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OMS: in Africa Covid-19 accelera, registrati 200mila casi e 5.600 decessi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 giugno 2020

Secondo il database dell’OMS-WHO i contagi confermati da Coronavirus, in Africa, l’11 giugno hanno raggiunto i 200 mila e 5.600 morti. Numeri bassi in confronto ai 7,7 milioni globali. E agli oltre 2 milioni degli Stati Uniti e 2,4 milioni dell’Europa con le decine di migliaia di morti USA e Occidente. Ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità avvisa che il virus sta accelerando in modo preoccupante.

Mappa dell'Africa con Covid -19 aggiornata al 14/06/2020 (Courtesy OMS - WHO)
Mappa dell’Africa con Covid -19 aggiornata al 14/06/2020 (Courtesy OMS – WHO)

La pandemia sta accelerando

L’Africa per il momento è in fondo alla lista ma c’è preoccupazione e l’ultimo comunicato ufficiale parla chiaro. “La pandemia sta accelerando: ci sono voluti 98 giorni per raggiungere 100 mila casi e solo 19 giorni per passare a 200 mila”.

Dei 54 del continente sono cinque i Paesi  con più morti: Algeria, Egitto, Nigeria, Sudafrica e Sudan. Tre di questi guidano la triste classifica: Sudafrica (1.424 e 65.736 casi), Egitto (1.484 morti e 42.980 casi) e Nigeria (399 morti e 15.181 casi). Questi tre Paesi hanno il 70 per cento del totale.

I tre maggiori Paesi africani colpiti da Covid-19: Sudafrica, Egitto e Nigeria
I tre maggiori Paesi africani colpiti da Covid-19: Sudafrica, Egitto e Nigeria

Sudafrica Paese maggiormente colpito

Il numero più alto di decessi si sta registrando in Sudafrica che, nel momento in cui scriviamo ha il 25 per cento del totale nel continente africano. L’area più colpita sono due province del Capo: Western Cape, più densamente popolato dove si trova Città del Capo, e Eastern Cape. Qui vengono segnalati aumenti quotidiani di contagi e di defunti arrivati fino a 1.200 al giorno.

“Il ritmo della diffusione sta accelerando” – ha affermato Matshidiso Moeti, direttore regionale per l’Africa dell’OMS. “Un’azione rapida e tempestiva dei Paesi africani ha contribuito a mantenere bassi i numeri, ma è necessaria una vigilanza costante. Senza questa attenzione il Coronavirus rischia di distruggere le strutture sanitarie esistenti”.

L’esperienza di Ebola ha aiutato a contenere i contagi

Rimane comunque il dubbio che i conteggi ufficiali non siano numeri reali. C’è chi pensa che l’epidemia sia più attenuata data la percentuale maggiore di popolazione giovane africana. Altri affermano che il continente si è mosso rapidamente grazie all’esperienza di Ebola nell’Africa occidentale e centrale. Ciò ha permesso di stabilire misure di screening più precise del “punto di ingresso” epidemico.

Moeti ha affermato che arriva un numero inferiore di viaggiatori internazionali fatto che ha reso più difficile la diffusione del virus. Ci sono anche le reazioni rapide da parte dei leader africani che potrebbero aver contribuito a ridurre il numero dei contagi.

Ragazzine venditrici di strada
Ragazzine venditrici di strada in Africa

Lockdown difficile in economia di sussistenza

Purtroppo non è facile decidere un lockdown in Paesi con povertà estrema. Oltre che impossibile fermare tutta la popolazione delle metropoli, è ancora più difficile chiudere le aree decentrate. Con un ipotetico blocco totale si toglie alla popolazione la possibilità di guadagnare quotidianamente il minimo per poter nutrire la famiglia. La maggior parte della gente sopravvive vendendo qualcosa per strada, sperando di riuscire a mettere insieme un pasto quotidiano per la famiglia. Ma tutti stanno aspettando il picco previsto nella seconda metà di giugno.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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In Sud Sudan l’informazione coronavirus viaggia sulle biciclette blu

Africa ExPress
14 giugno 2020

“L’informazione è indispensabile e necessaria. Lo era prima della pandemia, figuriamoci ora. E noi la facciamo: portiamo notizie, comunichiamo con la popolazione residente in luoghi remoti con le nostre biciclette blu, dotate di megafono e batteria”, assicura una dei fondatori di Blue messenger bicycles, organizzazione che opera in Sud Sudan.

In questo periodo di pandemia i volontari coprono la zona della capitale Juba, dando raccomandazioni ai residenti come evitare il contagio da COVID-19, spiegano come lavarsi le mani (una parola se spesso manca l’acqua, figuriamoci il sapone n.d.r.) e quant’altro.

Blue messenger bicycle per arginare la pandemia in Sud Sudan

“Blu è un colore molto importante per noi sud sudanesi: il cielo è blu, così il Nilo e l’acqua fonte di vita, ecco perchè abbiamo scelto bici blu che hanno dato il nome alla nostra piccola flotta”, aggiunge uno dei volontari del gruppo.

In un Paese reduce da una sanguinosa guerra civile, dove le strade sono un optional e dove nei villaggi e persino nei quartieri di periferia della capitale Juba le famiglie non posseggono né radio, tanto meno una TV, figuriamoci internet, è davvero difficile diffondere, condividere informazioni.

Tra i preziosi messaggeri volontari c’è anche Anyier Malual, Miss Jonglei (Jonglei è uno dei 10 tati della nazione) 2020-2021.

Anyier Malual, miss Jonglei 2020-2021

La ragazza racconta che nella tradizione della sua etnia, la dinka (la più grossa del Sud Sudan della quale fa parte anche il presidente Salva Kiir), le donne non dovrebbero salire in sella a una bici, ma a lei non importa. E dice: “Volevo fare qualcosa, qualsiasi cosa per contrastare l’espandersi del coronavirus. Sono disposta a muovermi anche in altri Stati del mio Paese per informare, sensibilizzare la mia gente per potersi proteggersi dalla pandemia”.

Anyier è una dei messaggeri con maggiore successo. E’ molto conosciuta e in particolare le ragazze vorrebbero essere come lei. Si fermano a parlare con Miss, ascoltano i suoi consigli e raccomandazioni.

L’associazione ha optato per la bicicletta come mezzo di trasporto perchè li porta ovunque. Durante il periodo delle piogge possono anche caricarla sulle spalle se un tratto di strada è interrotto. Attualmente le bici dotate di megafono e batteria sono solamente cinque. Recentemente il ministero della Salute ne ha messe a disposizione altre 10, che però sono ancora dotate dell’equipaggiamento sonoro, importantissimo, perchè grazie a esso possono essere raggiunte almeno 200 persone alla volta. I messaggi da diffondere sono stati registrati in diverse lingue locali per essere compresi da tutti.

La giovane organizzazione vorrebbe poter coprire l’intero territorio nazionale; per raggiungere questo scopo servono 500 biciclette con altrettanti megafoni.

Attualmente sono stati registrati 1.693 contagi nel Paese e 27 vittime. I pazienti guariti sono 49, tra questi anche Riek Machar, il primo vice presidente e sua moglie, Angelina Teny, ministro della Difesa.

A fine febbraio è stato messo un punto finale alla lunga guerra civile, anche se a tutt’oggi sporadici combattimenti inter-etnici e tra clan rivali continuano imperterriti.

 

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan a sinistra e Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan di fronte a Kiir

Gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato al suo vice, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. I primi combattimenti sono scoppiati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto, che si spera, sia finalmente terminato. Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Il conflitto interno ha provocato oltre 400mila persone, in milioni hanno dovuto lasciare le proprie case e ha portato parte della popolazione allo stremo, alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite.

Secondo quanto riportato da UNHCR negli ultimi mesi molte persone stanno ritornando nei loro luoghi di origine. Un segnale positivo, la gente ha fiducia nel nuovo trattato di pace, che, si spera, venga messo in atto in toto quanto prima.

Africa ExPress
@africexp

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Silvia Dossier/Parade of Italian Politics in Qatar to Sponsor the War Industry

Special for Africa ExPress
Antonio Mazzeo
May 2020

March 12, 2018. In Doha, the capital of Qatar, “Dimdex”, the international fair of naval warfare systems, is underway. The Italian stand is one of the largest and most visited: the latest technological innovations of the military-industrial complex produced are on display.

The Farnesina and the Ministry of Defence have done things on a grand scale and as the best ambassador of Made in Italy, the multi-role FREMM class frigate “Carlo Margottini”, a Navy unit built by Fincantieri and super-armed by Leonardo-Finmeccanica, has been transferred to the Emirate.

In a roadstead in the port of Hamad, the “Margottini” hosted the summit between the then (outgoing) minister Roberta Pinotti and the Minister for Defence Affairs of Qatar, Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, also president of Barzan Holdings, the government company in charge of research, production and marketing of weapons and strategic systems.

Roberta Pinotti, former Minister of Defense, visiting Qatar

“With Qatar we are building an increasingly important relationship on security issues that allows us to strengthen and consolidate bilateral military cooperation,” said Roberta Pinotti. “With Minister Al Attiyah we shared the concern about the crisis in Libya and dwelt on developments in the countries on the southern shore of the Mediterranean and in the Middle East, a geo-strategic scenario of common interest”.

After the meeting, still on the “Margottini”, the Italian Ambassador to Qatar, Pasquwle Salzano, the Navy Chief of Staff, Admiral Valter Girardelli and the Head of the Naval Armaments Directorate (Navarm), Admiral Matteo Bisceglia, invited the heads of the Qatari armed forces and journalists present at “Dimdex” to a meeting party.

Among the guests of honour aboard the unit, Leonardo’s CEO, Alessandro Profumo and the then president of the association of Italian aerospace companies AIAD, Guido Crosetto, former undersecretary of Defence in the 4th Berlusconi government and current national coordinator of Fratelli d’Italia. Between a drink and the usual exchanges of greetings and thanks, the signing of an agreement for the creation of a joint venture in the light weapons sector between the historic Brescian group Beretta and Barzan Holdings was announced.

The agreement provided for the company, chaired by Pietro Gussalli Beretta, to collaborate with the military authorities of the Emirate in the construction of a plant in the technological-scientific park of Doha (with annexed laboratories and research centre) for the production of assault rifles and pistols and the development of new weapon systems. The Brescian group was given the minority share of the joint venture called “Bindig”, the term used in Qatar to refer to rifles.

“I would like to underline how this agreement is extremely important because it is the first time that a joint venture of this kind has been established in an Arab country and Beretta has chosen Qatar for the project,” said Ambassador Pasquale Salzano, one of the most committed intermediaries in the business. Sarzano, in December 2019, returned to Italy to head the international affairs department of the Cassa Depositi e Prestiti of the Ministry of the Economy and also assume the chairmanship of Simest S.p.A., a public-private company that promotes Italian business investment abroad.

“Beretta Group and Barzan Holdings have pooled their resources to launch an industrial project that can respond to the requests of the Qatari armed forces to equip themselves with the most up-to-date individual armaments and be able to develop new light weapons systems in the future,” added Carlo Festucci, Secretary General of AIAD.

Thanks to the joint venture, the Brescia-based group aims to expand its business in the flourishing Arab market. “We will bring a part of our production to Qatar, the agreement is strategic for the entire Middle East area and demonstrates how reliable we are as a reliable partner”, Beretta’s management warmly commented.

Ready for production are the AR160A3 5.56 × 45 mm NATO assault rifles (already in force with the Italian troops in Afghanistan), the 92A1 7.62 calibre semi-automatic pistols and the new APX semi-automatic rifles designed in the “Pietro Beretta” laboratories in Gardone Valtrompia. A first batch of weapons produced by “Binding” is destined for the Qatari army: 30,000 ARX-160 rifles, plus an unspecified number of ARX-200 pistols, estimated value of the order at 200 million dollars.

For ammunition, the Ministry of Defence of the Emirate has instead set up another jont venture in Doha between the subsidiary Barzan Holdings and the German giant Rheinmetall, well established in our country thanks to the Rheinmetall Italia S. plants. p.A. in Rome (formerly Oerlikon-Contraves), specialized in radar and targeting systems, and those of RWM Italia S.p.A. in Ghedi (Bs) and Domusnovas in Sardinia, known for producing the warheads used in Yemen by Saudi Arabian fighter bombers. The Beretta 92 automatic pistols and the ARX200 assault rifles have already been delivered last year to the armed forces of the Emirate. The baptism of fire of the ARXs took place during the international maxi-exercise “Eager Lion” held in August 2019 in Jordan and attended by 8,000 soldiers from 30 countries including Italy (the special forces of the 4th and 185th Army Paratroop Regiment and a company of the 1st Regiment “San Marco” of the Navy).

The Beretta-Qatar connection, unanimously supported by the political forces and the industrial-military establishment, was pointed the finger by the researchers of the Permanent Observatory on Light Weapons and Security and Defence Policies (OPAL) in Brescia, who were strongly concerned that production in Doha could escape the controls on war exports provided for by the regulations. “Qatar has not signed the Arms Trade Treaty in force at the United Nations since December 24, 2014,” OPAL reported in a note in spring 2018. “This treaty has established strict criteria to regulate legitimate arms transfers, to prevent arms exports that may threaten common security and, above all, to try to prevent their diversion to the illicit market and for unauthorised purposes and end uses, including the commission of terrorist acts”.

The possibility of having technologies and light weapons produced by a controversial regime such as the Qatar regime can only multiply the dangers of triangulations and transfers to belligerent countries and/or criminal armed groups operating in the Middle East and the African continent.
All in blatant violation of the same law n. 185 of 1990, which regulates all the authorizations for the export or production abroad of military materials, which “must be in conformity with the foreign and defence policy of Italy (…) according to the principles of the Republican Constitution which repudiates war as a means of resolving international controversies”.

Matteo Salvini, then Vice Premier and Minister of the Interior in Qatar

At the Brescia Light Weapons Observatory, the government took great care to provide any assurance and/or justification for the Beretta – Barzan Holdings agreement. However, a couple of months later, the Italian Embassy in Qatar once again took care of blessing the new frontier in the export of rifles and pistols. The Pietro Beretta Arms Factory was called upon to act as gold sponsor of the Italian Republic Day organised in Doha on 2 June 2018, in the presence of the highest civil and military authorities of the Emirate.

On October 31, 2018, the Italian system would have honoured in the best possible way another Qatar industrial-military kermesse, “Milipol”, on internal security systems and “civil defence”, with the official visit to Doha by the newly appointed Minister of the Interior and Vice-President of the Council, Matteo Salvini. “Minister Salvini met the Emir of Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, the Prime Minister and Minister of the Interior, Sheikh Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thani, and the Minister of Foreign Affairs, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani”, reads the Farnesina communiqué. “The talks also focused on regional dossiers of major interest, including the situation in Libya. The Minister also met representatives of Italian companies present at the Milipol international trade fair, including Beretta, Elettronica and Cristanini, and later the Salini Impregilo metro construction site.

Minister Salvini’s visit ended with a ceremony on board the frigate Federico Martinengo, the Italian Navy ship engaged in the EU anti-piracy operation Atalanta, where he met the Italian community living in Qatar”. Governments are overturned but the music is always the same: all-round assistance in favour of the production of death made in Italy. Even if the revenues and earnings of companies end up in some tax haven more and more often.

Beretta Holding, for example, has moved its official headquarters to Luxembourg, where it also founded Upifra, a real financial safe for arms companies in Brescia. For Beretta Holding, the 2018 financial statements closed with a turnover of 678.2 million euros and a net profit of 57.5 million euros (30 million in 2017). Italy accounted for 10% of business, the rest the world market: 145.1 million euros in turnover in North America, 79.6 million in Europe and 93.5 million “in other countries”. Only the subsidiary Fabbrica d’Armi Pietro Beretta S.p.A. did business for 213.9 million Euros in 2018 (+23% compared to the previous year), “driven by the defence and public order sector thanks to a significant supply in the Middle East, as the first phase of an important multi-year contract”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Pericolo jihadista si allarga nei Paesi del Golfo di Guinea: attacco in Costa d’Avorio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 giugno 2020

E’ successo a Kafolo, nel nord-est della Costa d’Avorio, a pochi chilometri dal Burkina Faso. Un gruppo di uomini pesantemente armati ha attaccato una base della sicurezza ivoriana durante la notte tra mercoledì e giovedì. Fonti ufficiali parlano di 10 soldati uccisi, ma c’è chi sostiene siano 12 le vite spezzate, due i militari dispersi e 6 i feriti, che sono stati trasferiti a Abidjan. A quanto pare sarebbe morto anche uno degli aggressori. Un’inchiesta, aperta subito dopo l’attacco, potrà far luce sulla dinamica dei fatti.

Attacco a Kafolo, Costa d’Avorio

Si tratta del più grande attentato consumato in Costa d’Avorio dal 2016, quando i miliziani di AQMI, acronimo per Al Qaeda nel Maghreb Islamico, avevano ucciso 19 persone a Grand Bassam, località balneare che dista una quarantina di chilometri da Abidjan. E proprio la scorsa settimana la Francia ha reso noto di aver ucciso il leader di AQMI, Abdelmalek Droukdal.

I residenti di Kafolo sono ancora sconvolti da quanto accaduto nella dotte tra mercoledì e giovedì malgrado i rinforzi militari arrivati poche ore dopo l’attacco. Elicotteri stanno ancora sorvolando l’area e anche Ouagadougou ha inviato altre truppe per setacciare la zona vicino al confine. E proprio a fine maggio, durante un’operazione congiunta dei due eserciti (burkinabè e ivoriano), denominata Comoé, come il fiume che segna il confine tra i due Paesi, sono stati neutralizzati 8 presunti miliziani jihadisti, altri 38 sono stati arrestati e distrutta la base terrorista di Alidougou, nel sud del Burkina Faso. I soggetti erano tutti membri di una cellula di Fronte di liberazione della Macina; 24 terroristi sono stati fermati in territorio burkinabé, 14 in quello ivoriano.

Il raggruppamento terrorista Fronte di Liberazione della Macina fa parte di “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, insieme a altre formazioni armate, tra questi anche AQMI e Ansar Dine. Il gruppo è stato formato nel 2017 e è capeggiato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – e è alleato con al Qaeda e i talebani afghani.

Il fiume Comoé

Il ministro della Difesa di Abidjan che è anche primo ministro ad interim, Hamed Bakayoko, non esclude che possa trattarsi di una rappresaglia in risposta all’azione militare congiunta di fine maggio, anche se l’attentato non è ancora stato rivendicato.

Già un anno fa era stata notata la presenza di terroristi a nord del parco nazionale del Comoé, area protetta in Costa d’Avorio. Dunque quest’ultimo attacco dimostra che la minaccia jihadista si sta espandendo anche verso i Paesi del golfo di Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burkina Faso: efferati crimini contro l’umanità ma l’Italia fa accordi militari

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

 

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Burkina Faso: efferati crimini contro l’umanità ma l’Italia fa accordi militari

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
giugno 2020

Addestrare e armare un paese poverissimo del continente africano le cui forze armate sono impegnate in una sporca guerra al “terrorismo” e perpetuano stragi e inaudite violazioni dei diritti umani? L’Italia lo fa in Niger e Mali e quando il Parlamento ratificherà l’accordo di cooperazione militare firmato il 1° luglio 2019 dai rappresentanti dei due governi, anche il Burkina Faso rientrerà tra i partner strategici del complesso militare-industriale nazionale.

Con un prodotto interno lordo pro-capite inferiore agli 800 dollari e un’età media della popolazione (circa 19 milioni) pari a 17 anni, il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri e più giovani del pianeta. Qualche giorno fa le autorità politiche-militari burkinabé sono finite all’indice di un rapporto di Amnesty International che ha documentato “gravi violazioni” dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza nel periodo compreso tra il febbraio e l’aprile 2020. Sanguinosi eccidi sono stati compiuti negli stessi mesi dai reparti d’elite anti-terrorismo degli altri due importanti alleati italiani nel Sahel, Niger e Mali.

Elisabetta Trenta, ministro Difesa Italia con il suo omologo burkinabè, Moumina Chériff Sy

“Nel corso delle recenti operazioni militari, sono stati commessi dalle forze armate di Burkina Faso, Mali e Niger non meno di 57 esecuzioni extragiudiziarie o omicidi illegali e 142 casi di sparizioni forzate”, scrive Amnesty. “Ciò è avvenuto in un contesto che ha visto i tre paesi potenziare i rispettivi interventi militari per combattere i gruppi armati come il GSIM (Group for the Support of Islam and Muslims) e l’ISGS (Islamic State in the Greater Sahel), responsabili di molteplici attacchi contro le forze di sicurezza e di gravi abusi di diritti umani contro la popolazione”.

La controffensiva che ha ulteriormente esasperato i conflitti nella regione africana, era stata pianificata il 13 gennaio 2020 a Pau (Francia) nel corso del summit del G5 Sahel, l’organizzazione regionale costituita nel 2014 da Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad per cooperare nel campo della sicurezza e della “lotta al terrorismo”, in partnership con l’Operatione Barkhane promossa dal governo francese in Africa occidentale.

“Queste operazioni sono state tuttavia caratterizzate da gravi violazioni contro la popolazione, incluso esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali”, prosegue il rapporto di Amnesty International. “In Mali e Burkina Faso, dove non è in corso un conflitto armato internazionale, parecchi di questi deliberati assassinii di civili possono considerarsi crimini di guerra”.

Nel poverissimo paese del Sahel, in particolare, l’organizzazione dei diritti umani ha potuto accertare due massacri, rispettivamente nelle città di Ouahigouya e Djibo, adistanza di 10 giorni l’uno dall’altro. “Il 29 marzo 2020, Issouf Barry, consigliere locale a Sollé, Hamidou Barry, capo villaggio di Sollé, e Oumarou Barry, uno dei membri della principale famiglia di Banh, sono stati sequestrati dalle loro abitazioni a Ouahigouya, provincia di Yatenga, regione del Nord”, spiega Amnesty. “I tre uomini sarebbero stati arrestati da individui presentatisi come gendarmi e che comunque indossavano le uniformi della Gendarmerie. Tutti erano sfollati interni che erano stati ricollocati a Ouahigouya, la capitale della regione, per garantire la loro sicurezza. Tre giorni dopo l’arresto, il 2 aprile, i corpi di Issouf Barry, Hamidou Barry e Oumarou Barry sono stati rinvenuti da alcuni abitanti in un sobborgo della città, sulla strada che conduce a Oula. Amnesty International ritiene che l’eccidio sia stato un’esecuzione extragiudiziaria e chiede alle autorità statali d’indagare su di esso per consegnare i responsabili alla giustizia”.

Uno stretto congiunto di Oumarou Barry, Issiaka Barry, era stato sequestrato nel dicembre 2019 a Ouahigouya da alcuni individui che si erano presentati anch’essi come gendarmi. Il corpo senza vita veniva rinvenuto alla periferia di Ouahigouya un paio di giorni dopo. “Sia Oumarou Barry che Issiaka Barry avevano denunciato in passato lo stato d’impunità in Burkina Faso e avevano invocato giustizia contro le esecuzioni extragiudiziarie commesse dalle forze di sicurezza burkinabè a Kainh, Bomboro e Banh nel febbraio 2019”, aggiunge Amnesty.

Ancora più drammatica la strage avvenuta in Burkina Faso il 9 aprile 2020 nella città di Djibo, regione del Sahel, 200 km circa a nord della capitale Ouagadougou. “Trentuno residenti di Djibo sono stati arrestati in diversi quartieri della città e successivamente assassinati dal Groupement des Forces Anti-Terroristes (GFAT), gruppo d’élite delle forze anti-terrorismo. Dieci delle vittime erano sfollati che erano stati ricollocati a Djibo: 6 provenivano da Silgadji e 4 da Kobao. I corpi delle 31 vittime sono stati recuperati dai familiari la sera stessa a sud-est di Kourfayel, un villaggio a 7 km da Djibo”.

Anche Human Right Watch ha dedicato all’eccidio di Djibo un accurato report. “Gli uomini sono stati uccisi presumibilmente qualche ora dopo il loro arresto, disarmati, nel corso di un’operazione governativa anti-terrorismo”, scrive l’Ong. “Il governo del Burkina Faso ha tre forze di sicurezza accampate a Djibo: una stazione di polizia, una base della gendarmeria e una base in cui è presente una forza mista anti-terrorismo. I residenti ritengono che sarebbe stata quest’ultima la responsabile della strage del 9 aprile”.

Morti in una cella della gendarmeria in Burkina Faso

“In tutto il Burkina Faso, ma principalmente nella regione del Sahel al confine con Mali e Niger, a partire del 2017 abbiamo documentato più di 300 civili uccisi da gruppi armati islamisti e l’assassinio di diverse centinaia di uomini da parte delle forze di sicurezza governative per un loro supposto supporto a questi gruppi”, aggiunge HRW. “L’Unione Europea, la Francia e gli Stati Uniti d’America dovrebbero esercitare pressioni sul governo Burkinabé affinché conduca un’inchiesta credibile e individui i responsabili dell’eccidio. Questi Paesi dovrebbero inoltre assicurarsi che ogni tipo di assistenza militare fornita alle forze di sicurezza del Burkina Faso non sia utilizzata da unità responsabili di questa e altre atrocità di cui nessuno è stato chiamato a rispondere”.

E l’Italia? Come se niente accadesse nell’inferno del Sahel, da qualche mese è approdato alle due Camere il disegno di legge approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio dei ministri (proponenti il titolare degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, e quello della Difesa,

di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il governo della Repubblica italiana e il governo del Burkina Faso relativo alla cooperazione nel settore della difesa. “L’accordo firmato a Roma il 1° luglio 2019 – spiega la Presidenza del Consiglio – è volto a fornire un’adeguata cornice giuridica per l’avvio di forme strutturate di cooperazione bilaterale tra le Forze armate dei due Stati contraenti, al fine di consolidare le rispettive capacità difensive, di migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza, nonché di indurre positivi effetti, indiretti, nei settori produttivi e commerciali coinvolti dei due Paesi”.

Composto da 12 articoli, l’Accordo militare Italia-Burkina Faso prevede all’art. 2 che i rispettivi Ministeri della difesa possano stipulare “ulteriori intese tecniche volte a disciplinare in concreto le aree di cooperazione, che sono: politica di sicurezza e di difesa; sviluppo e ricerca, supporto logistico e acquisizione di prodotti e servizi; operazioni umanitarie e di mantenimento della pace; organizzazione e impiego delle Forze armate, servizi ed equipaggiamenti delle unità militari e gestione del personale; questioni ambientali connesse all’inquinamento causato da attività militari; sanità, storia e sport militare; formazione e addestramento militare; ecc.”.

Quanto alle modalità di cooperazione si prevedono visite reciproche di delegazioni di personale civile e militare; lo scambio di esperienze tra esperti, relatori e personale, nonché di studenti provenienti da istituzioni militari; partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, seminari, conferenze, dibattiti e simposi organizzati presso enti civili e militari della Difesa; partecipazione a esercitazioni militari; visite di aeromobili militari; sostegno a iniziative commerciali relative ai materiali e ai servizi della Difesa”.

Lunghissima la lista dei sistemi di guerra che, secondo l’art. 6 dell’Accordo, potranno essere esportati alle forze armate del paese africano: aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativo equipaggiamento; carri e veicoli armati; armi da fuoco automatiche e relative munizioni; armamento di medio e grosso calibro e relativo munizionamento; bombe, mine (“eccetto quelle anti-uomo”), missili, razzi e siluri; polveri, esplosivi e propellenti; sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici; materiali speciali blindati; sistemi e attrezzature per la produzione, il collaudo e il controllo delle armi e delle munizioni.

Italia invierà militari italiani in Burkina Faso

“Il reciproco approvvigionamento dei suddetti materiali potrà avvenire con operazioni dirette tra i due Stati oppure tramite società private autorizzate dai rispettivi Governi, mentre l’eventuale riesportazione del materiale acquisito verso Paesi terzi potrà essere effettuata solo con il preventivo benestare della Parte cedente”, si legge ancora all’art. 6. “Le attività nel settore dell’industria della difesa e della politica degli approvvigionamenti, della ricerca, dello sviluppo degli armamenti e delle apparecchiature militari potranno assumere le seguenti modalità: ricerca scientifica, prove e progettazione; scambio di esperienze nel settore tecnico; produzione congiunta, modernizzazione e servizi tecnici; supporto alle industrie della difesa e agli enti statali al fine di avviare la cooperazione nel settore della produzione di materiali militari”. Considerato il palese squilibrio economico-industriale e accademico tra le due Parti, è ovvio che il trasferimento di tecnologie belliche sarà unilaterale, da Roma a Ouagadougou, mentre a beneficiarne saranno solo le aziende italiane, Leonardo-Finmeccanica e Iveco DV in testa.

L’Accordo di cooperazione bilaterale è stato firmato al Circolo dell’Esercito “Pio IX” di Roma dall’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e dal ministro della Difesa Nazionale e dei Veterani del Burkina Faso, Moumina Chériff Sy. “Sanciamo la comune ferma volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, con l’intento di ampliarle a specifiche aree di cooperazione, come la lotta al terrorismo e le attività di capacity building”, dichiarava Elisabetta Trenta. “L’Accordo con il Burkina Faso sottolinea la significativa importanza che l’Italia dà alla cooperazione con l’Africa, in special modo con i Paesi del Sahel, con l’obiettivo di supportarli nel loro percorso di stabilizzazione e sviluppo. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza di quest’area rappresenta un aspetto imprescindibile di questo nostro impegno e, le Forze Armate italiane, fianco a fianco con la nostra cooperazione internazionale, sono particolarmente impegnate in tal senso”.

Otto giorni dopo il vertice di Roma, il 9 luglio 2019, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri, l’italiana Federica Mogherini, annunciava che l’Ue avrebbe sostenuto la forza militare congiunta antiterrorismo G5 Sahel con un finanziamento aggiuntivo di 138 milioni di euro. La decisione di Bruxelles veniva formalizzata a conclusione di un vertice a Ouagadougou tra la stessa Mogherini, il presidente del Burkina Faso Roch Mark Christian Kaboré e i ministri degli Esteri di Ciad, Mali, Mauritania e Niger.

Il 25 febbraio 2020 a Nouakchott, capitale della Mauritania, si sono tenuti il Vertice dei Capi di Stato G5 e la prima Assemblea Generale dell’Alleanza Sahel, organizzazione internazionale di cui è partner anche l’Italia e che sostiene economicamente e militarmente i Paesi del G5 Sahel. A rappresentare il nostro paese ai lavori, la vice ministra degli Affari esteri Emanuela Del Re, sociologa e parlamentare pentastellata. “Nel corso della giornata, la Vice Ministra ha avuto un incontro bilaterale con il Presidente del Burkina Faso, Roch Mark Kaboré, cui ha espresso solidarietà per la crescente violenza del terrorismo nel paese”, riporta la nota della Farnesina. “L’Italia attribuisce una grande importanza al Burkina Faso per la stabilizzazione del Sahel ed esprime grande soddisfazione per la recente firma dell’accordo di cooperazione in materia di difesa che consentirà di aumentare la collaborazione bilaterale per la formazione nei settori del controllo delle frontiere e della lotta ai traffici illeciti”.

Alla luce dei report di Amnesty International e Human Rights Watch sui crimini delle forze armate burkinabé, ci sarà qualche ripensamento nel governo Conte oppure, come per l’Egitto di al-Sisi, prevarranno ancora una volta gli interessi del Sistema Italia?

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

#Coronavirus Zimbabwe: arresti, sparizioni extragiudiziali, torture

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 giugno 2020

“Non è in atto nessun colpo di Stato nello Zimbabwe. Il governo è stabile. E’ assolutamente falsa la notizia che il presidente Emmerson Mnangagwa stia per essere rimosso dal suo incarico”. Lo hanno affermato i ministri della Difesa, Sicurezza dello Stato, Affari Interni e i capi della Sicurezza durante una conferenza stampa congiunta che si è tenuta ieri a Harae, la capitale del Paese, mercoledì.

Voci di un imminente golpe sono circolate nelle ultime settimane sui social media; il Consiglio della Sicurezza Nazionale ha smentito categoricamente il fatto, accusando alleati dell’ex presidente Robert Mugabe – deposto nel novembre 2017, e morto lo scorso settembre all’età di 95 anni – e membri dell’opposizione di aver fatto girare notizie in tal senso. Il governo ha puntato anche il dito contro alcuni leader religiosi perchè avrebbero diffuso profezie ingannevoli.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Già a marzo Mnangagwa aveva preso misure drastiche per evitare l’espandersi della pandemia e ancora sono in atto misure severe, anche se pochi giorni fa si è passati alla fase 2, che ha permesso alla maggior parte delle fabbriche e società di servizi e altri a riprendere le attività.

Malgrado ciò, a molte persone è stato negato l’accesso al centro di Harare, la capitale del Paese e oltre 1.300 sono state arrestate nel giro di poche ore. Il capo delle forze dell’ordine, Paul Nyathi, ha giustificato i fermi con il fatto che la maggior parte degli arrestati non indossavano le mascherine, mentre altri non avevano osservato le norme che vietano assembramenti e altro.

Dal 31 marzo, con l’inizio del lockdown che impone anche un coprifuoco, sono finite dietro le sbarre migliaia zimababwiani, tra questi anche figure di spicco che nel 2018 avevano contestato i risultati elettorali di Mnangagwa.Si tratta di tre donne, Joana Mamombe, Cecilia Chimbiri e Netsai Marova, la prima è deputata dell’opposizione, le altre due attiviste, sono state sbattute nelle putride galere del Paese con l’accusa di aver partecipato a proteste nel mese di maggio.

Joana-Mamombe, deputato del partito all’opposizione

Hanno affermato essere state torturate, costrette a bere urina e di aver subito violenze sessuali dalla polizia. Tutte e tre sono poi state trasferite in ospedale con evidenti ferite ovunque. Secondo quanto riferito da Fadzai Mahere, portavoce del partito di opposizione, Movement for Democratic Change Alliance, sono state imprigionate nuovamente. Secondo gli inquirenti le signore avrebbero raccontato solo bugie.

Il nuovo fermo è avvenuto dopo le denunce di 9 relatori speciali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli esperti del Palazzo di Vetro hanno sottolineato che sparizioni forzate volte a sopprimere proteste e dissensi non sono rari in Zimbabwe. Questa tattica è stata praticata sovente sotto il regime di Mugabe ed ora anche da questo governo. Solo lo scorso anno sono stati segnalati ben 49 casi di sparizioni e torture.

Attualmente i casi di coronavirus sono 320, le vittime 4 e i guariti 49. La situazione generale del Paese è catastrofica, l’economia è in ginocchio. Secondo gli ultimi rapporti di Zimbabwe Humanitarian Response Plan, ben 7 milioni di persone si trovano in grave insicurezza alimentare contro i 5.9 dell’agosto 2019.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal 2016 i carabinieri addestrano l’intelligence e la polizia segreta del Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
giugno 2020

Chi concorre alla formazione delle forze speciali e della guardia personale dell’emiro del Qatar nella “lotta al terrorismo” o nella “gestione dell’ordine pubblico”? L’Arma dei Carabinieri…

Istituita nel 2004 dall’allora sovrano Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani che abdicò a favore del figlio nove anni dopo, la Lekhwiya è il corpo d’élite delle forze di sicurezza qatarine che sovrintende a delicate operazioni d’intelligence e di “controllo interno”. A seguito dell’Accordo tecnico firmato a Doha il 14 marzo 2016 dal generale Fahad Rashed Al-Ali, Comandante della Lekhwiya Security Force, e dall’allora Comandante generale dei Carabinieri, gen. Tullio Del Sette (già Capo di gabinetto della ministra della difesa sen. Roberta Pinotti), Qatar e Italia hanno avviato programmi di “cooperazione nell’ambito dell’addestramento e dello scambio delle migliori pratiche in relazione al servizio di istituto”.

“L’Arma dei Carabinieri, Forza di Polizia con Status Militare, vanta una vasta esperienza e competenza nella gestione dell’Ordine Pubblico e Sicurezza Generale e la forza di sicurezza interna Lekhwiya del Qatar è impegnata nel garantire la Incolumità Pubblica”, si legge nel preambolo all’art. 1 dell’Accordo tecnico. ”Le due Parti – spiega l’art. 3 – assicureranno la condivisione della propria documentazione, pubblicazioni e materiale scientifico in relazione al controllo degli assembramenti, gestione di manifestazioni e raduni, disordini, sempre nel rispetto dei diritti umani, alla gestione dell’Ordine Pubblico in genere, della criminalità informatica, a tecniche di intercettazione nei termini di legge, tecniche di contrasto al terrorismo ed alla criminalità organizzata, comando e controllo, scienze forensi, nuove tecnologie, reparti cinofili, controllo del territorio, gestione del traffico, equipaggiamenti, logistica ed ingegneristica; scambi, inclusi corsi, seminari, gruppi di lavoro, convegni ad hoc, con particolare riguardo all’addestramento del personale di Polizia ed alla mutua assistenza nella formazione di competenze nell’ambito sicurezza”.

La banda dei carabinieri a Doha, Qatar

L’Arma dei Carabinieri e la Lekhwiya si impegnavano inoltre a promuovere l’organizzazione di incontri e gruppi di ricerca, ancora una volta “in relazione al controllo degli assembramenti, gestione di manifestazioni e raduni, disordini, ecc.”, e a partecipare insieme a “progetti finanziati da controparti nazionali ed internazionali o donatori”. L’accordo è entrato in vigore il giorno stesso della sua firma, senza la ratifica da parte degli organi di governo e/o legislativi (non ci risulta che il Parlamento  italiano lo abbia mai discusso) e ha validità temporale illimitata.

La partnership tra i Carabinieri e le forze armate e di sicurezza qatarine aveva preso il via con la visita ufficiale alla Scuola Allievi dei Carabinieri di Roma, il 4 ottobre 2010, di una delegazione militare dell’emirato capeggiata dal generale Rashed Abdullah Al-Obaid. Tre anni più tardi la Lekhwiya veniva ammessa nell’Associazione Internazionale delle Forze di Gendarmeria e di Polizia con Status Militare, istituzione nota con l’acronimo “FIEP” dalle iniziali in lingua francese dei quattro paesi che la fondarono nel 1994 (Francia, Italia, Spagna e Portogallo). Attualmente FIEP riunisce le forze di polizia militare di 17 paesi: ai fondatori e al Qatar si sono aggiunti Turchia, Olanda, Romania, Giordania, Marocco, Tunisia, Palestina, Ucraina, Argentina, Cile, Brasile e Gibuti. Nell’aprile 2018, al Qatar è stato affidata l’organizzazione del meeting annuale di FIEP, interamente dedicato allo sviluppo di nuove tecnologie, logistica e sistemi d’informazione “nella lotta al terrorismo”.

Nell’autunno 2015 veniva stipulato un agreement tra il Comando Generale dei Carabinieri, la Qatari Lekhwiya e Studiare Sviluppo (società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che svolge attività di assistenza nell’ambito di programmi di cooperazione interregionale) per organizzare a Livorno un corso di formazione a favore dei qatarini su “Tecniche di protezione ravvicinata delle Autorità” (11-24 ottobre). L’anno successivo, presso il  Center of Excellence for Stability Police Units  – CoESPU di Vicenza (Centro di formazione delle unità di polizia dei paesi africani e asiatici, cofinanziato e gestito dall’Arma dei Carabinieri e dal Comando di US Army Africa), venivano ospitati 20 rappresentanti della Lekhwiya per un corso di due settimane su Fighting in built – up areas.

Sempre al CoESPU di Vicenza, ufficiali della gendarmeria qatarina partecipavano nel novembre 2018 all’11th International Military Police (insieme a colleghi provenienti da Albania, Italia, Burkina Faso, Mauritania, Corea del Sud e Ucraina) “per scambiare dottrine e creare un nuovo concetto di MP, con meno M e più P”; e al 6th Course on Stability Policing in International Crisis Management Operations (con Italia, Mauritania e Ucraina) “per conoscere meglio le dottrine d’intervento delle forze multinazionali, Nato, Ue e Onu”. Ancora la Qatari Lekhwiya era tra gli “ospiti” del Centro di formazione Carabinieri-Us Army per la 12^ edizione dell’International Military Police Course, con le gendarmerie di Armenia, Bosnia ed Erzegovina, Burkina Faso, Ciad, Corea del Sud, Italia, Mali, Mauritania, Pakistan, Senegal e Ucraina.

Da un paio di anni i poliziotti-militari qatarini compaiono anche tra i frequentatori dei corsi internazionali offerti dall’Istituto Superiore di Tecniche Investigative (ISTI) della Scuola marescialli dei Carabinieri di Velletri, in collaborazione con le agenzie Onu, l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e il nostro ministero degli Affari esteri e la cooperazione internazionale. Lo scorso anno, oltre che dal Qatar, sono giunti a Velletri rappresentanti delle gendarmerie di Albania, Serbia, Macedonia, Bosnia, Montenegro, Francia e Uganda, mentre nel caso degli Emirati Arabi, sono stati i carabinieri-istruttori dell’ISTI a recarsi ad Abu Dhabi per impartire lezioni di polizia scientifica.

Giovanni Nistri, a sinistra con Hazza bin Khalil Al Shahwan, a destra, a Doha, Qatar

Di particolare rilievo è stata pure la visita ufficiale in Qatar, il 10 maggio 2018, dell’allora Comandante Generale dell’Arma, generale Giovanni Nistri. In compagnia dell’ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano, il Capo dei Carabinieri incontrava, tra gli altri, “per uno scambio di vedute su diverse questioni di mutuo interesse”, il  Primo ministro e responsabile del dicastero dell’Interno Sheikh Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al-Thani.

Il 17 dicembre dello stesso anno, il generale Giovanni Nistri effettuava una seconda visita a Doha per firmare un accordo tecnico di collaborazione militare, stavolta con il Comandante della Guardia dell’Emiro, generale Hazza bin Khalil al Shahwani. Due giorni più tardi l’allora Comandante Generale dell’Arma sedeva nel palco d’onore, con sua altezza reale Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani e i suoi più stretti congiunti, in occasione della solenne parata militare per le celebrazioni della Festa nazionale del Qatar.

La parata è iniziata con il volo di numerosi tipi di velivoli da guerra, elicotteri da combattimento, aerei da trasporto, e team acrobatici ed è proseguito con l’ingresso dei veicoli corazzati delle forze armate, tank, sistemi missilistici e di telecomunicazione, equipaggiamenti della polizia militare e anti-terrorismo, e con una mostra delle imbarcazioni e dei moderni vessilli delle forze navali dell’Emiro”, riportano le cronache di quel giorno. “Nel corso dell’evento, i paracadutisti della forza di sicurezza interna Lekhwiya hanno effettuato una serie di lanci da aerei”.

Tra gli ospiti VIP, oltre al generale Nistri, i rappresentanti delle forze armate partner dell’Emirato in diverse e controverse operazioni in Nord Africa e nel Golfo Persico: il Capo di Stato maggiore dell’Esercito del Pakistan, gen. Qamar Javed Bajwa; il Comandante dell’US Air Force di stanza nella grande base aerea qatarina di Al Udeid, gen. Joseph Guastella; il vicecomandante delle forze aeree della Gran Bretagna, gen. Stuart Atha; il vicecapo di Stato maggiore dell’Esercito del Kuwait, gen. Sheikh Abdullah al-Nawaf al-Sabah; il Comandante delle forze terrestri d’Algeria, gen. Sidan Ali; il vicecomandante della Royal Moroccan Army, colonnello Jido Abu Zeid; i ministri della Difesa della Tunisia, Abdelkrim Zbidi, e della Turchia, Hulusi Akar.

Per la Festa nazionale dell’Emirato, edizione 2018, l’Arma non si limitava alla sola presenza del suo primo Comandante. Per tre giorni, (17, 18 e 19 dicembre), la Banda Musicale dei Carabinieri si esibiva infatti nei teatri e nelle piazze di Doha con ben 85 musicisti e la direzione del maestro-colonnello Massimo Martinelli. “Questi concerti sono uno dei tanti esempi delle eccellenti relazioni bilaterali e un segno della nostra lunga amicizia basata sulla reciproca fiducia e ammirazione”, le parole dell’ambasciatore Pasquale Salzano. “Ciò che le autorità e il popolo del Qatar apprezzano dei Carabinieri è che essi rappresentano un’istituzione nello tempo innovativa ed ancorata ai suoi valori e tradizioni. Dedizione, impegno e passione inspirano sempre i membri dell’Arma nei loro compiti di protezione e assistenza delle persone, in Italia e all’estero”.

Il 13 settembre 2019 era il comandante della Guardia dell’Emiro, Hazza bin Khalil al Shahwani, a recarsi in visita in Italia per incontrare il generale Giovanni Nistri. “La visita avviene a poco di un anno dalla firma dell’accordo di cooperazione congiunta tra Italia e Qatar, nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi nel comparto militare”, riportava la nota emessa dall’ambasciata italiana a Doha. “La cooperazione tra Italia e Qatar ha assistito negli ultimi anni ad un particolare slancio nel comparto della difesa come rappresentato dal contratto firmato nel giugno 2016 da 5 miliardi di euro per la fornitura, in cinque anni, di sette unità navali destinate alla Marina militare dell’emirato”.

Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani a Doha nel gennaio 2020

C’è un post sul profilo istituzionale di facebook del Comando Generale dei Carabinieri che la dice lunga su come e quanto sia legata l’Arma al sovrano del Qatar e ai suoi reparti d’élite. La sua pubblicazione risale al 21 gennaio scorso, in occasione della missione nel Golfo del Presidente della repubblica, Sergio Mattarella. “La dimensione internazionale dell’Arma non è data solo dalle competenze nella protezione e costruzione di sicurezza all’estero, ma anche dalla capacità di aver ben impressionato altri Paesi col modello Carabinieri, come accaduto in Qatar dove il Presidente Mattarella è in visita ufficiale”, si legge. “Oggi, nel corso di un incontro, l’emiro Tamim bin Hamas al Thani ha ricordato di quando il padre, visitando l’Italia nel 2000, incontrò proprio Mattarella, allora Ministro della Difesa, e rimase colpito dall’Arma dei Carabinieri, al punto da creare un corpo simile nello Stato qatariota”. Un apparato di controllo e pronto intervento (custode della sicurezza interna, così come si autodefinisce), che risponde in tutto e per tutto al Capo di un regime ancora assai distante dai principi democratico-liberali o dal rispetto degli standard base in tema di diritti umani.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Morto per infarto il presidente del Burundi, Paese benedetto da Dio e protetto dal Covid

Africa ExPress
9 giugno 2020

Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, è deceduto ieri pomeriggio nell’ospedale Cinquantenaire de Karuzi, città al centro del Burundi.

Le autorità governative hanno precisato che il capo dello Stato sarebbe morto in seguito a un infarto; aveva accusato un malore mentre assisteva a una partita di volley-ball a Karuzi. Ne è seguito l’immediato ricovero.
Da fonti mediche è però trapelato che Nkurunziza è risultato positivo al test Covid-19.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

La moglie Denise è stata ricoverata il 31 maggio nella clinica privata dell’Aga Khan a Nairobi, dove è giunta in piena notte in aereo, sistemata su una barella di biocontenimento, accompagata da guardie del corpo e uno stuolo di medici.

Secondo le norme vigenti per contrastare l’espandersi della pandemia, il Kenya vieta l’entrata nel Paese a persone positive al coronavirus. Ma si sà, per gli amici le eccezioni confermano la regola. Infatti solo pochi giorni prima anche il ministro della Sanità di Gitega (la capitale politica), Thaddée Ndikumana, è stato ospedalizzato nella capitale keniota per la stessa patologia. Eppure pochi giorni prima della tornata elettorale aveva defenestrato gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per interferenze inaccettabili nella gestione di COVID-19.

Subito dopo la partenza della moglie, il presidente, il cui mandato scade il 20 agosto, ha esclamato: “Possiamo nuovamente riunirci senza le mascherine, Dio purifica l’aria del nostro Paese”.

Pierre Nkurunziza con la moglie Denise

Il Burundi che conta poco più di 11 milioni di abitanti, ha preso poche misure volte a contrastare l’espandersi del virus, tant’è vero che nemmeno la Primus Ligue (che corrisponde alla nostra Serie A) non si è mai fermata. Assembramenti, matrimoni, funerali e altre cerimonie non sono vietate. Nessun distanziamento sociale, chiusi solamente aeroporti e le frontiere, rimangono aperte quelle con la Tanzania per il trasporto di merci.
Si fa finta che il virus non esista. A tutt’oggi sono stati confermati ufficilamente 83 casi con una sola vittima. Certo, la seconda non si conta. Il presidente non è morto a causa di Covid-19.

L’ex leader del Paese, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature. Nel 2015 aveva vinto per la terza volta le presidenziali. Il periodo pre- e post-elettorale era stato segnato da un clima di forte tensione sociale, durante il quale sono morte oltre 1.200 persone. Altre 400.000 sono fuggite dal Burundi in seguito alle violenze.

Evariste Ndayishimiye, neo-eletto presidente del Burundi

Con la dipartita imprevista dell’attuale capo dello Stato, ora si presenta pure un problema istituzionale. Anche se il mandato di  Nkurunziza stava per concludersi, il 20 agosto appunto, secondo l’articolo 81 della Costituzione dell’ex protettorato belga, dovrebbe assumere l’incarico ad interim il primo vice-presidente Gaston Sindimwo fino all’investitura del neo-eletto presidente Évariste Ndayishimiye.

Africa ExPress
@africexp

Alfano e Pinotti: training militari al Qatar e commesse per 5 miliardi per navi e missili

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
giugno 2020

I cantieri di La Spezia, la vicina stazione elicotteri di Sarzana Luni e l’Arsenale di Venezia; l’Accademia di Livorno e la grande base navale di Taranto; l’arcipelago della Maddalena e lo scalo aereo di Catania Fontanarossa. Sono le infrastrutture strategiche della Marina militare dove da quattro anni vengono formati e addestrati ufficiali, sottufficiali e tecnici dei reparti di guerra navale del Qatar, il ricco e potente emirato sempre più armato dalle industrie belliche del Belpaese. La cooperazione in ambito navale è una delle più rilevanti dell’asse strategico-militare Roma-Doha. Essa scaturisce da un Memorandum of Understanding sottoscritto il 16 giugno 2016 dall’allora ministra della Difesa piadina Roberta Pinotti e dal Ministro per gli Affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Muhammad Al Attiyah.

Nel corso del vertice i due ministri firmarono con gli amministratori delegati di Fincantieri S.p.A. e MBDA Italia (industria missilistica parzialmente controllata da Leonardo-Finmeccanica) una lettera d’intenti per la fornitura all’emirato di mezzi navali e sistemi d’arma per 5 miliardi di euro. “La cooperazione nel settore della Difesa con il Qatar è molto forte già da diversi anni e la firma dell’accordo di oggi rafforza ancor di più una collaborazione che riteniamo molto importante e che creerà numerosi posti di lavoro per l’intero sistema Paese”, dichiarò Roberta Pinotti nell’occasione. “Nel settore delle costruzioni navali l’Italia ha maturato una profonda esperienza e competenza, sia dal lato militare che industriale. È un grande onore e privilegio poter mettere a disposizione del Qatar le nostre professionalità tecniche e poter condividere le avanzate tecnologie che sono state sviluppate”.

Il 2 marzo 2017, l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli e il Comandante delle forze navali dell’emirato, generale Mohammed Nasser Al Mohannadi, firmarono a Roma tre “accordi tecnici” che formalizzavano la partecipazione ai corsi di addestramento presso i Centri della Marina italiana degli equipaggi che saranno imbarcati nelle unità in via di acquisizione; l’invio di un ufficiale di collegamento della Marina presso lo Stato Maggiore del Qatar a Doha; l’imbarco di personale della Marina qatarina a bordo delle navi militari italiane.

Accordo tecnico marina militare Italia-Qatar: Valter Girardelli e Mohammed Nasser Al Mohannadi

“La cerimonia per la firma dei tre accordi è stata anche occasione per un incontro informale tra i vertici delle due Marine per discutere di ulteriori possibili aree di cooperazione quali, ad esempio, un possibile supporto della Marina Italiana per l’avvio dei centri di formazione e addestramento della Marina del Qatar; la partecipazione del Comandante della Marina Qatarina al Regional Seapower Symposium 2017 che sarà organizzato nella cornice dell’Arsenale di Venezia e l’adesione del Qatar al VRMTC (Virtual Regional Maritime Traffic Center)”, si legge nella nota dell’Ufficio stampa del Ministero della difesa. Il Virtual Regional Maritime Traffic Centre è costituito da una rete virtuale gestita dal Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) di Santa Rosa, Roma, che consente la condivisione con le Marine miliari partner delle informazioni non classificate sul traffico mercantile. Al Centro virtuale regionale aderiscono 28 paesi dell’area mediterranea, dell’Africa sub-sahariana e del Mar Nero (tra essi Algeria, Giordania, Israele, Libia, Marocco, Mauritania, Senegal, Tunisia, Turchia, Ucraina, ecc.), a cui potrebbero aggiungersi, oltre al Qatar, anche Ghana, Costa d’Avorio e Giappone.

In occasione del vertice tra l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano e l’omologo qatarino Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani, il 2 agosto 2017 fu firmato un accordo politico-militare-industriale che autorizzava il Qatar ad acquistare da Fincantieri sette navi di superficie (quattro corvette multiruolo, una nave anfibia e due pattugliatori d’altura). Secondo l’agreement, la società italiana s’impegnava a realizzare tutte le unità nei propri cantieri di La Spezia e a fornire i servizi di supporto e manutenzione nei bacini qatarini per un periodo di 10 anni dalla loro consegna. La produzione delle navi da guerra ha preso il via ufficialmente il 31 luglio 2018 nel corso di una cerimonia a cui erano intervenuti, tra gli altri, il Comandante delle forze navali dell’Emirato, generale Abdullah Bin Hassan Al Sulaiti e l’allora Capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli.

Angelino Alfano (ex ministro Esteri italiano) con il suo omologo quatarino Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani

“A partire dalla stipula di un contratto tra la ditta Fincantieri e le Qatar Emiri Naval Forces, la Marina Militare ha avviato un’intensa attività di cooperazione nei confronti della controparte qatarina, mirata a garantire supporto tecnico durante la costruzione delle unità e la formazione professionale dei futuri equipaggi”, riportava il Ministero della Difesa. “Tale iniziativa impegnerà per un periodo di circa 10 anni gran parte della articolazioni della Forza Armata preposte alla selezione, formazione ed addestramento nonché all’erogazione di moduli specialistici ad hoc (quali ad esempio tirocini per la guardia in plancia, sessioni di scuola Comando, Flight Operational Training, ecc).

A fronte dell’elevatissima valenza strategica e della complessità dell’impresa, a partire dal 1° gennaio 2018 è stato istituito presso lo Stato Maggiore Marina l’Ufficio di Programma Qatar, responsabile di coordinare in maniera omnicomprensiva il supporto della Forza Armata. A partire dal settembre 2018 la prima aliquota dei futuri equipaggi delle unità che saranno consegnate (circa 130 militari) ha iniziato l’iter addestrativo che proseguirà dal settembre 2019 presso il Centro di Addestramento della Marina militare di Taranto (Maricentadd)”.

In tale contesto, tre mesi prima era stato realizzato un nuovo simulatore per condurre le attività “formative”. Alla sua presentazione ufficiale, oltre a una delegazione delle forze navali del Qatar, partecipavano l’allora Comandante in Capo della Squadra Navale, ammiraglio Donato Marzano, il Qatar Program Manager di Fincantieri, Marco Costa e gli ingegneri delle società costruttrici del simulatore (Leonardo e due controllate da Fincantieri con sede a Genova, il Centro per gli Studi di Tecnica Navale “Cetena” e Seastema S.p.A.). “Il Simulatore Navale Integrato è composto da una Plancia primaria e una secondaria per la conduzione della navigazione, da un Combat Operation Center per la condotta operativa dell’unità al combattimento e da una postazione elicottero, per l’addestramento all’impiego tattico degli aeromobili imbarcati”, specificava la Marina italiana.

“L’ammiraglio Marzano, al termine del giro illustrativo di tutte le componenti del sistema, ha riconosciuto il lavoro fatto dalla Fincantieri nella realizzazione del Simulatore, strumento di notevole portata tecnologica non solo per gli equipaggi delle unità del Qatar, ma anche per quelli italiani e di altre marine estere, negli anni a venire. La sua attivazione è un passo importante nell’impegnativo processo addestrativo degli equipaggi di una marina, come quelle del Qatar, che sta perseguendo un percorso di sviluppo capacitivo e che si affida alla Marina Militare Italiana per raggiungere la propria prontezza operativa. La collaborazione con Fincantieri, conferma ancora una volta l’efficacia dell’interazione tra il mondo militare e quello industriale del paese, nel perseguire obiettivi comuni a supporto del Sistema Paese nel mondo”.

Alle attività “formative” della Marina del Qatar concorrono altri centri d’eccellenza italiani, in particolare l’Accademia navale di Livorno (ente di livello universitario che si occupa della preparazione militare degli allievi ufficiali) e, più recentemente, la Scuola Sottufficiali ospitata nell’isola de La Maddalena, in Sardegna. “Tra le numerose iniziative per dare impulso all’immagine della Scuola va segnalato lo sviluppo dell’attività formativa per il personale della Marina libica nonché la collaborazione posta in essere, per il quadriennio 2019-2022, con la Marina del Qatar, soprattutto nella condotta di mezzi nautici, nella manutenzione degli apparati motore e nell’istruzione velico-marinaresca”, annunciava nel maggio 2018 l’allora Comandante delle Scuole della Marina italiana, ammiraglio Alberto Bianchi. Il primo stage per una sessantina di militari dell’emirato si è tenuto dal febbraio al luglio 2019.

Sempre lo scorso anno hanno preso il via le attività addestrative all’ammaraggio forzato del personale del Qatar presso il nuovo centro della Stazione elicotteri della Marina militare di Sarzana Luni (La Spezia). Un gruppo di ufficiali delle forze aeree del Qatar è stato invece ospite nell’ottobre 2019 di un’altra importante Stazione elicotteri della Marina, quella di Catania-Fontanarossa, per prepararsi alla conduzione e alla manutenzione dei velivoli da trasporto e combattimento.

Anche le unità da guerra italiane concorrono all’addestramento dei militari qatarini, offrendo contestualmente un’ottima occasione al complesso militare-industriale nazionale ed europeo per piazzare i propri prodotti bellici nel florido mercato mediorientale. Dal 27 aprile al 1° maggio 2017, ad esempiola fregata Carabiniere ha effettuato una lunga sosta nel nuovo porto di Hamad, il principale scalo marittimo del Paese, poco a sud di Doha. L’unità della Marina militare italiana – realizzata nell’ambito del cosiddetto programma FREMM (Fregata europea multi-missione) da Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e Leonardo-Finmeccanica) e dalla francese Armanis – era impegnata in una crociera intercontinentale per “promuovere le eccellenze imprenditoriali italiane, oltre a sostenere il made in Italy su mercati in espansione”, dichiarava la Farnesina. A promuovere e co-finanziare il tour della fregata le maggiori aziende produttrici di armi (Fincantieri, Leonardo, MBDA Italia, Elettronica, Telespazio, Drass) con tanto di “media partner” (Rai Italia e RTV San Marino).

Fregata Carabinieri in Qatar

“Durante la sosta in Qatar la Carabinieri ha preso parte ad un’esercitazione in mare a cui hanno partecipato anche dei militari qatarini, tra cui piloti dell’aviazione navale che hanno avuto modo di apprezzare le caratteristiche peculiari dell’elicottero NH90, velivolo d’interesse per la marina qatarina che potrebbe utilizzarlo a bordo dei pattugliatori in acquisizione dall’industria italiana”, riferiva lo Stato maggiore della Difesa. Da lì a poco, l’interesse si sarebbe trasformato in un altro affare miliardario per Leonardo S.p.A. e le industrie europee partner: l’emirato acquisterà infatti ben 28 elicotteri multiruolo NH90 in versione da trasporto tattico e navale.

I primi di novembre del 2018 era un’altra unità della classe FREMMnave Martinengo, ad approdare a Doha per presentare gli ultimi “gioielli” della produzione bellica italiana. Schierata nel Golfo Persico nell’ambito della controversa operazione Ue “Atalanta” finalizzata al “contrasto della pirateria”, la Martinengo effettuava “un fitto programma di attività addestrative congiunte con le Forze Navali del Qatar, a testimonianza dell’interoperabilità che esiste tra le due Marine”, riportava la Difesa.

“Inoltre, durante la sosta in porto, gli equipaggi di due pattugliatori del Qatar – unitamente ai vertici della Marina locale – hanno visitato l’Unità italiana, anche per prendere contatto diretto con la realtà delle fregate classe FREMM, di cui buona parte della tecnologia verrà mutuata dalle prossime costruzioni navali qatariote presso gli stabilimenti di Fincantieri. Il 2 novembre è stata invece condotta una esercitazione con assetti aeronavali della marina qatariota. Hanno partecipato due pattugliatori Classe Barzan, un fast patrol boat classe Combattante e due velivoli alfajet”.

Doha, Qatar, DIMDEX 2018

In Qatar approdava il 2 marzo 2019 pure la fregata “europea multi-missione” Carlo Margottini, impegnata anch’essa in un tour promozionale delle tecnologie e dei sistemi da combattimento prodotti dalle holding a capitale pubblico-privato Fincantieri e Leonardo-Finmeccanica. “La campagna del Margottini nei Paesi del Mar Arabico è sia emblema del dialogo e della cooperazione internazionale, sia occasione, rinnovata di porto in porto, di effettuare esercitazioni con le marine locali al fine di incrementare la reciproca conoscenza delle capacità operative, attività che difatti è stata svolta anche con tre unità della Qatar Emiri Naval Force”, riferiva la Difesa. Per la Margottini si trattava della seconda missione in Qatar in 12 mesi. Nel marzo 2018 la fregata era approdata a Doha in occasione della fiera internazionale dei sistemi da guerra “Dimdex” per organizzare conferenze e meeting sul made in Italy. Ospite d’onore della nave da guerra, l’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti.

Antonio Mazzeo
amezzeo61@gmail.com

Racism and Coronavirus a Deadly Cocktail that’s Tearing America Apart

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Editorial Special for Africa ExPress
Renzo Cianfanelli *
New York, June 7 2020 

La versione italiana di questo articolo la trovate qui

The United States under the aggressive and divisive leadership of Donald Trump is turning into a misnomer. ‘Disunited’ would be a more apt name. At home the country is split. The fracture is multifold. America, as the contemporary social historian Studs Terkel explained in his classical volume is the land of “The Great Divide”.

The divide is not only geographical as in the series of mountain ranges that crosses the North American continent. More fundamentally, it is the deepening American chasm between the haves and have-somewhat and the have-nots. It is also the split of race, that at times appears to close and then casually widens and flares, triggered (or politically manipulated) by frustrating disparities and chaotic migrations.

Such is the background of the conflagrations erupted in Minneapolis and then rapidly extended throughout the US after the killing by police of an unarmed American black. George Floyd was accused of a trivial offense. He had tried to buy a packet of cigarettes using a forged $ 20 dollar bill. Promptly arrested, he was forced to the ground by a policeman who placed his knee on his neck. Eight minutes later the suspect was dead: murdered by strangulation.

The event quickly escalated coming on top of two epochal crises: the seriously mismanaged Covid-19 pandemic where America is now leading the world for deaths and infections; and the economic toll of the lockdown. All of a sudden, with the US longest boom grinding to a halt, over 30 million became unemployed. America’s deepest recession since 1929, given the size of the US economy, has the potential of causing a large-scale depression worldwide. 

This video show the moment of the killing of George Lloyd

On the international front America,  although it still has the largest economy and the most powerful military in the planet, is suffering from an identity crisis. It is a problem that Britain, France, Spain and even the old Roman Empire, knew only too well. World dominance is never forever. 

Meanwhile, while America is struggling to adjust to the diminished realities of a multilateral balance of power, the effects are predictably  serious worldwide – in particular in the long-suffering African continent, as well as in Asia and the other emerging countries. And in Europe.

 Renzo Cianfanelli *

*Renzo Cianfanelli, began to work as journalist at the BBC in London, afterwards he became  international correspondent of Corriere della Sera, currently is based at the UN Headquarters in New York, is president of RAC Associates Media LLC and a consultant of USA-Italy Forum, CSIS Johns Hopkins University, Washington DC.