Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
9 dicembre 2020
Sebastian Colescu, chi era costui? Fino a ieri sera era un Carneade rumeno nel mondo arbitrale del calcio internazionale. All’improvviso è diventato famoso, anzi famigerato. A causa di un suo insulto razzista la partita di Lega dei Campioni – girone H, Paris Saint Germain – Istanbul Basaksehir in corso a Parigi al Parco dei Principi è stata sospesa, interrotta. Non per decisione dell’arbitro. No, perché i giocatori, anzitutto quelli turchi hanno protestato e hanno deciso di lasciare il terreno di gioco.
Si sta giocando il 10° minuto del primo tempo. Il risultato è di parità 0-0.
Il quarto uomo, Sebastian Colescu, 43 anni, ingegnere, informa l’arbitro principale, Ovidiu Hategan, rumeno anche lui, che il vice allenatore della squadra turca ha avuto una reazione troppo vivace dopo una decisione non condivisa. Si tratta di Pierre Achille Webo, 38 anni, ex giocatore (anche della nazionale), nato a Bafoussan (Camerun). Colescu dice a Hategan: “Bisogna espellere quel negru”.
Lega dei Campioni – girone H, Paris Saint Germain – Istanbul Basaksehir
Il signor Hategan effettivamente manda via Webo. Scoppia il putiferio non tanto per l’allontanamento dal campo di Webo, quanto perché gli atleti dell’Istanbul urlano puntando il dito contro Colescu: “Quello lì lo ha chiamato negro! Perchè lo hai chiamato negru?”. Tutti i giocatori si riuniscono a bordo campo intorno a Demba Ba, 35 anni, attaccante turco di origini senegalesi, nato nella regione di Parigi.
Dialogo concitato fra gli atleti, l’arbitro, il delegato Uefa (l’organo di governo del calcio europeo). I più animati sono le due star Neymar, 28 anni, brasiliano e Kylian Mbappé, 21 anni, francese con genitori del Camerun e Algeria. Webo conferma: “Siccome protestavo mi ha detto negro”.
Dopo una decina di minuti, i giocatori turchi imboccano la strada verso gli spogliatoi, seguiti dai colleghi parigini, tra gli applausi dello staff delle due squadre. Il presidente del club di Istanbul fa sapere che i suoi uomini non tornano in campo finchè l’ineffabile Colescu resterà al suo posto. La partita viene sospesa. Sui social si scatena il finimondo, fortunatamente contro l’episodio razzista.
Il regolamento Uefa prevede che la compagine che si rifiuta di giocare viene dichiarata sconfitta a tavolino e deve pagare un’ammenda di 232 mila euro. Niente di tutto ciò , comunque, avverrà perchè l’Uefa ha riconosciuto subito la gravità dell’incidente e ha stabilito che la partita riprenda questa sera, a Parigi. Senza quel quarto uomo, l’ingegner Sebastian Colescu, che – si spera – avrà un cartellino rosso a vita.
Uefa ha anche deciso un’inchiesta approfondita sull’accaduto.
La squadra più interessata a finire il match sarebbe dovuta essere quella di casa, la parigina, che si giocava la qualificazione agli ottavi di finali. Eppure, questa volta di fronte a quello che sembra un episodio di razzismo spudorato (come se un giudice commettesse un reato in tribunale!)ha deciso di accettarne le conseguenze. Già a fine novembre il campione del PSG, Kylian Mbappé, aveva denunciato la circolazione di un video insopportabile e delle violenze inammissibili, riprendendo un video terribile del produttore Michel Zecler, pestato dalla polizia in uno studio musicale di Parigi.
Quanto avvenuto ieri sera al Parco dei Principi è un fatto inedito nella storia del calcio internazionale. Segnala che è giunta l’ora di dire basta a ogni forma di razzismo. La decisione presa dai giocatori turchi e francesi ricorda l’impegno degli sportivi statunitensi contro l’intolleranza razziale che ha avuto un motivazione ancor più forte con il movimento “Black Lives Matter”. Innumerevoli i commenti di tanti calciatori e ex calciatori internazionali. Rio Ferdinand, 42 anni, grande difensore inglese ha scritto: “Siamo a un punto inquietante. Non passa una settimana che non avvengano incidenti a sfondo razziale. La decisione dei giocatori di lasciare il campo è un passo nella giusta direzione, ma non ci si deve fermare qui”.
E la Federazione Internazionale delle Associazioni dei giocatori professionisti (FIFPRO): “Il linguaggio discriminatorio o razziale non ha spazio nel nostro gioco. Le due squadre hanno dimostrato che non lo tollerano. Supportiamo con forza la storica solidarietà ai due team in risposta a quello che è apparso un abuso razziale”.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 8 dicembre 2020
Allevati per diventare trofei di egocentrici miliardari, impazienti di mostrare il leone sudafricano da 26mila dollari, ammazzato. Una preda drogata, troppo facile da uccidere, in un tiro al bersaglio chiamato “canned hunting” (senza via di fuga) in un recinto chiuso. Oggi lo scandalo torna sulle cronache internazionali grazie a un libro e un documentario di lord Michael Ashcroft.
“Unfair Game: An Exposé of South Africa’s Captive-bred Lion Industry” (Gioco sleale: indagine sull’industria del leone in cattività in Sudafrica) è il titolo del libro. È accompagnato da un omonimo breve documentario (13 minuti) che mostra scene di estrema crudeltà verso il “re della savana”. Una forte denuncia che ha l’intento fermare un’industria miliardaria e immorale e chiede al governo britannico lo stop alle importazioni di trofei.
Un team di investigatori di alto livello
Il gruppo di detective creato da lord Ashcroft era composto da ex membri delle Forze speciali britanniche sotto copertura. Due anni di investigazione mostrano al pubblico un commercio “…legato alla criminalità e alla corruzione…” e che è bene conoscere e fermare. “Un business crudele e un terribile crimine verso la Natura” – lo definisce lord Ashcroft. “Un business che alimenta il mercato della medicina cinese attraverso la vendita delle ossa dei leoni allevati un cattività. Durante l’indagine abbiamo scoperto episodi di brutalità e illegalità scioccanti”.
La Cina e vari paesi asiatici – soprattutto il Vietnam – sono i maggiori consumatori di prodotti provenienti dagli allevamenti di leoni. Ossa, denti, pelle, tutto viene utilizzato e venduto in Asia a prezzi da capogiro. Il documentario indaga su alcune farm che dopo aver separato i cuccioli dalle madri, li usano per i selfie con i visitatori. Gli stessi cuccioli che da adulti saranno venduti a pezzi. Cose che i visitatori di queste aziende ignorano pensando invece alla gioia di una foto originale con leoni addomesticati.
Immagini agghiaccianti
Gli investigatori hanno filmato i responsabili di un’azienda che sparano freddo, e a distanza ravvicinata, ai leoni che hanno allevato. Nel documentario, con volti ben visibili si vede anche il passaggio di denaro, tutto in nero, per uno degli animali della farm.
Secondo i dati raccolti dai detective la carcassa di un leone viene pagata quattromila USD. Quella di una tigre, invece, ne vale 20mila. Nel filmato viene mostrato un ibrido nato da leone maschio e femmina di tigre, utilizzato per questo scopo. Con lo scheletro di questi grandi felini vengono preparate pastiglie e varie pozioni. Le ossa di leone sostituiscono le ossa di tigre, molto più rare.
Il listino dei condannati a morte
Lord Ashcroft mostra persino le pagine web del listino di una farm: la Mugaba Safari. Si vedono le foto dei leoni condannati a morte con il prezzo, “…come il menù di un fast food” – commenta il nobile inglese. I prezzi di vendita per il trofeo da attaccare alla parete della dimora del “coraggioso” cacciatore vanno da 13 mila a 26 mila USD.
Ventiseimila USD per ammazzare un leone, dal listino di un allevamento di leoni (Courtesy Lord Ashcroft/Lord Ashcroft on Wildlife)
A fine lavoro il team di investigatori ha contattato uno dei più importanti ufficiali della Polizia che si occupa di fauna selvatica. Per poco venivano arrestati. Neanche il dossier raccolto è servito ad catturare i colpevoli di questi abusi. “Ho chiamato il governo sudafricano per fermare questo commercio illegale ma non ho mai ricevuto alcuna risposta” – denuncia lord Michael.
“La cosa migliore di questo progetto è stata aver salvato Simba, leone condannato a morte con ‘canned hunting’ ” – racconta l’autore. “ Dopo anni di maltrattamenti ora vive in pace in un luogo sicuro”.
“Unfair Game: An Exposé of South Africa’s Captive-bred Lion Industry”
Lord Michael Ashcroft
320 pagine (in inglese)
Prestige Edition
ISBN: 9781785906114
£14.99
I diritti delle vendite andranno in beneficenza per la fauna selvatica in Sudafrica
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
dicembre 2020
Nessuna collaborazione da parte delle autorità politiche, militari e giudiziarie egiziane all’inchiesta per individuare i responsabili della tragica morte di Giulio Regeni? Una proroga di 45 giorni dell’ingiusta e ignobile detenzione nel carcere del Cairo dello studente dell’Università degli Studi di Bologna Patrick Zaky? Pazienza, poco importa in Italia. Meglio invece continuare a vendere armi al regime del generale al-Sisi e fare ottimi affari con il petrolio e il gas che si nascondono nelle acque e nei deserti del grande paese nord-africano.
Il 1° dicembre 2020 al Cairo, l’ENI, il colosso degli idrocarburi controllato in parte dallo Stato italiano, ha firmato una serie di accordi con la Repubblica Araba d’Egitto e le due aziende pubbliche egiziane che operano nel settore petrolifero e dell’estrazione del gas naturale (l’Egyptian General Petroleum Corporation e l’Egyptian Natural Gas Holding Company) per riavviare la funzionalità dell’impianto di liquefazione della città portuale di Damietta, nel Delta del Nilo, a partire del primo trimestre del 2021. L’impianto, fermo da otto anni, ha una capacità di 7,56 miliardi di metri cubi di gas all’anno ed è di proprietà della SEGAS, società partecipata dalle due holding egiziane e dall’ENI attraverso l’Union Fenosa Gas (joint venture tra il gruppo italiano e la spagnola Naturgy Energy SA).
“Gli accordi odierni consentono di rafforzare gli obiettivi strategici di ENI in termini di crescita del portafoglio GNL (gas naturale liquefatto, NdA), in particolare in Egitto dove ENI è il principale produttore di gas, e sono di primaria importanza per tutte le parti coinvolte per risolvere tutte le dispute pendenti”, riporta l’ufficio stampa della società italiana. “L’accordo arriva in un momento importante, in cui, anche grazie alla rapida messa in produzione delle recenti scoperte di gas naturale di ENI, soprattutto dai campi di Zohr e Nooros, l’Egitto ha riacquistato la piena capacità di soddisfare la domanda interna di gas e può destinare la produzione eccedente all’esportazione attraverso gli impianti di GNL. L’operazione consente di rafforzare la presenza di ENI nell’Est Mediterraneo, una regione chiave per l’approvvigionamento di gas naturale, una risorsa fondamentale per la transizione energetica”.
Gli accordi prevedono inoltre il rafforzamento dell’ENI nel controllo azionario dell’impianto di liquefazione di Damietta: il risultante shareholding di SEGAS, la società titolare, sarà quindi del 50% ad ENI, il 40% all’Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS) e il restante 10% all’Egyptian General Petroleum Corporation (EGPC). L’ENI subentrerà infine nel contratto di acquisto del gas naturale destinato all’impianto e – secondo quanto dichiarato dai manager del gruppo – riceverà i diritti di liquefazione corrispondenti, “aumentando così i volumi di GNL in portafoglio di 3,78 miliardi di metri cubi all’anno, che saranno disponibili senza restrizioni di destinazione”. Per ciò che riguarda le attività della partecipata Union Fenosa Gas fuori dall’Egitto, l’ENI subentrerà nelle attività di commercializzazione di gas naturale in Spagna, rafforzando la sua presenza nel mercato europeo.
ENI, NOUR, Egitto
L’ENI è presente in Egitto sin dal lontano 1954 e attualmente opera nell’esplorazione e nella produzione petrolifera, nella raffinazione, nell’estrazione del gas e nella chimica. La produzione petrolifera annuale è valutata in 27 milioni di barili; quella di gas in 15,6 miliardi di m³, mentre la produzione di idrocarburi è di 129 milioni di barili. Tre mesi fa la transnazionale con quartier generale a San Donato Milanese (MI) ha reso noto la scoperta di gas in un pozzo esplorativo nelle acque convenzionali del Delta del Nilo, in un’area denominata come “Great Nooros”, a circa 5 chilometri dalla costa e a 4 chilometri a nord del campo estrattivo di Nooros, scoperto nel luglio 2015. “Le valutazioni preliminari dei risultati del pozzo portano le stime di gas nella Great Nooros Area a circa 120 miliardi di metri cubi”, riferisce l’ENI. Lo sviluppo delle attività estrattive la cui concessione statale è nota come “Abu Madi West” sarà avviata nei prossimi mesi dalla società IEOC Production BW con sede a New Cairo, controllata ENI, insieme al colosso britannico BP e in coordinamento con l’Egyptian Petroleum Sector. IEOC detiene il 75% di interesse nella concessione, mentre BP il restante 25%. La licenza è operata invece da Petrobel, una joint venture paritetica tra IEOC Production e la compagnia di Stato egiziana EGPC.
Ancora nelle acque poco profonde del Delta del Nilo, nel settembre 2019 l’ENI ha avviato la produzione del giacimento a gas di Baltim South West, anche stavolta in joint venture con la transnazionale BP. La produzione avviene da una nuova piattaforma offshore collegata all’impianto a terra di Abu Madi, attraverso un nuovo gasdotto lungo 44 chilometri. Un secondo blocco esplorativo poco a sud ovest, denominato “West Sherbean” e la cui superficie è di 1.535 km², è stato assegnato dalle autorità egiziane ad ENI-BP il 15 febbraio 2019, qualche mese dopo un’altra licenza esplorativa onshore nel Delta del Nilo, quella di El Qar’a di 64 km2. Questa concessione è stata data al consorzio composto da IEOC–ENI (37,5%), BP (12,5%) ed Egyptian General Petroleum Corporation (50%).
Perforazioni in acque profonde e attività esplorative sono in corso nel Mar Mediterraneo a circa 50 chilometri a nord della penisola del Sinai in un’area di 739 km2 nel nuovo blocco Nour, nell’ambito della concessione “Nour North Sinai”. In queste attività l’ENI opera con una quota del 40% Nella concessione, che è in partecipazione con Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS), Eni è operatore con una quota del 40%, BP con il 25%, la Mubadala Petroleum (una controllata di Mubadala Investment Company, compagnia d’investimenti statale degli Emirati Arabi Uniti) con il 20%, mentre Tharwa Petroleum Company (compagnia statale egiziana) con il restante 15%. L’inedita partnership internazionale per la gestione delle risorse energetiche del mediterraneo orientale dimostra come di fronte al dio profitto non ci sono ragioni geo-politiche e militari che tengano.
Nella vicina Libia, infatti, Roma ed Abu Dhabi – con le rispettive holding petrolifere – si trovano su fronti contrapposti: la prima a fianco del regime di Tripoli guidato da Al-Sarray, gli emirati invece a fianco dell’Esercito Nazionale Libico del generale Haftar, congiuntamente con il neo-faraone d’Egitto el-Sisi.
In verità è stato proprio il gruppo italiano a favorire l’ingresso dei capitali emiratini nelle attività esplorative in Sinai: nel dicembre 2018 ENI aveva ceduto infatti una parte delle proprie quote della concessione esplorativa Nour alla Mubadala Petroleum con lo scopo dichiarato di “rafforzare ulteriormente” la propria collaborazione con la compagnia di Abu Dhabi. Sei mesi prima l’ENI aveva finalizzato la cessione a Mubadala Petroleum di una parte di un’altra concessione, quella di Shorouk nella quale si trova Zohr, uno dei maggiori giacimenti di gas nell’offshore dell’Egitto, a 190 km a nord della città di Porto Said.
Attualmente in questo blocco il gruppo italiano, attraverso la controllata IEOC Production BW, detiene ora una quota di partecipazione del 50%, mentre gli altri partner sono la società russa Rosneft con il 30%, BP e Mubadala Petroleum, entrambe con il 10%.
L’amministratore delegato ENI, Claudio Descalzi
“Diamo ufficialmente il benvenuto a Mubadala Petroleum, un partner forte e affidabile con il quale non vediamo l’ora di iniziare a lavorare”, aveva dichiarato l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, subito dopo l’accordo con il gruppo emiratino. “La presenza di soci importanti nella concessione darà ulteriore impulso allo sviluppo del progetto Zohr, che sta svolgendo un ruolo fondamentale nel supportare l’Egitto a perseguire l’indipendenza dall’importazione di GNL. La produzione odierna di Zohr è di circa 200 mila barili di olio equivalente al giorno”.
Altre importanti attività esplorative e di estrazione sono in corso nel deserto occidentale egiziano. Nel luglio dello scorso anno l’ENI ha avviato la produzione nel permesso di “South West Meleiha”, a circa 130 chilometri a nord dell’oasi di Siwa, all’interno di una concessione che interessa un’area che si estende per 3.013 km². Da qui l’olio che viene estratto è trasportato e trattato nell’impianto di Melehia di proprietà dell’Agiba Petroleum Company, altra società detenuta pariteticamente da ENI attraverso la controllata IEOC e dall’Egyptian General Petroleum Corporation.
Sempre nel deserto occidentale egiziano, l’ENI ha avviato una campagna di perforazione nei campi Zarif e Faras all’interno della zona di concessione di Ras Qattara, in un’area di 104 km2. Di quest’ultima concessione governativa, il gruppo italiano detiene una quota del 75%, mentre il restante 25% è in mano ad INA, la compagnia petrolifera di stato della Croazia.
Molte delle concessioni ENI sono state prorogate pochi mesi fa dalle autorità egiziane sino alla fine del 2030. L’estensione temporale è certamente uno dei successi più importanti della missione del gennaio 2017 al Cairo dell’amministratore delegato Claudio Descalzi.
“Nel corso della visita, l’amministratore ENI ha incontrato il Presidente della Repubblica d’Egitto Abdel Fattah el-Sisi”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa del gruppo di San Donato Milanese. “Durante l’incontro, l’AD Descalzi e il Presidente el-Sisi hanno esaminato l’andamento delle attività di sviluppo del giacimento di Zohr. Particolare attenzione è stata dedicata allo sviluppo del campo di Nooros. Inoltre, Descalzi e il Presidente el-Sisi hanno discusso delle future attività esplorative di ENI in Egitto, tra cui i due nuovi accordi di concessione per i blocchi di North El Hammad e di North Ras El Esh, siglati il 27 dicembre 2016”.
Meno di un anno prima nella capitale egiziana era stato sequestrato, torturato, assassinato e fatto sparire il ricercatore Giulio Regeni. Cinque anni d’impunità anche grazie alla cattiva coscienza e alla’ipocrisia dell’intera classe politica e industriale italiana.
Con la “presa” di Makallé è terminata la cosiddetta guerra convenzionale. Il governo federale di Addis Ababa sta perlustrando ogni angolo per trovare i leader del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF), che dal canto loro hanno fatto sapere che il conflitto non è assolutamente terminato.
Le notizie che arrivano sono frammentarie e confuse. Le comunicazioni telefoniche non sono ancora state ripristinate e anche internet è bloccato. I giornalisti indipendenti non possono raggiungere la zona del conflitto. Getachew Reda, portavoce e uno dei responsabili di TPLF, ha dichiarato che non ci sarà alcuna resa, e, secondo lui, le forze armate etiopiche avrebbero perso migliaia di militari. “Ad Addis Ababa non importa nulla delle perdite subite, il loro scopo è quello di distruggere quello che abbiamo realizzato in oltre 20 anni – e ha aggiunto – Ma ormai è l’Eritrea che svolge la maggior parte del lavoro”.
Conflitto nel Tigray
Sia Asmara che Addis Ababa negano fermamente il coinvolgimento per Paese rivierasco. Eppure fonti diplomatiche confermano ad Africa Express che soldati eritrei sono implicati nel conflitto in atto.
Ma anche il potere centrale non demorde e afferma di aver preso anche alcuni villaggi vicino a Abiy Addi, a ovest di Makallé, vicino alla zona dove si troverebbero i ribelli. Insomma, guerra di propaganda dove ognuno tira acqua al proprio mulino.
Wandimo Asmamo, ex generale delle forze armate etiopiche, originario del Tigray, si è lamentato della stretta collaborazione tra Etiopia, Somalia e Eritrea in questo conflitto. L’alleanza stretta tra Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, i presidenti Isaias Afeworki (Eritrea) e Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo (Somalia) nuoce gravemente alla popolazione del Tigray: “Stanno davvero effettuando una pulizia etnica”, ha dichiarato in un’intervista ad un canale televisivo.
E non per ultimo, oggi c’è stato un vero e proprio attacco tra membri del contingente etiopico di AMISOM, la missione dell’Unione Africana in Somalia. I fatti sono accaduti a Halgam, nella regione Hiran, vicino Belet Huein. Un gruppo di militari etiopici del contingente internazionale ha tentato di disarmare membri di AMISOM provenienti dal Tigray, Ne è scaturita una sparatoria con morti e feriti da entrambe le parti. Ahmed Shirwa, un giornalista freelance somalo, da Mogadiscio ha confermato ad Africa ExPress lo scontro, durante il quale sarebbero morti 21 tigrini e 20 etiopi di altre etnie.
HIIRAN, Somalia
Nel frattempo la popolazione del Tigray è allo stremo. Se da un lato all’ONU è stato assicurato il “Via libera” per portare gli aiuti nella regione, di fatto è molto difficile. In quanto in molte zone ci sono ancora combattimenti in atto. E non dimentichiamo i rifugiati eritrei, che già prima dell’inizio della guerra vivevano nei campi per profughi, in aree toccate da violenti scontri.
Secondo quanto riportato da International Crisis Group (ICG), in questa assurda guerra hanno perso la vita migliaia di persone e decine di migliaia sono fuggite nei campi profughi in Sudan. E, anche se entrambe le fazioni lo negano, diverse fonti hanno rivelato che ci sarebbero stati massacri di civili.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
6 novembre 2020
L’ultimo regalo di Donald Trump e Mark Esper al continente africano? Un reparto militare d’èlite per addestrare le forze armate dei Paesi partner nella lotta al “terrorismo” e alla penetrazione in Africa di Cina e Russia.
A fine ottobre il Dipartimento della difesa USA ha previsto il “riallineamento” in Africa della 2nd Security Force Assistance Brigade (SFAB), il cui quartier generale è Fort Bragg, North Carolina, sotto la responsabilità del Comando generale di US Africom. Secondo il Pentagono, la brigata di US Army avrà il compito di fornire consiglieri e consulenti militari ai paesi alleati, “accrescendo la cooperazione e gli sforzi comuni per la sicurezza del continente africano”.
Truppe d’élite USA in Africa
“Questo riallineamento promuoverà la stabilità regionale e consentirà ai nostri partner di rispondere nel migliore dei modi alle minacce esistenti – ha spiegato il Dipartimento della difesa -. La 2nd SFAB è formata da personale combattente che è stato specificatamente selezionato, addestrato ed equipaggiato per questo tipo di missioni. Quando è chiamato ad intervenire, esso è in grado di trasferirsi in tempi rapidissimi a supporto dei comandi che operano a fianco delle forze armate straniere”.
La decisione di destinare la 2nd Security Force Assistance Brigade alle operazioni nel continente è stata caldeggiata dal generale Andrew M. Rohling, capo di USARAF – United States Army Africa, il comando delle forze terrestri statunitensi destinate all’Africa, con sede a Vicenza. “La 2nd SFAB è perfettamente in grado di fornire un ampio contributo e l’esperienza necessaria all’area sotto la responsabilità del nostro Comando – ha dichiarato Rohling -. Esso invierà team che si alterneranno in Africa, in particolare per assicurare consulenza alle unità militari di paesi come Tunisia, Gibuti e Somalia”.
“La presenza degli Stati Uniti d’America nel continente – ha aggiunto – ha lo scopo di impedire che i gruppi terroristici legati allo Stato islamico e ad al-Qaida guadagnino terreno. La nostra presenza fornisce anche un contrappeso contro altre potenze non africane, come ad esempio la Cina, che sono interessate ai mercati e alle risorse naturali della regione. L’Africa è il fronte emergente della competizione globale tra le potenze mondiali”.
Attivata il 29 novembre 2018 dal Security Force Assistance Command, il comando di US Army con sede a Forth Bragg che sovrintende alle attività di addestramento, assistenza e formazione delle forze armate di tutti i paesi alleati USA, la 2nd Security Force Assistance Brigade è costituita da 800 militari specialisti nei settori fanteria, analisi e intelligence, medicina militare, logistica. Le brigate SFAB hanno avuto origine dal Comando di assistenza militare di US Army stabilito in Vietnam nel 1962 a supporto del regime di Saigon.
Questo comando di “consulenza” e “addestramento” dei militari e delle forze di polizia stranieri fu poi riattivato in Bosnia, Iraq ed Afghanistan, fino alla creazione delle Security Force Assistance Brigade con diverse destinazioni gegrafiche. “I militari assegnati alle brigate d’assistenza ricevono un addestramento addizionale in lingue e sistemi d’armi stranieri, mediazione e orientamento culturale, ecc.”, riporta il Security Force Assistance Command. Oltre al 2nd SFAB oggi con l’US Africa Command, operano pure il 1st SFAB con l’US Southern Command (il Comando per le operazioni USA in Centro e Sud America), il 3rd SFAB con l’US Central Command (il Comando unificato delle forze combattenti USA), il 4th SFAB con l’US European Command (il Comando per le operazioni in Europa con sede a Stoccarda), il 5th SFAB con l’US Indo-Pacific Command (le aree dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano).
Nei mesi scorsi la 2nd Security Force Assistance Brigade ha operato in Afghanistan nell’ambito della missione NATO Operation Resolute Support per fornire assistenza alle forze armate afghane, alternandosi con la 1st SFAB. Elementi di quest’ultima brigata sono stati inviati anche in Africa nel marzo 2020 per addestrare l’esercito del Senegal nelle attività logistiche e nella manutenzione di veicoli da guerra pesanti e carri armati. Successivamente la 1st SFAB ha sostituito la 101^ Divisione aviotrasportata USA in Kenya, dove operava dal mese di gennaio nell’ambito della forza di pronto intervento USA in Africa orientale (EARF), a seguito dell’attacco di un gruppo armato legato agli al-Shabaab a una base militare keniana (il 5 gennaio 2020), in cui erano rimasti uccisi un militare e due contractor statunitensi.
Addestramento militari africani
Secondo quanto dichiarato dal colonnello Thomas Hough, comandante della 1st SFAB, altre unità della brigata hanno operato direttamente in Somalia e a Gibuti, mentre un team con 40 uomini è stato distaccato in Tunisia. Con il riallineamento della 2nd SFAB sotto il comando di US AFRICOM, la presenza in nord Africa sarà potenziata per monitorare la crisi libica e soprattutto la crescente presenza di militari e consiglieri russi in Libia. “Dato che la Russia continua a soffiare sulle fiamme del conflitto libico, la sicurezza regionale in Nord Africa ci preoccupa ancora di più”, ha dichiarato qualche mese fa il generale Stephen Townsend, comandante di US Africom.
A settembre, alla vigilia della decisione di destinare la brigata al continente africano, il comando della 2ns SFAB ha reso noto di essersi dotato di un nuovo sistema portatile per il collegamento e l’integrazione con tutte le fonti radio, comunicazione ed intelligence esistenti, onde poter mantenere costanti i contatti con i reparti impegnanti in ogni scenario operativo e in ogni mezzo di guerra (veicoli terrestri, imbarcazioni veloci, aerei, elicotteri, ecc.).
Il sistema di telecomunicazione è stato fornito da Invisio, società specializzata nella produzione di tecnologie di sicurezza con sede a Stoccolma e Copenaghen e filiali in Francia, Stati Uniti, Thailandia e Italia. Nel nostro paese, il gruppo opera attraverso la Invisio Communications S.r.l. di Milano, società che ha fornito lo scorso anno alla Brigata “San Marco” della Marina militare i sistemi si comunicazione intercom tattici (valore della commessa 90.722 euro) e al Dipartimento sicurezza urbana del Comune di Milano le attrezzature tecniche occorrenti ad interfacciare ricetrasmittenti e telefoni (10.500 euro).
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 5 dicembre 2020
“Un rapporto afferma che i leoni in cattività trasportano una serie di agenti patogeni dannosi, tra cui SarsCoV-2 che porta la Covid-19”. Lo afferma l’ong sudafricana Conservation Action Trust (CAT) che promuove indagini e relazioni su importanti questioni ambientali e di conservazione.
Parole di piombo contro le farm sudafricane che allevano i grandi felini e ne fanno un business miliardario. Sono aziende, con tanto di listino, che vendono i leoni come trofei a ricchi “cacciatori del weekend”. Gente che paga fino a 26 mila USD la “canned hunting” (battuta di caccia al leone senza via di fuga).
È il rapporto “African Lions and Zoonotic Diseases: Implications for Commercial Lion Farms in South Africa”, pubblicato il 18 settembre dal Multidisciplinary Digital Publishing Institute . Il titolo in italiano dello studio è “Leoni africani e malattie zoonotiche: implicazioni per gli allevamenti commerciali di leoni in Sud Africa”. Mette in guardia sul pericolo di patologie portate da virus e batteri che possono saltare di specie dal grande felino in cattività all’essere umano.
Il team, composto da sette scienziati, ha registrato 63 organismi patogeni appartenenti a 35 generi in 30 famiglie tassonomiche. Trentacinque di questi sono parassiti (56 per cento) seguiti da 17 virus (27 per cento) e 11 batteri (17 per cento). Gli studiosi hanno anche segnalato numerosi nuovi agenti patogeni che rappresentano specie non identificate e non descritte.
“Nell’inventario patogeno ci sono specie che possono essere trasmesse dai leoni ad altre specie, compreso l’uomo” – si legge nel rapporto. “Sono stati identificati 83 sintomi clinici e malattie associate a questi patogeni. Dati i rischi posti dalle malattie infettive, questa ricerca evidenzia i potenziali rischi per la salute pubblica associati all’industria dell’allevamento in cattività”.
Mappa del Sudafrica, il 90% dell’allevamento di leoni è in due province: Free State e North West
In due province sudafricane 90 per cento dei leoni in cattività
Secondo dati del CAT si stima che, in Sudafrica 12 mila leoni (Panthera leo) siano allevati in cattività. Il 90 per cento delle farm sono in due province: Free State e North West. Dal 2008 sono stati esportati oltre 6.000 scheletri. I leoni che vivono allo stato libero sono invece 10 mila. L’ong accusa il governo di avere un sistema che regola i permessi troppo debole. Una debolezza che permette scappatoie per il traffico illegale di animali selvatici e che ha un forte impatto sulla conservazione della fauna selvaggia.
Allevamento di leoni non piace ai turisti stranieri
Il Conservation Action Trust rincara la dose anche riguardo al peso che quel tipo di allevamento ha sul’industria turistica sudafricana. Chiama in causa Colin Bell, ambientalista della fauna selvatica e fondatore di Wilderness Safaris. “L’industria dell’allevamento dei leoni sta facendo guadagnare un sacco di soldi ad alcuni allevatori di leoni, ma sta costando miliardi al marchio South Africa”. Bell accusa di barbarie l’industria dei leoni: causa la perdita di milioni posti di lavoro nel settore turistico perché i turisti scelgono di viaggiare altrove.
I dati del World Travel & Tourism Council sul turismo in Sudafrica, riferiti al 2019 (Courtesy WTTC)
Il World Travel & Tourism Council nell’ultima Relazione (dati riferiti al 2019) scrive che il turismo in Sudafrica incide sul PIL per il 7 per cento. Una percentuale che vale 26,7 miliardi di USD e quasi 1,5 milioni di posti di lavoro, 9,1 per cento dell’occupazione totale. L’impatto del turismo straniero incide per 9 miliardi di USD nella spesa dei visitatori che equivale all’8,6 per cento delle esportazioni totali. Secondo il CAT l’industria dell’allevamento di leoni in cattività occupa poco più di un migliaio di lavoratori. “Il governo sudafricano, nonostante gli allarmi, sta ignorando che l’industria dell’allevamento di leoni sta danneggiando la reputazione del paese” – afferma il Conservation Action Trust.
In Nigeria è stata scoperta un nuova fabbrica di neonati.’ Un traffico molto redditizio che prolifera a vista d’occhio in molti Stati del continente africano.
La polizia dello stato dell’Ogun, nel sud-ovest della Nigeria, grazie alla segnalazione di una giovane ragazza che è riuscita a svincolarsi dalle grinfie dei criminali, ha smantellato l’ennesima banda di trafficanti.
Ragazze delle “fattoria di neonati” in Nigeria
In un edificio, che fungeva da clinica ostetrica privata, situato nell’area di Mowe, gli agenti hanno liberato dieci persone: quattro neonati e sei donne, quattro delle quali in stato interessante. La proprietaria della “fabbrica”, Mrs Ogbonna, è riuscita a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.
Le giovani venivano messe incinte da uno “stallone” al servizio della clinica e una volta nati i piccoli, venivano venduti dalla madame per poco meno di 550 euro se maschio, 430 se femmina. La figlia della proprietaria e l’uomo, padre biologico di molti bambini nati nella “fabbrica”, sono stati arrestati.
Le ragazze, tra 18 e 24 anni, erano state reclutate nei loro villaggi d’origine negli stati di Imo, Abyia e Ebonyi, con la promessa di un lavoro interessante. Ma le cose non sono poi andate poi così. La maggior parte di loro veniva trattenuta nell’edificio contro la loro volontà. E, una volta arrivate nello stato di Ogun, sono state invischiate in questo losco traffico dalla proprietaria della pseudo clinica, Mrs Ogbonna, che, come ha riferito il portavoce della polizia, era libera su cauzione perché già in passato si era dedicata al traffico di esseri umani.
Poche settimane un traffico simile è stato scoperto dalla BBC a Nairobi. In Nigeria, specie nel Sud del Paese, “fabbriche di neonati” spuntano come funghi e spesso vengono attirate ragazze in attesa di un bambino senza mezzi, oppure, come in questo caso, vengono messe incinte con il preciso scopo di vendere i piccoli appena nati.
Stasera alle 21:10 si ricomincia su “Le Iene”, il programma di Italia 1, con le indagini sullo strano caso del rapimento di Silvia Romano. Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani hanno confezionato un ottimo reportage di inchiesta sentendo il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, giornalista con una lunga esperienza in Africa, che ha seguito con i suoi articoli la vicina della volontaria milanese rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e tornata a casa il 10 maggio di quest’anno.
Ultimi fotogrammi del video: Matteo Viviani mostra ad Alberizzi documenti inediti
Ma stasera il programma riserva altre sorprese: Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli hanno raccolto la testimonianza di una fonte che racconta di aver partecipato alle ricerche di Silvia Romano: “Poteva essere liberata prima – sostiene il testimone – un mio contatto sapeva al 90 per sento dove si trovava”.
Si tratta di un uomo che dice di conoscere molti dettagli sulla vicenda e che per la prima volta racconta la trattativa che c’è stata per la liberazione della Romano, fornendo anche dettagli sul riscatto richiesto dai suoi rapitori.
Un racconto clamoroso che, se fosse confermato, darebbe una lettura dei fatti diversa e che potrebbe dissipare – almeno in parte – la coltre di dubbi e misteri che, fin dai primi giorni del rapimento, hanno accompagnato questo sequestro anomalo. Compreso il silenzio assordante che l’ha circondato. Nonostante il tentativo di rompere l’ordine “bocche chiuse” da parte di Africa ExPress, nessuno ha mai voluto scucire informazioni, preoccupazioni, timori e speranze. Anche i grandi giornali hanno rispettato il silenzio voluto dalle autorità. Un silenzio strano e pieno di contraddizioni, difficili anche da spiegare.
Responsabile del silenzio anche la grande stampa che nei mesi della prigionia di Silvia non ha voluto indagare, accontentandosi di pubblicare veline e notizie istituzionali o di ricordare il compleanno o l’anniversario del sequestro. Solo “Il Fatto Quotidiano” ha continuato a pubblicare imperterrito informazioni sulla volontaria milanese.
Ecco qualche anticipazione dell’intervista in onda stasera alle 21:30
Iena: “Silvia Romano poteva essere liberata prima?”
Testimone: “Sì, ne sono sicuro”.
Iena: “Cos’è successo nei primi mesi successivi al suo rapimento?”.
Testimone: “C’erano troppe interferenze sul campo, chi doveva scegliere non poteva farlo con serenità perché aveva troppe proposte da troppe angolazioni”.
Iena: “Come mai da un certo punto in poi di questa storia non se ne è più parlato?”.
Silvia Romano con il suo cucciolo Alma
Testimone: “Bisognerebbe chiederlo a chi effettivamente stava cercando Silvia”.
Testimone: “Se sapevo dove era tenuta nascosta Silvia Romano? Sì, avevo un contatto nella foresta che mi avrebbe dato questa informazione”.
Iena: “Quanto eri certo di questa informazione”
Testimone: “Al 90 percento. Perché non si arriva al dunque (liberazione dell’ostaggio, ndr.)? C’erano interferenze da tutte le parti, chi doveva prendere una decisione non ha potuto farlo con tranquillità. Per la libertà di un ostaggio tutto è possibile, il “come” è un altro discorso”.
Questo il link per chi vuole rivedere la puntata di martedì scorso:
La immagini dell’altro ieri terminano con Alberizzi che trasecolando alla vista di un documento esclama: “Se è vero è una bomba”. Nella puntata di stasera, giovedì 3 dicembre, Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli – accompagnati dal giornalista – sveleranno cosa c’è scritto su quello e su altri documenti scovati dalle Iene e che confermano quanto scritto su Africa ExPress durante e dopo la prigionia di Silvia.
Un consiglio a chi si accomoderà in poltrona stasera davanti ala televisione. Si tenga bene sulla sedia e si prepari qualcosa di forte da bere: la puntata, che durerà un’ora, sarà piena di sorprese e colpi di scena. Ricordate 21:10 “Le Iene” su Italia 1.
Ieri sera è andata in onda su “Le Iene”, il programma di Italia 1, la prima puntata di un’investigazione sullo strano caso del rapimento di Silvia Romano. Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani hanno confezionato un ottimo reportage di inchiesta sentendo il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, giornalista con una lunga esperienza in Africa, che ha seguito con i suoi articoli la vicina della volontaria milanese rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e tornata a casa il 10 maggio di quest’anno.
Massimo Alberizzi durante l’intervista con Le Iene
Il sequestro della ragazza è stato caratterizzato da parecchi misteri, primo fra tutti il silenzio assordante che l’ha circondato. Nonostante il tentativo di rompere il muro del silenzio da parte di Africa ExPress nessuno a mai voluto scucire informazioni, preoccupazioni, timori e speranze. Anche i grandi giornali hanno rispettato il silenzio voluto dalle autorità. Un silenzio strano e pieno di contraddizioni, difficili anche da spiegare.
Responsabile del silenzio anche la grande stampa che nei mesi della prigionia di Silvia non ha voluto indagare, accontentandosi di pubblicare veline e notizie istituzionali o di ricordare il compleanno o l’anniversario del sequestro. Solo “Il Fatto Quotidiano” ha continuato a pubblicare imperterrito informazioni sulla volontaria milanese.
Ultimi fotogrammi del video: Matteo Viviani mostra ad Alberizzi documenti inediti
A distanza di poco più di sei mesi dal rilascio le Iene hanno voluto rompere questo spesso velo di silenzio per capire il perché di quei misteri e di quei silenzi. Questo il link per chi vuole rivedere la puntata di ieri
Ma non crediate che siano finite le sorprese. La puntata di ieri finisce con Alberizzi che trasecolando alla vista di un documento esclama: “Se è vero è una bomba”. Nella puntata di domani, giovedì 3 dicembre, Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli sveleranno cosa c’è scritto su quello e su altri documenti scovati dalle Iene e che confermano quanto scritto su Africa ExPress durante e dopo la prigionia di Silvia.
Un consiglio a chi si accomoderà in poltrona a vedere la puntata. Si tenga bene sulla sedia e si prepari qualcosa di forte da bere: la puntata sarà piena di sorprese e colpi di scena. Ricordate 21:30 Le Iene su Italia 1.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
2 dicembre 2020
I “Diavoli rossi” sono rientrati in Paradiso, i “Cavalieri bianchi” sono diventati rossi ma di rabbia. L’incontro del secolo calcistico per la finale di Champions League Africana (CAF Champions League) ha visto il trionfo per la nona volta di Al-Ahly su Zamalek (2-1).
Il match si è disputato venerdì 27 novembre scorso alle 20 italiane allo stadio Internazionale del Cairo: 74 mila posti, in tempi normali. Appena 5 mila spettatori presenti in tempi di peste universale. Nonostante la crescita dei casi di Covid-19 in Egitto e nel mondo, la CAF (la Confederazione africana di calcio) ha, infatti, deciso di far entrare questi fans in rappresentanza dei 90 milioni di tifosi dei 2 club sparsi fra Egitto e i Paesi arabi.
L’”Al-Alhy Sporting club”, ovvero i Diavoli rossi (maglia bianco-rossa), contro lo “Zamalek Sporting club”, i Cavalieri bianchi, entrambi de Il Cairo, sono le squadre più titolate dell’Egitto e dell’intero continente.
Si affrontavano per la prima sfida diretta in Champions ma sono divise da una rivalità storica, secolare.
Nel 2011 Steve Bloomfeld, nel suo fondamentale libro “Africa United: how football explains Africa” aveva precisato: “Quando Hamas e Fatah nel 2007 combattevano per il controllo di Gaza l’unico giorno in cui le armi tacquero fu quando Al Ahly sfidò Zamalek”.
Già nel 2008 Mark Gleeson della Reuters, presentando l’ennesima sfida stracittadina, aveva scritto : “E ‘ un derby che divide la nazione”.
Più che un derby uno scontro calcistico fratricida.
Più che una partita di calcio un confronto politico-sociale.
L’Al-Ahly vide la luce a Zamalek (quartiere residenziale dell’isola di Gezira) nel 1907 da un gruppo di insegnanti e studenti universitari nazionalisti come società polisportiva (anche se ironicamente il primo presidente fu proprio un britannico). Solo in un secondo momento il calcio divenne l’attività agonistica predominante.
Zamalek (prende il nome dall’omonimo quartiere ma a nord dell’isola) fu fondata nel 1911 da un’associazione franco-belga che intendeva utilizzare il calcio come mezzo di integrazione fra fedi e nazionalità. Come giustamente ha scritto il Post.it “i due club rappresentano due anime presenti nella società egiziana. L’unica cosa che condividevano era il loro sentimento anti-britannico: gli inglesi infatti governavano l’Egitto ed escludevano gli egiziani e spesso anche gli altri europei dalle maggiori manifestazioni sportive”.
Il calcio come mezzo di integrazione fra fedi e nazionalità. Come giustamente ha scritto il Post.it: “I due club rappresentano due anime presenti nella società egiziana. L’unica cosa che condividevano era il loro sentimento anti-britannico: gli inglesi infatti governavano l’Egitto ed escludevano gli egiziani e spesso anche gli altri europei dalle maggiori manifestazioni sportive”.
In realtà le due società hanno in comune anche dell’altro: sono popolarissime ma rappresentano la crema della società egiziana e le loro strutture sono molto costose, non certo alla portata delle tasche popolino.
Sottolinea Storiedicalcio.altervista.org: “Da una parte l’Al-Ahly rappresentava le fasce più popolari, lo Zamalek aveva uno status più aristocratico”. Una divisione ancora sentita e così descritta dal giornalista britannico James Piotr Montague, 41 anni, giornalista e scrittore, studioso degli ultras calcistici e del rapporto fra football e politica: “Nell’angolo rosso ci sono il devoto, il povero e l’orgoglioso; nell’angolo bianco la classe media, liberale e borghese”.
La rivalità tra le due squadre è stata messa a tacere nel 2012 dallo scoppio della Primavera Araba. In piazza Taḥrīr gli arcirivali storici si erano uniti nell’opposizione al regime di Hosni Mubarak. L’ambiente politicizzato e violento delle curve si era dimostrato un efficace polo organizzativo per le proteste e aveva contribuito al rovesciamento del regime. Ecco perchè i loro gruppi sono banditi e agiscono nella clandestinità. Per il regime repressivo (e l’Italia ne sa qualcosa con il caso Regeni) del generale Abdel Fattah al-Sisi rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico.
Pitso Mosimane, allenatore degli Al-Alhy
Ma venerdì 27 novembre la rivalità calcistica è riesplosa sul piano agonistico: la partita è stata spettacolare ed è stata vinta da Al Ahly 2-1 con il gol decisivo a poco tempo dal termine. Da qui la rabbia dei “Cavalieri bianchi”, che comunque restano la terza squadra più vincente del Continente.
I Diavoli rossi nei festeggiamenti hanno coinvolto anche il loro magazziniere che da 47 anni al lavoro nel club: a sorpresa si è visto consegnare la coppa dai suoi atleti. L’Al-Ahly si è così confermato la superpotenza del pallone africano (e non solo) riconquistando – dopo 7 anni – la nona coppa dei campioni: con 21 trofei internazionali in bacheca – a parte i 42 scudetti – è tra i più titolati del mondo dietro il Real Madrid (28) e davanti a davanti al Milan e Boca Juniors (18). I “diavoli rossi” ora competeranno nel Mondiale per club, il prossimo anno in Qatar. A rappresentare l’Europa ci sarà il Bayern Monaco.
In questa scalata verso il tetto del mondo li ha guidati un sudafricano: è Pitso Mosimane, 56 anni, ex coach del Mamelodi Sundowns, da cui se ne è andato a sorpresa nel settembre scorso per diventare il primo allenatore nero subsahariano di una compagine del Nord Africa. Ha commentato con SOWETANLIVE.CO, l’ex “mentore” della nazionale sudafricana (i noti Bafana Bafana), Ephraim Shakes Mashaba, 70 anni, di Soweto : “Mosimane è un grande figlio del cuore dell’Africa. Meriterebbe di allenare i più grandi club europei. Purtroppo non potrà mai spiegare le sue ali nel Vecchio continente. Gli europei vedono ancora gli africani come gente inferiore. Sappiamo bene come considerano gli allenatori neri, per non parlare poi di quelli che vengono dall’Africa!”
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