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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...
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Attacchi continui e blocco economico: il Mali nella morsa dei jihadisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 novembre 2025

JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani), formazione creata nel marzo 2017, che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel, dai primi di settembre tiene sotto scacco la giunta militare del Mali.

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Uomo più ricercato del Sahel 

Da tempo l’uomo più ricercato in tutto il Sahel, è sotto sanzioni delle Nazioni Unite ed è iscritto nella lista americana dei terroristi. Su di lui pende anche un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale (CPI), per crimini di guerra e contro l’umanità.

Iyad Ag Ghaly, fondatore e leader di JNIM

Secondo molti ricercatori, il Sahel è diventato l’epicentro dell’espansione jihadista in Africa e l’avanzata dei terroristi legati ad al Qaeda sembra inarrestabile. Appare come frutto di una strategia ben ponderata e pazientemente attuata. A suo tempo né i militari francesi, né ora tantomeno i golpisti, al potere in Mali, Niger e Burkina Faso (che pure sono aiutati dai mercenari russi), sono riusciti a fermare i miliziani di JNIM.

Il nuovo contingente di soldati di ventura è direttamente controllato dal ministero della Difesa di Mosca. Ma in pratica hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio solamente lo scudetto sul braccio.

Sotto la guida di Iyad Ag Ghaly, il raggruppamento terrorista sta mettendo in ginocchio il governo di Bamako a causa dei blocchi stradali che impediscono il passaggio di autocisterne per il rifornimento di carburante destinato alla capitale e altre zone del Paese.

I miliziani continuano a attaccare i convogli provenienti per lo più dal Senegal e dalla Costa d’Avorio. Settimanalmente solo 200-300 autobotti, raggiungono Bamako, contro le 1.200 precedenti al blocco jihadista.

Attacchi a postazioni militari

L’attività dei terroristi non si ferma ai blocchi stradali. Settimana scorsa JNIM ha fatto sapere di aver lanciato razzi a tre postazioni militari dell’esercito maliano (FAMa) e di Africa Corps a Kidal. Le autorità di Bamako, come spesso succede, non hanno rilasciato nessun commento in merito.

Blocco delle autocisterne in Mali

Uccisi civili con droni

Quasi contemporaneamente FAMa ha attaccato la regione di Timbuktu con droni, uccidendo 13 civili, tra questi anche sette bambini. La notizia dell’aggressione ai civili è stata data da Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce di FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, movimento al quale aderiscono per lo più i tuareg, ndr). Il governo maliano però li considera terroristi come i jihadisti di JNIM e quelli EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Con la differenza sostanziale però, che questi ribelli tuareg combattono per la propria libertà e non per conquistare e occupare nuovi territori.

In seguito agli attacchi, parecchie famiglie hanno lasciato i loro villaggi e sono fuggiti in Mauritania.

Massacri residenti

Human Rights Watch (HRW) ha invece denunciato altri massacri nei confronti di civili in due villaggi nella regione di Ségou (centro-meridionale del Paese, a poco più di 230 chilometri dalla capitale). I fatti sono accaduti a ottobre.

Secondo quanto riportato dalla ONG in un recente rapporto, i militari, accompagnati dai cacciatori Dozo (gruppo di autodifesa per contrastare i terroristi di JNIM nella zona, ndr), durante la prima incursione del 2 ottobre a Kamona, sarebbero stati uccisi oltre 20 uomini. Una vera e propria esecuzione di massa.

Mentre il 13 dello stesso mese i militar, sempre accompagnati dai Dozo, sarebbero entrati nel villaggio di Ballé, dove avrebbero ammazzato 10 residenti, tra questi anche una donna.

Parecchi villaggi della zona sono sotto il controllo di JNIM, dunque le autorità di Bamako, in base a quanto riportato dagli abitanti, non fanno differenza tra i civili residenti e i terroristi. Eppure nel caso di Kamona, i miliziani avevano già lasciato il villaggio ben prima dell’arrivo dei militari e dei cacciatori Dozo.

Fuga nei Paesi confinanti

E proprio a causa della crescente insicurezza nel sud del Paese, dove si moltiplicano gli scontri tra dozo e i jihadisti. I cacciatori compensano l’assenza di FAMa in alcune zone. Per questo motivo molti abitanti stanno lasciando le proprie case e cercano protezione in Costa d’Avorio.

Maliani in fuga per la crescente insicurezza

Il governo ivoriano ha annunciato di aver intensificato i controlli alle frontiere nel nord del Paese, dove da settembre continuano a affluire rifugiati in fuga dagli attacchi di JNIM.

Da diverso tempo in Mali sono aumentati anche i sequestri di persona. Secondo ACLED (Osservatorio imparziale sui conflitti), nel corso degli ultimi sei mesi sarebbero stati preso in ostaggio da JNIM almeno 22 stranieri, qualcuno parla addirittura di 26.

Sequestri di stranieri

I cittadini stranieri sono stati catturati per lo più nel sud del Mali, in siti industriali e minerari. Si tratta di persone di nazionalità cinese, indiana, egiziana, emiratina, iraniana, serba, croata e bosniaca. Alcuni sono già stati liberati dietro riscatti da capogiro. Ovviamente si tratta di risorse indispensabili per finanziare le attività dei terroristi. Ma non solo. E’ una nuova strategia di JNIM per dissuadere di investire in attività nel Mali.

Secondo quanto riportato da France 24 e altri quotidiani internazionali, per la liberazione di Joumaa ben Maktoum al-Maktoum, generale in pensione emiratino, membro della famiglia reale di Dubai, sarebbero stati pagati 50 milioni di dollari a JNIM. L’ex ostaggio era attivo nel commercio dell’oro nella ex colonia francese. Insieme a lui sono state rilasciate altre due persone, inizialmente presentate come connazionali del generale in pensione. Ma in realtà uno è pachistano, mentre il secondo è un impiegato iraniano.

All’ingente somma di riscatto vanno aggiunti altri 20 milioni di dollari per la fornitura ai jihadisti di materiale bellico. Trattative in tal senso sarebbero tutt’ora in corso.

Va ricordato che anche EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara) ha sequestrato 12 persone negli ultimi mesi: in Niger, Burkina Faso e Algeria. Tra loro anche due anziane donne a Agadez (Niger), una austriaca e l’altra svizzera, e un uomo di nazionalità statunitense.

Cornelia Toelgyes
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Mozambico: in una settimana 100.000 sfollati in fuga dai jihadisti

Africa ExPress
20 novembre 2025

Case e scuole bruciate, proprietà saccheggiate e civili uccisi, feriti o rapiti. La denuncia di ciò che sta accadendo nel nord del Mozambico arriva dalle agenzie delle Nazioni Unite. Gli attacchi jihadisti dello Stato Islamico in Mozambico (IS-Moz, ex Al Sunnah wa-Jammà) affiliato all’ISIS, si moltiplicano.

sfollati mappa della guerra in Mozambico
Mappa della guerra nel nord Mozambico (Courtesy OCHA)

L’ONU denuncia l’aumento degli sfollati che in una settimana hanno superato le 100.000 persone. Dopo Cabo Delgado, nelle ultime settimane diventa sempre più pressante la presenza dei tagliagole islamisti anche nella provincia confinante di Nampula.

Secondo testimonianze locali, lo scorso 10 novembre, gruppi jihadisti hanno attraversato il fiume Lurio, linea di confine con Cabo Delgado. Hanno attaccato il villaggio di Cucune, nel distretto di Memba, nella provincia di Nampula.

Un breve post su X, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), si legge; “La violenza nel nord del Mozambico #Mozambique si è estesa a Nampula, costringendo altre famiglie ad abbandonare le proprie case”.

L’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR), IOM, UNICEF e Programma mondiale per l’alimentazione (PAM) stanno assistendo le persone colpite attraverso il Programma di risposta congiunta, fornendo supporto, protezione, riparo, igiene e cibo.

Dal 1° ottobre 2017, inizio degli attacchi jihadisti nel nord del Mozambico, secondo Cabo Ligado, sito associato ad ACLED, (ONG che monitora le guerre, ndr) risultano 2.077 attacchi. Ci sono stati 6.316 morti dei quali 2.670 civili.

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Torna l’incubo jihadista in Mozambico: attentati e attacchi (morti e feriti) nelle zone controllate dalle truppe ruandesi

Gli attacchi dell’esercito e dei ruandesi non fermano i jihadisti in Mozambico

 

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Illusione o realtà? Ennesimo accordo per arrivare alla pace in Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 16 novembre 2025

Dopo mesi di trattative, il governo di Kinshasa e il gruppo politico-militare M23/AFC hanno finalmente siglato un nuovo accordo di massima per tracciare le varie fasi che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) portare la pace nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Hanno già provato varie volte senza successo. Gli interessi in gioco sono parecchi e ingenti. Dietro alle forze in campo (governo e ribelli), che fungono da attori sul palcoscenico, ci sono i registi e i burattinai. Stati Uniti, Russia, Cina ma anche Europa (divisa, come al solito, in tanti rivoli in lite tra loro) e Paesi minori diciamo”debuttanti” come Sudafrica e India. Ognuno gioca la sua partita grande o piccola che sia.

In questa gran confusione non è facile trovare una quadra. C’è sempre qualcuno scontento che protesta e imbraccia il fucile.

Doha, Qatar, cerimonia firma accordo quadro:
a sinistra Sumbu Sita Mambu, alto rappresentante del presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, e Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo di M23

In questo scenario (sconfortante e inquietante) si deve collocare l’ultimo documento firmato sabato scorso a Doha da Sumbu Sita Mambu, alto rappresentante del presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, e Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo dei ribelli dell’M23. Alla cerimonia hanno assistito il mediatore qatariota e facilitatori di Washington e dell’Unione Africana.

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte  diversi gruppi minori.

Migliaia di morti in 3 anni

Questo accordo quadro non cambierà immediatamente l’attuale situazione nel Paese. Il documento detta le “regole del gioco” per arrivare a un patto di pace, per porre fine ai combattimenti tra le parti nell’est della ex colonia belga. Gli scontri tra M23/AFC e l’esercito congolese, ripresi all’inizio del 2022, hanno causato migliaia di morti e costretto a decine di migliaia di persone a fuggire dalle proprie case.

L’atto riprende anche due protocolli già siglati durante le lunghe trattative: quello relativo al meccanismo di verifica del cessate il fuoco e quello riguardante allo scambio dei prigionieri.

Colloqui proseguiranno

Nel documento non sono presenti clausole vincolanti, viene precisato che le discussioni devono proseguire, ad esempio, per ripristinare l’autorità dello Stato nelle zone ora sotto controllo di M23/AFC. Va ricordato che dall’inizio dell’anno i ribelli, sostenuti da Kigali, hanno occupato i capoluoghi del Nord Kivu, Goma, e del Sud Kivu, Bukavu.

Sfollati nel Congo-K vicino a Goma, Nord-Kivu

Altre questioni da affrontare durante i prossimi colloqui, che dovrebbero riprendere tra due settimane, sono il ritorno degli sfollati e rifugiati che hanno chiesto protezione nei Paesi limitrofi. Le parti dovranno affrontare anche problemi riguardanti la sicurezza, l’accesso agli aiuti umanitari e quello relativo alla riconciliazione. Cioè quasi tutto.

Via per la pace lunga

Un responsabile di M23/AFC ha confessato ai reporter di RFI che l’attuazione dei primi protocolli firmati non è ancora effettiva. “La strada da percorrere sarà ancora lunga”, ha poi aggiunto.

Mohammed bin Abdulaziz Al-Khulaifi, ministro degli Esteri del Qatar, ha affermato che l’ultimo accordo rafforza il processo volto a “trovare soluzioni pacifiche attraverso il dialogo e la comprensione” per ristabilire la calma nella Repubblica Democratica del Congo.

Boulos cauto

Mentre Massad Boulos, consigliere per l’Africa della Casa Bianca, ritiene che il documento siglato sabato scorso, sia il primo passo verso un accordo di pace definitivo che dovrà essere costruito sulla base di nuovi negoziati.

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Congo-K: si discute di pace, ma la guerra non si ferma

Abu Lulu, il mostro del Darfur si vanta di aver ucciso oltre 2000 persone (ma ha perso il conto)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 novembre 2025

Abu Lulu, il più crudele carnefice di al Fasher, capoluogo del Nord-Darfur, Sudan, sotto controllo delle Rapid Support Forces, ha pubblicato sui social (vantandosi) filmati con l’esecuzione di civili.

In uno dei video si vedono nove o dieci uomini seduti sulla sabbia, con le mani alzate, mentre invocano pietà al miliziano con i capelli ricci e lunghi che gli arrivano alle spalle. La sua arma è rivolta verso i poveracci. Accanto a lui ci sono altri paramilitari armati.

Poi, senza battere ciglio, apre il fuoco contro i prigionieri, aiutato dai suoi compagni, assetati di sangue come lui. Brandelli di vestiario e sangue schizzano sulla sabbia.

Esecuzioni da film horror

I paramilitari delle RSF, il cui leader è Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti), si sono accaniti soprattutto su membri di tribù non arabe.

Abu Lulu, il cui vero nome è Al Fateh Abdullah Idris, è un generale di brigata delle RFS. Senza vergogna e senza un briciolo di umanità, mette deliberatamente in scena, a volto scoperto, l’esecuzione di civili indifesi. “Continuerò a uccidere. Se qualcuno vuole chiedermi conto delle mie azioni, che venga qui, compresa l’ONU”, ha dichiarato in uno dei filmati.

L’uomo si è vantato apertamente di aver ucciso più di 2.000 persone, e ride sfacciatamente, mentre dichiara di averne perso il conto.

Attenzione: le immagini di questo filmato potrebbero urtare la vostra sensibilità 

Tuttavia, dopo l’indignazione a livello internazionale suscitata dai raccapriccianti filmati di Abu Lulu, le RSF lo hanno arrestato. Un video lo mostra ammanettato mentre viene condotto in una sorta di cella nella periferia del capoluogo del Darfur settentrionale. Ma a quanto pare si è trattato solo di una messa in scena momentanea. Secondo quanto riportato da al Jazeera, il macellaio di al Fasher sarebbe di nuovo a piede libero.

Vicino alla famiglia Dagalo

In base a quanto riferito da alcuni media internazionali, Abu Lulu, uno dei leader più noti dei paramilitari dopo la pubblicazione dei suoi video, sarebbe molto vicino alla famiglia Dagalo appartenente alla tribù araba Mahariya Rizeigat.

Al Fasher: popolazione terrorizzata

Il killer di al Fasher è entrato a far parte delle RSF nel 2013 dopo aver ricevuto un addestramento militare. I suoi legami con Dagalo (detto Hemetti), leader dell’RSF, lo hanno ovviamente avvantaggiato nella sua carriera nelle forze paramilitari. E’ stato inviato diverse volte in Yemen, dove ha combattuto per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, spina dorsale della coalizione.

Dopo essere tornato dallo Yemen, è stato trasferito all’ufficio intelligence, rafforzando la sua posizione all’interno delle RSF.

Quando il conflitto tra i paramilitari e l’esercito sudanese si è intensificato, Abu Lulu è stato una delle guardie del corpo di Abdelrheem Dagalo, allora all’epoca vice comandante dell’RSF, fratello di Hemetti.

In precedenza avrebbe partecipato anche a diversi scontri nella capitale Khartoum contro l’esercito sudanese.

Accanimento su gruppi etnici non arabi

Ora le Nazioni Unite vogliono vederci chiaro. Venerdì scorso, il Consiglio dei Diritti Umani ha dato incarico a una missione d’inchiesta per identificare tutti responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale che si sono consumate a al Fasher.

RSF risorte dai Janjaweed

Le milizie janjaweed sono state organizzate dal governo sudanese per combattere i gruppi antigovernativi che nel 2003 hanno lanciato una cruenta guerriglia in Darfur. Formate essenzialmente da tribù arabe erano utilizzate per terrorizzare la popolazione civile di origine africana.

Assalivano i villaggi e, dopo averli saccheggiati, bruciavano le capanne, uccidevano gli uomini adulti, violentavano le donne per metterle incinte e dargli un figlio arabo. Rapivano i bambini e i ragazzi. Le femmine erano costrette a subire ogni forma di violenza e trattate come concubine. I maschi reclutati a forza o ridotti in schiavitù.

Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa

Alla fine degli anni Duemila i janjaweed, per troppo tempo sotto i riflettori, erano stati sciolti (più formalmente che di fatto), ma riattivati nell’agosto 2013, con il nome di Rapid Support Forces e l’allora dittatore e presidente del Sudan, Omar al Bashir, aveva nominato Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) a capo della nuova formazione paramilitare.

Cornelia Toelgyes
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Al Bashir pronto a ritirare le truppe sudanesi dallo Yemen devastato dalla guerra

Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed

Leonardo, affari di guerra: delegazione nigeriana supervisiona la maxi commessa di 1,2 miliardi

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
15 Novembre 2025

Supermarket Leonardo SpA per le forze armate della Nigeria. Il 17 ottobre 2025 il ministro della Difesa nigeriano Mohammed Badaru Abubakar si è recato in visita a due stabilimenti lombardi della holding produttrice di sistemi bellici.

Badaru Abubakar è giunto in Italia con la delegazione governativa guidata dal presidente Bola Ahmed Tinubu, in visita ufficiale a Roma per partecipare all’AQABA Process Meeting, l’iniziativa di cooperazione internazionale anti-terrorismo in Africa occidentale promossa dalla Presidenza del consiglio italiana e dal Regno di Giordania.

Ministro ospite negli stabilimenti

Nello specifico il ministro della Difesa nigeriano è stato ospite della Divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate e di quella aerea a Venegono Inferiore (Varese).

Badaru Abubakar, ministro della Difesa nigeriano, in visita da Leonardo S.p.A.

Nei due stabilimenti sono in via di realizzazione gli elicotteri d’attacco AW109 “Trekker” e i caccia-intercettori M-346 destinati all’Aeronautica militare della Nigeria.

A Vergiate il ministro Badaru Abubakar ha avuto modo di ispezionare le operazioni di assemblaggio dei “Trekker”: tre di questi velivoli sono già pronti per la consegna; altri tre saranno completati entro la fine dell’anno e gli ultimi quattro nei primi mesi del 2026.

Grazie agli elicotteri AW-109 di Leonardo, l’aeronautica militare nigeriana punta a rafforzare le sue capacità di supporto al combattimento, trasporto aereo tattico ed evacuazione medica.

Caccia M-346 del tipo light combat acquistati dalla Nigeria da Leonardo S.p.A.

A Venegono Inferiore è stato possibile assistere alle operazioni di assemblaggio dei caccia M-346. Si tratta di una versione modificata dell’addestratore avanzato del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di supporto aereo avanzatore ricognizione tattica. La Nigeria ne ha ordinati 24.

Commessa per oltre un miliardo

Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura dei velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni. Tre caccia sono in avanzata fase di produzione, mentre per altri tre prenderanno il via a breve i test di volo. La consegna sarà completata in quattro tranche di sei velivoli ciascuno, comprensivi di sistemi d’arma e componenti elettroniche.

Secondo le autorità nigeriane, grazie alle caratteristiche delle missioni aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di combattimento delle loro forze armate.

“La visita ai due stabilimenti di Leonardo riflette l’attenzione dell’amministrazione Tinubu per le acquisizioni strategiche militari, l’addestramento congiunto e le partnership internazionali in modo da rendere più sicuro lo spazio aereo della Nigeria”, riporta il comunicato emesso dal ministero della Difesa.

Rafforzata collaborazione

Negli ultimi anni si sono particolarmente rafforzate le relazioni militari e la cooperazione industriale tra Italia e Nigeria. Un accordo è stato sottoscritto nel 2017 dai rispettivi governi per migliorare l’interscambio di intelligence e operare congiuntamente nel settore navale e anti-terrorismo.

Lo scorso anno, ad aprile, le autorità nigeriane hanno annunciato l’intenzione di acquistare da Leonardo i 24 caccia d’attacco M-346 e i 10 elicotteri AW109 “Trekker”. La firma del contratto è stata stipulata a metà ottobre 2024 in occasione della visita in Italia di una delegazione dei ministeri della Difesa e delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica HasanAbubakar.

Formazione piloti

L’accordo con Leonardo prevede che una parte della formazione dei piloti nigeriani sia svolta presso l’International Flight Training School dell’aeronautica militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello scalo di Decimomannu (Sardegna).

Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di munizionamento degli M-346 di Leonardo, le forze armate nigeriane si sono rivolte ad una società israeliana di gestione della logistica e delle infrastrutture informatiche e di telecomunicazione, Ebony Enterprises Ltd., con quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv.

“Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346 Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa.

Ancora Elbit Systems e un’altra azienda leader del comparto industriale-militare israeliano, Rafael Advanced Defense Systems Ltd, forniranno componenti cruciali per i caccia, tra cui il sistema radar PESA e varie tipologie di munizioni guidate di precisione.

Gli M-346 di Leonardo – secondo Analisi Difesa– saranno dotati inoltre dipod Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e sorveglianza. Anche iLitening e i Reccelite sono prodotti dalla società israeliana Rafael Advanced Defense Systems.

Gli elicotteri AW-109 “Trekker” sono già in dotazione delle forze armate nigeriane. Il 12 novembre 2024 tre di questi velivoli sono stati consegnati alla Marina militare. La cerimonia si è svolta presso l’hangar della Caverton Helicopters Limited (CHL) a Ikeja, Lagos.

I tre elicotteri sono stati dotati di un pattino di atterraggio che assicura una migliore capacità di carico e la possibilità di atterrare sui ponti delle unità da guerra. Essi sono utilizzati per effettuare voli di trasporto a lungo raggio e – grazie a sofisticate videocamere FLIR – per svolgere missioni di intelligence e riconoscimento in mare e in terra.

Anche l’Aeronautica militare nigeriana si è dotata lo scorso anno di due elicotteri AW109 “Trekker”. I velivoli utilizzano per le attività di manutenzione, riparazione e revisione gli impianti della divisione elicotteri del gruppo Cavetron a Lagos.

Leonardo SpA spera di poter fornire alle forze armate nigeriane anche il sistema radar avanzato RAT 31DL/M nell’ambito dell’ambizioso programma MITRACON (MilitaryTotal Radar Coverage of Nigeria) promosso dal governo per modernizzare i sistemi di sorveglianza e potenziare la copertura dello spazio aereo.

Progettato per rispondere alle esigenze belliche NATO, il radar RAT 31DL/M è un sistema tattico a lungo raggio che opera in L-Band contro le “minacce” rappresentate da aerei, missili e droni.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Aerei ed elicotteri: la Nigeria in vena di shopping per la gioia del colosso delle armi Leonardo

 

Dall’Africa agli Stati Uniti: la rivoluzione economica del nuovo sindaco di New York nato in Uganda

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
14 novembre 2025

Il mondo è in evoluzione, e il cambiamento è economico. La spinta arriva da un africano, di origini indiane, emigrato in America. Lui si chiama Zohran Kwame Mamdani, ed è il nuovo sindaco di New York.

Nato a Kampala – in Uganda – il 18 ottobre 1991, ha vissuto sulla sua pelle le conseguenze delle politiche postcoloniali in Africa. Grazie all’istruzione e all’esempio dei suoi genitori, ha portato avanti la stessa rivoluzione di chi come lui ha subito il colonialismo capitalista che continua a sfruttare il continente africano a discapito degli africani.

Il nome del nuovo capo dell’amministrazione comunale della città statunitense oggi risuona da Occidente a Oriente: “Il mio nome è Mamdani, M-A-M-D-A-N-I, impara a dirlo perché lo devi pronunciare bene”, ha risposto all’ex sindaco democratico Andrew Cuomo in un dibattito televisivo.

La cultura africana tramandata per nome 

“Etimologicamente, Mamdani si traduce approssimativamente in ‘Maometto’, un nome per i seguaci del profeta musulmano. Zohran ha origini sia arabe che persiane e porta con sé diversi significati, tra cui ‘luce’, ‘radianza’ e ‘fiore’. Kwame è un nome tradizionale del popolo Akan, appartenente al gruppo etnico Kwa che vive principalmente in Ghana, in alcune parti della Costa d’Avorio e del Togo nell’Africa occidentale”, scrive Edna Mohamed in un articolo di Al Jazeera.

La storia è fortemente legata al “rivoluzionario ghanese, Kwame Nkrumah, che guidò il movimento per l’indipendenza del suo paese. Il Ghana è stata una delle prime nazioni dell’Africa subsahariana a ottenere l’indipendenza dal dominio britannico nel marzo 1957. Nkrumah è stato il primo ministro e, in seguito, il primo presidente fino a quando non è stato rovesciato da un colpo di stato nel 1966”, analizza Edna Mohamed.

Kwame Nkrumah, rivoluzionario ghanese

“Era influente in tutta l’Africa come sostenitore del panafricanismo, un’ideologia che promuove l’unità in tutto il continente africano e all’interno della sua diaspora sfidando la divisione imperialistica delle nazioni africane sotto il dominio coloniale europeo”, si legge nell’articolo.

“Sotto la sua amministrazione, nazionalista e prevalentemente socialista, Nkrumah supervisionò il finanziamento di progetti energetici nazionali e un robusto sistema educativo nazionale che promuoveva anche il panafricanismo”, riporta la giornalista di Al Jazeera.

Il cambiamento parte dall’economia

La famiglia del nuovo sindaco di New York ha vissuto in diversi Paesi: Uganda, Sudafrica a Città del Capo, e infine Stati Uniti dove Zohran si è trasferito all’età di circa sette anni. Ed è proprio dall’Africa che arriva il messaggio: cambiare le dinamiche dell’economia mondiale.
Genitori di Zohran Kwame Mamdani
Il colonialismo – e le modalità con cui viene perpetuato – non è nient’altro che il volto più spietato del capitalismo. E solo chi ha vissuto dalla parte degli oppressi conosce a fondo i propri oppressori. Mamdani, come molti studiosi che analizzano il processo di colonizzazione dal punto di vista economico, confronta infatti le politiche di esclusione in Africa con le disuguaglianze negli Stati Uniti.

La segregazione urbana, la discriminazione razziale sistemica e l’esclusione economica di comunità povere o minoritarie sono conseguenze del sistema dominante. E la politica domestica di Mamdani, focalizzata sull’accesso alla casa, ai servizi pubblici e la protezione delle classi sociali più sfruttate è una risposta alla logica di sfruttamento e accumulazione tipica dei sistemi coloniali e post‑coloniali, adattata al contesto americano.

La sua vittoria elettorale, quindi, potrebbe destabilizzare gli equilibri internazionali nel momento in cui l’ideologia riuscisse davvero a trasformarsi in una realtà concreta. “L’elezione di Mamdani rappresenta un cambiamento significativo per la città. Autodefinitosi socialista democratico, proveniente dall’ala più progressista dei Democratici, ha sconfitto l’ex governatore Andrew Cuomo, riportando al centro del dibattito il tema della giustizia economica”, scrive Alessandra Caparello per Wall Street Italia.

La paura degli economisti

“Alcune delle proposte di Mamdani sono state accolte con allarme da esponenti del settore finanziario, che temono un impatto negativo sull’attrattività economica della città. Eppure Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, aveva già detto che, qualora Mamdani avesse vinto, sarebbe stato disposto a collaborare. Dopo le elezioni, anche l’investitore Bill Ackman si è detto aperto al dialogo, pur avendo criticato duramente in passato il piano economico del nuovo sindaco, definendolo un rischio per l’occupazione e per la permanenza dei grandi contribuenti”, analizza la giornalista.

“A mettere in guardia è intervenuto anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha avvertito del rischio di una crisi fiscale e ha escluso la possibilità di un salvataggio federale qualora la città finisse in difficoltà. ‘Non puoi adottare politiche di questo tipo e aspettarti di essere salvato’, si legge nell’articolo pubblicato da Wall Street Italia.

Il sistema Trump contro quello di Zohran Kwame Mamdani

“Il confronto tra Mamdani e i leader della finanza sarà determinante per capire se la sua agenda potrà tradursi in politiche sostenibili o se si andrà verso un braccio di ferro ideologico. Non è solo il destino economico di New York ad essere in gioco, ma anche un possibile modello politico per le grandi metropoli del futuro”, commenta Alessandra Caparello.

La sfida: successo o fallimento

Le potenze coloniali africane hanno spesso esportato modelli economici di sfruttamento: estrazione di risorse, manodopera sottopagata e politiche commerciali fondate sul dominio territoriale.

Oggi molti critici del sistema economico dominante come Mamdani vedono una continuità tra colonialismo e capitalismo globale. Le multinazionali che sfruttano manodopera a basso costo nei Paesi in via di sviluppo, e i mercati finanziari internazionali che favoriscono i Paesi ricchi, contribuiscono al finanziamento di genocidi e guerre di espansione spacciate per diritto all’autodifesa.

Il mercato globale infatti riproduce gli squilibri di potere tra oppressi e oppressori. Tra Stati dominanti e stati dominati. E le medesime logiche di estrazione economica coloniale sono perpetuate su scala internazionale.

Dal 1° gennaio 2026, Mamdani dovrà dimostrare prima ai newyorkesi, poi a tutti gli americani e al mondo intero, che è possibili applicare l’etica al capitalismo cambiando le dinamiche dall’interno del sistema. Il nemico più pericoloso è l’isolamento, che si trasforma in ricatto. E di conseguenza in corruzione.

Molti sono i punti deboli dell’ideologia socialista. Il fallimento è sempre alla porta di casa. Solo una reale cooperazione internazionale potrà trasformare la sua politica domestica in un modello da esportare oltre i confini.

Valentina Vergani Gavoni
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Narrazione di parte e bugie a gogo: così muore il giornalismo

EDITORIALE
Dal Nostro Inviato
Massimo A. Alberizzi
Naivasha (Kenya), 13 novembre 2025

E’ sconcertante di come la propaganda distorce concetti e parole per orientare l’opinione pubblica in direzioni precise. La narrazione oltre che essere subdola è anche mendace. Se veramente le bugie allungassero il naso i politici sostenitori di Israele sarebbero in concorrenza diretta con Pinocchio.

La narrazione dominante, purtroppo raccontata anche da giornalisti solitamente bravi e preparati, parla sempre di Hamas come di terroristi. Hamas non è solo un gruppo terrorista, ma prima di tutto un movimento politico.

E gli osservatori dovrebbero “osservarlo” prima di tutto da questo punto di vista. Invece no, semplicisticamente i militanti di Hamas vengono sempre e comunque definiti come terroristi e basta.

Questa narrazione, che assomiglia più a una pregiudiziale di propaganda che a un’analisi corretta e imparziale necessaria a capire le cose, non giova a individuare una soluzione che ponga fine a un conflitto che dura da ottant’anni.

Esempio Mandela

E bene ricordare che l’eroe sudafricano Nelson Mandela è stato considerato terrorista e in quanto condannato a 27 anni di galera dal regime razzista sudafricano.

Nelson Mandela, ex presidente sudafricano

Ha teorizzato l’uso della violenza per sottrarre il suo popolo di neri sudafricani alla pratica vergognosa e disumana dell’apartheid. Ora è considerato un eroe, insignito, tra l’altro, del premio Nobel per la pace.

Non è facile passare da terrorista a premi Nobel ma, comunque, non è impossibile. Mandela per la destra razzista di tutto il mondo ha continuato a essere considerato un terrorista.

Presidente siriano

E che dire del nuovo presidente siriano Ahmed Al Sharaa fino a poco tempo fa Most Wanted (cioè ricercato numero uno) dalla Cia) e ora ricevuto con tutti gli onori e tappeti rossi nei più importati concessi internazionali?

Oggi è in visita ufficiale a Washington e ospite alla Casa Bianca. Inoltre, qualche giorno fa il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha cancellato le sanzioni che gli erano state inflitte perché accusato di essere un tagliagole.

Il presidente siriano al-Shara’ a Washington con il suo omologo Donald Trump

Un tempo in Africa i capi guerriglieri da combattenti per la libertà raggiunto al potere si trasformavano in feroci dittatori. Ora i capi degli assassini si riciclano, la loro violenza spesso fine a se stessa viene perdonata e possono diventare eroi della pace.

Terrorista somalo

Io ricordo Shek Sharif Shek Ahmed che ho conosciuto abbastanza bene per averlo intervistato più volte. Era capo del governo islamista in Somalia e considerato terrorista. Poi ha cambiato bandiera, è passato con gli americani ed è diventato presidente dell’ex colonia italiana. A questo punto tutti i crimini sono stati perdonati.

Stesso copione per il leader islamista Shek Hassan Daher Aweis, cui devo la vita. Era anti americano ricercato dall’FBI con una taglia sulla sua testa. Quando sono stato sequestrato in Somalia lui, che mi conosceva bene, è intervenuto in mia difesa e con uno stratagemma mi ha fatto liberare. Poco dopo è passato con gli americani ed è stato perdonato.

Quando qualcuno è un nemico allora lo possiamo tranquillamente catalogare tra i terroristi, ma quando la stessa persona diventa un amico allora possiamo passare a chiamarlo “eccellenza” e farlo accomodare nel salotto buono e servirgli caviale e champagne.

Comportamenti eticamente corretti

Così va il mondo, certo, ma non è così che dovrebbe andare perché questo modo di procedere non induce a comportamenti coerenti ed eticamente corretti. Possiamo massacrare un centinaio di persone e rimanere impuniti, tanto l’opinione pubblica si scorda in fretta di crimini e delitti che il mondo degli affari, delle convenienze e degli interessi politici sono pronti a perdonare.

Altra menzogna sparata in continuazione e che porta confusione è quella secondo cui ogni critica alla politica israeliana viene bollata come antisemita.

Ogni tanto si sentono autorevoli voci che sposano questa illogica identificazione che nasconde un atteggiamento autoritario, purtroppo comune al pensiero di destra.

Ragionamento perverso

Un modo di ragionare piuttosto strano o meglio perverso e usato come propaganda filo sionista. Da noi chi critica il governo conservatore viene capziosamente definito anti-italiano. Atteggiamento normale dell’attuale governo impermeabile alle critiche.

Per anni chi biasimava il governo statunitense veniva definito anti-americano. Recentemente chi esprime dubbi sulla narrazione occidentale della guerra in Ucraina viene insultato come putiniano.

Fino alla presidenza di Joe Biden. Poi con l’avvento di Trump molti dei filoamericani a prescindere si stanno accorgendo che le cose non sono come loro si illudevano che fossero.

Strumenti di lotta politica

Che delusione vedere ridotte quelle che dovrebbero essere analisi politiche indipendenti a strumenti di lotta politica al servizio di interessi di parte!

Così muore il giornalismo quello che dovrebbe essere veramente al servizio della comunità, che dovrebbe fornire al pubblico i mezzi per permettere la formazione di opinioni non guidate e pilotate. Invece stiamo assistendo a un giornalismo che parla al lettore per indottrinarlo e convincerlo ad aderire a un’ideologia di parte. E a giornali che fungono da collettori del consenso pubblico.

E la narrazione delle guerre come viene presentata oggi dalla maggior parte dei giornali e delle televisioni conferma questa deleteria tendenza.

E’ più propaganda che informazione e la propaganda è insidiosa e perniciosa perché ci convince a fare delle cose che ci danneggiano è avvantaggiano il propagandista di turno.

Ormai assistiamo a una confusione perversa tra informazione e propaganda come quando sentiamo i difensori a priori dello Stato ebraico in sperticarsi alla ricerca di giustificazioni al genocidio in corso a Gaza. Come ai nessuno contesta Israele quando invoca il diritto all’autodifesa?

Lo statuto delle Nazioni Unite invece all’articolo 51 chiarisce bene che il diritto all’autodifesa non si applica in un contesto di occupazione permanente, ma solo nei conflitti tra Stati. Ma attenzione a ricordare questo particolare qualcuno potrebbe accusarvi scioccamente di antisemitismo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info
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Sudan: i paramilitari ripuliscono al-Fasher e bruciano i cadaveri, prove dei massacri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 novembre 2025

Solo dopo la caduta di al-Fasher, capoluogo del Nord Darfur, Sudan, la comunità internazionale e i maggiori media hanno ripreso a parlare del conflitto interno che ha messo in ginocchio l’intero Paese.

La guerra dei due generali, Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, da un lato, e Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS), dall’altro, è iniziata nell’aprile 2023.

Dopo aver preso il controllo di al-Fasher, il 26 ottobre scorso, le RFS stanno tentando di cancellare le atrocità commesse.

Una volta entrati nella città, i paramilitari hanno ammazzato centinaia di persone. E, secondo quanto riportato da un’organizzazione di medici sudanesi, i sanguinari miliziani vorrebbero nascondere i loro crimini, bruciando i corpi ancora sparsi nelle strade o seppellendoli in fosse comuni.

Crimini di guerra e contro l’umanità

Organizzazioni internazionali e locali hanno accusato i paramilitari di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra. Per contrastare tali accuse, le RFS stanno ora postando video per mostrare il ritorno alla vita normale nella città quasi completamente distrutta, dopo un assedio durato un anno e mezzo. Nei filmati si vedono i miliziani mentre distribuiscono cibo alla popolazione e sostengono, inoltre, che gli sfollati stiano ritornando.

Abu Lulu, il cui vero nome è Al-Fateh Abdullah Idris, è un comandante che ha commesso innumerevoli atrocità sin dall’inizio del conflitto.

Dopo la presa di al-Fasher si è vantato sui social di aver ucciso il maggior numero di residenti, postando persino video mentre ammazza le sue vittime. Chi è riuscito a fuggire dalla città non osa nemmeno nominarlo.

In uno dei video si vede anche l’ospedale saudita, dove sono state brutalmente ammazzate 460 persone. Fatto che le RSF continuano a negare. Il nosocomio è stato riaperto venerdì scorso in presenza del ministro della Sanità del governo parallelo instaurato dalle RFS, ma non riconosciuto, con base a Nyala, nel Sud Darfur.

Nonostante i ripetuti appelli, i paramilitari continuano a impedire alle squadre di soccorso umanitario di entrare a al-Fasher. Secondo la Rete dei medici sudanesi, la situazione umanitaria continua a peggiorare.

Estrema insicurezza

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha fatto sapere che a causa dell’estrema insicurezza e le terribili violazioni dei diritti umani –  uccisioni di massa, violenze sessuali e etniche – la gente continua a fuggire dal capoluogo del Nord-Darfur, aggravando ulteriormente la già grave crisi umanitaria.

OIM ha sottolineato che dal 26 ottobre scorso, quasi 90mila persone sono fuggite dalla città. Molti si sono diretti a Tawila, altri verso la frontiera con il Ciad, che dista quasi 300 chilometri da al-Fasher, con la speranza di trovare protezione nel campo profughi di Tiné, nella ex colonia francese. I racconti delle persone giunte sul posto sono agghiaccianti. Alcuni testimoni, appena arrivati a Tiné, hanno parlato anche di persecuzioni etniche da parte delle RFS.

Morti durante fuga

In tanti sono stati fermati dai miliziani ai checkpoint all’uscita dal capoluogo del Darfur settentrionale e sono stati costretti a pagare tra 700 e 1.500 euro per poter proseguire il viaggio. Altri sono stati pure assaliti, hanno subito violenze, stupri e/o sono stati derubati.

Parecchi sono morti strada facendo, perché feriti, indeboliti e senza cibo e acqua.

Ameni Rahmani, responsabile di Medici senza Frontiere (MSF) a Tiné, in Ciad subito dopo la frontiera con il Sudan, ha spiegato che sono in corso trasferimenti per decongestionare il campo di transito e quindi accogliere nuovi rifugiati.

Secondo l’ONU, in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria al mondo con decine di migliaia di morti mentre 12 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case.

UE stanzia nuovi fondi

L’Unione Europea ha appena stanziato un milione di euro, che si aggiungono ai 275 milioni già erogati nel 2025. La Commissione ha spiegato in una nota che quest’ultima erogazione è destinata all’immediato potenziamento dell’emergenza in Nord Darfur, compresi i campi per sfollati a Tawila.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre supportato le RFS. Ovviamente Abu Dhabi , malgrado prove evidenti, ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento.

Stop vendita armi a EAU

La redazione di Africa ExPress sostiene l’iniziativa del Comitato Internazionale per la Pace in Sudan, rivolta al governo italiano. Nell’appello si chiede di cessare la vendita di armamenti agli Emirati Arabi Uniti, che riforniscono le RFS di armi. Se volete aderire, vi preghiamo di mandare una mail a: comitatopacesudan@gmail.com

L’appello lo trovate cliccando qui

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Apocalisse in Sudan

Ai ribelli del Sudan armi cinesi via Emirati: e Khartoum rompe i rapporti diplomatici

 

Medio Oriente, cambio di strategia: Trump valuta di vendere i caccia F-35 all’Arabia Saudita

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
11 novembre 2025

Gli Stati Uniti stanno espandendo il loro dominio in Medio Oriente. E l’Arabia Saudita potrebbe diventare il secondo principale alleato, dopo Israele.

Sembra che non sia più sufficiente contare sull’egemonia occidentale perpetuata per mezzo di intimidazioni e dimostrazioni di forza militare. Il resto del mondo si sta organizzando per competere contro gli Stati egemoni, e gli USA cambiano strategia.

Il quotidiano israeliano Daderech riporta infatti la notizia che conferma l’intenzione di vendere i caccia F-35 al Regno del principe ereditario Mohammed Bin Salman. L’Arabia Saudita aveva precedentemente espresso la volontà di acquistare gli aerei americani per aumentare il suo potere deterrente contro l’Iran.

Quotidiano israeliano Daderech

Una mossa strategica, questa, che potrebbe davvero cambiare gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. E i rapporti tra Israele i suoi vicini.

Secondo un rapporto della Reuters la richiesta saudita è stata inoltrata direttamente al presidente all’inizio di quest’anno e “dopo un’attenta valutazione, ha ora raggiunto i vertici del Dipartimento della Difesa. Il Pentagono ha completato la sua valutazione professionale e la questione è sulla scrivania” riporta il quotidiano israeliano Daderech.

“Tuttavia, prima che l’accordo entri in vigore, sono necessari l’approvazione del Gabinetto, la firma e una notifica da parte di Trump al Congresso. Il governo ha sottolineato che non è stata presa alcuna decisione definitiva. Ma i progressi, per la prima volta da anni, indicano una crescente apertura da parte di Washington che consentirà ai sauditi di acquistare gli aerei Stealth di Lockheed Martin”, si legge nell’articolo.

Competizione militare 

La richiesta di F-35 fa parte di colloqui più ampi. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è quello di raggiungere un accordo di difesa formale e l’accesso alla tecnologia americana per sviluppare un programma nucleare civile.

Secondo il quotidiano Daderech “la richiesta diretta dell’Arabia Saudita a Trump segna un cambiamento nella politica americana, che finora si è astenuta dal vendere aerei F-35 ai Paesi arabi che non hanno ancora normalizzato i rapporti con Israele. Un simile accordo potrebbe mettere alla prova i limiti della politica israeliana del ‘vantaggio qualitativo’ militare e minare l’equilibrio di potere regionale”.

L’iniziativa fa parte di uno sforzo più ampio per firmare uno storico accordo di difesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita, riporta il Financial Times. Come parte dell’accordo Washington dovrebbe fornire garanzie di sicurezza al Regno, simili a quelle fornite da Trump al Qatar dopo il fallito attentato israeliano a Doha.

Nelle ultime settimane Trump ha dichiarato di poter convincere l’Arabia Saudita a riconoscere Israele entro la fine dell’anno, ma secondo esperti citati dal New York Times “Bin Salman sta ora concentrando i suoi sforzi sul consolidamento dell’alleanza di sicurezza con Washington e sulla promozione del suo accordo sugli F-35, e non su una rapida normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme”, si legge nell’articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Daderech.

Il vantaggio qualitativo 

Israele è attualmente l’unico in Medio Oriente a possedere i caccia F-35. Qualsiasi vendita di aerei a un Paese arabo viene esaminata dagli Stati Uniti per preservare il “vantaggio qualitativo” militare di Israele. E garantire così la sua egemonia.

Secondo Simone Chiusa, giornalista del centro studi Geopolitica.info “la sopravvivenza dello Stato ebraico dipende dalla capacità di difendersi dalle minacce dei suoi avversari regionali. Proprio in quest’ottica si posiziona il concetto di ‘qualitative military edge’, ovvero la capacità di contrastare qualsiasi minaccia militare attraverso il dispiegamento di mezzi superiori in termini di efficienza e numero rispetto a quelli di possibili avversari”.

Questa dottrina strategica è stata “istituzionalizzata come linea politica ufficiale nel 2008, stabilendo così l’obbligo legale per gli USA di garantire la superiorità militare di Israele rispetto a potenziali avversari in Medio Oriente”, riporta il centro studi.

“Al fine di garantire il qualitative military edge di Israele, il Congresso è tenuto a stilare un rapporto quadriennale sulla vendita di armamenti, determinando se tali accordi militari con gli Stati nella regione non influiscono negativamente su Tel Aviv”, scrive Chiusa.

Alleati e avversari

Eleonora Ardemagni, in un articolo per Aspenia online scrive: “Dalla prospettiva degli Stati Uniti, l’offerta di un patto di difesa dovrebbe agire da pungolo per spingere il Regno saudita alla normalizzazione con Israele. E sarebbe un ulteriore passo in avanti per la cooperazione economica e militare tra attori che percepiscono l’Iran come una minaccia comune, seppur con sfumature significativamente diverse”.

In più “l’arma del patto di difesa aiuterebbe Washington a fare pressioni su Riyadh affinché limiti, come gli Emirati Arabi, la cooperazione in tema di tecnologie e difesa con la Cina, vero spauracchio americano nel Golfo”, riporta la rivista.

Negli ultimi dieci anni i ruoli degli Stati arabi hanno cambiato notevolmente funzione. E la politica estera dell’Arabia Saudita ha trasformato la sua dipendenza dagli Stati Uniti a un vero approccio opportunistico. Secondo l’analisi del centro studi di geopolitica, Riyadh si inserisce all’interno della competizione tra le grandi potenze egemoniche facendo leva sul suo capitale politico, energetico e finanziario. Con l’obiettivo di massimizzare la propria autonomia e influenza regionale.

Per Bruna Tintori, giornalista di Geopolitca.info “l’ordine internazionale post-Guerra Fredda è messo in discussione dalla Repubblica popolare cinese e la Federazione russa che nutrono l’ambizione di costruire un sistema internazionale multipolare, facendo leva sull’apparente declino della potenza egemone, ossia gli Stati Uniti”.

Il mondo non è più lo stesso

Le conseguenze del mutamento si riflettono sui rapporti gerarchici.  Quindi direttamente sugli Stati sottoposti al dominio egemonico degli USA.

“È questo il caso dell’Arabia Saudita, che sembra aver adottato una postura orientata al cosiddetto ‘strategic hedging’, ossia ad una ‘non scelta’, bensì all’adozione di un atteggiamento di competizione e di cooperazione con i diversi attori regionali e internazionali, riducendo così il rischio di un definitivo allineamento strategico”, si legge nell’analisi di Bruna Tintori pubblicata dal centro studi di geopolitica.

Il tentativo degli USA di allontanare l’Arabia Saudita dalla Cina è fondato su una strategia commerciale competitiva che oggi sembra mettere a dura prova il dominio degli Stati Uniti.

È importante ricordare che la Cina detiene una parte consistente del debito pubblico americano. Ovvero possiede titoli di Stato emessi dal governo USA per finanziare la spesa pubblica.

Dal punto di vista economico, la Repubblica Popolare Cinese è anche uno dei principali partner commerciali dell’Arabia Saudita. E con il Regno ha stretto forti legami tecnico-scientifici come la difesa, l’Intelligenza Artificiale, la cybersecurity e il bio-tech. Tutti motivi per cui Trump ha ragione di preoccuparsi. Riyadh infatti sta giocando un ruolo importante all’interno di diversi sistemi economici.

I nuovi sistemi economici

“Dal punto di vista infrastrutturale e della connettività si muove abilmente tra la BRI cinese e IMEC a trazione statunitense, tentando di cementificare la propria posizione come ponte tra le economie globali. Il Regno saudita intende consolidare il proprio status economico e politico attraverso la piattaforma dei BRICS+”, riporta Geopolitca.info.

Durante il vertice di Johannesburg, nell’agosto 2023, l’Arabia Saudita è stata invitata ad aderire al gruppo. Anche se non ha formalmente accettato di entrare per cautela.

La piattaforma rappresenta però un ottimo strumento per implementare i progetti socioeconomici della Vision 2030, ovvero 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile attraverso il rafforzamento dei legami politici ed economici con l’Africa e l’America latina.

Aderire a questo sistema significa in qualche modo schierarsi contro quello dominante guidato dagli USA, che continuano a esercitare quel potere deterrente tanto utile contro i nemici.

Il potere deterrente degli Stati Uniti

“La politica estera del Regno saudita si è tradizionalmente caratterizzata per una diplomazia della cautela e dal punto di vista securitario dalla protezione fornita dagli Stati Uniti. La partnership tra Riyadh e Washington si è configurata come un rapporto di dipendenza, che si è intensificato a partire dagli anni ’80, quando, in linea con la cosiddetta ‘Dottrina Carter’, gli Stati Uniti fornivano ai paesi del Golfo sicurezza dalle minacce interne ed esterne in cambio della stabilità del mercato energetico globale”, analizza Bruna Tintori.

La costante necessità di protezione americana è emersa nel momento in cui i capitali globali, nello specifico quelli occidentali, hanno iniziato ad allontanarsi dal Regno, come ha evidenziato il World Investment Report del 2019.

In quel momento l’Arabia Saudita ha percepito la propria vulnerabilità e un’eccessiva esposizione ai rischi in assenza della deterrenza degli USA. E così anche i suoi nemici.

Nel 2019 l’Iran ha coordinato un attacco su larga scala agli impianti petroliferi di Abqaiq-Khurais. Nonostante la condanna da parte dell’amministrazione americana, gli Stati Uniti non hanno fornito il sostegno militare che avrebbe garantito al Regno saudita la protezione desiderata.

Per questo motivo oggi vendere gli aerei americani – che solo Israele ha in tutta la Regione – all’Arabia Saudita sembra davvero una strategia finalizzata a cambiare la geopolitica in Medio Oriente.

Valentina Vergani Gavoni
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Minacce americane alla Nigeria: “Se gli islamisti non smettono di uccidere i cristiani interveniamo”

Africa ExPress
Abuja 9 novembre 2025

Dall’inizio del mese il presidente statunitense, Donald Trump, sta minacciando la Nigeria di voler intervenire militarmente se il governo di Abuja non dovesse prendere le misure necessarie per porre fine alle uccisioni di cristiani.

Sul suo account Truth Social, Trump ha poi rincarato la dose, sottolineando che Washington interromperà immediatamente anche tutti gli aiuti e l’assistenza alla Nigeria.

Il presidente americano ha poi sottolineato ai giornalisti: “Stanno ammazzando molti cristiani e noi questo non lo permetteremo”.

E il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha immediatamente lanciato un ultimatum a Abuja: “O il governo nigeriano protegge i cristiani, oppure noi uccideremo i terroristi islamici che commettono queste atrocità.

Nigeria nella lista CPC

Gli USA considerano di fatto la Nigeria come Paese Particolarmente Preoccupante (CPC), designazione che vien attribuita dal segretario di Stato, su delega del presidente, come nazione responsabile di violazioni gravi della libertà religiosa.Trump aveva già inserito la ex colonia britannica nella lista CPC durante il suo primo mandato, ma tale misura è poi stata tolta durante l’amministrazione di Joe Biden.

Ovviamente la Commissione USA per la Libertà Religiosa Internazionale (USCIRF) ha accolto favorevolmente la decisione del presidente, perché ritiene che il governo nigeriano dimostri troppa tolleranza nei confronti di violazioni sistematiche, continue e gravi della libertà religiosa.

Musulmani e cristiani equamente divisi

La popolazione nigeriana è divisa quasi equamente tra cristiani, che costituiscono il 45 per cento, mentre i musulmani rappresentano il 53 per cento. Il Paese comprende più di 250 gruppi etnici e la regione della fascia centrale riflette maggiormente questa diversità etnica.

La Nigeria, maggior produttore di petrolio del continente, conta oltre 220 milioni di abitanti. Nel nord del Paese la popolazione è prevalentemente di religione musulmana, mentre nel sud è per lo più cristiana. Da oltre 15 anni gruppi di terroristi stanno continuamente attaccando le comunità nel nord, prevalentemente musulmana.

Nigeria centrale: scontri tra pastori e agricoltori

Da decenni anche il centro della Nigeria è teatro di violenti scontri tra i pastori fulani, prevalentemente musulmani, e gli agricoltori cristiani, di varie etnie, che, secondo gli esperti si contendono le risorse. Con il peggioramento dei cambiamenti climatici, le aggressioni sono aumentate notevolmente.

Smentito Trump

Alti funzionari nigeriani ed esperti hanno smentito le affermazioni di Trump relative alle uccisioni di massa di cristiani.

I vari gruppi armati attivi in Nigeria colpiscono tutti, cristiani e musulmani. Boko Haram, vicino a al Qaeda e ISWAP, legato allo stato islamico (cugini di Boko Haram che si sono separati dal gruppo principale nel 2016) prendono di mira persone di tutte le fedi religiose e operano per lo più nel nord-est. Mentre Lakurawa e bande di predoni dediti anche a rapimenti, hanno guadagnato terreno nel nord-ovest. Quest’ultimo gruppo armato si sta infiltrando in Nigeria soprattutto dal vicino Niger.

Falso genocidio dei cristiani

Malik Samuel, ricercatore senior presso l’organizzazione no profit Good Governance Africa, sostiene: “Non esiste un genocidio dei cristiani in Nigeria, ma ciò non significa che non ci siano cristiani uccisi o presi di mira a causa della loro fede”. Ha poi aggiunto: “Gruppi armati come l’ISWAP, ad esempio, prendono di mira i cristiani”.

Yusuf Tuggar, ministro degli Esteri di Abuja, il 4 novembre scorso, in occasione  della sua visita a Berlino, ha ricordato al presidente americano che in base alle leggi vigenti e la Costituzione nigeriana, “è impossibile” che lo Stato sia coinvolto nella persecuzione dei cristiani.

Nigeria: terroristi Boko Haram

La presidenza nigeriana, invece, ha dichiarato che accoglierà con favore l’aiuto degli Stati Uniti nella lotta contro gli insorti islamici, ma a condizione che venga rispettata l’integrità territoriale del Paese.

Ridurre povertà estrema

Mentre a Kaduna, uno degli Stati nordoccidentali più colpiti dalla violenza contro musulmani e cristiani, il leader religioso islamico, Ahmed Gumi, ritiene che le dichiarazioni di Trump rischiano di alimentare ulteriormente le tensioni nel Paese. Gumi ha poi aggiunto che Abuja dovrebbe invece impegnarsi per ridurre la povertà nel nord del Paese, elemento essenziale per porre fine all’insicurezza.

Africa ExPress
@africexp
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Centro Nigeria: conflitto tra agricoltori e pastori

La grande fame nel nord della Nigeria