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La guerra all’Iran e le domande ancora senza risposta

Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
8 marzo 2026

Annunciata e preparata da tempo, la guerra di Israele e degli Stati Uniti all’Iran è cominciata. Resta da capire quali saranno gli esiti nel breve e lungo termine.

L’offensiva è iniziata il 28 febbraio scorso, all’indomani dell’ultima sessione dei negoziati tra Iran e Usa presso l’ambasciata dell’Oman a Ginevra, smentendo le affermazioni del ministro degli Esteri omanita che aveva parlato di “progresso sostanziale” nei colloqui: l’Iran aveva infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito.

Bombardamenti in Iran

La speranza era che i negoziati, nonostante le reiterate pressioni israeliane su Trump e l’arrivo delle portaerei USA nel Mediterraneo, compresa la Gerald Ford, la più grande del mondo, ormeggiata nelle acque di Haifa, scongiurassero una guerra che, come aveva chiaramente avvertito l’Iran, avrebbe infiammato il Medio Oriente. E così è stato.

Quello sferrato da Netanyahu e Trump è il secondo attacco in otto mesi, per provocare, così hanno detto, un cambio di regime e far diventare l’Iran un Paese non più ostile e libertario. Hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei, i capi dei Guardiani della Rivoluzione e invitato gli iraniani a rivoltarsi contro il regime degli ayatollah.

Ma nonostante i festeggiamenti dei dissidenti in alcune città iraniane e all’estero per la morte di Khamenei, non c’è un’opposizione strutturata per sostituire l’attuale classe dirigente. Il fallimento dell’export della democrazia in Afghanistan e in Iraq sembra non aver insegnato niente.

Intanto sotto i bombardamenti (di chi?), sono state uccise 165 bambine della scuola elementare di Minab vicina ad una base dei Pasdaran e l’Iran sta colpendo, oltre Israele, le monarchie del Golfo e i Paesi della regione che ospitano le basi Usa.

Israele, superpotenza regionale

Trump è “incondizionatamente” al fianco di Israele, il cui scopo per alcuni non sarebbe solo impedire all’Iran di raggiungere l’arma atomica, che Israele peraltro possiede in quantità. Oltre al cambio di regime per “schiacciare la testa del serpente” del cosiddetto “asse della resistenza” – già indebolito dalle guerre ad Hamas a Gaza, contro Hezbollah nel 2024 e, in Siria, dalla caduta del regime di Bachar el-Assad – si ipotizza che Israele voglia assumere il ruolo di superpotenza regionale.

Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu

Ma cosa avrebbe spinto Trump a questa azione militare? Tra i possibili moventi si evoca anche la necessità di distrarre l’opinione pubblica americana dallo spinoso quanto misterioso dossier degli Epstein files, o il petrolio iraniano (l’Iran è il terzo produttore mondiale) per soffocare la Cina che lo importa.

Elezioni midterm

Resta da capire, in vista delle elezioni di midterm, come risponderà Trump al popolo americano e alla sua base MAGA, delusa dalla sua politica estera sempre meno pacifica, che potrebbe avere dei costi non irrilevanti. Finora le sue dichiarazioni sono state fumose, contraddittorie e a singhiozzo.

All’inizio ha parlato di una dimostrazione di forza, un attacco limitato in caso di fallimento dei negoziati, per spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni sul nucleare e sui nuovi missili balistici capaci, secondo lui, di minacciare anche gli Stati Uniti. E il vicepresidente JD Vance ha assicurato che non c’era alcuna possibilità che un attacco contro l’Iran avrebbe portato ad una guerra prolungata nella regione. Dopodiché Trump è passato all’annuncio di una possibile operazione di terra, in seguito smentita, a quello di una guerra di quattro settimane, aggiungendo che gli Usa hanno capacità per andare oltre. Ma quanto oltre?

Caos dopo attacco

Ad oggi nessuno riesce a immaginare dove porti il caos, creato attaccando l’Iran, di cui parla anche Daniel Levy, analista ed ex negoziatore degli Accordi di Oslo 2, oggi critico delle politiche di Israele, in un intervento in cui fa presente tra l’altro che due potenze nucleari hanno attaccato uno stato che l’atomica non ce l’ha.

Sul Newyorker, Robin Wright ha evidenziato che l’offensiva denominata “Furia epica” negli USA e “Leone ruggente” in Israele, non ha l’appoggio maggioritario del popolo americano, preoccupato in questo momento dai propri guai economici, e solleva parecchi dubbi sulla sua legalità, sia rispetto al diritto internazionale che alla Carta delle Nazioni Unite e alla Costituzione degli USA.

Carta dell’ONU parla chiaro

La Carta dell’ONU stabilisce infatti che i Paesi membri debbano “astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato” (Capitolo I, Art. 2, Comma 4), mentre la Costituzione americana assegna solo al Congresso il potere di dichiarare guerra.

Per gli USA si tratta di un’altra “guerra preventiva”, come lo è stata quella del 2003 in Iraq basata sulla prova rivelatasi falsa del possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, con tanto di provetta esibita dal segretario di stato Colin Powell all’ONU, che stavolta dovrebbe contrastare una minaccia al momento ipotetica, visto che l’Iran non ha, o non ha ancora, l’arma nucleare.

Certo, il regime teocratico e oppressivo degli ayatollah, al potere da 47 anni, ha sempre giurato di distruggere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti, e con loro Israele. Ha attrezzato, nonché foraggiato, quei proxy che dopo il 7 ottobre hanno accerchiato Israele, e oggi, pur indeboliti, vedono Hezbollah riaprire un nuovo versante di guerra in Libano.

Diplomazia estromessa

Sta di fatto che alla diplomazia non è stata data una chance ulteriore né la si è considerata una via privilegiata. Senza copertura ONU e senza legittimazione del Congresso americano, questa guerra dichiarata mentre gli Usa stavano negoziando con l’Iran, come era accaduto del resto a giugno del 2025 bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz e Esfahan, ha sostituito alla trattativa il linguaggio della forza.

L’Iran ha firmato nel 1968 il Trattato di non Proliferazione Nucleare – mai sottoscritto da Israele che invece ha sviluppato un programma nucleare a scopo difensivo – , che prevede l’uso del nucleare solo per usi civili.

Nel 2015, col Joint Comprehensive Plan of Action (J.C.P.O.A) si è impegnato a limitare il suo programma nucleare, in cambio della rimozione delle sanzioni economiche, e ad aprire alle ispezioni dell’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il ritiro di Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, dall’accordo sottoscritto dal presidente Obama e da altri cinque Paesi e le numerose sanzioni economiche dirette contro l’Iran e i suoi partner economici, hanno spinto la Repubblica Islamica a riprendere l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati nel 2015 come leva negoziale, arrivando, secondo le ispezioni dell’AIEA, al 60 per cento. E’ così che tra divergenze e diffidenze reciproche nemmeno le “parole magiche” richieste da Trump e pronunciate dal ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, che l’Iran non avrebbe sviluppato armi nucleari, sono riuscite a fermare i venti di guerra che già soffiavano in maniera irreversibile.

Nuovo ordine mondiale

Ora è guerra aperta e il “nuovo Medio Oriente”, seppure sfocato, comincia ad allungare le sue ombre su un’Europa che si sta muovendo in ordine sparso, mostrando ancora una volta le sue crepe. Dopo l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, l’Iran, il “nuovo ordine mondiale”, pieno di incertezze, è servito.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Karura Forest, polmone verde nel centro di Nairobi minacciata dal cemento

Dal Nostro Inviato Speciale
Annaflavia Merluzzi
Nairobi, 8 marzo 2026

Stridono sempre di più lo sviluppo urbano sfrenato di Nairobi e la conservazione degli ecosistemi interni e circostanti la città.

Se da un lato la crescita cittadina ha visto un aumento significativo, configurando la metropoli come seconda città africana per numero di grattacieli, che l’ha fatta schizzare in alto nella classifica degli hub commerciali e finanziari – per quanto questo riguardi solo i quartieri d’élite e non le aree urbane low income – dall’altro lo sviluppo non regolamentato sta mettendo in pericolo la sostenibilità ecologica di Nairobi.

Allarme idrogeologico

Dopo l’allarme dell’idrogeologa Florence Jerotich Tanui, sul rischio dei collassi nei terreni dove sono stati scavati troppi buchi per la costruzione di edifici, l’associazione Friends of Karura Forest (FKF) mette in guardia dalla deforestazione e sfruttamento dell’area protetta dentro Nairobi.

Karura forest, che si estende per circa 1041 ettari, cresce a partire dall’area settentrionale della capitale, a soli 6 km dal trafficatissimo Central business district, cuore pulsante dell’economia cittadina.

Ospita cascate, oltre 200 specie di alberi autoctoni, quasi 230 specie di uccelli e, grazie al lavoro dell’associazione Friends of Karura Forest, da qualche anno accoglie l’African colobus monkey, un primato in via di estinzione, reintrodotto con successo dagli attivisti tra il 2014 e il 2016, dopo essere precedentemente scomparso dalla foresta, che ne è da sempre habitat naturale.

African Colobus Monkey

Dalla sua fondazione nel 2009 l’associazione, grazie al contributo della co-fondatrice Wangari Maathai nell’approvazione parlamentare dei Forest Acts nel 2005, collabora con il Kenya Forest Service nella gestione dell’area di Karura.

“Siamo sempre stati coinvolti nelle decisioni riguardanti la foresta, ogni proposta presentata veniva discussa nelle sedute del comitato, fino poco tempo fa, quando sono state fatte due scelte senza considerarci”, racconta ad Africa ExPress il professore ambientalista, Karanja Njoroge, ex presidente e membro dell’associazione.

Deforestazione

La prima, e più preoccupante, è la deforestazione di un’area di cui non si conosce ancora l’ampiezza, per costruire alloggi per le nuove reclute del Kenya’s National Youth Service, l’ente statale che fornisce addestramento paramilitare e formazione tecnica ai giovani tra i 18 e i 24 anni.

Cascata all’interno della Karura Forest, Nairobi

“Oltre al fatto che stanno tagliando degli alberi, il problema è che parliamo di ragazzi appena maggiorenni spediti a vivere dentro un’area protetta, senza avere alcuna formazione e conoscenza sulla conservazione”, spiega Njoroge. E ancora: “Siamo molto preoccupati e l’assenza di informazioni e comunicazioni ci sconcerta”.

Nursery alberi

La seconda decisione presa dal Kenya Forest Service, senza consultare l’associazione, riguarda l’allestimento di una nursery per circa due milioni di alberi da trasferire poi in altre aree verdi del paese. “Anche questa ci sembra una mossa rischiosa, il trasporto di questa quantità di esemplari ha un costo ambientale molto alto, quando basterebbe piantare gli alberi direttamente in loco”, spiega poi il professore.

L’approvazione dei Kenya Forest Acts nel 2005, e i successivi decreti implementati nei decenni successivi, aveva segnato un punto di svolta politica fondamentale: il coinvolgimento della società civile, delle associazioni, degli abitanti delle aree protette nei processi decisionali che le riguardano. “Tornare indietro sarebbe un bruttissimo colpo per l’ambientalismo e per i cittadini kenyani”, conclude Njoroge.

Annaflavia Merluzzi
Annaflaviamerluzzi@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Maratona di Tokyo: ottimo inizio stagione per i runner africani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Marzo 2026

In anticipo sulla primavera è sbocciata la stagione delle grandi maratone. La prima ad aprire il circuito delle cosiddette Abbot World Marathon Majors è stata quella di Tokyo, 19a edizione. Il circuito prende il nome dall’azienda multinazionale, leader nel settore della salute, che lo ha ideato nel 2012 e lanciato nel 2013.

Nel Paese del Sol Levante si è ripetuto il dominio africano: al traguardo di Gyoko-dori Avenue, al termine dei 41,195 km snodatisi nei quartieri più significativi della metropoli nipponica (Tokyo Metropolitan Government Building, Nihombashi, Asakusa, Ginza, Hibyia Park, il Palazzo Imperiale..) l’ha spuntata Tadese Takele (80 mila dollari il premio intascato). E’ un giovanissimo etiope, ha solo 23 anni, e per lui è stato il bis dell’anno scorso.

Nuovo trionfo per il giovane etiope

E’ un corridore prodigio. Specialista inizialmente della corsa a ostacoli, è passato alla maratona senza difficoltà. Ha fatto segnare 2:03:24 al suo esordio nel terzo posto a Berlino (2023), è migliorato (2:03:23) nella sua vittoria a Tokyo lo scorso anno e ora, il primo marzo scorso, alla sua quarta maratona, ha battuto per un soffio, allo sprint, col tempo di 2h03’37”, i keniani Geofrey Toroitich Kiptchumba , 26 anni, (50 mila dollari) e Alexander Mutiso, 30 anni, (15 mila dollari). Indicativo del livello tecnico altissimo della gara è il tempo dei due sconfitti: appena 1-2 secondi di distacco dal vincitore!

Oro per l’etiope Tadese Takele

Impossibile  non segnalare anche la strepitosa prestazione del nostro connazionale Iliass Aouani, 30 anni: si è classificato sesto in 2h04’26”.Record italiano di valore mondiale: è il settimo crono più veloce della storia.

E’ la conferma che anche nel 2026 sulle strade di Boston, Berlino, Londra, Chicago, New York e Sydney (le altre sedi delle grandi maratone), assisteremo a sfide oltre i limiti. Sia tra gli uomini sia tra le donne.

Oro per l’intramontabile Brigid

Nella maratona femminile, infatti, l’inossidabile, intramontabile leggenda keniana Brigid Kosgei, 32 anni, si è presa la rivincita sull’Etiopia mettendo in fila ben sei etiopi.

La seconda è stata la molto più giovane Bertukan Welde Sura, 21 anni, (giunta a 2 minuti di distanza), della scuderia dell’italiano Federico Rosa; terza Hawi Feysa, 27 anni, (a 3 minuti). Brigid ha anche stabilito la migliore prestazione femminile su suolo asiatico con 2h14’29. Nel 2014 smise di gareggiare per mettere al mondo i due gemelli Faith e Brian, (presi in cura dal marito Mathew Mitei) e domenica primo marzo a Tokio ha corso il settimo tempo più veloce della storia a livello mondiale femminile e la seconda prestazione della sua carriera.

Per lei è il secondo successo alla maratona nipponica dopo quello nell’edizione del 2021, anno in cui conquistò la medaglia d’argento alle Olimpiadi sempre in terra giapponese.

Sembra che il Sol Levante sia una terra di elezione per i runner di Nairobi. Anche Alexander Mutiso, dopo una medaglia di bronzo nei 3 mila metri ai Mondiali Under 18, ha gareggiato per molti anni nel Paese asiatico sui 5mila metri e sulla mezza maratona.

La runner keniana cambia bandiera

Brigid, però, dopo aver dato tanto lustro al suo Paese, sembra intenzionata a lasciarlo. Ha dichiarato dopo l’oro di Tokio: “Alle Olimpiadi di Los Angeles 2028 cambierò nazionalità e gareggerò per la Turchia. In Kenya c’è troppa concorrenza…Comunque devo ancora decidere”.

Brigid Kosgei, Kenya, vincitrice della gara femminile

E pensare che è una delle stelle di Nairobi: cresciuta con sei fratelli da una madre single nella contea di Elgeyo-Marakwet, (regione della Rift Valley patria di campioni), aveva abbandonato la scuola per mancanza di denaro. “Quando ero in terza elementare, gli arretrati superavano i 1.500 dollari – ha raccontato -. Mia madre ha cercato di convincermi a non farlo dicendo che mi avrebbe prestato i soldi, ma io le ho risposto: Per quanto tempo continueremo a chiedere prestiti?”>.

Oltretutto, Brigid aveva scoperto di amare la corsa già alle elementari, distanti da casa sua 10 km .”A volte correvo per evitare di arrivare in ritardo. Lungo il cammino incontravo atleti che si allenavano e mi dicevo: ‘Posso essere come loro’”

E lo è diventata… Ha imboccato la strada dello sport che ha dato a lei “la possibilità di far studiare i miei figli” e a sua madre tranquillità e sicurezza finanziaria (80 mila dollari anche per lei in Giappone).

La keniana ha alle spalle ben 11 vittorie

Ha collezionato undici vittorie sulla maratona: due a Londra nel 2019 e nel 2020, due a Chicago nel 2018 e nel 2019 e due a Tokyo nel 2021 e nel 2026, una a Milano 10 anni fa. Ha detenuto fino al 2023 il record del mondo con il tempo di 2h14’04” realizzato a Chicago nel 2019. Un primato che – ha assicurato dopo l’ultimo trionfo – è intenzionata a riprendersi. Non solo.

Brigid ama sognare in grande: il primo obiettivo è battere se stessa. Vuole arrivare a correre la Maratona in 2 ore e 10 minuti.

Dal Kenya intanto giunge una notizia positiva riguardo al doping: il Paese ha compiuto un passo significativo verso la credibilità nel campo dell’Atletica mondiale. Pochi giorni fa, l’Agenzia antidoping del Kenya (Adak) – l’organismo che protegge gli atleti puliti – ha rimosso il Paese dalla lista di controllo dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada). Insomma non è più un sorvegliato speciale. Viene riconosciuto, dopo anni di scandali a ripetizione, il suo impegno a “tenere pulito lo sport e a proteggere l’integrità dell’atletica leggera”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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I kenyoti, protagonisti nella maratona di Tokyo, lanciano messaggi di pace

I traguardi irraggiungibili raggiunti da Eliud e Brigid maratoneti del Kenya

Dal Madagascar le borse più belle alla Fashion Week di Milano

Dalla Nostra Fashion Correspondent
Luisa Espanet
Milano, 6 marzo 2026

E’ stato uno degli stand più visitati del White, salone di ricerca, durante la Fashion Week di Milano. Dietro al brand una storia con tutti i requisiti della favola. Protagonista Liva Ramandraibe, nato in Madagascar nel 1981. Ibeliv è il brand di borse in rafia e non solo, da lui creato.

Non un nome di fantasia, ma un nome che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese, si traduce in “Io credo” e racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di ogni tipo per realizzarlo.

Liva Ramandraibe nel suo stand al Fashion Week

Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone poi a Montpellier per studiare Finanza.  Laureato, lavora come stagista per un anno. Poi si rende conto che vuole essere utile al suo Paese e la finanza non è la strada giusta.

Questo nonostante le brillanti prospettive di carriera che gli vengono offerte. Incomincia così a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine più chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo Paese, sottopagate, senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del Madagascar si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business.

Un cappello della collezione di Liva Ramandraibe

Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le artigiane realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi,  nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si mostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un “porta a porta” nelle boutique in giro per il mondo.

Non è semplice, ma continua imperterrito. “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” racconta. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati del mondo e portate da personaggi icone della moda come Carla Bruni.

Una borsa della collezione di Liva Ramandraibe

In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le printemps di Parigi, le sue sono state esposte tra i pezzi cult. Ma quello che è più interessante ed è anche l’obiettivo raggiunto, Ibeliv è ora un’azienda solida dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva Ramandraibe, ad occuparsi della gestione la “grande mamma” Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Barack Obama.

Il figlio la ringrazia nel volume fotografico che racconta dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive nell’introduzione.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Epstein e il Mossad dietro la guerra all’Iran

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Milano, 5epstein file marzo 2026

Premesso che sicuramente i file Epstein sono stati oscurati, in parte censurati, emendati delle immagini più crude sugli abomini, le violenze, gli stupri, gli omicidi di bambini e bambine, fino ad atti di cannibalismo, compiuti dal miliardario, da quel che emerge è chiaro il legame tra Jeffrey Epstein e i servizi israeliani.

Epstein file

https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%209/EFTA00090314.pdf

Andando a leggere il file declassificato linkato qui sopra, si legge la prova cardine di una fonte sentita nel 2020 dalla FBI e giudicata credibile. La testimone chiamata a deporre su eventuali influenze sulla politica interna ed estera degli Usa, ha riferito quanto segue:

“Il professore di diritto di Harvard, Alan Dershowitz, aveva instaurato legami con studenti provenienti da famiglie importanti come quella di Jared e Josh Kushner, in quanto suoi allievi. Dershowitz avrebbe ammesso che se fosse stato giovane si sarebbe arruolato volentieri come agente del Mossad. Chi ha riferito è convinta che il professore fosse in effetti stato cooptato dal Mossad e che gli era stata affidata una qualche missione. Jeffrey Epstein era legato a Dershowitz”.

Telefonate ascoltate

“L’informatore ricorda che Dershowitz disse al giudice distrettuale della Florida, Alex Ocasta, che Epstein apparteneva sia ai servizi di intelligence americani, sia a quelli alleati. La fonte ha precisato di aver ascoltato telefonate tra Dershowitz e Epstein, durante le quali era anche riuscita/o a prendere appunti. Dopo queste conversazioni il Mossad chiamava Dershowitz per fare il punto. Epstein era anche vicino al primo ministro israeliano, Ehud Barak, che lo aveva formato allo spionaggio. Arabia Saudita, Israele ed Emirati sono alleati contro il Qatar, la Turchia, Iran e Siria. Dopo domande insistenti da parte di un soggetto (nome oscurato) la fonte maturò la convinzione che Epstein lavorasse come agente del Mossad”.

Alan Dershowitz, professore di diritto, Harvard

La relazione con i Kushner giovani, Jared Kushner, poi genero di Donald Trump e con suo fratello Josh, ai tempi del loro studentato ad Harvard, fa pensare.

La schermata delle dichiarazioni della fonte FBI su Epstein e i rapporti col Mossad

Oltre ai rapporti con l’ex primo ministro Ehud Barak, nelle mail di Epstein compare anche un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN), Yehoshua Koren, che è stato ospitato almeno tre volte dal miliardario stesso nel suo appartamento a New York, tra il 2013 e la fine del 2015.

Morte misteriosa

Anche Robert Maxwell, imprenditore britannico ed editore, nonchè padre di Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein (condannata a giugno 2022 per adescamento di minori), sarebbe stato a lungo al servizio di Israele, sotto copertura.

Nato nell’Ucraina russa da una famiglia ebrea cecoslovacca, lavora in mezza Europa durante la guerra e ottiene la cittadinanza britannica, diventando editore cartaceo e televisivo, creando un impero. E’ morto misteriosamente cadendo dal suo yacht in navigazione verso le Canarie ed è seppellito sul monte degli Ulivi a Gerusalemme, in quanto, come ebbe a dire il presidente Chaim Herzog, presente al funerale, “ha servito Israele più di chiunque altro”.

Nelle mail di Epstein è emersa una versione un po’ diversa della morte accidentale di Robert Maxwell. Epstein scrive che Maxwell aveva precedentemente minacciato i servizi segreti israeliani, scrivendo che “a meno che non gli avessero dato 400 milioni di sterline per salvare il suo impero in rovina, avrebbe denunciato tutto ciò che aveva fatto per loro”.

Finanziamenti ai sionisti

Torniamo al miliardario pedofilo che qualcuno dà per vivo in quanto nei filmati della prigione dove era detenuto non appaiono le immagini del corpo portato via. Nei file si trova anche traccia di finanziamenti e legami di Epstein con Friends of Israel Defense Forces (FIDF), cui fece una donazione di 25 mila dollari e Jewish National Fund (JNF) cui regalò 15 mila dollari. Quest’ultimo supporta le attività dei coloni in Cisgiordania e annovera raccolte fondi per le brigate più attive nelle violenze e torture contro i palestinesi.

Prendiamo nota che secondo il New York Times, il dipartimento di giustizia ha oscurato 50 pagine relative alla denuncia di una donna contro il presidente americano, Donald Trump, che accusa di violenze nelle case di Epstein quando lei era minorenne, e che il Dipartimento ha ammesso di aver escluso immagini troppo crude di morte e pedopornografia e di aver ancora al vaglio 2 milioni di file. Forse i documenti ancora secretati potrebbero riservare qualche sorpresa.

Infatti i Clinton chiedono che Trump venga sentito e deponga come hanno fatto loro, pur tra qualche “non ricordo”.

Il presidente USA, Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Vivo o morto, da Epstein arriviamo ai giorni nostri, con uno scoop di Axios secondo cui, dopo varie telefonate tra Benjamin (chiamato anche Bibi) Netanhyau e Trump, in una conversazione telefonica del 26 febbraio, Bibi avrebbe affermato che il presidente iraniano Khamenei stava preparando una riunione segreta con i principali consiglieri e che quello era il momento per agire.

Succube di ricatti

E, venerdì 27 febbraio, Trump avrebbe dato l’ordine definitivo alle ore 15:38. Poi,11 ore dopo sono piovute le prime bombe israeliane e a seguire quelle USA sull’Iran. I fans Maga pensano e dicono che Trump sia succube di Israele e forse anche dei ricatti sul caso Epstein.

Certo non é chiaro il perché Trump sia l’unico presidente che ha dichiarato guerra all’Iran, andando dietro a Israele, scelta rifiutata dai precedenti presidenti. Tanto più, osservano i media statunitensi, Trump si era autoproclamato presidente della pace e aveva promesso al movimento Maga che non avrebbe fatto nessuna guerra, anzi le avrebbe interrotte tutte.

L’ultima mossa disperata sarebbe restringere i meccanismi delle elezioni di Mid term con la scusa che la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020: secondo Washington Post c’è già una bozza di ordine esecutivo per rendere obbligatoria l’identificazione degli elettori e vietare il voto per corrispondenza.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran

Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Medio Oriente in fiamme: antagonismi religiosi, guerra di popoli, odio tra arabi e ambiguità politiche

 

Dietrofront di Londra: i caccia USA possono partire anche da Diego Garcia per bombardare l’Iran

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 marzo 2026

Solo domenica, dietro forti pressioni di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, il premier britannico, Keir Starmer, ha concesso l’utilizzo delle basi militari del suo Paese per “attacchi difensivi” contro siti missilistici iraniani.

Starmer ha precisato che Londra non vuole ripetere gli errori commessi in Iraq. “Non abbiamo partecipato agli attacchi iniziali in Iran e non intendiamo partecipare nemmeno ora alle operazioni offensive”, ha dichiarato..

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Il premier britannico ha spiegato perchè ha poi concesso l’accesso alle basi britanniche: “La situazione è cambiata domenica, dopo le risposte ‘oltraggiose’ di Teheran. Sono diventate una minaccia per il nostro popolo, i nostri interessi e i nostri alleati”.

Base nell’Oceano Indiano

Tra i siti concessi a Washington, c’è anche Diego Gracia, l’immensa base militare che si trova nell’arcipelago delle isole Chagos un piccolo arcipelago che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano.

Trump aveva inoltrato una richiesta al premier britannico già un mese fa, dichiarando che “potrebbe essere necessario” per gli Stati Uniti utilizzare la base RAF Fairford e Diego Garcia per le proprie operazioni, qualora l’Iran “decidesse di non concludere un accordo”.

Trump furioso

Sta di fatto che malgrado il dietrofront di Londra, Trump è furioso con Starmer e continua a attaccarlo, perché la Gran Bretagna ha rifiutato di sostenere gli attacchi iniziali. Ovviamente il taycoon ha criticato anche gli alleati occidentali per non aver appoggiato in modo inequivocabile l’azione USA.

Il leader americano ha dichiarato a diversi giornali: “I rapporti non sono più quelli di una volta”. E In un’intervista al Telegraph ha affermato che Starmer ha impiegato troppo tempo per consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi britanniche.

Secondo alcuni siti specializzati tra il 25 e il 26 febbraio, prima dell’inizio dell’aggressione all’Iran, gli USA avrebbero dispiegato alcuni F-16 a Diego Garcia per proteggere l’avamposto militare nell’Oceano Indiano da potenziali attacchi iraniani.

F-16, aerei da combattimento USA alla base Diego Garcia

Nel 2019 la Corte Internazionale dell’Aja aveva accolto la richiesta della Repubblica delle Mauritius e aveva chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alle sovranità delle isole Chagos. Dopo lunghe trattative tra Port Louis e Londra, nell’ottobre 2023 i due governi avevano finalmente trovato un accordo.

Accordo con Port Louis

A maggio dello scorso anno, il Regno Unito ha siglato anche un altro trattato con le Mauritius per garantire il futuro della base militare Diego Garcia, strategicamente importante per Londra e Washington.

L’accordo prevede un contratto di locazione di 99 anni (prolungabili) per Diego Garcia, che garantirebbe il proseguimento delle attività della base come in precedenza. Il nuovo trattato costerà ai contribuenti britannici oltre cento milioni l’anno, mentre gli USA pagheranno le spese correnti della base.

Il disegno di legge per ratificare la nuova convenzione è attualmente all’esame della Camera alta del Parlamento del Regno Unito.

Trump aveva inizialmente criticato l’accordo, ma poi aveva affermato che era il “migliore” che Sir Keir Starmer potesse ottenere.

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole, una base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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USA schiera cacciabombardieri a Diego Garcia pronti a attaccare Teheran

 

Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
3 marzo 2026

Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra USA-NATO.

Sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati Uniti è decollato dallo scalo siciliano per dirigersi verso il Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato il brutale attacco di USA ed Israele contro l’Iran.

Il “Poseidon” viene impiegato di norma da US Navy per le operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”. Grazie a sofisticate sonoboe e al sistema radar APY-10 è in grado di intercettare sottomarini in immersione.

Attrezzature secretate

Anche se le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature sono secretate, il velivolo può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una distanza di più di 220 miglia. Il P-8A può anche disturbare i radar annullandone i segnali.

Il P8-A“Poseidon” può essere impiegato anche per operazioni di attacco con missili antinave AGM-84 Harpoon e siluri Mark 54.

La sua presenza nello scacchiere di guerra mediorientale durante il raid contro Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli obiettivi da colpire. I P-8A “Poseidon” di Sigonella sono già stati utilizzati in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev.

I pattugliatori realizzati dal colosso industriale Boeing operano stabilmente dal settembre 2016 dalla grande base militare siciliana sotto il comando e il controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy appositamente trasferito in Sicilia da Jacksonville, Florida.

A confermare il ruolo chiave di Sigonella nella campagna di guerra USA-israeliana contro l’Iran va altresì rilevato che sempre sabato 28 febbraio è atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in dotazione a US Navy.

Missione di intelligence

Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti.

Il 24 febbraio, in particolare, è stata tracciato il volo del drone sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere.

Un drone MQ-4C “Triton” di Sigonella ha partecipato alle operazioni di guerra di USA ed Israele contro l’Iran la notte del solstizio d’estate 2025.

Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, il velivolo senza pilota di US Navy ha sorvolato lo spazio aereo dello Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi, probabilmente per monitorare le reazioni di Teheran all’attacco dei bombardieri B-2.

Drone MQ-4C “Triton”

L’MQ-4C “Triton” è un velivolo a lungo raggio prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h.

Il drone gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche.

Dal 23 febbraio la base di Sigonella, congiuntamente alle due basi della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e Catania, opera a supporto logistico-operativo della grande esercitazione aeronavale della NATO “Dynamic Manta”.

Si tratta della più importante esercitazione che l’Alleanza Atlantica svolge annualmente per la lotta anti-sottomarina e “neutralizzazione” delle unità da guerra “ostili”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com.


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Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Medio Oriente in fiamme: antagonismi religiosi, guerra di popoli, odio tra arabi e ambiguità politiche

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”

 

 

 

Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Speciale Per Africa ExPress
Giovanni Porzio
3 marzo 2026

Gli Stati Uniti hanno 5.177 testate nucleari, Israele almeno 90, l’Iran nessuna. Sostenere che l’ Iran rappresenterebbe una minaccia imminente alla sicurezza nazionale della superpotenza americana e all’esistenza stessa dello Stato ebraico è una falsità priva di qualsiasi fondamento.

Al contrario, l’Iran degli ayatollah non è mai stato così vulnerabile, indebolito dall’offensiva israelo-americana dello scorso giugno, da decenni di sanzioni, da una crisi economica che ha innescato un’ondata di proteste, represse nel sangue, inizialmente contro il carovita e la svalutazione del rial e poi dirette contro la leadership del Paese e il sistema di potere che la sorregge.

Oltre 150 bambine morte sotto il bombardamento di una scuola primaria

La caduta del regime di Bashar Assad in Siria ha privato Teheran del suo principale alleato e i colpi inferti dalle IDF (Israel Defence Forces, l’esercito) a Hezbollah in Libano, ad Hamas a Gaza e agli Houthi in Yemen hanno frantumato quell’“asse della resistenza” che formava l’ossatura della strategia regionale della Repubblica Islamica.

Non stiamo dunque assistendo a un “attacco preventivo” in presenza di un pericolo immediato, come hanno dichiarato con scarsa convinzione, molta ipocrisia e abbondante faccia tosta Netanyahu e i suoi generali, ma a un’operazione su larga scala, in aperta violazione del diritto internazionale, pianificata da mesi nei minimi dettagli sulla base delle informazioni raccolte dai sistemi di spionaggio elettronico e dai numerosi agenti della Cia e del Mossad presenti sul suolo iraniano.

Cortina Fumogena

Risulta ora chiaro come i negoziati di Ginevra altro non fossero se non una cortina fumogena destinata al fallimento.

Cosa ha spinto Netanyahu e Trump a scatenare la terza guerra del Golfo, un conflitto che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente e di avere conseguenze imprevedibili, non solo all’interno della Repubblica Islamica? La questione nucleare è pretestuosa.

Teheran ha sempre negato l’esistenza di un programma militare segreto: dopo la decisione di Trump di uscire dagli accordi JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, trattato che mirava a garantire che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico) firmati nel 2015 sotto la presidenza Obama l’Iran ha arricchito l’uranio a livelli superiori a quelli necessari per uso civile, ma non ci sono prove che stia fabbricando ordigni atomici. Proprio Trump, del resto, aveva dichiarato in giugno che il programma nucleare iraniano era stato “obliterato”.

Somme enormi

Il premier israeliano, che alle legislative del prossimo ottobre rischia di perdere la maggioranza alla Knesset, sa che la sua sopravvivenza politica – come dimostrato dai due anni di massacri a Gaza – dipende dal mantenimento di uno stato di guerra permanente: il conflitto con l’Iran gli consente di accreditarsi come il baluardo della patria minacciata.

Israele ha investito enormi somme e incessanti sforzi per convincere la comunità internazionale e l’opinione pubblica interna che Teheran, la “testa del serpente”, rappresenta un pericolo non solo per lo stato ebraico ma per la stabilità globale.

C’è poi un altro calcolo. Il famigerato Board of Peace, inaugurato dieci giorni prima dello scoppio di questa guerra, avrebbe dovuto (nei deliri di The Donald) risolvere i conflitti in Medio Oriente e nel mondo intero sostituendosi alle Nazioni Unite. Benché si tratti, come lo ha definito il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di una “struttura neocoloniale”, o più semplicemente di un comitato di affari per promuovere gli interessi politici e finanziari del presidente e dei suoi accoliti, impedisce a Netanyahu di avere mano libera a Gaza come ha sempre fatto, di disarmare Hamas (che conserva l’armamento leggero) e di procedere all’annessione formale della Cisgiordania.

Board of Peace

Nel Board ci sono i Paesi arabi, con i quali Israele ha interesse a mantenere buoni rapporti. La Turchia, nonostante l’opposizione di Tel Aviv, si è impegnata a fornire truppe per la stabilizzazione di Gaza e sta già operando con personale umanitario nella Striscia.

La nuova guerra contro l’Iran serve a Netanyahu per far dimenticare lo sterminio di Gaza, che ha isolato Israele nel mondo, a ricompattare l’opinione pubblica interna, profondamente divisa, e a riattivare l’aggressiva agenda regionale dello stato ebraico.

Ipocrisia di Trump

Nell’attaccare l’Iran, Donald Trump, che aveva promesso di ridurre l’impegno militare americano all’estero e pretende il premio Nobel per avere, a suo dire, posto fine a otto guerre, ha giocato d’azzardo. In calo nei consensi, anche tra i repubblicani e i MAGA, con le votazioni di mid-term all’orizzonte e con la prospettiva di perdere il controllo del Senato, punta su un successo rapido e indolore per risalire la china dei sondaggi.

Ma l’Iran non è il Venezuela. L’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la decapitazione dei vertici dell’esercito e dei Pasdaran (gli omicidi mirati sono una specialità israeliana, vietata dal diritto internazionale) dovrebbero provocare un “cambio di regime” e una sollevazione del popolo iraniano. È improbabile. Non esistono precedenti di un governo rovesciato solo con una campagna di bombardamenti aerei.

Tentativi USA falliti

I tentativi americani di abbattere manu militari i regimi ostili sono falliti o hanno prodotto conseguenze nefaste. In Afghanistan vent’anni di occupazione armata e centinaia di migliaia di vittime non sono bastati a sconfiggere i Taliban. Gheddafi è stato annientato da una coalizione di milizie armate sostenute dall’aviazione della Nato, ma la Libia è precipitata nell’anarchia e nella guerra civile.

Saddam Hussein è stato rovesciato (col pretesto della fake news sulle fantomatiche armi di distruzione di massa) da una imponente coalizione internazionale a guida americana: l’invasione ha causato almeno mezzo milione di morti, ha innescato un feroce conflitto etnico-religioso, ha consegnato il Paese alle milizie sciite ed è servita da incubatrice per lo Stato islamico.

L’Iran, con i suoi 92 milioni di abitanti, non può essere in ogni caso paragonato né alla Libia, né all’Afghanistan, né all’Iraq. Le strutture del regime sono articolate, non c’è un solo uomo al potere. Khamenei è già stato sostituito da un triumvirato a interim (l’ayatollah Alireza Arafi, il presidente Massud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei) in attesa della nomina del nuovo rahbar, la Guida della rivoluzione, da parte dell’Assemblea degli esperti.

Centri di potere

Le forze armate e i Pasdaran, che controllano le leve dell’economia e della finanza, sono altrettanti centri di potere. Come il majlis, il parlamento, il bazaar e le Fondazioni religiose. Un sistema non facile da scardinare, tenuto conto della sua resilienza e del suo pervasivo apparato repressivo.

Se poi l’obiettivo è quello di “ridisegnare la mappa del Medio Oriente” non c’è da rallegrarsi, perché a disegnarla, con tonnellate di bombe, saranno il responsabile del genocidio a Gaza, ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale, e l’instabile tycoon di Mar-a-Lago. Che con il passare dei giorni, al contrario di Netanyahu, sembra ansioso di chiudere in fretta la partita.

A preoccupare Trump non sono le 160 vittime, in gran parte bambine, della scuola elementare di Minab centrata nelle prime ore del conflitto da uno dei suoi missili e neppure la chiusura dello stretto di Hormuz da cui passa il 20 per cento del petrolio e del gas mondiali, bensì la notizia dei primi tre morti americani.

Pochi favorevoli a intervento militare

I sondaggi dicono che negli Stati Uniti meno di un quarto della popolazione è favorevole all’operazione militare contro l’Iran. Se il numero delle bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce dovesse malauguratamente aumentare, si affretterà a dichiarare “mission accomplished” e a reclamare l’ambito premio Nobel.

Giovanni Porzio
porzio.giovanni@gmail.com
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Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”

 

Medio Oriente in fiamme: antagonismi religiosi, guerra di popoli, odio tra arabi e ambiguità politiche

EDITORIALE
Eric Salerno
2 febbraio 2026

Sorvolando in elicottero Teheran nel giugno 1980 per seguire i funerali dell’ayatollah Khomeini, rimasi impresso dalla marea di figure in nero che avevano inondato la capitale dell’Iran per l’ultimo omaggio al leader della rivoluzione islamica.

Undici anni prima una buona parte della popolazione iraniana, compresa una parte dei laici, lo aveva salutato come salvatore della patria: dello Scià Rez Phalevi, che era stato messo a capo dello Stato da una golpe contro il governo laico e democratico orchestrato dal Usa, erano a dir poco stanchi. L’euforia però era durate poco.

Iran: l’ayatollah Khomeini

La religione sciita aveva sostituito rapidamente la democrazia laica a cui aspiravano giovani e non giovani. Il regime degli ayattolah è indifendibile ma l’assalto israelo-americano al Paese più antico della regione è altrettanto indifendibile.

Ideologia religiosa plasma le politiche

Il petrolio viene indicato dai nemici degli ayatollah come obiettivo principale ma, per molti studiosi la guerra è “profondamente radicata nelle ideologie religiose che plasmano le politiche, le strategie militari e le decisioni diplomatiche di entrambe le nazioni”.

Le religioni – non l’atto personale di credere in un dio – sono da sempre materia di profondo dibattito. Di scontro tra gli stessi credenti. E’ di Carlo Marx : “La religione è l’oppio dei popoli”. Oggi, ancora più di quando coniò la famosa frase, è fondamentale capire come oltre a ciò che può sembrare uno scontro tradizionale per terre e risorse, una parte de mondo è immerso in un misto di guerre di religione devastante non meno di quanto il cristianesimo aveva devastato l’Europa a partire dal sedicesimo secolo.

E’ indicativa, a questo proposito, e spaventa, l’intervista concessa pochi giorni fa dall’ambasciatore americano Mike Huckabee al noto fondamentalista “cristiano sionista”, Tucker Carlson.

Tucker Carlson. cristiano sionista

Tucker Carlson fa  parte di quel mondo evangelico e protestante che sostiene Israele e il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa come adempimento della profezia biblica. Parlando delle possibilità di espansione dei suoi confini israeliani a cui punta il governo Netanyahu e i suoi sostenitori, il diplomatico ha citato il passo dell’Antico Testamento che promette ai discendenti di Abramo la terra “dal Nilo all’Eufrate”, (area che oggi comprende oltre a Israele, Giordania, Siria, Libano e parti di Arabia Saudita e Iraq).

Huckabee ha sostenuto che Israele è “una terra che Dio ha dato, attraverso Abramo, a un popolo che ha scelto. Era un popolo, un luogo e uno scopo”, lasciando intendere che un’eventuale espansione non sarebbe in sé un problema, ma un “diritto biblico”.

Affermazioni colona israeliana

In uno dei miei primi viaggi in Israele negli anni Settanta andai a trovare una colona ebraica religiosa, a ridosso di Nablus, nella Cisgiordania occupata. “Non andremo mai via di qui” – disse con foga – abbiamo già lasciato molte parti della nostra patria”. Quali?, chiesi. “Baghdad, la Siria e il Libano” rispose con convinzione.

Torniamo all’Iran. La storia religiosa e culturale dell’Iran (che non è un Paese arabo, è bene ricordarlo) è segnata da quattro periodi: la dottrina di Zaratustra, la religione medievale mazdea, il primo Islam persiano, e quello più recente in cui la Persia si isola dai mussulmani “ortodossi” con la nascita del mondo sciita come reazione all’imposizione dell’Islam dalle tribù arabe seguaci di Maometto.

Odio tra arabi

Da allora l’odio tra gli arabi sunniti e il mondo persiano e arabo legati a Teheran ha provocato molte degli scontri regionali. Non diversamente, spiegano molti storici, dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti che devastarono l’Europa tra il XVI e il XVII secolo scaturite dalla Riforma protestante del 1517 che ruppe l’unità cristiana.

In Medio Oriente, le ideologie religiose continuano a influenzare le decisioni militari e gli sforzi diplomatici, o servono ai politici che con ambiguità e ipocrisia rappresentano gli interessi economici che determineranno il futuro del mondo.

L’ambiguità dei leader regionali arabi sembra in qualche modo far parte della cultura mediorientale. Proprio in queste settimane Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, il vice re dell’Arabia Saudita, mentre pubblicamente esortava il presidente americano a non attaccare l’Iran, in privato, al telefono, gli chiedeva di andare avanti il più rapidamente possibile con il devastante assalto al vicino di casa.

E probabilmente si comportavano nello stesso modo tutti gli altri che, va sempre ricordato, a parole sostenevano la causa palestinese ma nella pratica favorirono l’espansionismo israeliano anche per far piacere agli Stati Uniti, loro grande benefattore.

Eric Salerno
eric2sal@yahoo.com
X: @africexp
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Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
1° marzo 2026

La regolarità con cui l’amministrazione statunitense compie azioni militari illegali, indipendenti o a supporto degli alleati, si regge ancora sul consenso. Per questo motivo le guerre offensive vengono definite arbitrariamente “preventive”, ancorandosi a quelli che sono i cosiddetti “valori occidentali”.

La narrazione sembra essere ancora strutturata sullo scontro tra la “civiltà dei diritti” e gli “incivili”, così come vengono descritti. Nel caso dell’Iran, le recenti proteste della popolazione contro la crisi economica e la responsabilità del regime, hanno infatti legittimato l’attuale intervento degli USA nella questione interna in difesa del popolo.

Gli interessi del presidente americano si sono però trasformanti in uno scontro tra superpotenze militari e possibili competitor da smilitarizzare.

Bombe sull’Iran

Africa ExPress ha intervistato Francesco Cosimato, generale NATO in congedo con un’esperienza militare di quasi 40 anni alle spalle: “Dal punto di vista tecnico, Israele e gli Stati Uniti hanno la capacità di colpire l’Iran. Che questo però determini la caduta del regime, è tutto da dimostrare. Io non credo. Secondo me accadrà come la guerra dei 12 giorni. La situazione rimarrà come prima”.

Potenze a confronto

“L’Iran è un elemento importante in Medio Oriente. E ha consolidato un potere che ha resistito a numerosi attacchi. In questo momento è un Paese ferito, ma che comunque ha una capacità di risposta”, spiega Cosimato.

“L’Iran finanzia Hamas e Hezbollah – aggiunge e continua – Ci sono evidenti difficoltà nel processo di pace a Gaza. Questo attacco non servirà a cambiare il regime iraniano, ma probabilmente ridurrà l’influenza delle due Organizzazioni”.

Trump’s Board of Peace faces its first test on Gaza | Israel-Palestine ...
Board of Peace, Gaza

Per il generale NATO, gli USA e Israele non andranno oltre perché farlo significa pianificare l’invasione dell’Iran: “Richiederebbe una forza militare che sguarnirebbe le risorse militari, anche quelle degli Stati Uniti. È facile far alzare in volo un aereo e lanciare un missile. È molto più difficile montare un’operazione di invasione del Paese via terra”.

L’azione però “non sarebbe assolutamente legittima”, contiunua Cosimato. “Dalla guerra in Ucraina in avanti si svolge tutto senza uno straccio di legittimazione. Il cosiddetto diritto internazionale non esiste più”.

La mistificazione della realtà

Non c’è nessuna differenza tra una guerra di attacco e una di prevenzione: “Sono la stessa cosa. Uno attacca perché ritiene minacciati i suoi interessi. Nel diritto internazionale non esiste la guerra preventiva. Questa è un’invenzione della dottrina americana dai tempi dell’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan in poi. Gli Stati Uniti si sentono legittimati ad attaccare preventivamente qualunque Stato contrasti i loro interessi”.

Gli USA non definiscono la loro guerra un’offensiva perché “in questo modo danno un’aurea di legittimità a una cosa illegittima”, sostiene il generale NATO.

“Hanno ancora bisogno del consenso – spiega Cosimato, e aggiunge – Secondo me bisogna analizzare meglio quello che accade all’interno nella società americana. In questo momento c’è una prevalenza della componente neoconservatrice. Queste cose accadevano però anche con le amministrazioni precedenti”.

A livello internazionale, il consenso sembra essere una vera e propria forma di sottomissione alla forza intimidatrice: “Gli Stati Uniti agiscono in maniera coercitiva. E questo è un fatto evidente. Succede in Europa come nel Golfo. In Iran, Israele preme per la sua distruzione. Mike Pompeo ha anche ammesso che c’erano agenti israeliani dietro le proteste civili nel Paese”.

La fine di un’epoca

Le istituzioni internazionali che conoscevamo, secondo Francesco Cosimato, potrebbero essere sostituite da nuove organizzazioni indipendenti: “Non credo che attualmente ci siano organismi che possano intervenire per cambiare gli equilibri. In questo momento la diplomazia multilaterale è insignificante. Tanto è vero che il Board of Peace presentato da Trump è l’unico che forse può arrivare a una soluzione in Medio Oriente. Un’organizzazione che dice di voler fare la pace per gli interessi di coloro che partecipano”.

“Attualmente questa sembra essere l’alternativa – afferma il generale NATO – Organizzazioni indipendenti che si autogestiscono”.

Dal punto di vista economico non è nemmeno più uno scontro tra sistema capitalista VS sistemi anticapitalisti. “Ci troviamo sicuramente davanti a uno scontro tra sistemi economici, che però sono molto simili tra loro. Quello che conta è dove si deve produrre e chi ha le materie prime. Le ideologie erano una scusa prima e lo sono a maggior ragione adesso”.

“Guarda caso si scontrano sull’energia e sulla disponibilità dei materiali strategici. E noi sappiamo che l’Iran ha un solido legame con la Russia e in parte con i BRICS”, commenta Cosimato. Poi conclude: “Gli Stati Uniti temono la competizione. La questione dei dazi lo conferma”.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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