Libia, ricatto-beffa di Serraj: ”via dai campi 8mila migranti”

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
5 luglio 2019

La catastrofe umanitaria che si sta consumando in Libia rischia di aggravarsi sempre di più se il governo di Fayez Serraj, come ha promesso, aprirà i centri di detenzione e lascerà che i migranti in fuga dal mattatoio libico cerchino rifugio in Europa. E il signore della guerra della Cirenaica, il generale Kalifa Haftar ha comunicato, attraverso un messaggio postato su Facebook dal suo portavoce, il generale Ahmed Al Mismari, di essere per una volta d’accordo con il premier riconosciuto dall’ONU ma senza grandi poteri sul terreno: “Benissimo – ha chiosato – collaboreremo per chiudere i campi di detenzione e per trovare una soluzione al problema migranti”. Quale soluzione è facile intuirlo: stivarli sui barconi in rotta verso la Sicilia. Uno scenario drammatico. A meno che non si applichi l’unico sistema intelligente che l’ONU, inascoltato, propone da mesi: apertura di corridoi umanitari per trasferire i migranti, circa 8000 al di là del canale di Sicilia.

Ufficialmente il motivo dell’annunciato rilascio è umanitario, “garantire la loro sicurezza”, in realtà la massa umana di disperati rischia di venire utilizzata come arma impropria. L’annuncio di Serraj infatti arriva dopo il bombardamento contro il campo di detenzione di Tajoura, nei pressi di una base di miliziani fedeli al governo, dove sono morti una cinquantina di migranti, 53 (di cui 6 bambini) secondo fonti delle Nazioni Unite e 60 secondo la governativa Mezzaluna Rossa.

Nella “Guerra di propaganda” che si combatte sul web tra i siti schierati con il governo Serraj e i notiziari che sostengono Haftar, le responsabilità del disumano attacco, che ha colpito poveracci inermi senza altra colpa se non quella di essere scappati dai loro Paesi, vengono attribuite da una parte al generale “rinnegato”, dall’altra al governo “inetto e corrotto”.

Centro di detenzione per migranti Tajoura dopo il bombardamento

La minaccia di far saltare il “tappo migranti” che da un momento all’altro potrebbe spingere migliaia di disperati sulle spiagge di Tripoli pronti a imbarcarsi verso l’Italia, viene quindi inteso come una richiesta di aiuto di Serraj. Una sorta di ricatto che suona così: “O vi schierate immediatamente al mio fianco, oppure apro i rubinetti”.

La risposta di Haftar sembra al contrario un monito: “Se aiutate il governo, il rubinetto lo apro io e per voi sono guai”.

Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, a sinistra e Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, a destra

L’Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine ufficiale per capire chi ha cinicamente attaccato il centro di detenzione. Fonti delle Nazioni Unite hanno rivelato un particolare agghiacciante: “I soldati governativi che provvedevano alla sicurezza degli ospiti, hanno sparato indiscriminatamente per impedire ai migranti di scappare e sfuggire alle bombe che piovevano dall’alto”. Un racconto che lascia disarmati e che comunque mostra la complessità dello scenario libico.

Una ricostruzione di un funzionario delle Nazioni Unite che vuole restare anonimo suona così: “Un missile lanciato dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico, fedele al generale Haftar, è caduto nel campo militare legato al presidente Fayez Serraj. Da qui sono partiti colpi di contraerea che sono finiti per errore nel campo di detenzione”. Ma Ocha (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di affari umanitari) va oltre. “Quel campo militare – c’è scritto in una nota – è troppo vicino a una base militare. E’ insicuro e avevamo chiesto di spostarlo. Ciononostante – c’è scritto nel documento – le autorità hanno continuato a trasferire nel centro migranti e rifugiati… Al momento dell’attacco all’interno della struttura c’erano 600 ospiti tra cui molte donne e bambini, trattenuti nel campo contro la loro volontà“. Tutte persone fermate durante la traversata in mare e rispedite indietro.

Una missione dell’ONU ha visitato il centro ieri mattina: i feriti sono stati evacuati e portati negli ospedali, ma “non sono state individuate altre strutture dove trasferire coloro che ancora sono sistemati lì, più o meno 500 persone in stato di estrema vulnerabilità”. L’Onu ha quindi chiesto lo spostamento di tutti gli ospiti in campi sicuri. La risposta del ministro degli Interni libico, Fathi Bashagha, “Forse chiuderemo tutti i centri di detenzione e li libereremo tutti”, a questo punto risulta un po’ beffarda. Forse è il caso di prendere in considerazione seriamente la dichiarazione del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres: “Ora nessuno può affermare che la Libia sia un porto di sbarco sicuro”.

Massimo A. Alberizzi
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