Oqba al-Dhibi, un giovane pastore di appena vent’anni, mentre stava pascolando le sue pecore è stato brutalmente decapitato. Il procuratore generale, Mohsen Dali, ha classificato il vile omicidio come “atto terroristico”.
Finora non sono emersi ulteriori dettagli. Il ministero degli Interni non ha rilasciato alcun commento finora. Non è la prima volta che qualcuno viene decapitato in questa regione montagnosa della ex colonia francese.
Nel 2015 un 17enne subì la stessa sorte. Allora era toccato a Mabrouk Soltani a essere decapitato da un gruppo di estremisti e il fatto aveva suscitato grande indignazione in tutto il Paese. Due anni più tardi anche il corpo di suo fratello Khalifa Soltani, rapito da un gruppo di terroristi, era stato trovato senza vita durante le ricerche. Entrambi gli assassinii erano poi stati rivendicati dallo stato islamico.
Domenica, in un breve comunicato alla TV di Stato, il primo ministro tunisino Hichem Mechichi ha parlato di “operazione terrorista” e ha sottolineato che la lotta contro tale fenomeno deve continuare senza sosta.
Dal 2011 la Tunisia è soggetta a ripetuti attacchi da parte di estremisti islamici, responsabili della morte di decine e decine tra soldati e agenti di polizia. Anche se ultimamente la situazione di sicurezza è migliorata in tutto il Paese, è ancora in vigore lo stato di emergenza, imposto nel 2015, dopo l’attentato kamikaze che ha fatto saltare per aria un pullman della guardia presidenziale nell’ avenue Mohamed V, una delle principali arterie del centro di Tunisi.
Special for Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
December 22, 2020
The phone call from Ethiopia arrived suddenly. The voice on the other end is shaky: “They’ve arrested her! They’ve arrested her! And now she’s dying.” Semhal Melles Zenawi, daughter of Ethiopia’s architect, born after the fall of Mengistu Haile Mariam’s communist military regime, is now in jail.
Our interlocutor barely manages to pronounce other brief words: “She was blocked by the military at 1 am while she was in Makallè (the capital of Tigray, ed.). They broke down the door of her lodging and dragged her away: but she was there to take part in a demonstration in memory of her father and she had not been able to go back (to Addis Ababa, ed) because of the ongoing war”. Communication was then interrupted and impossible to re-establish for further details. Only later did a message inform Africa ExPress that Semhal was released at 9 pm.
Semhal Melles Zenawi, finita in carcera a Makallé la capitale del Tigray
I met Semhal Melles Zenawi in 2005 in Addis Ababa during the concert in honor and memory of Bob Marley. Her father had introduced her to me together with his wife Azieb. They invited me to enter the place reserved for them and so we watched part of the concert together. The woman, who is 32 years old, somehow took the political legacy of her father, Melles Zenawi, who died in a Brussels clinic in August 2012.
Together with her mother, a former guerrilla leader herself, Semhal has, however, distanced herself from the leadership of the TPLF (Tigray People’s Liberation Front) with whom she was in strong disagreement.
Melles was a visionary who dreamed of a democratic and developed Ethiopia. Perhaps the only true statesman (excluding, of course, Nelson Mandela) that Africa has ever known. He succeeded in an epochal transformation: from guerrilla leader, he became a shrewd and thoughtful politician. His liberal policies have now shattered against the ethnic and tribal selfishness that has tragically emerged with the fratricidal war unleashed by his successor Abyi Ahmed, Nobel Peace Prize 2019.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
21 dicembre 2020
La telefonata dall’Etiopia arriva improvvisa. La voce dall’altra parte è concitata: “L’hanno arrestata! L’hanno arrestata! E ora sta morendo”. Semhal Melles Zenawi, figlia dell’architetto dell’Etiopia, nata dopo la caduta del regime militar comunista di Mengistu Hailé Mariam, ora si trova in carcere.
Semhal Melles Zenawi, finita in carcera a Makallé la capitale del Tigray
Il nostro interlocutore riesce a malapena a pronunciare altre brevi parole: “E’ stata bloccata dai militari all’1 di notte mentre si trovava a Makallè (la capitale del Tigray, ndr). Hanno sfondato la porta del suo alloggio e trascinate via: ma si trovava lì per partecipare a una manifestazione in ricordo del padre e non era riuscita a rientrare (ad Addis Abeba, ndr) per la guerra in corso”. Poi la comunicazione è stata interrotta ed è stato impossibile ristabilirla per avere ulteriori informazioni. Solo più tardi un messaggio ha informato Africa ExPress che la ragazza è stata rilasciata alle 21.
Ho conosciuto Semhal Melles Zenawi nel 2005 ad Addis Abeba durante il concerto in onore e in ricordo di Bob Marley. Me l’aveva presentata il padre assieme a sua moglie Azieb. Mi avevano invitato a entrare nel posto a loro riservato e così avevamo assistito assieme a una parte del concerto. La donna, che ha 32 anni, in qualche modo, ha preso l’eredità politica del padre, Melles Zenawi, morto in una clinica di Bruxelles nell’agosto 2012.
Assieme alla madre, ex capa guerrigliera anche lei, Semhal ha però preso le distanze dai vertici del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) con cui si è trovata in forte dissenso.
Melles era un visionario che sognava un’Etiopia democratica e sviluppata. Forse l’unico vero statista (naturalmente, escluso Nelson Mandela) che abbia conosciuto l’Africa. Riuscì in una trasformazione epocale: da capo guerrigliero diventò un politico accorto e riflessivo. La sua politica liberale si è infranta ora contro gli egoismi etnici e tribali emersi tragicamente con la guerra fratricida scatenata dal suo successore Aby Ahmed, premio Nobel per la pace 2019.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 20 dicembre 2020
Le elezioni presidenziali sono alle porte e il clima di insicurezza nella Repubblica Centrafricana si acuisce di ora in ora. E proprio in questi giorni il governo di Bangui ha accusato l’ex presidente François Bozizé, che è stato estromesso dalla corsa per la poltrona più ambita solo pochi giorni fa, di aver preparato e tentato un colpo di Stato. Bozizé sarebbe il leader di un movimento che il 15 dicembre ha firmato un documento che denunciava gli accordi raggiunti nel febbraio 2019: era l’ennesimo trattato di pace. Ma la parola “pace” in questo Paese resta ancor sempre sconosciuta.
La dichiarazione di Kamba Kota (nome di una località nel nord-est del Paese) è stata siglata da ben 6 gruppi armati: MPC (Mouvement patriotique pour la Centrafrique, raggruppa miliziani musulmani, per lo più pastori arabi e fulani), 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation, il cui leader è Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, fulani di origine camerunense), FPRC (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique), UNPC (Unité pour la paix en Centrafrique), anti-balaka della fazione Mokom e anti-balaka fazione Ndomaté.
Il raggruppamento politico KNK (Convergenza Nazionale “Kwa Na Kwa”), partito fondato da Bozizé nel 2004, nega qualsiasi coinvolgimento del loro leader. E bisogna anche precisare che il documento in questione è stato siglato non direttamente dai grandi capi, bensì solo da rappresentanti dei vari movimenti, che, senza ombra di dubbio, sono i raggruppamenti armati più forti e potenti nella ex colonia francese.
MINUSCA, la Missione delle Nazione Unite, presente nel Paese dal 2014, conta attualmente 13.432 uomini. Sostiene che nel tentativo di sovvertire le regole e di prendere il potere siano implicati MPC, 3R e degli anti-balaka. Mentre l’UPC ha confermato la propria adesione alla nuova coalizione. Fino a questo momento la situazione di FPRC è poco chiara. E’ possibile che solamente alcuni membri si siano associati. I miliziani ex Séléka aderiscono ai partiti musulmani, mentre gli anti-balaka raggruppano cristiani e animisti.
Venerdì scorso MINUSCA è intervenuta nell’ovest del Paese, perché i gruppi armati in questione hanno occupato alcune località che si trovano lungo la strada verso la capitale Bangui, minacciando il presidente uscente Faustin-Archange Touadéra, che prenderanno il potere se si dovessero verificare brogli elettorali.
Touadéra si è ricandidato per un secondo mandato. Gli altri due concorrenti sono: Catherine Samba-Panza,ex capo di Stato del Paese dal 2014-2016. e Martin Ziguélé, già primo ministro dal 2001-2003.
Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto a tutte le parti in causa di risolvere le divergenze in modo pacifico nell’interesse della popolazione, già duramente provata da anni di conflitti e instabilità.
La tensione è tangibile in ogni angolo della Repubblica Centrafricana, specie dopo le accusa rivolte dal governo di Bangui a Bozizé di voler destabilizzare il Paese. Anche l’annuncio dell’opposizione di temere brogli durante la tornata elettorale, non ha certamente placato gli animi.
Gruppi armati in Centradrica
E, secondo il giornale online “Le Potentiel Centrafricain”, truppe ciadiane sarebbero già schierate alla frontiera con il Centrafrica per venire in aiuto a Bozizé se dovesse riconquistare il potere.
Un Paese ricco di risorse naturali, che purtroppo dipende in gran parte dagli aiuti internazionali che sono passati dal 46,6 del 2018, al 52,6 per cento nel 2019. Secondo Han Fraeters, rappresentante della Banca Mondiale, se tali aiuti dovessero venire a mancare, il Paese si troverebbe in serie difficoltà per assicurare la continuità dello Stato: “tale dipendenza va ben oltre le entrate pubbliche”, ha precisato Fraeters. Infatti, il budget annuale medio del Paese – senza aiuti esterni – è di 156 milioni di euro; MINUSCA gestisce un pacchetto di oltre 800 milioni e i vari enti internazionali per lo sviluppo sborsano più o meno altrettanto ogni anno.
François Bozizé
Pur troppo tale assistenza viene utilizzata per lo più in investimenti a breve termine e i soldi servono soprattutto per aiuti umanitari immediati e non sono sufficientemente strutturati. Denis Vasseur, direttore Agence française de développement (AFD) nel Centrafrica, ha reso bene il concetto: “Gli aiuti umanitari ti danno il pesce, ma non necessariamente la canna da pesca”.
La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé ex golpista del 2003, dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era post François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 19 dicembre 2020
La miliardaria Isabel dos Santos, i suoi collaboratori e le società collegate sono sotto inchiesta penale in tre Paesi. La donna d’affari non può utilizzare di risorse economiche e finanziarie per centinaia di milioni di dollari. Almeno sette società sono state sequestrate per cause legali, è stata costretta a cedererne il controllo di tre e un’altra è in bancarotta. Anche la società civile angolana trova ulteriori motivazioni dopo i Luanda Leaks del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ) su Isabel.
Luanda Leaks come una boccata d’aria
L’attivista Laura Macedo: “Luanda Leaks è stata una boccata d’aria fresca che ci è entrata dalla finestra”. E Karina Carvalho, direttrice di Transparency International in Portogallo, rincara la dose: “Luanda Leaks è stata la chiave per un aumento dell’attivismo anti-corruzione in Angola. Ha portato nuova attenzione ai contabili e ad altri che sono complici nella deviazione sistemica di fondi pubblici per guadagni privati”.
Isabel dos Santos
Rintracciati 24 mld di USD rubati da dos Santos ma la corruzione continua
“Nessuno è abbastanza potente per non andare in prigione”, ha affermato il presidente angolano João Lourenço. La sua amministrazione ha rintracciato almeno 24 miliardi di dollari rubati sotto il precedente regime e accusa l’ex presidente-dittatore Eduardo dos Santos. La corruzione nell’ex colonia portoghese però continua anche sotto la presidenza di Lourenço. Edeltrudes Costa, capo dello staff presidenziale e braccio destro del capo dello Stato, avrebbe acquistato case di lusso all’estero tramite conti bancari offshore. L’acquisto, secondo i Leaks, sarebbe avvenuto dopo un contratto del governo per la ricostruzione degli aeroporti.
Manifestazioni contro la corruzione
Tra ottobre e novembre la gente e scesa in piazza con la parola d’ordine “L’Angola dice basta”, per protestare contro la crescente crisi economica del Paese. Ma anche perché la campagna anti-corruzione annunciata dal presidente non funziona. Secondo i manifestanti la classe politica attuale sta semplicemente sostituendo un gruppo di funzionari disonesti con un altro.
Da Dubai Isabel denuncia il governo angolano a colpi di tweet e appoggia i movimenti di piazza. “A Luanda, questo sabato più di 200 giovani, uomini e donne, hanno manifestato in piazza 1° maggio. Esigono i 500 mila posti di lavoro promessi nel 2017 dal presidente João Lourenço”.
Em Luanda este sabádo mais de 200 jovens, homens e mulheres, se manifestaram, no largo primeiro de maio, para exigir os 500 mil empregos prometidos em 2017, pelo Presidente João Lourenço. pic.twitter.com/MGEPClbxXA
Accusa anche la polizia di aver sparato contro chi manifestava davanti al tribunale di Luanda. “La polizia spara sui dimostranti davanti al tribunale di Luanda” – si legge nel tweet. “Manifestavano per il rilascio di diversi giornalisti arrestati mentre documentavano una marcia per i diritti civili, per l’occupazione e per migliori condizioni di vita. Sparatoria al tribunale”
Angola today. Police shoots at
protesters in Front of Luanda Court, requesting the release of
several Journalists arrested last Saturday while reporting a Civil
Rights March for Employment & better living
conditions.Tiroteio no tribunal https://t.co/BaiIwQLxC5
via @Angola
agora
Scetticismo sulla morte del marito della miliardaria
Durante la tragedia che sta facendo crollare l’impero economico di Isabel dos Santos, a ottobre, le è arrivato un colpo durissimo: la morte del marito, Sindika Dokolo, in un incidente subacqueo. Dokolo, di origine congolese, era un uomo d’affari e collezionista d’arte, anche lui implicato in schemi di corruzione rivelati dai Luanda Leaks. Ma qualcuno è scettico sulle cause della sua morte. Tra questi Ana Gomes, già eurodeputada socialista (2014-2019) e candidata alla presidenza alle elezioni portoghesi 2021. “Quando ha saputo la notizia della morte di Sindika Dokolo, sui social, ha reagito affermando: ‘Strano, molto strano’”, scrive Portal de Angola.
Un giornale scagiona dos Santos sul caso Sonangol
Mentre i Luanda Leaks fanno il giro del mondo, nel momento in cui scriviamo, un giornale portoghese scagiona Isabel dos Santos riguardo ai presunti 135 milioni di dollari americani di Sonangol, compagnia petrolifera nazionale. Il Jornal de Negocios scrive: “Il denaro è stato trasferito a Matter Business Solutions a Dubai in modo che, in qualità di ente coordinatore del processo di ristrutturazione di Sonangol, pagasse i servizi di consulenza”. E ricorda che “A gennaio 2020 l’ICIJ aveva indagato sul caso affermando che nonostante le fatture per i servizi, erano state presentate pochissime informazioni sulle consulenze. Questo fatto aveva sollevando dubbi sul controllo e la verifica di queste spese da parte di Sonangol ”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
18 dicembre 2020
Pochi giorni fa il governo di transizione del Mali ha inviato un folto gruppo di assistenti legali nella regione di Kayes per informare e sensibilizzare la popolazione sullo “schiavismo per discendenza”. Pratica ancora molto diffusa nella zona, malgrado una legge del 1905 che la abolisce ufficialmente.
I 28 paralegali sono stati formati grazie all’iniziativa Emifo, un vasto programma di ricerca-azione contro la schiavitù e la migrazione forzata a Kayes.
Sono molti gli errori commessi in passato: violenze, uccisioni e sfollati, problemi sorti in seguito al desiderio di emancipazione dei presunti schiavi. E Bakary Camara, docente alla facoltà di diritto pubblico all’università di Bamako ha precisato: “Tale ricerca fondamentale e applicata è finalizzata all’emanazione di una legge che criminalizzi la schiavitù.
Gli esperti dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite i primi di settembre hanno lanciato un appello al governo di Bamako: “Niente può giustificare il persistere della pratica della schiavitù in Mali”. Hanno inoltre specificato che è altrettanto importante che le istituzioni del Paese contrastino i leader religiosi che tollerano queste pratiche spaventose.
La tiratina alle orecchie alle autorità del Mali è sopraggiunta dopo l’uccisione di quattro militanti anti-schiavisti nella notte tra il 1° e il 2 settembre 2020.
Il terribile fatto di sangue è avvenuto a Djandjoumé, nella regione di Kayes. I quattro sono stati legati, picchiati a sangue, poi buttati in acqua, perché si rifiutavano di riconoscere il loro status di “schiavi per discendenza”. Anche i familiari sono stati linciati a colpi di machete.
Tra le persone che hanno subito il linciaggio, c’è anche un uomo di 69 anni, che già due anni fa era stato bastonato con forza. Allora gli aggressori erano stati condannati a un anno di prigione con la condizionale. Nessuno di loro è mai stato in galera, nemmeno mezza giornata e la vittima non ha ricevuto nessuna protezione dopo l’aggressione del 2018.
L’MSDH, Movimento per la Salvaguardia dei Diritti Umani (in Mali) ha condannato severamente questi gravissimi fatti e ha chiesto che i responsabili vengano arrestati e processati.
Schiave in Mali
Mentre la Commission Nationale des Droits de l’Homme (CNDH) ha ricordato a Bamako, che, secondo l’articolo 2 della Costituzione “Tutti i cittadini maliani nascono liberi e uguali in dignità, diritti e doveri. Ogni discriminazione fondata sull’origine sociale, colore, lingua, razza, genere, religione, opinione politica è vietata”.
Il CNDH ha fatto riferimento anche alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli e ha invitato il governo a aprire quanto prima un dialogo inclusivo volto a risolvere una volta per tutte la questione “schiavitù per discendenza”. Infine il presidente di CNHD ha lanciato un appello alla popolazione di cessare tutte le violenze e di operare per la pace e coesione sociale.
Secondo la ricercatrice Benedetta Rossi dell’università di Birmingham (Dipartimento di Studi africani e antropologia), nel Sahel l’ideologia che giustifica la schiavitù non è ancora completamente sradicata. Purtroppo in Africa la schiavitù per discendenza coesiste con la tratta degli esseri umani e la schiavitù sessuale, fenomeni particolarmente diffusi in zone dove in tempi recenti si sono consumati conflitti. Ma soprattutto la schiavitù per eredità è ancora presente nella cultura di queste società (Ciad, Mali, Mauritania, Burkina Faso e Niger).
In Mali le etnie soninke, malinke o fulani sono suddivise in caste: i nobili, gli artigiani, i griots (poeti, cantori) e gli schiavi. E appunto nella regione di Kayes esiste ancora il fenomeno specifico della schiavitù per discendenza.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
‘We reasoned that all this running and suffering is not going to end;
the best thing is we should look for peace.’
The New Humanitarian Oby Anyadike
Senior Editor, Africa Kajuru, Nigeria, december 2020
Solomon Magaji can still see what’s left of his home from the opposite bank of the Kaduna River, but he can also see the men who torched it grazing their cattle untroubled on the abandoned fields around his village in northwestern Nigeria.
Magaji, a quietly spoken single father, lost everything in the attack one night in May – so sudden all he had time to do was grab his eight-year-old son and run. “Two of my cousins were killed,” he told The New Humanitarian. “My house, my grain: It was all burnt to ashes.”
No help has come for the roughly 1,500 people scattered by the attack. Instead, survivors are being looked after by friends, relatives, and private charities. They have zero plans to return home: That would require the help of the police to guarantee their safety.
Overstretched, the police justify their inaction by blaming the remoteness of the village, Unguwar Haraha Gofe, and the difficulty of the terrain.
“The government is not doing anything,” said Magaji – a not-so-subtle suggestion that the authorities have little sympathy for opposition-supporting communities in the Southern Kaduna region. “Even if we could go back, all our houses are destroyed. Where would we stay?”
The village of Goska, in Southern Kaduna, was attacked and homes torched in 2017. (Obi Anyadike/TNH)
What happened in Unguwar Haraha Gofe has been replicated in scores of villages in Southern Kaduna in recent years. At least 366 people were killed in communal violence in the first seven months of this year alone – deepening the bitterness that has complicated the many attempts to find peace.
This fertile agricultural zone is home to at least 30 ethnic groups – predominantly Christian farming communities. Collectively, they are a minority within Kaduna state, where political and economic power is held by the Hausa-Fulani majority, who are almost exclusively Muslim.
The flashpoint for conflict is typically a dispute between “indigenous” farmers and Fulani pastoralists, who range across West Africa with their herds. The expansion of settled farmland has blocked legally-demarcated stock routes, and when crops have been trampled and water points fouled – or cattle killed or stolen – trouble has quickly followed in a tit-for-tat spiral of ever-worsening violence that has displaced an estimated 50,000 people in recent years.
More than tribe
Jonah Luka has been both victim and culprit. The stocky businessman is from Doka village, where 14 people were killed in a single July attack carried out by men he recognised only as Fulani. What followed was two weeks of reprisals that Luka – after totting up the toll settlement by settlement – calculated had killed over 40 Fulani.
Yet Luka, Doka’s saraki or community leader, has no evidence those killed in revenge had anything to do with the original attack. All he knows is they were Fulani, and because there’s no faith in the state’s corrupt and over-burdened judicial system, that was – for him – enough reason for them to die.
“People’s blood was boiling,” he told TNH. “We had lived peacefully with the Fulani. There was nothing between us. But on the night of the attack, they left without informing us, so we assume they knew the attack was coming.”
The violence in Southern Kaduna increasingly goes beyond ethnic conflict: Old-fashioned banditry has complicated the picture, with a surge in attacks that appear to target anyone and everyone.
Typically, the attackers are young Fulani menwho may have lost their own herds to earlier banditry – a body blow in a culture that revolves around cattle. From their accents, many are believed to come from further north, from Nigeria’s poorest state of Zamfara, itself roiled by violence.
The men occupying Magaji’s village, for instance, are Fulani, but he’s sure they are not from his local community. He doesn’t know why they came, only that they are on his land and he is now struggling to find odd jobs to feed his son.
“What is purely criminal is being interpreted along religious and ethnic lines,” said Maurice Amollo, country director of Mercy Corps, an international humanitarian NGO working on conflict resolution in Southern Kaduna.
But that’s little comfort for the communities suffering the sudden attacks, trying to understand why they are victims; why the security forces are failing to protect them; and why the state government isn’t providing them with aid.
Blame game
Patrick Margai chairs the Kajuru Trust and Reconciliation Committee, which brings together the Adara – the majority ethnic group in the area – and the Fulani and Hausa communities to seek solutions to the conflict.
Ahead of the start of a mediation effort, his committee, supported by the state-appointed Kaduna Peace Commission, has asked community leaders in the Kajuru district to prepare formal position papers to better understand their grievances.
All the papers TNH has seen cite banditry as the overwhelming threat, but that’s where the common understanding ends.
The Adara accept the attacks are by external Fulani “criminals and terrorists” but allege they are abetted by “bad eggs” within the local Fulani community. “The accusation is that they invite the bandits to help them settle scores,” said Margai, a former Adara politician.
For the Fulani in Kajuru, the speed with which that suspicion hardens to accusation, and then retribution, is the problem.
“They always accuse us of knowing about the attacks, but the attacks continue when [we are no longer in the community],” said Yusuf Suleiman of Miyetti Allah Cattle Breeders Association of Nigeria (MACBAN), the main Fulani lobby group.
MACBAN insists its members are the original victims of the violence. It’s now too dangerous to roam any distance with cattle, and more and more Fulani are abandoning the nomadic lifestyle, opting to settle and urging the authorities to set aside land and open schools.
Banditry is an equal opportunities employer. The money to be made means young people in every community are increasingly involved – and perceptions are slowly changing over who is likely to be an outlaw. “There can be informers even within your [Adara] family,” Margai noted.
A local deal
Communities can unite around that mutual threat, Margai suggested. And the village of Doka is now an example – perhaps a surprising one – of how Adara and Fulani can build bridges to try to overcome divisions and return to co-existence.
It began with the realisation that the tit-for-tat violence had hurt everyone. Markets in the area closed as people became too nervous to mingle, and the local economy – based on livestock and agricultural sales – tumbled.
It’s not clear who had the idea first to reach out in friendship; it seems both Adara and Fulani communities had independently been discussing a peace initiative to find a way out of the impasse.
In their words: Jonah Luka, businessman from Doka
“We were looking for a solution,” said Luka. “We reasoned that all this running and suffering is not going to end; the best thing is we should look for peace.”
In August, he got a phone call from Amadu Suleiman, the ardo or Fulani community leader in next-door Kasuwan Magani, inviting him to a meeting. “As we talked together, discussing what had happened, both sides agreed to forget, and build a new peace,” Luka told TNH.
At the meeting, it was floated that the Fulani should return to Doka, and that the weekly market should reopen as a sign of unity.
“They gave us security guarantees: that no Fulani man would be harmed; that they should come back with their families and animals,” said MACBAN’s Suleiman, the ardo’s son. “When you hear that, from the people that live in that place, it gives you confidence.”
In the final step to reconciliation, the elders were invited to Doka. The Fulani mosque was swept clean, and community leaders assembled for Friday prayers.
“That sealed the deal,” said Suleiman. “Both sides had discussed what had happened and agreed to forgive and let the issue go.”
Joint community patrols now keep an eye open for anybody that looks suspicious. Armed with just flashlights and machetes, they would be no match for AK-47-wielding assailants. So far, though, there has been no trouble.
Bigger picture
Cafra Caino, the Kajuru Local Government Area chairman, swept into his office with a small entourage in tow. He’s not in every day, preferring to spend most of his time in Kaduna, so the sofas lining one wall were filled with people trying to grab his attention.
Young and energetic, he saw the banditry problem as his biggest challenge. He applauded what happened in Doka, but was under no illusion that it was a hyper-local deal in a small corner of Southern Kaduna – Kajuru can’t insulate itself from the broader conflict dynamics.
He estimated that there may be as many as 1,000 bandits, drawn from across northern Nigeria, roaming a vast tract of empty land, taking advantage of poor communications coverage and barely motorable roads.
“No one controls the bush; they control it,” Caino told TNH. “It could have repercussions next year: If farmers keep getting attacked and there’s no farming, then there’s no food.”
He spoke animatedly about the need for military boots on the ground, better intelligence, and the creation of local armed vigilantes. But this is an old, exhausted playbook that has achieved little success in other parts of the country – in Zamfara it made things worse, as vigilante groups started targeting Fulani indiscriminately.
Margai, of the Kajuru peace committee, argued that resolving the crisis will require more than just Adara and Fulani sitting down together. He called for a rural development plan and a state government that is “impartial” – his implication being that the authorities are pro-Fulani.
Suleiman of MACBAN acknowledged those fears. “People don’t have confidence in the government, so we prefer to do this ourselves,” he told TNH. “It must be from the grassroots. We’re the people that can bring peace.”
As Suleiman sat on a wooden bench outside his home in Kasuwan Magani, a neatly dressed man approached. He spoke politely in Hausa, the lingua franca of the north, and left a while later.
“He’s from [the village of] Afogo and he wants to meet with my father,” explained Suleiman. “He wants to speak to him about the Fulani returning: There is not one single Fulani man living there anymore. I think we’ll agree.”
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 17 dicembre 2020
La donna più ricca d’Africa, Isabel dos Santos, demolita da Luanda Leaks. Salita in brevissimo tempo nell’olimpo della ricchezza, la miliardaria angolana sta cadendo pesantemente nella polvere. Secondo la classifica della rivista Forbes è al 13° posto tra le persone più ricche d’Africa, con un patrimonio stimato di 1,6 miliardi di USD nel 2020. Il suo impero economico-finanziario si sta sgretolando a causa di una possente indagine del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ).
Isabel dos Santos nella pagina web di Forbes (Courtesy Forbes)
Chi è Isabel dos Santos
La miliardaria angolana, primogenita dell’ex presidente-dittatore Eduardo dos Santos, è un ingegnere, da molti viene definita intelligente, capace manager e grande businesswoman. In Portogallo e Africa ha cospicui interessi in settori strategici dell’economia e nella finanza: energia, telecomunicazioni, media, vendita al dettaglio. È azionista dell’azienda olandese di telefonia mobile Unitel International Holdings BV, che ha sedi in Angola, Zambia, São Tomé e Principe e Capo Verde. Detiene azioni di varie aziende di diamanti e produzione di petrolio e del Nova Cimangola, il più importante cementificio angolano.
Con l’uscita di Eduardo dos Santos dalla vita politica, nel 2017, è iniziata la discesa della miliardaria. João Lourenço, eletto alla presidenza dell’Angola, l’ha licenziata da capo della compagnia petrolifera nazionale Sonangol incarico avuto dal padre nel 2016. Secondo i Luanda Leaks per diversi mesi, avrebbe fatto trasferire da Sonangol almeno 115 milioni di USD. I bonifici sono andati sul conto della società offshore Matter Business Solutions con sede a Dubai che non fa domande sull’origine del denaro. Quindi Isabel dos Santos si è trasferita in Portogallo e in seguito negli Emirati Arabi. Lo scorso 22 gennaio, il governo angolano l’ha accusata di riciclaggio e corruzione, accuse che lei respinge e si definisce perseguitata politica.
Dietro Luanda Leaks il team comprendeva giornalisti della BBC, The Namibian, New York Times e il settimanale portoghese Expresso. I reporter investigativi, seguendo gli indizi in decine di Paesi, nel 2019 hanno setacciato settecentomila documenti sulle attività di Isabel. La documentazione è stata condivisa con ICIJ dalla Platform to Protect Whistleblowers in Africa (PPLAAF), gruppo di difesa legale con sede a Parigi.
Quei documenti sono stati una manna per il presidente angolano João Lourenço. Eletto dopo 37 anni di ininterrotta presidenza di Eduardo dos Santos, Lourenço ha promesso di combattere la corruzione. E, secondo il capo dello stato, Isabel dos Santos si è arricchita in modo illecito anche attraverso la corruzione. Anche se a volte viene da pensare che la “persecuzione” di Isabel sia una resa dei conti tra Lourenço e dos Santos padre.
Da sinistra: l’attuale presidente dell’Angola, Joao Lourenço e l’ex presidente Eduardo dos Santos
I Leaks hanno messo a fuoco corruzione
L’ICIJ lo scorso gennaio ha pubblicato i Luanda Leaks. Un lavoro di documentazione con 20 Paesi partner che ha spaziato in un ventennio di attività di Isabel dos Santos. “I Leaks – scrive Will Fitzgibbon di ICIJ – hanno messo a fuoco corruzione e fuga della ricchezza verso i centri offshore. Ma anche una tentacolare industria di fondi neri che consentono e accelerano il saccheggio di intere nazioni”.
Consulenza milionaria
Tra i consulenti di Isabel dos Santos c’è la PricewaterhouseCoopers (PwC), la seconda tra le quattro più grandi aziende di revisione dei bilanci al mondo. Per i suoi servigi ha avuto oltre un milione di USD nonostante ci fossero segnali che si trattava di corruzione. Intorno alla miliardaria ora si è creato il vuoto e avvocati, consulenti e contabili sono spariti. Come succede spesso in queste situazioni.
La maggior parte degli studenti della Government Science secondary school di Kankara, nel distretto di Katsina, nel nord-ovest della Nigeria, rapiti da Boko Haram tra venerdì e sabato notte, sono stati liberati.
Liberati gran parte degli studenti della Government Science secondary school di Kankara, Nigeria
Lo ha confermato in un breve intervento nella TV di Stato Nigerian Television Authority (NTA), il governatore di Katsina, Aminu Bello Masari. “In tutto sono stati liberati 344 ragazzi; sono stati sequestrati dai terroristi e trattenuti per quasi una settimana in una foresta nel vicino stato di Zamfara. Non siamo ancora riusciti a recuperare tutti”.
Boko Haram aveva confermato il rapimento in un video, nel quale sono stati ripresi anche alcuni degli studenti sequestrati. Il filmato è stato ritenuto autentico, mentre un audio-messaggio, non è stato attribuito al leader di Boko Haram, Abubakar Shekau. Secondo gli esperti si tratterebbe di un impostore.
Abubakar Shekau, leader di Boko Haram
I ragazzi sono ora a Katsina e dopo le visite mediche saranno restituiti alle famiglie. Sembra che nessuno sia stato ucciso dai sequestratori, ma molti dettagli di questo rapimento restano tutt’ora oscuri.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2020
La fantasia e la creatività africana non conoscelimiti. Stilisti e grandi sarti hanno dato il meglio di sé anche in tempo di pandemia e per le sfilate di quest’anno hanno scelto un set insolito, ma incredibilmente affascinante.
Due baobab in mezzo alla savana ha fatto da sfondo a modelle e modelli di straordinaria bellezza. Corpi scolpiti, perfetti, unici, tra loro anche albini, hanno valorizzato in modo eccelso le eccezionali creazioni dei migliori stilisti africani, pronti a conquistare i mercati del mondo intero.
Dakar, Fashion week 2020
La fashion week di Dakar è arrivata alla sua 18esima edizione; la prima, ideata dalla stilista senegalese Adama Paris, si è svolta nel 2003 e da allora è stato un susseguirsi di successi e ogni anno è il parquet dei migliori creatori di moda del continente.
E anche quest’anno Dakar vibra letteralmente al ritmo delle sfilate, ma non mancano conferenze, ateliers, serate a tema che hanno come filo conduttore la moda, la bellezza, la creatività, il talento.
Una modella sfila durante la Dakar Fashion week 2020
Come ogni anno, gli organizzatori puntano a valorizzare diversità, talento originalità dei tanti stilisti del continente, che, come d’abitudine, portano una ventata di rivoluzione nel mondo della moda africana.
Nel corso degli ultimi 5 anni diversi giovani talenti hanno sfondato porte che sembravano inaccessibili. Alcune celebrità, come Beyoncé, Alicia Keys, Rihanna, durante le loro apparizioni in pubblico, hanno sfoggiato con grande classe abiti di stilisti africani.
E’ il caso di Sarah Diouf, fondatrice del marchio Tongoro, che ha avuto la fortuna vedere alcune sue creazioni indossate da Beyoncé, che le ha anche ampiamente pubblicizzate sui social network e che sono diventati il principale trampolino di lancio delle nuove tendenze.
Beyoncé con un abito di Tongoro
Invece altre, come Fatima Zahra Ba, fondatrice del marchio So’fatoo, hanno fatto parlare di sé grazie alla rielaborazione di stoffe tradizionali, con le quali creano abiti eleganti, che si ispirano, come lei stessa ama definirli “alla regalità africana”.
Secondo gli organizzatori, la fashion week di quest’anno si ispira alla ricchezza culturale dell’Africa. Perché al di là delle sfilate che rivelano i talenti di giovani stilisti, l’edizione 2020 va oltre: all’appuntamento odierno si associano anche la riscoperta dell’artigianato e la musica africana che contribuiranno ai giovani stilisti senegalesi di affermarsi sulla scena internazionale.
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