Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 7 novembre 2025
L’ultimo rapporto FAO, Agenzia ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, fa un’analisi allarmante sulla situazione dei terreni agricoli in Africa. Lo studio si chiama “The State of Food and Agriculture 2025: Land Degradation and Food Security” (Lo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura nel 2025: degrado del suolo e sicurezza alimentare).
Presentato lo scorso 3 novembre il rapporto stima che sul nostro pianeta circa 1,7 miliardi di persone vivono in aree con suolo degradato. Le rese agricole sono inferiori di circa il 10 per cento e, purtroppo, la decadenza del terreno agricolo è cosa indotta dall’uomo.
Allarme Africa
Le stime del report 2025 dicono che oltre il 46 per cento dei terreni agricoli africani mostra segni di degradazione moderata o grave. Sahel, Corno d’Africa e nell’Africa meridionale sono le aree maggiormente colpite dall’impoverimento del suolo.
In queste regioni l’erosione, la perdita di materia organica e la salinizzazione stanno riducendo in modo significativo la produttività dei raccolti.
Copertina del report FAO “The State of Food and Agriculture 2025: Land Degradation and Food Security”
Le cause
Sono quattro le cause principali. Secondo lo studio FAO, una delle maggiori è la deforestazione accelerata dovuta alla domanda crescente di legna da ardere e di nuove aree agricole. Un’altra delle cause che impoveriscono il suolo sono la monocoltura e il pascolo eccessivo.
Ci sono poi i cambiamenti climatici, altro fattore importante. Eventi meteorologici estremi come cicloni, alluvioni e siccità, oltre che distruggere i raccolti portano ad erosione del suolo.
Crisi socio-economica
In Africa il degrado del suolo, secondo il rapporto, è una vera e propria crisi socio-economica che impatta direttamente sulla sicurezza alimentare di oltre 300 milioni di persone.
La maggior parte degli agricoltori africani ricava il cibo e denaro dal proprio orto, un appezzamento di terreno di inferiore ai due ettari. La degradazione del suolo per queste famiglie significa rimanere senza cibo e senza reddito da subito, una estrema vulnerabilità economica.
È facile che diventino profughi ambientali che disboscheranno altre aree portando deforestazione e ulteriore impoverimento del suolo.
Il documento FAO evidenzia che in molte zone agricole l’erosione del terreno porta alla perdita di due miliardi di tonnellate di suolo fertile. I sedimenti di questi terreni sterili vanno a finire nei bacini fluviali riducendone la capacità idrica e danneggiando i sistemi di irrigazione.
Desertificazione del suolo
I suggerimenti FAO
L’agenzia ONU afferma che solo il 30 per cento dei Paesi africani ha politiche per la conservazione dei suoli, è quindi indispensabile invertire tendenza. Propone quindi grandi investimenti per rigenerare i suoli in modo naturale con il coinvolgimento delle comunità nella gestione delle risorse.
Suggerisce il rafforzamento dei sistemi agricoli locali e l’accesso ai dati satellitari per il monitoraggio della degradazione. E poi finanziamenti internazionali. Stima almeno 4 miliardi di dollari annui per i prossimi dieci anni.
Sfida critica
“l’Africa si trova di fronte a una sfida critica – sottolinea l’Agenzia ONU -. Senza un’azione urgente, la degradazione del suolo potrebbe compromettere fino al 20 per cento della produzione agricola totale del continente entro il 2040”.
E incoraggia all’azione: il ripristino del 10 per cento delle terre degradate potrebbe fornire cibo aggiuntivo per oltre 60 milioni di persone all’anno. Significa ridurre significativamente la povertà rurale.
Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
7 Novembre 2025
Saranno armate con cannoni italiani le nuove corvette della Marina Militare di Israele. Dopo le anticipazioni di alcune riviste specializzate nel settore della difesa, arriva la conferma ufficiale da parte delle autorità di Tel Aviv.
Lo Stato Maggiore della Marina ha pubblicato alcune slide con il design delle corvette di nuova generazione classe “Reshef”. Le immagini evidenziano come a prua delle imbarcazioni sarà montata una torretta con il cannone OTO Melara Super Rapido da 76 mm, già in dotazione delle corvette della classe “Sa’ar 6” impiegate per bombardare e distruggere il porto di Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Cannone prodotto da Leonardo S.p.A. che sarà installato sulle corvette israeliane Reshef
Questo modello di cannone navale è prodotto dal Gruppo Leonardo SpA negli stabilimenti di La Spezia.
Consegna entro il 2029
La costruzione della prima corvetta della classe “Reshef” ha preso il via a metà febbraio 2025 presso i cantieri navali Israel Shipyards di Haifa. Il primo esemplare dovrebbe essere consegnato entro il 2029.
Il programma del ministero della Difesa israeliano prevede l’acquisizione di cinque unità, con un costo complessivo di 780 milioni di dollari. Le corvette avranno un dislocamento da 1.000 tonnellate, una lunghezza di 77 metri e una larghezza di poco inferiore agli 11 metri.
Corvetta israeliana Reshef
Oltre all’OTO Melara Super Rapido di Leonardo, le nuove corvette saranno armate da un sistema SAM Rafael C-DOME (versione navale del più famoso IRON DOME) con 4 lanciatori verticali, e da una batteria di 8 missili supersonici antinave GABRIEL V. Inoltre saranno montati a bordo anche due puntatori Rafael TYPHOON da 25/30 mm.
I cannoni navali 76/62 Super Rapido sono in grado di sparare fino a 120 colpi al minuto. I sistemi vengono utilizzati per la “difesa” antiaerea e anti-missile e per il bombardamento navale e costiero.
Super Rapido
La prima consegna alla Marina israeliana dei Super Rapido è stata fatta nel settembre 2022 in vista dell’installazione a bordo delle corvette della classe “Sa’ar 6”, acquistate in Germania dalla società ThyssenKrupp Marine Systems.
Circa 440 milioni di dollari
Il trasferimento dei cannoni navali italiani è avvenuto grazie ad un contratto firmato con la holding italiana dal Dipartimento di Stato USA, nell’ambito di una fornitura di armi alle forze armate israeliane da parte di Washington. Il valore della commessa, comprensivo del relativo supporto tecnico è stato di 440 milioni di dollari circa.
“Il Governo di Israele ha richiesto la possibile vendita di tredici cannoni navali da 76mm – riporta una nota dell’Agenzia alla cooperazione alla sicurezza del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America (DSCA), emessa il 28 aprile 2017″.
“Saranno inclusi pure i ricambi di bordo per supportarne l’operatività e la manutenzione preventiva (…) gli ingegneri, i tecnici del Governo USA e della società di contractor edi servizi di supporto logistici; le attività di addestramento del personale predisposto alla manutenzione”.
In un’intervista rilasciata l’8 febbraio 2024 alla rivista Israel Defense, il tenente colonnello Steven in forza alla 3^ flotta della Marina Militare israeliana, nel soffermarsi sui sistemi d’arma a bordo delle corvette impegnate nelle operazioni di guerra contro Gaza ha spiegato che la “maggior parte” di essi “è stata prodotta da industrie israeliane, eccetto i cannoni da 76mm, prodotti invece dall’azienda italiana OTO Melara”.
Un’autorevole conferma, quella dell’ufficiale israeliano, che anche le aziende belliche italiane hanno le mani sporche di sangue del popolo palestinese.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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Speciale Per Africa ExPress Alessandra Fava
Genova, 5 novembre 2025
Il Consiglio statunitense sulle relazioni americo-islamiche CAIR definendo “pulizia etnica” gli attacchi dei fondamentalisti ebrei in Cisgiordania, ha chiesto al presidente Usa Donald Trump di porre nuove sanzioni sui coloni israeliani.
I coloni hanno moltiplicato gli attacchi e raddoppiato le incursioni in occasione della raccolta delle olive: secondo le Nazioni Unite ci sono stati 126 attacchi solo tra il primo e il 27 di ottobre in 70 villaggi, oltre 4 mila piante di olivo vandalizzate e almeno una ventina di palestinesi sono stati feriti dai coloni (dati Ocha/Onu).
Ulivi divelti ad Al Mughayyr vicino a Ramallah
CWRC, la Commissione per la Resistenza al muro e la colonizzazione, un’authority del governo palestinese https://cwrc.ps/index-en.html sommando gli attacchi dei coloni e quelli dell’esercito israeliano nei Territori occupati, sostiene che ci sono stati 2.350 raid solo nell’ultimo mese, per un totale di oltre 38 mila dal 7 ottobre 2023.
I coloni che hanno installato presidi illegali a poche centinaia di metri si fanno sempre più aggressivi con la protezione dei soldati. Molti di questi raid avvengono in area C e nelle campagne mentre le famiglie palestinesi raccolgono le olive dagli alberi nel proprio terreno, terreno del quale non sono in grado di dimostrare le carte di compravendita richieste dallo Stato israeliano.
OCHA, organismo che monitora i territori palestinesi per l’Onu, ha dettagliato da gennaio 2024 alla fine di settembre 2025, 679 attacchi di coloni nella zona di Ramallah, 489 intorno a Hebron, 530 nel distretto di Nablus, 144 a Tubas, 68 a Qalquilya e 58 a Tulkarem. Stiamo parlando solo di attacchi da parte dei coloni nella West Bank.
Fonte Ocha/Onu
Come detto, in molte operazioni interviene l’esercito: lo stesso ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, a settembre ha detto che ai palestinesi deve rimanere solo il 18 per cento della West Bank, ormai ribattezzata Giudea e Samaria. Un esproprio non solo linguistico.
Solo negli ultimi giorni l’esercito ha distrutto con buldozer un allevamento di polli di mille metri quadrati a Umm al-Rihan, vicino a Jenin, con un danno stimato dal proprietario di 130 mila dollari.
Mezzi militari hanno raso al suolo anche un locale agricolo vicino a Betlemme e i coloni hanno assalito altri palestinesi che raccolgono olive nel proprio terreno a Beit Inan (Gerusalemme est).
Tra il 21 e il 27 ottobre sono stati uccisi due ragazzi palestinesi nei governatorati di Nablus e Jenin e un uomo è morto dissanguato il 24 ottobre dopo il raid nel capo di Askar, a Nablus, perché l’ambulanza che andava in suo soccorso è stata bloccata per diversi minuti.
Un altro è stato ucciso mentre cercava di passare un check point a sud di Hebron (si registrano 14 morti da ottobre 2023 che cercavano di entrare a Gerusalemme est o in Israele per lavorare, dato Ocha).
Alla fine di ottobre ci sono stati altri raid anche a Burin e a Ras el Ein, zona Nablus, con vari feriti.
Nel frattempo Israele continua le incursioni in Libano e Siria, di cui raramente si parla in Europa. L’esercito israeliano è entrato il 5 novembre in territorio siriano a Quneitra: il governo di Bagdad ha registrato mille attacchi aerei e 400 invasioni da dicembre scorso a oggi.
Israele da mesi ha occupato illegalmente parte della zona demilitarizzata delle alture del Golan. L’esercito israeliano conduce attacchi anche in territorio libanese nonostante un accordo di cessate il fuoco del novembre 2024.
Il governo idi Tel Aviv ha approvato la costruzione di altre 2 mila abitazioni illegali e a Gaza i morti accertati sono saliti a 68.875 e ci sono oltre 170 mila feriti da ottobre 2023.
Speciale per Africa ExPress Cornelia Toelgyes
4 novembre 2025
Dopo un assedio durato 18 mesi, al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale (Sudan) è ora sotto controllo delle Rapid Support Forces (RSF), capeggiate da Mohamed Dagalo.
I paramilitari hanno messo in fuga una settimana fa la VI divisione dell’esercito sudanese (SAF), la cui base era nella periferia della città. SAF, il cui leader è Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e RFS sono in guerra dall’aprile 2023, conflitto che ha messo in ginocchio l’intero ex protettorato anglo-egiziano.
Bombardamenti indiscriminati
Durante il blocco di al-Fasher, i civili hanno subito fame, uccisioni mirate, violenze sessuali e assalti ai campi per rifugiati. Bombardamenti indiscriminati e attacchi con droni da entrambe le parti – RSF e SAF – hanno inoltre distrutto molti edifici privati e pubblici.
Scuole e gran parte degli ospedali sono chiusi, quelli ancora aperti sono a corto di medicinali e materiale sanitario. In mancanze di garze, ultimamente le strutture mediche hanno dovuto utilizzare zanzariere per tamponare le ferite delle vittime.
Residenti in fuga da al-Fasher, capoluogo del Nord Darfur, in mano alle RSF
Ora che la città è completamente controllata dai ribelli, ex janjaweed, è iniziata una nuova fase di terrore. Atrocità e orrore regnano nel capoluogo: perquisizioni casa per casa, arresti arbitrari ed esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno.
Immagini satellitari analizzate dall’Università di Yale hanno individuato almeno 31 luoghi in cui sono comparsi oggetti compatibili con corpi umani dopo la conquista della città. Secondo stime della Nazioni Unite sarebbero stata ammazzate oltre 1.500 persone non appena RSF hanno cacciati i militari di Khartoum. L’agglomerato urbano era abitato da oltre un milione di persone prima dell’inizio della guerra.
Civili in fuga
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM),stima che almeno 62.000 persone siano fuggite dalla zona di al-Fasher tra il 26 e il 29 ottobre. Domenica sera le Nazioni Unite (ONU) hanno lanciato un nuovo allarme sulle conseguenze umanitarie causate dall’offensiva dei paramilitare che continua a costringere migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
Le testimonianze dei fuggitivi sono a dir poco raccapriccianti, sembrano uscite da un film dell’horror: strade disseminate di cadaveri, famiglie separate dalle terribili violenze e i sopravvissuti sono stati in viaggio per giorni senza cibo né acqua.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha anche confermato che almeno 460 pazienti sono stati uccisi negli attacchi delle RSF alla maternità saudita nel capoluogo del Nord-Darfur.
Segni di torture
Chi ce l’ha fatta a raggiungere i campi per sfollati di Tawila, che distano una settantina di chilometri da al-Fasher, presentava evidenti segni fisici di inimmaginabili sofferenze. Tra questi torture, ferite di arma da fuoco, gravi problemi digestivi causati da mesi di alimentazione a base di cibo destinato al bestiame. La ONG Medici senza Fontiere (MSF) ha anche confermato l’arrivo di molti bimbi affetti da malnutrizione acuta grave.
Affamati, disperati, torturati: sfollati arrivati nel campo di Tawila
Malgrado l’esodo massiccio verso Tawila, gli operatori umanitari aspettavano un afflusso ancora maggiore. Pertanto, Mirjana Spoljaric Egger, presidente del Comitato della Croce Rossa Internazionale, teme che migliaia di persone potrebbero essere ancora intrappolate nel capoluogo del Nord-Darfur, senza accesso a cibo, acqua o assistenza medica.
Pronto attacco
Ma non finisce qui, è già in programma una nuova carneficina. Infatti, Hemetti ha annunciato qualche giorno fa che sta radunando i suoi uomini per un nuovo attacco, volto alla conquista di el-Obeid, capoluogo del Nord-Kordofan.
Gran parte dei paramilitari sono già a Bara, che dista una cinquantina di chilometri dal capoluogo. Attualmente la città è ancora sotto controllo di SAF, ma entrambe le fazioni si stanno preparando a una imminente offensiva massiccia.
Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF
Da mesi le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme che in Sudan si stava consumando la peggiore crisi umanitaria al mondo. Mentre gran parte della Comunità internazionale e dei media internazionali erano impegnati su altri fronti, i sudanesi continuavano a morire in silenzio. E finora tutti negoziati e mediazioni per arrivare a un cessate il fuoco sono approdati in un nulla di fatto.
Mediazione USA
Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato che sono in corso trattative tra RSF e SAF per garantire una tregua umanitaria in Sudan.
Massad Boulos (consuocero del presidente USA, ndr), consigliere senior per l’Africa di Donald Trump ha affermato che in linea di massima entrambe le parti hanno accolto positivamente l’iniziativa di Washington. Boulos ha poi sottolineato che che il raggiungimento di un accordo per una tregua richiede tempo a causa dei “complessi dettagli tecnici, di sicurezza e logistici”, compresi i meccanismi di monitoraggio, follow-up e attuazione.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
2 novembre 2025
Una vera sinfonia africana, del nuovo mondo, verrebbe da dire, citando e storpiando il capolavoro del compositore Antony Dvorak.
E’ stata una giornata memorabile quella di domenica a New York. Una Grande Mela succosissima da gustare dal vivo e in Tv.
In un giorno di sole hanno brillato in modo abbacinante le stelle dell’atletica targata Nairobi nella corsa di 42,195 km più estenuante, ambita e iconica (si dice così) del pianeta Atletica.
Record femminile
Le prime tre classificate non solo sono kenyane (come nel 2024), ma tutte e tre hanno abbassato il record del percorso dopo 22 anni.
Anche nella gara maschile il podio è stato interamente occupato dallo sventolio della bandiera nera-rosso-verde con lo scudo Masai. Non solo: la competizione è stata decisa da una frazione di secondo.
Maratona di New York: primo classificato Benson Kipruto e Alexander Mutiso Munyao, secondo
I primi due runner, Benson Kipruto, 34 anni, e Alexander Mutiso Munyao 29, sono arrivati incollati, spalla a spalla, al traguardo di Central Park con le braccia alzate, separati proprio da tre centesimi di secondo. Con grande sportività, lo sconfitto Mutiso e il vincitore Kipruto che stava per essere beffato sulla fettuccia del traguardo, si sono abbracciati a lungo. Terzo, il loro connazionale Albert Korir, 31 anni, trionfatore al Central Park nel 2021.
Minimo distacco storico
Il distacco fra i primi due è il più basso della storia di questa competizione monstre, affascinante e seguitissima: oltre 55 mila gli iscritti, circa 2400 gli italiani, costo del pettorale 600 euro, incasso per gli organizzatori di quasi 35 milioni di euro, 100 mila dollari ai vincitori più 50 mila di bonus a chi ha stampato il nuovo primato.
Hellen Onsando Obiri, Kenya, conquista il primo premio alla Maratona di New York 2025
In questo caso i 150 mila dollari sono andati a Hellen Onsando Obiri, 35 anni, che ha tagliato il traguardo in 2h19’51” frantumando il tempo di percorrenza che apparteneva alla compatriota Margaret Okayo, oggi 49 anni, (2h22’31”, stabilito nel 2023).
Hellen, che calzava scarpe futuristiche (da oltre 300 euro!) è originaria di Kisii (sud ovest del Kenya), è la quarta di sei fratelli e madre di una bimba, Tania, di 10 anni. A New York aveva dominato anche due anni fa, dopo essersi trasferita, con il marito Tom Nyaundi, a Boulder in Colorado.
La sua carriera è luminosissima: nel 2023 è stata prima anche nella maratona più antica (Boston), dove ha bissato il successo nel 2024, mentre quest’anno è giunta seconda. E pensare che nel 2006 aveva abbandonato lo sport per dedicarsi agli studi.
“È una sensazione fantastica… Sono così felice di aver battuto il record del percorso – ha commentato Obiri in Tv – A 1 km dal traguardo sentivo che stavo bene, mi sentivo forte. Si vede che ho ancora qualcosa da dare.”
Regine dell’atletica
Alle sue spalle sono rimaste altre due personalità gigantesche dell’atletica africana, altre due regine di New York: la vincitrice del 2022, “l’infermiera” Sharon Lokedi, 31 anni, (allora al debutto nella Grande Mela) staccata nell’ultimo chilometro. Sharon che una decina d’anni vive negli States, è stata reclutata all’università di Kansas, dove si è specializzata in infermieristica.
La terza classificata, domenica, è stata la campionessa in carica Sheila Chepkirui, 34 anni, soldatessa nell’esercito del Kenya, che è stata in testa per quasi 40 km, ma alla fine è scoppiata!
Scarpette avveniristiche
Il trionfatore (per un pelo) della corsa maschile, Benson Kipruto (anche lui con scarpe avveniristiche da 500 euro il paio), ha di che essere soddisfatto. Non solo per i 100 mila dollari di premio, ha corso la gara di New York per la prima volta (ha concluso in 2h:08’40”). “Sapevo che Mutiso mi tallonava – ha ammesso Kipruto, che ha vinto anche le maratone di Boston, Chicago e Tokyo. Lo sentivo molto vicino e stavo molto attento perché so che Mutiso è un ragazzo forte”.
E con quella di New York si conclude la stagione delle grandi maratone: Tokio, Boston, Londra, Berlino, Berlino, Chicago, Sidney. Una sola ombra su questa parata di stelle africane nel firmamento americano: l’assenza della maratoneta più veloce del mondo, la keniana Ruth Chepngetich, 31 anni. Il mese scorso è stata squalificata per tre anni: doping.
OBITUARY
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 2 novembre 2025
Il 26 ottobre scorso, stroncato da una lunga malattia, ci ha lasciato a 84 anni, Marcello Ricoveri. Marcello, che viveva a Windhoek, aveva speso gran parte della sua vita in Africa. Era stato ambasciatore d’Italia ad Addis Abeba, Kampala (accreditato anche in Ruanda e Burundi) e Abuja (accreditato anche in Benin).
Precedentemente era stato primo consigliere dell’ambasciata in Sudafrica, a Pretoria, capo dell’ufficio est Africa e Corno d’Africa e poi Capo ufficio Africa Australe nella Direzione generale della Cooperazione alla Farnesina.
Una volta in pensione si era ritirato nella sua amata Namibia, dove ha trascorso gli ultimi anni con la sua compagna di una vita, Maria Cristina, che l’aveva seguito nel suo lungo percorso nel continente.
Le dune nella splendida Skeleton Coast nella Namibia che Marcello Ricoveri amava tanto
L’ho incontrato spesso nelle capitali dov’era capo missione e mi intratteneva spiegandomi la situazione politica, gli intrighi, gli interessi e le interferenze dei Paesi stranieri.
L’ultima volta ci siamo visti qualche anno fa nella sua casa di Windhoek, dove mi aveva raccontato il suo entusiasmante incontro con Nelson Mandela.
Marcello collaborava spesso con Africa ExPress con le sue analisi su quanto accadeva nell’Africa australe e su come la politica mondiale non si curasse affatto delle condizioni delle popolazioni più disagiate e ai margini del pianeta.
Con il suo lavoro da intellettuale, non solo da diplomatico, aveva contribuito allo sviluppo e alla crescita del continente.
Nella Skeleton Coast si incontrano spesso le ossa di animali morti di fame e di sete
Era un uomo gentile nei modi, cordiale nelle relazioni e leale nei comportamenti, anche se mal sopportava le invasioni di campo, specie quando danneggiavano il suo Paese, l’Italia che guardava con amore ma anche con spirito critico.
Aveva infatti lasciato la carriera diplomatica all’apice del successo (da ambasciatore nell’importante sede in Nigeria) con una lettera di dimissioni un po’ polemica, ma che tratteggiava la statura morale del suo carattere, in cui diceva in sostanza: “Me ne vado con rammarico, ma qui a Lagos che ci sto a fare? Il vero ambasciatore è il capo dell’ENI, non l’ufficiale rappresentante dell’Italia”.
A Maria Cristina le più sentite condoglianze dalla famiglia di Africa ExPress.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 1° novembre 2025
Violenze, arresti, sparizioni, morti (pare almeno 700) e feriti hanno segnato le elezioni presidenziali che si sono tenute mercoledì scorso in Tanzania e che hanno visto la presidente uscente sessantacinquenne Samia Suluhu Hassan riconfermata con 31,9 milioni di voti pari al 97,66 per cento.
Dal giorno delle elezioni le autorità hanno imposto il coprifuoco a livello nazionale e limitato l’accesso a Internet. Molti voli internazionali sono stati cancellati e le operazioni al porto di Dar es Salaam, hub per le importazioni di carburante e le esportazioni di metalli estratti nella regione, sono state interrotte.
Si ribadisce azzeccatissimo e attuale l’adagio dell’allora presidente del Gabon, Omar Bongo Ondimba, presidente/dittatore per 42 anni (dal 1967 al 2009). Durante un’intervista a Libreville, la capitale del Paese alla richiesta di sapere se la sua sopravvivenza politica fosse dovuta a trucchi utilizzati durante le elezioni, rivelò candidamente: “I brogli si fanno prima, non nelle urne”.
La presidente tanzaniana Samia Suluhu Hassan
Infatti, per escludere il suo oppositore dalla competizione elettorale, Bongo Ondimba aveva chiuso l’aeroporto e gli aveva così impedito di arrivare in tempo a registrarsi come candidato alla presidenza.
Repressione cominciata in aprile
Così, Samia Suluhu Hassan dall’aprile scorso ha cominciato ad arrestare i suoi oppositori e ha fatto escludere dalla competizione elettorale già fissata per il 29 ottobre, Chadema, il principale e storico partito di opposizione.
Il motivo è semplice, non aveva sottoscritto un codice di condotta entro le scadenza stabilita. Tutto regolare e democratico dunque, ma solo formalmente. Un “Metodo Bongo” affinato ma altrettanto efficace che si può definire “Metodo Samia”.
Ovviamente la decisione ha infiammato ancora di più gli animi già tesi dopo l’arresto del leader di Chadema e candidato in pectore dell’opposizione, il popolarissimo Tundu Lissu, accusato di tradimento. Imputazione che prevede la pena di morte.
Tutto pianificato
Tutto è stato pianificato per garantire la vittoria del Chama Cha Mapinduzi (CCM, il partito al potere) e della presidente Samia Suluhu Hassan, attraverso frodi, come in passato.
Tutta la settimana la Tanzania è stata scossa da violente proteste di piazza. I manifestanti hanno strappato gli striscioni di Samia Suluhu Hassan e dato fuoco a edifici governativi, mentre la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco.
Proteste e manifestazioni in Tanzania
“I morti – secondo fonti dell’opposizione contattate da Africa ExPress – potrebbero arrivare a quota 700. I militari che sono venuti in aiuto del presidente tanzaniano per uccidere i manifestanti non sono membri dell’esercito tanzaniano, ma di quello ugandese. Non si tratterebbe di mercenari nel senso tradizionale del termine, ma – continua l’opposizione – la Tanzania ha pagato l’Uganda per ottenere l’aiuto di alcune unità del suo esercito”.
Secondo un portavoce dell’opposizione tanzaniana, sentito dalla BBC, della squadra di teppisti anti-Gen Z, che ha sparato ai passanti da auto senza contrassegni facevano parte militari ugandesi.
Accadde a Nairobi
Qualcosa di molto simile è accaduta a Nairobi il 7 luglio, quando sono stati colpiti a caso alcuni giovani della Gen-Z che protestavano contro il governo.
La forza e la potenza dei dimostranti in Tanzania sta preoccupando gli altri governi dell’Africa orientale, Uganda (dove sono previste elezioni presidenziali il 15 gennaio 2026) e Kenya (10 agosto 2027).
Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente ugandese Yoweri Museveni e capo delle forze di difesa dell’Uganda
Il cinquantunenne generale, Muhoozi Kainerugaba, figlio dell’eterno presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha scritto sul suo account ufficiale X facendo riferimento alle proteste di qualche mese fa in Kenya: “Vedo che il virus keniota si è trasmesso alla Tanzania. Gli ugandesi non dovrebbero prendere spunto dalle idee sciocche dei nostri vicini. La struttura di sicurezza qui è rigida e spietata”.
Monito severo
Le sua osservazioni sembrano essere un severo avvertimento che le autorità di Kampala non tollereranno alcun tentativo di replicare tali movimenti all’interno dei propri confini.
A conferma che le proteste in Tanzania sono particolarmente dure, molti testimoni hanno raccontato di generalizzate irregolarità avvalorate da osservatori indipendenti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno protestato per gli arresti e i rapimenti diffusi di oppositori.
In un discorso tenuto nella capitale amministrativa Dodoma, dopo essere stata certificata come vincitrice, Samia Suluhu Hasan ha affermato che le azioni dei manifestanti non erano “né responsabili né patriottiche”.
“Quando si tratta della sicurezza della Tanzania, non c’è dibattito: dobbiamo utilizzare tutti i mezzi disponibili per garantire che il Paese rimanga tranquillo”, ha affermato.
Anche le Nazioni Unite hanno denunciato il clima di violenza e citando fonti affidabili hanno indicato che almeno 10 persone sono state uccise in tre città.
Segretario generale dell’ONU
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in una dichiarazione del suo portavoce, ha chiesto “un’indagine approfondita e imparziale su tutte le accuse di uso eccessivo della forza” e ha deplorato la perdita di vite umane.
Il governo dal canto suo ha negato il bilancio dei morti fornito dall’opposizione definendolo “estremamente esagerato” e ha respinto le critiche sulla situazione dei diritti umani. Africa ExPress non ha potuto verificare in modo indipendente il numero delle vittime.
Il ministro degli Esteri tanzaniano Mahmoud Thabit Kombo ha negato che i servizi di sicurezza abbiamo usato una forza eccessiva: “Si è trattato solo di pochissimi piccoli episodi causati da elementi criminali”, ha dichiarato indignato.
Secondo la commissione elettorale l’affluenza alle urne ha sfiorato l’87 per cento dei 37,6 milioni di elettori registrati nel Paese, un dato che ha suscitato perplessità tra i critici del governo. Il predecessore di Samia Suluhu, John Magufuli, ha vinto le elezioni del 2020 con soli 12,5 milioni di preferenze, con una partecipazione al voto di 15 milioni di persone.
Bassa affluenza alle urne
Secondo alcuni testimoni sentiti da Africa ExPress l’affluenza alle urne è stata bassa e alcuni seggi elettorali sono stati interrotti dalle proteste.
Nel 2021 Samia Suluhu è subentrata a John Magafuli, ex professore di chimica, feroce negazionista della pandemia da coronavirus, morto ufficialmente per problemi al cuore, ma probabilmente di covid-19.
All’inizio del suo mandato aveva allentato la repressione del governo, ma più recentemente aveva ristretto le maglie e usato il pugno di ferro della repressione: sparizione degli oppositori, chiusura dei giornali e limitazione delle libertà democratiche.
L’anno scorso ha dichiarato di aver ordinato un’indagine sulle segnalazioni di rapimenti, ma i risultati ufficiali non sono mai stati resi noti.
Il quotidiano israeliano Shacharit l’8 ottobre scorso ha pubblicato un articolo che riprende un’indagine del giornale arabo Asharq Al-Awsat secondo cui l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non era stato pianificato con l’Iran. Teheran aveva un vago sentore ma è stato colto di sorpresa.
Pubblichiamo questa inchiesta non perché la condividiamo ma per sottolineare come ci sia una grande confusione e come notizie vere si intreccino con quelle infondate o addirittura false.
Insomma la propaganda pesantemente in azione rende assai difficile la ricerca della verità.
“Svelato il piano di Hezbollah e Hamas per distruggere Israele. Due anni dopo il sanguinoso attacco terroristico nella Striscia di Gaza – scrive Shacharit – è stata pubblicata dal quotidiano arabo Asharq Al-Awsat un’indagine completa che rivela come è nata l’idea dell’attacco, chi l’ha sostenuta e perché la leadership di Gaza ha deciso di agire da sola, anche in contrasto con la posizione dell’Iran e di Hezbollah”.
Miliziani di Hezbollah in addestramento in Libano
Secondo il rapporto, la pianificazione è iniziata nel 2021, poco dopo l’Operazione Guardiano dei Muri. Fonti ufficiali di Hamas e del Libano hanno riferito al giornale che mentre il piano era in corso, alti funzionari di Hamas e Hezbollah hanno iniziato a esaminare la possibilità di un'”operazione su larga scala”.
L’idea era semplice ma radicale: un’invasione simultanea di Israele da Gaza, Libano e Siria, con l’obiettivo di conquistare grandi città come Tel Aviv, Haifa, Ashkelon e Gerusalemme, e costringere Israele a ritirarsi completamente dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est.
In queste discussioni, la parte libanese ha identificato obiettivi israeliani vitali che avrebbero potuto essere completamente paralizzati fin dal primo giorno dell’attacco. Secondo il rapporto, questi obiettivi includevano “tutte le 12 centrali elettriche e idriche israeliane”, “l’unico aeroporto internazionale (Ben Gurion)”, “un’autostrada che attraversa Israele collegando il nord, il centro e il sud”, “i porti di Haifa, Ashdod ed Eilat” e “complessi governativi (sede della Knesset, uffici governativi e ministeri)”.
I leader di Hezbollah affermavano che “Israele non avrebbe osato bombardare obiettivi civili a Gaza, Beirut o Damasco, per evitare uno scenario in cui lo Stato Ebraico sarebbe affondato”. Nel buio più totale, senza acqua, terra, mare, aria o porti, durante gli incontri tra i rappresentanti dell'”asse della resistenza” (Iran, Hezbollah, Hamas e funzionari iracheni), vengono presentati scenari per una possibile risposta israeliana, tra cui massicci bombardamenti su Gaza, Beirut e Damasco.
Secondo un rapporto, Hezbollah si vantava di poter paralizzare Israele con missili di precisione e droni suicidi, che avrebbero danneggiato le infrastrutture elettriche, idriche e di trasporto. Tra il 2021 e il 2023, l’Iran ha quasi raddoppiato il suo sostegno finanziario all’ala militare di Hamas per consentire all’organizzazione di “prepararsi alla grande battaglia”.
Parata di militanti di hezbollah
Saleh al-Arouri, allora vice di Ismail Haniyeh, presentò le prime idee per un attacco su vasta scala al consiglio di Hamas, ma a suo dire non furono prese decisioni definitive. Al-Arouri, eliminato nel gennaio 2024 a Beirut, si è mosso per una cooperazione con Hezbollah e Iran, ma la leadership di Gaza – capeggiata da Yahya Sinwar e Muhammad Daif – si è sentita in dovere di “guidare il processo da sola”.
Secondo Asharq Al-Awsat, Sinwar e Daif hanno deciso di lanciare un attacco senza un previo coordinamento con Teheran o Beirut. La decisione, si legge, è nata da un senso di sospetto nei confronti dell’Iran, che ritenevano potesse ritardare o impedire il processo per ragioni regionali. “Sono i palestinesi ad avere un interesse, e devono iniziare l’attacco da soli”, ha dichiarato una delle fonti ai ricercatori del quotidiano.
“Quando Hezbollah e Iran vedranno i risultati sul campo, si uniranno”. Sempre in base al rapporto, l’Iran è rimasto completamente sorpreso dalla tempistica del 7 ottobre e ha persino espresso riserve a posteriori.
Alti funzionari di Teheran hanno affermato che la decisione è stata presa “troppo presto”, quando l’asse non era pronto per uno scontro diretto con Israele e Stati Uniti.
L’allora segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, scelse un approccio di “sostegno e distrazione”: ordinò un fuoco limitato contro posizioni nel nord di Israele per creare un senso di pressione, ma non scatenò una guerra totale.
Secondo il quotidiano, Israele approfittò di questa riluttanza per colpire duramente Libano e Iran, al punto da eliminare lo stesso Nasrallah e il suo successore Hussein Safi al-Din con attacchi mirati.
Nel giugno di quest’anno, il giornalista Ben Caspit ha rivelato un documento drammatico: una lettera inviata da Hamas a Nasrallah e Saeed Izadi, comandante del “Corpo di Palestina” delle Guardie Rivoluzionarie.
Nella lettera, i tre leader di Hamas – Yahya Sinwar, Muhammad Deif e Marwan Issa – si scusarono per non aver informato in anticipo i loro partner della tempistica dell’attacco. La decisione fu presa per timore che Israele avrebbe scoperto il piano se troppe parti ne fossero state a conoscenza.
Secondo fonti arabe, a partire dall’ottobre 2023 la leadership politica di Hamas ha adottato una linea completamente diversa. Sta infatti cercando di promuovere un accordo politico per porre fine ai combattimenti, che includerebbe un graduale ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza e la piena riabilitazione in cambio di flessibilità su questioni come il ritorno degli ostaggi e la smobilitazione parziale.
Mentre altre fonti palestinesi riportano che Hamas è pronta in linea di principio a tornare al potere congiuntamente con l’Autorità Nazionale Palestinese e a discutere il futuro delle sue armi “per consenso nazionale”.
Tuttavia, secondoAsharq Al-Awsat, lo stesso Sinwar continua a dichiarare che il movimento “combatterà fino all’ultimo fucile e all’ultimo combattente” se non si raggiungerà un accordo alle sue condizioni”.
(quotidiano israeliano “Shacharit” 8 ottobre 2025)
Paul Biya ce l’ha fatta anche stavolta. Un déjà vu per l’ottava volta. Il Consiglio costituzionale del Camerun lo ha proclamato presidente con il 53,66 per cento delle preferenze. Il maggior leader all’opposizione, Issa Tchiroma Bakary, si è fermato al 31,3 per cento, scrutinio ovviamente contestato dall’oppositore.
Paul Biya, l’eterno presidente del Camerun
Il 92enne, il leader più anziano al mondo, è alla guida del Paese dal 1982 e non ha mai perso nessuna elezione.
Oppositore reclama vittoria
Ma l’ennesima rielezione di Biya non è stata accolta di buon grado nel suo Paese. Il 78enne Tchiroma, arrivato secondo alla tornata elettorale è furioso. Già ben prima dei risultati ufficiali si era autoproclamato vincitore, e, benché fosse stato vietato dal governo, ha continuato a pubblicare i risultati di diversi seggi elettorali per giustificare la propria vittoria.
Fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe mai immaginato che Tchiroma avrebbe girato le spalle a Biya, in quanto era ministro del Lavoro e della Formazione Professionale e considerato molto vicino al presidente. Ha lasciato il ministero solamente a giugno per candidarsi alle presidenziali.
FSNC segnala brogli elettorali
Il partito di Tchiroma Bakary,Front pour le Salut National du Cameroun (FSNC) contesta i risultati e urla a brogli elettorali. Secondo FSNC i verbali delle regioni EST e Sud-Ovest presenterebbero delle irregolarità.
Idriss Tchiroma Bakary, arrivato secondo alle presidenziali, contesta vittoria di Paul Biya
Il rappresentante di Tchiroma, ha sostenuto che l’affluenza alle urne sarebbe stata molto alta in queste regioni rispetto alle altre. Tuttavia, il divario di voti a favore di Rassemblement Démocratique du Peuple Camerounais (RDPC), il partito di Paul Biya, sarebbe piuttosto significativo. Ed è ciò che ha portato il FSNC a parlare di irregolarità e frodi. Ovviamente la Commissione nazionale nega qualsiasi irregolarità.
Manifestazioni: morti e arresti
Dopo la proclamazione della vittoria di Biya, in alcune città, come a Garoua (provincia del Nord), roccaforte di Tchiroma Bekary, ma soprattutto a Douala (capitale economica del Paese, sul Golfo di Guinea) manifestanti sono scesi nelle strade e nelle piazze per contestare la sua rielezione. Repressione a tutto campo delle forze dell’ordine: parecchi morti e centinaia di giovani sono stati arrestati.
Proteste in Camerun: morti, feriti, arresti e danni materiali a beni pubblici e privati
Martedì Paul Atanga Nji, ministro dell’Amministrazione territoriale durante una conferenza stampa ha dichiarato: “Le manifestazioni illegali hanno causato la perdita di vite umane e la distruzione di beni pubblici e privati”. E ha poi aggiunto che Tchiroma Bakary sarà processato per aver dichiarato unilateralmente la sua vittoria alle elezioni ben prima dei risultati ufficiali e per aver organizzato manifestazioni “illegali” che hanno causato perdite di vite umane.
ONU e UE appello alla moderazione
Intanto le Nazioni Unite, l’Unione Europea e alcune ONG come Human Rights Watch e International Crisis Group hanno lanciato appelli alla moderazione, alla liberazione delle persone arrestate e al dialogo per evitare l’aggravarsi della situazione.
L’economia del Paese è in stallo. Molte imprese sono chiuse da lunedì scorso e anche gran parte dei mezzi di trasporto sono fermi, soprattutto quelli con sede nel nord del Paese perchè temono di mettersi in viaggio per problemi di sicurezza.
Speciale per Africa ExPress Valentina Vergani Gavoni
28 ottobre 2025
La storia del continente africano insegna. Il colonialismo, le conseguenze post-coloniali e il processo che ha portato alla fine dell’apartheid in Sudafrica diventano uno specchio che riflette quello che sta accadendo in Medio Oriente.
La memoria è importante, non solo per l’Occidente. E gli insegnamenti dei grandi leader africani, come Nelson Mandela, sono indispensabili per ricordare al mondo che gli oppressi possono vincere contro i loro oppressori.
È stato infatti proprio il Sudafrica a presentare un’istanza formale alla Corte Internazionale di giustizia contro Israele il 29 dicembre 2023.
Ogni anno la Nelson Mandela Foundation organizza vere e proprie lezioni. E invita persone di spicco a guidare il dibattito su questioni sociali significative. Un ciclo di conferenze per non dimenticare che oggi, come ieri, la cooperazione è fondamentale per far valere il diritto internazionale.
In occasione della 23ª Nelson Mandela Annual Lecture in Sudafrica, il 23 ottobre scorso la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati ha spiegato come il colonialismo sia strutturato all’interno del sistema economico capitalista.
Il rapporto di Francesca Albanese individua le aziende, le università, gli istituti e le banche che contribuiscono materialmente alla depredazione della terra palestinese.
Nonostante le sanzioni punitive emesse dagli Stati Uniti, la relatrice italiana è stata accolta come una degna rappresentante dei popoli oppressi.
“L’Occidente è una minoranza rispetto a tutto il resto del mondo”, ha affermato la giurista durante la conferenza del 25 ottobre 2025.
E durante la lezione del 27 ottobre 2025, focalizzata sul ruolo delle Università nella Lotta per la liberazione, ha annunciato la presentazione di un nuovo report che accusa gli Stati complici di collaborazionismo.
“In un’era di spese militari senza precedenti, l’aumento globale dei conflitti armati dimostra sempre più i legami tra affari, guerra e violazioni dei diritti umani – dichiara in un documento la Nelson Mandela Foundation e continua – il rapporto Dall’economia dell’Occupazione all’economia del Genocidio individua decine di aziende nei settori della difesa, della tecnologia, della finanza e delle costruzioni legate alle operazioni in Israele e nei territori palestinesi occupati, che traggono profitto dalla distruzione mentre le persone perdono case, vite e mezzi di sussistenza”.
La rivoluzione economica
La sfida “per questa generazione è rompere questi cicli e costruire economie che funzionino per la giustizia e la pace”, commenta l’organizzazione. L’obiettivo della lezione è quindi creare una piattaforma per analizzare la funzione del sistema capitalista nelle politiche coloniali ed “esaminare le domande sul tipo di economie che dovremmo costruire e sul ruolo delle imprese”.
L’esigenza di creare nuove economie deve però fondare le sue radici “nella giustizia, nella sostenibilità e nella dignità umana, e in cui innovazione e impresa contribuiscono alla pace anziché perpetuare la violenza”, sostengono gli eredi di Nelson Mandela.
“Migliorare la pace e la cooperazione globale”, queste sono le basi per costruire un sistema alternativo a quello dominante, promosse dai Paesi del Sud del mondo.
I nuovi leader africani
Una strategia già messa in atto anche dal primo ministro senegalese Ousmane Sonko che, lo scorso 13 settembre 2025, a Monza, ha presento il Piano di Ripresa Economica e Sociale (PRES) ai membri della diaspora senegalese in Europa.
Il PRES si basa su tre questioni principali: la sovranità economica, l’equità sociale e la razionalizzazione della spesa pubblica. Per farlo, il primo ministro senegalese punta a costruire una rete con partner economici internazionali.
La voglia di rivalsa nei confronti di quella parte del mondo che ha sempre perpetuato il suo dominio con la violenza, gli abusi e l’umiliazione è tanta. E leader politici come il presidente del Burkina Faso Ibrahim Traoré stanno diventando esempi da seguire ed emulare per i giovani africani della diaspora.
“L’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo” diceva Nelson Mandela. E “le istituzioni educative, in particolare le università, svolgono un ruolo fondamentale nel promuovere il pensiero critico, la consapevolezza politica e il dialogo pubblico.
Sempre più spesso, studenti e accademici interrogano il modo in cui queste istituzioni sono connesse e implicate nei più ampi sistemi politici e sociali, inclusi quelli relativi al contesto palestinese-israeliano”, dichiara la fondazione che ha ospitato Francesca Albanese.
Per la Nelson Mandela Foundation la funzione delle università nella liberazione è essenziale “per riflettere sul ruolo in evoluzione del mondo accademico nell’impegnarsi per la giustizia, i diritti umani e la solidarietà internazionale”.
“Dobbiamo capire che questo sistema (economico) in Israele appare come un’apartheid globale. È transnazionale e gli Stati complici si proteggono a vicenda”, spiega la relatrice italiana delle Nazioni Unite.
Studiare il post-colonialismo
Il progetto di ripartizione economica e amministrativa della Striscia di Gaza, definito “Piano di Pace” dal presidente USA, presenta lo stesso programma di investimenti imprenditoriali della futura “Riviera di Gaza”. Un modello post-coloniale già esportato in precedenza.
La pressione mediatica ha solo costretto Trump e Netanyahu a cambiare metodo. L’annessione totale di Gaza e West Bank avrebbe innescato un cortocircuito ai danni della narrazione liberale democratica occidentale. E’ stato quindi necessario cambiare il punto di vista della storia.
Se fino al 7 ottobre 2025 Israele era accusato di genocidio, dalla notte dell’8 ottobre 2025 oltre 200mila vittime – tra morti, feriti e dispersi secondo l’ex capo di Stato maggiore dell’IDF Herzi Halevi, senza contare i 75 anni di colonizzazione precedenti – non compaiono più negli articoli giornalistici e nelle dichiarazioni politiche.
Si parla solo di pace. E nessuno può mettere in discussione i benefici procurati a qualcuno dai crimini commessi in questi due anni.
L’accusa di genocidio potrebbe non trasformarsi mai in una condanna. Se così fosse, non verranno mai arrestati i colpevoli. E Israele, supportato dagli Stati Uniti, continuerà a costruire colonie nei Territori occupati mentre a Gaza sorgerà la nuova “Dubai” palestinese.
Oggi come ieri: la memoria si dimentica
Il lavoro svolto da giuristi e figure istituzionali come Francesca Albanese, potrebbe non avere alcun effetto pratico. E il ruolo delle organizzazioni internazionali – create per tutelare il rispetto delle leggi – rischierebbe di perdere autorevolezza e valore giuridico.
Già nel 2022 Amnesty International – in un rapporto di 278 pagine – aveva denunciato il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese. Ha svolto ricerche e analisi tra luglio 2017 e novembre 2021. E preso in esame i documenti ufficiali e pubblici, come gli archivi del parlamento israeliano, i documenti di pianificazione e divisione in zone, le proposte governative di legge finanziaria e le sentenze dei tribunali israeliani.
I casi di studio inclusi nel rapporto sono il frutto di decine di interviste con le comunità palestinesi in Israele e nei Territori occupati della Palestina, realizzate tra febbraio 2020 e luglio 2021.
Nel documento si legge “che le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid”.
Giurisdizione universale
La ONG nel 2022 chiedeva al tribunale penale internazionale di “includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati e a tutti gli Stati di esercitare la giurisdizione universale per portare di fronte alla giustizia i responsabili del crimine di apartheid”.
Israele, però, ha continuato a colonizzare senza tregua nella totale impunità. “Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti”, aveva denunciato Amnesty.
“Le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione.
La storia raccontata dagli USA
La “pace” che ha portato Trump non condanna e non mette fine a un sistema edificato sull’oppressione razzista – istituzionalizzata e prolungata – di milioni di persone, portato alla luce da Amnesty.
Gli accordi firmati a Sharm El Sheikh il 13 ottobre 2025 non prevedono la sospensione di tutte le misure per negare deliberatamente i diritti e le libertà basilari ai palestinesi, Israele quindi continuerà a colonizzare il territorio palestinese. E ad applicare i trasferimenti forzati, la detenzione amministrativa, la tortura e le uccisioni illegali nel totale silenzio calato con l’arrivo della “pace in Medio Oriente”.
Il progetto di ripartizione economica e amministrativa della Striscia di Gaza, presentato da Trump, non esclude nemmeno i metodi repressivi utilizzati dall’IDF. Nel 2018, Amensty International aveva già denunciato come veniva punita qualsiasi volontà di resistere al colonialismo.
“I palestinesi di Gaza avviarono proteste settimanali lungo il confine con Israele per affermare il diritto al ritorno dei rifugiati e chiedere la fine del blocco. Ancora prima che le proteste avessero inizio, alti funzionari israeliani avvisarono che se si fossero avvicinati al confine sarebbe stato aperto il fuoco. Alla fine del 2019, le forze israeliane avevano ucciso 214 civili palestinesi, tra cui 46 minorenni”, si legge nel rapporto dell’organizzazione.
Gaza come West Bank
Non è nemmeno credibile il tentativo di garantire una “nuova casa” ai profughi palestinesi, come si legge nel cosiddetto piano di pace dato che “dalla sua costituzione nel 1948, Israele ha portato avanti politiche per istituire e mantenere una maggioranza demografica ebrea e per massimizzare il controllo sulle terre e sulle risorse a vantaggio degli ebrei israeliani. Nel 1967 Israele ha esteso tali politiche anche alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza”, scrive Amnesty.
La legge israeliana tratta il popolo palestinese come “un gruppo inferiore e separato, definito dal punto di vista razziale dallo status arabo e non ebraico. Questo concetto è stato esplicitato nel 2018 dalla legge costituzionale secondo la quale Israele è lo ‘stato-nazione del popolo ebreo’ e il diritto all’autodeterminazione è esclusiva del popolo ebraico – afferma l’ONG e continua elencando le pratiche di esclusione- Un’amministrazione razzista del suolo pubblico sancita dallo Stato ha escluso i palestinesi dall’affitto, dall’accesso o dal possesso della stragrande maggioranza dei terreni e delle abitazioni pubblici”. Oltre a negare i permessi per costruire e reclamare le loro case.
Questa legge non riconosce nessun’altra identità nazionale, nonostante i e le palestinesi rappresentino il 19 per cento della popolazione in Israele. La legge israeliana stabilisce così una “nazionalità ebraica” superiore e con uno status diverso da quello della cittadinanza, denuncia Amnesty.
Prima del 7 ottobre
“Oggi – riferito al 2022 quando è stato pubblicato il rapporto – tutti i territori controllati da Israele continuano a venire amministrati allo scopo di beneficiare gli ebrei israeliani a scapito dei palestinesi, mentre i rifugiati palestinesi continuano a essere esclusi”, riporta il documento.
Le autorità palestinesi guidate da al-Fatah in Cisgiordania e l’amministrazione di fatto di Hamas nella Striscia di Gaza operano sotto l’occupazione e il controllo militare di Israele. In alcune aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza il controllo palestinese è estremamente limitato, ad esempio dove vi sono insediamenti di coloni o checkpoint che limitano i movimenti.
Tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza restano sotto controllo militare israeliano. Israele mantiene l’effettivo controllo su questi territori e sui palestinesi che vi abitano, sulle loro risorse naturali e, con l’eccezione della piccola frontiera meridionale di Gaza con l’Egitto, i loro confini terrestri e marittimi e il loro spazio aereo, si legge nel testo pubblicato da Amnesty.
Tre anni dopo, e un genocidio che in realtà non ha mai fermato nessuno, il territorio di West Bank è stato quasi colonizzato completamente dai coloni israeliani e quello di Gaza – di fatto – passerà nelle mani degli Stati Uniti.
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