Africa ExPress partecipa all’iniziativa delle Donne per la Pace nel Corno d’Africae pubblichiamo qui un loro documento. Qualora donne africane, residenti all’estero, volessero aderire, possono scrivere una mail a: africanwomenforpeaceappeal@gmail.com.
“Noi, donne dell’Africa, chiediamo ai leader del mondo intero di agire di fronte alla tragica situazione di ostilità tra tutti i nostri popoli del Corno d’Africa.
Il 4 novembre è scoppiato un terribile conflitto nella regione. Riguarda tutti noi: madri, sorelle e nonne del continente. Conosciamo la sofferenza delle armi che mettono fratelli e sorelle l’uno contro l’altro e questo deve finire.
Come donne, riconosciamo il dolore delle nostre sorelle.
Le madri, in attesa di notizie dei loro figli, che combattono battaglie che non hanno scelto, che hanno dovuto indossare uniformi che non sono le loro e costretti a uccidere i loro cari in una guerra che non volevano. Chiediamo la pace.
Le madri, alla ricerca dei loro figli non hanno nessuno che le aiuti, senza sicurezze cui rivolgersi, magari rapite e trasferite in luoghi dove non sono al sicuro, affamate e in lotta per cibo e sopravvivenza, ferite in terra straniera, da sole. Ridategli i loro figli.
Madri, che piangono per i loro figli che avevano sogni brutalmente infranti. Madri che hanno bisogno di sostenerli, che hanno bisogno di scuola e di lavoro per se stesse e per tutti noi. La loro resilienza è la nostra resilienza. Il loro futuro è il nostro futuro. Abbiamo bisogno dei figli del nostro grande continente. Ogni violenza deve cessare.
Il Corno d’Africa è il luogo di nascita dell’umanità. I suoi tesori sono il nostro patrimonio comune. È l’orgoglio dell’Africa. Abbiamo bisogno della sua pace per la prosperità e per il futuro del nostro grande continente.
Ecco perché oggi annunciamo il lancio dell’Iniziativadelle donne per la pace nel Corno d’Africa”.
Speciale per Africa-ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2020
Sono arrivati nella Government Science secondary school di Kankara, nel distretto di Katsina, nel nord-ovest della Nigeria, venerdì, poco prima delle dieci di sera, in sella alle loro motociclette, armati di Kalašnikov. E poche ore fa i terroristi Boko Haram hanno rivendicato l’attacco. Altro che “banditi” comuni, come è stato annunciato in precedenza dal governo di Abuja.
Il gruppo armato ha ingaggiato una sparatoria con gli addetti alla sicurezza e hanno minacciato i ragazzi che li avrebbero uccisi qualora avessero tentato di fuggire. Molti sono riusciti a scappare ugualmente e si sono salvati. Hanno rilasciato le loro testimonianze, ma taluni aspetti dell’assalto non sono ancora stati chiariti e a tutt’oggi mancano all’appello ancora 333 studenti.
L’ufficio del presidente, Muhammadu Buhari, ha detto lunedì di essere in contatto con i rapitori per la liberazione dei ragazzi. Garba Shehu, portavoce del Capo dello Stato anche affermato che è già stato localizzato il covo dove vengono tenuti nascosti gli ostaggi e che è stato impegnato un massiccio spiegamento di truppe nella zona, e infine ha aggiunto: “I militari sono in possesso delle coordinate dei banditi e degli ostaggi; tutta l’area è circondata”. Sembra che la base dei “banditi” si trovi area boschiva di Zango/Paula a Kankara.
E il governatore di Katsina, Aminu Bello Masari, dopo aver incontrato il presidente che si trova in visita privata nel suo stato di origine, ha rassicurato i reporter: “Stiamo facendo grandi progressi”.
Infatti Buhari si trova attualmente a Daura, la sua città natale e è stato molto criticato perché non si è precipitato immediatamente sul luogo del rapimento, ha inviato invece una delegazione da Abuja, la capitale amministrativa e sede del governo.
Buhari ha condannato l’attacco apostrofando la banda “quei codardi di banditi” e ha aggiunto: “Accompagniamo con le nostre preghiere i ragazzi e le loro famiglie, le autorità scolastiche e coloro che sono stati feriti”.
La parola “banditi” è diventato un nome collettivo nel nord-ovest della Nigeria. Vengono così chiamati sia i pastori semi-nomadi che gruppi di vigilanza privata e altri.
Finora non è stata avanzata nessuna richiesta di riscatto. La tattica di questo rapimento è la fotocopia di quello perpetrato a Chibok nel 2014. Allora i miliziani Boko Haram rapirono oltre 300 ragazze dal dormitorio in un collegio. Molte di loro non sono mai più ritornate a casa.
La maggior parte dei sequestri messi in atto dai “banditi” si sono risolti in passato pagando un lauto riscatto e la popolazione è tutt’ora convinta che è un modo veloce di risolvere il problema laddove falliscono operazioni di polizia.
E mentre i terroristi hanno messo a segno il maxi-sequestro nel nord ovest, altri miliziani di Boko Haram si sono scatenati in Niger, al confine con la Nigeria, dove hanno brutalmente ammazzato 27 persone. Il fatto è avvenuto la notte tra sabato e domenica, giorno nel quale si sono svolte le elezioni regionali e comunali nella ex colonia francese.
Toumour, Niger
I residenti di Toumour, nel dipartimento di Bosso sono ancora in stato di shock. Oltre ai morti, ci sono parecchi feriti e altri risultano ancora dispersi. I terroristi hanno anche incendiato tra 800 e 1000 edifici, tra cui il mercato.
Un testimone ha riferito che i terroristi sarebbero arrivati a piedi dopo aver attraversato a nuoto le acque del lago Ciad. “Erano una settantina e per tre ore hanno scatenato l’inferno a Toumour”, ha specificato un residente.
La regione di Diffa ospita, secondo l’ONU, 300mila profughi scappati dalle regioni del nord-est della Nigeria per mettersi in salvo dalle continue aggressioni di Boko Haram. La regione e la città du Diffa, sono stati attaccati a più riprese in maggio. Allora hanno perso la vita almeno 12 soldati nigerini,
La Nigeria è considerata tra i Paesi più pericolosi del mondo, ma condivide questo triste primato con altri Paesi africani. Secondo l’ultimo risk-indices, elaborato da Verisk Maplecroft, società globale di consulenza strategica e di rischio con sede a Bath, Regno Unito, 7 dei 10 Paesi a alto rischio si trovano in Africa. Ai primi posti troviamo Somalia, Burkina Faso e Mali, seguiti da Camerun, Mozambico, Niger, Congo-K. La Nigeria si posiziona all’undicesimo.
Speciale per Africa ExPress Elisabetta Crisponi
dicembre 2020
È sempre più frequente che Stati africani si interessino all’importazione di piante che possano dare un sostentamento a chi le coltiva. L’obiettivo? Migliorare la situazione alimentare di famiglie che si trovano in condizioni di povertà estrema. Una di queste piante è la moringa.
Di regola in Italia, la Moringa Oleifera, può essere coltivata in pieno campo solo nelle regioni più calde del Sud e nelle Isole. Se il clima è ideale (temperature comprese tra i 10 e i 35 gradi) può fiorire sino a tre volte l’anno. Noi abbiamo intervistato il Professor Guido Vanetti, ricercatore indipendente che coltiva le piante di Moringa, tra altre importate da tutto il mondo, nella tenuta Casa Zuccala a Marentino, sulla collina di Torino.
Casa Zuccala è una la dimora signorile, ogni domenica accoglie chiunque voglia scoprire la sua storia e quella della famiglia Zuccala, che l’ha abitata per oltre cinque secoli. All’interno della dimora si trova il GEA (Giardino delle Erbe Aromatiche), un orto botanico finalizzato alla raccolta di essenze autoctone e alloctone, ai fini di valutare le loro possibilità di ambientazione nei nostri climi e gli effetti dei mutamenti climatici.
Professore, che tipo di studi sta facendo sulla moringa? “Io sto cercando di vedere se può essere coltivata da noi. Possiedo da tre anni due piantine, riprodotte da seme. Una la tengo dentro la serra e l’altra fuori, per vederne le rispettive reazioni. In inverno in genere ci sono dei problemi, perde le foglie, dunque, per lo stress, non arriva alla fioritura in primavera. Ha moltissime proprietà, dovrebbe interessare Paesi con problemi alimentari”. Ritiene che, resa stabile e possibile la coltivazione, possa diventare una pianta alimentare anche per noi? “A mio parere, da noi ha un valore di curiosità. Mi sembra la classica “moda alimentare”, frutto dei Mass media occidentali. Invece per l’Africa potrebbe essere una risorsa e soluzione interessante, perché ricchissima di proprietà. Inoltre, non ha malattie, non subisce forti stress e in periodo di siccità perde la foglia, ma non muore.” Ha qualche esempio specifico da fare? “Sì. Noi viviamo vicini a Chieri, città gemellata col Burkina Faso. In questa nazione hanno iniziato, da qualche anno, la produzione di moringa per scopi alimentari. Ma non solo. Segnalo anche un’altra pianta, di cui mi sono stati portati i semi da dei volontari in Uganda, uno pseudocereale senza glutine, utile da noi per i celiaci e nelle nazioni africane per mangiarne le foglie cotte”.
Questa pianta è l’amaranto
L’amaranto comune è di origine centro-americana, poi introdotta in altre parti del mondo. Pianta infestante, ha scarse esigenze idriche, con un valore nutrizionale elevato. Infatti, i suoi semi sono ricchi di proteine ad alta digeribilità. Si parla sempre più spesso di questa pianta come rimedio nelle regioni con crisi alimentari.
“La coltivazione dell’amaranto – continua il Professor Vanetti– forse in Africa potrebbe avere più probabilità anche rispetto alla moringa”. Crede ci possano essere problemi di adattamento? “Sono processi che vanno studiati e seguiti. Il nostro giardino è specifico per le piante aromatiche (non nostrane) e da frutto, quindi con zuccheri o olii essenziali. Sono piante che vengono da ogni parte del mondo, passando dalle aromatiche alle PANC (Piante Alimentari Non Convenzionali). Quindi entra in gioco l’adattamento e il discorso del cambiamento climatico, che ha fatto salire la media delle temperature. Essendo ormai un problema esistente con cui dobbiamo fare i conti, io cerco di studiarne i benefici”.
Per esempio? “Si può dire che ormai in Piemonte abbiamo la temperatura che prima era delle nostre Isole. Qui ho gli aranci in piena terra, come in Sicilia. Per questo, credo che le zone più calde dell’Italia dovrebbero modificare il sistema di coltivazione, per reggere meglio la concorrenza con Spagna, Israele, ecc. Qui abbiamo dei problemi con le piante tipiche che hanno bisogno del freddo, perché ormai in Piemonte c’è siccità”. Insomma, se in Piemonte si coltivano le arance, in Sicilia si possono coltivare datteri o banane. “Lei sorride, ma è proprio così. In Sicilia ci sono già sperimentazioni di coltivazione di canna da zucchero. Purtroppo da noi sono cose viste solo come tendenze temporanee e di nicchia, ma serve il coraggio di comprendere che il mondo si sta aprendo, e anche le coltivazioni vanno reinventate”.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
13 dicembre 2020
“Basta la salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto ermonno”? L’interrogativo si è riproposto domenica 6 dicembre scorso dopo un record fatto non solo con i piedi, ma con le…scarpe. E che scarpe. Parliamo della mezza maratona Valencia Trinidad Alfonso in Spagna.
La gara è stata vinta, con un tempo monstre, dal keniano Kibiwott Kandie, 24 anni. Oh, che novità, verrebbe da dire! Ma guarda: un giovane runner keniano che domina nei 21 km e 0975 metri! E invece i motivi di stupore e meraviglia sono più di uno.
Kandie ha polverizzato il record della mezza maratona impiegando 29 secondi in meno del limite precedente: 57’32” contro i 58’01”. Questo era stato stabilito il 15 settembre 2019 a Copenaghen dal suo connazionale Geoffrey Kamworor, 28 anni.
Record mondiale alla mezza maratona di Valencia, Spagna, per il keniota Kibiwott Kandie,
Ma alle spalle di Kandie si è registrato un altro fatto senza precedenti: tre corridori, in un colpo solo, sono scesi tutti sotto i 58’01”. Il secondo classificato, Jacob Kiplimo, ugandese, appena ventenne, ha segnato 57’37”; il terzo Rhonex Kipruto, 21 anni, keniano 57’49”; il quarto Alexander Mutiso Munyao, 24 anni, sempre di Nairobi, ha fermato il cronometro a 57’59”.
Strabiliante. I primi quattro che violano il record del mondo.
Certo, il più felice è stato Kandie: ha messo in riga quell’ugandese prodigio, Kiplimo, che gli aveva fregato il titolo mondiale sui 21 km in Polonia, il 17 ottobre scorso (ne abbiamo parlato); ha sconfitto Kipruto, che è recordman dei 10 mila metri.
E infatti Kandie ha commentato: “Sono felice per me e per il mio Paese. Nelle ultime sette settimane ho pensato solo a questa gara. Per battere Kiplimo sapevo che avrei dovuto puntare al record. All’inizio dell’anno mi stavo preparando per i 10 mila e la mezza maratona, poi è arrivata la pandemia e ha annullato tutto il lavoro fatto. Non mi sono arreso e ho continuato ad allenarmi, allenarmi…per 6 mesi”.
E così si è messo in saccoccia – il che non guasta – 100 mila euro, in quanto doppio premio per vittoria e primato. Tutto grazie a un paio di scarpe nove?
Quella domenica 6 dicembre è successo – in effetti – un altro fatto straordinario. Le scarpe da corsa high tech scendono ufficialmente in pista
WORLD ATHLETICS, l’associazione che si occupa dell’Atletica leggera a livello mondiale (prima si chiamava Iaaf), ha approvato un cambiamento delle regole che governano l’utilizzo – per 12 mesi – delle scarpe prototipo degli atleti.
World Athletics in questo modo si rimangia una precedente decisione e consente le calzature volanti in tutte le gare eccetto che in quelle olimpiche e in quelle più importanti organizzate dalla stessa associazione (World athletic series).
Questo per venire incontro – è scritto nel sito dell’associazione – alle richieste delle case produttrici di scarpe e del loro organismo di rappresentanza il World Federation of the Sports Goods Industry (WFSGI).
Il ricorso a questi calzari è un fatto controverso in Atletica, specie dopo alcune performance che hanno lasciato perplessi.
In settembre, ad esempio, quando, a Bruxelles sir Mo Farah, 37 anni,(il campione britannico di origine somala) aveva stabilito il record orario dell’ora maschile (km 21,330 metri) e Sifan Hassan, 27 anni, (olandese di origine etiope) quello femminile (18930 metri). O in ottobre quando, ancora a Valencia, l’ugandese Joshua Kiprui Cheptegei, 34 anni, aveva sbriciolato il limite nei 10 mila metri che durava da 15 anni (in 26’ 11” 00) e Letesenbet Gidey, 32, etiope, nei 5 mila donne (14’06”65). Tutti avevano gareggiato utilizzando le Nike Zoom X Dragonfly, con plantare di carbonio e schiuma.
Eliud Kipchoge, 35 anni, il 12 ottobre 2019 a Vienna aveva infranto uno degli ostacoli simboli della corsa, la maratona, in meno di 2 ore, mentre Birigid Kosgei, 36 anni, il giorno dopo ma nella maratona di Chicago donne aveva segnato il record mondiale con le scarpette Nike’s Vaporfly.
Si gridò al doping tecnologico; si parlò di scarpe più veloci di sempre. E ora a Valencia in una mezza maratona già favorita dalle perfette condizioni del meteo (amatissima anche dagli italiani) e agevolata da un percorso piatto, la questione si è riproposta.
Kibiwott Kandie (che fa parte della “scuderia” internazionale dell’italiano Gianni Demadonna) come era “calzato”?
Non con le “Nike”, ma le nuove ipertecnologiche Adidas Adizero Adios Pros.
Kibiwott Kandie con le scarpe high tech Adidas Adizero Adios Pros
Esse contengono 39 millimetri di schiuma ultraleggera ammortizzante e 5 cinque asticelle infuse di carbonio infilate nelle suole e si allineano con le ossa metatarsali, quelle ossa sottili che scorrono dalle dita dei piedi alle caviglie.
Il dilemma ricompare più impellente e conturbante: contano (più) le scarpe o le gambe? I risultati sempre più mirabolanti sono opera del corridore o delle scarpe? Secondo Sebastian Coe, 64 anni, presidente di World Athletics ed ex campione (4 medaglie d’oro olimpiche e 12 record del mondo) non c’è niente di nuovo sotto il sole. “Siamo di fronte a un cambiamento tecnologico evoluzionario che c’è sempre stato. E siamo in grado di regolamentarlo. In ogni caso buona parte di queste performance eccezionali sono legate alla voglia tremenda degli atleti di ritornare alle competizioni dopo anni in cui hanno sfruttato troppo il loro fisico. Ora hanno imparato a dominare il lockdown e sono ripartiti alla grande”.
Siamo entrati a pieno nell’era dei calzari alati. Che Mercurio ci protegga.
Finalmente, dopo settimane di attesa, oggi è arrivato il primo convoglio carico di aiuti umanitari nel Tigray, dove dal 4 novembre si consuma un sanguinoso conflitto. Da settimane la comunità internazionale sta chiedendo corridoi umanitari per la popolazione duramente provata dalla guerra e dalla fame.
Primi aiuti umanitari per il Tigray
Il convoglio, ha precisato il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), è stato organizzato dal governo di Addis Ababa e dalla Croce Rossa etiopica. Sette camion hanno trasportato soprattutto medicinali e materiale sanitario per poter curare gli oltre 400 feriti e gli altri pazienti ricoverati all’Ayder, il principale ospedale di Makallé, capoluogo del Tigray. Il nosocomio aveva dovuto chiudere diversi reparti, tra questi le sale operatorie e le cure intensive, proprio per la mancanza di materiale sanitario, medicamenti e carburante per i generatori.
Già all’inizio del mese le Nazioni Unite avevano ottenuto dalle autorità federali le autorizzazioni per accessi senza restrizioni, ma a causa dei continui scontri in atto, non era stato possibile portare aiuti alla popolazione e nei campi profughi, che ospitano anche un gran numero di rifugiati eritrei.
E l’Alto Commissario per i rifugiati (UNHCR), Filippo Grandi, è molto preoccupato per i profughi eritrei nel Tigray. In un comunicato ha confermato che per oltre un mese la sua Organizzazione che fa capo all’ONU non ha avuto accesso ai campi nella regione del nord dell’Etiopia. Grandi ha spiegato che le notizie giunte nell’ultimo mese, se confermate, sarebbero a dir poco terrificanti. A quanto pare diversi eritrei sarebbero sati ammazzati, altri feriti e qualcuno addirittura costretto a far ritorno in Patria, da cui erano fuggiti: “Rappresenterebbero una gravissima violazione delle leggi internazionali se dovessimo accertare che queste notizie corrispondano al vero”, ha commentato il capo dell’UNHCR. Grandi ha chiesto all’Etiopia di mantenere i propri impegni nei confronti dei rifugiati.
Molti eritrei sono fuggiti dai campi per poter sopravvivere. E il governo di Addis Ababa ha ammesso di averli riportati indietro. Nel Tigray, da anni, vivono oltre 90mila rifugiati, scappati dal regime di Asmara. Le autorità etiopiche hanno affermato che si sarebbero allontanati senza regolare autorizzazione e che ora avrebbero provveduto a inviare cibo nei campi. Ieri una colonna di pullman con a bordo oltre 400 eritrei si è mossa da Addis Ababa verso il Tigray, precisando che i campi sarebbero sotto controllo delle truppe etiopiche. Affermazioni difficilmente verificabili, in quanto tutte le comunicazioni – telefoniche e internet – non sono ancora state ristabilite. Nessun giornalista indipendente ha accesso alla regione dall’inizio del conflitto.
Rifugiati eritrei in Tigray
D’altro canto due ONG hanno raccontato che quattro loro collaboratori sono stati brutalmente ammazzati dai militari delle forze armate etiopiche: tre, uccisi in novembre, erano addetti alla sicurezza della Danish Refugee Council, mentre il quarto era un funzionario di International Rescue Committee.
Le autorità hanno ammesso il fatto e il portavoce delle forze armate del governo etiopico in Tigray, Redwan Hussein, ha raccontato ai reporter che il team non si sarebbe fermato a due posti di blocco. Secondo Redwan guidavano molto velocemente in una zona dove l’accesso era vietato; “Quando non hanno rispettato l’alt nemmeno al terzo check-point, i nostri soldati hanno sparato e li hanno arrestati”, ha precisato il portavoce.
Letesenbet Gidey, primatista mondiale dell’atletica
E in mezzo al caos, alla guerra, durante la quale si teme siano morte migliaia di persone e si calcola che 950mila residenti abbiano abbandonato le proprie case, 47mila tra queste persone hanno cercato protezione nel vicino Sudan, si sono persi anche i contatti con Letesenbet Gidey.
La giovane, originaria del Tigray, primatista mondiale dei 5.000 metri avrebbe dovuto partecipare alla mezza maratona che si è disputata a Valencia, Spagna, domenica scorsa, ma impossibile entrare in contatto con lei. La Gidey non è mai arrivata a destinazione, si spera che si sia rifugiata in Sudan. La giovane ha portato solo onore alla sua terra natia, all’Etiopia tutta. A quanto pare questa orribile guerra ha inghiottito persino una stella che fino a poche settimane fa non solo ha illuminato il cielo di tutto il Paese, ma ha portato la propria luce insieme a quella dell’Etiopia nel mondo intero.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
dicembre 2020
Giungono i primi importanti risultati per il colosso energetico ENI dopo il pressing dei suoi manager e del governo Conte sulle autorità politiche e militari di Tripoli. Il 30 novembre scorso il capo del Governo di Accordo Nazionale Fayez al-Sarraj e il presidente della compagnia petrolifera libica statale NOC – National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, hanno accolto nella capitale libica l’amministratore delegato ENI Claudio Descalzi per fare il punto sui nuovi progetti esplorativi ed estrattivi di idrocarburi e gas da parte della società italiana.
Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI incontra a Tripoli Fayez al-Sarraj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale
“Claudio Descalzi ha confermato ad al-Sarraj il pieno impegno della società, con particolare focus sullo sviluppo dei progetti gas che consentiranno di estendere il plateau di produzione di Bahr Essalam, giacimento off-shore a 120 Km a nord-ovest di Tripoli, assicurando l’approvvigionamento di gas al mercato locale, di cui ENI continuerà a essere il principale fornitore nei prossimi anni”, riporta l’ufficio stampa del gruppo con quartier generale a San Donato Milanese (MI).
L’amministratore delegato di ENI non ha fatto mancare il suo apprezzamento per gli sforzi compiuti dal management e dai contractor della National Oil Corporation per “riprendere in sicurezza” la produzione e l’esportazione di petrolio da tutti i giacimenti petroliferi onshore partecipati dalla transnazionale italiana, come quello di Elephant Field (El Feel) situato nell’area desertica di Murzuq a 800 km a sud da Tripoli, ed Abu-Attifel a 300 km a sud dalla città di Bengasi, in una regione che è stata contesa a lungo dalle milizie del GAN e da quelle fedeli al generale Khalifa Haftar.
Descalzi ha pure ringraziato il presidente della compagnia petrolifera libica per aver garantito la “continuità operativa, il supporto logistico e la turnazione nei siti operativi”, nonché per l’“impegno profuso” in questi mesi dal management e dai contrattisti della Mellitah Oil & Gas BV Libyan Bran, la joint venture paritaria di NOC ed ENI che gestisce diversi giacimenti onshore sparsi nel paese e i giacimenti offshore costituiti da tre piattaforme e un serbatoio galleggiante nel mar Mediterraneo.
“Le parti hanno discusso inoltre dell’avvio di progetti pilota nelle rinnovabili nel Paese, mettendo a disposizione know-how e sviluppo di nuove competenze”, riferisce l’ENI. “L’introduzione, per la prima volta, di energie rinnovabili in Libia risponderà all’aumento di energia elettrica per la popolazione senza aumentare il consumo locale di idrocarburi e le emissioni di CO2. L’amministratore delegato ha infine rinnovato l’impegno di ENI nel campo sociale, in particolare nel supporto a NOC per quanto riguarda la fornitura di attrezzature medicali di protezione, diagnosi e trattamento essenziali nella risposta contro la pandemia di Covid-19”. Per il gruppo italiano, poco importa dunque che il sanguinoso conflitto in Libia sia lontano da una soluzione diplomati; che gli affari continuino nonostante tutto e tutti, magari con un po’ di green e qualche pacco di mascherine chirurgiche in più.
Claudio Descalzi era già stato in missione ufficiale a Tripoli l’8 luglio scorso per incontrare anche in quell’occasione il capo del GAN Fayez al-Sarraj e i vertici della National Oil Corporation. Tra i temi all’ordine del giorno di quel vertice, innanzitutto le attività avviate con la firma del Memorandum of Understanding tra ENI e la General Electric Company Of Libya (GECOL), la società statale di produzione e commercializzazione dell’energia elettrica. “ENI sta dando un grande contributo al miglioramento del settore dell’energia, fornendo pezzi di ricambio fondamentali per garantire la continuità di generazione pari a 3 GW”, riferiva nell’occasione il gruppo di San Donato Milanese. “ENI sta assicurando in Libia formazionee supporto tecnico per la definizione del codice di rete nazionale e per migliorare l’operabilità della rete stessa. Inoltre, ENI sta studiando lo sviluppo di una nuova centrale elettrica a gas e sta sostenendo l’avvio di progetti pilota di energie rinnovabili”.
Nel faccia a faccia con il presidente della NOC, Mustafa Sanalla, Claudio Descalzi si era soffermato invece sulle modalità di attuazione del mega progetto Structures A&E relativo all’estensione dell’area esplorativa e della produzione dei campi di gas offshore di Bahr Essalam, oltre alla possibilità di sviluppare ulteriormente un altro giacimento offshore nel Mediterraneo, quello di Bouri Field, a 120 km di distanza dalle coste libiche.
Campi di gas offshore di Bahr Essalam,
Buona parte delle attività di ENI in Libia sono riprese a partire dell’ottobre 2018 (ossia proprio in una delle fasi più acute del conflitto tra il regime di al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar), dopo che fu firmata a Londra una lettera d’intenti tra il presidente della National Oil Corporation, l’amministratore delegato dell’holding petrolifera britannica BP, Bob Dudley, e Claudio Descalzi, per l’assegnazione all’ENI di una quota del 42,5% nell’Exploration and Production Sharing Agreement (EPSA) di BP nelle aree contrattuali onshore ed offshore della Libia.
“Si tratta di un importante traguardo che darà la possibilità di liberare il potenziale esplorativo della Libia riavviando le operazioni dell’EPSA sospese dal 2014”, dichiarava con orgoglio Claudio Descalzi. “L’accordo contribuisce a creare inoltre un contesto attrattivo per gli investimenti, volto a ripristinare i livelli di produzione e le riserve di idrocarburi del paese attraverso le infrastrutture già esistenti”.
ENI opera in Libia dal lontano 1959 e la produzione netta si attesta attualmente in 170.000 barili di petrolio equivalente al giorno. Secondo i dati forniti dal gruppo italiano, nel 2019 sono stati estratti dal sottosuolo libico 37 milioni di barili di petrolio e condensati, 106 milioni di barili di idrocarburi e 10,6 miliardi di meri cubi di gas. “Deteniamo in Libia undici titoli minerari (quattro permessi esplorativi e sette permessi produttivi), regolati da contratti di Exploration and Production Sharing Agreement (EPSA)”, spiega l’ENI. “Le attività di esplorazione e sviluppo nel Paese sono raggruppate in sei aree contrattuali con un interesse del 100% per la fase esplorativa e 50% per la fase di sviluppo”.
“Onshore siamo presenti con i giacimenti di Bu-Attifel, El Feel (33,3%), KNOC (16,6%) e Wafa, nel deserto libico. Per quanto riguarda l’offshore le nostre attività si concentrano nel giacimento a olio di Bouri e nell’area di Bahr Essalam, con la messa in produzione di dieci nuovi pozzi”.
Recentemente ENI ha anche completato le attività di potenziamento degli impianti di trattamento gas di Mellitah (poco ad ovest della città costiera di Misurata) e di Sabratha (nell’omonimo distretto nordoccidentale della Libia), incrementando la capacità di trattamento fino a 1.100 milioni di piedi cubi al giorno. Nel complesso di Mellitah converge il gas estratto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam. Dopo il trattamento il gas raggiunge Gela in Sicilia grazie al gasdottoGreenstream che attraversa il Mediterraneo per 520 chilometri. Il gasdotto, realizzato in meno di due anni, fu inaugurato l’1 ottobre 2004 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi, il leader libico deposto e assassinato sette anni dopo. Secondo quanto riferito dall’ENI, la capacità del gasdotto Greenstream ammonta annualmente a circa 8 miliardi di metri cubi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
11 dicembre 2020
Il Sudafrica è stato colpito dalla seconda ondata della pandemia. Lo ha confermato il ministro della salute, Zweli Mkhize, mercoledì scorso. Le infezioni sono in netto aumento, dal 25 novembre all’8 dicembre sono stati rilevati ben 49.637 casi. E solo negli ultimi giorni, secondo Mkhize, quotidianamente ci sarebbero stati oltre 6.000 contagi.
Dall’inizio della pandemia il Sud Africa ha registrato 829mila infetti, tra questi i decessi sono stati 22.574, mentre i guariti 755.000. Il picco maggiore delle infezioni è stato raggiunto in luglio, con 15.000 contagi al dì.
Sudafrica: seconda ondata di Covid-19
“Abbiamo nuovamente registrato un netto aumento in sei province. Dobbiamo assolutamente riconoscere che siamo in piena seconda ondata del virus”, ha detto il ministro durante un suo intervento alla TV e lui stesso ha contratto la temibile patologia l’ottobre scorso. Mkhize ha sottolineato che attualmente sono colpiti anche molti giovani e giovanissimi tra i 15 e 19 anni.
In Sudafrica sta per iniziare l’estate, che coincide con la fine dell’anno scolastico, e per questo si organizzano molte feste negli istituti. E il ministro ha messo in guardia tutti: “Il virus circola velocemente, state attenti e durante le festività natalizie ognuno deve dimostrare grande senso di responsabilità”.
Gran parte dei sudafricani residenti nelle città hanno l’abitudine di passare il Natale con i propri cari nei villaggi d’origine. “Durante i pranzi in comune devono assolutamente indossare le mascherine, nessuno deve abbassare la guardia – ha raccomandato il presidente e ha aggiunto -. “Dobbiamo cambiare le nostre abitudini per prevenire un nuovo picco come quello di luglio. Immaginiamo questa pandemia come un incendio boschivo. Va spento prima che si propaghi in tutta la foresta e diventi un inferno”.
Cyril Ramaphosa, capo di Stato del Sudafrica e presidente di turno dell’Unione Africana.
Per il momento le autorità di Pretoria non intendono ricorrere a nuove misure restrittive a livello nazionale, tanto meno a un lockdown. Sarebbe un grave colpo per l’economia, già fortemente provata dalla prima ondata di Covid-19.
Attualmente solo gli abitanti di una delle maggiori metropoli del Paese, Nelson Mandela Bay, città nota anche con il nome di Port Elizabeth, devono osservare un coprifuoco notturno. E’ vietato l’acquisto di alcolici e il loro consumo in pubblico. Anche le riunioni sono stati limitate a 250 persone all’esterno e non più di 100 se gli eventi si svolgono all’interno.
Mentre in tutto il Paese sono vietati assembramenti dopo i funerali, che il presidente Cyril Ramaphosa ha apostrofato come “festeggiamenti dopo le lacrime”.
Durante la prima fase, il governo sudafricano aveva imposto regole molto severe per due mesi (marzo-aprile), con chiusura totale delle scuole, negozi, frontiere e divieto di uscire .
I medici sono fortemente preoccupati per l’evoluzione dell’epidemia e temono che le misure attualmente in vigore non siano sufficienti per arrestare la seconda ondata.
Speciale per Africa ExPress Filippo Senatore
dicembre 2020
La questione del Nord Africa dovrebbe esser affrontata dall’Europa con una visione di politica estera lungimirante.
Ma sono i limiti di una unità che manca nonostante l’euro e la Banca Centrale Europea. Occorrerebbe istituire un “ministero degli Esteri europeo” permanente che intavoli politiche dirette alla pacificazione del Nord Africa e del Medio Oriente.
Conferimento all’Eliseo della Gran Croce della Legion d’Onore al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, in visita ufficiale a Parigi
Invece le cancellerie dei singoli Paesi procedono come gli pare. Anche perché il sistema della Difesa è affidato ai singoli Paesi dell’Unione europea senza un disegno strategico comune. In Francia invece si fanno le cose in grande con il dittatore egiziano. Lunga e cordiale visita ufficiale a Parigi. Un cerimoniale che ricorda quello di Giscard e Bokassa con bandiere dei rispettivi Paesi e visita al sindaco della città, Anne Hidalgo. Infine ieri il conferimento all’Eliseo della Gran Croce della Legion d’Onore .
Insomma un Emmanuel Macron che chiude gli occhi sui diritti civili calpestati in Egitto nel nome degli affari e del commercio delle armi. Noi conosciamo il caso di Patrick Zaki lo studente egiziano detenuto illegalmente nelle carceri egiziane dal 7 febbraio scorso, ma quanti altri detenuti vengono privati della libertà, torturati e uccisi?
I dati provvisori e non ufficiali parlano di 60 mila prigionieri politici su una popolazione carceraria di 140 mila unità con carceri sovraffollati, tra il 160% e il 300% in più della loro capacità (13 i detenuti morti a giugno per mancanza di cure mediche.
A sette anni dal colpo di Stato militare del Generale Al Sisi che ha deposto il presidente democraticamente eletto Mohammed Morsi il regime celebra il 30 giugno come una “rivoluzione” che precipita nella repressione feroce. Il presidente Macron ha reso omaggio al dittatore egiziano abbassando quasi a zero le luci della ribalta. La cerimonia della vergognosa premiazione all’Eliseo viene immortalata solo dalle telecamere egiziane. Quelle francesi sono spente ma l’etere ha il vantaggio della ritrasmissione rilanciate da una tv francese e la foglia di fico cade clamorosamente.
Giulio Regeni
Il conduttore Yann Barthes de Il Quotidien (in onda su Tmc) ha ironizzato: «Oggi, per la prima volta, siamo dovuti andare sul sito di un regime autoritario per sapere che cosa succedeva all’Eliseo». Macron ha fatto una figuraccia e ne dovrà rendere conto ai francesi, all’Europa e al nostro Paese ferito dal delitto Regeni.
Al Sisi sta portando avanti la più grande repressione contro il dissenso nel Paese, incarcerando migliaia di islamisti insieme ad attivisti pro-democrazia, cancellando le libertà conquistate nella rivolta della Primavera araba del 2011, mettendo a tacere le voci critiche e imponendo regole severe sui gruppi per i diritti umani”, scrive l’Afp.
Il governo Conte non può ignorarlo, né pensare di civettare come Macron in nome del realismo politico. Non dimentichiamo la storia della prima metà del secolo scorso. I Paesi democratici Stati Uniti, Inghilterra e Francia non risparmiarono corteggiamenti all’Italia fascista e alla Germania nazista.
Patrick Zaki, attivista egiziano, incarcerato in Egitto dal 2 febbraio 2020
La conferenza di Monaco del 1938 riassunse una diplomazia cinica e fallimentare che portò alla Guerra Mondiale. La stessa di Macron che non brilla più del suo predecessore Nicolas Sarkozy che con i bombardamenti “umanitari” ha destabilizzato la Libia cosa dirà ai partner europei? Che la democrazia va bene solo in Occidente e che i dittatori compiacenti nel Nord Africa possono essere una “risorsa” per il sistema finanziario francese e degli altri Paesi della Unione Europea?
I militari egiziani si sono impadroniti del sistema economico del Paese. La povertà ha colpito la classe lavoratrice che è stata privata delle elementari tutele sindacali. Il riarmo dell’Egitto in funzione antagonista nei confronti della Turchia che rincorre il sogno del ritorno all’Impero Ottomano non può essere un alibi della Francia.
Questo Paese deve decidersi. Non può continuare il suo neocolonialismo a discapito di una Europa che vorrebbe guardare ad altre prospettive di affievolimento di sovranità a vantaggio di un federalismo comunitario che tarda ad arrivare. La telefonata recente del presidente del Consiglio Giuseppe Conte al presidente egiziano al Sisi ha riaperto le relazioni bilaterali tra i due Paesi, in particolare in ambito militare, economico, energetico e di sicurezza. Al Sisi e Conte “hanno condiviso, inoltre, le loro opinioni in merito a una serie di temi regionali di interesse strategico, tra cui gli sviluppi nel Mediterraneo orientale e la crisi in Libia”.
L’assassinio di Giulio Regeni nel 2015 è rimasto sullo sfondo a causa dell’impunità degli assassini appartenenti ai servizi segreti egiziani autori delle torture al giovane studioso italiano. Il portavoce egiziano afferma che “le parti hanno discusso degli sviluppi della cooperazione congiunta inerente alle indagini sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, scomparso e rinvenuto barbaramente ucciso nel febbraio del 2016 al Cairo”. Di fronte al lassismo italiano Emmanuel Macron si è allargato.
Se l’Italia fosse stata più ferma e decisa in politica estera forse l’Eliseo avrebbe eliminato il vecchio cerimoniale del Secondo impero.
Un’inchiesta delle Iene sul sequestro di Silvia Romano getta finalmente un po’ di luce sugli inquietanti misteri che circondano questa vicenda.Troppi depistaggi per fare sì che anche le inchieste di Africa ExPress si insabbiassero. Le indagini delle Iene, Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani, confermano quanto da noi pubblicato sul rapimento della volontaria milanese.
Indipendentemente da tutto, noi cerchiamo di andare avanti e di chiarire le cose che rimangono in sospeso. Silvia sembra essere l’unica vittima dell’intreccio di affari inconfessabili. Ci sono attori ovunque: dalle alte cariche dello Stato a comparse minori. E poi c’è la manovalanza: i rapitori. Senza escludere ovviamente gli affari che si celano dietro questo rapimento anomalo.
Qui vi presentiamo i video trasmessi dalle Iene in data 3 e 5 dicembre scorsi. Sono francamente inquietanti. Noi possiamo assicurare i nostri lettori che continueremo le indagini finché non troveremo la verità che dovrà emergere del tutto. Continueremo a scavare a fondo.
Parte prima:
Parte seconda, primo tempo
Parte seconda, secondo tempo
Parte terza, andata in onda giovedì’ 10 dicembre 2020
Lunedì il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha dichiarato di voler ristabilire e i servizi di base nel Tigray, dove dal 4 novembre 2020 si consuma un sanguinoso conflitto tra le truppe governative di Addis Ababa e quelle del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF).
Il primo ministro ha anche affermato che i ribelli del TPLF non sarebbero assolutamente in grado di portare avanti una guerriglia nel nord del Paese. Ma i leader del Tigray hanno fatto sapere che il conflitto è tutt’altro che terminato.
Tigray, Etiopia: la popolazione necessità aiuti umanitari
E mentre le controversie tra le due fazioni continuano, la popolazione è allo stremo. Se da un lato all’ONU è stato assicurato il “Via libera” per portare gli aiuti nella regione, ma di fatto è molto difficile, in quanto in molte zone ci sono ancora combattimenti in atto. Anzi, è impossibile. Nel tentativo di recarsi al campo profughi di Shimelba – uno dei quattro che ospita per lo più eritrei fuggiti dal regime di Asmara negli ultimi anni – un team di operatori dell’ONU addetti alla sicurezza, è stato fermato dai soldati governativi. I militari hanno sparato alcuni colpi di fucile in direzione degli incaricati dell’Organizzazione e poi li hanno arrestati.
Redwan Hussein, portavoce delle forze armate del governo etiopico in Tigray ha raccontato ai reporter che il team dell’ONU non si sarebbe fermato a due posti di blocco. Secondo Redwan guidavano molto velocemente in una zona dove l’accesso era vietato; “Quando non hanno rispettato l’alt nemmeno al terzo check-point, i nostri soldati hanno sparato e li hanno arrestati”, ha precisato il portavoce.
Si teme che in poco più di un mese – il conflitto è iniziato il 4 novembre scorso – siano morte migliaia di persone. E si stima che 950mila residenti abbiano abbandonato le proprie case; 47mila tra queste persone hanno cercato protezione nel vicino Sudan.
Già lunedì sera Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha detto senza mezzi termini: “Il nostro messaggio è chiaro: le ostilità e le violenze etniche devono cessare immediatamente. Civili e rifugiati devono essere protetti. Il diritto internazionale deve essere rispettato. Chiediamo con grande fermezza al governo etiopico accesso incondizionato agli attori umanitari di tutte le istituzioni come l’ONU e le organizzazioni non governative. Sosteniamo l’iniziativa dell’Unione Africana, l’unica via per ristabilire una pace durevole” .
Abiy Ahmed, premier etiopico
Ma il primo ministro etiopico è stato chiaro: nessuna interferenza da organizzazioni internazionali e da altri Stati. Alla fine di novembre Abiy, premio Nobel per la Pace 2019, ha incontrato i mediatori designati dall’UA, che avevano tentato una conciliazione volta a porre fine al sanguinoso conflitto. Nulla di fatto. Ai tre ex capi di Stato – Ellen Johnson-Sirleaf ( Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica) – è stato persino negato di recarsi nel Tigray per incontrare il capo del TPLF, Debretsion Gebrimichal, e altri leader dei ribelli.
Le notizie che arrivano sono frammentarie e confuse. Le comunicazioni telefoniche non sono ancora state ripristinate e anche internet è bloccato. I giornalisti indipendenti non possono raggiungere la zona del conflitto.
Sia Asmara che Addis Ababa negano fermamente il coinvolgimento per Paese rivierasco. Eppure fonti diplomatiche confermano ad Africa Express che soldati eritrei sono implicati nelle ostilità in atto. E oggi altre fonti diplomatiche hanno detto a Reuters che la squadra dell’ONU ha incontrato truppe eritree nel Tigray.
I tigrini, che rappresentano più o meno il 7 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn.
Abiy subito dopo il suo insediamento ha promesso di lavorare per un Etiopia unita e dopo anni di repressione ha liberato migliaia di prigionieri politici. D’altro canto il suo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenente al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.
Debretsion Gebrimichal, leader del TPLF
I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale.
Addis Ababa ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF a una base di Makallé.
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