ha avviato una vasta campagna di ricostruzione, per permettere il rientro dei funzionari pubblici da Port Sudan, sul Mar Rosso, dove sono stati trasferiti gli uffici governativi.

Capitale ammasso di rovine

Molte zone della capitale sono ancora un ammasso di rovine e milioni di persone sono costrette a convivere con interruzioni di corrente continue.

Sudan: Khartoum tutta da ricostruire

Le due fazioni si affrontano con droni di ultima generazione. I paramilitari sono in possesso di velivoli a pilotaggio remoto kamikaze FH-95 di fabbricazione cinese. I mezzi senza pilota vengono lanciati dalla base di Nyala, nel Darfur meridionale, zona sotto controllo dei ribelli. Questi droni e altre armi cinesi, sarebbero stati forniti dal principale sostenitore della RSF, gli Emirati Arabi Uniti (EAU), sostegno che Abu Dhabi ha sempre negato.

Guerra dei droni

SAF, invece, si avvale di droni turchi Bayraktar TB2 e Akinci, forniti da Ankara. Ma, secondo l’Africa Defense Forum, SAF ha schierato anche un aereo senza pilota, il Safaroog, di produzione locale dotato di tecnologia anti-jamming e con un’autonomia di 600 chilometri. Il Safaroog ha capacità di ricognizione, ma è stato progettato come mezzo d’attacco a senso unico (OWA).

A metà mese un altro attacco con droni delle RFS ha ucciso almeno una sessantina di residenti a el-Fasher, capoluogo del Nord-Darfur e pochi giorni dopo SAF ha bombardato il Nord-Kordofan, ammazzando 18 civili.

Proprio ieri, Radhouane Nouicer, l’esperto designato dalle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Sudan, ha lanciato l’allarme sul forte aumento degli attacchi con droni da parte di entrambe le fazioni in guerra.

Secondo l’esperto, l’utilizzo degli UAV (velivoli senza pilota) ha conseguenze devastanti per i civili in tutto il Paese, aggravando, inoltre, ulteriormente la crisi umanitaria. Nouicer ha poi sottolineato: “Prendere di mira i civili e le infrastrutture costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”.

Colloqui indiretti a Washington

Intanto, secondo un funzionario del dipartimento di Stato americano, sarebbero in corso dialoghi indiretti a Washington tra rappresentanti di SAF e RFS. Il condizionale è d’obbligo, visto che il governo sudanese ha negato giovedì scorso lo svolgimento di negoziati diretti o indiretti, definendo la notizia del tutto infondata. Mentre RFS non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in tal senso.

Tuttavia fonti ben informate hanno riferito a Sudan Tribune e a altri media che nella capitale statunitense sarebbero in corso colloqui indiretti. Hanno spiegato ai reporter che le discussioni sono indirizzate a stabilire misure per una tregua umanitaria e per far ritornare le due fazioni al tavolo delle trattative a Gedda.

Carestia

E naturalmente in Sudan si continua a morire anche di fame. La situazione è particolarmente drammatica nel Nord-Darfur, dove il capoluogo el-Fasher è sotto assedio delle RFS da oltre 18 mesi. Migliaia di bambini rischiano di morire di stenti, nella città non è rimasto più nulla da mettere sotto i denti perché i convogli con aiuti umanitari sono bloccati da mesi. Gli ospedali non funzionano più e anche i piccoli affetti da malnutrizione acuta grave sono rimasti senza alcuna terapia salvavita.

Secondo quanto riportato da Sudan Doctors Network (organismo professionale che riunisce tutti i medici del Sudan), nel capoluogo del Nord-Darfur ogni giorno muoiono almeno 3 bambini per fame.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’agenzia per i rifugiati UNHCR, l’organizzazione per l’infanzia UNICEF e il Programma Alimentare Mondiale (PAM) hanno dichiarato che i loro rappresentanti nel Paese hanno descritto situazioni terribili non solo in Darfur. Le agenzie ONU hanno sottolineato che i casi di malnutrizione sono in forte aumento.

Civili in fuga da El-Fasher, capoluogo del Nord-Darfur

Una settimana fa oltre 800 persone sono arrivate nel campo di Tawila. Medici senza Frontiere MFS), che opera nel campo per sfollati, ha subito preso in carico i nuovi arrivati, alcuni in condizioni particolarmente critiche. “Molti presentavano ferite gravi e parecchi piccoli risultavano affetti da malnutrizione acuta grave”, ha spiegato, Mouna Hanebali, responsabile dell’attività medica dell’organizzazione francese.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Guerra in Sudan: mercenari ucraini e colombiani uccisi nel Nord-Darfur

 

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Pilota missionario americano rapito in Niger

Africa ExPress
Niamey, 23 ottobre 2025

Durante la notte tra il 21 e il 22 ottobre scorsi, nella capitale del Niger è stato rapito il cittadino statunitense, Kevin Rideout.

Rideout è un pilota dell’aviazione civile americana. Era nel Paese come missionario per un’organizzazione evangelica umanitaria internazionale, la Serving in Misssion (SIM).

Kevin Rideout, pilota sequestrato a Niamey, Niger

L’americano è stato rapito da tre uomini armati nella sua abitazione, in una zona residenziale della capitale nigerina, precisamente nel quartiere Chateau 1, in pieno centro della città. Nella stessa zona si trovano anche diverse organizzazioni internazionali. L’area dove è avvenuto il rapimento è molto sorvegliata, visto che il palazzo presidenziale dista solamente a un centinaio di metri dalla casa dell’ostaggio.

Finora nessun gruppo armato ha rivendicato il rapimento, ma secondo indiscrezioni sarebbe opera di miliziani di EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara).

Palazzo presidenziale di Niamey, capitale del Niger

Il dipartimento di Stato di Washington ha confermato il sequestro del loro connazionale e ha precisato che l’ambasciata americana accreditata Niamey sta collaborando con le autorità locali.

Mezzi blindati per diplomatici USA

In seguito al sequestro, l’ambasciata degli Stati Uniti in Niger ha dichiarato che d’ora in poi tutto il personale può viaggiare solo su veicoli blindati e ha vietato al proprio staff la frequentazione di ristoranti e mercati all’aperto.

Anno nero per rapimenti

A gennaio di quest’anno ad Agadez gli islamisti hanno rapito Eva Gretzmacher, un’anziana austriaca 73enne che risiedeva da oltre 20 anni in Niger.

Pochi mesi dopo un nuovo sequestro di persona, sempre a Agadez: Claudia Maria Abbt, svizzera-nigerina che viveva da diversi anni nella città alle porte del deserto. A tutt’oggi le due donne sono in mano ai loro aguzzini.

E sempre ad aprile, i terroristi hanno portato via con la forza 5 cittadini indiani. Durante l’aggressione, avvenuta nel villaggio di Sakoira, nella zona dei tre frontiere (Niger, Mali, Burkina Faso), sono stati uccisi 12 soldati nigerini.

Statunitense liberato dopo anni

Nel 2016 è stato sequestrato un altro americano, Jeffery Woodke, un operatore umanitario. Era stato portato via con la forza da uomini armati dalla sua casa a Abalak, nella Regione di Tahoua, nel centro del Niger. Woodke è poi stato liberato nel 2023.

L’ultimo rapimento avvenuto nella capitale nigerina risale al 2011. Allora i miliziani di AQMI (Al Qaeda per il Magreb Islamico) hanno catturato in un ristorante in pieno centro di Niamey, due 25enni francesi. Gli  ostaggi sono poi stati uccisi vicino al confine con il Mali, durante un’operazione dell’esercito nigerino, coordinato da militari francesi, nel tentativo di liberarli.

Abdourahamane Tchani, capo della giunta militare di transizione in Niger

Il de facto presidente, Abdourahamane Tchiani, è salito al potere nel luglio 2023 dopo un golpe, che ha deposto il capo di Stato, Mohamed Bazoum, a tutt’oggi agli arresti domiciliari. Appena insediatosi, il putschista aveva dichiarato che la sicurezza è priorità assoluta della nuova giunta, che avrebbe contrastato con tutti i mezzi il terrorismo.

Africa ExPress
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Anziana austriaca rapita ad Agadez, alle porte del deserto nigerino

Niger: rapita donna svizzera a Agadez

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Africa: il capitalismo etico di Manu Chandaria

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
22 ottobre 2025

Success to Significance, il successo imprenditoriale in Africa che si trasforma in un valore per il mondo intero, questo è il messaggio che Manu Chandaria – con la collaborazione dei giornalisti Kwendo Opanga e Charles Wachira – vuole trasmettere.

Nel libro di 327 pagine racconta la sua storia. Un imprenditore di origini indiane, nato a Nairobi, figlio di immigrati, che ha saputo trasformare le sfide della vita in una filosofia vincente. Pochi lo sanno, ma detiene praticamente il monopolio mondiale delle grucce appendi abiti. Le sue fabbrica ne producono ogni anno miliardi di pezzi.

Copertina del libro Success to Significance di Manu Chandaria

Chandaria, membro senior del Comcraft Group of Companies che opera in circa 40 Paesi (quattro in Italia) e del consiglio di amministrazione di diverse importanti società dell’Africa orientale, si definisce un “africano asiatico”. Un’espressione, questa, utilizzata per esprimere con orgoglio una doppia appartenenza culturale e affettiva.

Vuole essere un incoraggiamento per tutte le persone che, pur avendo origini diverse, si identificano pienamente con l’Africa dove sono nati, cresciuti o hanno vissuto gran parte della loro vita.

Non è solo una questione etnica, ma anche politica e sociale: questi cittadini si sentono parte integrante della società, della storia, dello sviluppo e del destino dell’Africa.

Manu Chandaria può essere considerato un esempio concreto e ispiratore per lo sviluppo nel continente sotto diversi punti di vista: economico, sociale, educativo e valoriale.

Ha costruito il suo successo in Africa, per l’Africa. Non ha semplicemente sfruttato risorse o manodopera a basso costo. Ha creato aziende locali, posti di lavoro stabili e filiere industriali autonome.

Ha promosso la produzione e la trasformazione delle realtà locali africane, riducendo la dipendenza dalle importazioni. E la sua esperienza dimostra che profitto e impatto sociale possono coesistere. Un capitalismo etico perché le sue aziende producono valore economico, ma reinvestono nella società attraverso filantropia e sviluppo comunitario.

Ha dimostrato infatti che un’impresa può essere sostenibile, etica e redditizia allo stesso tempo. Ma non solo, ha investito in educazione e capitale umano finanziando scuole, università e borse di studio. Un impegno il suo, fondato sulla convinzione che l’unico vero sviluppo a lungo termine deve assolutamente passare da istruzione e formazione.

Per lui, il vero patrimonio dell’Africa sono i suoi giovani che ha sempre sostenuto attivamente. Un ideale in contrasto con la corruzione e il nepotismo dilagante. E ha dato un volto credibile e umano alla figura dell’imprenditore africano, andando contro stereotipi negativi.

Come immigrato indiano naturalizzato kenyano, ha mostrato che l’integrazione culturale può generare valore, portando innovazione e dialogo interculturale contribuendo a costruire una società africana più inclusiva, multiculturale e cooperativa.

Pagine del libro Success to Significance di Manu Chandaria

Il titolo del suo libro sintetizza quello che è un insegnamento da divulgare: non basta “avere successo” nel senso tradizionale (ricchezza, fama, potere), occorre anche trasformarlo in significato. Un contributo al bene comune.

Manu Chandaria e la sua famiglia hanno mostrato come un casato di immigrati possa radicarsi in un nuovo Paese e contribuire in modo significativo al suo sviluppo.

Pagine del libro Success to Significance di Manu Chandaria

Dall’India, nei primi decenni del XX secolo, i suoi familiari arrivarono in Kenya quando era ancora sotto dominio coloniale britannico. E come molti indiani dell’epoca, iniziarono con piccole attività commerciali, vivendo in comunità spesso marginalizzate ma coese.

Con tanti sacrifici l’imprenditore ha costruito un impero industriale panafricano e insieme alla famiglia ha fondato e sviluppato la Comcraft Group, un conglomerato multinazionale e transnazionale. Questo ha creato migliaia di posti di lavoro in Africa, rafforzando l’industria locale in diversi Paesi.

Chandaria ha sempre puntato su investimenti a lungo termine, piuttosto che semplici speculazioni. La sua figura imprenditoriale si inserisce nell’economia africana come un esempio emblematico di capitalismo etico e inclusivo, in netto contrasto con modelli predatori o puramente speculativi. Il suo contributo va ben oltre la creazione di ricchezza personale: ha influenzato lo sviluppo industriale, la cultura imprenditoriale e il modello di impresa responsabile in Africa.

Valentina Vergani Gavoni
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Africa: Manu Chandaria’s ethical capitalism

Special for Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
22 October 2025

Success to Significance, entrepreneurial success in Africa that becomes valuable for the whole world: this is the message that Manu Chandaria – with the collaboration of journalists Kwendo Opanga and Charles Wachira – wants to convey.

In his 327-page book, he tells his story. An entrepreneur of Indian origin, born in Nairobi, the son of immigrants, he has been able to transform life’s challenges into a winning philosophy. Few people know this, but he has a virtual global monopoly on clothes hangers. His factories produce billions of them every year.

Dual Cultural

Dr. Chandaria, a senior member of the Comcraft Group of Companies, which operates in around 40 countries (four companies are in Italy), and of the board of directors of several major companies in East Africa, describes himself as an “Asian African”. This expression is used to proudly express a dual cultural and emotional belonging.

Copertina del libro Success to Significance di Manu Chandaria

It is intended as encouragement for all those who, despite having different origins, identify fully with Africa, where they were born, grew up or have lived most of their lives.

It is not only an ethnic issue, but also a political and social one: these citizens feel an integral part of African society, history, development and destiny.

Concrete and inspiring example

Manu Chandaria can be considered a concrete and inspiring example for the continent’s development from various points of view: economic, social, educational and in terms of values.

He built his success in Africa, for Africa. He did not simply exploit resources or cheap labour. He created local companies, stable jobs and autonomous industrial supply chains.

Philanthropy and community development

He promoted the production and transformation of local African businesses, reducing dependence on imports. And his experience shows that profit and social impact can coexist. It is ethical capitalism because his companies produce economic value but reinvest in society through philanthropy and community development.

In fact, he has shown that a business can be sustainable, ethical and profitable at the same time. But that’s not all: he has invested in education and human capital by funding schools, universities and scholarships. His commitment is based on the belief that the only real long-term development must necessarily come through education and training.

For him, Africa’s true asset is its young people, whom he has always actively supported. This ideal contrasts with rampant corruption and nepotism. He has given a credible and human face to the figure of the African entrepreneur, countering negative stereotypes.

Indian naturalized as a Kenyan

As an Indian immigrant naturalised as a Kenyan citizen, he has shown that cultural integration can generate value, bringing innovation and intercultural dialogue and helping to build a more inclusive, multicultural and cooperative African society.

The title of his book summarises a lesson that needs to be shared: it is not enough to be “successful” in the traditional sense (wealth, fame, power); you also need to transform that success into meaning. A contribution to the common good.

Pagine del libro Success to Significance di Manu Chandaria

Manu Chandaria and his family have shown how a family of immigrants can put down roots in a new country and make a significant contribution to its development.

In the early decades of the 20th century, his family arrived in Kenya from India, when it was still under British colonial rule. Like many Indians at the time, they started small businesses, living in communities that were often marginalised but close-knit.

Many sacrifices

Through many sacrifices, the entrepreneur built a pan-African industrial empire and, together with his family, founded and developed the Comcraft Group, a multinational and transnational conglomerate. This created thousands of jobs in Africa, strengthening local industry in several countries.

Pagine del libro Success to Significance di Manu Chandaria
Pagine del libro Success to Significance di Manu Chandaria

Chandaria has always focused on long-term investments rather than simple speculation. His entrepreneurial figure fits into the African economy as an emblematic example of ethical and inclusive capitalism, in stark contrast to predatory or purely speculative models.

His contribution goes far beyond the creation of personal wealth: he has influenced industrial development, entrepreneurial culture and the model of responsible business in Africa.

Valentina Vergani Gavoni
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Premio alla carriera per Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress

  1. Speciale per Africa ExPress
    Valentina Vergani Gavoni
    21 ottobre 2025

Lo storico corrispondente per l’Africa del Corriere della Sera, Massimo Alberizzi, oggi direttore dei quotidiani online Africa ExPress e Senza Bavaglio, ha ricevuto un importante riconoscimento alla carriera il 18 ottobre 2025, a Francavilla al Mare (Pescara).

“Sono onorato di aver ricevuto questo premio legato a Antonio Russo, giornalista che ha saputo interpretare il nostro mestiere in modo giusto, corretto ed esemplare.
Devo ringraziare il mio direttore, Piero Ottone, che mi ha assunto al Corriere e mi ha insegnato a fare il giornalista”, racconta Alberizzi.
“Grazie a lui ho imparato a distinguere le opinioni dai fatti e a ascoltare sempre le due campane. Non solo una”.

Un giornalismo onesto

Per il giornalista di guerra è fondamentale “raccontare la realtà con onestà intellettuale”, indispensabile per produrre vera informazione. Poi ringrazia anche i suoi familiari, perché il loro sostegno è stato essenziale per fare questo lavoro.

Massimo Alberizzi con l’auto che ha guidato il gruppo di reporter che ha passato le linee del fronte

Grazie agli ex direttori del Corriere della Sera, che gli hanno dato la possibilità di fare carriera come giornalista di guerra, Alberizzi ha messo in pratica questi insegnamenti.

Le guerre dimenticate

Ci sono guerre censurate, e conflitti che oggi vengono costantemente omessi dalla narrazione giornalistica. Ma non è sempre stato così. Quando i giornali erano ricchi e potevano permettersi di coprire le spese degli inviati sul campo, Massimo Alberizzi ha riportato le guerre più drammatiche del continente africano, diventando un punto di riferimento internazionale.

Articolo Premio “Antonio Russo” a Massimo Alberizzi

Durante la battaglia del pastificio a Mogadiscio, tra le truppe italiane e le milizie Munryan somale del generale Aidid, era in prima linea, a un centinaio di metri dai combattimenti.

In Liberia, Sierra Leone, Congo, Sudan passava da una parte all’altra del fronte. In Eritrea, Etiopia, ha attraversato il confine da clandestino e ha raggiunto i guerriglieri.

In Nigeria è andato nella base dei combattenti di MEND (Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger) ed è riuscito a liberare due tecnici dell’ENI che erano stati sequestrati.

In Ciad è stato mitragliato dagli aerei di Gheddafi.

In Afghanistan hanno bombardato l’albergo dove alloggiava distruggendone una parte.

Il giornalismo non è eroismo

Alberizzi non si sente un eroe di guerra, e non vuole essere definito tale.
Ha fatto e continua a fare il suo lavoro senza se e senza ma.

Racconta quando è stato rapito nel dicembre del 2006 in Somalia, dalle Corti islamiche che hanno messo in scena una falsa esecuzione sulla pista dell’aeroporto di Mogadiscio. Si è salvato perché i capi lo conoscevano bene e sono intervenuti in suo favore.

Oggi Alberizzi è il direttore che riconosce il merito e il valore di chi, come lui, vuole fare questo lavoro.

Durante la presentazione è stato ricordato anche l’attentato contro il collega Sigfrido Ranucci, e l’importanza di un gruppo sindacale come Senza Bavaglio che lotta per la libertà di informazione.

Il lavoro di Africa ExPress

I giornalisti e le giornaliste di questo quotidiano riportano la realtà di un continente che sta pagando le conseguenze post-coloniali nel totale silenzio della comunità internazionale. La storia dei Paesi africani insegna. E ci aiuta a comprendere quello che accade nel presente e accadrà in futuro.

L’Africa è infatti una realtà geopolitica che funge da strumento per poter analizzare la situazione attuale in Medio Oriente, perché le modalità di sfruttamento coloniale del territorio sono le medesime.

Il colonialismo, nelle sue forme più diverse, viene applicato con le stesso metodo. Per questo motivo non dobbiamo credere che esistano conflitti più importanti di altri da raccontare.

Valentina Vergani Gavoni
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Congo-K: si discute di pace, ma la guerra non si ferma

Africa ExPress
Kinshasa 20 ottobre 2025

Nell’est del Congo-K la pace è ancora lontana. Finora i dialoghi tra le parti in conflitto, promossi dall’amministrazione Trump e quelli in svolgimento a Doha con la mediazione del Qatar, tra il governo congolese e i ribelli M23/AFC non hanno ancora portato segnali tangibili sul campo.

Infatti, nonostante il presidente americano continui a vantarsi baldanzoso come un Miles gloriosus di aver concluso sette guerre, compreso quella in Congo, le ostilità, fatte di morti, saccheggi, stupri, dolori e disastri, continuano imperterrite!

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. Mentre AFC, che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

A fine settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha incontrato Massad Boulos, consigliere per l’Africa della Casa Bianca. Hanno discusso sul seguito dell’accordo di pace siglato lo scorso 27 giugno a Washington tra i rispettivi ministri degli Esteri di Kinshasa e Kigali.

Business first

I due interlocutori hanno anche parlato di affari, di una partnership strategica tra i due governi, volta a attirare il maggior numero possibile di investitori americani nella Repubblica Democratica del Congo.

E a questo proposito si è tenuto una settimana fa a Washington il primo Forum RDC-Stati Uniti. Il premier congolese, Judith Suminwa, ha partecipato all’evento dedicato agli investimenti, insieme a una folta delegazione. L’obiettivo era quello di convincere gli attori del settore privato americano, in particolare di quello minerario, a investire nel Paese.

Accordo cessate il fuoco

Martedì scorso i rappresentanti del governo di Kigali e esponenti di M23/AFC hanno trovato un accordo a Doha sul meccanismo da adottare per verificare il cessate il fuoco. Un primo passo, ritenuto importante, perché dovrebbe far tacere le armi e aprire la strada alle discussioni sulle cause profonde del conflitto.

In occasione di una parata militare a Goma, M23/AFC hanno fatto sfilare migliaia di nuove reclute, giovani costretti a arruolarsi dai ribelli che controllano il capoluogo del Nord-Kivu dall’inizio dell’anno. Secondo quanto riferito a Africa ExPress dai nostri stringer, tra i coscritti ci sarebbero anche minori di 18 anni. Arruolamenti forzati sono stati registrati anche a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu.

Anche ieri i ribelli hanno attaccato una postazione dei Wazalendo (loro stessi si definiscono come gruppo di autodifesa) nel territorio di Masisi nel Nord-Kivu, nell’est del Paese. Secondo alcune fonti locali gli M23 avrebbero aggredito i Wazalendo per cacciarli dall’aerea che controllano da diverse settimane. Al momento attuale non è chiaro chi abbia avuto la meglio negli scontri.

Qualche giorno fa, subito dopo l’accordo siglato a Doha, droni dell’esercito congolese hanno colpito la miniera di Twangiza, controllata dai ribelli dell’AFC/M23. Il sito aurifero si trova nel territorio di Mwenga, nel Sud Kivu. Per fortuna non si sono registrate vittime, soltanto danni materiali.

Terroristi ADF

Oltre ai ribelli M23/AFC, nel Nord Kivu sono sempre attivi anche i terroristi di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995). La settimana scorsa hanno sgozzato 19 persone a Mukondo. La barbara incursione dei terroristi è stata confermata dal colonnello Alain Kiwewa, amministratore militare dell’area.

La zona, colpita ripetutamente negli ultimi mesi dai terroristi, si trova a nord delle aree controllate dagli M23/AFC. Il gruppo armato di origine ugandese è molto attivo anche nella provincia di Ituri. Dal 2021 l’Uganda è presente nel Congo-K con un contingente che combatte accanto alle truppe congolesi. L’operazione congiunta è  denominata Shujaa. 

Nella provincia di Ituri anche CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu) e altri gruppi armati continuano a seminare il terrore tra la popolazione civile.

Tra il 15 agosto e il 16 ottobre nei territori di Djugu e Irumu sono morte almeno 45 persone, 7 sono state ferite, mentre oltre 600 abitazioni sono state ridotte in cenere. Centinaia di famiglie hanno abbandonato tutti i loro poveri averi e sono fuggite verso luoghi più sicuri.

Insicurezza alimentare in Congo-K

E mentre l’insicurezza alimentare ha raggiunto livelli record nel Congo-K, dove 28 milioni di persone necessitano di assistenza, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha dovuto ridurre drasticamente la sua attività per mancanza di fondi. Gli oltre 300.000 rifugiati, provenienti per lo più dal Centrafrica e Sud Sudan hanno ricevuto poco o niente nel 2025 e per l’anno prossimo l’assistenza potrebbe essere interrotta completamente.

Insicurezza alimentare

Nella parte orientale del Congo-K, 2,3 milioni di persone si trovano in situazione di grave emergenza, ma attualmente solo 600mila ricevono aiuti alimentari. Si prevedono ulteriori riduzioni qualora PAM non riesca a trovare nuovi finanziamenti.

Denis Mukwege, medico congolese insignito del premio Nobel per la Pace 2018, durante la conferenza a Cagliari l’11 ottobre scorso (Fotocredit: Archivio Aladinopensiero)

Malgrado il terribile conflitto in atto, il Congo-K è sparito dalle prime pagine dei media internazionali. Lo ha confermato anche Denis Mukwege, medico congolese insignito del Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2014 e del Premio Nobel per la Pace nel 2018, durante la sua conferenza al seminario arcivescovile a Cagliari in collaborazione con la Caritas.

Stupri come arma da guerra

Il medico, specializzato in ginecologia e ostetricia, nel 1998 ha fondato l’Hopital de Panzi, a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, dove cura e assiste donne, ragazze e – è terribile dirlo, ma è ancora peggio scriverlo – anche bambine, vittime di violenza sessuale, di stupri. Aggressioni terrificanti, utilizzate come arma da guerra nel suo Paese, ma anche in altri teatri di conflitto.

A fine settembre è uscito in Francia il film “Muganga, The One Who Treats” (Muganga, Colui che cura, ndr), ispirato alla vita e alla storia del famoso medico congolese. Angelina Jolie, attrice e attivista per i diritti umani, ha aderito al progetto del lungometraggio come produttrice.

Africa ExPress
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Non solo M23: Kinshasa chiama Kampala per combattere altri gruppi armati

I trattati di pace sul Congo-K siglati a Washington e Doha stentano a decollare

Settembre nero in Mozambico: a Cabo Delgado i tagliagole jihadisti decapitano i cristiani

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 ottobre 2025

Il settimanale americano Newsweek riporta che nel mese di settembre i jihadisti di IS-Moz hanno decapitato 30 cristiani. La strage, ripresa anche dai media italiani, è avvenuta nelle province di Cabo Delgado e Nampula, nel nord del Mozambico.

La fonte della notizia è Middle East Media Research Institute (MEMRI) che ha pubblicato la rivendicazione dei terroristi della Provincia dello Stato Islamico in Mozambico (ISMP o IS-Moz).

L’articolo contiene anche una ventina di immagini atroci. Si vedono i momenti che precedono le decapitazioni, uccisioni a sangue freddo, incendi di chiese cristiane e villaggi nel nord del Paese.

Propaganda ISMP

Africa Express ha eseguito una ricerca approfondita sulle fonti certe: Agenzie ONU, media mozambicani, ACLED,organizzazioni per i diritti umani. Risultano sei decapitazioni. Sempre troppe ma senza conferma delle altre 24. È quindi probabile che i numeri elencati da ISMP siano parte della propaganda jihadista.

I tagliagole sono tornati

Secondo ACLED, ONG che monitora le guerre, in un attacco del 22 settembre a Mocímboa da Praia, sono stati uccisi cinque civili, quattro decapitati.

L’agenzia di stato AIM e il quitidiano Club of Mozambique riportano attacchi jihadisti nei distretti di Montepuez e Balama nel fine settimana del 29 settembre. I militanti islamisti hanno attaccato cinque villaggi e ucciso almeno sette persone, alcuni di questi pure decapitati.

Ma nel comunicato dell’ISMP riportato dal Middle East Media Research Institute si legge altro. “Nella provincia di Nampula, durante un raid nel villaggio di Nakioto, abbiamo incendiato una chiesa e più di 100 case di cristiani”. Anche le “100 case” non hanno riscontri e sembrano propaganda.

Attenzione! Nel video ci sono immagini shock

Nel 2025 altri centomila sfollati

L’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) denuncia una situazione allarmante. In una sola settimana, gli attacchi alla popolazione indifesa hanno causato altri 22.000 sfollati.

Dall’inizio dell’anno i profughi a causa della guerra sono oltre 100.000. Le truppe ruandesi (RDF) ancora presenti a Cabo Delgado insieme alle Forze armate mozambicane (FADM) stanno faticosamente arginando gli attacchi.

ACLED riporta che “un centinaio di combattenti dell’ISMP sono presenti dalla fine di agosto nel distretto di Montepuez, area del giacimento di rubini. I jihadisti hanno concentrato le attività nelle zone di estrazione aurifera a ovest di Nairoto, con incursioni nel distretto di Balama”.

Sei milioni sospetti

A settembre l’Ufficio informazioni finanziarie del Mozambico (GIFim) ha pubblicato un rapporto esplosivo. L’indagine ha analizzato le reti di finanziamento del terrorismo dal 2017 al 2024.

Dalle analisi dei dati bancari risultano 3.500 operazioni sospette. Sono depositi e prelievi, in contanti o tramite bonifici che sommati, alimentano un enorme flusso finanziario. In totale oltre sei milioni di euro.

I bonifici illeciti sono stati eseguiti in sei delle 10 province del Mozambico, la maggioranza di questi attuati a Cabo Delgado. Le altre province sono: Zambezia, Nampula, Sofala, Manica e anche quella della capitale, Maputo.

I responsabili delle transazioni sono piccoli commercianti, funzionari pubblici ma anche associazioni senza scopo di lucro e privati cittadini. Appare quindi evidente che nella minoranza islamica del Paese esiste una rete di fiancheggiatori di IS-Moz.

Cabo Delgado dista 2.500 km dalla capitale ma da 50 anni è abbandonato dal potere centrale di Maputo. Succede nonostante le ricchezze della Provincia, soprattutto rubini, oro e vasti giacimenti di gas naturale.

Queste ricchezze avrebbero dovuto portare un po’ di benessere alla popolazione ma le promesse del governo Frelimo – al potere dal 1975 – finora sono state disattese.

Mappa degli scontri e degli attacchi a Cabo Delgado
Mappa degli scontri e degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado dal 15 al 28 settembre 2025 (Courtesy ACLED)

Situazione di Cabo Delgado

Uno studio, “Leaving No One Behind (Non lasciamo nessuno indietro), condotto tra dicembre 2022 e gennaio 2024 da UNDP Mozambico, ministero delle Finanze e ministero dello Sviluppo, parla chiaro.

A Cabo Delgado il livello di analfabetismo dei 2,8 milioni di abitanti è al 61 per cento. Oltre la metà dei bambini e adolescenti tra 5 e 17 anni non vanno a scuola e il rapporto alunni-insegnanti è 60:1.

Il 76 per cento della popolazione vive nelle aree rurali e l’insicurezza alimentare è grave: i bambini cronicamente malnutriti sono il 45 per cento e il 2,7 soffre di malnutrizione acuta grave.

Le donne e le bambine devono fare chilometri per raggiungere l’acqua potabile: solo il 9,8 per cento delle famiglie vive entro 30 minuti da una fonte d’acqua sicura.

I proventi dei  “tesori” del sottosuolo di Cabo Delgado non vengono distribuiti alla popolazione locale che vive con meno di un dollaro al giorno. Inoltre, terrorismo, covid-19 ed eventi climatici estremi hanno portato una pesante recessione e aumentato la disoccupazione. Dall’11,5 per cento del 2019/20, nel 2021/22 è arrivata al 15,9.

Una situazione alla quale si aggiunge la corruzione e gli abusi dei militari mozambicani contro i civili che hanno ulteriormente alimentato rabbia e odio verso il potere centrale. Terreno fertile per IS-Moz che sta mettendo a ferro e fuoco il nord del Paese.

Intanto, dopo otto anni di guerra, secondo ACLED, IS-Moz ha fatto 2.050 attacchi; risultano oltre 6.272 morti (2.641 civili) mentre le agenzie ONU parlano di 1,1 milioni di profughi.

Sandro Pintus
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Politica e affari: il ritorno di Tony Blair in Medio Oriente sponsor Donald Trump

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Genova, 15 ottobre 2025

Spese faraoniche per vitto e alloggio, intrallazzi su affari miliardari con tutti i capi di Stato che incontrava per trovare fondi per la Palestina, rapporti opachi con banche d’affari per le quali lavorava come Senior Advisor nello stesso tempo, zero impegno per un accordo di pace tra palestinesi e israeliani: non sembrano i requisiti giusti per riproporre un politico a capo del progetto di ricostruzione di Gaza e invece è proprio quello che succede con Tony Blair, candidato dal presidente Usa Donald Trump e in affari col genero di Trump Jared Kushner.

 

Curiosamente però mentre molti citano l’appoggio che Blair diede alla guerra irachena e alla divulgazione delle false prove sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein (rapporto dei servizi segreti M16), nella stampa italiana ed anche estera si ricordano poco gli otto anni che passò in Medio Oriente come inviato di pace del Quartetto dal giugno 2007 al maggio 2015, subito dopo il suo mandato come premier britannico.

A ripercorrere cronache e inchieste, furono anni spesi a occuparsi molto dei suoi business miliardari, poco dello sviluppo della Palestina, se non per la solita pioggia di soldi su Ramallah, e ancora meno di una pace tra Israele e Palestina perché come ebbe a dire “la sicurezza di Israele è al primo posto e ne va anche della stabilità della Ue e del mondo intero”.

E quindi non sembrò certo il caso di esporsi coinvolgendo Hamas che intanto aveva preso il potere a Gaza, anzi secondo il pensiero israelo-americano era molto meglio fomentare la divisione tra Fatahstan nella West Bank e Hamastan a Gaza. Divide et impera.

Africa ExPress ha intervistato sull’argomento Graham Watson, europarlamentare britannico dal 1994 al 2014, presidente del gruppo Alde (Alleanza dei Liberali e dei Democratici Europei) nel Parlamento UE dal 2011 al 2015 e oggi professore aggiunto alla Munk School of Global Affairs and Public Policy dell’Università di Toronto.

Mr. Watson che cosa pensa dell’idea di dare ora un mandato a Blair sulla ricostruzione di Gaza?

“Non credo che sia la scelta giusta in questo momento, specie per la credibilità di Blair. Ho il sospetto che anche in Gran Bretagna non la prendano troppo bene”.

Il suo mandato come inviato del Quartetto fu puntellato di scandali: spese eccessive per gli alberghi e auto blindate a carico delle Nazioni Unite, spese faraoniche per la sua sicurezza a carico del Regno Unito, ma sopratutto i rapporti di lavoro con la banca d’affari americana JP Morgan con la quale ebbe un contratto di senior advisor. Che cosa ricorda di quel periodo?

“Penso che la sua nomina da parte del Quartetto sia stata la sua rivincita per aver supportato Bush in momenti difficili. Per il resto, ricordo che quando ero al Parlamento europeo uscivano voci sui suoi rapporti d’affari con Gheddafi. All’inizio pensavo che fossero attacchi personali, volti a screditarlo. Sembrava tutto irreale. Poi col passare del tempo sono uscite le prove del suo coinvolgimento. Ne usciva fuori un politico non all’altezza del ruolo che gli aveva affidato il Quartetto”.

Sullo scandalo relativo a una compagnia telefonica installata in Palestina ma posseduta da una società del Qatar, cliente di JP Morgan, Blair disse di non essere al corrente che la società fosse cliente della banca e anche JP Morgan disse che Blair non era coinvolto nell’affare. Un’altra pagina opaca di quel mandato…

“Tony Blair è un uomo intelligente. Penso che sia molto difficile che sia stato coinvolto senza esserne a conoscenza. Piuttosto la cosa più sorprendente è che abbia stretto rapporti di forte amicizia con George W. Bush e ora con Trump, mentre in Gran Bretagna era un politico di centro-sinistra, non di centro-destra. Se Blair avesse relazioni con Clinton o con Biden, lo avrei capito di più. Ma il fatto che si apparenti all’altro lato politico è molto strano. La sua scelta di amici dal punto di vista politico negli Usa è altrettanto molto strana. E poi, anche se non sono necessariamente d’accordo con tutte le scelte che fece, come primo ministro britannico fu molto apprezzato. Avrebbe potuto ritirarsi dalla vita pubblica come fanno molti. Quindi tanto meno capisco perché ora abbia bisogno di farsi coinvolgere in una vicenda come quella di Gaza”.

Un pessimo precedente è anche il mancato impegno su una vera pace. Nominato dal Quartetto andò a Gaza in mano ormai ad Hamas che aveva vinto le elezioni e defraudato l’Autorità dalla Striscia, evitò di parlare con Hamas. Quindi il suo mandato durato così tanti anni non sortì alcun effetto sulla pace, anzi si consolidò Hamas a Gaza e continuarono a crescere le colonie nella West Bank. L’Irlanda del Nord non gli aveva insegnato niente?

“L’irlanda del Nord ci ha insegnato – ed è stato uno dei successi di Blair – che devi coinvolgere le parti. Blair è riuscito a tirare le fila di un percorso di pace iniziato prima, ma sicuramente portò il processo a compimento e fu un grande successo anche personale. sul Medio Oriente la mia domanda è: se sei assunto come inviato di pace, allora devi parlare con tutte le parti, perchè non hai mai incontrato Hamas? Non sarà mai possibile pensare di fare una pace senza Hamas. Mi pare che in Medio Oriente Blair non sia arrivato con le stesse intenzioni che aveva nella questione irlandese e tanto meno ci abbia messo lo stesso impegno”.

________________________________________________________________

La storia del mandato di Tony Blair da parte del Quartetto Onu, Usa, Ue e Russia (nato nel 2002 a Madrid in riferimento alla conferenza di Madrid del 1991 sul Medio Oriente) parte dal suo predecessore, James Wolfenshon, ex presidente della Banca Mondiale, nominato nell’aprile 2005. Inviato da Condoleeza Rice segretario di stato Usa, Wolfenshon arriva ia Gerusalemme con le migliori intenzioni: libertà di circolazione, riapertura dell’aeroporto e costruzione di un porto a Gaza. Resta in carica solo 11 mesi e si dimette dopo aver capito che non poteva fare molto. Israele costruisce un muro intorno a Gaza, restringe la pesca entro le 9 miglia e chiude la zona industriale di Erez. Finito il mandato, Wolfenshon dice ad Haaretz “il problema principale è che non avevo l’autortà per fare niente. Il Quartetto aveva il potere e dentro il quartetto gli americani avevano il potere. Temo che per il Dipartimento di Stato americano ero solo una scocciatura”.

Il ruolo rimane dunque vacante fino al giorno delle dimissioni da premier di Tony Blair, immediatamente assunto il giorno dopo come inviato di pace in Medio Oriente per il Quartetto, protetto dall’amicizia con due presidenti Usa. E’ il 27 giugno 2007. Resterà in carica fino al 27 maggio 2015. Blair viene immediatamente celebrato come amico di Israele e nel 2009, sempre durante il mandato, prende un premio da 1 milione di dollari, il Dan David Prize a Tel Aviv. Di fatto per Gaza non fa niente, per la Cisgiordania poco e tollera l’espansione delle colonie nella West Bank.

Tony Blair con il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Secondo lui, la rinascita della Palestina doveva avvenire su basi economiche e non politiche e quindi progetta sei zone industriali (mai realizzate) e fa arrivare una pioggia di fondi che arricchisce sopratutto Ramallah. Un collaboratore di Abbas disse che “Blair parlava come un diplomatico israliano, vendeva il loro punto di vista. A noi non serviva a niente”.

https://www.palestine-studies.org/sites/default/files/attachments/jps-articles/JPS166_Cook.pdf

Intanto a Gaza è in corso una nuova offensiva da parte dello Stato di Israele, tra dicembre 2008 e gennaio 2009, e dopo i bombardamenti il tasso di disoccupazione sale a due terzi della popolazione attiva. Ma Blair dice che la “sicurezza di Israele non è negoziabile” e “ne va anche del nostro interesse strategico quello della Gran Bretagna, dell’Occidente e del mondo”. (Journal of Palestinian Studies XLII n. 2 pag 56). A gennaio 2009 sale Obama e nell’estate 2014 c’è un nuovo attacco israeliano su Gaza che dura 50 giorni.

Quel che fece più scandalo, oltre alla carenza di impegno in un progresso di pace, furono le spese faraoniche del suo mandato. Blair andava a Gerusalemme dal lunedì al giovedì, una volta al mese e per il suo incarico dal 2007 vennero affittate 10 stanze al Colony Hotel di Gerusalemme per il costo di 1,3 milioni di dollari l’anno pagati da UNDP, un’agenzia dell’Onu (a carico del programma PAL 10-57773, in UNDP’s “Program of Assistance to the Palestinian People.https://www.innercitypress.com/blairsundplair103107.html Alcune auto blindate furono pagate 400 mila dollari. La sua sicurezza era a carico della Gran Bretagna.

Ma quello che fece più rumore furono le sue consulenze private su cui indagarono Financial Times, Daily Mail e altre testate: i rapporti opachi con JP Morgan la banca d’affari americana, con cui, mentre era inviato di pace per il Quartetto, fu preso come ‘Senior Advisor” e procacciatore di affari, pagato 4 milioni di dollari l’anno.

Un’inchiesta del giugno 2012 del Financial Times calcolava entrate di Blair per 20 milioni di dollari l’anno grazie ad accordi stretti con vari capi di stato sfruttando proprio l’incarico del Quartetto. A febbraio 2009 aveva creato Tony Blair Associates con 150 dipendenti per fornire “strategic advice [on] political and economic trends and government reform”. Ebbe rapporti d’affari con Gheddafi che voleva coinvolgere in una fabbrica di alluminio russa, fece affari con l’emiro del Kuwait per il petrolio (la sua consulenza valeva 2,7 milioni di dollari secondo una ong); fece affari con Abu Dabi sul petrolio libico e anche col Kazakistan https://www.theguardian.com/world/2013/jun/30/tony-blair-pave-way-kazakhstan .

Riuscì anche a dare copertura telefonica in Cisgiordania con i ponti della compagnia Wataniya che però risultò essere posseduta dalla qatarina Q-Tel, grande cliente di JP Morgan che guadagnò parecchio sul nuovo traffico telefonico. Come primo ministro britannico nel 2003 aveva coinvolto il British Gas Group nelle ricerche del gas nelle acque di Gaza insieme al governo israeliano e ripropose quel progetto durante il suo mandato per il Quartetto. JP Morgan ha negato ogni coinvolgimento nel progetto gas anche se British Gas Group è un altro dei suoi clienti. E Blair ha detto che non sapeva che JP fosse in contatto con British Gas Group e la compagnia telefonica.

E con l’enorme giacimento di gas naturale davanti a Gaza, forse troviamo il motivo per cui viene così caldeggiato il nuovo mandato di Blair in Medio Oriente. Follow the money. Ma anche il potere dei più forti.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Madagascar: il golpista si autoincorona presidente

Africa ExPress
16 ottobre 2025

Fra poche ore il colonnello Michaël Randrianirina presterà giuramento come presidente del Madagascar.

Randrianirina lo ha annunciato ieri con un comunicato, firmato di suo pugno e trasmesso dalla TV di Stato.

I militari e la protesta

Il neoleader dell’Isola Stato è un oppositore di lunga data di Andry Rajoelina. Il colonnello è riuscito a far sollevare dall’incarico il 51enne capo dello Stato dopo l’ammutinamento di gran parte dell’esercito che si è unito alle proteste dei giovani di GEN Z.

Protesta di GEN Z in Madagascar

Randrianirina è nato 51 anni fa a Sevohipoty nella regione di Androy, nell’estremo sud dell’Isola, ma la sua data di nascita esatta resta sconosciuta, come spesso succede in molte parti del continente.

Va ricordato che in passato l’attuale nemico di Rajoelina è stato però dalla sua parte. Tant’è vero che nel 2009, dopo un colpo di Stato militare, le truppe dell’unità d’élite CAPSAT (corpo dell’esercito del personale e dei servizi amministrativi e tecnici) di cui il colonnello fa parte, hanno aiutato l’ormai ex capo di Stato a prendere il potere. Allora ha occupato questa posizione dal 2009 al 2014. E’ sato poi eletto democraticamente nel 2018 e nel 2023 per un secondo mandato.

Rajoelina destituito

E due giorni fa, i deputati dell’Assemblea Nazionale (sciolta ufficialmente qualche ora prima dal presidente già non più presente in Madagascar), hanno destituito  Rajeolina dall’incarico con 130 voti a favore, uno solo ha dato parere contrario. L’ex presidente era scappato con un aereo militare francese domenica pomeriggio.

Il colonnello Michaël Randrianirina

Il colonnello ha negato fermamente che si è trattato di un golpe: “E’ stata un’assunzione di responsabilità perché il Paese era sull’orlo del baratro”. Un comitato composto da ufficiali dell’esercito, della gendarmeria e della polizia dovrà poi supervisionare le riforma delle istituzioni.

UA sospende Madagascar

Ma per l’Unione Africana si tratta di un vero e proprio colpo di Stato e mercoledì ha preso immediatamente posizione, sospendendo il Madagascar e le sue istituzioni da qualsiasi attività con effetto immediato. La Grande Isola è in buona compagnia, visto che alte nazioni del continente sono a tutt’oggi bloccate dopo putsch militari.

Il Consiglio di Pace e di Sicurezza dell’UA ha chiesto ai militari di non interferire nella politica. In caso contrario potrebbero essere prese sanzioni contro le persone coinvolte nel putsch. L’Unione Africana ha inoltre sollecitato il ritorno all’ordine costituzionale, attraverso un governo civile di transizione e l’organizzazione di elezioni nel più breve tempo possibile.

ONU allineata con UA

Anche il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, Stéphane Dujarric, ha fermamente condannato il golpe nell’Isola Stato, chiedendo l’immediato ritorno dell’ordine costituzionale.

Le Nazioni Unite incoraggiano tutti gli attori malgasci, compresi i giovani, a unire i loro sforzi per affrontare le cause profonde dell’instabilità che ha colpito il Paese. L’ONU ribadisce la sua totale disponibilità a accompagnare il Madagascar in questo processo.

Paesi come Francia, Germania, Russia e altri sono preoccupati per il cambio di regime in Madagascar. La portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, si è espressa in questi termini: “Seguiamo con preoccupazione l’evoluzione della situazione nell’Isola Stato, ma riteniamo si tratti di una questione interna del Paese”. Affermazioni ovviamente volte ad allontanare i sospetti di ingerenza nella Grande Isola.

Influencer AES 

Eppure influencer della sfera AES (Alleanza degli Stati del Sahel: Burkina Faso, Mali Niger, governati da golpisti e vicini alla Russia) si stanno dando un gran da fare sui social network. Sono infatti sostenitori di AES e alcuni vorrebbero che il colonnello Randrianirina si alleasse con gli altri putschisti.

Intanto le intenzioni dei militari in Madagascar non sono ancora chiare: non si sa per quanto tempo intendono rimanere al potere, cosa vogliono fare e in quale misura condivideranno il potere con i civili.

Aiuti internazionali

Ora bisogna attendere se gli aiuti internazionali, assolutamente necessari al Paese, subiranno delle modifiche. I finanziatori non necessariamente ridurranno le somme stanziate. Tuttavia dovranno assicurarsi che le condizioni e l’utilizzo del denaro vengano rispettati secondo gli accordi. Verifiche in tal senso potrebbero però causare dei ritardi nell’erogazione del denaro.

Il Fondo Monetario Internazionale aveva appena erogato 107 milioni di dollari e imposto un piano di risanamento della JIRAMA, la compagnia malgascia di acqua ed elettricità, in gran parte responsabile della rabbia della GEN Z.

Il Madagascar è tra i Paesi più poveri al mondo

L’Isola Stato è tra i Paesi più poveri al mondo e l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

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Madagascar nel caos: imponenti manifestazioni per costringere il presidente alle dimissioni

Mistero in Madagascar su un colpo di Stato in corso: presidente in fuga?

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