Home Blog Page 14

Darfur: carneficina dei paramilitari dopo la conquista di al-Fasher

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 febbraio 2026

Lo scorso ottobre, con la caduta di al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale (Sudan) la comunità internazionale tutta si era indignata per il massacro di oltre mille persone trucidate dalle Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti.

I morti causati dalla furia omicida dei paramilitari sudanesi non erano “solo” mille come denunciato allora. Dopo mesi di indagini si è scoperto che le vittime delle RFS sono ben oltre 6000, persone ammazzate senza pietà nei primi tre giorni dopo la conquista del capoluogo del Darfur settentrionale.

Rapporto rivela massacro

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite rivela maggiori dettagli su quanto è successo in quei giorni a al-Fasher subito dopo essere stata conquistata dalle RFS.

Sopravvissuta al massacro delle RFS nel capoluogo del Nord-Darfur

La relazione, stilata dall’OHCHR (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è basata su centinaia di interviste effettuate alla fine del 2025 a sopravvissuti e testimoni. OHCHR ha così potuto documentare migliaia di uccisioni nei primi tre giorni dell’offensiva delle RSF. Tuttavia, nel rapporto viene precisato che il bilancio complessivo delle vittime durante l’offensiva durata settimane è “senza dubbio significativamente più alto”.

Le RSF e le milizie arabe alleate hanno compiuto uccisioni di massa ed esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti a scopo di estorsione, torture e maltrattamenti, detenzioni, sparizioni, saccheggi e utilizzo di bambini nelle ostilità. Molti attacchi sono stati diretti contro civili e persone sulla base dell’etnia o della presunta affiliazione.

Lotta per il potere

I paramilitari sudanesi, dopo un assedio di 18 mesi, avevano messo in fuga lo scorso ottobre la VI divisione dell’esercito sudanese (SAF), la cui base era nella periferia della città. SAF, il cui leader è Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e le RFS sono in guerra dall’aprile 2023. Una sanguinoso e brutale lotta per il potere, centrata sul controllo assoluto del Sudan, che ha messo in ginocchio l’intero Paese.

Ora, l’Alto Commissario di OHCHR, Volker Türk, ha rinnovato l’appello a tutte le parti in causa, affinché pongano fine a quelle che ha definito “gravi violazioni commesse dalle forze sotto il loro comando”.

Campo addestramento RSF in Etiopia

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) continuano a negare il loro appoggio agli uomini di Hemetti. Eppure, secondo un’inchiesta di Reuters di pochi giorni fa, Abu Dhabi avrebbe finanziato un campo di addestramento “segreto” per i paramilitari delle RFS a Benishangul-Gumuz, Etiopia.

Campo di addestramento per RSF a Benishangul-Gumuz in Etiopia

Ovviamente il ministero degli Esteri degli EAU ha risposto seccamente alla Reuters, affermando che il loro Paese non è parte in causa nel conflitto in Sudan e tantomeno è coinvolto “in alcun modo” nelle ostilità.

Il portavoce del governo etiopico e le RSF non hanno risposto alle richieste dettagliate della Reuters di commentare la presenza di questo sito.

Immagini satellitari mostrano il campo, situato nella remota regione occidentale di Benishangul-Gumuz, vicino al confine con il Sudan.

Diverse fonti, tra questi anche un alto funzionario del governo etiopico hanno confermato che Abu Dhabi avrebbe finanziato la costruzione del campo. E non solo, avrebbe inviato anche istruttori militari e provvederebbe, inoltre, al supporto logistico del sito.

In seguito alle rivelazioni della Reuters, l’Autorità per i Media (EMU) di Addis Abeba, ha negato il rinnovo della tessera per l’accreditamento dei tre giornalisti dell’Agenzia. EMU ha anche ritirato l’autorizzazione ai reporter dellai Reuters per coprire il 39esimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto il 14-15 febbraio.

Intanto gli Emirati utilizzano il porto di Berbera nel Somaliland, recentemente riconosciuto come Stato indipendente da Israele, per rifornire di armamenti le RFS come dimostra il video qui sotto.

Situazione umanitaria drammatica

Nel ex protettorato anglo-egiziano la situazione peggiora di giorno in giorno e, secondo l’ONU si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con oltre 9 milioni di sfollati e più di 4 milioni di persone che si sono rifugiati nei Paesi limitrofi, come Ciad, Egitto, Centrafrica, Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Libia. I morti non si contano più: sono decine e decine di migliaia.

Chi è sopravvissuto alle bombe, alle pallottole, alla fame, al pericoloso tragitto verso un Paese straniero, inizialmente ha creduto di essere al sicuro, pieno di speranza di poter ricominciare una nuova vita senza pericoli. Purtroppo per molti non è stato così.

Dall’inizio dello scoppio della guerra in Sudan nell’aprile 2023, tantissimi rifugiati sudanesi sono arrivati in Libia. Nella città meridionale di Kufra, i richiedenti asilo sono finiti in campi insalubri. Senza prospettiva alcuna. Pertanto c’è chi ha deciso di tornare nel Paese di origine, nonostante gli orrori dei combattimenti.

Deportazioni forzate

Anche in Egitto le cose non vanno meglio. Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che attualmente centinaia di sudanesi e altri richiedenti asilo sono detenuti nelle putride galere egiziane, in attesa di essere deportati.

Egyptian Network for Human Rights ha denunciato pochi giorni fa la morte di un migrante fuggito dal Sudan – in possesso di regolare permesso di soggiorno -, in una prigione egiziana.

Una settimana fa un altro rifugiato sudanese aveva fatto la stessa fine in una cella di una stazione di polizia, dove era stato portato dopo il suo arresto.

Secondo la piattaforma per i rifugiati in Egitto, le deportazioni forzate sono ormai all’ordine del giorno. Nel 2025 sono stati rispediti a casa quasi 3000 sudanesi. E, in base a quanto riportato dall’ambasciatore di Khartoum accreditato a Il Cairo, attualmente oltre 400 connazionali sono detenuti nelle prigioni egiziane.

Cornelia Toelgyes               
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canaleWhatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1RSudan: altri articoli li trovate cliccando qui

Apocalisse in Sudan

Sudan: i paramilitari ripuliscono al-Fasher e bruciano i cadaveri, prove dei massacri

 

Africa orientale: la solidarietà non conosce confini

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
13 febbraio 2025

Dopo un autunno caldo di proteste e manifestazioni pro-democrazia, Kenya Uganda e Tanzania, I tre paesi confinanti dell’Africa orientale, si sono ritrovati più vicini, quasi senza confini, nella lotta ai soprusi compiuti dai rispettivi governi. Una sorta di alleanza solidale che ora ha bisogno di essere riconosciuta ufficialmente per poter crescere e consolidarsi. Per poter essere efficaci bisogna tornare ora a fare rete.

E ora sembra giunto il momento. Artisti giornalisti attivisti. Servono voci, e teste dietro alle voci, consapevoli e coraggiose. Si risveglia lo spirito sociale del fianco centro orientale dell’Africa. Un fianco per cui sempre più persone, giovani e istruite, vogliono diventare una spina. Per pizzicare i governi autoritari e corrotti che continuano a vincere illegalmente, elezione dopo elezione.

Proteste Gen Z

Stavolta però non c’è nessuna intenzione di farsi imbavagliare, perché, come ha dichiarato Mathias Kinyoda, responsabile di Amnesty International, a Africa Confidential, prestigiosa rivista quindicinale che si occupa di Africa, “non possiamo più tacere sugli arresti e le deportazioni. Il silenzio è complicità e la complicità aiuta la repressione”.

Le costanti minacce (“non provateci più!”) ricevute puntualmente dagli attivisti che cercano di denunciare i soprusi e impedire processi sommari e arresti illegali, non sortiscono ormai nessun effetto. Quando la solidarietà supera i confini il potere fa meno paura. E quando la protesta corre sul web la solidarietà può diventare più forte della violenza.

È quello che, dall’esplosione delle proteste della Gen Z del 2024, sta accadendo tra Kenya, Uganda e Tanzania, sui cui confini sta crescendo una nuova cortina di movimenti pro-democrazia, sempre più coesa e efficace.

Se ne sono accorti tutti e tre i capi di Stato, che cominciano a tremare e a coalizzarsi a loro volta; temono infatti che se uno di loro venisse smascherato si scoprirebbe l’intero sistema di corruzione e nepotismo che da decenni regola le relazioni politiche e economiche della regione. Per questo negli ultimi mesi c’è stato un inasprimento delle misure repressive, in particolare in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni, in carica da quarant’anni e che ha nuovamente vinto le elezioni a grande maggioranza, è stato accusato in una conferenza pubblica di avere trasferito il controllo delle procedure elettorali da un organismo indipendente alle milizie statali.

Trasformando di fatto una procedura democratica in una ingerenza dispotica. Le proteste pubbliche degli attivisti hanno allarmato a tal punto Museveni che, di comune accordo con il governo tanzaniano, ha bloccato l’uso dei social media e imposto restrizioni all’accesso alle reti internet private. Mossa che ha confermato il Kenya, e in particolare la città di Nairobi dove vige ancora una legislazione che tutela i diritti civili, nel ruolo di centro operativo di tutti movimenti pro-democrazia. È lì infatti che la comunicazione è ancora libera e dove, a partire dal 2024, i manifestanti sono sostenuti dai media privati e da una rete di internauti che fornisce loro, tramite donazioni private e raccolte fondi, supporto economico e logistico.

In prima linea si sono schierati i membri della Kongamano la Mapinduzi, una colazione di organismi di sinistra, e l’organizzazione Africans for Africa, guidata dai kenioti Bob Njagi e Nicholas Oyoo. Gli stessi che a dicembre hanno denunciato, con proteste al confine della Tanzania, brogli nelle elezioni di ottobre, rischiando di essere uccisi, come poi è accaduto a una decina dei loro compagni.

Più volte gli attivisti hanno cercato l’appoggio dell’Unione Africana (UA) e della Comunità dell’Africa Orientale (EAC, East African Community). Hanno tentato di denunciare, senza esito, la violazione sistematica da parte dei governi dei diritti fondamentali.

Kenya, Uganda, Tanzania : I giovani chiedono democrazia

Il desiderio però di democrazia è troppo forte e in assenza di una tutela internazionale riconosciuta non resta che metterci la faccia, nella consapevolezza dell’alto rischio che si corre; anche in Kenya dove, nonostante la maggiore tutela dei diritti e della libertà di espressione, c’è una forte attività repressiva da parte delle autorità. Gli stessi Njagi e Oyoo, che prevedono di candidarsi alle prossime presidenziali del 2027, sono stati deportati e detenuti in Uganda per un mese dopo le proteste di ottobre.

E le prospettive politiche non lasciano ben sperare. È notizia di poche ore fa, infatti, che Edwin Sifuna, vice presidente del partito di opposizione, Orange Democratic Movement, è stato deposto dal suo ruolo e estromesso dal movimento. La sostituzione arriva dopo una forte fase di crisi iniziata lo scorso autunno, quando il leader, Raila Odinga, morto nell’ottobre 2025, si è avvicinato, in maniera non ufficiale, al presidente  William Ruto, mettendo da parte, tra gli altri, proprio Sifuna che invece puntava a dare una svolta alla linea del partito cavalcando l’onda della Gen Z.

A Nairobi però non se la passa bene nemmeno la maggioranza. Le pressioni si sentono anche all’interno del governo keniota. Emblematica è la situazione di Martha Karua, ex ministra della Giustizia, dell’era Uhuru Kenyatta, che ha espresso solidarietà e offerto tutela legale a Tundu Lissu, capo dell’opposizione e candidato alle presidenziali in Tanzania per il partito Chadema, arrestato con accusa di tradimento, e Kizza Besigye, leader ugandese del Forum for Democratic Change, detenuto per oltre un anno per possesso di armi.

Bloccata l’anno scorso all’aeroporto della capitale, insieme a due suoi collaboratori e mai arrivata in Tanzania per partecipare al processo a Lissu, la ministra ha affermato che un trattamento del genere non sarebbe stato possibile senza l’appoggio del presidente keniota Ruto. “Esiste una insana complicità tra i governanti della regione – ha affermato Karua – che certamente spiano e si scambiano informazioni sulle nostre attività”.

Accuse prontamente respinte dal responsabile della comunicazione delle forze militari ugandesi, il brigadiere general

e Felix Kulayigye, che giustifica la collaborazione con l’intelligence keniota con le esigenze di sicurezza nazionale.

Intanto, mentre il segretario del ministero degli Esteri keniota, Musalia Mudavadi, ha recentemente condannato, sotto pressione di vari attivisti, la deportazione e gli abusi che subiscono i kenioti all’estero, continua il silenzio complice del presidente William Ruto sulla detenzione di Kizza Besigye, a suo tempo arrestato alla periferia di Nairobi e estradato in Uganda. Le sua condizioni fisiche sono precarie e continuano a peggiorare. Ai tempi d’oro Besigye era il medico personale di Museveni.

Abbattere i confini non basta più, ora è il tempo di mettersi a correre veloce. Più veloce del leone. Più veloce del cacciatore.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Morti, feriti, rapimenti e sparizioni: la Tanzania riconferma con un plebiscito la sua presidente

False accuse a Francesca Albanese: il ministro degli Esteri francese si dimetta

0


NEWS ANALYSIS
Massimo A. Alberizzi

13 febbraio 2026

Possibile che il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, abbia preso un abbaglio così grosso mettendo in bocca a Francesca Albanese, la relatrice dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati, una frase che non ha mai detto? E cioè più o meno: ”Abbiamo un nemico comune, Israele”. Il video portato come prova delle dichiarazioni di Albanese è stato palesemente manipolato: cioè è falso. Eccolo:

Sembra che nella richiesta di dimissionare l’Albanese, il ministro del Paese d’oltralpe sia stato imboccato da una celebre sostenitrice di Israele, la controversa deputata macronista, Caroline Yadan, segretaria del gruppo parlamentare d’amicizia Franco-Israeliano.

La Yadan è l’autrice di una discutibile proposta di legge per cui chi vuole accedere alla cittadinanza francese deve riconoscere lo Stato di Israele.

Delle due cose l’una: o il ministro Barrot è stato ingannato dalla signora Yadan, o ha condiviso con lei l’idea che Francesca Albanese deve lasciare il suo posto, inventando di sana pianta l’accusa contro la relatrice dell’ONU italiana.

Comunque, dopo questa uscita, Jean-Noël Barrot dovrebbe dimettersi immediatamente e presentare pubblicamente le sue scuse, a Francesca Albanese e all’ONU. Per due motivi (scelga lui il più conveniente): o perché è stato preso in giro dalla Yadan o perché è connivente con lei.

Francesca Albanese

La pasionaria sionista sembra che nutra un odio profondo per Francesca Albanese. Nel marzo dello scorso anno, assieme ad altri 41 deputati ha già inviato una lettera al ministro Jean-Noël Barrot, chiedendogli di “opporsi, a nome della Francia, al rinnovo del mandato di Francesca Albanese come Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, in seno al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.

Il 27 agosto 2025, ha la lasciato il gruppo macronista Renaissance all’Assemblea nazionale in polemica con la decisione del presidente francese di riconoscere lo Stato di Palestina.

Caroline Yadan

Pochi mesi prima, in aprile su Radio Monte Carlo ha presentato il rapporto sulle “derive islamiste nello sport”, pubblicato un mese prima. Quando il conduttore, Nicolas Jamain, citando i dati del rapporto, ha osservato che il fenomeno rimane “molto marginale”, riguardando infatti solo “lo 0,07 per cento delle associazioni” la pasionaria Caroline Yadan piuttosto seccata ha esclamato: “Non è affatto residuale. Ci sono atteggiamenti in piena contraddizione con i regolamenti della federazione calcistica. Per esempio, le preghiere negli spogliatoi sono comuni e ammesse”.

Il conduttore tra il serio e il faceto a questo punto le ha fatto notare che esistono anche club di confessione ebraica, come il Maccabi Créteil o Sarcelles, ma lei con atteggiamento irrispettoso ha insistito: “Non si tratta di un «comportamento ostentato”, al che il giornalista ha ribattuto che “una preghiera non è necessariamente proselitista”. La risposta razzista di Caroline Yadan è uscita sprezzante: “No, no, ma in questo caso si tratta di islamismo”.

Ma la signora Yadan non è nuova a esercitare la sua fantasia con false accuse infamanti contro chi critica il sionismo e Israele. Nel 2023 su twitter (oggi X) ha calunniato il giornalista e attivista Taha Bouhafs: sosteneva che fosse stato candidato come braccio destro del leader di estrema destra razzista Alain Soral alle elezioni europee del 2019. Falso.

La signora Yadan ha utilizzato la sua fervida inventiva lanciando accuse costruite ad arte contro il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon, quando venne sciolto il movimento antisemita Civitas. Lo accusò di aver difeso il gruppo politico cosa non vera, perché Mélenchon aveva plaudito allo scioglimento di Civitas. Ciononostante, lei, con disinvolta e fredda nonchalance, aveva proposto lo scioglimento di La France insoumise (LFI), il raggruppamento di Mélanchon.

Collezionare figuracce sembra un obiettivo chiaro e preciso della signora. Trovarsi in situazioni molto imbarazzanti dovrebbe procurarle una certa vergogna, specie perché lei è un deputato della Repubblica Francese. Invece no. Anzi. Quei principi sanciti dalla rivolta del 1789 non sembrano interessarla granché.

Infatti, dopo aver criticato con veemenza Amnesty International per il rapporto che accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza, ha diffuso senza ritegno informazioni false sulla ONG.

Il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot

Insomma, Caroline Yadan sembra essere l’incarnazione del sionismo senza freni. Il 28 gennaio 2025, all’indomani delle commemorazioni per gli 80 anni dalla liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau, durante le interrogazioni al governo all’Assemblea nazionale, mette in discussione l’”odio verso gli ebrei” di “un pericoloso partito dell’estrema sinistra responsabile di un aumento dell’antisemitismo in Francia”, provocando l’uscita dalla sala della maggior parte dei deputati del gruppo LFI, di alcuni deputati dei gruppi ecologisti e socialisti e della deputata comunista Elsa Faucillon.

E l’Italia che fa? Alla faccia delle dichiarazioni o attitudini sovraniste il governo tace. Non importa nulla che Francesca Albanese sia italiana. A differenza dei ministri e del loro presidente, difende i palestinesi e quindi la sua sorte non interessa. Dimostrazione plateale che Giorgia Meloni non è e non vuole essere la rappresentante di tutti gli italiani.

Ma una grande delusione va riservata a molti dei mass media del nostro Paese che hanno ripreso pedissequamente le accuse del ministro, senza verificare la loro fondatezza. La propaganda e la disinformazione hanno colpito ancora.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri

+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Nonna Katrina, in Sudafrica ultima parlante lingua boscimane, la più antica del pianeta

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 febbraio 2026

Ouma Katrina Esau è una delle leggende viventi del Sudafrica. Ma ha un triste primato: è rimasta l’ultima del suo popolo a parlare la lingua N|uu. Dopo di lei non ci sarà altra persona che parla correntemente l’antica lingua San.

Lo scorso 4 febbraio Katrina Esau ha compito 93 anni. L’anziana saggia viene chiamata affettuosamente Ouma, Nonna in africaans, la lingua dei coloni olandesi arrivati in Sudafrica nel 1600.

Ouma Katrina Esau
Ouma Katrina Esau, ultima parlante della lingua N|uu

È stata Elsie Vaalbooi, morta a 102 anni nel 2002, a riportare a galla la lingua San data per estinta nel 1974. Figura boscimane importante nella conservazione dell’idioma e della sua cultura, con Vaalbooi è iniziata la ricerca delle persone di lingua N|uu. La studiosa ha lavorato con linguisti e antropologi per documentare e preservare l’idioma materno.

Trovato l’ultimo gruppo

Alla fine degli anni ’90, nel Capo settentrionale è stato trovato un gruppo di una ventina di anziani che parlavano fluentemente e correttamente il N|uu. Tra questi anche Ouma Katrina e i suoi fratelli.

Nel 2021 è morta Anna, sorella di Ouma Katrina. L’anziana è rimasta l’unica oratrice fluente della lingua N|uu. Ha deciso che la sua missione era insegnare la lingua degli antenati ai giovani della sua comunità. La scuola è una piccola aula nella sua casa di Rosedale, a ovest di Upington, nel Capo settentrionale.

Libri, film e DVD

Il libro Qhoi n|a Tijho di Ouna Katrina Esau
Il libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo) di Ouna Katrina Esau

Insieme a Elsie Vaalbooi, Ouma Katrina ha creato un dizionario digitale di lingua N|uu. Ha collaborato con Puku Children’s Literature Foundation per pubblicare il primo libro in lingua N|uu per bambini.

Insieme alla nipote, Claudia Snyman, è diventata co-autrice di un libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo). Sono le storie che ascoltava da bambina. Il libro è scritto in N|uu e in africaans ed è stato tradotto anche in inglese, seTswana, isiZulu e isiXhosa.

La tecnologia non la spaventa. Anzi, la utilizza per preservare la sua lingua indigena. Il suo progetto è quello di creare CD e DVD didattici per fare in modo che chiunque lo desideri, possa imparare la lingua N|uu.

 La Nonna San è stata anche attrice, interprete nel cortometraggio crudo e commovente The People of the Sun diretto da Lucinda Ohlson.


Il trailer del cortometraggio “The People of the Sun” con protagonista Ouma Katrine Esau (si possono sentire alcune frasi in lingua N|uu)

La voce di Ouma e di altri anziani è stata registrata e archiviata. In questo modo è possibile riascoltare la pronuncia, il tono e i ritmi unici della lingua N|uu.

Medaglia d’onore e laurea honoris causa

Il prezioso lavoro che Ouma Katrina sta facendo viene riconosciuto anche dalle più alte autorità. Nel 2014 ha ricevuto il prestigioso Ordine del Baobab d’Argento dall’allora presidente sudafricano Jakob Zuma e nel 2020 è stata nominata Leggenda Vivente Sudafricana.

Nel 2023 la University of Cape Town le ha dato la laurea Honoris causa. Un riconoscimento per il suo prezioso lavoro nel preservare una lingua sudafricana.

Colonialismo e apartheid contro i ǂKhomani San

N|uu è la lingua madre della popolazione San (ǂKhomani San) parlata da 20.000 anni. I San sono conosciuti anche come boscimani oppure ottentotti a causa dei suoni linguistici clic o schiocchi.

Ouma Katrina Esau
Boscimani San

Vivono tra Sudafrica, Namibia e Botswana ma hanno dovuto affrontare il colonialismo e l’apartheid. Le comunità San sono state forzatamente spostate dalle loro terre ancestrali. È stato impedito loro di parlare la lingua N|uu e gli è stata imposta la lingua africaans, cancellando così la loro identità.

Oggi ci sono speranze che la lingua N|uu si possa salvare. I bambini cantano canzoncine e conoscono i nomi degli animali ma, secondo gli esperti, sarà difficile che torni ad essere parlata spontaneamente.

Credito foto:
– Due san intenti ad accendere il fuoco (Deception Valley)
Di Ian Sewell, CC BY-SA 2.5, Collegamento

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

Botswana, elicottero della polizia spara su boscimani che cacciano e precipita

Botswana, giudice vieta di seppellire anziano boscimano nella terra degli avi

 

Somalia: atterraggio d’emergenza nell’Oceano Indiano

Africa ExPress
Magadisco, 11 febbraio 2026

Appena decollato dall’aeroporto di Mogadiscio, capitale della Somalia, un aereo della Starsky Aviation Ltd, compagnia somala, ha mostrato gravi problemi tecnici. Dunque il pilota ha dovuto prendere una decisione immediata. Senza esitazioni ha effettuato un atterraggio d’emergenza su una spiaggia dell’Oceano indiano che si trova nelle immediate vicinanze dello scalo di partenza.

La compagnia aerea ha elogiato pubblicamente il pilota eroe per la decisione presa. Solo grazie alla sua prontezza di riflessi e la sua esperienza è riuscito a salvare da morte certa i 50 passeggeri e i 5 membri del personale di bordo.

Aereo della compagnia somala Starsky Aviation Ltd, atterrato in acque poco profonde dell’Oceano Indiano

L’Autorità dell’aviazione civile (CAA) della Somalia ha confermato che il personale della cabina di pilotaggio li aveva informati martedì mattina, subito dopo il decollo, che l’aereo, un Fokker 50 (prodotto dall’omonima azienda con sede in Olanda) presentava problemi tecnici. Il pilota aveva chiesto l’autorizzazione di ritornare immediatamente allo scalo.

A questo punto, secondo quanto riferito alla BBC dal direttore della CAA, Ahmed Macalin Hassan, il velivolo è tornato indietro, ha toccato terra, ma non è riuscito a fermarsi sulla pista dell’aeroporto. Il Fokker 50 poi superato l’asfalto e si è adagiato sulla battigia della vicina spiaggia.

I passeggeri a bordo sono scesi immediatamente dall’aereo, camminando tranquillamente, nelle acque tiepide dell’Oceano Indiano. Nessuno ha riportato ferite gravi. La spiaggia di fronte a Mogadiscio  è infestata dai pescecani. Sono gli squali Leuca o dello Zambesi, una specie in grado di risalire anche i fiumi, cioè può vivere in acqua dolce. Abita lungo le coste e predilige i fondali bassi e bassissime: un pericolo costante per bagnanti e pescatori che vengono con una certa frequenza sbranati.

Il ministro dei Trasporti somalo ha riferito che sono state alle allertate la Missione di pace dell’ONU e dell’Unione Africana. I caschi blu e verdi si sono precipitati immediatamente sul luogo dell’incidente per collaborare nelle operazioni di soccorso. Ma con grande sollievo, tutti passeggeri e il personale di bordo sono stati trovati in discrete condizioni, anche se molto spaventati.

Africa ExPress
X: @africexp
©
RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri

+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

Il servizio dei Wagner costa: il conto mette in difficoltà il governo del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2026

Licenziare i Wagner non è una questione semplice, Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica al terzo mandato, non sa da che parte voltarsi per saldare il conto che la società gli ha presentato. Una cifra da capogiro, perché oltre alle mensilità arretrate la società russa ha chiesto anche i soldi per armi, munizioni, blindati, carri armati e e tutto ciò che è stato utilizzato dai mercenari durante i lunghi anni di permanenza nel Paese.

Da tempo negli altri Paesi africani (Mali, Burkina Faso, Niger e altri) che hanno sottoscritto accordi militari con la Russia, i paramilitari sono stati “sostituiti” dal nuovo contingente Africa Corps, controllato direttamente dal Cremlino,

Ultimo baluardo di Wagner

Il governo centrafricano è l’unico che ha ancora sul suo libro paga i soldati di ventura della società privata, un tempo appartenente a Evgenij Prigožin, morto nel 2023 in un incidente aereo ancora tutto da chiarire.

Malgrado le pressioni esercitate da Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, sul suo omologo di Bangui, Touadéra, i paramilitari di Wagner sono sempre presenti, malgrado il malcontento della popolazione. A dire il vero “malcontento” è un eufemismo, la gente ne è terrorizzata, non vede l’ora che facciano i bagagli.

Mercenari Wagner in Centrafrica

In questi anni di permanenza in Centrafrica, i miliziani russi hanno fatto il cattivo e il brutto tempo nel Paese. Assassini, torture, arresti e sparizioni si sono susseguiti a tambur battente, senza che le autorità di Bangui battessero ciglio.

Dopo la loro partenza, nell’ex colonia francese arriveranno i mercenari di Africa Corps. Per i servizi del nuovo contingente Putin ha chiesto al suo omologo 15 milioni di euro al mese. Tale cifra rappresenta il 40 per cento del bilancio del Paese del 2025.

Bisogna trovare soldi, e anche in fretta, ma non per la popolazione: per non irritare il Cremlino. Anche i “nuovi” mercenari offriranno protezione al presidente e al suo entourage, controllo alle miniere. Parecchi giacimenti sono in mano a società russe.

Popolazione in miseria

Gran parte della popolazione vive nella miseria più totale, dimenticati dal governo centrale e dalla comunità internazionale. Il 71 percento dei centrafricani vive al di sotto della soglia di povertà. Mancano i servizi di base, strade spesso non percorribili, specie nel periodo delle piogge, disoccupazione endemica e un tasso di istruzione molto basso, mentre il costo della vita è sempre più elevato.

Il 70 per cento della popolazione centrafricana vive sotto la soglia della povertà

Il cardinale, Dieudonné Nzapalaïnga, ha fatto un resoconto ai reporter di Corbeau News Centrafrique, di una sua recente visita pastorale in alcuni villaggi. I piccoli centri abitati distano poco più di un’ora di viaggio dalla capitale Bangui, ma solo arrivarci è una vera avventura: strade bianche totalmente dissestate, praticamente impraticabili durante la stagione delle piogge.

Il racconto del cardinale è a dir poco raccapricciante, rasenta all’inverosimile per chi vive in comode case: “Qui non funziona nulla. Non c’è nemmeno acqua potabile. I militari chiedono persino soldi ai giovani che tentano di andarsene per cercare fortuna altrove. I centri sanitari sono privi di tutto, mancano le medicine, che la gente è costretta ad acquistare da venditori ambulanti. Ovviamente i farmaci sono di dubbia provenienza e non si sa cosa contengano”.

La principale preoccupazione dei genitori, come del resto quasi ovunque in Africa, è l’istruzione per i propri figli. Sognano un futuro migliore per loro. Ma nei luoghi visitati dal prelato le scuole non funzionano perché non si trovano insegnanti.

Il cardinale punta il dito contro le autorità, che concentrano le già magre risorse del budget sulla capitale Bangui, dimenticando il resto del Paese e i suoi abitanti.

Emirati ultima spiaggia

Ma anche a Bangui i problemi non mancano di certo. Continue interruzioni di corrente sono all’ordine del giorno, mettendo in ginocchio persino gli ospedali. Non di rado i chirurghi sono costretti a utilizzare la torcia dei loro telefonini per illuminare il campo operatorio.

Secondo quanto riportato da Africa Intelligence, articolo poi ripreso da diversi giornali online, da alcuni mesi il governo della ex colonia francese sarebbe in stretto contatto con gli Emirati Arabi Uniti (EAU), per rilanciare una cooperazione in svariati settori. Lo dimostrano anche i diversi viaggi di Touadéra a Abu Dhabi, dove ha pure incontrato il capo di Stato, Mohammed bin Zayed.

Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica e il capo di Stato degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan

Pare che gli Emirati vogliano investire nel settore aurifero e energetico. Ma si mormora anche di un progetto aeroportuale vicino alla capitale, che dovrebbe comprendere anche un centro di manutenzione per aerei.

Ma non si esclude che in realtà gli Emirati potrebbero voler utilizzare il territorio centrafricano come base strategica per lo schieramento di truppe e armamenti in Sudan.

Abu Dhabi è un attore chiave, per quanto riguarda la sanguinosa guerra civile che si sta consumando da quasi tre anni nell’ex protettorato anglo-egiziano: sostiene le Rapid Support Forces (FSR), capitanate da Abdallah Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Centrafrica: una statua per onorare l’ex leader dei mercenari Wagner, morto nel 2023

 

 

Israele blocca in aeroporto tre cittadini del Ghana: rappresaglia di Accra

del Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 febbraio 2026

Lo scorso dicembre, 7 cittadini del Ghana sono stati trattenuti senza spiegazioni all’aeroporto internazionale di Ben Guriel di Tel Aviv. Tra i ghaniani fermati, c’era anche una delegazione ufficiale di 4 persone che avrebbero dovuto partecipare a una conferenza sulla Cyber security nello Stato ebraico.

I membri della delegazione ghanese sono stati rilasciati dopo 5 lunghe ore, mentre gli altri tre sono stati rispediti a Accra con il primo volo disponibile.

Il ministero degli Esteri del Ghana ha condannato l’episodio, apostrofandolo come “traumatizzante e disumano”. E il governo di Accra, indignato, in una dichiarazione ha protestato contro il comportamento della controparte israeliana, ritenendo che i propri cittadini siano stati deliberatamente presi di mira.

Rappresaglia del Ghana

Ma il 10 dicembre c’è stata una risposta concreta del Paese africano le cui autorità, per rappresaglia, hanno negato l’ingresso nel Paese a tre cittadini israeliani appena atterrati all’aeroporto internazionale della capitale. Sono stati espulsi seduta stante e rinviati al mittente. Con tale mossa di ritorsione la controversia diplomatica tra i due governi si è inasprita ulteriormente.

Kotoka, aeroporto internazionale del Ghana

“Il governo del Ghana è stato costretto ad attivare un’adeguata azione di reciprocità, espellendo tre israeliani arrivati oggi in Ghana a seguito del maltrattamento e dell’espulsione ingiustificata di tre ghanesi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Okudzeto Ablakwa.

Israele accusa ambasciata del Ghana

Dal canto suo Israele ha negato di aver preso di mira specificamente cittadini del Ghana. Ha insistito sul fatto che le proprie azioni sarebbero state conformi al diritto internazionale. Tel Aviv ha poi incolpato l’ambasciata ghanese per non aver collaborato adeguatamente durante il processo di espulsione. Vicenda contestata a sua volta da Accra.

Insomma un tira e molla da entrambe le parti. La questione si è risolta a livello diplomatico. E infine il ministro degli Esteri del Ghana ha fatto sapere che Israele si è scusato ufficialmente per quanto accaduto.

Critiche per genocidio

Non è chiaro cosa ci sia davvero dietro tutta questa storia, prima o poi si saprà. Tuttavia lo Stato ebraico è sempre più criticato da molti Paesi del continente africano per le “azioni punitive” nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Eppure il Ghana è sempre rimasto abbastanza neutrale per quanto riguarda la guerra in Medioriente. Al contrario del Sudafrica, che, insieme a una coalizione di Stati ha portato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja con l’accusa di genocidio. Solo pochi giorni fa Pretoria ha dichiarato l’ambasciatore israeliano accreditato nel Paese come persona non grata. Secondo il ministero degli Esteri avrebbe “insultato” il presidente, Cyril Ramaphosa, e violato ripetutamente le norme diplomatiche.

Relazioni con Israele dal 1958

Va poi ricordato che il Ghana è stato il primo Paese africano a aver stabilito relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico nel lontano 1958, anno nel quale l’allora ministro degli Esteri israeliano, Golda Meir si era recata in visita ufficiale a Accra, ed era stata ricevuta dal presidente ghanese dell’epoca, Kwame Nkrumah.

Qui il video della visita di Golda Mair in Ghana
https://jfc.org.il/en/news_journal/58303-2/93341-2/

Golda Meir, l’allora ministro degli Esteri israeliano e, Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente

Dietro richiesta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi Unione Africana), i rapporti con Israele sono stati interrotti nel 1973 a causa della guerra Yom Kippur. Ma già nel 1996 il Ghana aveva riaperto la sua rappresentanza diplomatica a Tel Aviv, mentre Israele nel 2011 a Accra

Grazie alla riapertura delle missioni diplomatiche, la cooperazione tra i due Paesi è notevolmente aumentata.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Villaggio nigeriano rifiuta conversione alla jihad: i terroristi ammazzano 200 residenti

Francesco Casillo

Speciale per Africa ExPress
Francesco Casillo
Lagos, 8 febbraio 2026

Woro è un piccolo villaggio nello Stato di Kwara, nel nord ovest della Nigeria. Ad inizio anno un gruppo auto presentatori come religioso si è palesato chiedendo accoglienza.

L’8 gennaio qualcuno ha spedito una lettera al capo della comunità, Saliu Tanko, con la richiesta di poter promuovere all’interno della comunità la separazione dal governo nigeriano e l’affiliazione alla loro organizzazione.

Terroristi uccidono oltre 200 residenti in un villaggio in Nigeria

Autorizzazione negata. Ovviamente il capo della comunità ha avvertito subito le autorità e disposto controlli sul perimetro del villaggio. “Il giorno dell’appuntamento – racconta un membro dello staff del municipio locale – avevamo predisposto agenti e forze armate per arrestare i banditi ed interrogarli sul motivo dei loro sermoni sediziosi”.

Si ignorava che il capo dei predicatori era Abubakar Saidu, detto Sadiku, luogotenente del defunto capo di Boko Haram, Abubakar Shekau, più noto con il nome di battaglia di Darul Tawheed.

Dopo il ridimensionamento di Boko Haram nell’est della Nigeria, Sadiku aveva viaggiato in Niger e da lì aveva messo su un suo gruppo indipendente ed era rientrato in Nigeria, nascondendosi nella riserva naturale dello Stato di Kwara.

Gli uomini di Sadiku nel frattempo avevano pagato diversi ragazzi di strada per farsi dare le informazioni su tutte le milizie presenti nel villaggio. Avevano quindi piazzato degli esplosivi sulle strade di ingresso al villaggio.

Dopodiché, il 3 febbraio, verso le 5 del mattino, sono entrati in azione. Centinaia di uomini a bordo di motociclette e armati di Ak-47 hanno fatto irruzione nell’abitato sparando all’impazzata e a vista e bruciando case.

“C’erano degli informatori tra di noi – ha dichiarato Abubabar Abdullahi Daniadi, capo del municipio locale -. I nostri vigilanti hanno provato a respingere gli intrusi, ma i banditi erano meglio equipaggiati, così i nostri uomini sono stati sopraffatti e molti di essi bruciati vivi”.

La casa del capo villaggio è stata rasa al suolo. Quando è arrivato in cielo un elicottero dell’esercito i terroristi gli abitanti del villaggio sono stati fatti inginocchiare e trucidati a sangue freddo sul posto. Dopo il massacro gli assassini si sono allontanati potando via donne e bambini.

Il giorno dopo i sopravvissuti si sono recati in moschea per pregare i terroristi sono tornati e hanno finito il lavoro ammazzando i fedeli radunati nel luogo sacro.

Boko Haram, Nigeria

I morti, quasi tutti musulmani, sono oltre 200. “I miliziani erano vestiti come soldati – racconta un  commerciante scappato al massacro – avevano tutto l’equipaggiamento militare e c’era anche una donna con l’hijab che portava le munizioni. Non abbiamo sospettato nulla finché non abbiamo sentito gli spari”.

Un ragazzino sopravvissuto racconta che tra i bambini rapiti c’è la sua sorellina di 7 anni che soffre di una malattia cronica, “non so se riuscirà a sopravvivere”, ha singhiozzato.

Il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha definito l’attacco “vigliacco e barbarico”, ed ha annunciato lo stanziamento di un battaglione nello Stato di Kwara in seguito al massacro della comunità di Woro.

Una misura tardiva che avvalora la convinzione che nonostante l’intervento americano il governo nigeriano non sia in grado di fronteggiare gli attacchi anche quando ci sono tutti i segnali per predisporre un intervento preventivo. Ma non solo: viene sbugiardata anche l’amministrazione Trump secondo cui il bombardamento natalizio americano nello Stato del Kwara è stato giustificato dai massacri contro i cristiani. In Nigeria in numero di musulmani trucidati e/o rapiti nel nord del Paese  (secondo rapporti di secondo organizzazioni come Armed Conflict Location & Event Data Project, Amnesty International e il Global Terrorism Index) è più alto di quello dei cristiani che subiscono le stesse atrocità.

Francesco Casillo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

Olimpiadi invernali Milano-Cortina: in pista corre anche l’Africa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 7 febbraio 2026

È cominciata con un doloroso…fuori pista la discesa della sparuta pattuglia africana alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.

La keniana Sabrina Simader, 26 anni, che a PyeongChan 2018, in Corea, era diventata la prima sciatrice alpina a rappresentarne il Kenya ai Giochi Olimpici della neve e del ghiaccio, all’ultimo momento si è dovuta ritirare per un infortunio.

E così Nairobi, nella sfilata delle 92 nazioni che ieri sera, venerdì 6 febbraio, ha aperto la XXV edizione di queste olimpiadi nel (ribattezzato ma condannato a morte) San Siro Olympic Stadium, ha avuto un solo esponente: il giovanissimo Issa Laborde Gachiringi, che pur avendo solo 18 anni, ha già trascorso buona parte della sua vita con gli sci ai piedi.

Possibile? Un ragazzino nato a cavallo dell’Equatore vuole seguire le orme di Philip Boit, il primo keniano della storia a competere ai Giochi invernali nel 1998?

Non è l’unico interrogativo che ci si pone di fronte alla discesa in…pista di atleti provenienti da latitudini poco inclini ad accogliere la “candida visitatrice “.

Non solo Kilimangiaro

Tanti credono che gli unici manti bianchi nel Continente nero siano le nevi del Kilimangiaro.

E sbagliano. Il Marocco, ad esempio, ha 2 validi impianti sciistici: Oukaimeden e Michlifen; il Sud Africa ne ha uno importantissimo, il Tiffindel, a 2700 metri, e perfino il Lesotho può esibire l‘Afriski resort, a circa 3000 metri.

Ma altri, giustamente, possono domandarsi: quante piste da sci ci sono in Benin? E in Guinea-Bissau?

E quanti impianti per pattinare, per lo slittino, per lo snowboard affollano le campagne di Nigeria, Eritrea, Kenya, Madagascar dal clima tropicale, subtropicale o equatoriale?

lo sciatore nigeriano Samuel Ikpefan che partecipa alle gare di fondo (Cross-Country Skiing)

Dubbi mal riposti, in verità, perché sarebbe facile replicare: più o meno quanti ne offre Milano alle sue migliaia di cittadini che, sci a piedi, per il ponte di sant’Ambrogio dilagano sulle Alpi italiane, svizzere, francesi.

Eppure, senza impianti invernali di nessun tipo, la gran Milan città di pianura, ha ottenuto di organizzare per la prima volta queste Olimpiadi, sia pure “diffuse”, condivise con Cortina d’Ampezzo, Val di Fiemme e Livigno. (Il capoluogo lombardo può fregiarsi di una sola pista di pattinaggio: quella che viene aperta a Natale per la gioia dei bimbi!)

Chiusa la parentesi, resta il fatto che questa è la seconda volta nella storia delle Olimpiadi invernali che l’Africa è rappresentata da otto Paesi con 13 sciatori, impegnati, nei prossimi giorni, nello sci alpino, di fondo, freestyle e nello skeleton.

Grande rappresentanza sudafricana

La squadra più numerosa è quella sudafricana, la cui presenza tutto sommato, non dovrebbe suscitare stupore e meraviglia. E’ composta da 5 atleti: due adolescenti, il diciassettenne Thomas Weir e la diciottenne Lara Markthaler, entrambi selezionati per lo sci alpino. A loro si uniscono la sciatrice freestyle Malica Malherbe (21), Nicole Burger (31), per lo skeleton e Matthew Smith (35), sci di fondo. Tutti esordienti olimpici.

La biografia di altri atleti rivela invece un… trucco neanche tanto ben nascosto. Prendiamo uno dei due rappresentanti marocchini: Pietro Tranchina.

Nati sulle vette bianche all’estero

E’ nato e cresciuto in Italia, a Susa (Torino) il 5 marzo 2003 da mamma (Saida) marocchina, ma –  come Pietro ha raccontato all’Adnkronos pochi giorni fa – “il Marocco mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con i migliori, di crescere e fare esperienze importanti a livello sportivo. Nella scelta ha inciso anche il rapporto con la mamma. Siamo molto legati e nel suo Paese mi sento a mio agio”.

Il caso più sorprendente però è quello del beninese Nathan Tchibozo, 22 anni, che travolto da insolita passione per le scintillanti vette, si è allenato tra Svezia e Italia pur di non rinunciare al suo sogno bianco.

Nathan è nato a Parigi da genitori del Benin il 15 febbraio 2004, è cresciuto in Francia, dove a soli tre anni ha imparato a sciare, diventando bravissimo nello slalom gigante e nello slalom speciale.

Tanto bravo anche a zigzagare tra una nazionalità e l’altra. Nel 2023, infatti, ha rappresentato il Togo ai Mondiale (primo togolese in assoluto) e alla fine del 2025 ha ottenuto dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale), il cambio di Federazione e di nazionalità, sia pure dopo lunghe procedure e polemiche. E grazie alla testardaggine del padre che è riuscito a far nascere la Federazione sciistica del Benin, uno Stato in cui il monte più malto non raggiunge i 700 metri.

Così nella cerimonia di apertura parallela di Livigno, Nathan, (studente di laurea triennale in Commercio e Marketing sportivo ad Albertville) ha potuto sfilare, ieri sera, come portabandiera, col vessillo giallo verde e rosso del debuttante Benin.

Chi si è fatta le ossa nelle Alpi francesi è anche Mialitiana “Mail” Clerc, 26 anni, del Madagascar, con un passato da inserire nella serie “incredibile ma vero”.

Ecco come lei stessa ha raccontato la sua vita: “Pratico lo sci alpino da quando avevo 3 anni. Sono stata adottata, in un orfanotrofio, all’età di 1 anno da una coppia francese che viveva in Alta Savoia.

I miei genitori hanno iniziato a insegnarmi lo sci alpino fino a quando non ho iniziato a prendere lezioni di sci come tutti gli altri. Quando ero più giovane facevo molte attività diverse: sci alpino, lezioni di danza classica e moderna. Ero anche una violinista e pianista. Poi ho iniziato le gare di sci alpino in diversi club intorno alla mia città. Quando ho compiuto 16 anni, ho colto l’occasione per correre per la Federazione Sciistica del Madagascar”.

Una Federazione sciistica nella quarta isola più grande al mondo dove possono imperversare i cicloni non certo le tempeste di neve!!!! (Comunque freniamo lo stupore: anche Egitto, Algeria e Camerun hanno federazioni sciistiche….).

In malgascio non esiste la parola neve

Per il Madagascar però un po’ di sbalordimento è comprensibile: nella lingua malgascia il dizionario non contiene neppure la parola neve.

L’espressione più vicina sarebbe “ranomandry”, una parola composta che significa acqua che dorme o che sta ferma, e che corrisponde all’italiano ghiaccio.

Neve o ghiaccio, Mialitiana è pronta a diventare la prima atleta africana a competere in ben tre Olimpiadi invernali. E nella  serata di apertura dei giochi ha fatto da alfiere con il collega di sci alpino, Mathieu Gravier, 22 anni, figlio di papà dell’Isere e di madre malgascia.

Anche Mathieu è cresciuto sui pendii innevati della celebre stazione montana de Les Deux Alpes.

Ma torniamo alla sfortunata keniana Sabrina Simader, cui Cortina non sembra portare fortuna, considerato che i mondiali del 2001 cadde e si dovette ritirare.

Sabrina, come raccontò allora ad Africa Express – è originaria di Kilifi, sulla costa turistica del Kenya, ma a 3 anni con la madre e il patrigno austriaco venne in Europa e ben presto inforcò gli sci sulle Alpi austriache.

Ora non ha potuto sventolare il vessillo del Kenya. Al suo posto lo ha fatto il 18enne Issa Laborde Gachiringi, quello che sembrerebbe nato a cavallo dell’Equatore. Sembrerebbe, perché, grattando un po’, (ma neanche tanto) emerge dal cuore delle Alpi francesi, che il suo nome completo è Issa Laborde Gachiringi Dit Pere, è nato da padre transalpino, pattugliatore di piste e madre operatrice di assistenza all’infanzia.

“Lo sci è sempre stata una mia passione – ha scritto Issa nel suo sito issakenyanskier.com/–  e ho iniziato a gareggiare a 5 anni, vincendo la mia prima medaglia quell’anno.

Nel 2024, ho avuto l’onore di essere il primo rappresentante maschile del Kenya alle Olimpiadi. Voglio rappresentare l’Africa e le mie radici keniote nelle competizioni di alto livello. Il mio obiettivo non è solo quello di far conoscere lo sci ai paesi africani, ma anche di condividere la mia storia stimolante, di innalzare la mia bandiera e di mettere in luce la mia passione per lo sci alpino in luoghi dove questo sport è meno conosciuto”.

Sempre sulle Alpi francesi (Annemasse, Alta Savoia) è fiorito il rappresentante nigeriano, Samuel Ikpefan, 33 anni, e sempre grazie a suo padre, che lo ha stimolato. E non ha voluto dimenticare la patria lontana: nel 2019 ha optato per la Nigeria.

Eritreo in Canada

Ma ci sarà qualcuno che ha cominciato in una nazione senza neve, senza montagna, senza alcuna tradizione negli sport invernali? Oppure tutti sono cresciuti fra le dentate e scintillanti vette europee, o in terre ghiacciate, come il Canada? Come il portabandiera dell’Eritrea, Shannon Ogbnqi Abedq, 30 anni.

Le sue radici sono africane da parte dei genitori, ma la nascita è avvenuta nello Stato di Alberta, dove suo padre, ingegnere geologo, si trasferì con un permesso di lavoro. Shannon prese confidenza con la neve a 3 anni e non smise più di sciare. Nel 2011 scelse di gareggiare per l’Eritrea.

Rainbowman

E che dire di Winston Tang, 19 anni, vessillifero dell’esordiente Guinea-Bissau ai Giochi Olimpici (slalom maschile di sci alpino). È nato a Park City, nello Utah, ed è uno snowman arcobaleno: taiwanese-americano-guineano!

È la conferma che non soltanto è importante partecipare (anche se arriverà un giorno la prima medaglia fresca di neve per l’Africa…) ma che lo sport non ha confini.

E che anche le condizioni climatiche dei luoghi di nascita non sono un limite.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

 

 

Break the ICE: è ora di rompere il ghiaccio e conoscere i più famosi agenti del momento, but no selfie please!

Gli agenti federali dell’ICE sono operativi in Italia,
ufficialmente per proteggere i leader politici e gli atleti americani.
Il Washington Post ha pubblicato un bel ritratto che spiega
chi sono e cosa fanno i paramilitari dell’ICE.

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
5 febbraio 2026

ICE is coming to town. E non stiamo parlando del gelo americano che sta bloccando gli Stati Uniti sud-occidentali e che pure contribuirebbe all’atmosfera dei giochi olimpici; né tantomeno del furgoncino dei gelati, con l’inquietante jingle natalizio da carillon scarico, come quelli dei film dell’orrore e quindi proprio perché sono solo film, a suo modo comunque rassicurante.

No. Quelli appena arrivati a Milano per le olimpiadi invernali sono i fantomatici agenti per il controllo dell’immigrazione e delle dogane americani, saliti alla ribalta per i fatti di Minneapolis dove hanno assassinato un paio di persone: gli ICE, appunto. Che però, a dispetto della denominazione, pare che non agiranno affatto, ma si chiuderanno in ufficio a lavorare d’intelligence.

È lecito tuttavia chiedersi in che mise si presenteranno, se si porteranno dietro SUV e passamontagna, anfibi e pistola d’ordinanza. Ci sarebbe da mettersi comodi e guardarli sfilare, magari insieme alle delegazioni olimpiche, il giorno dell’inaugurazione, ma poi si rischierebbe di assistere a un corteo di carnevale.

Ci sarebbe da divertirsi e giocare a riconoscerli, se non si trattasse di una cosa seria. Non la parata di apertura, ma la loro venuta qui in Italia, che un poco, nonostante le raccomandazioni del Viminale (“non li vedrete in strada”), puzza di attacco alla sovranità dello Stato, quello italiano.

Ecco come le infografiche del Washington Post presentano le attività e gli agenti dell’ICE

Come saranno mascherati dunque non lo sapremo, ma sicuro è, come racconta il Washington Post in una interessante quanto allarmante infografica, che quelli che resteranno in America saranno ben equipaggiati per continuare a battere le strade statunitensi in lungo e in largo ancora per un bel po’.

Non bisogna capirci molto di tecnologia per avere un quadro completo degli ultimi, anche se in uso già da diversi mesi, strumenti investigativi in dotazione agli ufficiali dell’ICE. “Armi invisibili”, le chiama il Washington Post, “tecnologia di supporto investigativo” le definisce il Dipartimento di Sicurezza Americano.

Dettagli lessicali che comunque non cambiano il quadro della situazione, all’interno del quale le forze antiimmigrazione hanno decisamente superato i confini consueti, forti dell’appoggio degli uomini del presidente che “hanno rivendicato l’autorità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per monitorare e indagare sulle reti di manifestanti anti-ICE, compresi i cittadini americani ” e autorizzati dal DHS che ha “ampliato significativamente l’ambito operativo per l’uso del riconoscimento facciale, dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie”.

Si tratta di strumenti digitali già adoprati da altre agenzie di controllo e sicurezza americane che però si occupano prevalentemente di terrorismo e reati contro i minori e altri crimini federali.

Le tipologie sono due: controllo e monitoraggio. Applicazioni che a meno di un metro riconoscono i volti e tracciano l’iride. Antenne per la lettura di targhe automobilistiche. Droni che riescono a vedere il colore di una maglietta, ma che pare non mettono a fuoco i volti.

Lo scopo di queste dotazioni è quello di monitorare attività e spostamenti dei sospetti tramite il controllo dei cellulari e dei veicoli. Oltre alla applicazione per il riconoscimento facciale che, insiste il Dipartimento di Sicurezza, eliminerebbe immediatamente le foto non corrispondenti ai profili già schedati, il Washington Post cita altri dispositivi, o meglio, strategie operative tramite le quali gli agenti si appoggiano a apparecchi installati sul territorio per raccogliere dati altrimenti non accessibili.

In sostanza l’ICE si frappone tra l’utente e l’apparecchiatura intercettandone i segnali. È il caso della lettura delle targhe tramite fototrappole che, isolando la cifra identificativa, dispiegano un ventaglio di informazioni che va dalle specifiche tecniche del veicolo ai dettagli di pagamento del parcheggio.

O dei localizzatori telefonici camuffati da antenne cellulari, che disconnettono i dispositivi dalle reti degli operatori commerciali e li attaccano forzatamente a quella di controllo federale. L’operazione consentirebbe solo la locazione GPS delle celle intercettate; per ottenere ulteriori informazioni trattandosi di dati sensibili, l’ICE, sottolinea l’ente gestore, necessita di una autorizzazione dal giudice, a meno che, precisa di contro l’ICE, si tratti di casi di emergenza, quali tutela dell’incolumità pubblica o possibilità di fuga dell’imputato.

Condizioni, come intuibile, facilmente dimostrabili dalle forze federali.

Una autorizzazione è richiesta anche per accedere ai dati di locazione dei telefoni cellulari, rubrica, messaggi, foto, conversazioni, che la Corte Suprema ha dichiarato strettamente personali, ma che gli agenti federali puntualmente aggirano ricorrendo a dei broker. Quello che sconcerta, a parte la esagerata mole di dati ricercati dalla task force, è la modalità poco lineare di accesso a questi ultimi.

Leeor Ben-Peretz, direttore strategico dell’azienda israeliana Cellebrite, mostra la sua tecnologia di hacking telefonico nel 2016. (Jack Guez/AFP/Getty Images)

L’ICE potrebbe dotarsi di apparecchi propri e invece si appoggia a terzi. La scelta è sicuramente legata anche all’aspetto economico. Questo non vuol dire che l’operazione non ha avuto costi rilevanti, ma che si è preferito risparmiare. Il governo federale non ha di fatto acquistato nulla, a parte una nuova batteria di droni in grado di avvistare, su una superficie di 40 metri quadri, gente da più di 12 chilometri di distanza e di individuare una singola persona da circa un chilometro. Per il resto si tratta di licenze e appunto di collaborazione con le autorità locali, spesso impossibilitate a rifiutarsi, proprio in virtù della sbandierata sicurezza nazionale che ha la precedenza su quella locale.

La strategia è però prevalentemente politica. Cercare, esigere, la collaborazione dei singoli stati e città, infatti, sortisce un doppio effetto. Da un lato sottomette i rappresentanti locali, passibili anche loro di denuncia, se non riconoscono la superiorità dell’autorità federale; dall’altro li galvanizza, rendendoli parte integrante dell’intero processo investigativo. La solita storia del bastone e della carota.

A Cortina comunque gli agenti non porteranno né l’uno né l’altra. Né droni, né antenne. Ma, con tutta probabilità, i telefoni cellulari sì. D’altronde sono pur sempre esseri umani questi federali, che scrollano le ultime news, postano foto e aggiornano stati, mettono like, guardano video virali, si divertono a riconoscere quelli generati dall’IA, e in questo dovrebbero essere campioni. La prudenza però non è mai troppa. Io, dovessi capitare in questi giorni da quelle parti, non accetterei selfie dagli sconosciuti.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R