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L’Unione Africana sospende il Sud Sudan: non ha pagato la quota di iscrizione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 giugno 2020

L’Unione Africana ha sanzionato il governo del Sud Sudan  per non aver versato per tre anni consecutivi i contributi all’Organizzazione; il debito accumulato supera ampiamente i 9 milioni di dollari.

La missione sud sudanese ad Addis Ababa, Etiopia – sede dell’Unione Africana – ha informato il proprio ministero degli Esteri il 17 giugno scorso che la sanzione è diventata effettiva già il 16 giugno.

E’ stato davvero un momento imbarazzante per tutti i presenti, quando il presidente di una riunione in atto ha sospeso la seduta, invitando la delegazione sud sudanese a lasciare l’aula, in quanto la loro presenza da questo momento in poi è considerata illegale.

Sede dell’Unione africana ad Addis Ababa, Etiopia

Il ministero degli esteri di Juba ha cercato subito di correre ai ripari; tramite un portavoce, Hakim Edward, ha fatto sapere che il proprio dicastero e quello delle Finanze stanno cercando di risolvere l’empasse quanto prima.

Il più giovane Stato della terra, che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011, non è stato silurato dall’Unione Africana; ma, finchè non avrà regolarizzato la sua posizione amministrativa, non potrà partecipare alle riunioni e è privato del diritto al voto.

Secondo Brian Adeba, direttore aggiunto della ONG Enough Project, la sospensione del Sud Sudan non ha sorpreso nessuno, dal momento che la corruzione nel Paese è endemica. L’appropriazione indebita di fondi è prassi, nella più grande impunità gli alti funzionari governativi falsificano regolarmente i budget stanziati dai ministeri. Un sistema di corruzione estremo, eppure il Paese produce 200mila barili di petrolio al giorno; malgrado ciò gli impiegati statali non vengono pagati da 5 mesi.

Già nel 2019 il presidente Salva Kiir aveva annunciato di voler trattenere un giorno di stipendio nella busta paga dei dipendenti pubblici per quattro mesi nell’interesse della pace, perchè Juba non era in grado di racimolare il denaro necessario volto a garantire l’applicazione del processo di pace.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente

E mentre il governo piangeva miseria, tra dicembre 2018 e gennaio 2019 il National Pre-Transitional Committee (NPTC) – gruppo incaricato della supervisione della prima fase del trattato di pace e della gestione del budget – aveva messo a disposizione oltre 135mila dollari per rinnovare le case di due politici.

D’altronde il governo sud sudanese è conosciuto per essere spendaccione. Durante l’estate 2018 Juba aveva erogato ben quarantamila euro a ciascun parlamentare per l’acquisto di nuove autovetture. Una somma considerevole, che supera abbondantemente i dieci milioni di dollari, in un Paese dove le strade nemmeno esistono.

La popolazione, dopo anni di guerra civile è allo stremo. Durante il conflitto interno iniziato alla fine del 2013, hanno perso la vita 400mila persone e ancora oggi il 60 per cento dei sudanesi necessità di aiuti umanitari. In milioni hanno dovuto lasciare le proprie case, ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite.

La scorsa settimana il presidente Kiir e il primo vice-presidente Riek Machar si sono finalmente accordati sulla distribuzione e il controllo dei 10 Stati, uno dei nodi più importanti da sciogliere per la messa in atto del trattato di pace. E a questo proposito Norvegia, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano messo alle strette Juba: in un comunicato congiunto i governi dei tre Paesi avevano sottolineato che il ritardo nell’applicazione dell’accordo avrebbe compromesso il processo politico di transizione.

Sta di fatto che mercoledì scorso il ministro per gli Affari presidenziali, Nhial Deng Nhial, ha reso noto che Kiir nominerà i governatori di 6 Stati, tra questi Unity State e Central Equatoria (che comprende anche la capitale Juba), entrambi ricchi di petrolio. Mentre Machar proporrà gli amministratore dell’Upper Nile – anch’esso produttore di greggio – e di altri due Stati, mentre South Sudan Opposition Alliance sceglierà quello del Jonglei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Plasma infetto dal Qatar alla Sardegna: ricerca e affari con Santa Madre Chiesa

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Giugno 2020

In Qatar un centinaio di pazienti convalescenti da Covid-19 “donano” il loro plasma che viene poi infuso in altrettanti malati gravi offertisi “volontariamente” per i test di laboratorio. Successivamente il plasma viene imbarcato in un aereo dell’Aeronautica militare italiana e trasportato sino ad un grande presidio ospedaliero privato in Sardegna dove verranno quantificati gli anticorpi neutralizzanti il coronavirus.

Tra Doha e Olbia

Passa tra Doha e Olbia la nuova frontiera della ricerca scientifica per contrastare l’epidemia che ha messo in ginocchio il mondo intero. Sperimentazioni che pongono profondi dubbi etici ma che legano insieme transnazionali, holding farmaceutiche, uffici diplomatici, le forze armate e le segrete finanze della Santa Sede in quella che è ormai la gara multimiliardaria per il nuovo vaccino anti-influenzale planetario.

Ospedale Mater Olbia, Sardegna

Con un comunicato ufficiale del Mater Olbia Hospital è stato reso noto un accordo con le autorità governative del Qatar e l’Università Cattolica del Sacro Cuore per sviluppare congiuntamente una ricerca sul plasma iperimmune. “Il progetto si propone di valutare la sicurezza e l’efficacia della terapia con plasma in una coorte di pazienti Covid-19”, spiega il centro sardo. “Lo scopo è quello di dimostrare la caratterizzazione del ruolo degli anticorpi nello sviluppo dell’immunità post-Covid-19, mediante un’analisi dettagliata della risposta anticorpale specifica per Sars-CoV-2. I risultati della ricerca, che prevede l’arruolamento di 100 donatori e 100 pazienti riceventi, contribuiranno in modo significativo a standardizzare e migliorare la terapia con plasma”.

Più specificatamente, il plasma dei pazienti in via di guarigione verrà raccolto e infuso su malati con quadri severi da Covid-19 presso l’Hamad Medical Corporation di Doha. I campioni di plasma verranno successivamente inviati al Mater Olbia Hospital dove, mediante saggi Elisa, saranno determinati i titoli anticorpali e la caratterizzazione qualitativa immunitaria. I campioni di plasma selezionati saranno infine “infettati” da cellule con virus Sars-CoV-2 nel laboratorio di Microbiologia dell’Università Cattolica di Roma che misurerà le capacità di risposta inibitoria.

Ricerche in Cina

“Alcuni lavori condotti in Cina hanno messo in evidenza le potenzialità di questo trattamento, in analogia a quanto dimostrato in precedenza per altre infezioni virali gravi tra cui Sars e Mers, causate da virus molto simili a Sars-CoV-2”, aggiunge il Mater Olbia. “Si ritiene che gli anticorpi presenti nel plasma di pazienti convalescenti possano esercitare un’azione neutralizzante sul virus nei pazienti Covid-19 gravi, contribuendo in modo decisivo a un rapido miglioramento delle condizioni cliniche e alla guarigione”.

La ricerca è finanziata dalla Qatar Foundation Endowment (organizzazione “no-profit” che opera nel campo della ricerca scientifica e dell’istruzione accademica, finanziata e controllata dal governo dell’emirato), dall’Hamad Medical Corporation (il principale gruppo fornitore di servizi sanitari e ospedalieri del Qatar) e dal Mater Hospital di Olbia e ha un valore stimato di 500.000 euro. Collaborano al progetto l’Ambasciata della Repubblica italiana a Doha e l’Aeronautica militare che ha fornito l’aereo cargo che sabato 13 giugno – secondo l’Ansa – ha trasportato il plasma dei pazienti qatarini in Italia, insieme ad un gruppo di militari impegnati con la coalizione anti-ISIS nella grande base aerea di Al-Udeid, a 50 km circa da Doha.

Plasma Covid-19 da Doha, Qatar a Olbia, Sardegna,Italia

Gli studi saranno coordinati da Hussam Al Soub e da Ali S. Omrani dell’Hamad Medical Corporation e dal prof. Stefano Vella del Mater Olbia Hospital, già direttore del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità ed ex Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, dal gennaio di quest’anno “rappresentante italiano” al Programma Quadro di Ricerca Europeo Horizon 2021-2027, su nomina del MIUR e del ministero della Salute.

Risorse pubbliche

Con delibera della Giunta della Regione Sardegna del 26 marzo 2020, il Mater Olbia Hospital è stato individuato quale struttura emergenziale anti-Covid per l’area settentrionale dell’Isola. Ciò comporta il trasferimento di ingenti risorse pubbliche a favore dell’ospedale per approntare nuove strutture di terapia intensiva e un reparto di malattie infettive con 15 posti letto. Per ovviare alla carenza di personale medico e paramedico specializzato, il ministero della Difesa ha anche trasferito nel centro di Olbia 3 medici e 8 infermieri militari.

Grandi interessi privati in mano straniera con l’immancabile aiuto del sistema pubblico quelli del Mater Olbia Hospital. La grande struttura è di proprietà della Qatar Foundation Endowment e della Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, nella titolarità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il controllo societario è esercitato in verità da un’oscura società registrata il 13 dicembre 2013 nel paradiso fiscale del Granducato del Lussemburgo, la Innovation Arch. Questa  secondo Mauro Pili, politico e giornalista, in un articolo pubblicato dall’Unione Sarda, detiene il 75 per cento  del capitale sociale (10 milioni di euro) della Mater Olbia S.p.A. di Cagliari; il restante 25 per cento è in mano alla Fondazione del Policlinico “Gemelli”. Al centro ospedaliero di Olbia, la regione Sardegna ha destinato finanziamenti per 86 milioni di euro nel biennio 2019-2020, cui vanno poi aggiunti quelli “straordinari” per contrastare la pandemia da Covid-19.

Comunione e Liberazione

Presidente del consiglio d’amministrazione del Mater Olbia è il manager Rashid Al-Naimi, vicepresidente della Qatar Foundation Endowment, presidente del Qatar MICE Development Institute (società di consulting e promozione industriale) e di Gulf Bridge International (holding privata che controlla la rete di cavi sottomarini che collegano i paesi del Golfo all’Europa, all’Africa e all’Asia). Rashid Al-Naimi è pure membro del CdA di Vodafone Qatar ed ha operato come direttore generale per conto della RasGas Ltd di Doha, una delle maggiori società internazionali produttrice ed esportatrice di gas naturale liquefatto (GNL).

Vice presidente e amministratore delegato di Mater Olbia Hospital è Giovanni Raimondi, pure presidente dell’IRCCS – Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemellidi Roma, istituzione intrinsecamente legata all’Università Cattolica del Sacro Cuore e all’Istituto di Studi Superiori “Giuseppe Toniolo” di Milano e fedelissimo di Comunione e Liberazione. Del Cda del “Gemelli”, fanno pure parte – tra gli altri – il rettore e presidente del consiglio d’amministrazione della Cattolica, Franco Anelli (CL); il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi; il presidente (dimissionario) del Banco Popolare di Milano, Carlo Fratta Pasini (CL); il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli e il giornalista ed ex sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, fedelissimo berlusconiano e Premio America della Fondazione Italia-Usa. Tutti esponenti del mondo cattolico.

Per comprendere l’identità e il peso dei proprietari dell’impero Gemelli-Cattolica basta rilevare composizione e nomina dei membri del consiglio d’amministrazione dell’Università Cattolica, la struttura-madre: 11 su 17 sono nominati dall’Istituto “Giuseppe Toniolo” creato nel 1920 da padre Agostino Gemelli, francescano e fondatore dell’Ordine dei Missionari della regalità di Cristo. Altri tre rappresentanti sono invece nominati, rispettivamente dalla Santa Sede, dalla Conferenza Episcopale Italiana e dall’Azione Cattolica. Dulcis in fundo il rappresentante del governo italiano, il dottor Guido Carpani, già Capo gabinetto della Presidenza del Consiglio e dei ministeri della Salute e dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, ma anche ex consigliere d’amministrazione de Mater Olbia nonché vicepresidente dell’Istituto Toniolo e consigliere di amministrazione dell’Università Cattolica.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 giugno 2020

“In Mozambico la corsa al gas, sta aggravando la crisi climatica e avvantaggia solo le multinazionali e le élite corrotte. È una situazione che deve finire”. È la dichiarazione forte e senza appello quella di Anabela Lemos, direttrice di Amici della Terra (AdT) Mozambico e fondatrice di JA! Justiça Ambiental.

Immagine di copertina del report
Immagine di copertina del report “Dall’eldorado del gas al caos” (Courtesy: Amici della Terra)

Con il report “Dall’eldorado del gas al caos”, in una quarantina di pagine, le ong ambientaliste, denunciano la Francia, per le sue politiche in Mozambico. Il rapporto, pubblicato il 15 giugno, rivela il sostegno del governo francese alle aziende coinvolte nell’industria del gas, a Cabo Delgado, nord del Mozambico. La Francia si è mossa come garante con BNP Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e Natixis affinché concedessero prestiti agli operatori del gas della regione.

La politica della Francia smentisce le parole di Macron

Eppure nel gennaio scorso il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva rilasciato dichiarazioni pubbliche opposte a quella che è la politica francese in Mozambico. “Collettivamente avremo difficoltà a spiegare ai paesi poveri che stanno scoprendo i depositi di gas come dovremo fare a meno di questi idrocarburi. Ad esempio il Mozambico ha scoperto di avere formidabili depositi nelle sue acque territoriali” – aveva dichiarato, prima della Convention Citoyenne pour le Climat. “Dovremo trovare compensi nell’economia internazionale per aiutarli a uscirne e renderli meno dipendenti dagli idrocarburi”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, parla a margine della Convention Citoyenne pour le Climat
Il presidente francese, Emmanuel Macron, parla a margine della Convention Citoyenne pour le Climat

Il supporto francese è diventato una garanzia all’esportazione di oltre 528mln di euro per il progetto Coral South FLNG, nel Bacino del Rovuma, nel 2017. Nel 2019 la francese Total è subentrata all’americana Anadarko e, con l’ingresso di banche francesi in altri due progetti sul gas mozambicano, arriverebbero ulteriori cambiamenti. Secondo l’indagine di AdT, per la Francia potrebbe esserci la concessione di altre garanzie di esportazione.

Bomba a orologeria climatica

L’indagine di AdT dice che la Francia, in Mozambico, sta finanziando una bomba climatica a orologeria. Il Mozambico è un paese estremamente fragile oggi a causa del Covid-19 e di due fronti di terrorismo armato: dissidenti RENAMO e jihadisti a Cabo Delgado. Ma sta ancora curando le profonde ferite dei cicloni  Idai e Kenneth dello scorso anno. I due eventi meteorologici anomali, causati dai cambiamenti climatici, hanno distrutto il centro del Paese toccando anche Cabo Delgado.

Le aree di estrazione di gas naturale (GNL-LNG) del fondale marino del Bacino del Rovuma di competenza francese sono tre. Secondo lo studio, l’estrazione emetterà gas serra equivalenti a sette anni delle emissioni della Francia e a 49 anni delle emissioni del Mozambico.

Una megattera, nel Canale del Mozambico. Le balene potrebbero essere in pericolo a causa dello sfuttamento dei giacimenti di gas a Cabo Delgado
Una megattera nel Canale del Mozambico. Le balene potrebbero essere in pericolo a causa dello sfruttamento dei giacimenti di gas a Cabo Delgado

Pericolo per l’arcipelago delle Quirimbas

A soli 8 km dall’Area 1 si trova l’arcipelago delle Quirimbas, patrimonio Unesco, che è in pericolo a causa delle perforazioni. Sonde e cannoni ad aria compressa utilizzati nelle perforazioni offshore colpiscono l’udito di mammiferi marini, pesci e altre forme di vita marina. Questi strumenti causano lesioni e uccidono la fauna marina e costringeranno megattere, balene boreali, delfini e altri animali a lasciare l’area. Un ulteriore pericolo per flora e fauna marina è poi il rischio di perdite di GNL. Potrebbero causare incendi o esplosioni a temperature da 1300 a 1600°C, impossibili da controllare.

In Mozambico esiste circa il 60 per cento delle rimanenti mangrovie dell’Africa orientale importanti piante e riserve di biodiversità. Il Parco Nazionale delle Quirimbas e i suoi dintorni ospitano balene, delfini, tartarughe, uccelli marini e vari pesci tropicali. E le megattere partoriscono nella regione e vengono avvistate regolarmente nella baia di Palma. Tutto questo potrebbe scomparire.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Mozambico (1), verso le elezioni tra minacce dell’ala armata Renamo e jihadismo

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

“Scordatevi di Giulio Regeni”: Egitto e Italia uniti nella strategia dell’oblio

Speciale per Africa ExPress
Amedeo Ricucci
22 giugno 2020

Nessuno lo dice – e tanti sono quelli che si illudono – ma la strada per una proficua cooperazione giudiziaria con l’Egitto, che consenta cioè di arrivare alla verità e di avere giustizia per Giulio Regeni, è tutta in salita e per vari motivi. Il primo è che il presidente Al Sisi non può permettersi di lasciar processare all’estero 5 dei suoi ufficiali del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, per il semplice fatto che così metterebbe a repentaglio da un lato la base stessa del suo potere – che si fonda sull’arbitrio e sull’impunità garantita ai suoi sgherri – e dall’altra l’equilibro sempre più delicato fra i diversi servizi di intelligence che puntellano il suo regime. Sbandierare perciò una presunta “disponibilità” da parte del presidente egiziano – come hanno fatto già in passato e continuano a fare le nostre autorità – significa solo ignorare o sottovalutare la realtà egiziana e le dinamiche interne all’attuale regime.

Giulio Regeni

La verità è che Al Sisi mente sapendo di mentire. E così come ha fatto finora, continuerà a tergiversare, cavillando sulle richieste dei giudici italiani e contando sul fattore tempo per uscire indenne dal caso Regeni, consegnandolo all’oblio. Non bisogna dimenticare a questo proposito che i giudici di Roma hanno a disposizione solo sei mesi per chiudere la loro inchiesta. E se l’Egitto non acconsentirà nel frattempo alla consegna del domicilio legale dei suoi 5 ufficiali iscritti nel registro degli indagati – è questo il primo passo chiesto alle autorità del Cairo – non sarà tecnicamente possibile processarli. Con l’Egitto, peraltro, l’Italia non ha nessun tipo di accordo, a livello di cooperazione giudiziaria. E se le autorità del Cairo si sono permesse finora di ignorare platealmente le richieste dei giudici italiani, cosa dovrebbe convincerle adesso, che la partita è ormai giunta alla fine? Il regalo di 2 fregate FREMM già destinate alla nostra Marina Militare? La promessa di uno shopping a venire, ancora più sostanzioso? Francamente, pensare che l’accesso ai gioielli della Fincantieri sia un incentivo sufficiente è un po’ da ingenui.

Eric Lang, cittadino francese, ucciso nella sua cella in Egitto nel 2013

Ci sono d’altronde dei precedenti. E non sono affatto incoraggianti. Nel settembre del 2013 un cittadino francese che insegnava in Egitto, Eric Lang, vene arrestato dalla polizia e, dopo una settimana di galera, venne ritrovato ucciso nella sua cella. Del delitto vennero accusati i suoi compagni di prigionia, sei egiziani, che vennero condannati in fretta e furia, anche se in realtà si appurò che la morte di Eric era dovuta all’uso di una sbarra di ferro, di elettrodi e di cavi elettrici, strumenti di tortura di cui difficilmente chi è recluso può disporre.

Secondo i loro avvocati erano stati invece i poliziotti a torturare e pestare a morte Eric. E non gli avrebbero prestato assistenza, lasciandolo invece agonizzare. A niente valsero però le proteste e gli appelli della famiglia Lang, che ottenne sì una nuova inchiesta, in Francia, che si arenò guarda caso di fronte al silenzio ostinato del Cairo sulle richieste di collaborazione giudiziaria della giustizia francese. Anche in quel caso vennero avanzate delle rogatorie internazionali, ma non ebbero alcun seguito e rimasero anzi lettera morta.

A onore del vero va aggiunto che i governi che si sono succeduti in Francia – a differenza di quelli italiani con il caso Regeni – non hanno mai preso a cuore gli appelli della famiglia Lang e hanno sacrificato la morte di Eric sull’altare della realpolitik, continuando a fare affari con Al Sisi, senza farsi tanti problemi. Resta però il fatto che la strada della collaborazione giudiziaria con i Paesi extra europei è irta di ostacoli, sia formali che procedurali, sui quali è facile inciampare e che garantiscono delle comode scappatoie ai regimi che non sono democratici – lo è forse l’Egitto di oggi? – e che vogliano proteggere i loro segreti.

Non sarebbe inoltre la prima volta che una nostra rogatoria internazionale cade nel vuoto. E’ successo ad esempio nel caso di Raffaele Ciriello, il fotoreporter ucciso a Ramallah nel marzo del 2012 da cinque proiettili 7,62 Nato sparati da un carro armato israeliano.

L’inchiesta aperta all’epoca dai giudici Turone e Baraldi, del Tribunale di Milano, venne archiviata a scadenza dei termini per via del rifiuto da parte del governo israeliano di identificare – perché i nostri giudici potessero interrogarli – i soldati che stavano all’interno del carro armato da cui erano partiti i colpi.

Più cocente ancora, se possibile, fu lo smacco subito con la strage del Cermis del 1998, quando un aereo militare americano – che volava a a una quota più bassa di quanto fosse concesso e in violazione ai regolamenti – tranciò di netto il cavo di una funivia in funzione, facendone precipitare la cabina e provocando la morte dei venti occupanti. I pm chiesero di processare in Italia i quattro marines dell’equipaggio, ma il giudice ritenne che, in forza della Convenzione di Londra del 1951 riguardante lo status dei militari della Nato, la giurisdizione sul caso era da riconoscere alla giustizia militare americana.

I genitori di Giulio Regeni

Insomma, la volontà da sola non basta. E in ogni caso, più che le dichiarazioni roboanti serve una strategia accorta e ben congegnata, vale a dire un mix di pressioni e di moral suasion, con cui aggirare da un lato gli ostacoli formali che si frappongono a un processo in Italia e ribadire dall’altro che non si è disposti per nessun motivo a dimenticare quello che è stato fatto a Giulio. Finora solo la famiglia Regeni ha fatto la sua parte, senza mai abbassare la guardia ed evitando così che calasse il silenzio su questa vicenda, come qualcuno sperava. L’opinione pubblica italiana l’ha sostenuta e fa oggi muro dietro di lei. Sta adesso alla politica fare la sua parte.

Amedeo Ricucci

L’Europa fa marcia indietro: basta finanziamenti al regime di Asmara

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 giugno 2020

Lo scorso maggio Human Rights for Eritreans (FHRE), con sede in Olanda, aveva citato in giudizio l’Unione Europea per un finanziamento di 80 milioni di euro dal Fondo Fiduciario per l’Africa per la realizzazione e il rifacimento della rete stradale in Eritrea. Questo perchè la società locale impegnata nella realizzazione delle infrastrutture, di proprietà del regime di Asmara, impiega come mano d’opera personale costretto al servizio militare/civile.

Tale denuncia ha creato parecchio imbarazzo a Bruxelles. Messa sotto pressione da Organizzazioni non governative, da alcuni deputati e da associazioni della diaspora eritrea, la Direzione generale della Cooperazione internazionale e dello sviluppo della Commissione europea (DG DVECO), ha fatto il punto della situazione sugli aiuti elargiti alla dittatura di Isaias Afewerki.

Eritrea: Forced labour

Il 15 giugno scorso, Hans Stausboll, responsabile di DVECO per l’Africa dell’est, durante un’audizione alla Commissione Europea ha evidenziato che un ulteriore finanziamento di 50 milioni di euro, richiesti da Asmara per il completamento della rete stradale, è stato rifiutato e nei prossimi anni non saranno più messi in budget altre somme di denaro per la ex colonia italiana.

Non è chiaro per quale motivo, invece, gli 80 milioni contestati da FHRE non siano stati bloccati, la convenzione in proposito è stata firmata solamente il 10 giugno scorso.

Stausboll ha inoltre precisato che Asmara potrà comunque godere di altri finanziamenti di complessivi 19,7 milioni di euro, per diversi progetti già approvati in precedenza. Tra questi 5 milioni per l’apertura di un dialogo con la diaspora, per favorire il ritorno momentaneo – per motivi lavorativi – o permanente di migranti eritrei.

Eppure l’UE è al corrente del sistema giudiziario del regime, di ciò che potrebbe accadere ai giovani una volta messo piede nel Paese. Al loro arrivo sono costretti a firmare una “Letter of regret” nella quale confessano di non aver terminato il servizio militare obbligatorio in patria, di aver commesso un grave reato, di accettare punizioni a tale riguardo. Il governo di Isaias non perdona i disertori; il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato resta la principale causa del perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa.

Bruxelles, Commissione europea

Secondo quanto è emerso recentemente da un’inchiesta di Euronews, non sempre i “ritorni volontari” possono essere considerati tali. Poco più di un anno fa 21 migranti, dopo lunghi mesi in situazioni detentive estreme in un lager libico a Zwara, involontariamente avevano apposto i loro nomi sulla lista rimpatri che gli era stata proposta dal personale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Al momento della partenza all’aeroporto Mitiga di Tripoli avrebbero voluto rinunciare al rimpatrio, non è stato possibile; solo 5 di loro sono riusciti a fuggire poco prima dell’imbarco. Negli ultimi due anni OIM, in collaborazione con il supporto dell’UE ha contribuito a far tornare in patria 61 eritrei detenuti in Libia.

Eppure, per stessa ammissione dell’Organizzazione, la loro presenza sul territorio del Paese sul Mar Rosso è assai “limitata” e nemmeno l’UNHCR vi può accedere, dunque nessuno è in grado di monitorare il destino dei rimpatriati in loco.

Anche il nuovo rapporto di Daniela Kravetz, avvocato cileno, inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, pubblicato recentemente e che sarà sottoposto al prossimo Consiglio per i Diritti umani – organo sussidiario dell’Assemblea generale del Palazzo di Vetro con la responsabilità di promuovere il rispetto universale per la protezione dei i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti, senza distinzione alcuna – che si riunirà nei prossimi giorni, parla chiaro: “Non si evidenziano concreti segnali di miglioramento, l’attuale situazione non ha subito cambiamenti sostanziali rispetto agli anni precedenti, malgrado sia stata riscontrata una timida apertura di dialogo con gli Stati confinanti”.

Insomma, il trattato di pace siglato nel 2018 con l’Etiopia, l’ex acerrimo nemico, non ha ancora portato i desiderati benefici alla popolazione eritrea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

 

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

 

 

Coronavirus in Madagascar: prostitute senza soldi, transessuali diventano sarte

Africa ExPress
20 giugno 2020

Madame Arilalaina partecipa con attenzione alle lezioni di cucito. Insieme a lei altre 9 persone che hanno deciso di cambiare lavoro. Sono tutti transgender, persone che da sempre vivono ai margini della società malgascia.

Il lockdown è stato davvero devastante nella capitale Antananarivo per coloro che svolgono il mestiere più antico del mondo, dall’oggi al domani si sono trovati senza clienti e quindi senza un soldo.

Ora un’organizzazione impegnata nella lotta dei diritti LGBT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) cerca di dare un’opportunità ai transgender, esclusi da tutti gli aiuti statali e strutture d’assistenza. Da pochi giorni questa associazione sta organizzando un corso intensivo di cucito della durata di tre mesi per una decina di transessuali con lo scopo di insegnare loro un nuovo mestiere, un opportunità per potersi inserire nella società.

Arilalaina ha 54 anni, si sente donna, ma è nata in corpo maschile e si prostituisce da oltre 30 anni. “Spero davvero di poter cambiare lavoro per essere autonoma. Non voglio più essere costretta a prostituirmi per sopravvivere. Sono felice di acquisire nuove competenze”, ha spiegato.

Gli altri partecipanti sono più giovani, dai 16 anni in su e nelle prossime due settimane tutti e tutte dovrebbero già essere in grado di cucire mascherine e tovaglioli igenici lavabili.

L’organizzazione che ha ideato il progetto preferisce mantenere l’anonimato per timore di ripercussioni o essere oggetto di messaggi di odio.

“Tutti i lavoratori del sesso non sono tra le priorità di chi elargisce aiuti, ma per i transessuali la situazione è ancora peggio. Alcuni/e di loro hanno alle spalle storie terribili e hanno subito violenze di ogni genere proprio a causa della loro identità. Tutti partecipanti vengono seguiti da uno psicologo durante l’intera durata del corso”, ha specificato uno degli ideatori dell’iniziativa.

Nello Stato insulare sono stati registrati 1.443 casi di coronavirus, 13 persone sono decedute, mentre 498 sono guarite da Covid-19.

Africa ExPress
@africexp

Madagascar: contro l’intruglio antivirus ministro ordina dolci lecca-lecca: silurato

Gli 007 italiani a difesa degli immensi giacimenti di gas del Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 giugno 2020

Una filiera, quella del gas naturale liquefatto (GNL), di rilevanza strategica per il sistema economico italiano, attentamente monitorata in ogni sua tappa dai servizi segreti e dall’apparato militare.

Il sistema d’approvvigionamento chiave prende origine dal giacimento di North Field, nel Golfo, nelle acque nazionali del Qatar. Dopo l’estrazione, il gas viene raffreddato fino a raggiungere lo stato liquido in un mega-impianto nella città industriale di Ras Laffan, nel nord est dell’emirato. Poi il GNL viene caricato sulle navi metaniere e trasportato in Italia: un tragitto lungo 7.139 km attraverso le acque “calde” del Mar Arabico, del Mar Rosso, dello stretto di Suez e del Mediterraneo orientale.

North-Field, Qatar

Punto d’approdo è il terminale Adriatic LNG di Porto Viro, Rovigo, nell’alto Mar Adriatico, dove il gas liquefatto viene rigassificato per essere poi inviato alla rete di distribuzione nazionale. Con una capacità di rigassificazione di 8 miliardi di metri cubi l’anno (pari alla metà della capacità di importazione nazionale di GNL), il terminale-rigassificatore veneto assicura oltre il 10% dei consumi nazionali.

La mappa con la rotta del gas liquefatto Qatar-Italia, fa bella mostra di sé a pag. 69 dell’ultima relazione annuale sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza presentata dalla Presidenza del Consiglio nel febbraio 2020. Il capitolo è quello riservato alle molteplici “minacce all’economia nazionale e al sistema Paese” ed è proprio il tema della “difesa” del GNL a catturare l’attenzione dei servizi segreti italiani.

“La prospettiva di lungo periodo cui rimanda la decarbonizzazione dei sistemi energetici europei determina la necessità di disporre, per alcuni decenni, di una fonte fossile – quale il gas naturale – affidabile e a (relativamente) basse emissioni, in grado di accompagnare la transizione e, al contempo, garantire sicurezza e competitività alle economie europee”, spiegano gli uomini dell’AISE, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna.

Adriatic LNG di Porto Viro, Rovigo

“Già oggi primo elemento del mix energetico italiano, il gas, a causa della riduzione progressiva della produzione interna, è importato per oltre il 95% del fabbisogno (…) L’Italia dispone attualmente di tre terminali (Livorno, Panigaglia e Rovigo) – per una capacità complessiva di 16 miliardi di metri cubi (Gmc) all’anno (su circa 100 totali) – che nel 2019 hanno permesso di importare 14 Gmc, pari a poco meno di un quinto del consumo interno lordo e sta sviluppando nuove progettualità relative al cd. small scale LNG. In un contesto globale caratterizzato da un’ampia e crescente disponibilità di GNL – grazie anche agli ingenti investimenti effettuati negli ultimi anni in Australia, Qatar, Russia e Stati Uniti – i Paesi importatori come l’Italia possono contare su un’offerta sempre più ampia…”.

Un chiaro invito a continuare a diversificare la domanda, privilegiando anche Mosca ma soprattutto Doha, a cui i servizi segreti perdonano la sempre maggiore ingerenza nel conflitto libico (“uno dei più classici esempi di guerra per procura dei nostri giorni”) nel quadro dello “scontro intra-sunnita” (a fianco della Turchia contro Egitto ed Emirati Arabi) e le strette relazioni con alcune milizie islamico-radicali. Comportamenti, quelli del Qatar, stigmatizzati da altri paesi arabi partner dell’Italia come Arabia Saudita e Bahrein, al punto che nel 2017 gli stessi hanno decretato l’embargo commerciale e politico-militare contro l’emirato. Da lì la decisione delle autorità qatarine di abbandonare l’Opec e concentrare buona parte degli investimenti sulla produzione di gas naturale.

I risultati non si sono fatti attendere: con 77,8 milioni di tonnellate di GNL esportate nel 2019, il Qatar ha conquistato la leadership tra i produttori mondiali ed è oggi considerato come il nuovo Eldorado del gas liquefatto, o forse meglio, una seconda Mecca. L’emirato punta ad accrescere la capacità produttiva a 126 milioni di tonnellate entro il 2027 sfruttando in particolare il giacimento di North Field, il maggiore al mondo, con riserve stimate nell’ordine di 25.000 miliardi di metri cubi. In quest’ottica la grande compagnia energetica nazionale Qatar Petroleum ha siglato un accordo di 19,2 miliardi di dollari con tre cantieri sud-coreani per la costruzione di oltre 100 navi trasportatrici di gas naturale liquefatto.

Solo nell’ultimo quadrimestre le consegne di GNL del Qatar ad alcuni paesi europei (Italia, Belgio, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Paesi Bassi) sono aumentate del 150%. Lavora così a pieno ritmo il rigassificatore Adriatic LNG di Rovigo, di proprietà della Terminale GNL Adriatico S.r.l. di Milano, capitale sociale di 200 milioni di euro.

In verità di Sistema Italia in questa società non è che ce ne sia poi tanto: essa è partecipata infatti da ExxonMobil Italiana Gas (70.7%), società del colosso energetico statunitense ExxonMobil; dalla Qatar Terminal Company Limited (22%), affiliata di Qatar Petroleum; e da Snam S.p.A. di San Donato Milanese (7.3%), quest’ultima controllata per il 30% dal Gruppo Cassa Depositi e Prestiti.

Decimo anno di attività di Adriatic LNG

La longa manus dell’emirato e dei petrolieri texani sul rigassificatore veneto è evidenziata dalla governance aziendale. Presidente del Consiglio di amministrazione della Terminale GNL Adriatico S.r.l. è infatti Homoud Fahad Homoud Sultan Al-Qahtani, mentre amministratore delegato è il manager di origini britanniche, Timothy J. Kelly. Tra i consiglieri, il Qatar ha anche un suo secondo rappresentante, Ali Khalaf Al-Kaabi, pure direttore della società South Kook Gas Ltf, la principale importatrice di GNL in Gran Bretagna, anch’essa di proprietà di Qatar Petroleum International (70%) e ExxonMobil (30%).

Nel settembre 2019 Adriatic LNG ha celebrato a Venezia il 10° anniversario di attività; ospite d’onore Saad Sherida Al-Kaabi, ministro per gli Affari energetici del Qatar e presidente di Qatar Petroleum. A rendergli omaggio l’ambasciatore plenipotenziario del Qatar in Italia, Abdulaziz Ahmed Almalki Aljehni e il Console generale degli Stati Uniti a Milano, Elizabeth Lee Martinez. Potevano gli 007 nostrani non attenzionare con dovizia l’affaire del GNL qatarino?

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Il dramma d’un papà migrante: “Cerco mia figlia dispersa in mare da 7 anni”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2020

Le tracce della piccola Mekdes, allora aveva 4 anni, si perdono in quella tragica notte tra il 16 e il 17 luglio 2013 nel Canale di Sicilia, a 85 miglia da Lampedusa.

Naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale

Il motore del natante sul quale viaggiava con la madre era andato in avaria e tutti erano finiti in acqua, ma erano riusciti ad aggrapparsi alle gabbie per i tonni trainate da un peschereccio tunisino, il Kakhed Amir. Alcuni superstiti, una novantina secondo le cronache dell’epoca, avrebbero raccontato più tardi che l’equipaggio dell’imbarcazione aveva tagliato le funi cui erano assicurate le trappole per i pesci

La figlia e la mamma erano fuggite dal Sudan alla volta della Libia alla fine del 2012, la donna aveva paura per le pesanti minacce lanciate da frange estremiste musulmane: lei era di fede islamica, il marito cristiano. Le unioni inter-religiose sono spesso mal tollerate nell’ex protettorato anglo- egiziano.

La piccola Mekdes con la mamma nel 2012

Il papà della piccola, Maru, un etiope, rimasto in Sudan con lo status di rifugiato, aveva saputo dell’incidente dalla stampa internazionale e, in seguito alcuni superstiti l’avevano informato che la moglie Merkeb era annegata quella notte, mentre la figlia sarebbe stata salvata.

E così il papà inizia le ricerche e contatta anche Africa ExPress. Così noi  proviamo a ricostruire i fatti con l’aiuto di tanti amici. Non c’è traccia della bimba nemmeno tra i migranti che erano riusciti a sbarcare.

Maru, preso dalla disperazione, lascia il suo impiego in Sudan e parte anche lui per la Libia. Non si rassegna, vuole trovare la figlia a tutti costi. Dopo alcuni mesi di silenzio, una domenica di luglio del 2014  chiama Africa Express: “Sono su un gommone al largo della Libia con un centinaio di migranti, stiamo imbarcando acqua”. Vuole anche lui raggiungere l’Europa.

Africa Express allerta immediatamente la nostra guardia costiera che interviene quasi in tempo reale – nel luglio 2014 era ancora attiva l’Operazione Mare Nostrum – e così Maru e i suoi compagni di viaggio vengono salvati. La vicenda viene ripresa anche da Paolo Lambruschi sul quotidiano Avvenire.

Oggi il giovane etiope vive in Germania.  Dopo un lungo iter ha trovato un buon lavoro. E’ un uomo istruito e parla diverse lingue, ha imparato anche il tedesco e non smette di cercare la figlia. Ha contattato anche la Croce Rossa ma senza successo. In questi anni anche Africa ExPress ha continuato a indagare per trovare qualche traccia. Persino il programma televisivo “Chi l’ha visto?” si era interessato al caso della piccola Mekdes.

Dal 2013 a oggi sono morti su per giù 20.000 migranti, inghiottiti dal Mediterraneo. A questo triste elenco bisogna aggiungere quello dei dispersi, che spesso non figurano nemmeno nelle statistiche, e Mekdes è una di questi. Dispersa da 7 anni.

Una spiaggia libica

L’Operazione Mare Nostrum, istituita dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 che costò la vita a oltre 360 persone, non è più attiva dal 2014 e alle navi delle ONG è stato praticamente impedito il pattugliamento in mare.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sul barcone della morte dalla Libia a Lampedusa, Maru un papà che non si arrende

“Cerco la mia figlioletta scampata al naufragio di un barcone di migranti: scappava dal Sudan”

Qatar World Cup 2022: operai edili africani e asiatici senza stipendio da mesi

Africa ExPress
17 giugno 2020

Provengono dall’Africa, dall’Asia e sgobbano da mattina a sera in uno dei cantieri più prestigiosi del Qatar, alla realizzazione dello stadio Al-Bayt, uno degli 8 impianti per i mondiali di calcio che si svolgeranno nell’Emirato nel 2022.

Da mesi un centinaio di operai non ricevono lo stipendio. Sono tutti dipendenti della Qatar Meta Coats (QMC), una delle tante ditte impegnate nella costruzione del Al-Bayt, che prende il nome dalla tradizionale tenda beduina qatarina, Bayt Al Sha’ar, situato nella cittadina di Al Khor, che dista una quarantina di chilometri dalla capitale Doha.

Secondo un rapporto di Amnesty international di pochi giorni fa, la maggior parte di questi operai non ha più ricevuto alcun compenso da oltre 7 mesi dalla QMC, società di progettazione e costruzione, subappaltatrice per i lavori di facciata dello stadio.

Solo dopo le proteste della ONG con sede a Londra, presso il ministero del Lavoro di Doha, gli organizzatori dell’evento (Supreme Committee for Delivery & Legacy) e altri organi, compresa la FIFA, alcuni lavoratori hanno ricevuto parte dei salari non corrisposti regolarmente dalla QMC. Gli organi interpellati hanno promesso di cercare di risolvere la vertenza in atto.

Operai migranti in Qatar

Nel suo rapporto Amnesty ha specificato che la società non avrebbe nemmeno rinnovato i permessi di soggiorno dei dipendenti, esponendoli a rischio arresto o espulsione immediata. La Kafala, una norma secondo cui un migrante non può cambiare impiego senza l’autorizzazione di chi lo ha assunto, resta ancora in vigore, malgrado le promesse fatte dalle autorità di volerla  abolire.

Alcuni migranti hanno confidato ai rappresentanti di Amnesty che a fine febbraio la società li ha spostati dal cantiere alle proprie officine, dove vengono prodotti e rifiniti materiali come alluminio e acciaio, probabilmente destinati allo stadio. A fine marzo la fabbrica è stata costretta a interrompere la produzione a causa del lockdown.

Pare che la QMC abbia serie difficoltà finanziarie e gli organizzatori dei mondiali qatarini avrebbero vietato alla ditta di proseguire i lavori allo stadio. Si vocifera poi che la società, che aveva anche stretti rapporti di collaborazione con l’italiana Alu-K Engineering S.p.a. di Verona, sia stata venduta.

La popolazione dell’Emirato conta 2,6 milioni di abitanti. Solo 300 mila tra questi sono qatarini. Infatti la forza lavoro della nazione è costituita per il 90 per cento da stranieri.

Modellino Al Bayt stadium, Qatar

Molti operai provengono dal Ghana, Kenya, Bangladesh e altri Paesi dove le possibilità di trovare un impiego  sono scarse. E, in base a quanto hanno riferito i migranti ai ricercatori di Amnesty, la maggior parte ha pagato somme da 900 a 2.000 dollari agli intermediari dei propri Paesi di origine per ottenere un contratto di lavoro in Qatar. Spesso hanno dovuto contrarre un debito per affrontare tale spesa. Ora senza stipendio si trovano in grave difficoltà e sono nell’impossibilità di sostenere le famiglie rimaste a casa.

Africa ExPress
@africexp

Nigeria, l’inferno da dove vengono gli schiavi venduti all’asta in Libia

Nuove truppe straniere in Mali e nel Sahel, ma gli attacchi dei terroristi continuano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 giugno 2020

In Mali è un susseguirsi di attacchi ai caschi blu di MINUSMA (acronimo per United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali presente sul territorio con oltre 13mila uomini) e alle forze armate maliane.

Domenica pomeriggio un convoglio composto da una dozzina di pick up dell’esercito di Bamako è caduto in un’imboscata nella zona rurale di Diabaly, nel centro della ex colonia francese, a meno di 100 chilometri dal confine con la Mauritania.

Attacco terrorista alle truppe maliane vicino al confine con la Mauritania

Secondo i primi accertamenti, una decina di soldati sarebbero morti, molti altri risultano ancora dispersi. Su 64 militari impegnati nel pattugliamento, solamente una ventina sono ritornati al campo di Goma Coura con alcuni veicoli. La base è già stata teatro di una strage alla fine di gennaio di quest’anno. Allora erano morti una ventina di militari. L’attacco è stato poi rivendicato dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM).

Meno di 24 ore prima hanno perso la vita due caschi blu di MINUSMA. La loro nazionalità non è stata resa nota finora. Il fatto è accaduto nel nord, tra Tessalit e Gao. I due facevano parte di un convoglio logistico, che è stato attaccato da un gruppo di uomini armati verso le 19.00 di sabato, 13 giugno. Mahamat Saleh Annadif, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres in Mali e capo di MINUSMA, nel suo comunicato rilasciato domenica, non si è sprecato in dettagli. Ha solamente precisato che le truppe dell’ONU hanno risposto con fermezza all’attacco, mettendo in fuga il gruppo armato. E infine ha aggiunto: “Ora dobbiamo identificare i responsabili e consegnarli alla giustizia”.

Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, rilasciati in Mali

Luca Tacchetto e la sua compagna, la canadese Edith Blais erano stati presi in consegna dai caschi blu dell’ONU proprio nel nord del Paese, a Kidal. I due erano stati rapiti nel dicembre 2018 sulla strada che da Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, porta in Togo, dove erano diretti. E in base alle foto messe in rete subito dopo la loro liberazione avvenuta il 14 marzo, Tacchetto si è lasciato crescere la barba come i musulmani della zona.

Secondo alcune indiscrezioni sembra che i due ex-ostaggi si siano convertiti all’Islam durante il lungo periodo trascorso in mano ai terroristi. Ma la notizia è passata in secondo piano. Lui è uomo e la compagna non è cittadina italiana e dunque non hanno subito l’attacco mediatico al quale è stato esposto Silvia Romano.

All’inizio dell’anno è stata lanciata la Coalition pour le Sahel (coalizione per il Sahel), che raggruppa i 5 Paesi dell’area e la Francia attraverso l’Operazione Barkhane con 5.100 militari francesi e altri partner già attivi nella zona. Recentemente ha preso il via anche una nuova task force Takuba, che in lingua tuareg significa “spada”. Il raggruppamento di forze speciali europee è integrato nel comando congiunto della coalizione. Anche l’Italia ha accolto l’appello della Francia e partecipa con mezzi militari e 200 uomini.

E mentre si consumavano le ennesime tragedie nel centro e nel nord del Mali, domenica si è tenuta la quarantesima sessione del Comitato dell’Accordo per la Pace e la Riconciliazione nel Mali (il trattato è stato siglato nel 2015 n.d.r.), presieduta dall’Algeria, con la partecipazione del primo ministro maliano, Boubou Cissé, rappresentanti della mediazione internazionale e esponenti dei vari movimenti firmatari dell’accordo.

Il primo ministro ha molto apprezzato l’impegno finanziario della mediazione internazionale e ha precisato che anche il suo governo avrebbe fatto tutto il possibile per far decollare finalmente in toto il trattato di pace.

Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Un fine settimana pieno di “eventi” in Mali: il presidente Ibrahim Boubacar Keïta si è rivolto alla nazione domenica scorsa dopo le contestazioni del 5 giugno, che hanno portato nelle strade e nelle piazze della capitale Bamako migliaia di maliani per chiedere le sue dimissioni.

Keïta ha promesso che presto avrebbe incontrato i rappresentanti dei partiti all’opposizione e delle organizzazioni del “movimento 5 giugno” (ne fanno parte anche Coordination des mouvements, associations et sympathisants (CMAS) dell’influente imam Mahmoud Dicko) e ha aggiunto: “So bene che le ultime elezioni legislative sono state fortemente contestate in alcune zone del Paese. Queste tensioni devono servirci da insegnamento. La mia porta è sempre aperta e la mia mano è tesa verso tutti”.

Cornelia I. Toelgyes
@cotoelgyes
corneliacit@hotmail.it

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Niger, massacrati oltre 70 militari, la peggior carneficina dei jihadisti dal 2015

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile