Secondo quanto riportato ieri dal presidente ghaniano, John Mahama, il suo Paese, in base a un accordo siglato con Washington, accoglierà richiedenti asilo che si sono rifugiati negli USA, purché originari dell’Africa occidentale. I termini dell’intesa non sono stati specificati.
L’espulsione di persone verso Paesi terzi – dove spesso non hanno mai vissuto – è una delle misure chiave del presidente americano Donald Trump contro l’immigrazione non regolare. Centinaia di richiedenti asilo sono già stati deportati in El Salvador, Panama, Ruanda.
Il presidente ghaniano, John Mahama
Mentre alcuni detenuti stranieri, condannati da tribunali americani per “crimini efferati”, sono stati trasferiti forzatamente nelle prigioni di eSwatini e Sud Sudan. Proprio recentemente Juba ha rispedito nel proprio Paese di origine, il Messico, uno dei detenuti.
Paesi ECOWAS
Il capo di Stato ghanese ha poi sottolineato che Accra accetterà solamente persone originarie dell’Africa dell’ovest. I cittadini dai Paesi aderenti alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS: Benin, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mauritania, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo) possono entrare e restare fino a 90 giorni negli Stati membri dell’organizzazione regionale. Questo accordo facilita il rientro dei deportati nei luoghi di origine. Ovviamente non parla di possibili ritorsioni contro chi rientra in patria
Mahama ha confermato che 14 deportati sono già arrivati. Tra loro parecchi nigeriani, che dal Ghana hanno poi raggiunto il proprio Paese. Il governo di Accra non ha finora specificato quanti deportati accetterà dagli USA.
Rapporti tesi con USA
Ieri John Mahama ha riconosciuto che le relazioni tra Accra e Washington sono “tese” e ha sottolineato che il Ghana deve cercare di accrescere le esportazioni verso la Cina. L’amministrazione Trump non solo ha aumentato i dazi doganali sui prodotti ghanesi, ma ha anche applicato restrizioni sui visti per entrare negli USA.
Speciale per Africa ExPress John Doe*
8 settembre 2025
La zona rurale di El-Amra (regione di Sfax) ospitava migliaia di uomini, donne e bambini. Tutte persone in fuga dai Paesi dell’Africa subsahariana. Luoghi dove ci sono guerre, conflitti etnici religiosi oppure situazioni di estrema povertà.
Vivevano accampati tra gli uliveti, senza acqua potabile, servizi igienici o ripari adeguati. Erano in attesa di un barcone o gommone per attraversare il Mediterraneo e arrivare alle porte dell’Europa e avere una vita migliore.
Giro di vite
Per questi migranti, e altri in diverse aree della Tunisia, la situazione è cambiata. Purtroppo in peggio. Le autorità tunisine hanno fatto diversi giri di vite per contrastare le partenze verso la Fortezza Europa sgomberando i migranti con estrema durezza.
Perché questo improvviso cambiamento? È la conseguenza dell’intesa bilaterale anti-migrazione del 2023 tra la Tunisia e l’Unione Europea. Il risultato è stato “positivo” per l’UE: nel 2024, in Italia gli arrivi irregolari provenienti dalla Tunisia sono diminuiti dell’80 per cento.
Migrante sfinito nel deserto tra Tunisia e Libia
I media locali hanno pubblicato testimonianze di centinaia di migranti fermati e su arresti quotidiani di immigrati subsahariani che, nel migliore dei casi, vengono trasferiti in centri di detenzione. Molti però hanno un destino peggiore: vengono trasportati in aree desertiche che confinano con Libia e Algeria.
Ventimila sfollati
Lo scorso aprile le autorità tunisine hanno portato a termine una vasta operazione di polizia anti-migranti. Ventimila persone, con la forza, sono state obbligate a lasciare i campi improvvisati nei quali vivevano. Un numero imprecisato di migranti ha raccontato che ha rischiato di morire: sono stati abbandonati in mezzo al deserto senza cibo né acqua.
Centinaia di milioni dall’UE
Questo cambiamento di politica verso coloro che vogliono attraversare il Mediterraneo succede a causa dell’accordo Tunisia-Unione Europea. L’UE ha, infatti, stanziato 164,5 di milioni di euro per le forze di sicurezza tunisine. L’obiettivo è ridurre i flussi migratori e tenere sotto controllo le frontiere con l’Europa.
Tunisia, firma degli accordi sui migranti Tunisia-UE nel 2023
Le ONG internazionali ritengono che il passo fatto da Bruxelles sia un “costo umano inaccettabile”. Si riferiscono a persone abbandonate nel deserto, lasciate senza protezione e costrette a vivere in condizione inumane.
Con il protocollo Tunisi-Bruxelles i migranti dell’Africa subsahariana bloccati nel Paese nordafricano vivono nella paura. Diventa sempre più difficile arrivare in Europa. Tutto a vantaggio dei trafficanti di esseri umani che continuano ad arricchirsi. Il prezzo per avere un posto – su un barcone inaffidabile o un gommone che imbarca acqua – per la traversata da incubo sarà sempre più alto.
*Dalla Tunisia pubblichiamo il contributo di un intellettuale che conosce il Paese dal vivo. Per motivi di sicurezza lo abbiamo chiamato John Doe.
Speciale Per Africa ExPress Valentina Vergani Gavoni
9 settembre 2025
In questo momento storico stiamo assistendo inermi a trattative territoriali, vendute all’opinione pubblica come accordi di pace, in nome dei valori liberali e democratici occidentali.
L’Unione Europea, priva di iniziativa politica e di reale potere di azione geopolitico, è costretta ad accettare inerme qualsiasi condizione imposta dagli Stati Uniti.
Il presidente americano, che agisce come un arrogante boss nostrano, si sta spartendo le terre rare, geolocalizzate per il mondo, assieme alla Russia e in competizione con la Cina.
Non sembra essere nemmeno più necessario falsificare la realtà dei fatti con pseudo narrazioni etiche, fondate su ipocriti valori morali calpestati ogni giorno applicando il metodo della doppia morale: ciò che è vietato ai nemici è permesso agli amici. Una logica eticamente ripugnante.
E mentre i Paesi della UE continuano a finanziare guerre (per sopravvivere politicamente) nascondendo i propri interessi economici dietro a propagande poco credibili, quelli che comandano fanno “accordi di pace” per prendersi tutto e non lasciare niente a nessuno.
In questo contesto gli Stati cuscinetto vengono utilizzati come terreni di battaglia dalle potenze egemoniche, per finanziare direttamente o indirettamente guerre civili e colpi di Stato in grado di creare crisi politiche e militari all’interno dell’area geopolitica di interesse.
Dopo aver contribuito alla destabilizzazionedel territorio, gli Stati con più potere di azione subentrano per ridefinire confini e proprietà.
È quello che sta accadendo in Europa, in Africa, in Medio Oriente e in Asia. Una prassi collaudata nei secoli.
L’economia di guerra è solo una delle facce più terrificanti di questo sistema. E oggi non possiamo più legittimare nessuna forma di colonialismo.
È necessario quindi analizzare il mondo da un altro punto di vista, per studiare sistemi alternativi alla supremazia.
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Dalla Nostra Inviata Anna Maria Di Luca
Napoli, settembre 2025
In occasione dei 30 anni di Ethnos, festival internazionale di musica etnica, il Direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, ha intervistato Gigi Di Luca, direttore artistico della longeva rassegna che dal 1995 si svolge all’ombra del Vesuvio.
La trentesima edizione è in corso in questi giorni nei comuni vesuviani e a Napoli, si conclude il 5 ottobre.
Vengono affrontate le tematiche che hanno da sempre connotato Ethnos: diversità, resistenza, territorio, comunità e generazioni. Ed anche religione. Concetti espressi attraverso le musiche e la presenza dei 3000 artisti provenienti da tutto il mondo.
Per Gigi Di Luca, regista, musicista ed esperto di world music,l’obiettivo non è mai stato l’intrattenimento ma piuttosto l’offerta di un’esplorazione approfondita delle culture mondiali, attraverso la musica.
La selezione degli artisti che egli fa, è quindi sempre molto attenta e pensata per valorizzare la musica contemporanea di diverse etnie, permettendone l’integrazione in armonia con i luoghi scelti nel napoletano, come le Ville del ‘700 o i sentieri del Parco Nazionale del Vesuvio.
L’intervista focalizza sulla musica africana nelle sue diverse declinazioni, si evidenzia il significato politico e sociale delle note musicali, che spesso riflette storie di resistenzae identità. L’Africa viene esplorata nelle sue immense diversità culturali, dai Tuareg ai Pigmei e per gli svariati stili musicali, come il Mali Blues, l’afrobeat, la rumba congolese.
Ensemble Chakam
Viene sottolineato che la rassegna Ethnos, negli anni, ha ospitato artisti la cui musica nasce anche da un contesto politico, è il caso di Fela Kuti oppure Miriam Makeba e Hugh Masekela (esiliati durante l’apartheid) o Cheikha Remitti che cantava di rivoluzione e libertà delle donne.
Gruppo musicale Ndima Pigmei AKA
L’attenzione cade anche sulla situazione attuale e sul fatto che un concerto possa portare attenzione: non è possibile assistere ad uno spettacolo, come accadrà con il gruppo del Congo, Ndima Pigmei Aka senza riflettere sul pericolo che la loro etnia sia in estinzione; oppure ascoltare il concerto di EnsembleChakam, un trio composto da musiciste di Iran, Palestina e Francia, senza pensare a ciò che si sta vivendo oggi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
7 settembre 2025
Le autorità del Sud Sudan hanno negato fermamente di aver preso accordi con Washington per quanto riguarda l’accoglienza di richiedenti asilo non graditi negli USA.
A luglio l’amministrazione Trump aveva spedito anche in Africa – in Eswatini e in Sud Sudan – alcuni condannati per crimini gravi. Ma proprio in questi giorni Juba ha rinviato a casa sua, il messicano Jesus Munõz Gutierrez, uno degli 8 detenuti arrivati dall’America.
Finora solamente il Ruanda ha siglato un accordo con gli USA e accoglierà 250 profughi indesiderati. I primi 7 sono già arrivati a Kigali diverse settimane fa.
Rimpatrio in Messico
Secondo un comunicato delle autorità sudanesi, Gutierre, è stato consegnato all’ambasciatore designato dal Messico, Alejandro Ives Estivill, arrivato a Juba venerdì. Il governo messicano avrebbe garantito che una volta giunto in patria, il loro connazionale non avrebbe subito torture, trattamenti disumani o sarebbe stato soggetto a procedimenti giudiziari che violerebbero i suoi diritti fondamentali.
Ma Washington non demorde: le autorità hanno comunicato al salvadoregno Kilmar Ábrego García, al centro di una lunga controversia in materia di immigrazione, che potrebbe essere espulso verso il regno di eSwatini.
Tempo fa Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che avrebbe permesso ai cittadini di Gaza di emigrare volontariamente. Tel Aviv aveva contatto alcuni governi, tra questi anche quello sud sudanese, che proprio a agosto aveva ricevuto la visita del vice-ministro degli Esteri israeliano, Sharren Haskel.
Memorandum con Israele in vari settori
Giovedì, Philip Jada Natana, direttore generale per le relazioni bilaterali del governo sud sudanese, ha confermato che recentemente è stato siglato un memorandum d’intesa tra i due Stati. L’alto funzionario ha però chiarito che l’accordo mira principalmente allo “sviluppo agricolo, investimenti vari e estrazione mineraria”, sottolineando che la questione Gaza non sarebbe nemmeno stata menzionata.
Effettivamente sarebbe davvero difficile per il Sud Sudan accogliere rifugiati, giacché molti sud sudanesi fuggono nei Paesi limitrofi, specialmente in Uganda, a causa dei conflitti interni al loro Paese.
Imboscata a caschi blu
Pochi giorni fa alcuni caschi blu di UNMISS (Missione di pace dell’ONU in Sud Sudan) sono caduti in un’imboscata nello Stato dell’Equatoria Occidentale, mentre stavano perlustrando la zona tra Tambura e Mapuse, un’area teatro di continue violenze.
Secondo quanto riferito da UNMISS, nessun casco blu è stato ferito, ma gli aggressori si sono però impossessati di armi e munizioni, che si trovavano nelle vetture. Finora non è stato reso noto il nome del gruppo armato che ha attaccato gli uomini della missione di pace.
Sud Sudan: imboscata a caschi blu di UNMISS
UNMISS ha poi sottolineato che, in linea con il loro mandato, continuerà i pattugliamenti nell’Eqatoria Occidentale e in altre parti del Paese per proteggere la popolazione civile.
Il giorno seguente all’imboscata ai caschi blu, sono scoppiati nuovi scontri tra le forze governative di Salva Kiier, South Sudan People’s Defense Forces (SSPDF), e Sudan People’s Liberation Army-In Opposition (SPLA-IO), di Riek Machar, vice presidente del Paese, attualmente agli arresti domiciliari. Molti residenti, terrorizzati, si sono dati alla fuga, temendo un aggravarsi della crisi.
Sterlina sud sudanese introvabile
Nel Paese regna il caos. Da mesi è difficile reperire i contanti – la sterlina sud sudanese – e gli impiegati governativi e anche quelli non statali fanno fatica a ritirare i propri stipendi nelle banche. Dopo ore di fila, gli istituti finanziari concedono solo piccole somme e anche queste solamente quando qualche commerciante ha depositato somme importanti.
Spesso i salariati sono costretti a ricorrere a prestiti presso altre fonti per poter sopravvivere. Questa settimana alcuni deputati hanno depositato una mozione in Parlamento per far luce sulla vicenda.
Molti sud sudanesi non hanno mai conosciuto la pace. Anche dopo la firma dell’accordo del 2018, diverse zone del Paese continuano essere teatro di scontri tra comunità, aggressioni di militari e gruppi armati. E le tanto ambite elezioni presidenziali sono state rinviate per l’ennesima volta al 2026, le prime dopo la dichiarazione dell’indipendenza.
Speciale per Africa ExPress Federica Iezzi
di ritorno da Gaza, 6 settembre 2025
Che tipo di pressione funzionerebbe davvero contro Israele?
Israele non è affatto autosufficiente. Dipende fortemente dai Paesi occidentali per la sua capacità difensiva e il suo benessere economico e finanziario, nonché per le forniture militari.
Dunque, chi ha sospeso gli accordi commerciali e le esportazioni di armi?
Striscia di Gaza [photo credit Electronic Intifada]Secondo le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, Berlino non approverà le esportazioni di armi tedesche verso Israele per l’uso nella Striscia di Gaza “fino a nuovo avviso”.
Cambio di rotta
L’annuncio segna un importante cambio di rotta per la Germania, che è stata uno dei più fedeli alleati internazionali di Israele. È avvenuto mentre il Gabinetto di Sicurezza israeliano approvava un piano per prendere il controllo di Gaza City, amorale replica dell’efficienza del generale nazista delle SS, Erich von dem Bach-Zelewski, che supervisionò la distruzione di Varsavia.
Dal 2020 al 2024, la Germania ha rappresentato circa un terzo delle forniture di armi in entrata da Israele. Solo da ottobre 2023 ad oggi, Berlino ha rilasciato licenze di esportazione di armi a Israele per un valore di 485 milioni di euro, secondo i dati del parlamento tedesco.
Coro di condanne
L’annuncio della Germania si è unito al coro di condanne dei leader internazionali per i piani di Israele di espandere la sua offensiva militare a Gaza.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha descritto il piano come una pericolosa escalation che rischia di aggravare le già catastrofiche conseguenze per milioni di palestinesi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha invitato Israele a ritirarsi dai suoi piani, mentre il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha avvertito che la nuova offensiva avrebbe conseguenze per i rapporti UE-Israele.
Divisioni interne
La dura presa di posizione dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che ha i mezzi per imporre un’ampia gamma di sanzioni in risposta alle violazioni dei diritti umani. La sua riluttanza ad adottare misure simili contro Israele evidenzia le sue profonde divisioni interne.
Cosa c’è da sapere sugli altri Stati?
La Slovenia ha vietato tutto il commercio di armi con Israele, compresi il transito e le importazioni, nell’agosto 2025, diventando il primo Paese dell’Unione Europea a implementare un divieto.
Il Canada ha sospeso tutti i nuovi permessi di esportazione di armi verso Israele nel marzo 2024, ma ha continuato con i contratti pre-approvati.
Licenze già autorizzate
L’Italia ha imposto una sospensione della concessione di nuove licenze di esportazione di armi verso Israele nell’ottobre 2024, ma le esportazioni non si sono mai fermate del tutto, visto che sono rimaste attive le licenze già autorizzate.
Inoltre, nonostante la sospensione, nel 2024 sono state registrate esportazioni di armi e munizioni da Roma a Tel Aviv per un valore di 5,2 milioni di euro, secondo i dati Istat.
Anche se non si è trattato di un embargo governativo formale, Itochu Corporation ha interrotto la sua partnership con il produttore di armi israeliano Elbit Systems, nel febbraio 2024, su richiesta del ministero della difesa giapponese.
Blocco del transito
Un tribunale belga ha stabilito nel 2025 il blocco totale del transito di equipaggiamento militare verso Israele.
I Paesi Bassi hanno sospeso l’esportazione di componenti di caccia F-35 verso Israele nel febbraio 2024, ma una sentenza del tribunale del dicembre 2024 ha respinto il divieto totale sull’esportazione di armi. Ancora oggi Amsterdam continua a supportare la catena di fornitura della versione israeliana del caccia F-35.
Il porto di Rotterdam è frequentato ormai da navi che trasportano componenti dell’F-35 per manutenzione e assemblaggio. Maersk gestisce ora un ciclo di spedizioni ricorrente tra lo stabilimento Lockheed Martin di Fort Worth in Texas e la Israel Aerospace Industries in Israele, con scalo a Rotterdam.
Attracco negato
Nel novembre 2024, a seguito della decisione della Spagna di negare l’autorizzazione all’attracco di due navi che trasportavano armi dirette in Israele, Maersk ha modificato le sue rotte. La flotta della compagnia ora evita la Spagna a favore di Rotterdam e del porto di Tangeri in Marocco.
Il Regno Unito ha sospeso circa 30 delle 350 licenze di esportazione di armi verso Israele nel novembre 2024, secondo quanto dichiarato dal gruppo di pressione Campaign Against Arms Trade (CAAT). Gran parte dell’attenzione sul sostegno del Regno Unito a Israele si è concentrata sui componenti realizzati in Gran Bretagna per il jet F-35.
Nuovo contratto per Elbit Systems
A mesi dall’inizio dell’attacco genocida israeliano a Gaza, il Ministero della Difesa del Regno Unito ha assegnato un nuovo contratto a Elbit Systems – che domina la scena militare israeliana – per un valore complessivo di oltre 355 milioni di sterline.
Il fondo sovrano norvegese ha disinvestito dal gruppo statunitense di attrezzature per l’edilizia Caterpillar e da cinque gruppi bancari israeliani (First International Bank of Israel e la holding FIBI Holdings, Bank Leumi Le-Israel BM, Mizrahi Tefahot Bank, Bank Hapoalim) per motivi etici. Norges Bank Investment Management (il ramo della banca centrale norvegese che gestisce il fondo) ha parlato di “rischio inaccettabile che le società contribuiscano a gravi violazioni dei diritti individuali in situazioni di guerra e conflitto”.
Un embargo petrolifero su Israele e i suoi sostenitori è un altro potente mezzo di pressione.
All’inizio di quest’anno, Israele ha concesso licenze di esplorazione per giacimenti di gas naturale al largo delle sue coste a un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui British Petroleum (BP) e la SOCAR dell’Azerbaigian.
Israele importa quasi tre quarti del suo petrolio da tre Paesi: Azerbaijan, Kazakistan e Gabon. E il conflitto a Gaza non sembra aver scalfito questa solida collaborazione. Tel Aviv fa affidamento su greggio e raffinato per alimentare i suoi aerei da combattimento, carri armati e bulldozer.
L’Organizzazione dei Paesi Arabi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha implementato un embargo di questo tipo contro gli Stati Uniti e altri Paesi nel 1973 come ritorsione per il sostegno a Israele nella guerra arabo-israeliana di quell’anno e la successiva occupazione di territori egiziani e siriani.
Si è rivelato efficace. L’embargo ha spinto Henry Kissinger, allora consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Nixon, a impegnarsi in una insidiosa corsa diplomatica tra Israele, Egitto e Siria, che ha poi portato ad accordi di disimpegno forzato all’inizio del 1974 e alla revoca dell’embargo petrolifero.
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Ripubblichiamo un articolo del quotidiano israeliano
in lingua ebraica che racconta le reazioni del premier israeliano
alle manifestazioni antigovernative a Gerusalemme
Dal Quotidiano israeliano Shaharit
Tel Aviv, 4 settembre 2025
Folla inferocita e migliaia di persone circondano la casa di Bibi – nel quartiere Rehavia di Gerusalemme – dando fuoco ad automobili, pneumatici e cassonetti della spazzatura (i residenti degli edifici vicini sono stati evacuati dalle loro case per timore di un disastro).
Successivamente, dopo che lo Shin Bet (l’intelligence interna, ndr) ha preso parte alle indagini, due manifestanti tra i 60 e gli 80 anni sospettati di essere responsabili degli incidenti sono stati arrestati.
Altri 13 manifestanti hanno sventolato cartelli contro il governo, nel tentativo di provocarne il rovesciamento, hanno persino lanciato una granata fumogena. Volevano esercitare pressioni sul popolo israeliano affinché accetti di arrendersi alle condizioni imposte dall’organizzazione terroristica Hamas e di fermare la guerra a tutti i costi: sono stati arrestati dopo essersi barricati sul tetto della Biblioteca Nazionale e essersi rifiutati di scendere.
Le famiglie degli ostaggi si sono incatenate: “Li avete abbandonati e uccisi”. Il premier furibondo (ed impaurito per l’incolumità sua e della sua famiglia) ha risposto duramente: “Siete tutti fascisti. Questa è un’ondata di terrorismo sostenuta e incoraggiata dal Procuratore Generale Penale che vuole gettare il nostro Paese in fiamme”.
“Siete tutti fascisti”
La Polizia israeliana ha dichiarato che “prende molto sul serio atti come incendi dolosi, vandalismo, blocchi stradali e qualsiasi altra azione criminale che violi l’ordine pubblico. Si tratta di atti criminali e pericolosi che possono mettere in pericolo vite umane, causare danni alla proprietà e sconvolgere la vita dei residenti”.
Le immagini di una manifestazione a Gerusalemme per chiedere la liberazione degli ostaggi catturati da Hamas
Il portavoce dell’ufficio ha riferito che Netanyahu ha definito i manifestanti: “Fascisti, minacciano di uccidermi ogni giorno”.
Minacce di morte
Benjamin Netanyahu ha reagito duramente all’incidente, accusando i suoi oppositori di aver rivolto minacce di morte contro di lui e la sua famiglia e definendo gli incendiari “falangi fascisti”. “In una democrazia, protestare è una cosa legittima – ha sostenuto -. Ma cosa succede nelle manifestazioni politiche finanziate e organizzate contro il governo, che hanno infranto ogni confine?”
“Distruggono proprietà, bloccano strade, rendono infelici milioni di cittadini, inseguono funzionari eletti e i loro figli all’asilo e a scuola”, ha accusato il primo ministro in un video diffuso al pubblico.
Cerchio di fuoco
“Minacciano di uccidere me, il primo ministro, e la mia famiglia ogni giorno, e appiccano anche incendi dolosi. Hanno detto che avrebbero circondato la mia casa, la casa del primo ministro, con un cerchio di fuoco, proprio come le falangi fasciste”.
“Poi hanno appiccato un incendio in Harlap Street – ha continuato – proprio accanto alla mia casa, e il fuoco si è propagato anche a un’auto, andata distrutta. L’auto appartiene al Capitano Yoav Bar Yishai, nipote di Yaakov Naaman, che è stato un meraviglioso ministro delle Finanze e ministro della Giustizia nello Stato di Israele”.
Fanno il gioco di Hamas
“Yoav ha prestato servizio per circa 260 giorni, il suo terzo mandato, sia a Gaza che in Libano. È ufficiale nella Pattuglia Corazzata. Ha tre figlie. Hanno bruciato l’auto e sua moglie non può portare con sé le figlie. Noi occuperemo Gaza, ci vendicheremo di Hamas e pagheranno a caro prezzo il terrorismo”.
“Chiedo al ministro della Difesa e al capo dello Shin Bet di dichiarare questa organizzazione (cioè il gruppo di opposizione, ndr) , un’organizzazione terroristica civile e di porre fine a questa pericolosa saga. Questi stanno persino consapevolmente facendo il gioco di Hamas e fermando la guerra, e tutto questo sotto gli auspici della depravata Alta Corte di Giustizia. Non sono dalla parte degli ostaggi, sono contro il popolo di Israele.”
Tiepida reazione
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha risposto debolmente allo scioccante incidente: “Condanno l’incendio doloso di veicoli a Gerusalemme, ma condanno molto di più un governo che abbandona gli ostaggi alla morte a Gaza”.
Shaharit
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Speciale Per Africa ExPress Valentina Vergani Gavoni
4 settembre 2025
Il contrasto all’immigrazione irregolare del governo italiano è fondato, sostiene l’esecutivo, sulla lotta alla criminalità organizzata che gestisce il traffico di esseri umani.
All’origine di questo ragionamento, in teoria, dovrebbe esserci la tutela della vita di questi migranti che rischiano di morire affogati in mare.
E’ bene tener presente che la motovedetta usata dalla Guardia costiera libica per sparare contro la Ocean Viking, nave umanitaria che trasportava i poveracci in fuga salvati nelle acque del Mediterraneo domenica 24 agosto 2025, è stata un gentile ma improvvido dono dell’Italia al governo libico nel 2023.
Gli accordi tra il nostro Paese e la Libia finalizzati alla gestione delle frontiere e della migrazione, per rafforzare la capacità operativa della guardia costiera libica, non prevedono né omicidi, né crimini contro l’umanità.
E sparare contro gente inerme che ha bisogno d’aiuto, e i loro soccorritori, lo è. L’attacco alla Ocean Viking è un chiaro atto che viola il diritto internazionale.
Il rischio è che il governo italiano diventi complice consapevole dei criminali che hanno sparato contro civili disarmati.
L’immigrazione irregolare è sicuramente una questione complessa da analizzare, perché i fattori che la generano sono molteplici.
I responsabili non sono solo bianchi e occidentali. E non sono neppure i trafficanti di essere umani. Anche (e soprattutto) i governi dei Paesi da cui arrivano coloro che scappano hanno le loro colpe: repressione, guerre, carestie, mancanza di democrazia, cleptocrazia che lascia le popolazioni in stato di indigenza e povertà.
Ecco perché la gente scappa e affronta un viaggio pieno di insidie dove sofferenze – e persino la morte – sono sempre in agguato.
Se l’Italia vuole continuare a parlare ed ergersi a difensore di “valori democratici e liberali” (i cosiddetti “valori occidentali”) non può più permettersi di proteggere, davanti al mondo (caso Al Masri) e finanziare, davanti all’opinione pubblica, criminali internazionali solo perché godono di un potere immenso.
La credibilità, in democrazia, è indispensabile per guadagnare consenso e governare un popolo. E oggi, immersi in una rete di ipocrisia generale, gli italiani non sembrano più disposti a credere acriticamente a vuote parole che hanno perso il senso del loro significato.
Il nostro governo dovrebbe finalmente spiegare, per esempio, chi finanzia le bande armate che in Libia controllano il territorio e che spesso provvedono alla sicurezza delle piattaforme petrolifere (alcune gestite da compagnie italiane) di fronte alla nostra ex colonia.
Forse l’opinione pubblica riuscirebbe a capire qualcosa in più delle migrazioni dalle coste africane che tanto indignano i governi europei.
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Ebola si è risvegliata nella Repubblica Democratica del Congo. Ieri le autorità di Kinshasa hanno dichiarato una nuova epidemia del micidiale virus nella provincia del Kasaï, nel centro del Paese, “Si tratta della sedicesima epidemia registrata da noi”, ha precisato il ministro della sanità congolese, Samuel Roger Kamba Mulamba.
Repubblica Democratica del Congo: nuova epidemia di ebola, la sedicesima
Dalla fine del mese scorso a oggi sono morte almeno 16 persone. Il primo caso è stato segnalato il 20 agosto, quando una donna incinta di 34 anni si è presentata all’ospedale di Boulapé, Kasaï, con sintomi allarmanti: febbre alta, vomito, astenia, emorragie. Tra le vittime ci sono anche quattro membri del personale sanitario del nosocomio.
Si teme aumento dei casi
Secondo un bilancio ancora provvisorio, sono stati registrati 28 casi sospetti nel Kasaï. Il tasso di mortalità è attualmente stimato al 53,6 per cento.
“Stiamo agendo con determinazione per fermare rapidamente la diffusione del virus e proteggere le comunità”, ha assicurato il dottor Mohamed Janabi, direttore regionale dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità per l’Africa. Ma OMS prevede un aumento degli infetti.
Rintracciare contatti del malato
Il ministro della Sanità ha tuttavia cercato di rassicurare la popolazione. “Abbiamo le competenze necessarie per affrontare l’epidemia”.
“Per contenere il diffondersi della febbre emorragica – ha spiegato il capo del dicastero della Sanità – bisogna rintracciare tutte le persone entrate in contatto con il malato, prenderle in carico e vaccinarle con Ebanga (ansuvimab-zykl, un farmaco antivirale a base di anticorpi monoclonali, approvato per il trattamento dell’infezione da ebolavirus tipo Zaire, ndr)”.
Le autorità sanitarie ritengono che la nuova ondata del virus sia del ceppo Zaire, contro il quale esiste un vaccino. Secondo l’OMS, il Congo-K dispone attualmente di una scorta di 2.000 dosi, che ora dovranno essere trasportate da Kinshasa nel Kasaï.
Epicentro in zona isolata
Per fortuna, hanno evidenziato le autorità competenti, l’epicentro dell’epidemia si trova in una zona isolata: per raggiungerla occorre almeno un giorno di viaggio in auto da Tshikapa, capoluogo della provincia del Kasaï.
La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.
Immagine al microscopio del virus Ebola
I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.
Esistono due tipi di corrispondenti di guerra. Il primo tipo non partecipa alle conferenze stampa. Non implora generali e politici di concedergli interviste. Si assume dei rischi per riferire dalle zone di combattimento. Riferiscono ai loro telespettatori o lettori ciò che vedono, che è quasi sempre diametralmente opposto alle narrazioni ufficiali. Il primo tipo, in ogni guerra, è una piccola minoranza.
Poi c’è il secondo tipo, il gruppo informe di sedicenti corrispondenti di guerra che giocano alla guerra. Nonostante ciò che dicono agli editori e al pubblico, non hanno alcuna intenzione di mettersi in pericolo. Sono contenti del divieto israeliano di accesso ai giornalisti stranieri a Gaza. Chiedono ai funzionari briefing informativi e conferenze stampa.
Collaborano con i loro supervisori governativi che impongono restrizioni e regole che li tengono lontani dal combattimento. Diffondono pedissequamente tutto ciò che viene loro fornito dai funzionari, gran parte del quale è falso, e fingono che siano notizie.
Partecipano a piccole gite organizzate dai militari – spettacoli di facciata – dove possono vestirsi e giocare ai soldati e visitare avamposti dove tutto è controllato e coreografato.
I nemici mortali di questi impostori sono i veri reporter di guerra, in questo caso i giornalisti palestinesi a Gaza. Questi reporter li smascherano come adulatori e servili, screditando quasi tutto ciò che diffondono. Per questo motivo, gli impostori non perdono mai l’occasione di mettere in dubbio la veridicità e le motivazioni di chi lavora sul campo. Ho visto questi serpenti farlo ripetutamente al mio collega Robert Fisk.
Quando il reporter di guerra Ben Anderson è arrivato all’hotel dove erano accampati i giornalisti che coprivano la guerra in Liberia – secondo le sue parole, “ubriacandosi” nei bar “a spese dell’azienda”, avendo relazioni extraconiugali e scambiandosi “informazioni piuttosto che uscire e raccogliere informazioni” – la sua immagine dei reporter di guerra ha subito un duro colpo.
“Ho pensato: finalmente sono tra i miei eroi”, ricorda Anderson. “Questo è il posto in cui ho sempre voluto essere. Poi io e il cameraman con cui ero, che conosceva molto bene i ribelli, siamo stati con loro per circa tre settimane. Siamo tornati a Monrovia. I ragazzi al bar dell’hotel ci hanno chiesto: ‘Dove siete stati? Pensavamo foste tornati a casa’. Abbiamo risposto: ‘Siamo andati a seguire la guerra. Non è questo il nostro lavoro? Non è quello che dovreste fare voi?’.
“La visione romantica che avevo dei corrispondenti esteri è stata improvvisamente distrutta in Liberia”, ha continuato. “Ho pensato che, in realtà, molti di questi ragazzi fossero pieni di stronzate. Non sono nemmeno disposti a lasciare l’hotel, figuriamoci lasciare la sicurezza della capitale e fare davvero del giornalismo”.
Questa linea di demarcazione, che si è verificata in ogni guerra che ho coperto, definisce il giornalismo sul genocidio a Gaza. Non è una divisione di professionalità o cultura. I giornalisti palestinesi denunciano le atrocità israeliane e smascherano le menzogne israeliane. Il resto della stampa non lo fa.
I giornalisti palestinesi, presi di mira e assassinati da Israele, pagano con la vita, come molti grandi corrispondenti di guerra, anche se in numero molto maggiore. Israele ha ucciso 245 giornalisti a Gaza secondo una stima e più di 273 secondo un’altra. L’obiettivo è quello di nascondere il genocidio nell’oscurità. Nessuna guerra di cui mi sono occupato si avvicina a questi numeri di morti. Dal 7 ottobre, Israele ha ucciso più giornalisti “che la guerra civile americana, la prima e la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, la guerra del Vietnam (compresi i conflitti in Cambogia e Laos), le guerre in Jugoslavia negli anni ’90 e 2000 e la guerra post-11 settembre in Afghanistan, messe insieme”. I giornalisti in Palestina lasciano testamenti e video registrati da leggere o riprodurre alla loro morte.
I colleghi di questi giornalisti palestinesi della stampa occidentale trasmettono dal confine con Gaza indossando giubbotti antiproiettile ed elmetti, dove hanno tante possibilità di essere colpiti da schegge o proiettili quante di essere colpiti da un asteroide. Si affrettano come lemming alle conferenze stampa dei funzionari israeliani. Non sono solo nemici della verità, ma anche nemici dei giornalisti che svolgono il vero lavoro di cronaca di guerra.
Nel frattempo, i due fotografi e io fummo arrestati e picchiati dalla polizia militare saudita infuriata, furiosa perché avevamo documentato la fuga in preda al panico delle forze saudite, mentre cercavamo di lasciare Khafji.
A funeral for Palestine TV correspondent Mohammed Abu Hatab. Hatab was killed, along with his family members, in an airstrike on his home in Khan Yunis, Gaza. (Photo by Abed Zagout/Anadolu via Getty Images)
Il mio rifiuto di rispettare le restrizioni imposte alla stampa durante la prima guerra del Golfo ha spinto gli altri giornalisti del New York Times in Arabia Saudita a scrivere una lettera al redattore estero dicendo che stavo rovinando i rapporti del giornale con l’esercito. Se non fosse stato per l’intervento di R.W. “Johnny” Apple, che aveva seguito la guerra del Vietnam, sarei stato rimandato a New York.
Non biasimo nessuno per non voler andare in una zona di guerra. È un segno di normalità. È razionale. È comprensibile. Quelli di noi che si offrono volontari per andare in combattimento – il mio collega Clyde Haberman del New York Times una volta ha scherzato dicendo: “Hedges si paracaduterà in guerra con o senza paracadute” – hanno evidenti difetti di personalità.
Ma biasimo coloro che fingono di essere corrispondenti di guerra. Fanno danni enormi. Diffondono false narrazioni. Mascherano la realtà. Fungono da propagandisti consapevoli o inconsapevoli. Screditano le voci delle vittime e scagionano gli assassini.
Quando ho coperto la guerra in El Salvador, prima di lavorare per il New York Times, la corrispondente del giornale ripeteva diligentemente tutto ciò che le veniva fornito dall’ambasciata. Questo ha avuto l’effetto di far dubitare i miei redattori – così come i redattori degli altri corrispondenti che hanno riportato la guerra – della nostra veridicità e “imparzialità”. Ha reso più difficile per i lettori capire cosa stava succedendo. La falsa narrazione ha neutralizzato e spesso sopraffatto quella reale.
La calunnia usata per screditare i miei colleghi palestinesi – sostenendo che sono membri di Hamas – è tristemente familiare. Molti giornalisti palestinesi che conosco a Gaza sono, in realtà, piuttosto critici nei confronti di Hamas. Ma anche se avessero legami con Hamas, che importanza avrebbe? Il tentativo di Israele di giustificare gli attacchi contro i giornalisti della rete mediatica al-Aqsa, gestita da Hamas, è anche una violazione dell’articolo 79 della Convenzione di Ginevra.
Ho lavorato con giornalisti e fotografi che avevano una grande varietà di convinzioni, compresi marxisti-leninisti in America Centrale. Ciò non impediva loro di essere onesti. Ero in Bosnia e in Kosovo con un cameraman spagnolo, Miguel Gil Moreno, che in seguito è stato ucciso insieme al mio amico Kurt Schork. Miguel era membro del gruppo cattolico di destra Opus Dei. Era anche un giornalista di grande coraggio, grande compassione e probità morale, nonostante le sue opinioni sul dittatore fascista spagnolo Francisco Franco. Non mentiva.
La copertina del libro di Chris Hedges tradotto il italiano
In ogni guerra che ho coperto, sono stato attaccato perché sostenevo o appartenevo a qualsiasi gruppo il governo, compreso quello statunitense, cercasse di schiacciare. Sono stato accusato di essere uno strumento del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí in El Salvador, dei sandinisti in Nicaragua, dell’Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca, dell’Esercito di Liberazione Popolare Sudanese, di Hamas, del governo musulmano in Bosnia e dell’Esercito di Liberazione del Kosovo.
John Simpson della BBC, come molti giornalisti occidentali, sostiene che “il mondo ha bisogno di reportage onesti e imparziali da testimoni oculari per aiutare le persone a farsi un’idea sulle questioni importanti del nostro tempo. Finora questo è stato impossibile a Gaza”.
L’ipotesi che se i giornalisti occidentali fossero a Gaza la copertura migliorerebbe è ridicola. Credetemi. Non sarebbe così.
Israele vieta l’accesso alla stampa straniera perché in Europa e negli Stati Uniti c’è un pregiudizio a favore delle notizie riportate dai giornalisti occidentali. Israele è consapevole che la portata del genocidio è troppo vasta perché i media occidentali possano nasconderla o oscurarla, nonostante tutto l’inchiostro e lo spazio che dedicano agli apologeti israeliani e statunitensi. Israele non può nemmeno continuare la sua campagna sistematica di annientamento dei giornalisti a Gaza se deve fare i conti con i media stranieri presenti sul posto.
Le menzogne israeliane amplificate dai media occidentali, compreso il mio ex datore di lavoro, il New York Times, sono degne della Pravda. Bambini decapitati. Bambini cotti nei forni. Stupri di massa da parte di Hamas. Razzi palestinesi vaganti che causano esplosioni negli ospedali e massacrano civili. Tunnel segreti e centri di comando nelle scuole e negli ospedali. Giornalisti che dirigono le unità missilistiche di Hamas. Manifestanti contro il genocidio nei campus universitari che sono antisemiti e sostenitori di Hamas.
Ho seguito il conflitto tra palestinesi e israeliani, per lo più a Gaza, per sette anni. Se c’è un fatto indiscutibile, è che Israele mente come respira. La decisione dei giornalisti occidentali di dare credibilità a queste menzogne, di attribuire loro lo stesso peso delle atrocità israeliane documentate, è un gioco cinico. I giornalisti sanno che queste bugie sono bugie. Ma loro, e i mezzi di informazione che li impiegano, privilegiano l’accesso – in questo caso l’accesso ai funzionari israeliani e statunitensi – rispetto alla verità. I giornalisti, così come i loro redattori e editori, temono di diventare bersagli di Israele e della potente lobby israeliana. Non c’è alcun costo per tradire i palestinesi. Sono impotenti.
Denunciate queste menzogne e vedrete che le vostre richieste di briefing e interviste con i funzionari saranno rapidamente respinte. Non sarete invitati dagli addetti stampa a partecipare alle visite organizzate alle unità militari israeliane. Voi e la vostra testata giornalistica sarete oggetto di feroci attacchi. Sarete messi al bando. I vostri redattori vi licenzieranno o vi toglieranno l’incarico. Questo non fa bene alla carriera. E così, le menzogne vengono diligentemente ripetute, per quanto assurde.
È patetico vedere questi giornalisti e le loro testate, come scrive Fisk, lottare “come tigri per entrare a far parte di questi ‘pool’ in cui sarebbero censurati, limitati e privati di ogni libertà di movimento sul campo di battaglia”.
Quando i giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz, insieme al fotoreporter di Reuters Hussam al-Masri e ai freelance Moaz Abu Taha e Mariam Dagga – che avevano lavorato con diversi media, tra cui l’Associated Press – sono stati uccisi in un attacco “double tap” – progettato per uccidere i primi soccorritori arrivati per curare le vittime dei primi attacchi – al Nasser Medical Complex, come hanno reagito le agenzie di stampa occidentali?
“L’esercito israeliano afferma che gli attacchi all’ospedale di Gaza hanno preso di mira quella che definisce una telecamera di Hamas”, ha riportato l’Associated Press.
“L’IDF sostiene che l’attacco all’ospedale fosse mirato alla telecamera di Hamas”, ha annunciato la CNN.
“L’esercito israeliano afferma che sei ‘terroristi’ sono stati uccisi lunedì durante gli attacchi all’ospedale di Gaza”, recitava il titolo dell’AFP.
“Le prime indagini indicano che la telecamera di Hamas era l’obiettivo dell’attacco israeliano che ha ucciso i giornalisti”, ha affermato Reuters.
“Israele sostiene che le truppe hanno visto la telecamera di Hamas prima del mortale attacco all’ospedale”, ha spiegato Sky News.
Per la cronaca, la telecamera apparteneva a Reuters, che ha affermato che Israele era “pienamente consapevole” che l’agenzia di stampa stava filmando dall’ospedale.
Quando il corrispondente di Al Jazeera Anas Al Sharif e altri tre giornalisti sono stati uccisi il 10 agosto nella loro tenda stampa vicino all’ospedale Al Shifa, come è stato riportato dalla stampa occidentale?
“Israele uccide un giornalista di Al Jazeera che secondo loro era un leader di Hamas”, titolava Reuters nel suo articolo, nonostante al-Sharif facesse parte di un team di Reuters che ha vinto il Premio Pulitzer 2024.
Il quotidiano tedescoBild ha pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo: “Terrorista travestito da giornalista ucciso a Gaza”.
La raffica di menzogne israeliane amplificate e rese credibili dalla stampa occidentale viola un principio fondamentale del giornalismo, ovvero il dovere di trasmettere la verità al telespettatore o al lettore. Legittima il massacro di massa. Si rifiuta di chiedere conto a Israele delle sue responsabilità. Tradisce i giornalisti palestinesi, quelli che riportano le notizie e vengono uccisi a Gaza. E mette a nudo la bancarotta dei giornalisti occidentali, le cui caratteristiche principali sono il carrierismo e la codardia.
Chris Hedges*
*Christopher Lynn Hedges è un giornalista, scrittore ed ex corrispondente di guerra statunitense, specializzato in politica e società del Medio Oriente
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