“Pole, pole”, cioè “piano, piano, fate piano” è il commento in lingua swahili dei militari che stanno presidiando un tratto di strada in totale dissesto nella Repubblica Democratica del Congo. Siamo sulla direttrice Mwenga-Kitutu, Sud Kivu, strada statale n. 2. Goggle map dice che da Mwenga a Kitutu, 86 km, ci vogliono 3 ore e 4 minuti. Forse ha confuso ore con giorni. Il militare dice: “Guardate in che situazione siamo. Una zona piena di miniere d’oro”. La gente qui potrebbe vivere in condizioni agiate. Invece non solo è poverissima, ma anche soggetta ad angherie da parte di gruppi armati, dei sodati e della polizia.
E sì, questa è la viabilità che il governo di Kinshasa offre ai propri cittadini. strade allo sfacelo, specie nel periodo delle piogge. Ma quanto si vede nel video è normale amministrazione in Congo-K. Solo grazie al coraggio e la determinazione degli autisti dei camion o delle corriere scassate, merci e persone riescono a arrivare a destinazione. “Pole pole” è uno dei vocaboli maggiormente utilizzati nell’area sub sahariana dell’Africa. Per il resto il soldato che parla nel video usa la lingua lingala, che si parla nell’ovest del Paese.
Piano piano si arriva a destinazione, piano piano si risolvono i problemi. Ci vuole pazienza per tutto. E le immagini parlano chiaro. Camion semi distrutti – la manutenzione dei mezzi è un optional, in quanto mancano i pezzi di ricambio che nel caso si devono fabbricare dal niente o cannibalizzare adattandoli da mezzi rottamati o incidentati irrecuperabili – strade impraticabili, eppure, pur di sopravvivere si tenta l’impossibile. Passare la notte in terra di nessuno, attendere aiuti in alcune aree del continente significa restare esposti a predoni, criminali comuni, gruppi armati e terroristi. Dunque meglio tentare l’impossibile, con la parola d’ordine scandita più volte dai militari, immobili nelle loro postazioni.
Le infrastrutture – non solo strade – sono i grandi assenti nel continente nero e sono causa del basso indice di sviluppo umano in parecchie zone. In particolare a causa della la scarsa viabilità, i malati hanno difficoltà a raggiungere medici e ospedali (pochi per altro e privi di mezzi). I bambini devono macinare chilometri e chilometri per raggiungere la scuola, se ne esiste una aperta. Un sacrificio che sono ben disposti a affrontare per sopravvivere in questo inferno terrestre.
Africa ExPress e Senza Bavaglio
Milano, 1° dicembre 2020
Stasera alle ore 21:30 su Italia 1 andrà in onda un servizio de “Le Iene” sul rapimento di Silvia Romano. Ospite della puntata Massimo Alberizzi, storico corrispondente dell’Africa del Corriere della Sera e ora direttore dei quotidiani online Africa ExPress e Senza Bavaglio.
Alberizzi tra il 2019 e il 2020 ha indagato sul sequestro della ragazza milanese prelevata il 20 novembre 2018 da un commando di banditi a Chakama, un villaggio keniota a un’ottantina di chilometri da Malindi. Essendo stato rapito anche lui in Somalia, sebbene un po’ di tempo prima, conosce bene quei luoghi che ha visitato più volte.
Durante il sequestro Alberizzi ha battuto il territorio in lungo e in largo. Le sue investigazioni hanno portato alla luce diversi misteri che finora non sono stati svelati. Quando Silvia è tornata a casa, le ha mandato, in segno di benvenuto, 99 rose rosse.
Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress
I due autori del servizio televisivo, Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani, assieme al giornalista esperto d’Africa, ripercorrono le tappe del rapimento soffermandosi proprio su alcuni fatti inspiegati. Enigmi rimasti ancora senza risposta.
Verranno poste domande, ma anche date risposte finora inedite a quello che ora appare come un rapimento anomalo dove emergono misteriosi e indecifrabili intrecci di interessi e affari inconfessabili, all’insaputa di Silvia Romano.
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E’ stata una mattanza oltre ogni previsione. L’attacco perpetrato da uomini armati in sella alle loro motociclette ieri non ha lasciato sul terreno non 43 contadini, bensì 110. Altre settanta persone sono state ritrovate qualche ora dopo, ora tutti allineati nelle bare, uno accanto all’altro, per la sepoltura.
Uomini e donne, intenti nel raccolto del riso, sono stati brutalmente sgozzati, presumibilmente da miliziani appartenenti al gruppo terrorista Boko Haram. Molti altri sono stati feriti e diverse donne mancano all’appello, sequestrate dai sanguinari assassini.
Edward Kallon, coordinatore per gli Affari umanitari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nella ex colonia britannica, ha confermato la macabra esecuzione: “Si tratta del peggiore attacco perpetrato nei confronti di innocenti civili quest’anno”, ha aggiunto Kallon.
Contadini ammazzati in Nigeria
Finora nessun gruppo ha rivendicato il massacro. Ma la matrice parla da sé, tutti puntano il dito su Boko Haram o ISWAP (acronomio per Islamic State West Africa Province), una fazione di militanti fanatici nigeriani fedeli allo Stato islamico, che specie negli ultimi mesi hanno iniziato a colpire agricoltori, pescatori e allevatori/pastori, perché accusati di passare informazioni sul loro conto alle autorità militari, polizia locale e gruppi di vigilantes.
Durante la campagna elettorale per il suo primo mandato Muhammadu Buhari, presidente del colosso dell’Africa dal 2015, aveva promesso che avrebbe fatto piazza pulita dei sanguinari terroristi e appena insediato aveva promesso: “Saranno annientati entro il 31 dicembre 2020”.
Nel frattempo il presidente ed ex golpista del 1983 è stato rieletto per un secondo mandato nel 2019, eppure i miliziani di Boko Haram continuano imperterriti a terrorizzare la popolazione.
Dal 2009 a oggi a causa dei continui attacchi dei jihadisti sono morte decine di migliaia di persone, poco meno di 3 milioni sono fuggite dalle proprie case, tra questi anche camerunensi, nigerini e ciadiani, Paesi dove i famigerati assassini sono attivi, oltre che in Nigeria.
Dopo l’uccisione di 90 soldati ciadiani, durante un’offensiva dei terroristi nigeriani, N’Djamena ha lanciato un’operazione senza pari contro Boko Haram.
In tale occasione, secondo il portavoce militare, Azem Bermendoa Agouna sarebbero stati uccisi un migliaio di miliziani, oltre che 52 soldati ciadiani. Gli scontri sono avvenuti soprattutto nella zona del Lago Ciad, il cui bacino è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa, ai confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.
Allora il presidente del Ciad, Idriss Déby, si era lamentato della poca collaborazione degli altri governi degli Stati confinanti. Eppure i 4 Paesi (Nigeria, Niger, Ciad e Camerun) maggiormente attaccati dal gruppo armato, nel 2015 avevano formato una task force congiunta (la Forza Multinazionale Mista FMM).
Il leader di Boko Haram Aboubakar Shekau
Dopo la mattanza di sabato, la popolazione nigeriana è terrorizzata: vuole maggiore tutele compresa una presenza più incisiva delle forze di sicurezza e dell’ordine. Ma in un Paese dove la corruzione è diffusissima tutto risulta molto complicato. Molte delle risorse destinate a combattere l’insurrezione degli assassini sono sparite nelle tasche di qualche potente e così polizia ed esercito restano impoveriti. Ieri il governatore del Borno State ha sottolineato: “Se la gente resta a casa, rischia di morire di fame e se va a lavorare nei campi, mette ugualmente in pericolo la propria vita, rischia di essere ammazzata dai jihadisti”. Parole giuste e vere ma è difficile che con tutta probabilità si dissolveranno nel vento. I terroristi sono un cancro, ma anche la corruzione lo è.
Bulama Bukarti, analista del Tony Blair Institute for Global Change, sostiene che il fatto di non essere stato in grado di bloccare il terrorismo, non solo è costato la vita a decine di migliaia di cittadini, ma ha anche contribuito a devastare l’economia del Paese. E ha sottolineato che il 2020 è stato il peggiore anno per l’esercito nigeriano dal 2009, inizio dell’insurrezione dei Boko Haram: da gennaio a oggi hanno perso la vita 800 soldati.
Per gentile concessione del New Your Times pubblichiamo questo articolo
sull’omicidio del padre del programma nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh.
dal New York Times Farnaz Fassihi, David E. Sanger, Eric Schmitt e Ronen Bergman
New York, 27 novembre 2020
Aggiornato al 28 novembre 2020, 2:08 a.m. ET
Un omicidio sfacciato durante un’imboscata
Il principale scienziato nucleare iraniano, che i servizi segreti americani e israeliani hanno a lungo accusato di essere dietro ai programmi segreti per la progettazione di una testata atomica, è stato ucciso in un’imboscata venerdì mentre viaggiava in un veicolo nel nord dell’Iran. La notizia è stata diffusa dai media statali iraniani.
Lo scienziato, probabilmente 59 anni, era considerato la forza trainante del programma di armi nucleari della Repubblica islamica Iran per un paio di decenni, e ha continuato a lavorare anche dopo che la maggior parte degli forzi sono stati congelati nel 2003, secondo quanto riferito da fonti dei servizi segreti americani e secondo i documenti del segreti del programma nucleare iraniano rubati da Israele tre anni fa.
Diffusa dall’agenzia semi ufficiale Fars questa foto mostra il luogo dove è avvenuta l’imboscata
Un funzionario americano – insieme ad altri due funzionari dell’intelligence – ha sostenuto che dietro l’attacco allo scienziato ci sono le mani di Israele. Non è chiaro quanto gli Stati Uniti sapessero in anticipo dell’operazione, ma i due Paesi sono strettamente alleati e hanno spesso condiviso le informazioni di intelligence sull’Iran. La Casa Bianca e la CIA si sono rifiutate di commentare.
I media ufficiali iraniani e la televisione di Stato hanno raccontato che un commando di uomini armati ha organizzato un’imboscata in una strada isolata. L’attacco è avvenuto mentre l’auto di Fakhrizadeh attraversava la città di campagna di Absard, nella regione di Damavand. Lo scienziato è stato gravemente ferito ed è stato trasportato in ospedale ma i medici non sono stati in grado salvarlo.
Mohsen Fakhrizadeh, in una fotografia delle Reuters senza data, è stato capo del ministero delle ricerche per la Difesa
L’Iran da tempo sostiene che il suo programma nucleare ha scopi pacifici. I suoi funzionari hanno definito l’attacco un atto di terrore e hanno giurato vendetta. “I terroristi hanno ucciso un eminente scienziato iraniano oggi – ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif -. Questa vigliaccheria – che contiene seri sospetti di responsabilità israeliane – mostra una disperata attitudine guerrafondaia dei colpevoli”.
Zarif, un diplomatico di formazione americana e una delle figure più riconoscibili dell’Iran, ha detto in un suo post che la comunità internazionale – e specialmente l’Unione Europea – dovrebbe “porre fine ai loro vergognosi doppi standard e condannare questo atto di terrorismo di Stato”.
L’ex alto funzionario del Pentagono per la politica del Medio Oriente, Michael P. Mulroy, ha spiegato che la morte di Fakhrizadeh è stata “una battuta d’arresto del programma nucleare iraniano. Era il loro scienziato nucleare più anziano – ha aggiunto una mail e crediamo che fosseil responsabile del programma nucleare segreto di Taharan. Era anche un ufficiale superiore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, e questo amplificherà il desiderio dell’Iran di rispondere con la forza”.
L’omicidio complica la gestione di Biden dell’affare nucleare iraniano da parte
L’attentato contro Fakhrizadeh potrebbe avere ampie implicazioni per l’amministrazione di Biden. Ha scatenato rapidamente una brusca reazione in Iran, così come l’attacco americano del 3 gennaio che ha ucciso Qassim Suleimani, il maggiore generale iraniano che dirigeva l’elite Quds force del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche.
L’assassinio di Fakhrizadeh rischia di complicare gli sforzi del futuro presidente Joseph Biden di fare rivivere l’accordo nucleare del 2015 con l’Iran. Foto di Anna Moneymaker per The New York Times
L’attacco potrebbe anche complicare lo sforzo del presidente eletto Joseph R. Biden Jr. per rilanciare l’accordo nucleare iraniano del 2015, come si è impegnato a fare, se gli iraniani accetteranno di tornare ai limiti specificati nell’accordo.
Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano nel 2018, ribaltando i risultati di politica estera del suo predecessore, Barack Obama, e isolando gli Stati Uniti dagli alleati occidentali che hanno cercato di mantenere intatto l’accordo. Trump ha poi imposto sanzioni severe all’Iran nel tentativo di costringerlo a tornare al tavolo delle trattative, cosa che l’Iran si è rifiutato di fare.
Israele si è opposto a lungo all’accordo nucleare e se i suoi agenti fossero davvero responsabili dell’uccisione di un uomo considerato un eroe nazionale, ci potrebbero essere pressioni politiche in Iran per andare avanti con il suo attuale sforzo di ricostruire gradualmente le scorte di combustibile nucleare cui ha rinunciato nel 2015.
I funzionari americani non hanno voluto commentare l’assassinio di venerdì mattina, sostenendo che stavano indagando per capire. Ma alcuni di loro hanno sostenuto che con l’assassinio di Fakhrizadeh, l’ultimo di una serie di omicidi così misteriosi dei migliori scienziati nucleari iraniani, è stato inviato un messaggio agghiacciante agli altri migliori scienziati del Paese che lavorano su quel programma: “Se siamo riusciti a prendere lui, possiamo prendere anche te”.
Il Presidente Trump aveva chiesto ai consiglieri all’inizio del mese se avessero opzioni per agire contro il principale sito nucleare iraniano a Natanz. Foto Anna Moneymaker per il New York Times
L’uccisione di Fakhrizadeh è avvenuta appena due settimane dopo che i funzionari dell’intelligence hanno confermato che il numero 2 di Al Qaeda è stato ucciso a colpi di pistola su ordine degli Stati Uniti per le strade di Teheran da assassini israeliani su una moto il 7 agosto.
La vittima in questione, si chiamava Abdullah Ahmed Abdullah, nome di battaglia Abu Muhammad al-Masri, ed era stato accusato di essere uno degli artefici dei micidiali attacchi del 1998 contro due ambasciate statunitensi in Africa orientale. È stato ucciso insieme a sua figlia, Miriam, la vedova del figlio di Osama bin Laden, Hamza bin Laden.
L’Iran chiede al leader delle Nazioni Unite di “condannare fermamente” l’assassinio.
L’ambasciatore dell’Iran all’ONU ha avvertito venerdì che il suo Paese si è riservato il diritto di “prendere tutte le misure necessarie” per difendersi, affermando in una lettera al leader delle Nazioni Unite che l’assassinio del principale scienziato nucleare iraniano è carico di indizi che parlano di un attacco israeliano su ordine degli Stati Uniti.
L‘ambasciatore, Majid Takht Ravanchi, ha detto che si aspettava che António Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, e il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 membri, “condannassero con forza questo atto terroristico disumano e prendessero le misure necessarie contro i suoi autori”.
La lettera, condivisa con il New York Times, non dice nulla dei presunti legami di Fakhrizadeh con le armi iraniane, ma lo elogia invece per quello che Ravanchi ha definito il “ruolo eccezionale” dello scienziato nello sviluppo di un kit di test Covid-19 per aiutare il Paese ad affrontare la pandemia, che ha colpito in modo particolarmente duro gli iraniani.
Lo scienziato assassinato era stato a lungo un bersaglio del Mossad di Israele
Una figura oscura quella di Fakhrizadeh, a lungo bersaglio n. 1 del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, che si ritiene sia dietro una serie di assassinii di scienziati di dieci anni fa, tra cui alcuni dei suoi vice.
L’Iran non ha mai accettato le richieste dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’agenzia delle Nazioni Unite per il monitoraggio nucleare, di permettere ai loro ispettori di interrogare il signor Fakhrizadeh, con la scusa che si trattava di un accademico insegnante all’Università Imam Hussein nel centro di Teheran.
Fakhrizadeh dunque era un accademico, ma una serie di rapporti classificati, in particolare una lunga valutazione del 2007 fatta dalla CIA per l’amministrazione di George W. Bush, sostengono che il ruolo accademico era una copertura. Nel 2008, il suo nome è stato aggiunto a una lista di funzionari iraniani i cui beni sono stati congelati dagli Stati Uniti.
Nello stesso anno, le sue attività sono state divulgate in un briefing non classificato dall’ispettore capo dell’AIEA. Più tardi, è divenuto chiaro che egli gestiva quelli che gli iraniani chiamavano Progetti 110 e 111 – uno sforzo per affrontare i problemi più difficili che i progettisti di bombe affrontano quando cercano di realizzare una testata abbastanza piccola da potersi montare su un missile e farla sopravvivere ai rigori del rientro nell’atmosfera.
L’Iran ha sempre negato di essere alla ricerca di un’arma nucleare, insistendo sul fatto che la sua produzione di materiale fissile aveva scopi puramente pacifici. Ma all’inizio del 2018 un’operazione israeliana con cui è stato rubato un magazzino pieno di documenti iraniani sul “Progetto Amad”, quello che gli iraniani chiamavano lo sforzo per le armi nucleari 20 anni fa, includeva rapporti e studi di Fakhrizadeh e provava il suo coinvolgimento.
Poco dopo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una trasmissione televisiva, ha parlato di Fakhrizadeh quando ha descritto l’operazione segreta israeliana per sequestrare l’archivio. L’Iran aveva mentito sullo scopo della sua ricerca nucleare, ha accusato il premier, e ha spiegato che secondo lui lo scienziato era il leader del programma Amad.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel 2018 ripreso durante una trasmissione televisiva in cui accusa Fakhrizadeh di essere a capo del programma nucleare iraniano
Gli israeliani, poi, sostenuti dai funzionari dei servizi segreti americani che hanno esaminato l’archivio, hanno raccontato che lo scienziato aveva tenuto in vita elementi del programma anche dopo che era stato apparentemente abbandonato. Era ora gestito in segreto, ha sostenuto Netanyahu, da un’organizzazione all’interno del ministero della difesa iraniano nota come S.P.N.D. Ha aggiunto: “Non sarete sorpresi di sapere che S.P.N.D. è guidato dalla stessa persona che ha guidato il progetto Amad, il dottor Fakhrizadeh”.
“E anche, non a caso – ha aggiunto Netanyahu, mostrando una foto che sembrava essere quella di Fakhrizadeh (di lui sono state pubblicate solo una manciata di immagini) – molte delle persone chiave di S.P.N.D. hanno lavorato sotto la sua guida per il Progetto Amad”.
Farnaz Fassihi, David E. Sanger, Eric Schmitt e Ronen Bergman
Un omicidio di massa: 43 contadini sono stati sgozzati a Koshobe, un villaggio non lontano da Maiduguri, capoluogo del Borno State, nel nord-est della Nigeria.
I poveracci stavano lavorando nei campi di riso, quando sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati. Le autorità del luogo hanno detto di aver ritrovati i corpi. La polizia ora è alla ricerca degli assassini, e quasi certamente si tratta di miliziani appartenenti al gruppo jihadista-terrorista Boko Haram.
Miliziani Boko Haram
La maggior parte degli operai agricoli ammazzati provengono dal Sokoto State, distante oltre mille chilometri. Una sessantina di persone sono venute nel Borno State in cerca di lavoro. Ora 43 sono stati uccisi, sei feriti e altri otto sono dispersi, sicuramente portati via dai terroristi.
Il mese scorso sono stati ammazzati altri 22 contadini nei propri campi, sempre vicino a Maiduguri. Negli ultimi mesi i sanguinari terroristi di Boko Haram e dell’ISWAP (acronomio per Islamic State West Africa Province), una fazione di militanti fanatici nigeriani che hanno giurato fedeltà allo stato islamico, hanno iniziato a colpire agricoltori, pescatori e allevatori/pastori, perché accusati di passare informazioni sul loro conto alle autorità militari, polizia locale e gruppi di vigilantes.
John Magufuli, presidente della Tanzania, al secondo mandato
Quello di Magufuli è una sorta di resa dei conti, un ulteriore giro di vite sui diritti umani e i diritti civili. Appena giunta conferma del secondo mandato alla presidenza del Paese, Magufuli vuole mostrare che non gradisce nessun tipo di protesta, di critica e di opposizione. Come, d’altronde, aveva fatto nei precedenti cinque anni.
Amnesty chiede indagine indipendente
L’ong per i diritti umani denuncia la gravissima situazione dell’ex colonia britannica andata peggiorando dal primo mandato presidenziale di Magufuli, nel 2015. “Le autorità tanzaniane devono avviare un’indagine rapida, approfondita e indipendente su queste accuse”, sostiene Amnesty.
“Abbiamo assistito a un’escalation delle violazioni dei diritti umani – ha affermato Deprose Muchena, direttore di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale-. Questo succede all’indomani delle elezioni del mese scorso. Quello che abbiamo visto in Tanzania, dopo il voto, era reprimere il dissenso. Criticare lo svolgimento di un’elezione non è un crimine. Tutti coloro che sono ancora detenuti arbitrariamente dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente “.
Mappa dell’Africa centro-meridionale con la Tanzania (Courtesy GoogleMaps e Wikipedia)
Amnesty conferma che membri della società civile e gruppi di opposizione hanno accusato le Forze di sicurezza di usare una forza eccessiva in modo indiscriminato. In manifestazioni pacifiche i militari hanno utilizzato anche armi con munizioni vere uccidendo almeno 22 persone.
I legali delle vittime hanno raccontato ad Amnesty di aver parlato con le famiglie dei manifestanti morti. Alcuni hanno potuto vedere lo stato dei corpi dei loro congiunti uccisi, altri hanno avuto solo le fotografie dei morti.
Arresti arbitrari
Dal giorno delle elezioni, secondo gli avvocati dei partiti di opposizione, i militari hanno arrestato arbitrariamente e almeno 77 leader e sostenitori dei partiti critici con il governo. Una delle situazioni peggiori e quella dell’isola di Zanzibar: arrestate 33 persone alcune delle quali accusate di terrorismo. Gli avvocati dei detenuti hanno riferito che la maggior parte dei messi dietro le sbarre non è stata formalmente accusata. Ma neanche quelli in cella per terrorismo hanno avuto prove a sostegno delle imputazioni che sembravano inventate.
Molti i politici arrestati, alcuni fuggiti dal Paese
“Tra gli arrestati poi rilasciati – sostiene Amnesty – ci sono il candidato presidenziale dell’opposizione Tundu Lissu. Poi il quello antigovernativo a Zanzibar, Seif Sharif Hamad, e altri leader schierati contro il governo. Tra questi Zitto Kabwe, Freeman Mbowe, Godbless Lema, Lazaro Nyalandu, Isaya Mwita, Boniface Jacob, Nassor Mazrui e Ayoub Bakari. Tundu Lissu e Godbless Lema sono tra i quei politici fuggiti dal Paese”.
Questa mattina il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed ha incontrato a Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, i tre mediatori designati da Cyril Ramaphosa, presidente di turno dell’Unione Africana. Il premio Nobel per la Pace 2019, ha ringraziato gli inviati dell’UA, tre ex presidenti, Ellen Johnson-Sirleaf ( Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica), che hanno tentato una conciliazione volta a porre fine al conflitto tra le truppe di Addis Ababa e il Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF).
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia
Gli intermediari non sono stati autorizzati, però, a recarsi nel Tigray per incontrare il presidente, Debretsion Gebrimichal, e gli altri leader dei ribelli.
Il governo etiopico aveva dichiarato in precedenza di non gradire nessuna interferenza o mediazione da parte di organismi internazionali e altri Stati.
In seguito all’incontro con i mediatori dell’Unione Africana, l’ufficio della presidenza ha fatto sapere che il governo cercherà di proteggere i civili e di aver aperto un corridoio umanitario e ha inoltre specificato che i profughi che si sono rifugiati in Sudan, possono tranquillamente tornare nel Paese.
Mercoledì sera è scaduto l’ultimatum di 72 ore stabilito da Addis Ababa al TPLF e ieri mattina Abiy ha ordinato l’offensiva finale a Makallè, il capoluogo del Tigray. Cosa sia realmente successo tra ieri e oggi è davvero difficile sapere. Non solo sono interrotte tutte le comunicazioni (telefoniche e internet) dal 4 novembre scorso, ma anche nessun giornalista straniero è stato autorizzato a recarsi nelle zone di conflitto.
Alcuni diplomatici hanno riferito a Reuters questa mattina che combattimenti sono stati in atto in diverse aree non lontane da Makallé. E, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, nel capoluogo sarebbero presenti 200 operatori umanitari. Ci si chiede come si intende proteggere la popolazione civile. Il ministro delle finanze di Addis Ababa, Ahmed Shide, ha detto che si cerca non far avvicinare la gente ai luoghi dove si combatte. A questo proposito sono stati dispiegati elicotteri per monitorare la città; sono stati, inoltre, installati cartelloni in tigrino e amarico con l’ordine di stare lontano dalle zone calde. Misure ovviamente non sufficienti, come ha sottolineato Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, che ha aggiunto: “Si moltiplicano le atrocità commesse da entrambe le parti, truppe governative e TPLF”.
Dalle scarse notizie che giungono, sembra che scambi di colpi di artiglieria si siano verificati anche vicino al campo per profughi Adi Harush, che ospita per lo più eritrei scappati in Tigray e che una decina di persone siano state ferite. Nessuno ha ricevuto assistenza medica.
In un comunicato di questa mattina, indirizzato alla comunità internazionale, Getachew Reda, consulente politico del presidente del Tigray, avrebbe chiesto che vengano avviati colloqui e la cessazione delle ostilità.
Intanto si continua a combattere e il coinvolgimento dell’Eritrea non fa altro che inasprire questo atroce conflitto. Fonti certe riportano che ieri è stato lanciato un altro missile tigrino in direzione della ex colonia italiana, ma sarebbe stato intercettato. Era indirizzato verso Nefasit (una decina di chilometri da Asmara), dove si trova un deposito di carburante. E anche stasera si sarebbero sentite alcune esplosioni nella capitale eritrea.
I tigrini, che rappresentano più o meno il 6 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn.
Abiy subito dopo il suo insediamento ha promesso di lavorare per un Etiopia unita e dopo anni di repressione ha liberato migliaia di prigionieri politici. D’altro canto il suo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenenti al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.
Conflitto in Tigray, Etiopia
Dal suo arrivo il giovane leader ha apportato molte riforme, improntate su un maggiore spazio politico, che hanno però anche scoperchiato vecchi rancori repressi, per lo più contenziosi su territori e altre risorse.
A settembre, ben prima dello scoppio del conflitto nel Tigray, secondo OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti), gli sfollati in tutto il Paese erano già oltre 1,2 milioni per altre ostilità in atto in varie regioni dell’Etiopia. Da tempo il secondo Paese più popolato del continente africano è teatro di continui scontri etnici.
Anche se l’Etiopia è unificata politicamente da secoli, la convivenza di più cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi etnici, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il federalismo etiopico, strutturato su basi etniche, potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
26 novembre 2020
Saranno i grandi gruppi industriali-militari israeliani a fornire i sistemi di sicurezza e d’intelligence per la “difesa” delle installazioni militari della missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione politica del Mali.
Secondo un rapporto pubblicato dal sito specializzato Africa Intelligence, IAI – Israel Aerospace Industries, attraverso la controllata Advanced Technology Systems con sede in Belgio, ha firmato un contratto con l’ONU per assicurare la protezione esterna delle numerose basi utilizzate dalle forze di polizia e dai reparti militari assegnati alla missione internazionale MINUSMA (Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali). La durata prevista del contratto è di cinque anni.
Soldati della Minusma in pattugliamento
IAI è il principale gruppo industriale aerospaziale e missilistico israeliano. Con più di 15.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore ai 3.300 milioni di dollari, IAI ha il suo quartier generale nella città di Lod, a una quindicina di km. a sud-est di Tel Aviv. Specie nell’ultima decade le Israel Aerospace Industries hanno consolidato partnership strategiche con il colosso aerospaziale europeo Airbus e con le statunitensi Boeing, Lockheed Martin, General Dynamics e Raytheon.
Tra le componenti belliche prodotte compaiono soprattutto i recentissimi sistemi di difesa aerea “Iron Dome” e i sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling”, “Arrow-2” e “Arrow-3”, ma soprattutto i velivoli aerei a pilotaggio remoto “Heron”, in grado di sorvolare i teatri operativi per lunghi periodi di tempo ad altitudini medie.
Con funzioni di sorveglianza, monitoraggio, rilevamento e assistenza alle operazioni di combattimento, gli “Heron” sono stati utilizzati dalle forze armate israeliane nelle operazioni d’attacco a Gaza, Libiano e Siria. Alcuni velivoli sono stati acquistati anche dalle forze aeree di Australia, Canada, Francia, India, Germania e Turchia; le agenzie europee Frontex ed EMSA cui è affidato il controllo e la “sicurezza” della frontiere esterne UE, si sono affidate ai droni di IAI per le operazioni di “contenimento” dei flussi migratori nel Mediterraneo.
Gli “Heron” israeliani sono pure ben conosciuti in Mali: dall’1 novembre 2016 sono utilizzati infatti dall’esercito tedesco per il supporto aereo alla missione MINUSMA. Sino ad oggi questi droni hanno svolto nel martoriato paese africano più di 1.200 interventi con oltre 11.500 ore di volo. Qualche mese fa le forze armate della Germania hanno rinnovato sino al giugno 2021 (con un’opzione per un altro anno ancora) il contratto di servizio per i sistemi a pilotaggio remoto; il contractor è Airbus Defence and Space, rappresentante in Europa del gruppo IAI.
Sempre secondo Africa Intelligence, il contratto per la protezione delle installazioni militari in Mali è stato preceduto nel mese di giugno da un accordo delle Nazioni Unite con altre due importanti aziende militari israeliane, Elbit Systems e MER Group, per la fornitura di sofisticati sistemi di individuazione ed identificazione delle “minacce”, video-camere, apparecchiature di telerilevamento e droni, più relativi servizi di manutenzione e formazione del personale MINUSMA.
Caschi blu MINUSMA in Mali
Elbit Systems, interamente in mano alla finanza privata, è una delle maggiori aziende internazionali produttrici di centri di telecomunicazione, sistemi di comando e controllo, tecnologie di sorveglianza e per le guerre elettroniche e cyber. Uno dei “gioielli” di morte più noto è il drone-spia e killer “Hermes”, utilizzato dall’esercito israeliano durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il 2008 e il 2014. MER Group è invece un’affermata azienda produttrice di sistemi d’intelligence con sede a Holon e filiali e uffici di rappresentanza in mezzo mondo (ben quindici nel continente africano).
La missione MINUSMA ha preso il via a seguito della Risoluzione n. 2100 del 25 aprile 2013 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali. Con la successiva Risoluzione n. 2164 del 25 giugno 2014, le Nazioni Unite hanno ampliato i compiti della missione internazionale alla ricostruzione e stabilizzazione della sicurezza e alla protezione dei civili; al sostegno del dialogo politico e della riconciliazione nazionale; all’assistenza al ristabilimento dell’autorità statale e alla “promozione e protezione dei diritti umani nel paese”.
Alla forza MINUSMA contribuiscono con proprie unità militari e di polizia 57 Paesi, schierati nelle principali città del Mali tra cui Kidal, Gao, Timbuctu, Mopti e la capitale Bamako. Alla data del 20 ottobre 2020 erano schierati nel paese africano 1.421 civili, 25 “esperti”, 1.695 poliziotti, 443 ufficiali, 12.956 membri di forze armate e 176 “volontari UN”, più 7 velivoli aerei (con e sena pilota) e 24 elicotteri. I paesi che più stanno contribuendo a MINUSMA in termini di personale sono il Bangladesh 1.601; la Guinea (1.512); il Ciad (1.456); il Burkina Faso: (1.255); l’ Egitto (1.208); il Togo (1.206); il Senegal (999); il Niger (867); la Costa d’Avorio (816); la Germania (429). L’Italia, invece, assegna annualmente alla missione internazionale sette ufficiali dell’Esercito, impiegati quale personale di staff nel Quartier Generale militare a Bamako.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
25 novembre 2020
Lutti e scandali rattristano e affliggono il calcio africano. Tutto è successo in tre giorni. Se ne sono andati per sempre un grande dirigente ivoriano, vittima del Covid-19, e un ambasciatore sudafricano del pallone, vittima di una sciagura stradale. Per 5 anni, invece, è stato “espulso” dal mondo del pallone (illeciti finanziari) nientemeno che il numero 1 del football continentale e numero 2 di quello mondiale.
Augustin Sidy Diallo
L’infausta serie ha inizio sabato 21 novembre, quando la Fédération ivoirienne de football (FIF) ha annunciato “il decesso del presidente, Augustin Sidy Diallo e porge le sincere condoglianze alla sua famiglia biologica”.
Augustin Sidy Diallo aveva 61 anni ed era a capo dell’organismo dal 2011. Sotto la sua direzione, nel 2015, la nazionale ivoriana, i cosiddetti Elefanti, conquistò la Coppa d’Africa in Guinea Equatoriale.
Commosso il ricordo dell’indimenticabile campione Didier Drogba, 42 anni, ora fra i candidati a succedergli come presidente della Federazione della Costa d’Avorio: “La famiglia del calcio ivoriano, africano e mondiale perde uno dei suoi figli. Grazie di tutto presidente”.
Augustin Sidy Diallo era risultato positivo il 9 novembre. Per questo non aveva potuto essere presente alla doppia sfida Costa D’Avorio-Madagascar nel quadro delle qualificazioni della Coppa d’Africa 2021, il 12 novembre ad Abidjan (2-1 per i padroni di casa) e il 17 novembre a Toamasina (1-1).
Le sue condizioni si erano aggravate ed era stato trasferito in ospedale, dove sabato 21 è deceduto. “Era un uomo dal cuore grande, leale e onesto” – ha commentato a Radio France Internationale, Beaumelle, 42 anni, francese, neo-allenatore della squadra e collaboratore dello scomparso -. “Te ne sei andato troppo presto e in modo ingiusto”. Con questo padre del calcio africano, scompare una seconda figura di rilevo a causa della pandemia: nella prima ondata, a fine marzo, aveva perso la sua battaglia Pape Diouf, 68 anni, illustre figlio del Senegal e presidente storico dell’Olympique di Marsiglia. https://www.africa-express.info/2020/04/04/pape-diouf-mortale-sconfitta-allultima-partita-quella-per-la-vita/
Calvin Anele Ngcongca
E’ poi spuntata l’alba tragica di lunedì 23 novembre. Sull’autostrada per Durban, nella provincia sudafricana KwaZulu Natal, ha perso la vita un pilastro del calcio sudafricano, Calvin Anele Ngcongca, 33 anni.
L’auto su cui viaggiava è finita fuori strada. Anele è stato sbalzato fuori dall’abitacolo ed è stato trovato senza vita a 30 metri di distanza. A darne la notizia sono stati la Polizia stradale e i club AmaZulu (di Durban) e Mamelodi Sundowns Fc (di Tshwane): il giocatore si stava per trasferire in prestito dal Mamelodi (secondo in classifica nella massima serie sudafricana) all’AmaZulu. Le due squadre si erano affrontate il giorno prima con vittoria per 4-3 di Mamelodi. Anele era diretto proprio a Durban per firmare il contratto e rafforzare AmaZulu (che galleggia in fondo alla classifica, al 12 posto).
Difensore e centrocampista della nazionale nota come Bafana Bafana, dove ha disputato ben 51 incontri in 7 anni fino al 2016, Ngcongca era considerato “ambasciatore del calcio”. Originario di Città del Capo, la sua figura imponente (era alto oltre un metro e 80) il suo aspetto elegante e il suo carattere generoso lo avevano reso popolarissimo nel suo Paese anche se per 8 anni (2007-2015) aveva giocato in Belgio, nel Genk, (era sceso in campo 279 volte) e poi in Francia nel Troyes (2015-2016). Era tornato a casa e indossato la maglia del Sundowns. Nel 2015 era stato inserito nella squadra del secolo unitamente al portiere del Real Madrid Thibaut Courtois e al centrocampista del Manchester City Kevin De Bruyne. Memorabile la sua presenza nella partita vittoriosa contro la Francia ai Mondiali sudafricani del 2010.
Suo collega e amico in Belgio era stato Kalidou Koulibaly, 29 anni, difensore senegalese del Napoli, affranto dalla terribile notizia. Koulibaly ha condiviso alcune foto sui social in compagnia dell’ex compagno con la scritta: “Riposa in pace, fratello”.
Ahmad Ahmad, presidente della Confederazione africana di Football (Caf)
Il medesimo giorno un’altra nube ha oscurato il pianeta calcio africano.
Il massimo organismo che governa questo sport, la Fifa, ha bandito per 5 anni Ahmad Ahmad e gli ha inflitto una multa di 200.000 franchi svizzeri (poco più di 180 mila euro). La sanzione pecuniaria fa riferimento – in particolare – all’organizzazione e finanziamento di un pellegrinaggio alla Mecca.
Di Ahmad, 60 anni, potente uomo politico malgascio e dinamico dirigente supremo del “pallone nero”, avevamo scritto l’11 giugno scorso. Già allora Ahmad Ahmad, presidente, appunto, della Confederazione africana di calcio (CAF) dal 2017, era finito nel mirino della magistratura francese che indaga su scandali finanziari. Era stato arrestato e subito liberato, ma era facile prevedere che la partita non fosse chiusa.
Ora è arrivato quello che sembra il disonorevole fischio finale, nonostante 3 anni di impegno per il calcio africano, anche per quello femminile.
E’ accusato di cattiva condotta finanziaria, da parte del Comitato etico della Fifa: “Ha violato il suo dovere di lealtà (articolo 15), offrendo e ricevendo doni e altri benefici (articolo 20), gestendo male i fondi (articolo 28) e abusando della sua posizione (articolo 25) di presidente della CAF”, ha scritto il Comitato etico, che gli ha mostrato il cartellino rosso per 5 anni. Per tutto questo lungo periodo dovrà stare lontano da “qualsiasi attività, amministrativa, sportiva o di altro genere, relativa al football, sia in campo nazionale sia in campo internazionale”.
Per Ahmad, comunque finisca questa poco onorevole vicenda, il 2020 è proprio un anno da dimenticare. Dopo la disavventura giudiziaria di brevissima durata a Parigi, a fine ottobre era risultato positivo al Covid 19 durante un viaggio in Marocco. La quarantena l’aveva trascorsa a Il Cairo e il suo posto era stato preso provvisoriamente dal vice Constant Selemani Omari, 62 anni, del Congo-K.
Il mandato interinale di Omari ora è stato prolungato in quanto – ha dichiarato il CAF – “la decisione presa dalla Fifa mette Ahmad Ahmad in una posizione tale da impedirgli l’esercizio delle sue responsabilità”.
Ahmad non intende arrendersi. Martedì 24 novembre si è incontrato con i suoi legali per preparare la strategia difensiva: presenterà appello al Tribunale arbitrale internazionale dello sport (Cas), che ha sede a Losanna. Aspettiamo i tempi supplementari.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 25 novembre 2020
Durante la notte, nella sua casa di paglia e fango, un uomo è stato attaccato e ammazzato da un branco di iene. I predatori-spazzini, dopo averlo trascinato per trecento metri, lo hanno divorato. Le impronte degli animali e i segni sul terreno erano evidente testimonianza del mortale assalto visibile agli occhi degli abitanti del villaggio e delle autorità. È accaduto la scorsa settimana a Mvuma, nell’area delle Midlands, 200 km a sud della capitale dello Zimbabwe, Harare.
Mappa dello Zimbabwe e di Mvuma dove le iene hanno divorato un uomo (Courtesy GoogleMaps)
I vicini non hanno sentito le urla
Si chiamava Tendai Maseka, aveva 46 anni e viveva solo. Era tornato a casa alle 23, dopo aver passato la serata al bar a bere birra con gli amici. Le iene lo hanno attaccano nella camera da letto trovata piena di sangue. Le urla della vittima, purtroppo, non sono state udite dagli abitanti del villaggio e fattorie vicine a causa della distanza tra le abitazioni. Una morte orribile che ha avuto conferma la mattina seguente. Un abitante del villaggio ha trovato i resti: gambe, braccia e la testa e ha avvisato la comunità le autorità.
Quelle iene minaccia per tutta la comunità
Tinashe Farawo, responsabile delle comunicazioni del Zimbabwe Parks & Wildlife Management Authority (Zimparks), ha confermato l’incidente e l’identità dell’uomo, scrive il Chronicle di Bulawayo. Ha confermato anche che quel branco, composto da sei iene, è diventato una minaccia per tutta la comunità. “Nei dintorni hanno già aggredito e sbranato del bestiame” – ha affermato – “i ranger di Zimparks le stanno cercando per ucciderle”.
Sessanta vittime in un anno per aggressione da animali selvatici
“Questa è la sessantesima vita umana persa solo quest’anno a causa del conflitto tra contadini e animali selvatici” – ha ammesso Farawo alla CNN. “La metà degli incidenti riguardava elefanti e almeno tre leoni”. E ha ricordato che le iene attaccano anche l’uomo. “Lo scorso anno due fratelli sono stati uccisi mentre raccoglievano della frutta. La causa è soprattutto la sovrappopolazione di animali, aggravata dalla distruzione dei loro habitat a causa dei cambiamenti climatici. E la pandemia da Covid-19 ha peggiorato le cose”.
Iene banchettano con una carogna
Iene, animali in declino
Le iene (Crocuta crocuta) sono animali spazzini fondamentali nella savana in quanto puliscono l’ambiente dalle carogne. In Africa ha un vasto areale e una popolazione tra 27 mila e 47 mila esemplari. Nelle zone non protette è però considerato animale in declino a causa del bracconaggio e per la distruzione del suo habitat. L’organizzazione sociale della iena è matriarcale e quando caccia lo fa in gruppo, spesso rubando le prede a leoni e leopardi. Riuscendo a digerire anche le ossa e la pelle delle sue prede e delle carogne, ottiene il massimo dal suo nutrimento.
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