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Sud Sudan: nono anniversario dall’indipendenza tra violenze e fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 luglio 2020

C’è ancora molto da fare nel più giovane Stato della Terra, che oggi celebra il nono anno dall’Indipendenza. Per il quinto anno consecutivo non si sono tenute celebrazioni ufficiali, questa volta non a causa della guerra, ma per la pandemia.

Finora sono stati registrati 2.106 casi di Covid-19. Il sistema sanitario è estremamente fragile, quasi inesistente, dilaniato da anni di guerra civile, si trova ora a dover affrontare questa nuova emergenza. David Shearer, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU in Sud Sudan, durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza dello scorso giugno, ha esposto la difficile situazione della sanità nella giovane nazione. “Anche se l’ospedale per le malattie infettive della capitale Juba è stato ampliato grazie agli aiuti internazionali e il contributo del ministero della Salute – ha detto – sarà una vera e propria sfida per il sistema sanitario affrontare l’epidemia. UNMISS (United Nations Mission in South Sudan) e diverse ONG hanno provveduto a equipaggiare e formare il personale del nosocomio più grande del Paese e quelli sparsi nei 10 Stati, ma questi sforzi non bastano per soddisfare le necessità della popolazione, già duramente provata da anni di guerra civile. Tra i malati ci sono già una novantina di medici e infermieri perchè il materiale per proteggersi contro Covid-19 non è sufficiente; è assolutamente indispensabile tenere aperte le cliniche, anche se il compito è arduo, visto che i dottori governativi non vengono pagati da mesi e mesi”.

Shearer si è espresso invece positivamente per quanto concerne il processo di pace, sottolineando che in questi mesi si sono potuti constatare miglioramenti, anche se non va assolutamente abbassata la guardia. Basti pensare ai rigurgiti inter-etnici che sporadicamente riaffiorano.

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir

Kiir, nel suo discorso alla nazione in occasione dell’anniversario dell’indipendenza, ha detto: “Abbiamo ormai superato la fase di violenze politiche, ora dobbiamo mettere un punto finale agli scontri etnici che ancora riaffiorano in diverse aree del Paese. Abbiamo bisogno del disarmo totale, che in diverse zone è già in atto”.

Mentre il ministro della Pace, Steven Par Kuol, si è espresso senza mezzi termini: “Abbiamo davvero mal gestito la politica, i leader di questo Paese sono responsabili della recrudescenza delle violenza da quando abbiamo ottenuto l’indipendenza”.

Corre l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annuncia i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede sono a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.

Le speranze, la gioia della gente sono ben presto seppellite quando il presidente Salva Kiir Mayardit accusa il suo vice Riek Marchar di complottare contro di lui e aver  tentato un colpo di Stato. Iniziano i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri risalgono al il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto raggiungono anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Sfollati in Sud Sudan

L’ennesimo trattato di pace viene firmato nell’estate del 2018, ma solo a febbraio di quest’anno è sciolto il vecchio governo. Kiir, il presidente, resta al suo posto, mentre Machar viene nuovamente insediato come primo vice-presidente. Durante la cerimonia tenutasi nella capitale Juba, Kiir dichiara ufficialmente conclusa la guerra, aggiungendo: ” “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (i due gruppi etnici rivali n.d.r.).

Il conflitto interno ha provocato la morte di oltre 400mila persone e milioni di sfollati che  hanno dovuto lasciare le proprie case. La popolazione è alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite. Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Secondo quanto riportato da UNHCR negli ultimi mesi molte persone stanno ritornando nei loro luoghi di origine. Un segnale positivo, la gente ha fiducia nel nuovo trattato di pace, che, si spera, venga messo in atto in toto quanto prima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: oltre 230 morti e valanga di arresti dopo l’assassinio del cantante icona

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 luglio 2020

Non si placa la rabbia degli etiopi dopa l’uccisione del cantante Hachalu Hundessa, un oromo , il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia che rappresenta il 32 per cento della popolazione. L’artista era molto apprezzato in tutto il Paese, anche se era il portavoce della gente della sua etnia.

Mustafa Kedir, vice-capo della polizia dell’Oromia, in un suo intervento alla TV di Stato di poche ore fa ha fatto sapere che durante gli scontri della scorsa settimana sono morte 239 persone: 215 civili, 9 poliziotti e 5 membri di milizie.

Manifestazioni dopo l’uccisione del cantante Hachalu Hundessa

Addis Ababa, la capitale, e l’Oromia, Stato che la circonda, sono stati teatro di veementi proteste durante tutta la scorsa settimana. Un rigurgito di violenza mai visto dopo l’insediamento di Abiy Ahmend come primo ministro nel 2018 in seguito alle dimissioni del suo predecessore Hailé Mariàm Desalegn.

Il governo ha lasciato sottintendere che l’assassinio dell’artista è stato amplificato per destabilizzare il Paese. E Abiy, durante un suo intervento ha detto: “Con il loro gesto, gli assassini del cantante hanno tentato di uccidere anche l’Etiopia”.

Il cantante oromo, Hachalu Hundessa

Nel frattempo si cercano ancora i fautori (e/o eventuali mandanti) del vile gesto e per non sbagliare, le forze dell’ordine hanno arrestato 3.500 sospetti. Durante il suo intervento in TV, Kedir ha specificato che le persone fermate sono state individuate come soggetti contrari alla pace, hanno perpetrato attacchi strumentalizzando la morte del cantante per cercare di smantellare con la forza il sistema costituzionale”.

Hachalu era considerato una icona politico-culturale. Aveva sempre denunciato la marginalizzazione economica e politica della sua gente durante le manifestazioni prima dell’arrivo al potere di Abiy, premio Nobel per la Pace 2019 e oromo pure lui, ma fortemente contestato dal suo stesso gruppo etnico specie in questo ultimo periodo.

Le tensioni degli ultimi giorni hanno evidenziato la fragilità della transizione democratica che Abiy cerca di mettere in atto. Ma appare evidente che così facendo ha spalancato le porte alle violenze tra etnie che mettono a dura prova il sistema etiopico basato sul federalismo etnico.

Sfollati etiopi

Conflitti inter-etnici sono all’ordine del giorno in Etiopia, quasi sempre causati da controversie sui confini distrettuali. Anche se il Paese è unificato politicamente da secoli, la convivenza di oltre cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il tipo di federalismo etiopico potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.

La seconda nazione più popolosa in Africa è il Paese con il maggior numero di sfollati nel range mondiale; in base all’ultimo rapporto pubblicato congiuntamente da Internal Displacement Monitoring Center e Norwegian Refugee Council, le persone che sono fuggite dalle proprie abitazioni, villaggi di origine per lo più per contrasti inter-etnici, sono attualmente 2,9 milioni.

L’Etiopia non sta passando un momento felice nemmeno dal punto di vista economico, dovuto anche alla pandemia. Inoltre, proprio a causa di Covid-19, le elzeoni generali, previste inizialmente per aprile, sono state dapprima posticipate a agosto e infine rinviate a data da stabilire. Sarebbero state il primo test elettorale per Abiy e le sue riforme.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

In Etiopia la repressione colpisce gli oromo: almeno dieci morti e venti feriti

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

The Sudanese are calling for justice and reform, thousands are protesting all over the country

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Special for Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 July 2020

A young man died last tuesday in Sudan, others were injured during demonstrations that took place simultaneously in many cities of the former Anglo-Egyptian protectorate. Tens of thousands of Sudanese have again called for reform and justice.

The big peaceful protest, called The one million man march, organized by the Sudanese Professional Association involved not only the capital, where police used tear gas to disperse the crowd on the road from Khartoum to the international airport.

 

Demonstrations in major Sudanese cities

Protesters challenged the lockdown and crowded the centres of many cities in the country, from Kassala in the east to the recalcitrant regions of Darfur, singing: freedom, peace and justice, the slogan of the anti-Bashir movement.

The former despot, Omar al Bashir was ousted on 11 April 2019 by the Sudanese army. He is currently serving a 2-year sentence for corruption in a state reformatory. The former former leader will face many more trials, and all the atrocities committed during his long “reign” gradually come to light.

Omar al Bashir

Al Bashir came to power in 1989 when, as a colonel in the Sudanese army, he led a group of officers in a bloodless military coup that removed the government of Prime Minister Sadiq al-Mahdi. So far, he has not yet been handed over to the International Criminal Court in The Hague, which had already issued a warrant for his arrest in 2009 for genocide and war crimes committed in Darfur.

The people are now demanding justice for all the victims killed during their dictatorship and want those responsible for the violence and oppression to stand trial. The demonstrators also called on Prime Minister Abdallah Hamdok to speed up the formation of a transitional parliament, to implement the promised reforms as soon as possible and to appoint civil governors in every state. And finally, the organizers of the maxi-protest specified that the transitional government would entrust too many tasks to the military, who, according to the agreements, should only deal with security and not with economic and other issues.

 

Freedom, peace, justice are the demands of the protesters

Sudan is currently going through a deep economic crisis, the devaluation of the Sudanese pound and an inflation rate of up to 100% per year have brought the country to its knees. During an international virtual conference held in Berlin about ten days ago, the government in Khartoum obtained promises of funding of $1.8 billion from international partners such as the World Bank, the International Monetary Fund, Team Europe (EU and its member states) and others. The sum is to be allocated to social protection, development, the fight against Covid-19 and humanitarian aid. Of course, a breath of fresh air, even though the Prime Minister had asked for and hoped for more substantial aid.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus in Sierra Leone: crolla il sistema sanitario e ricominciano gli stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 luglio 2020

I medici della Sierra Leone non ci stanno, non questa volta. Sono in sciopero da giovedì scorso, reclamano i loro diritti, chiedono il pagamento del bonus promesso dal governo durante la pandemia, lamentano la mancanza di protezione, come mascherine, guanti, tute e quant’altro, mezzi per poter curare gli ammalati. Accusano il governo di aver acquistato una trentina di autovetture 4×4 per i funzionari con fondi riservati alla lotta contro il coronavirus. Per gli ospedali sono rimaste solo le briciole: 8 ventilatori per un totale di 85.000 dollari contro gli 850.000 spesi per le macchine.

Il piccolo Paese dell’Africa occidentale, che si affaccia sull’Oceano Atlantico, conta poco più di 7,9 milioni di abitanti. Finora sono stati registrati 1.547 casi di Covid-19, tra questi ben 160 sono operatori sanitari. Già durante l’epidemia di ebola del 2014-2015 il personale era stato duramente colpito dai contagi. Allora oltre 200 addetti ai lavori avevano perso la vita.

Sciopero dei medici in Sierra Leone

Il governo aveva promesso un bonus settimanale di 100 dollari ai medici impiegati nei centri di isolamento e attivi nella lotta per arginare il micidiale virus. La ricomepensa promessa non è mai arrivata, tanto meno gli strumenti necessari per proteggere se stessi e i malati di Covid-19, che allo stato attuale sono anche abbandonati negli ospedali, nessun dottore li ha più visitati da giorni. Da lunedì si è finalmente aperta la trattativa con il governo e i rappresentanti dell’Ordine dei medici per risolvere la crisi.

In tutto il Paese ci sono solamente poco più di 1.000 dottori e la mancanza cronica di personale specializzato si fa sentire più che mai in questo periodo di crisi sanitaria mondiale. Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.

L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni e la natalità infantile risulta essere la più alta a livello mondiale e anche quella delle gestanti è tra i primi tre in questa triste classifica. La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 secondo l’indice di sviluppo umano stilato dal Programma per lo sviluppo dell’ONU.

Un’altra terribile piaga che affligge la ex colonia britannica sono gli stupri, le violenze sulle donne. Già più di un anno fa il presidente Leonais Julius Maada Bio aveva dichiarato gli assalti sessuali come emergenza nazionale. A poco è servito, ancora oggi la maggior parte di questi criminali resta impunita.

Ma ora la gente è stufa. A fine giugno, in piena emergenza coronavirus, migliaia di persone sono scese nelle piazze della capitale Freetown, indignati per l’uccisione di Kadijah Saccoh, una bimba di soli 5 anni che, prima di essere stata brutalmente ammazzata, è stata stuprata da un orco. Lo conferma il certificato post mortem: la piccola è stata violentata ripetutamente e infine è stata strangolata.

La morte della ragazzina risale al 17 giugno scorso, lei è una delle tante vittime che ogni anno subiscono terribili maltrattamenti, violenze, stupri. Nel 2018 la polizia ha raccolto 8.500 denunce per tali reati. E quanti altri delitti sono stati consumati nel più assoluto silenzio?

Anche la first lady, Fatima Jabbe Bio, che da tempo ha lanciato una campagna “Hand off our girls” (giù le mani dalle nostre ragazze) volta a contrastare la violenza di genere e i matrimoni di spose bambine nell’Africa occidentale, ha chiesto giustizia per la “principessina” Khadija. La Bio ha riferito che il presidente è stato molto colpito da questo fatto e si starebbe interessando personalmente del caso.

Sierra Leone: minori nel mirino degli stupratori

Parole già pronunciate in passato, finora i risultati contro questi efferati crimini sono stati scarsi. Un associazione per i diritti umani, Equality Now, è convinta che le indagini di polizia siano insufficienti, motivo per il quale molti casi vengono archiviati.

La cultura dell’impunità per questi reati è profondamente radicata nel Paese, difficile da estirpare perchè durante la guerra civile (1991-2002) lo stupro era comunemente usato come vera e propria arma da guerra.

Marta Colomer, vice-direttore regionale di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale ha detto: “Le autorità di Freetown devono consegnare alla giustizia e processare con un equo dibattito in aula i responsabili dell’assassinio della piccola; il governo deve lanciare un messaggio chiaro, inequivocabile: la violenza di genere non è più tollerata”.

L’anno scorso le pene per questo tipo di reati sono state rafforzate, se le vittime sono minori, il colpevole rischia una condanna a vita.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il presidente della Sierra Leone: “Guerra allo stupro emergenza nazionale”

Misteriosa strage di 356 elefanti in Botswana: stavolta non sono i bracconieri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2020

Dal mese di maggio stanno morendo in modo misterioso centinaia di elefanti in un parco nazionale del Botswana. Secondo un rapporto della ONG Elephants Without Borders sono state ritrovare 356 carcasse nel Delta dell’Okavankgo, mentre Cyril Taolo, direttore dei parchi nazionali del Paese afferma che finora sono stati recuperati “solamente” 275 pachidermi morti.

“Stiamo cercando di determinare la causa di questa moria. Abbiamo inviato campioni in Sudafrica, Zimbabwe e Canada per farli analizzare anche nei loro laboratori. Abbiamo già escluso il batterio dell’antrace, malattia detta anche “carbonchio” (dal greco άνθραξ, che significa “carbone”, dal colore nero delle lesioni cutanee che si sviluppano nelle vittime di questa infezione). La strage non può nemmeno essere opera dei bracconieri, in quanto tutte le carcasse sono state ritrovate con le zanne”, ha specificato il direttore e ha aggiunto: “Abbiamo inviato uomini e mezzi nel delta per monitorare da vicino la situazione e tutta la zona viene sorvolata regolarmente anche da piccoli aerei”. Ma i risultati tardano a arrivare. Il Sudafrica ha fatto sapere che il ritardo è dovuto alla pandemia di coronavirus.

Morte di centinaia di elefanti in Botswana

Michael Chase, autore del rapporto pubblicato il 19 giugno e direttore della ONG, ha spiegato che la morte del 70 per cento degli elefanti risale a più di un mese fa, solo il 30 per cento dei decessi sembrano essere recenti (da un giorno a due settimane). Destano preoccupazione anche i pachidermi ancora in vita: sono deboli, letargici, alcuni sono anche disorientati e fanno fatica a spostarsi. La misteriosa malattia colpisce tutti: maschi, femmine, esemplari vecchi e di pochi mesi. “Abbiamo osservato un esemplare che girava in tondo, assolutamente incapace di cambiare direzione, malgrado gli incoraggiamenti ricevuti dal resto del branco”, ha aggiunto Chase.

Dal canto suo il ministero del turismo di Gaborone (la capitale del Botswana), già a maggio aveva detto di aver aperto un’inchiesta sulla strana morte di una decina di elefanti e di aver diramato un avviso alle popolazioni residenti di non consumare la carne dei pachidermi morti; gli addetti ai lavori stanno cercando di bruciare tutte le carcasse.

Gli elefanti in Botswana continuano a morire

La ONG EWB e il governo botswano sono spesso in contrasto tra loro. Nel 2018 Chase aveva denunciato l’uccisione di 90 elefanti e aveva descritto il fatto come il più grave episodio di bracconaggio in Africa. Il governo aveva smentito le cifre della ONG, affermando di aver identificato 53 carcasse e specificando che la maggior parte dei pachidermi era morta per cause naturali o per conflitti tra l’uomo. Il Botswana ospita un terzo degli elefanti in Africa, si stima che attualmente ci siano 130.000 esemplari, 15.000 tra questi vivono nel Delta dell’Okavango, uno degli ecosistemi più insoliti del pianeta.

Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora si contavano solamente poco più di 90.000. Il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata dal suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Nel 1965 una parte del territorio del delta è stato dichiarato riserva naturale, col nome di Riserva faunistica Moremi (circa 3.000 chilometri quadrati), gestita dalla Fauna Conservation Society di Ngamiland.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Elefanti in vendita: il Botswana mette all’asta lotti per la caccia autorizzata

Kenya, scienziati: per eliminare le locuste, portarle al cannibalismo o mangiarle col kebab

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 luglio 2020

In Africa orientale invasa dal giugno 2019 dalle locuste del deserto (Schistocerca gregaria), gli scienziati stanno lavorando duramente per liberarsene. Senza insetticidi. I pesticidi infatti sono efficaci fino a un certo punto ma micidiali soprattutto perché avvelenano acque e suolo.

Locuste in volo
Locuste in volo

All’International Center of Insect Physiology and Ecology (ICIPE ) di Nairobi, in Kenya, hanno trovato vari sistemi per eliminare la piaga di questi ortotteri. In un giorno un solo sciame riesce a divorare cibo che può nutrire 35 mila persone.

La Schistocerca gregaria, è arrivata ormai alla terza generazione grazie alle piogge abbondanti delle aree che ha colonizzato e ai venti favorevoli. Le proiezioni FAO mostrano un’espansione sia verso l’Africa occidentale, nel Sahel, che in India e Pakistan. In Mauritania gli insaziabili sciami sono previsti verso la seconda metà di luglio.

La sperimentazione con i biopesticidi

Da diversi anni gli scienziati ICIPE stanno sperimentando i biopesticidi che siano efficaci per sterminare i famelici ortotteri. Il protagonista e il Metharizium acridum, un fungo che avvelena le cavallette senza creare danni ad altri animali. Oggi è utilizzato con successo in tutta l’Africa ma, secondo l’agenzia Reuters, i ricercatori nella loro banca biologica, stanno lavorando su altri 500 funghi e microbi. L’obiettivo della sperimentazione è scoprire un altro veleno letale per la locusta.

Locuste uccise da Metarhizium acridum
Locuste uccise da Metarhizium acridum (foto:Public Domain Christiaan Kooyman)

A capo dell’equipe di ricercatori ICIPE c’è Baldwyn Torto, responsabile dell’unità di Ecologia comportamentale e chimica. Il loro lavoro è concentrato soprattutto sulla percezione degli odori e feromoni della locusta. Una tecnica simile a quella utilizzata dall’Università di Halle, in Germania. Qui, lo scienziato Hans-Jorg Ferenz sta sperimentando i feromoni che potrebbero modificare il comportamento di accoppiamento delle locuste.

Confondendo gli odori si cannibalizzano

Baldwyn Torto ha spiegato alla Reuters che la chimica delle locuste è fondamentale. “Prima che possano volare hanno un odore particolare che consente loro di rimanere in gruppo. Quando le locuste maturano quell’esalazione cambia”.

Se tra gli ortotteri giovani viene diffuso l’effluvio di un adulto il gruppo impazzisce. “Si disorientano, si dividono e si cannibalizzano a vicenda” – afferma lo scienziato – e diventano ancora più sensibili ai biopesticidi”.

Spiedini di locuste
Spiedini di locuste

Le cavallette ottime col kebab

Si sa che gli insetti sono commestibili anche per il consumo umano e animale e sono ricchi di proteine. L’ICIPE sta progettando speciali reti e una sorta di aspira-cavallette che permette di catturarle in grandi numeri. Gli insetti possono quindi diventare una nutriente farina, oppure olio o, eliminate testa e zampe, essere fritte. Come fanno Uganda dove sono un piatto tipico e vengono vendute come street food e snack da sgranocchiare davanti alla TV.

E nel bar dell’ICIPE, gli chef preparano anche piatti con cavallette che i ricercatori possono degustare fritte con salsa tartara, con verdure e kebab.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Covid aumenta e cavallette continuano a divorare il Corno, a rischio anche Africa occidentale

L’Africa in guerra su due fronti: il Covid-19 e la nuova invasione di cavallette

Guerra alle locuste: in Africa un supercomputer, in Asia 100 mila anatre

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Cavallette, l’invasione si allarga verso il Congo-K a oriente fino all’Iran

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

In piena emergenza Covid i voli Iran Air sbarcavano gli equipaggi nel focolaio Rimini

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Riccione, 4 luglio 2020
(English version in here)

I voli della compagnia Iran Air che atterravano all’aeroporto Federico Fellini di Rimini tra l’inizio di febbraio e i primi giorni di marzo, in piena crisi Covid, non erano scali tecnici per il rifornimento di carburante, come dichiarato ad Africa ExPress da Leonardo Corbucci, amministratore delegato di Airiminum 2014, la società che gestisce l’aeroporto internazionale.

La smentita arriva da una fonte iraniana che riferisce ad Africa ExPress i nomi degli hotel di Rimini e Riccione nei quali la compagnia iraniana, dopo aver fatto sbarcare piloti, hostess e personal security, trasferiva tre volte alla settimana l’intero equipaggio utilizzando i servizi navetta della Shuttle Italy Aeroport.

I nomi degli hotel di Riccione dove – secondo le informazioni che abbiamo raccolto dalla fonte iraniana –  hanno soggiornato gli equipaggi della compagnia aerea asiatica sono i lussuosi Mon Cheri, Maestrale, Lungomare (tutti tre del Leardini Group) e Roma.

L’informazione arriva proprio quando i voli della Iran Air hanno ripreso a fare regolarmente scalo a Milano Malpensa. Il primo luglio i voli della compagnia, dal 2018 sotto sanzioni statunitensi, avrebbero dovuto riprendere anche su Rimini, come annunciato agli inizi di giugno dallo stesso Leonardo Corbucci, ma per ora non è accaduto.

In Iran il Covid-19 continua a mietere vittime: ieri, stando alle dichiarazioni di Sima Sadat Lari, portavoce del ministero della Salute iraniano, nel Paese sono stati registrati 2.566 nuovi casi, 154 i decessi. Al 30 giugno la provincia di Rimini con i suoi 2.101 positivi e 252 vittime risultava ancora essere uno dei tre principali focolai italiani, assieme a Codogno e Bergamo. Non è chiaro perché, in un periodo in cui tante restrizioni sui voli restano ancora in vigore in Europa, quelli da Teheran abbiano ripreso non solo in Italia, ma in tutte le capitali e città importanti europee, compresa Londra.

L’Iran Air è stata a lungo sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nei traffici di armi. In queste ore la tensione tra Teheran e paesi occidentali è alle stelle: il giornale kuwaitiano Al Jarida ha attribuito a un attacco informatico israeliano l’esplosione che all’alba di giovedì ha colpito l’impianto nucleare di Natanz.

La ripresa dei voli su Rimini, oltre ai rischi sanitari, ci farebbe entrare in un ginepraio di atti e ritorsioni da cui qualsiasi Paese preferirebbe starne fuori a meno che non abbia davvero tanto da guadagnare. Non è un caso se proprio in questi giorni ha ripreso a circolare su Sky TG24 l’ipotesi che l’aereo Dc9 Itavia abbattuto su Ustica il 27 giugno 1980 sia stato colpito da caccia israeliani perché trasportava barre di uranio. Il servizio che proponiamo qui sotto – per gentile concessione di Sky – è di Manuela Iatì.

Massimo A. Alberizzimassimo.alberizzi@gmail.com – twitter @malberizzi
Monica A. Mistrettamonica.mistretta@gmail.com – twitter @monicamistretta

Dalla Cina all’Iran e poi in Siria: il coronavirus ha seguito i trafficanti d’armi

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

 

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

 

Scambio di ostaggi, intrighi, spie, traffici: così il coronavirus viaggia tra Iran e Europa

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

 

Somalia: miliziani al-Shebab scatenati, attentati a Mogadiscio e Baidoa

Africa ExPress
4 luglio 2020

Nelle prime ore di questa mattina Mogadiscio è stata svegliata da una forte esplosione in prossimità del porto.

Secondo quanto riportato da testimoni oculari, un attentatore a bordo di un’auto-bomba ha cercato di forzare il check-point all’entrata dell’area portuale a Mogadiscio. “Siamo stati colpiti da frammenti di detriti metallici e poi abbiamo sentito spari in ogni angolo della zona, che è poi stata circondata dalle forze di sicurezza”, ha precisato una persona che si trovava all’interno dello scalo marittimo.

Abdukadir Ahmed, un poliziotto, ha aggiunto che gli agenti hanno colpito l’aggressore nel momento in cui ha cercato di forzare il posto di blocco e ciò ha provocato l’immediata esplosione della vettura.

Finora le autorità non hanno rilasciato nessun commento ufficiale, sembra comunque che due agenti e cinque civili siano stati feriti. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma si punta il dito sul gruppo jihadista al-Shebab.

Porto di Mogadisco, capitale della Somalia

Mentre nella periferia Baidoa, città di situata 256 km a nordovest dalla capitale Mogadiscio, un ordigno esplosivo ha investito un ristorante dove molti avventori stavano consumando la prima colazione. Dai primi accertamenti sembra che quattro persone siano morte, altri hanno riportato ferite.

E sempre a Baidoa, qualche giorno fa è stato brutalmente assassinato Sharif Mukhtar, un attivista per i diritti umani paralizzato, costretto su una sedia a rotelle; viveva nel campo per sfollati allestito in prossimità della città.

Un’esecuzione in piena regola: “Mukhtar è stato ammazzato di fronte ai suoi familiari”, ha denunciato la ONG SODEN (acronimo inglese per Somali Disability Empowerment Network n.d.r). L’uomo era un militante ben conosciuto nell’ambito della società civile, mentre per i miliziani al-Shebab non era altro che un collaboratore delle autorità.

Infatti, i terroristi hanno parlato di un’operazione mirata contro coloro che cooperano con “l’amministrazione criminale”. Parecchie fonti hanno confermato che in passato Mukhatar avrebbe collaborato con i servizi, attività interrotta già anni fa.

Africa ExPress
@africexp

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

 

In the Midst of Covid-19 Emergency, Iran Air Flights Disembarked Crews in Rimini outbreak.

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
Riccione, 4 July 2020
(Versione italiana)

The flights of the Iran Air company that landed at the Federico Fellini airport in Rimini between the beginning of February and the first days of March, in the middle of the Covid crisis, were not technical stopovers for refueling, as declared to Africa ExPress by Leonardo Corbucci, CEO of Airiminum 2014, the company that manages the international airport.

The denial comes from an Iranian source that reports to Africa ExPress the names of the hotels in Rimini and Riccione where the Iranian company, after having landed pilots, hostesses and personal security, transferred three times a week the entire crew using the shuttle services of Shuttle Italy Aeroport.

The names of the hotels in Riccione where – according to the information we have gathered from the Iranian source – the crews of the Asian airline stayed are the luxurious Mon Cheri, Maestrale, Lungomare (all three of the Leardini Group) and Roma.

The information arrives just when Iran Air flights have resumed regular stopovers in Milan Malpensa. On July 1, the company’s flights, which have been under U.S. sanctions since 2018, should have resumed on Rimini as well, as announced in early June by Leonardo Corbucci himself, but so far this has not happened.

In Iran, Covid continues to claim victims: yesterday, according to statements by Sima Sadat Lari, spokesman for the Iranian Ministry of Health, 2,566 new cases were registered in the country, 154 deaths. As of June 30, the province of Rimini with its 2,101 positives and 252 victims was still one of the three main Italian hotbeds, along with Codogno and Bergamo. It is not clear why, at a time when so many flight restrictions are still in force in Europe, those from Tehran have resumed not only in Italy, but in all major European capitals and cities, including London.

Iran Air has long been under US sanctions for its role in arms trafficking. In these hours the tension between Tehran and Western countries is sky-high: the Kuwaiti newspaper Al Jarida attributed to an Israeli cyber attack the explosion that hit the nuclear plant in Natanz at dawn on Thursday.

The resumption of flights over Rimini, in addition to the health risks, would lead us into a quagmire of acts and retaliation from which any country would prefer to stay out unless it really has a lot to gain. It is no coincidence that in recent days the hypothesis that the DC9 Itavia aircraft shot down on Ustica on 27 June 1980 was hit by Israeli fighters because it was carrying uranium rods has resumed circulation on Sky TG24. The reportage we propose below – courtesy of Sky – is by Manuela Iatì.

Massimo A. Alberizzimassimo.alberizzi@gmail.com – twitter @malberizzi
Monica A. Mistrettamonica.mistretta@gmail.com – twitter @monicamistretta

I sudanesi chiedono giustizia e riforme, in migliaia protestano in tutto il Paese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 luglio 2020

Un giovane è morto martedì scorso in Sudan, altri sono stati feriti durante le manifestazioni che si sono svolte contemporaneamente in moltissime città dell’ex protettorato anglo-egiziano. Decine di migliaia di sudanesi hanno chiesto nuovamente riforme e giustizia.

La maxi protesta pacifica, denominata The one milion man march, organizzata da Sudanese Professional Association ha coinvolto non solo la capitale, dove la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla sulla strada che porta da Khartoum verso l’aeroporto internazionale.

Manifestazioni nelle principali città sudanesi

I manifestanti hanno sfidato il lockdown e hanno affollato i centri di molte città del Paese, da Kassala nell’est fino alle recalcitranti regioni del Darfur, cantando: freedom, peace and justice (libertà, pace, giustizia), slogan del movimento anti-al Bashir.

L’ex despota, Omar al Bashir, è stato spodestato l’11 aprile 2019 dall’esercito sudanese. Attualmente  sta scontando una pena di 2 anni per corruzione in un riformatorio statale. L’anziano ex leader dovrà affrontare molti altri processi, piano piano vengono alla luce tutte le atrocità commesse durante il suo lungo “regno”.

Al Bashir è salito al potere nel 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi. Finora non è stato ancora consegnato alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, che già nel 2009 aveva spiccato un mandato di arresto nei suoi confronti per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur.

Ora il popolo chiede giustizia per tutte le vittime uccise durante la sua dittatura e vuole che i responsabili delle violenze, delle oppressioni, vengano processati. I manifestanti si sono rivolti anche al primo ministro Abdallah Hamdok , perchè acceleri la formazione di un Parlamento di transizione, attui quanto prima le riforme promesse,  nomini governatori civili in ogni stato. E infine, gli organizzatori della maxi-protesta hanno specificato che il governo di transizione avrebbe affidato troppi compiti ai militari, che, secondo gli accordi dovrebbero occuparsi solamente della sicurezza e non di questioni economiche e quant’altro.

Libertà, pace, giustizia sono le richieste dei manifestanti

Attualmente il Sudan sta attraversando una profonda crisi economica, la svalutazione del pound sudanese e un’inflazione che ha raggiunto il 100 per cento annuo, hanno messo in ginocchio il Paese. Durante una conferenza virtuale internazionale tenutasi a Berlino una decina di giorni fa, il governo di Khartoum ha ottenuto promesse di finanziamenti per 1,8 miliardi di dollari da partner internazionali, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Team Europe (UE e i suoi Stati membri) e altri. La somma dovrà essere destinata alla protezione sociale, sviluppo, lotta contro Covid-19 e aiuti umanitari. Certo, una boccata di ossigeno, anche se il primo ministro aveva chiesto e sperato in aiuti più consistenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

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