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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Coppa d’Africa, sorprese emozionanti: battuti i più quotati, vincono le matricole

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 9 luglio 2019

La disperazione dei Faraoni corre sul Nilo per colpa dei Bafana Bafana

I Leoni Indomabili sono stati domati dalle Super Eagles. I leoni di Atlantide sono stai divorati dai vegetariani Scoiattoli. Le Aquile di Cartagine volano sulle Stelle Nere. I miti Zebù hanno incornato i Leopardi.Nel mezzo del cammin della sua vita, la Coppa d’Africa di calcio esibisce un campo di appassionanti e clamorose sorprese.

La caduta di alcune big negli ottavi di finale conferma che la palla è rotonda e che – ricordando la saggia massima di Giovanni Trapattoni – “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Illustri e titolate nazionali calcistiche africane, i quarti di finale della Coppa delle Nazioni Africane, (o – più precisamente –  Total Africa Cup of Nations), che si giocheranno il 10 e l’11 luglio, li soffriranno davanti al teleschermo.

Ma – per il lettore non avvezzo a mangiare pane e pallone – vediamo di sciogliere quello che sembra un enigma di appellativi o soprannomi.

I padroni di casa dell’Egitto, noti come i Faraoni, sabato sera, sono stati fatti fuori dal Sud Africa, ovvero i Bafana Bafana. E pure in modo ignominioso. Per diverse ragioni: il team della terra del Nilo ospita la 32° edizione del torneo, quindi giocava in casa; era tra i maggiori favoriti alla vittoria finale ed era guidato da Mohamed Salah Galy, detto Momo. Questi – ne abbiamo parlato anche su questo quotidiano online  – è uno dei più celebri attaccanti del Liverpool e dell’intero football africano. Senza dimenticare che i Bafana Bafana erano giunti alla competizione quasi per miracolo. La sconfitta per 1-0, subita davanti al pubblico di casa ad opera dei meno titolati sudafricani, ha tolto a Momo la possibilità di vincere il pallone d’oro (e infatti ha dichiarato di essere devastato). Ma ha portato anche all’immediato licenziamento dell’allenatore, Javier Aguirre Onaindia, 61 anni, ex calciatore messicano e alle dimissioni del presidente dell’Egypt Football Association, Hani Abo Rida.

Insomma un lutto e un disastro nazionali all’ombra delle Piramidi.

Il Camerun, i cui giocatori sono soprannominati “i Leoni Indomabili”, campioni in carica, a sorpresa sono stati mandati a casa dai Super Eagles nigeriani, allenati dall’ex giocatore olandese del Milan, Clarence Seedord, al termine di un emozionante incontro finito 3-2. Tra i nigeriani hanno fatto festa anche gli “italiani” Aina del Torino e Troost-Ekong dell’Udinese, schierati titolari dal commissario tecnico tedesco Gernot Rohr. Nei quarti di finale, domani 10 luglio, si sfideranno tra loro proprio Nigeria e Sudafrica.

Restando nel campo dei Leoni, quelli di Atlantide, (appellativo dei marocchini), sono stati beffati dagli scoiattolini del Benin, che, quattòn quattoni, si sono qualificati con tre pareggi, e con l’unica vittoria, contro il  Marocco il 5 luglio, ottenuta ai rigori dopo l’ennesima parità ai tempi supplementari.

Ma torniamo alle Aquile. Ieri notte, “Le Aquile di Cartagine”, come è definita  la nazionale di calcio della Tunisia, sono volate ai quarti di finale alla conclusione di un match contro il Ghana, ribattezzato “Stelle nere”.

Un match che è poco definire folle, con un epilogo da infarto nello stadio di Ismailia. Le due squadre sono andate ai tempi supplementari su 1-1, si sono sfiancate per un’altra mezz’ora e alla fine si sono confrontate con i calci di rigore. E ha vinto per 6 – 5 la Tunisia, che se la vedrà con la grandissima, inattesa new entry: il Madagascar.

Proprio i malgasci, noti in Africa come  Barea o Zebu, alla prima presenza nel più importante torneo continentale.

Prima di elogiare i Barea è opportuno un attimo di pausa per il riassunto delle puntate perdute.

La Coppa delle Nazioni Africane è in svolgimento dal 21 giugno scorso e per la prima volta vi partecipazione 24 squadre, purtroppo nel periodo più caldo dell’anno! Le 24 nazionali sono state suddivise in sei gironi Al termine della prima fase, in tutto 36 partite giocate fino al 2 luglio) le prime due di ogni gruppo e le quattro migliori terze sono andate agli ottavi di finale. In tutto 16 compagini che si sono sfidate a eliminazione diretta (dal 5 all’8 luglio), con supplementari e rigori in caso di parità. E qui è venuto il bello (o il brutto) a seconda dei punti di vista. Ai rigori si è qualificato il Benin (che il 10 luglio se la vedrà col Senegal), e ai rigori il Madagascar ha piegato la Repubblica Democratica del Congo.

Afocon 2019: giocatori malgasci esultano

Ha scritto Walter Perosino di Tuttosport: “Il Madagascar non si ferma più e continua a stupire un continente. Questa matricola terribile rappresenta un’isola e conta qualcosa come un milione di abitanti, nazionale a quota 108 nel ranking Fifa. Eppure ad Alessandria idealmente sugli spalti (quasi vuoti ndr) era accomodata tutta la nazione, un’onda travolgente di passione contagiosa confermata dalla presenza in tribuna d’onore del presidente nazionale Andry Rajoelina. Di solito i politici si fanno vedere quando si celebra l’ultimo atto, ma in Madagascar ogni partita vale come una finale. Le Barea sono diventati degli idoli nazionali, così come il tecnico che li ha ispirati, il francese Nicolas Dupuis, un part-time che divide il suo impegno tra la nazionale malgascia e la squadra francese Football Club Fleury 91, specializzata nel crescere giovani calciatori. La nazionale che si ispira agli zebù, animale che appare stilizzato nello stemma ufficiale e sulle maglie, allinea giocatori dai cognomi impossibili da memorizzare – esempio la stella Charles Andriamanitsinoro, attaccante dei sauditi dell’Al-Adalah -, ma sta tenendo fede allo slogan coniato dai tifosi accorsi in Egitto, never give up, non mollare mai, per proseguire un sogno che nessuno all’inizio del cammino avrebbe potuto immaginare”.

La collega del Guardian, Amy Lawrence, non è stata da meno. Ha ricordato che la quarta isola più grande del mondo è ricca di natura ma anche di… povertà e povera di impianti calcistici nonostante il pallone sia lo sport nazionale.

E ha fatto conoscere episodi toccanti. Quando nel 2001 la nazionale alloggiava in un albergo in costruzione, i giocatori stavano attenti a non disturbare gli imbianchini, a non inciampare nei cavi elettrici e nelle galline che circolavano starnazzanti in quella che doveva essere la reception. Eppure oggi i Barea possono sognare. Dopodomani, allo stadio Al Salam, del Cairo, si opporranno alla Tunisia, una delle formazioni più quotate del Continente nero. Ha vinto la Coppa d’Africa nel 2004 e si è qualificata per ben 5 volte alla fase finale dei Campionati del Mondo.

Insomma Golia contro Davide. Ma i miti Zebù vogliono stupire ancora.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Silvia Romano le nuove indagini e i messaggi alle sue amiche

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, luglio 2019

“Appena letto. Bellissimo. Grazie di aver pensato a me. Anche io mi ci sono rispecchiata tanto. E più passano i giorni, più sono convinta della mia scelta di andare contro corrente. Contro gli schemi della società che ti impongono tanti limiti. Ma io non voglio seguire il giudizio di persone care, un papà o un’amica, che non possono capire questa scelta e non la comprenderanno mai. Non gliene faccio una colpa. Mi dispiace, per loro che non immaginano quanta vita si perdono a fare del bene. A entrare nella quotidianità di altri popoli. A viaggiare, avere nuovi amici splendidi di un altro continente. Come fratelli. Incontrare la luce che hanno questi bimbi. E vorrò continuare a seguire questa strada finché lo sentirò.

Questo è il messaggio whatsapp scritto da Silvia a una delle sue migliori amiche. Era felice di andare ad aiutare i meno fortunati di lei

Negli ultimi quattro mesi ho incontrato così tante persone straordinarie. Tra cui anche tu. Che mi hai regalato il viaggio e sono sicura che ne incontrerò ancora tante. E così diventerò una persona migliore”.
Così l’11 novembre, cioè nove giorni prima di essere rapita, e subito dopo aver letto il libro “Bianco come Dio” di Nicolò Govoni, Silvia Romano scriveva a una sua amica. “Un messaggio che trasuda determinazione, caparbietà e tanta intelligenza. Una capacità di andare contro corrente per capire il mondo e non farsi travolgere da esso. Lei ci provava con tanto cuore e braccia aperte verso gli altri, i meno fortunati di lei – spiega Anna (il nome è di fantasia per rispettare la privacy in un momento tanto delicato) la ragazza che era l’amica del cuore di Silvia – . Lei rappresenta l’Italia migliore di cui andare orgogliosi.”

Dopo che per settimane le indagini sul rapimento di Silvia Romano, sequestrata il 20 novembre in un piccolo villaggio keniota, erano ferme, ora finalmente qualcosa si sta muovendo. I carabinieri del ROS hanno convocato altre persone ascoltate come “informate dei fatti”. Amiche di Silvia, volontari e volontarie che hanno lavorato a Chakama per l’organizzazione Africa Milele, dove la giovane milanese rapita prestava la sua opera di aiuto ai bambini locali. Ma non solo. Anche gli inquirenti kenioti hanno finalmente dato segni di vita. A Chakama, il villaggio dove la giovane italiana è stata portata via da un commando di uomini armati solo di pistole e di una granata lanciata più per spaventare che per uccidere, sono ricomparse le camionette della polizia.

“La violenza al momento del ratto – commenta un ispettore di polizia a Nairobi – sembrava più una messa in scena teatrale. I rapitori hanno portato via Silvia in spalla, hanno raggiunto il fiume Athi Galana Sabaki, poco lontano, quasi in secca. L’hanno guadato a piedi e quindi raggiunto le motociclette che avevano lasciato al di là. Avrebbero potuto agire di sorpresa, arrivare a Chakama direttamente in sella dei loro mezzi, prendere Silva e allontanarsi così. Invece hanno scelto una strada più complicata e difficile dove qualcuno avrebbe potuto seguirli e individuarli. Nessuno invece gli è andato dietro”. L’ispettore e ottimista: “Se dovessi scommettere direi che Silvia è viva e tenuta da qualche parte”.

La ventitreenne milanese Silvia Costanza Romano

Indagini effettuate in loco da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano hanno chiarito alcune cose sul conto di Francis Kalama, il pastore anglicano che Silvia aveva denunciato alla polizia per molestie nei confronti di alcune bambine. In realtà il religioso si chiama Francis Kahindi Charo, è originario di Malindi, dove vive con la sua famiglia. Ora risiede a Marafa, un altro piccolo villaggio dell’interno (guarda caso al di là del fiume Athi Galana Sabaki) dove è stato inviato come sacerdote a guidare la comunità dell’ACK, African Churches of Kenya, in quell’area.

Sabato scorso, stava celebrando un funerale. Nessuno dei partecipanti sapeva della denuncia fatta da Silvia. Lo stringer del Fatto Quotidiano domenica mattina ha avuto modo di scambiare poche parole direttamente con lui: “La polizia non mi ha cercato e non so di nessuna denuncia nei miei confronti. A novembre, quando ho conosciuto Silvia – ha continuato – sono andato a Chakama per la prima volta. Ero stato mandato lì dal mio superiore per organizzare la nostra comunità. Ci tornerò tra poco – ha aggiunto -. Ho saputo del rapimento della ragazza dalla radio nazionale. E, ripeto, non so nulla della denuncia”.

Al villaggio dove la ventitreenne milanese è stata rapita è arrivata la notizia che le indagini sono riprese in maniera assidua. Pattuglie della polizia continuano a muoversi per i polverosi sentieri del centro abitato. Venerdì gli agenti hanno prelevato alcune persone che sono state portate alla centrale di Malindi per nuovi interrogatori. Si tratta di Ronald Karissa, il ragazzo che si trovava in casa con Silvia al momento del rapimento e si è preso una bastonata perché non si muovesse, e, di nuovo, Elizabeth Kasena, la ragazza dal cui telefono risultano partite delle chiamate ai cellulari dei rapitori. Con loro è stato portato a Malindi per essere interrogato come testimone anche l’area chief (una sorta di sindaco) di Chakama. Moses Lwali Chende, l’uomo arrestato subito dopo il rapimento di Silvia e marito di Elizabeth Kasena, accusato di avere partecipato alla logistica del rapimento è a breve (fine luglio primi d’agosto, la data non è stata ancora fissata) atteso al tribunale di Malindi per essere processato.

La polizia keniota sospetta che tra le persone interrogate ci sia qualcuno che da giorni stava monitorando in maniera insospettabile i movimenti di Silvia e delle persone addette alla sicurezza e che, in qualche modo, abbia fatto da “palo”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

Dal Nostro Archivio l’Inchiesta sul Rapimento di Silvia Romano

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

Those are the Translations of the Article

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

La dannazione ebola: in poco meno di un anno uccise dal virus 1600 persone

Africa ExPress
Kinshasa, 7 luglio 2019

In poco meno di un anno la decima epidemia di ebola, che si è presentata in due province della Repubblica Democratica del Congo (Nord Kivu e Ituri) il 1° agosto 2018, ha ucciso 1.613 persone. Durante questo periodo sono state vaccinate quasi 152.000 persone; malgrado ciò ben 2.295 hanno contratto la malattia e tra loro solamente 667 sono guarite dal temibile virus.

Qualche giorno fa è morta una donna a soli settanta chilometri dal confine con il Sud Sudan, Paese che ora è in stato di massima allerta. Nel più giovane Stato della Terra, che ha ottenuto la sua indipendenza dal Sudan solamente nel 2011, e dove si sta consumando una terribile guerra civile dalla fine del 2013, il servizio sanitario è ovviamente particolarmente precario. Le autorità di Juba hanno fatto sapere di aver inviato sette persone nel Yei River State, che confina con il Congo-K, per incrementare i controlli al confine.

Epidemia di ebola nel Congo-K

La donna è morta a Ariwara, un importante centro commerciale nella ex colonia belga. Precedentemente era stata a Beni, nel Nord-Kivu, distante oltre 500 chilometri dal luogo del decesso.

Rory Stewart, segretario di Stato britannico allo Sviluppo internazionale, durante il suo breve soggiorno nel Nord-Kivu, ha chiesto a tutte le organizzazioni impegnate nella lotta contro ebola, nonchè alle autorità di Kinshasa, un impegno ancora maggiore per debellare la patologia, che rischia di destabilizzare tutta la regione. La Gran Bretagna contribuisce anche finanziariamente al progetto volto a contrastare ebola direttamente attraverso il DFID (acronimo inglese per Dipartimento per lo sviluppo internazionale, un organismo governativo del Regno Unito responsabile della gestione degli aiuti d’oltremare).

Mentre Omar Aboud, a capo della Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MINUSCO) a Beni (Nord-Kivu), durante la commemorazione in occasione del 59esimo anniversario dell’indipendenza, ha sottolineato che bisogna mettere in campo tutti gli sforzi possibili per liberare la popolazione dall’ebola e dai continui attacchi dei gruppi armati.

Pochi giorni fa il capo Maï-Maï (Union des patriotes pour la libération du Congo), Kambale Mayani, durante un incontro con le autorità militari della regione, ha dichiarato di essere disposto a deporre le armi.

Miliziani del gruppo armato Maï-Maï, Congo-K

A Ituri la situazione è ancora precaria, dopo gli scontri etnici delle ultime settimane, che hanno causato la morte di oltre 160 persone. E PAM (Programma Alimentare Mondiale), ha fatto sapere di aver triplicato i propri sforzi per assistere il sempre crescente numero degli sflollati. Per arginare la propagazione di ebola, l’Organizzazione assiste con aiuti alimentari particolari le persone affette dal virus e coloro che sono entrati in contatto con i malati.

Secondo PAM, attualmente gli sfollati sono oltre 4,5 milioni, persone che provengono per lo più da zone rurali e non possono continuare a coltivare le loro terre. In tutto sono ben 13 milioni i congolesi vivono in condizioni di insicurezza alimentare estrema, tra loro 5 milioni di bambini.

Da oltre vent’anni nel Paese si stanno consumando innumerevoli conflitti che si sono intensificati dal 2016, in particolare nell’est e nel sud-est del Paese.

Africa ExPress
@africexp

Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

 

Silvia Romano, the New Investigations and the Texts to her Friends

From our Special Correspondent
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, July 2019
“Just read. Very beautiful. Thank you for thinking of me. I also see myself in it. And as the days go by I am more and more convinced of my choice of fighting the current. Against societal schemes that impose limits. But I don’t want to conform to the opinions of the people close to me, a dad or a friend, that cannot understand this choice and never will. I don’t blame them. I feel bad, because they can’t even imagine how much life you gain when you do good for others. When you enter other people’s everyday life. When you travel, when you make new wonderful friends in a different continent. Friends like siblings. When you see the light these kids have. And I’m going to keep following this path until I will feel like it. During these last four months I have met so many extraordinary people. Like you. You have given me the journey, and I am sure I will meet many more. And that is going to make me a better human being.”
This is what Silvia Romana texted a friend on the 11th of November, nine days before the kidnapping, right after she finished reading Bianco come Dio by Nicolò Govoni (White like God, an Italian book on on the great and not-so-great aspects of humanitarian travels ndr).
“A text that exudes determination, obstinacy and a great deal of intelligence. The ability to swim against the tide and not be overwhelmed by it. She tried with all her heart and open arms to help people who were less privileged than her” says Anna, Silvia’s best friend (a fake name is being used to respect her privacy in such a delicate moment). “She represents the best part of Italy, one to be proud of.”
After weeks of the investigation of Silvia Romano’s case being stuck- she was kidnapped on the 20th of November in a small Kenyan village – now things seem to be moving. Italian special operations policemen summoned to appear individuals who are “aware of what happened”. Friends of Silvia, these volunteers who worked in Chakama for the non-profit Africa Milele, where the young woman helped local children. And that is not it. The Kenyan investigators have finally started acting. In Chakama, the village where Silvia was abducted by a commando of men armed with only guns and a grenade, thrown more so to scare than to kill, the police are making a comeback.
“The violence during the kidnapping – comments a police inspector in Nairobi – looked more like a theatrical act. The kidnappers carried Silvia up to the almost entirely dry Athi Galana Sabaki river, which is quite close. They got across the river and got to the motorcycles they had left there. They could have acted by surprise, riding to Chakama, taking Silvia and leaving quickly. Instead they took a more complicated and difficult route where someone could have followed or recognized them. But they where able to get away.”
the 23 years old Silvia Costanza Romano
The inspector is optimistic: “If I had to bet, I would say that Silvia is alive and being held hostage somewhere”.
The investigation made locally by the daily Italian newspaper Africa ExPress have made things clearer on Francis Kalama, the Anglican priest that Silvia reported to the police for sexual harassment of little girls. The Pastor’s real name is Francis Kahindi Charo. He is from Malindi, where his family currently lives. He lives in Marafa, another small village of the hinterland (which happens to be on the other side of the Athi Galana Sabaki) where he was sent to be the head of the ACK, African Churches of Kenya, community in said area.
Last Saturday, he was officiating a funeral. None of the people present were aware of the report filed by Silvia. On Sunday morning the stringer of Il Fatto Quotidiano manage to have a few words with him: “The police has not been looking for me and I am not aware of any accusations against me. In November, when I met Silvia, I was in Chakama for the first time. I was sent there by my supervisor to organize our community. I will be back here shortly – he added – I heard about the young woman’s kidnapping on national radio. And, again, I know nothing about the report filed against me.”
In the village where the 23-year-old from Milan was abducted word came that the investigation resumed in a assiduous way. Police patrols are navigating through the dusty roads of the settlement. On Friday the officers picked up a few people to question in the Malindi police station: Ronald Karissa, the young man who was in the same house as Silvia at the time of the kidnapping, and Elisabeth Kasena, the girl whose phone seems to have been used by the kidnappers. With them the area chief (a sort of mayor) of Chakama was also brought to Malindi as a witness.
Moses Luari Chende, the man arrested right after the kidnapping and Elisabeth Kasena’s husband, accused of helping with the logistics of the crime, is about to go on trial in Malindi (end of July, beginning of August, the date has yet to be set). The Kenyan police suspects that among the people questioned there is someone who has been monitoring the movements of Silvia and the authorities, acting as a lookout.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

with contribution of
Hillary Duenas
hillary.duenas@gmail.com

Il Kenya scopre il primo farmaco anti HIV e sale sul podio della ricerca scientifica mondiale

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
6 Luglio 2019

Deve ancora affrontare il test della sperimentazione umana, ma pare che non vi siano dubbi: il farmaco UniPron prodotto in forma di gel dalla ricerca scientifica keniana degli ultimi dodici anni, ha già ottenuto il riconoscimento di prestigiose istituzioni della medicina mondiale. Conseguito il brevetto nel 2007, al costo di circa due milioni di euro, l’UniPron non agisce solo nei confronti dell’HIV, ma utilizzato prima dell’atto sessuale, ha anche una funzione spermicida che lo rende un efficace anticoncezionale. Il team di scienziati che sono pervenuti a questo incredibile successo, esulta e ne ha tutto il diritto. E’ la prima volta nella storia che le modeste strutture per la ricerca scientifica di un Paese emergente, sconfiggono i giganteschi apparati internazionali che da diverse decadi tentano di conseguire lo stesso risultato, con investimenti miliardari.

Peter Gichuhi Mwethera; Kavoo Linge e Hastings Ozwara, sono i tre medici che, per le rispettive competenze, hanno guidato la ricerca condotta presso l’agenzia statale dell’IPR (Institute of Primate Research). Ora a decretare il successo di questa straordinaria scoperta, manca solo più la sperimentazione umana e se questa confermerà l’efficacia e la tollerabilità del farmaco, il Kenya sarà il primo Paese al mondo ad aver realizzato un effettivo prodotto antivirale contro la piaga dell’AIDS. Grande orgoglio per il Kenya e suo enorme riscatto sulla scena internazionale che dimostra quanto di buono sopravviva in un Paese, pur prostrato da corruzione, malaffare, clientelismo e illegalità. Di questo ha certamente tenuto conto la Royal Academy of Engineering di Londra nel tributare il meritato riconoscimento al Kenya e ai suoi bravi ricercatori.

Rilevazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanita del 2017 sulla diffusione dell’HIV, come si vede l’Africa risulta la più colpita

Il farmaco, ha spiegato il dottor Mwethera, contiene un composto fortemente acido nel quale il virus HIV non può sopravvivere, ma aggredisce anche il liquido seminale maschile, distruggendo gli spermatozoi e diventando cosi anche un valido anticoncezionale. Del pari, come la sperimentazione in laboratorio ha dimostrato, l’UniPron, è in grado di sconfiggere ogni altra infezione di origine sessuale. “Questo è un farmaco dalle straordinarie potenzialità” ha detto Stuar Nichol, dell’autorevole organo scientifico Inglese. Resta ora da decidere – dopo che la fase della sperimentazione umana sarà conclusa con successo – come individuare i giusti canali per produrre e commercializzare il prodotto sui mercati esteri, senza che lo straordinario successo conseguito dai medici keniani, venga fagocitato dai colossi farmaceutici mondiali.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Libia, ricatto-beffa di Serraj: ”via dai campi 8mila migranti”

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
5 luglio 2019

La catastrofe umanitaria che si sta consumando in Libia rischia di aggravarsi sempre di più se il governo di Fayez Serraj, come ha promesso, aprirà i centri di detenzione e lascerà che i migranti in fuga dal mattatoio libico cerchino rifugio in Europa. E il signore della guerra della Cirenaica, il generale Kalifa Haftar ha comunicato, attraverso un messaggio postato su Facebook dal suo portavoce, il generale Ahmed Al Mismari, di essere per una volta d’accordo con il premier riconosciuto dall’ONU ma senza grandi poteri sul terreno: “Benissimo – ha chiosato – collaboreremo per chiudere i campi di detenzione e per trovare una soluzione al problema migranti”. Quale soluzione è facile intuirlo: stivarli sui barconi in rotta verso la Sicilia. Uno scenario drammatico. A meno che non si applichi l’unico sistema intelligente che l’ONU, inascoltato, propone da mesi: apertura di corridoi umanitari per trasferire i migranti, circa 8000 al di là del canale di Sicilia.

Ufficialmente il motivo dell’annunciato rilascio è umanitario, “garantire la loro sicurezza”, in realtà la massa umana di disperati rischia di venire utilizzata come arma impropria. L’annuncio di Serraj infatti arriva dopo il bombardamento contro il campo di detenzione di Tajoura, nei pressi di una base di miliziani fedeli al governo, dove sono morti una cinquantina di migranti, 53 (di cui 6 bambini) secondo fonti delle Nazioni Unite e 60 secondo la governativa Mezzaluna Rossa.

Nella “Guerra di propaganda” che si combatte sul web tra i siti schierati con il governo Serraj e i notiziari che sostengono Haftar, le responsabilità del disumano attacco, che ha colpito poveracci inermi senza altra colpa se non quella di essere scappati dai loro Paesi, vengono attribuite da una parte al generale “rinnegato”, dall’altra al governo “inetto e corrotto”.

Centro di detenzione per migranti Tajoura dopo il bombardamento

La minaccia di far saltare il “tappo migranti” che da un momento all’altro potrebbe spingere migliaia di disperati sulle spiagge di Tripoli pronti a imbarcarsi verso l’Italia, viene quindi inteso come una richiesta di aiuto di Serraj. Una sorta di ricatto che suona così: “O vi schierate immediatamente al mio fianco, oppure apro i rubinetti”.

La risposta di Haftar sembra al contrario un monito: “Se aiutate il governo, il rubinetto lo apro io e per voi sono guai”.

Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, a sinistra e Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, a destra

L’Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine ufficiale per capire chi ha cinicamente attaccato il centro di detenzione. Fonti delle Nazioni Unite hanno rivelato un particolare agghiacciante: “I soldati governativi che provvedevano alla sicurezza degli ospiti, hanno sparato indiscriminatamente per impedire ai migranti di scappare e sfuggire alle bombe che piovevano dall’alto”. Un racconto che lascia disarmati e che comunque mostra la complessità dello scenario libico.

Una ricostruzione di un funzionario delle Nazioni Unite che vuole restare anonimo suona così: “Un missile lanciato dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico, fedele al generale Haftar, è caduto nel campo militare legato al presidente Fayez Serraj. Da qui sono partiti colpi di contraerea che sono finiti per errore nel campo di detenzione”. Ma Ocha (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di affari umanitari) va oltre. “Quel campo militare – c’è scritto in una nota – è troppo vicino a una base militare. E’ insicuro e avevamo chiesto di spostarlo. Ciononostante – c’è scritto nel documento – le autorità hanno continuato a trasferire nel centro migranti e rifugiati… Al momento dell’attacco all’interno della struttura c’erano 600 ospiti tra cui molte donne e bambini, trattenuti nel campo contro la loro volontà“. Tutte persone fermate durante la traversata in mare e rispedite indietro.

Una missione dell’ONU ha visitato il centro ieri mattina: i feriti sono stati evacuati e portati negli ospedali, ma “non sono state individuate altre strutture dove trasferire coloro che ancora sono sistemati lì, più o meno 500 persone in stato di estrema vulnerabilità”. L’Onu ha quindi chiesto lo spostamento di tutti gli ospiti in campi sicuri. La risposta del ministro degli Interni libico, Fathi Bashagha, “Forse chiuderemo tutti i centri di detenzione e li libereremo tutti”, a questo punto risulta un po’ beffarda. Forse è il caso di prendere in considerazione seriamente la dichiarazione del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres: “Ora nessuno può affermare che la Libia sia un porto di sbarco sicuro”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.it
twitter @malberizzi

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 5 luglio 2019

Nelle prime ore del mattino il mediatore dell’Unione Africana per la crisi del Sudan ha annunciato con grande soddisfazione che il Consiglio Militare di Transizione, la coalizione dei contestatori e i partiti dell’opposizione hanno trovato finalmente un accordo. Le due fazioni hanno adottato un compromesso sulla spartizione dei poteri in seno al Consiglio Sovrano, l’organo che dirigerà la transizione fino alle prossime elezioni, previste fra tre anni e tre mesi.

“Il Consiglio militare e l’Alleanza Freedom and Change – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – otterranno cinque seggi ciascuno nel nuovo organo direttivo”, ha spiegato Mohamed Hacen Ould Lebatt, mediatore dell’UA. A un non militare, gradito però a entrambe le parti andrà un undicesimo seggio.

Sudan, Khartoum: raggiunto accordo tra militari e civili per governo di transizione

Sudanese Professional Association ha fatto sapere che i militari guideranno il Consiglio per i primi 21 mesi, mentre i civili per i rimanenti 18. L’accordo dovrebbe essere completato per la firma lunedì prossimo. Finora non sono stati resi noti i nomi dei componenti del Consiglio. Chissà se nel nuovo organo leggeremo anche il nome di qualche donna, che durante le proteste di questi mesi hanno svolto un ruolo essenziale.

Sia l’attuale Consiglio Militare di Transizione (TMC), che i civili concordano sulla necessità di aprire un’inchiesta volta a far luce sulle responsabilità del massacro del 3 giugno. E Mohammad Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e oggi anche numero due del TMC, ha ringraziato i mediatori per i loro sforzi, la loro pazienza e si è complimentato anche con i “fratelli” della coalizione civile per la loro disponibilità.

Peccato che nessuno – o ben pochi – abbiano menzionato che l’ex capo dei janjaweed si sia recato in Eritrea proprio lunedì scorso, dove ha incontrato Isaias Afeworki, presidente del regime di Asmara per discutere della precaria situazione sudanese. Lo scorso maggio Isaias aveva inviato il ministro degli Esteri,  Osman Saleh, e Yemane Ghebreab, consigliere del dittatore, a Khartoum per colloqui con esponenti di Freedom and Change. Precedentemente avevano incontrato il capo dei putchisti e il suo vice Hemetti.

Le proteste sono scoppiate lo scorso dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum, sfociate con la caduta di Omar al Bashir dopo il colpo di Stato dei militari dell’11 aprile di quest’anno.

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

Sudanese Professional Association, che aveva diretto in clandestinità tutte le manifestazioni di questi mesi,  a gennaio aveva elaborato un documento, Freedom and Change (Libertà e Cambiamento), con il quale si proponeva la formazione di un governo di transizione, composto da tecnocrati, il cui mandato doveva essere concordato da rappresentanti di tutta la società sudanese. Freedom and Change era stato firmato anche da alcuni gruppi dell’opposizione. Finora tutte la trattative tra Freedom and Change e il TMC erano naufragate. Chissà se è davvero arrivato il momento di una svolta. Il popolo sudanese ha fame di democrazia e pace.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Israele: rivolta degli ebrei di origine etiopica dopo l’uccisione di un giovane

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 luglio 2019

Regna rabbia e collera tra i falasha, gli israeliani di origine etiopica. Due giorni dopo l’uccisione di un giovane ebreo originario del Corno d’Africa, di seconda generazione, migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Paese contro razzismo e discriminazione.

Solomon Teka, di solo 19 anni, è stato brutalmente ammazzato domenica scorsa a Kiryat Haim, vicino a Haifa, da un poliziotto fuori servizio. L’agente si è giustificato dicendo di aver sparato, cercando di sedare una rissa tra due gruppi di giovani. E ha aggiunto che, siccome i ragazzi gli avevano lanciato addosso alcune pietre, avrebbe estratto la sua pistola per difendersi. Diversi testimoni hanno contestato la versione dell’agente, che attualmente si trova agli arresti domiciliari.

Giovani ebrei di origine etiope manifestano in Israele

Durante la cerimonia funebre il padre del ragazzo ucciso ha sottolineato: “Vogliamo giustizia.”. E subito dopo dopo la cerimonia, migliaia di ebrei di origine etiopica hanno bloccato strade e circonvallazioni strategiche a Haifa, Tel Aviv e altrove in Israele. “Basta con questi omicidi, basta con il razzismo” e hanno incendiato pneumatici e qualche macchina.

Inizialmente la polizia ha evitato qualsiasi intervento, ma con il passare delle ore la rabbia dei manifestanti ha fatto crescere la violenza. Molti agenti e diversi partecipanti alle proteste sono stati feriti. In un comunicato, la polizia ha fatto sapere che sono state arrestate 136 persone in relazione alle manifestazioni di questi giorni. Tutti i fermati sono sospettati di aver attaccato agenti e sono accusati di disturbo alla quiete pubblica e vandalismo.

Negli ultimi giorni tutti i partiti israeliani hanno manifestato solidarietà alla comunità ebrea di origine etiopica e anche il primo ministro Benyamin Netanyahu ha espresso la sua vicinanza: “Li abbracciamo tutti, non sono semplice parole”. Tuttavia, con la solita ipocrisia ha sottolineato: “Ma non tolleriamo che le strade vengano bloccate”.

Solomon Tekah, giovane di 19 anni ucciso da un poliziotto

Alla fine degli anni Settanta, minacciati da carestie e repressione del governo etiope, molti Beta Israel, come preferiscono farsi chiamare, visto il significato negativo che la parola falasha ha assunto nella lingua amarica (emigrato o straniero), passarono in Sudan. Purtroppo il governo musulmano sudanese fu altrettanto ostile nei loro confronti. Israele prese allora la decisione di trasportarli nel proprio territorio tramite un ponte aereo. Grazie a tre interventi, denominati “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone” vennero trasferiti dall’Etiopia novantamila ebrei fino al 1991.

Attualmente nello Stato ebraico vivono centotrentacinquemila falasha, per lo più in miseria , soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiopica riesce ad ottenere il diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.

Anche se alcuni di loro hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, altri sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e in linea di massima guadagnano un terzo in meno rispetto alla media.

Ebrei etiopi

A tutt’oggi sono ancora oltre 7000 i falasha che si trovano da anni nei campi di transito ad Addis Ababa e Gondar in Etiopia, in attesa di essere trasferiti in Israele. Eppure con la risoluzione 716 del 2015 il governo israeliano aveva approvato all’unanimità che entro cinque anni, chi era in possesso dei necessari requisiti – il permesso d’entrata è vincolato all’esito positivo del processo di omogeneità con l’ebraismo – avrebbe ottenuto i necessari documenti di viaggio.

I viaggi della speranza sono stati continuamente rinviati per mancanza di fondi e altro. A.Y. Katsof, a capo di Heart of Israel, che ha dedicato la sua vita per riportare “a casa” gli ebrei, ha fatto sapere che i campi di Gondar e Addis Abbaba non sono per nulla attrezzati: manca la corrente elettrica, l’acqua, molti di loro lavorano per meno di 1 dollaro al giorno.

Quattordici falasha dovrebbero arrivare in questi giorni nella “terra promessa”. Finora le autorità israeliano non hanno confermato il loro arrivo, anche se il volo è stato regolarmente autorizzato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Israele accetta l’immigrazione degli ultimi falascià dall’Etiopia

 

 

 

 

La costa del Kenya sempre più afflitta dalla pirateria nel settore turistico

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
3 Luglio 2019

Un lettore ci scrive dalla costa del Kenya: “Da diversi anni ho un’attività legata al turismo e come tutti sanno, da ormai troppo tempo gli arrivi sono drasticamente calati e per accaparrarsi i pochi turisti rimasti, molti abbassano i prezzi con il rischio di finire in bancarotta. Come se non bastasse, si deve anche subire la concorrenza illegale dei beach boy (che sono perlopiù truffatori) e di molti connazionali che affittano le proprie case illegalmente a turisti offrendo anche i pasti e altri servizi. La situazione è davvero disastrosa”. Il quadro che propone questo lettore, non è di oggi, ma esiste sin dalla fine degli anni Ottanta, solo che allora, tutti gli alberghi erano pieni di ospiti e se si voleva trovare un posto nella media/alta stagione occorreva prenotare quattro e anche sei mesi prima.

“La Malindina” primo e storico ristorante italiano di Malindi, oggi offre anche servizi alberghieri

In quell’euforia del “tutto va a gonfie vele”, chi si preoccupava se qualche birbante faceva un po’ di affarucci in nero? La maggior parte degli alberghi di Malindi, Watamu, Kilifi e Diani, erano allora in mano a inglesi e tedeschi, ma gli italiani cominciavano a fare la loro timida comparsa, dedicandosi anche all’edilizia residenziale che, anno dopo anno, ha trasformato il piccolo villaggio di pescatori di Malindi, nell’attuale “Little Italy”. Gli alberghi, i bar, i ristoranti, le agenzie escursionistiche (tutti a conduzione italiana) si moltiplicarono come funghi, mentre negli anni ’80, chi voleva gustare un buon pasto italiano poteva solo farlo allo storico ristorante “La Malindina”, frequentato da personaggi illustri della cultura, della politica e dello spettacolo. Oggi, a quanto ci risulta, a Malindi è rimasto un solo albergo a conduzione tedesca, tutto il resto è italiano e un po’ anche locale. A Watamu, Kilifi e Diani, invece, sopravvivono ancora resort gestiti da altri gruppi europei.

Il grafico mostra quanto risulti oggi ridotta l’affluenza in Kenya di visitatori stranieri

Era ovvio che, con il moltiplicarsi delle offerte, si accendesse una sempre maggiore competizione tra gli operatori turistici. Competizione che con il brusco calo degli arrivi, che si registra oggi, ha finito per assumere aspetti davvero drammatici. La scorsa settimana, nel nostro precedente articolo su Malindi, uno di questi operatori lamentava che, rispetto agli anni d’oro, il business del turismo sulla costa del Kenya, si era ridotto di ben il 90 per cento. Un crollo che, se confermato, rappresenterebbe una débâcle davvero clamorosa, mettendo a serio rischio molte strutture che vivono sul turismo o nel suo indotto. Per affrontare questa emergenza, gli alberghi – come un lettore ci riferisce – stanno distribuendo ai loro vecchi clienti, lettere con offerte di sconti che variano tra il venti e il cinquanta per cento della tariffa ufficiale.

Come riusciranno queste strutture a coprire i costi e a continuare a rendere adeguati servizi con simili riduzioni di prezzo? Sono infatti molti gli operatori che mettono in vendita le proprie attività, con l’intento di recuperare quanto possibile e quindi lasciare il Paese, ma la stagnazione del mercato turistico, vanifica tali aspettative. La già precaria situazione degli arrivi è oltretutto aggravata da un’estesa competizione illecita. Eserciti di beach boy, calcano incessantemente le spiagge offrendo ogni tipo di servizio turistico: alloggio, escursioni, viaggi… per non parlare di altri “servizi” d’intuibile natura. Non tutti cadono in questi tranelli, ma non sono neppure pochi quelli che lo fanno, i quali – se avranno fortuna – si troveranno a soggiornare in spelonche prive di ogni elementare comfort, o a intraprendere safari su mezzi fatiscenti che andranno in pezzi dopo pochi chilometri, rendendo necessari altri esborsi da parte dell’incauto turista.

L’ossessivo assalto dei beach boys ai turisti sulle spiagge del Kenya

Chi, invece, è meno fortunato, vedrà il sorridente beach boy dileguarsi con l’acconto ricevuto per non fare più ritorno, ma non sono solo gli imbonitori da spiaggia ad affliggere l’onesta attività degli operatori regolari. A questi imbonitori si aggiungono molti cittadini europei (soprattutto italiani) che avendo acquistato una casa o un appartamento sulla costa del Kenya, lo offrono in rete come destinazione per vacanze a basso costo. Offerta che possono fare agevolmente, visto che eludono ogni norma di legge con tutti gli oneri che essa comporta. Per combattere questo fenomeno, le autorità hanno imposto una tassa che, per il suo ammontare, si rivela ridicola per coloro che infrangono la legge, mentre resta assolutamente iniqua nei confronti degli altri.

Per la propria sicurezza nei safari è essenziale rivolgersi ad agenzie esperte e regolarmente autorizzate

Se gli organi preposti al controllo delle attività turistiche illegali, fossero seriamente intenzionati a combatterle, non dovrebbero fare altro che digitare “Case Vacanze” su un motore di ricerca internet, per trovarne a centinaia e tutte provviste d’indirizzi per una facile identificazione. Perché non organizzare un controllo su queste basi? E’ stato più volte detto (e accertato) che corruzione e illegalità, in Kenya, rappresentano un terzo dell’intera economia nazionale. A fronte di un turismo che langue, questa economia sommersa è la prima a patirne i deleteri effetti. Prostituzione, polizia, agenti delle imposte e pubblici funzionari in genere, hanno visto i loro proventi calare drammaticamente e hanno così reagito vessando sempre di più gli sventurati, che in regola già lo sono, tormentandoli con accertamenti e contestazioni pretestuose, che possono essere risolti solo con la corresponsione dell’immancabile “obolo” esentasse.

Una delle centinaia di “case vacanze” offerte sul web in Kenya

Insomma, sono tanti, troppi, gli elementi e le situazioni che concorrono a scoraggiare sempre di più, non solo chi ha già investito nelle attività turistiche sulla costa del Kenya, ma soprattutto a scoraggiare chi poteva potenzialmente investirvi. Il parlare poi di “attività turistiche” è molto limitativo, giacché ogni altra impresa, dall’edilizia, al commercio, all’alimentazione – che operi nella stessa regione – del turismo rappresenta l’indotto principale e la crisi in atto, con i suoi gravi effetti anche sull’occupazione, non può che produrre un serio fenomeno recessivo sull’intero territorio in questione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Le strade di Malindi competono con Roma, ma non è l’unica afflizione della “little Italy”

In aspettativa per aiutare i bambini in Kenya, gestivano resort turistico. Licenziati

 

In search of Adan, the “fourth man” who conceived the seizure of Silvia Romano

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Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Malindi, giugno 2019

In the difficult story of Silvia Romano, kidnapped in Kenya on November 20th 2018, the police are in clear difficulty. Talking to different investigators, one has the impression that everyone knows who the kidnappers are, but that few are aware who is investigating the seizure. According to the news gathered in the Kenyan capital, there should be three people in prison : Ibrahim, a Somali who obtained the Kenyan citizenship and passport illegally; Gababa, from Orma tribe, and Moses Luari Chende, giriama tribe, the ethnic group that lives on the coast. The formed is living in the village of Kwamwanza as he is no longer in prison nor is his wife, Elizabeth Kasena, from the village of Ghaba, next to Chakama, who was also arrested a few days after Silvia’s abduction. According to a source “The woman ended up in handcuffs because phone calls were made from her phone to the kidnappers’ numbers.”

Moses instead is accused of contributing to the logistics of the kidnapping, with claims that he helped the bandits. In the days immediately following November 20th, he brought food and other basic necessities to those who had taken the young Italian volunteer, explained a young police officer to me and to Hillary Duens, an American colleague present.

Silvia Romano

Elizabeth was released on bail after a few days. They had set the amount at 50 thousand shillings ( around 500 euros) but then the amount fell to 30 thousand (300 euros). In Chakama, a family lives with 2,000 shillings a month – about twenty euros. Five hundred or even three hundred euros is a fairly substantial amount.

Moses has also left jail after paying a bail. No one has been able to tell us for sure how, but according to some information, which Hillary and I have not been able to verify ,he may have been helped by some friends. Moses seems to be involved in the world of wildlife poaching and his “colleagues” would not have felt like they could abandon him in the hands of the police.

Elizabeth’s arrest aroused considerable amazement among the staff of Africa Milele, the organization which Silvia worked for. Both her and her family had been beneficiaries of the the organization. Furthermore, she had a daily relationship with Silvia, who always went to eat at the Chakama Cafe where Elizabeth worked.

Silvia Romano

News about Moses is even more difficult to find. Those who provided his picture and tried to get more details fear some retaliation, but it is certain that even if the Kenyan police report their current arrest, the two young people are free and have returned to the Chakama area.

Another Kenyan police inspector tells us: “With our investigations we ascertained that the three obeyed the orders of a chief, a certain Adan, the man who conceived the abduction. Adan was in Chakama three times and slept in the Togo guest house, opposite to the one where Silvia lived. Witnesses told us that he didn’t have much to do and we were convinced that he had gone there to check the situation. We put together the data of the three with those of Adan and we saw that there were obvious connections. Adan is wanted, but he disappeared ”

Even the attack, the inspector tells us, was abnormal: “Kalashnikov machine guns or long weapons were not used, but only pistols and a grenade thrown on the ground. People were injured by the splinters. This is why we immediately excluded Somali-based international terrorism ”

Investigations by Kenyan investigators are not concentrated, however, only in the hinterland of Malindi, Chakama and nearby villages. Investigators are also observing the work that Silvia had done at the Likoni orphanage of Davide Ciarrapica and his partner Rama Hamisi Bindo, the Hopes Dreams Rescue Sponsorship Center.

One of Silvia’s friends reported to us: “During her first trip to Kenya, Silvia had been in Davide’s village and at first she was happy. Then their relationship had broken down. Silvia called me in the evening very dismayed because he treated her badly and insulted her. Almost every night he went dancing, he came back drunk, taking a different girl with him. He screamed like a madman; he was very attached to money. He had also asked her to pay for a trip that had been organized for the children of the Center.

When Silvia was taken to the hospital for a small shoulder operation, he sent her alone and didn’t even accompany her. She was very upset. He treated her with a certain contempt. The last time, on November 5th, Silvia returned to the Center but only to greet the children and her friends. ” And she was greeted with coldness and disappointment.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

With contribution of Hillary Duenas

 

 

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

https://www.africa-express.info/2019/06/09/silvia-romano-africa-express-lancia-raccolta-fondi-per-indagare/

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears