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Iraq, genocidio della Turchia nel Kurdistan: tutti lo sanno ma nessuno lo denuncia

Speciale per Africa ExPress
Rossella Assanti
giugno 2020

Si chiama Claw Eagle, artiglio d’aquila, l’operazione avviata dalla Turchia contro i territori del Kurdistan iracheno. È iniziata all’alba del 15 Giugno, quando 60 aerei da guerra di Ankara hanno bombardato 81 località, comprese Makhmour, Sinjar, Qandil, Zap e Xakurk, zone abitate da civili.

Il presidente del Governo Regionale del Kurdistan, l’entità politica responsabile della amministrazione del Kurdistan iracheno, KRG, Nechirvan Barzani a capo del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) ha provato ad alzare la voce chiedendo che “gli scontri vengano portati fuori dalle zone dei civili.” Appello caduto nel vuoto.

“Qui a Zakho (nel governatorato di Duhok ndr) i bambini hanno smesso di dormire serenamente la notte. Hanno paura. La Turchia sta bombardando sulle nostre montagne, non c’è più pace. Iniziamo a temere davvero.” Intervistati, così esprimono i loro timori alcune famiglie yazide presenti nei campi profughi di Zakho. “Abbiamo prima subito la violenza dell’ISIS a Sinjar e ora, dove pensavamo di essere al sicuro, stiamo assistendo ancora una volta ad una guerra assurda.”

Da Sinjar, invece, i civili dicono di star assistendo “A situazioni analoghe se non addirittura peggiori di quanto accadeva quando eravamo sotto le grinfie dell’ISIS.”

Stando alle stesse dichiarazioni del regime turco di Recep Tayyip Erdogan, l’operazione Claw Eagle è stata avviata per “contrastare le forze militari del PKK presenti sulle montagne della regione del Kurdistan Iracheno.”

Truppe turche in perlustrazione

Milizie del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) hanno sempre presidiato alcune zone montuose della regione del Kurdistan dell’Iraq. “Ogni qual volta si avvicinano in villaggi abitati da noi civili, noi stessi diventiamo il bersaglio della Turchia. Eravamo abituati agli scontri tra le due fazioni sulle nostre montagne, ma adesso la situazione sta degenerando e lo dimostra il fatto che Erdogan ha avviato una vera e propria operazione millantando lotta al terrorismo. La verità è che noi ne siamo diventati i bersagli.” Affermano gli abitanti nei pressi di Zakho.

Un generale dei Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan Iracheno, intervistato da Africa ExPress ha raccontato il cuore di questa operazione che, inevitabilmente, va a danni dei civili del posto.

Cosa sta accadendo e da cosa è nata l’operazione Claw Eagle contro il Kurdistan?

“Nel 2017, quando ci fu il referendum per l’indipendenza, i tre Stati Turchia, Iran e Iraq ebbero un meeting durante il quale fu stilato un piano. Nel piano erano presenti anche territori curdi sulla quale Iran e Turchia avrebbero avuto un controllo militare strategico. Tra i luoghi vi era il controllo sulla città di Kirkuk e di Afrin. Hanno sempre sostenuto di voler annientare le cellule del PKK presenti in quei posti, ma la loro è sempre e solo stata una sorta di copertura. È risaputo che, alcuni esponenti dell’esercito turco, hanno degli infiltrati all’interno delle guerrilla sulle nostre montagne. È ciò che ha portato alla situazione odierna.”

Qual era il reale intento secondo il tuo punto di vista?

“Attaccare la regione del Kurdistan e annettersi territori. L’Iran e la Turchia stanno muovendo gli eserciti insidiandosi sempre di più all’interno del territorio, non restando ai margini montuosi. Il piano è averne il pieno controllo. Gli intenti tra Turchia, Iran e Iraq sono analoghi. L’Iraq vuole avere il controllo della parte del KRG che include Erbil, Sulaymaniya mentre gli altri due Stati vorrebbero controllare la parte posteriore che si estende dai confini iraniani a quelli turchi. Semplicemente non vogliono la nostra indipendenza e l’unico modo per ostacolarla è distruggerci dall’interno. Quello stipulato tra i tre Stati confinanti è un grande piano a nostro danno.

Attacco dei militari turchi a Makhmour

Come si muoverà il governo del KRG per contrastare questa operazione?

“Ad oggi non abbiamo forze militari ed economiche sufficienti per far fronte a questo disastro. Il Coronavirus è stato impattante per la nostra politica e la regione stessa. Ha solo incrementato la crisi economica, molte delle nostre forze peshmerga sono impiegate anche nel piano di emergenza COVID-19. Non possiamo contare su alleati quali USA o UN. Questo perché tutti stanno combattendo questa dannata crisi pandemica e ci vogliono alte risorse e alleanze per contrastare la forza militare turca. I business che ci legano ai nostri Stati confinanti, che risultano essere anche i nostri primi nemici, sono una lama a doppio taglio. Vorrei solo ci fosse un Kurdistan unito, in grado di poter finalmente reclamare libertà e dare una vita dignitosa al proprio popolo.”

Una pace che tarda a venire, mentre le speranze diventano chimere.

Solo nel governatorato di Duhok sono presenti circa 500.000 sfollati, molti provenienti da Sinjar, ma altrettanti dalla Siria o dal Rojava (Kurdistan Siriano). A Makhmour vi è un campo profughi istituito dall’ONU al fine di proteggere i 13mila rifugiati, aumentati anche dopo che nel 2018 la Turchia la invase commettendo e continuando a commettere massacri ai danni della popolazione civile curda. Un vero e proprio cambiamento demografico è quanto sta avvenendo nella zona ora tra le mani del sultano Erdogan.

Un cambiamento che ora sembra aver perso tutti i confini, espandendosi in maniera virulente e violenta. Lo dimostrano i continui crimini di guerra e contro l’umanità che si consumano a cielo aperto non solo ad Afrin e villaggi limitrofi ma anche a Makhmour, dove la Turchia non perde occasione di mostrare violenza bruta continuando a bombardare un luogo ormai sotto la protezione di nessuno e dove le Convenzioni DI Ginevra sono carta straccia.

I verdi e montuosi orizzonti del Kurdistan Iracheno, ora si trasformano in nuvole di fumo nero, fuoco ardente. E l’alba quasi non ha più il sapore del pane caldo cotto per strada e del çay caldo che fuma verso un cielo dalle sfumature mozzafiato, ma ha l’odore della guerra, quella che nessun curdo vorrebbe più assaporare. Quella terra fatta di musica, colori, tradizioni, religioni, dialetti, profumi che si mescolano ad un unico sogno che li unisce e che ora si dissolve sempre più, risucchiata dalla paura e dalle bombe che risvegliano una storia fatta di incubi.

Rossella Assanti
twitter @rossellaassanti

Etiopia: manifestazioni, morti e feriti dopo l’uccisione di un popolare cantante oromo

Speciale per Africa-exPress
Cornelia I. Toelgyes
1° luglio 2020

Il cantante oromo Hachalu Hundessa è stato ucciso e i suoi fans sono scesi in piazza per protestare. La folla ha persino cercato di impedire che la salma lasciasse l’ospedale alla volta di Ambo, una cittadina a ovest della capitale, e ha chiesto funerali di Stato. L’artista è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre era a bordo della sua auto lunedì notte in un quartiere periferico di Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia.

Hachalu aveva 34 anni, ed era un cantante assai famoso. Era di etnia Oromo, il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia che rappresenta il 32 per cento della popolazione. Non si conoscono ancora i dettagli del suo assassinio, le indagini della polizia sono ancora in corso; un portavoce ha fatto sapere che diversi sospettati sono stati già fermati dagli agenti. Per i giovani e meno giovani era un idolo, con le sue canzoni aveva denunciato tutte le ingiustizie che il suo popolo è stato costretto a subire. Alle 21.30 di lunedì scorso la sua voce è stata messa a tacere. Per sempre.

Il primo ministro Abiy Ahmed, oromo pure lui, ma fortemente contestato dal suo stesso gruppo etnico, ha espresso pubblicamente il suo dolore per la perdita di una vita tanto preziosa. A nulla sono valse le sue parole. I seguaci di Hachalu sono scesi nelle strade e nelle piazze, alcuni hanno persino cercato di impedire che la salma lasciasse l’ospedale alla volta di Ambo, a ovest della capitale, hanno chiesto funerali di Stato per l’idolo del popolo oromo.

Il cantante oromo, Hachalu Hundessa

Da quel momento in poi la situazione è precipitata nella capitale. Durante tutta la mattinata di martedì si sono sentiti spari ovunque. La polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla. L’accesso a internet è stato bloccato in gran parte del Paese e risulta persino difficile effettuare telefonate. La polizia federale ha fatto sapere che nella tarda serata di ieri è stato arrestato Jawar Mohammed, un leader dell’opposizione molto popolare e il più critico nei confronti del governo. Jawar è anche uno dei fondatore della piattaforma Oromia Media Network (OMN), con base negli USA, e che diffonde principalmente via Facebook. Oltre a lui, sono state fermate un’altra trentina di persone. Nella macchina di Jawar sono state trovate armi e munizioni, nonché 9 trasmettitori radio. Il materiale è stato ovviamente sequestrato.

La situazione è tesa in tutto il Paese, le proteste si sono estese quasi ovunque: a Adama, una novantina di chilometri a sud-est di Addis Ababa, 5 persone sono morte, mentre altre 75 sono state ferite durante le manifestazioni, ma il numero delle vittime, compresi alcuni poliziotti, continua a salire. Martedì anche nella capitale è stato ucciso un agente e un numero imprecisato di persone ha riportato lesioni causate da tre esplosioni.

Abiy Ahmed, primo ministro etiopico

A Harar Jugol, città che si trova nella parte orientale dell’Etiopia, nell’odierna regione dell’Harari, i manifestanti hanno persino abbattuto la statua di Ras Makonnen Wolde Mikael, il padre di Haile Selassie, l’ultimo imperatore dell’Etiopia. La statua rappresenta il Ras su un cavallo: era un importante militare e governatore della provincia di Harar nel 19esimo secolo, durante il regno dell’imperatore Menelik II.

Statua di Ras Makonnen Wolde Mikael

Perchè proprio questa statua? In una recente intervista concessa a una TV locale, Oromia Media Network, il cantante aveva detto che la gente dovrebbe ricordare che tutti i cavalli montati da vecchi leader appartengono al popolo.

La situazione attuale in Etiopia è molto tesa e non solamente per la morte del cantante e le proteste. I fatti coincidono con il rinvio delle elezioni presidenziali che si sarebbero dovute tenere a agosto, ma posticipate a causa della pandemia. Sarebbe stato il primo test elettorale per Abiy, premio Nobel per la Pace 2019, salito al potere nel 2018, dopo le dimissioni di Hailé Mariàm Desalegn.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

In Etiopia la repressione colpisce gli oromo: almeno dieci morti e venti feriti

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 luglio 2020

Sabato scorso, nel nord del Mozambico, è stato l’inizio di un orrendo fine settimana di guerra. Secondo fonti di sicurezza mozambicane, all’alba, gruppi jihadisti hanno invaso, sparando all’impazzata, la città portuale di Mocimboa da Praia. Centinaia di persone terrorizzate hanno abbandonato la città a piedi e in barca.

Mappa che indica l'attacco jihadista a Mocimboa da Praia (Courtesy: GoogleMaps)
Mappa che indica l’attacco jihadista a Mocimboa da Praia (Courtesy: GoogleMaps)

Testimoni locali, prima che cadessero le comunicazioni, hanno confermato che i ribelli sono entrati da diversi punti della città. Hanno anche raccontato che ci sono morti e feriti. Una fonte della polizia ha sostenuto all’agenzia Reuters che l’attacco è stato “molto violento”.

Elicotteri dei mercenari in aiuto all’esercito mozambicano

La risposta mozambicana è arrivata dal cielo con tre elicotteri della Dyck Advisory Group (DAG), in ritardo, per scarsa visibilità per le nuvole sulla città. Secondo il giornale sudafricano Daily Maverick  due elicotteri Gazelle e un Bell 407 arrivati su Mocimboa hanno sparato su 12 ribelli. Ci sarebbero anche 13 feriti e un militare mozambicano morto.

Il gruppo sudafricano di contractor DAG, dall’inizio dell’anno ha sostituito i mercenari russi del Wagner Group nella lotta al terrorismo a Cabo Delgado. Molto più esperti dei russi, soprattutto perché conoscono il territorio, finora hanno perso due velivoli. All’inizio di aprile un elicottero Gazelle è stato abbattuto dai jihadisti e il 15 giugno un aereo leggero Bat Hawk è precipitato durante una ricognizione.

Elicottero Gazelle utilizzato contro l'attacco dei jihadisti a Cabo Delgado, in volo sul Canale del Mozambico
Elicottero Gazelle utilizzato contro l’attacco dei jihadisti a Cabo Delgado, in volo sul Canale del Mozambico

Jihadisti più organizzati e meglio armati

L’attacco jihadista di sabato scorso è attribuito ad Al Sunnah Wa-Jama (ASWJ) chiamati dalla popolazione al Shebab, recentemente affiliati all’ISIS. Negli ultimi tempi il terrorismo islamico pare più organizzato e più pericoloso. E anche meglio armato. Dai machete degli attacchi del 2017, sono passati ai kalashnikov (AK47), lanciagranate e, nell’assalto di sabato scorso, anche ai bazooka.

L’attacco del 27 giugno è il quarto a Mocimboa da Praia dall’inizio della sovversione nell’ottobre 2017. Il 28 maggio i jihadisti hanno invaso la cittadina di Mocomia e ne hanno tenuto il controllo per tre giorni mentre il 23 marzo, a Quissanga, hanno issato la bandiera nera nella stazione di polizia distrutta.

La violenza jihadista in Mozambico preoccupa anche i Paesi confinanti. Su richiesta del presidente mozambicano, Filipe Nyusi, la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC- Southern African Development Community) si è riunita il 19 maggio. Ma ha espresso solo solidarietà visto che le risorse sono utilizzate contro il Covid-19.

La penisola di Afungi, sede delle multinazionali del petrolio, a sud di Palma (Courtesy: Google Maps)
La penisola di Afungi, sede delle multinazionali del petrolio, a sud di Palma (Courtesy: GoogleMaps)

Giacimenti di gas meno sicuri

L’area dei giacimenti di gas di Palma, al confine con la Tanzania, diventa sempre meno sicura. Non a caso le multinazionali petrolifere hanno chiesto più militari a protezione dell’area. Si tratta di un progetto messo in discussione da Amici della Terra Mozambico e Justiça Ambiental, ong che accusano governo e aziende di distruzione ambientale, e di impoverire e militarizzare Cabo Delgado. Finora per il gas sono stati investiti oltre 53 miliardi di euro e sono presenti ENI, ExxonMobil e Total. ENI ed ExxonMobil inizieranno la produzione nel 2022. A seguire, Total nel 2024.

Un business miliardario che il governo del presidente Nyusi, deve difendere ad ogni costo per salvare la fragile economia dell’ex colonia portoghese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

 

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

 

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

Mozambico, jihadisti occupano la città di Macomia per tre giorni

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

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Vittoria progressista: il Gabon cancella la legge che punisce l’omosessualità

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2020

Il Senato del Gabon ha seguito le orme dei deputati del Parlamento. Lunedì anche i senatori hanno espresso parere favorevole alla depenalizzazione dell’omosessualità.

Persecuzione degli omosessuali in Tanzania
Gabon: depenalizzata omosessualità

Anche il Senato ha votato una modifica del codice penale che lo stesso aveva introdotto meno di un anno fa.

Di fatto i rapporti tra due persone dello stesso sesso non erano vietati in Gabon fino a luglio 2019; solamente con l’introduzione dell’emendamento omofobo voluto dalla Camera Alta era diventato un reato, passibile con 6 mesi di prigione e un’ammenda di 7.600 euro.

Lunedì 59 senatori hanno approvato la soppressione dell’emendamento , 17, invece, i contrari, mentre 4 si sono astenuti.

La scorsa settimana all’Assemblea nazionale, controllata dal raggruppamento politico al potere, (Partito Democratico Gabonese, PDG), 48 deputati hanno espresso parere favorevole, 24 i contrari, 25 gli astenuti. Al dibattito era presente anche il ministro della Giustizia, Julien Nkoghe Bekale.

Se nelle aule parlamentari i dibattiti sono stati piuttosto accesi, nelle strade, sui media e sui social network si continua a discutere sulla depenalizzazione e parte della popolazione è tutt’altro che favorevole all’abolizione della legge omofoba. Della stessa opinione sono un partito d’opposizione, il clero e persino la maggioranza presidenziale giacché ritengono che l’omosessualità sia contraria agli usi e costumi della società gabonese. Alcuni si sono spinti anche oltre, affermando che la proposta tanto appoggiata dal governo stesso, sia solo un modo per accontentare donatori e finanziatori occidentali.

Ali e Sylvia Bongo Odimba

Anche la first lady, Sylvia Bongo Ondimba (francese di nascita), moglie del presidente Ali Bongo Ondimba, sostiene senza se e senza ma la depenalizzazione dell’omosessualità e lunedì la sua associazione ha postato su twitter: “Le nostre differenze sono la nostra ricchezza. Essere tolleranti significa accettare di vivere insieme malgrado le nostre differenze”.

Gli appartenenti alle comunità LGBT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) non hanno vita facile in oltre metà dei Paesi africani. Tra questi alcuni non solo vietano e reprimono rapporti tra lo stesso sesso, ma è in vigore persino la pena di morte per i trasgressori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Che fine ha fatto padre Paolo Dall’Oglio? Cinque scomode domande alla Farnesina

Speciale per Africa ExPress
Amedeo Ricucci
27 giugno 2020

Fra un mese, il 29 luglio, saranno passati esattamente sette anni dalla sparizione a Raqqa, in Siria, di padre Paolo Dall’Oglio. E purtroppo non c’è alcuna certezza sulla sua sorte. E’ stato sequestrato? Da chi? E soprattutto: è ancora vivo oppure è morto? In tutti questi anni c’è stata una ridda di voci, tutte difficili da verificare – visto che Raqqa era nel frattempo diventata la “capitale” dell’Isis – e tutte contradditorie, senza uno straccio di prova a sostegno. Alle voci che sono circolate le nostre autorità hanno sempre risposto con il silenzio – com’è d’uopo in questi casi – senza lasciar mai trapelare la benché minima informazione che potesse risultare utile e confortante, per la famiglia e per la folta comunità dei credenti, di Mar Musa e non solo, che in Paolo ha sempre avuto il suo punto di riferimento spirituale.

Padre Paolo dall’Oglio

Sette anni dopo, a me pare che le condizioni per mantenere tutto questo riserbo non ci siano più. Da tre anni infatti, dall’ottobre del 2017, la regione nella quale Padre Paolo è sparito non è più in mano all’ISIS ed è stata pacificata.

C’è quindi accesso ai fatti e ai testimoni dell’epoca – un accesso parziale, certo, visti gli sconvolgimenti che ci sono stati – ed è dunque possibile ricostruire con una certa precisione gli ultimi giorni della sua permanenza a Raqqa, in modo da capire meglio quello che gli può essere successo. Le nostre autorità l’hanno già fatto? Hanno cioè mandato i nostri servizi di intelligence a Raqqa? E l’Unità di Crisi della Farnesina ha acquisito così delle informazioni più attendibili sulla sorte toccata a Padre Paolo Dall’Oglio? Oppure dopo tanti anni si brancola ancora nel buio e non si dispone di alcuna certezza?

Dopo tutto questo tempo, a me pare che la famiglia e gli amici di Paolo abbiano il diritto di avere qualche risposta. Sarebbe infatti una beffa, oltre che una profonda ferita, se si arrivasse nel silenzio all’appuntamento con il decennale della sua scomparsa, vale a dire alla dichiarazione di “morte presunta”, come è di prassi in questi casi. E d’altra parte, trincerarsi ancora oggi dietro il riserbo ufficiale e ostinarsi a difendere il silenzio stampa su questa vicenda è del tutto fuori luogo.

A meno che non si abbia la certezza che Padre Paolo sia ancora in vita, il che vorrebbe dire che si sta trattando per liberarlo. Ma è così? E allora, se lo è, che lo si dica, in modo da placare la sete di verità che angoscia la famiglia e l’opinione pubblica italiana. E che si parli anche in caso contrario, se cioè le notizie che si hanno a conclusione di sette lunghi anni di indagine non lasciano più speranze al riguardo. Ostinarsi a non dire nulla serve solo a nascondersi dietro un dito, vuol dire preferire l’inerzia quando invece servirebbe una chiara assunzione di responsabilità.

Il sottoscritto è l’unico giornalista italiano che si è preso la briga di andare a Raqqa, nel giugno del 2018, per provare a mettersi sulle tracce di Padre Paolo Dall’Oglio (1). E’ stata un’inchiesta lunga e difficile, perché molti testimoni che potevano essere utili non ci sono più – vittime della ferocia dell’ISIS, dei massicci bombardamenti anglo-franco-americani, oppure fuggiti all’estero senza più essere rintracciabili – e perché la devastazione è tale da rendere irriconoscibili i luoghi e complicate le ricostruzioni.

Ciononostante, nel complicato puzzle di questa scomparsa, qualche tassello è andato al suo posto, grazie alle testimonianze degli amici che hanno accolto Padre Paolo in occasione di quel suo breve e sfortunato soggiorno e ne hanno condiviso la missione e gli spostamenti.

Secondo questi testimoni Padre Paolo è entrato nella tarda mattinata del 29 luglio 2013 nell’ex governatorato di Raqqa, diventato da poco il quartier generale dei miliziani dell’ISIS, e da lì non sarebbe più uscito. Sarebbe cioè sparito lì, inghiottito da quell’edificio che per gli abitanti di Raqqa all’epoca era un incubo e di cui si parla ancora oggi con il terrore sulle labbra, anche se quel lugubre edificio è ridotto a un cumulo di macerie.

Pare che Padre Paolo volesse parlare con l’emiro, Abu Luqman, ed era al suo terzo tentativo. Era teso, preoccupato, e prima di andare avrebbe chiesto a chi lo ospitava: “Se non mi vedete tornare, aspettate qualche giorno e poi date l’allarme”. Ma già nel tardo pomeriggio, due dei suoi amici sarebbero andati a chiedere sue notizie.

Dopo una lunga attesa sarebbero stati ricevuti da un emiro dell’ISIS di secondo livello, Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal. “Noi gli abbiamo spiegato che Padre Paolo era stato visto entrare lì e volevamo sapere dov’era adesso – racconta Eyas, uno dei due – Ma lui ha ripetuto più volte che non era possibile, che lì non l’avevano mai visto. A un certo punto l’ha giurato su Dio. E noi non abbiamo potuto più insistere. Anche se abbiamo avuto la netta sensazione che, mentiva”.

Fin qui i fatti. Almeno quelli verificabili, attraverso testimoni diretti e attendibili, che non hanno esitato a metterci la faccia. E allora mi chiedo: risulta anche alla Farnesina che le tracce di Padre Paolo si perdono quel giorno nel quartier generale dell’ISIS? E si può dunque affermare con una ragionevole certezza che sia stato sequestrato dall’ISIS?

La domanda non è retorica: da un lato perché il sequestro non è mai stato rivendicato – né all’epoca né successivamente, quando pure l’ISIS avrebbe potuto ben gestirlo mediaticamente, così come ha fatto con altri ostaggi – e dall’altro perché sono circolate in questi anni altre ipotesi, di cessioni dell’ostaggio o di baratto, da fonti però anonime e mai precise. Sono solo voci, a cui non ha senso dar credito, oppure c’è qualcosa di vero, da approfondire? (2)

A questo proposito non bisogna poi dimenticare che da un anno a questa parte ci sono nelle prigioni irachene, curde e turche centinaia di miliziani dell’ISIS catturati dalla Coalizione Internazionale. Molti di loro hanno operato a Raqqa e potrebbero quindi avere informazioni utili sulla sorte di Padre Paolo. Lo stesso Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal – l’emiro di cui parlano i suoi amici, quello che ha negato di averlo mai visto, il 29 luglio, ma probabilmente mentiva – vive indisturbato a Raqqa.

Io ho provato ad avvicinarlo ma non c’è stato verso. Non avevo però le risorse e i contatti dei nostri servizi di intelligence, i quali invece sono in ottimi rapporti con i loro colleghi turchi, iracheni e anche curdi. E allora mi chiedo: l’Italia ha provato a cercare informazioni su Padre Paolo mettendo sotto torchio i prigionieri dell’ISIS? E quali informazioni utili ne ha ricavato?

Il punto è cruciale. Avere infatti la conferma ufficiale che Padre Paolo Dall’Oglio è finito nelle mani dell’ISIS sarebbe una notizia di fondamentale importanza. Non solo perché chiarirebbe definitivamente la dinamica e il contesto della sua sparizione – si darebbe cioè una risposta al chi, dove, quando e come – ma soprattutto perché finirebbe per condizionare la risposta alla madre di tutte le domande, quella che sta più a cuore a tutti: Padre Paolo è ancora vivo? Può darsi che l’Unità di Crisi della Farnesina non abbia ancora una risposta definitiva e chiarificatrice a questa domanda.

Ma è innegabile che i servizi di intelligence che lavorano con e per la Farnesina hanno avuto tutto il tempo per investigare sul campo – visto che Raqqa è pacificata da due anni – e vagliare quindi le varie ipotesi, coadiuvati magari dai servizi dei Paesi alleati dell’Italia. A questo punto, perciò, mettere le carte in tavola pare doveroso, nei confronti della famiglia di Paolo Padre innanzitutto, anche per non alimentare inutilmente delle false speranze.

E’ vero d’altra parte che molte di queste carte sono note a tutti. Tutti sanno che l’ISIS in quanto “entità statuale” è stata sconfitta – il suo sedicente Califfato non ha più un territorio su cui regnare – e tutti sanno che la sua struttura di comando è stata decapitata. E’ quindi altamente improbabile che possano esserci ancora oggi dei prigionieri occidentali nelle mani dei suoi miliziani sparsi fra Siria e Iraq: se non altro perché si trovano alla macchia e non sarebbero perciò in grado di gestirli con profitto. Ai tempi dell’ultima battaglia, a Baghouz, tra febbraio e marzo del 2019, c’erano sì state delle voci secondo cui l’ISIS si apprestava a usare gli ostaggi occidentali ancora nelle sue mani in cambio della libertà per i suoi miliziani in fuga.

Si fece sia il nome del giornalista britannico John Cantlie che quello di Padre Paolo. Ma quelle voci non ebbero alcun seguito e si dimostrarono prive di ogni fondamento: d’altronde c’era da aspettarselo, perché in quella battaglia all’ultimo sangue – durata più di un mese. con le famiglie dei miliziani che morivano di stenti ed erano esposte giorno e notte ai bombardamenti a tappeto della Coalizione Internazionale – se l’ISIS avesse avuto in mano degli ostaggi li avrebbe di certo usati come merce di scambio, oppure per un’ultima messa in scena mediatica, di quelle che hanno reso il gruppo di Abu Bakr Al Baghdadi tristemente famoso.

Padre Paolo dall’Oglio

Se si esclude dunque che Padre Paolo Dall’Oglio possa essere ancora oggi nelle mani dell’ISIS – e se anche altre eventuali ipotesi sono da escludere – non resta che rassegnarsi e accettare l’idea che sia morto. Può essere stato ucciso quello stesso 29 luglio del 2013 nel quartier generale dell’ISIS – alcuni testimoni parlano di un alterco con un miliziano – oppure potrebbe essere morto durante la sua detenzione – c’è qualche testimonianza, ma è indiretta e imprecisa – oppure ancora potrebbe essere deceduto durante i bombardamenti su Raqqa o sulle altre città dove l’ISIS ha via via spostato il suo centro di comando (e forse i suoi prigionieri). La Farnesina ha informazioni al riguardo? E che senso ha, se questa è la terribile verità, trincerarsi ancora dietro il riserbo?

Sgombrare il campo da ogni equivoco sulla sorte che è toccata a Padre Paolo ha una sua urgenza, dettata dalle circostanze. Nella regione di Raqqa sono state infatti scoperte nel corso degli ultimi due anni diverse fosse comuni, ma nonostante gli appelli di diversi organismi internazionali e delle Associazioni delle famiglie dei desaparecidos – si parla di 50mila siriani a cui è toccata la stessa sorte di Padre Paolo – non c’è ancora oggi al lavoro nessun team che si occupi, con metodo e su larga scala, dell’identificazione dei corpi. Certo i numeri in ballo sono da capogiro, eppure a Srebrenica è stato fatto, com’era giusto che fosse. A Raqqa invece mancano i soldi e manca il personale, forse manca anche la voglia, perché la priorità oggi è la ricostruzione, quanto mai urgente.

Cosa dice la Farnesina? Si stanno cercando le spoglie di Padre Paolo? E in che modo? Ho appreso sul posto che l’Italia non ha mai avanzato alle autorità civili di Raqqa la richiesta di cercare le spoglie di Padre Paolo nelle fosse comuni che sono state scoperte. Come mai? Dipende forse dal fatto che – come sostengono in tanti – l’ISIS non era solita seppellire gli infedeli accanto ai musulmani? E allora cosa si sta facendo per provare a rintracciare le sue spoglie? Le mie sono le stesse domande che immagino si facciano i familiari di Padre Paolo e che di certo si fanno i suoi amici. Sono domande che dopo sette mani le autorità italiane non ha più il diritto di eludere. Il tempo è scaduto. Ed è ora di dire la verità.

Amedeo Ricucci

(1) L’inchiesta è andata in onda a Speciale Tg1 il 29 luglio 2018. Il titolo era: “Abuna”: https://www.raiplay.it/video/2018/07/Speciale-Tg1-3aa853da-53b0-4a7d-a212-53670d2920e0.html

(2) Per approfondire le varie ipotesi fatte sulla sparizione di Padre Paolo Dall’Oglio si legga il libro di Riccardo Cristiano “ Dall’Oglio: il sequestro che non deve finire” di prossima pubblicazione presso Castelvecchi

Amedeo Ricucci (*)

(*) Amedeo Ricucci è vice-presidente dell’Associazione Giornalisti Amici di padre Paolo Dall’Oglio

Tensioni e liti tra Etiopia, Sudan e Egitto per la grande diga sul Nilo Azzurro

Speciale per Africa ExPrerss
Cornelia I. Toelgyes
27 giugno 2020

Finalmente è stato fatto un piccolo passo avanti tra Sudan, Egitto e Etiopia sulla cruciale questione della gigantesca diga sul Nilo.

I lavori di costruzione dell’enorme diga Grand Ethiopian Renaissance Dam in Etiopia

Se da una parte l’Etiopia non vede l’ora di aprire i rubinetti per riempire il bacino, il Cairo e Khartoum temono una riduzione del gettito delle acque del Nilo. Le negoziazioni tra i tre Stati erano arrivate a una fase di stallo e dopo una settimana di intense “bagarre” diplomatiche, venerdì scorso le parti in causa hanno partecipato a una videoconferenza coordinata da Cyril Ramaphosa, capo di Stato del Sudafrica e presidente di turno dell’Unione Africana.

Oltre ai presidenti e primi ministri di Egitto, Sudan, Etiopia, all’incontro virtuale erano presenti anche quelli di Kenya, Mali e Repubblica Democratica del Congo. Addis Ababa non molla, ma pur restando ferma sulle proprie posizioni, è disposta a rinviare il riempimento del bacino finchè non sarà trovato un accordo con il Cairo e Khartoum.

Cyril Ramaphosa, capo di Stato del Sudafrica e presidente di turno dell’Unione Africana.

Abdel Fattah al-Sisi, il presidente egiziano, fortemente appoggiato da Washington, ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dovrà pronunciarsi sulla spinosa questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). L’organo del Palazzo di Vetro si riunirà già lunedì prossimo per esaminare le rimostranze dei tre Paesi (Egitto, Sudan e Etiopia).

Nelle ultime settimane la tensione tra Cairo, Khartoum e Addis Ababa era salita alle stelle dopo l’annuncio dell’Etiopia di voler procedere al riempimento del bacino, sostenendo che questo dovrà raggiungere almeno un’altezza di 145 metri per poter produrre i megawatt necessari per ottimizzare lo sviluppo economico del Paese.

Dal canto suo l’Egitto ha da sempre sollevato le sue perplessità sulla realizzazione della GERD, temendo una riduzione del gettito delle acque del Nilo e ritiene il progetto come una minaccia esistenziale, anzi, ora ha rincarato la dose affermando: “L’Etiopia costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza a livello internazionale”.

Anche il ministro dell’Irrigazione sudanese, Yasser Abbas, ha fatto sapere di aver scritto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, specificando che è assolutamente necessario arrivare a un accordo prima di riempire il serbatoio della diga e ha aggiunto: “Aprire i rubinetti, inondare il bacino unilateralmente, potrebbe compromettere la sicurezza della diga di Roseires sul Nilo Azzurro”. La diga di Roseires sul corso sudanese del Nilo Azzurro è stata costruita negli anni’60. Nella sua missiva all’Organo dell’ONU, Abbas invita i dirigenti dei tre Paesi di mostrare maggiore volontà politica e impegno nel voler risolvere le difficoltà a tutt’oggi in agenda.


La realizzazione del GERD è stata affidata dal governo di Addis Ababa alla multinazionale italiana Salini Impregilo. Il bacino del ciclopico impianto, una volta terminato completamente, avrà una lunghezza di 1,8 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua (come riportato sul sito di Salini Impregilo), che saranno sfruttati per produrre seimila megawatt di energia elettrica, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la diga più imponente di tutto il continente africano, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa, che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Egitto, Etiopia e Sudan a rischio di guerra per lo sfruttamento delle acque del Nilo

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

Affari e salute: la cooperazione anti Covid-19 tra Qatar, Italia e Israele

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 Giugno 2020

Si definisce “plasmaterapia” e per alcuni – pochi – potrebbe contrastare la pandemia da coronavirus. Si preleva il plasma” dal sangue dei convalescenti da Covid-19 per poi immetterlo nell’organismo di chi è ancora gravemente ammalato. A questo punto gli anticorpi presenti nel plasma “iperimmune” dovrebbero esercitare un’azione neutralizzante sul virus, contribuendo al miglioramento delle condizioni cliniche e alla guarigione dei pazienti.

La sperimentazione in Italia della plasmaterapia anti-coronavirus è stata avviata dopo l’Ok del ministero della Salute con una circolare del 27 marzo scorso, piena di perplessità scientifiche e raccomandazioni per una corretta gestione dei pazienti immunodepressi. “Pur ribadendo l’incertezza attualmente esistente del beneficio clinico derivante da questo approccio – riporta il ministero – nei pazienti con deficit dell’immunità umorale che sviluppino un quadro di Covid-19 si può prendere in considerazione (ottimalmente nell’ambito di triaI clinici autorizzati) la possibilità di procedere all’infusione di plasma di soggetti convalescenti che abbiano superato l’infezione da SARS-CoV-2. Ovviamente, il soggetto donatore dovrà compiutamente rispondere ai requisiti previsti dalla normativa vigente per la donazione di emocomponenti”.

Plasmoterapia – coronavirus

A partire con i test sono stati quattro ospedali lombardi: il Policlinico San Matteo di Pavia e i presidi “Carlo Poma” di Mantova, “Maggiore” di Lodi e Asst di Cremona. Il 15 maggio, previa autorizzazione del comitato etico dell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma, ha preso il via su tutto il territorio nazionale TSUNAMI (acronimo di TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), uno studio comparativo randomizzato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da pazienti convalescenti da Covid-19. Promosso dal ministero della Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), TSUNAMI vede coinvolti 56 centri di 12 regioni, con il coordinamento dell’azienda ospedaliera di Pisa e del Policlinico di Pavia e la supervisone di un comitato scientifico presieduto dal direttore AIFA, Nicola Magrini.

Nonostante le prescrizioni del ministero in tema di controllo e trattamento del plasma “iperimmune” e l’avvio su vasta scala della plasmaterapia, Mater Olbia Hospital, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma hanno avviato in autonomia una ricerca in materia con alcune istituzioni sanitarie del lontano Qatar, con tanto di sponsor istituzionali: l’ambasciata italiana a Doha e l’Aeronautica militare che ha un proprio presidio nella grande base aerea qatarina di Al-Udeid.

Incomprensibili e dispendiose le modalità adottate dai partner del progetto: il plasma è prelevato negli ospedali dell’emirato da “donatori” convalescenti e infuso in malati “volontari”; poi ancora un altro prelievo da questi ultimi e il trasporto di plasma con un volo militare dell’Aeronautica prima a Roma e poi ad Olbia per una prima campagna di test sugli anticorpi presenti. Infine un nuovo volo del plasma qatarino verso la capitale e una seconda attività sperimentale nel laboratorio di Microbiologia dell’Università Cattolica.

Plasma Covid-19 da Doha, Qatar a Olbia, Sardegna,Italia

Il budget messo in campo per il programma è ragguardevole, 500.000 euro, provenienti in buona parte dal Qatar Foundation Endowment, azionista di maggioranza della società titolare del Mater Hospital di Olbia. Ma la vera ragione della plasma-triangolazione Doha-Olbia-Roma sta forse nella necessità di rendere sempre più solide e strategiche le relazioni politiche e militari tra il nostro paese e il controverso regime qatarino. “La fornitura del Qatar di campioni di plasma di pazienti da Covid-10 agli esperti ricercatori biomedici in Italia riflette i validi e prolungati legami scientifici tra le due nazioni”, ha dichiarato il vicepresidente della Qatar Foundation, Richard O’Kennedy. “Siamo molto orgogliosi che i principali centri medici italiani e del Qatar lavorino insieme per un progetto che può fare davvero la differenza per le persone e salvare vite umane”, ha spiegato l’ambasciatore italiano Alessandro Prunas, tra i sostenitori del plasma-programma. “La ricerca scientifica è diventata un aspetto fondamentale della nostra cooperazione bilaterale e sono fiducioso che presto l’Italia e il Qatar rafforzeranno ulteriormente il loro impegno nello sviluppo di nuovi progetti che sblocchino il potenziale non sfruttato in questo settore”. Dopo aver fatto incetta di petrolio, gas, fregate, cacciabombardieri, mitra e pistole, le holding finanziarie italo-qatarine si lanciano dunque all’arrembaggio di ospedali, laboratori scientifici e società farmaceutiche.

E il rispetto di protocolli e codici etici? Forse in Italia, assai difficile in Qatar dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno (vedi quanto accade ai lavoratori, in buona parte immigrati, impiegati nella realizzazione degli impianti sportivi del Mondiale di calcio 2022). Da quanto è possibile apprendere dai media locali, la sperimentazione del plasma anti-Covid sarebbe stata avviata nell’emirato sin dalla prima decade di aprile dall’Hamad Medical Corporation, tra i partner del programma del Mater Olbia e della Cattolica del Sacro Cuore. A individuare i “donatori” sei strutture sanitarie anti-Covid19: il Communicable Disease Center e gli ospedali Hazm Mebaireek, Mesaieed, Ras Laffan, Al Shahaniya e The Cuban Hospital.

“Più di 170 pazienti da Covid-19 in Qatar hanno ricevuto sino ad oggi il trattamento di plasma”, hanno riferito i responsabili dell’Hamad Medical, il 7 giugno scorso. “Abbiamo equipaggiato il centro-donazione con gli ultimi ritrovati tecnologici in grado di separare direttamente il plasma dal sangue e restituire simultaneamente le altre componenti al donatore, con un procedimento che dura 45 minuti circa. Inoltre il centro ha apparecchiature per la conservazione del plasma a 80 gradi sotto zero, in modo che ne sia assicurata l’idoneità il più a lungo possibile. Secondo quanto previsto dal protocollo, molti pazienti con Covid-19 in Qatar saranno dimessi dalle strutture ospedaliere 14 giorni dopo il loro primo test positivo. Dopo 28 giorni, essi potranno donare il plasma per i test, così da assicurare che un numero sufficiente di anticorpi sia presente nel loro plasma e che esso non sia infetto”. Strutture qatarine all’avanguardia nella plasmaterapia; perché allora la necessità di ulteriori sperimentazioni in Italia?

Difficile capire poi il motivo per cui è a coordinare il programma ad Olbia sia stato chiamato l’infettivologo Stefano Vella, già direttore del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità, ex Presidente dell’AIFA, adjunct professor dell’Università Cattolica e, da fine marzo, membro del comitato tecnico-scientifico della Regione Sardegna per la gestione delle misure di contrasto al coronavirus nell’Isola. Inizialmente il prof. Vella si era dichiarato assai scettico sull’efficacia della plasmaterapia, preferendo la ricerca per nuovi vaccini e la sperimentazione di anticorpi monoclonali creati in laboratorio. “Come rappresentante italiano nella commissione Horizon Europe, per i vaccini vedo progetti frutto di intensa collaborazione internazionale, con una mobilitazione paragonabile a quella vista per Aids, tubercolosi, malaria. La plasmaterapia è stata usata per tante malattie in passato, ma è una soluzione direi preistorica, con tutti i rischi che comporta: oggi guardiamo ad altro”, dichiarava il 15 marzo alla testata Quotidiano.Net.

L’8 maggio, in un’intervista a la Stampa, il prof. Vella appariva più possibilista: “Dagli studi preliminari sembra che il successo della plasmaterapia sia stato abbastanza alto. Ora bisogna capire bene quali anticorpi diano la guarigione, sia in fatto di qualità che di quantità. Perché in alcune persone la terapia ha funzionato egregiamente mentre in altre no. (…)Come per tutti i farmaci prima si dà il plasma iperimmune e meglio è. Però in molti casi l’infezione – se leggera – sparisce da sola, quindi sarebbe un errore somministrarla. Ma sarebbe un errore anche aspettare che la malattia diventi grave. Quindi l’ideale sarebbe il momento in cui il sintomi del paziente cominciano a peggiorare. Per questo ci vuole molta cautela”.

Ospedale Mater Olbia, Sardegna

Ancora vaccini e terapia con anticorpi monoclonali in un’intervista al notiziario dell’AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, pubblicata il 20 maggio, una settimana dopo che il Mater Hospital di Olbia aveva reso noto l’accordo con la Qatar Foundation. “Gli anticorpi monoclonali potrebbero essere i primi farmaci intelligenti, mirati in modo specifico contro il virus”, spiegava il neocoordinatore del programma pro risposta immunitaria naturale. “Essi non sono in competizione con il vaccino, sono infatti terapie mirate indirizzate a chi è stato contagiato, mentre il vaccino preventivo è destinato agli individui sani. La cura con anticorpi monoclonali è una delle vie da percorrere…”. Ancora più lapidaria l’affermazione di Stefano Vella a Il Giornale del 24 maggio 2020: “L’unica soluzione definitiva sarà il vaccino”.

In pole position nelle attività di sviluppo degli anticorpi monoclonali neutralizzanti ci sono alcuni centri scientifici finanziati e coordinati dal ministero della Difesa d’Israele, in particolare l’Israel Institute for Biological Research (IIBR) diretto dal prof. Shmuel Shapira, ex colonnello medico e fondatore e capo del Dipartimento di Medicina militare della Hebrew University di Tel Aviv. Proprio l’IIBR ha avviato recentemente una collaborazione sugli anti-virus monoclonali con l’Azienda Ospedaliere Universitaria “Careggi” di Firenze e la Fondazione Toscana Life Science di Siena (vicepresidente Carlo Rossi, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena; consigliere Alessandro Campana, docente di Scienze economiche nel corso in Biotecnologie Sanitarie dell’Università Cattolica di Roma).

Il complesso militare-industriale israeliano ha conseguito inquietanti risultati anche nel campo del “tracciamento e schedatura” delle persone colpite dal Covid-19, grazie a tecnologie di elaborazione vocale e all’intelligenza artificiale. A fine marzo l’Amministrazione per lo sviluppo dei sistemi d’arma del Ministero della Difesa ha reso pubblica l’attivazione di una specifica app che consente di campionare le voci dei pazienti affetti da coronavirus. L’app è stata realizzata da Vocalis Health, società high tech con sede a Tel Aviv, in collaborazione con l’Afeka College of Engineering e il Rabin Medical Center di Petah Tikva.

Da un mese a questa parte questi due enti medici hanno stretto una partnership proprio con l’Università del Sacro Cuore di Milano e la Fondazione Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma. “I centri di Italia e Israele stanno lavorando congiuntamente utilizzando nella pratica clinica le loro competenze sull’elaborazione vocale e l’intelligenza artificiale per consentire il rilevamento pre-diagnostico dei potenziali portatori di Covid-19 attraverso l’analisi della voce, del parlato e della tosse dei pazienti”, ha riferito l’ambasciata italiana a Tel Aviv, il 16 giugno scorso.

“Si sta realizzando un database di migliaia di campioni di voce, tosse e respiro di pazienti infetti da Covid 19, ma anche di pazienti con l’influenza stagionale, di modo da poter marcare le differenze e ottimizzare la diagnosi del sistema”. A finanziare studi e ricerche concorrerà molto probabilmente l’Unione Europea, con i fondi di Horizon 2021-2027. Dallo scorso mese di gennaio, “rappresentante italiano” al Programma Quadro di Ricerca Europeo per conto del MIUR e del ministero della Salute è il prof. Stefano Vella.

Ricapitolando, le istituzioni accademiche care a Vaticano, Conferenza Episcopale Italiana e Comunione e Liberazione hanno contestualmente avviato programmi di ricerca anti-Covid con fondazioni del Qatar e centri di ricerca “vicini” alle forze armate d’Israele. Due Paesi, Qatar e Israele, in aperta “guerra fredda” per le relative contrapposte relazioni con l’Iran, gli Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza.

Pecunia non olet e anche la fondazione allo sviluppo creata dai sovrani dell’emirato non ha avuto remore a promuovere l’affaire miliardario del Mater Olbia in compagnia del gruppo finanziario a capo dell’asse Cattolica-Gemelli, non nuovo in verità ad accordi strategici con le aziende e gli enti militari e paramilitari israeliani. Nel dicembre 2013, a Villa Madama, a conclusione di un vertice intergovernativo Italia–Israele, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, rappresentata dal Rettore Franco Anelli (Comunione e Liberazione) firmava due “lettere di intenti” per programmi sanitari con il Chaim Sheba Medical Center di Ramat Gan (Tel Aviv) e il Rambam Health Care Campus di Haifa, il primo, già ospedale militare, il secondo affiliato al Technion – Israel Institute of Technology, uno dei maggiori istituti di ricerca nel campo delle nuove tecnologie e dei sistemi d’arma.

“Le lettere di intenti preludono a un articolato e dettagliato accordo di cooperazione finalizzato a promuovere, nel triennio 2013-2016, la realizzazione presso il Policlinico Gemelli di un ospedale silente, in collaborazione con il Rambam Health Care, dotato di 100 posti letto potenziali da attivare in caso di maxi-emergenze sanitarie, quali calamità naturali, disastri o grandi incidenti in ambito civile che determinano numerose vittime politraumatizzate, nonché per la gestione di scenari cosiddetti CBRNE, ovvero in cui vi sia una emergenza provocata da sostanze chimiche, biologiche, radioattive, nucleari ed esplosive”, riferiva il portavoce della Cattolica. “L’iniziativa prevista con lo Chaim Sheba Medical Center riguarda il campo della simulazione medica, con previsione di attività formative e di ricerca dedicate alla gestione degli interventi di prima necessità; lo scambio e programmi per sviluppare progetti formativi E-Learning; una joint-venture per una stazione sperimentale in cui realizzare tecnologie speciali come manichini e parti anatomiche”. La sanità privata e paramilitarizzata…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Plasma infetto dal Qatar alla Sardegna: ricerca e affari con Santa Madre Chiesa

 

 

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 giugno 2020

L’indagine “Dall’eldorado del gas al caos”, dell’ong Amici della Terra Mozambico accusa il governo mozambicano di aver militarizzato l’area attorno ai giacimenti di gas. Punta l’indice contro i militari mozambicani che davanti alla violenza jihadista di Cabo Delgado abusano del loro potere contro la gente. “In realtà” – dice il report – “la loro funzione è la protezione dell’industria del gas che ha già richiesto più militari a difesa degli impianti”.

Industria del gas. Mappa di Cabo Delgado e l'intervento delle aziende francesi (Courtesy: Amici della Terra Mozambico)
Industria del gas. Mappa di Cabo Delgado e l’intervento delle aziende francesi (Courtesy: Amici della Terra Mozambico)

Povertà, morti e sfollati a causa della violenza nel nord

Oltre 150 mila persone sono scappate dai loro villaggi distrutti dalla violenza dei jihadisti di Ahlu Sunna Wa-Jama, chiamati dalla popolazione al Shebab. L’indagine riporta che, secondo Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) questa situazione ha fatto almeno 1.100 morti.

“L’industria del gas ha spinto le persone nella povertà. Per costruire i cantieri di Afungi ha costretto 556 famiglie di pescatori e agricoltori a lasciare le proprie case” – spiega il report. “Non hanno più i loro terreni agricoli e distano una ventina di chilometri dal mare, troppo lontano per andare a pescare senza mezzi di trasporto”.

Intanto, mentre la statunitense ExxonMobil taglia gli investimenti del 2020 del 30 per cento, la Francia protegge i suoi interessi e appoggia la sua Total. Anche militarmente. Non solo contro il terrorismo jihadista utilizzando armamenti francesi ma anche attraverso la sua marina militare che pattuglia il Canale del Mozambico.

Industria del gas. Mappa di Cabo Delgado con gli attacchi dei ribelli , installazioni per lo sfruttamento del gas, mezzi aerei e navali francesi (Courtesy: Amici della Terra Mozambico)
Industria del gas. Mappa di Cabo Delgado con gli attacchi dei ribelli , installazioni per lo sfruttamento del gas, mezzi aerei e navali francesi (Courtesy: Amici della Terra Mozambico)

Lo scandalo da 1,9 miliardi di euro

AdT accusa la Francia anche dello scandalo che ha portato all’arresto a Johannesburg dell’ex ministro mozambicano delle Finanze, Manuel Chang, per frode. La sua detenzione ha determinato il braccio di ferro tra Mozambico e Stati Uniti che lo vogliono processare in USA per truffa a cittadini americani. Frode da €1,9mld di euro per l’acquisto di 39 barche dall’azienda francese Constructions Mécaniques de Normandie per la Ematum, società pubblica mozambicana oggi Tunamar.

La Constructions Mécaniques era in gravi difficoltà finanziarie e la vendita delle imbarcazioni è stata una grossa boccata d’ossigeno. Ventiquattro di queste barche dovevano essere destinate alla pesca del tonno ma non sono mai state usate mentre 15 sono imbarcazioni militari. Secondo l’ong, il contratto era in realtà direttamente collegato ai piani dei governi francese e mozambicano di sfruttare gli idrocarburi.

Tutte le multinazionali di Cabo Delgado sono responsabili

Non solo le multinazionali e banche francesi, secondo AdT, sono responsabili della situazione di sfruttamento del Bacino del Rovuma. L’ong ha scritto una lettera aperta indirizzata a ENI, Total, Exxon Mobil, Shell, Galp, HSBC, Standard Bank, US Exim e al Governo del Mozambico. Per conoscenza l’ha inviata anche alla Commissione africana per i diritti umani e dei popoli e all’Ufficio ONU per i Diritti umani (OHCHR).

“A Cabo Delgado l’industria del gas sta causando devastazioni in queste comunità affamate e senza terra. Tutti sono complici: società transnazionali di combustibili fossili, appaltatori, finanziatori privati, società di consulenza sui rischi e il Governo del Mozambico” – scrive.

Elicottero francese Gazelle ZU-ROJ in volo a Cabo Delgado, nord del Mozambico

“Gli appaltatori hanno raso al suolo interi villaggi, lasciando le comunità senza mezzi di sussistenza e creando una crisi alimentare”. C’e poi il problema degli sfollati che rischiano di essere scambiati per estremisti dai militari mozambicani o attaccati dai terroristi.

“Il comportamento francese obbliga il Paese africano alla dipendenza dalle energie fossili” – dichiara AdT. Ma il Mozambico ha un immenso giacimento di gas naturale (LNG-GNL) che gli porterebbe grandi quantità di valuta e non intende perdere l’opportunità. ENI ha programmato la produzione di gas per il 2022. Il 90 per cento sarà per l’esportazione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

 

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

 

 

Tanzania: minatore artigianale trova due gemme giganti di tanzanite

Africa ExPress
25 giugno 2020

Un minatore artigianale tanzaniano è diventato milionario: ha venduto le più grandi gemme di tanzanite mai trovate finora al suo governo per la considerevole cifra di 3,35 milioni di dollari.

Le due pietre dal peso di 9,2 chilogrammi la prima e di 5,8 la seconda, sono grandi quanto un avambraccio e sono state rinvenute in una miniera nel nord del Paese dal 52enne Saniniu Laizer, marito di 4 mogli.

Due gemme giganti di tanzanite

Il minatore non ha intenzione di cambiare il suo stile vita. Ha detto che continuerà a occuparsi delle sue 2.000 mucche e per festeggiare l’evento ne ha macellata una per offrire un banchetto a parenti e amici.

Laizer vorrebbe investire gran parte del denaro a Simanjiro, nel distretto di Manyara. “Qui devono sorgere un centro commerciale e una scuola, sono due sogni che ho nel cassetto da una vita”, ha detto e poi ha aggiunto: “Io sono ignorante, non ho studiato. Voglio che i miei figli siano istruiti e possano, un giorno, diventare dei veri professionisti. Poi qui c’è molta gente povera. Non hanno la possibilità di mandare i loro piccoli a scuola”.

Il governo di Dodoma (la capitale amministrativa) rilascia licenze esplorative anche a minatori artigianali per arginare l’estrazione illegale.
Nel 2017 il presidente John Magufuli ha fatto costruire un muro lungo 24 chilometri volto a proteggere il sito minerario di Merelani, ai piedi dell’omonimo monte, nella regione del Manyara, l’unico luogo al mondo dove si trova la tanzanite.

Il minerale è stato scoperto nel 1967 nel nord Tanzania ai piedi dei monti Merelani nei pressi della città di Arusha. La tanzanite è una gemma rara, apprezzata grazie alle sue caratteristiche cristalline ed al pleocroismo (il colore che va dal blu al viola cambiando a seconda dell’orientamento della luce e che viene appunto definito bluviola). Il suo nome è stato coniato dalla famosa gioielleria Tiffany con sede a New York in onore dello Stato in cui la gemma è stata scoperta.

Africa ExPress
@africexp

L’Unione Africana sospende il Sud Sudan: non ha pagato la quota di iscrizione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 giugno 2020

L’Unione Africana ha sanzionato il governo del Sud Sudan  per non aver versato per tre anni consecutivi i contributi all’Organizzazione; il debito accumulato supera ampiamente i 9 milioni di dollari.

La missione sud sudanese ad Addis Ababa, Etiopia – sede dell’Unione Africana – ha informato il proprio ministero degli Esteri il 17 giugno scorso che la sanzione è diventata effettiva già il 16 giugno.

E’ stato davvero un momento imbarazzante per tutti i presenti, quando il presidente di una riunione in atto ha sospeso la seduta, invitando la delegazione sud sudanese a lasciare l’aula, in quanto la loro presenza da questo momento in poi è considerata illegale.

Sede dell’Unione africana ad Addis Ababa, Etiopia

Il ministero degli esteri di Juba ha cercato subito di correre ai ripari; tramite un portavoce, Hakim Edward, ha fatto sapere che il proprio dicastero e quello delle Finanze stanno cercando di risolvere l’empasse quanto prima.

Il più giovane Stato della terra, che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011, non è stato silurato dall’Unione Africana; ma, finchè non avrà regolarizzato la sua posizione amministrativa, non potrà partecipare alle riunioni e è privato del diritto al voto.

Secondo Brian Adeba, direttore aggiunto della ONG Enough Project, la sospensione del Sud Sudan non ha sorpreso nessuno, dal momento che la corruzione nel Paese è endemica. L’appropriazione indebita di fondi è prassi, nella più grande impunità gli alti funzionari governativi falsificano regolarmente i budget stanziati dai ministeri. Un sistema di corruzione estremo, eppure il Paese produce 200mila barili di petrolio al giorno; malgrado ciò gli impiegati statali non vengono pagati da 5 mesi.

Già nel 2019 il presidente Salva Kiir aveva annunciato di voler trattenere un giorno di stipendio nella busta paga dei dipendenti pubblici per quattro mesi nell’interesse della pace, perchè Juba non era in grado di racimolare il denaro necessario volto a garantire l’applicazione del processo di pace.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente

E mentre il governo piangeva miseria, tra dicembre 2018 e gennaio 2019 il National Pre-Transitional Committee (NPTC) – gruppo incaricato della supervisione della prima fase del trattato di pace e della gestione del budget – aveva messo a disposizione oltre 135mila dollari per rinnovare le case di due politici.

D’altronde il governo sud sudanese è conosciuto per essere spendaccione. Durante l’estate 2018 Juba aveva erogato ben quarantamila euro a ciascun parlamentare per l’acquisto di nuove autovetture. Una somma considerevole, che supera abbondantemente i dieci milioni di dollari, in un Paese dove le strade nemmeno esistono.

La popolazione, dopo anni di guerra civile è allo stremo. Durante il conflitto interno iniziato alla fine del 2013, hanno perso la vita 400mila persone e ancora oggi il 60 per cento dei sudanesi necessità di aiuti umanitari. In milioni hanno dovuto lasciare le proprie case, ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite.

La scorsa settimana il presidente Kiir e il primo vice-presidente Riek Machar si sono finalmente accordati sulla distribuzione e il controllo dei 10 Stati, uno dei nodi più importanti da sciogliere per la messa in atto del trattato di pace. E a questo proposito Norvegia, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano messo alle strette Juba: in un comunicato congiunto i governi dei tre Paesi avevano sottolineato che il ritardo nell’applicazione dell’accordo avrebbe compromesso il processo politico di transizione.

Sta di fatto che mercoledì scorso il ministro per gli Affari presidenziali, Nhial Deng Nhial, ha reso noto che Kiir nominerà i governatori di 6 Stati, tra questi Unity State e Central Equatoria (che comprende anche la capitale Juba), entrambi ricchi di petrolio. Mentre Machar proporrà gli amministratore dell’Upper Nile – anch’esso produttore di greggio – e di altri due Stati, mentre South Sudan Opposition Alliance sceglierà quello del Jonglei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace