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Tale padre tale figlio: condannato per corruzione anche l’erede del senegalese Lamine Diack, ex capo di World Athletics

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
10 marzo 2023

Le colpe dei padri ricadono o no sui figli? La Bibbia su questo punto sembra ambigua e contradditoria. Per la Corte d’Appello di Parigi il dilemma non si pone: tale padre, tale figlio.

Lamine Diack, senegalese, capo dell’Atletica mondiale tra il 1999 e il 2015, e il suo erede, Papa Massata Diack, facevano parte della stessa Banana organization. Ovvero: quella rete corruttiva che, alimentata da bustarelle milionarie, nel 2011 ha nascosto i test degli atleti russi sospettati di essere dopati. E ha consentito loro, in questo modo, di prendere parte alle Olimpiadi di Londra nel 2012.

Papa Massata Diack, condannato a Parigi

Insomma, doping e corruzione. Secondo l’accusa il grande vecchio dell’atletica mondiale, nel frattempo passato a miglior vita (Lamine è morto nel dicembre 2021 a 88 anni) e suo figlio Papa, 57 anni, erano al cuore di questo colossale giro di tangenti per favorire l’atletica russa.

E per questo la Corte d’Appello di Parigi, ieri giovedì 9 marzo, ha confermato la condanna per corruzione a Papa Massata Diack: 5 anni di carcere (il padre ne aveva avuto 4 di cui 2 condonati) e divieto di ricoprire qualsiasi incarico legato al mondo dello sport per 10 anni. Papa era stato consulente marketing della Federazione internazionale di Atletica (IAAF, prima che questa diventasse World Athletics). Il Tribunale gli ha solamente ridotto la salatissima ammenda inflittagli in primo grado: da 1 milione di euro a 500 mila euro.

Lamina Diack, ex presidente della IAAK

L’imputato, dal Senegal, dove si era rifugiato sette anni fa all’inizio delle indagini, ha ribadito la sua totale estraneità ai fatti addebitatigli

Papa Massata, “Infatti, non ha potuto assistere alla sentenza, perché – ha dichiarato alla Reuters la sua avvocatessa Marie-Sophie Goldschmidt – si trova sotto controllo giudiziario nel suo Paese, da cui non può uscire. E comunque la sentenza è illogica e iniqua, sono stupefatta. Non è altro che un copia e incolla di quella di primo grado. Il mio cliente è stato condannato più per la sua assenza che non per i reati di cui è accusato”.

I giudici francesi hanno condannato a 3 anni con la condizionale e a 100 mila euro di ammenda, anche l’ex consigliere giuridico della IAAF, l’avvocato Habib Cissé, 52 anni, che ha ribadito la sua innocenza.

Secondo l’inchiesta, però, lo scandalo della Banana organization (come l’aveva definita Regis Bergonzi, l’avvocato della Federazione internazionale) ha mosso montagne di danaro. In cambio della sparizione delle liste degli atleti russi dopati, o dell’occultamento dei test, i padrini dell’atletica russa avrebbero rinnovato cospicui accordi pubblicitari milionari con l’IAAF.

Non solo: il figlio di Lamine Diack avrebbe “spostato” 15 milioni di euro grazie a società di copertura; e Habib Cissé (che dalla Corte d’Appello di Parigi è stato interdetto dalla professione di avvocato) avrebbe preso dai moscoviti quasi 3 milioni e mezzo di euro.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Accusati di coprire casi di doping: sotto accusa dirigenti senegalesi dell’atletica

Leggi liberticide contro gli omosessuali in Burundi e Uganda e in Kenya pesanti anatemi della first lady

Africa ExPress
9 marzo 2023

A fine febbraio la polizia del Burundi ha fatto irruzione durante un seminario sull’imprenditoria giovanile, organizzato dall’associazione MUCO, impegnata nella lotta contro AIDS-HIV e ha arrestato 24 persone.

Oltre a alcuni membri dell’associazione, le forze dell’ordine hanno fermato anche diversi giovani, accusati di presunte “pratiche omosessuali”.

Burundi: arrestate 24 persone per presunte “pratiche omosessuali”

Dopo lunghi e estenuanti interrogatori, durati una decina di giorni, ora 17 uomini e 7 donne sono stati accusati di pratiche omosessuali e all’incitamento di quest’ultime. Dovranno restare in custodia cautelare fino al processo.

MUCO è regolarmente registrata in Burundi. Il seminario è stato cofinanziato dall’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Ma ciò non ha fermato i poliziotti e gli agenti dei servizi: hanno interrotto il seminario e perquisito la sede dell’associazione a Gitega. Lì hanno trovato droghe, preservativi e documentazione sui diritti degli omosessuali. I membri di MUCO hanno dichiarato che si tratta di materiale didattico per la lotta contro l’AIDS-HIV.

Sono stati i vicini a allertare le forze dell’ordine, preoccupati per l’andirivieni di ragazzi e ragazze, accusandoli per giunta di omosessualità.

Non c’è da meravigliarsi, visto che il presidente del Burundi, Évariste Ndayishimiye, ha apostrofato gli omosessuali come maledetti. In un recente discorso alla nazione, il capo di Stato, al potere dal 2020, si è espresso in questi termini: “Chiedo a tutti i burundesi di maledire coloro che si lasciano andare all’omosessualità perché Dio non può sopportarlo. Devono essere banditi, trattati come paria nel nostro Paese perché ci portano la maledizione”.

A tutt’oggi in Burundi è in vigore il codice penale promulgato nel 2009 dal defunto presidente Pierre Nkurunziza, che ha governato il Paese con il pugno di ferro. In base a tale legge i rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso sono punibili da tre mesi a due anni di carcere.

Le cose non vanno meglio in Uganda, dove il Parlamento ha preso in esame un progetto di legge a dir poco draconiano, volto a criminalizzare chiunque si identifichi come LGBTQ+ e rischia fino a dieci anni di carcere.

Nella proposta è prevista anche una condanna per i proprietari che affittano case a persone gay. E la  presidente della Camera, Annet Anita Among, membro del partito di maggioranza (NRM), ha persino usato un linguaggio omofobico rivolgendosi ai legislatori, dopo la presentazione della proposta di legge.

Il disegno di legge è stato promosso da Asuman Basalirwa, membro del partito all’opposizione. Finora non è chiaro se il presidente Yoweri Museveni e il Movimento di Resistenza Nazionale (NRM), che ha la maggioranza in Parlamento, sosteranno tale proposta.

E’ risaputo che Museveni è assolutamente contrario a persone LGBTQ+, ma va ricordato che nel 2014 la Corte costituzionale ha dovuto cancellare una legge anti-gay “per vizio di forma”.  Allora, appena varata  la severa legge, aveva suscitato scalpore nel mondo intero. Alcuni Paesi occidentali, tra cui Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia avevano drasticamente ridotto gli aiuti economici all’Uganda e anche la Banca mondiale ha rinviato a tempo imprecisato l’erogazione di un importante prestito.

E solo pochi giorni fa la first lady del Kenya, Rachel Ruto ha proclamato una preghiera nazionale contro l’omosessualità nel Paese. La Ruto ritiene che tale pratica rappresenti una minaccia per l’istituzione della famiglia.

Nell’Africa dell’est, come in molti altri Paesi del continente, le persone LGBTQ sono discriminate da società conservatrici, sia a maggioranza cristiana che musulmana, dove l’omosessualità è ancora un tabù.

Africa ExPress
@africexp
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Uganda, la Corte Costituzionale cancella la legge anti-gay

Essere gay in Kenya può costare la vita: ammazzato attivista LGBTQ

Tanzania: gay e lesbiche perseguitati condanna internazionale

 

 

Sognavano l’America, migranti camerunensi approdati su un’isola dei Caraibi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 marzo 2023

Oltre 600 camerunensi si sono ritrovati a Antigua, un’isola dei Caraibi, mai sentita nominare in precedenza.

Stato insulare Antigua e Barbut nei Caraibi

I giovani approdati a loro insaputa nello Stato insulare di Antigua e Barbuda, provengono tutti dalle due regioni anglofone del Camerun (Nord-Ovest e Sud-Ovest), dove si sta consumando un sanguinario conflitto dalla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone.

Da allora gli scontri sono stati continui tra i ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Dal 2016 ad oggi, secondo International Crisis Group (ICG), sono morte oltre 6.000 persone, e un milione e più hanno dovuto lasciare le proprie case. Non solo l’esercito e la polizia sono accusati di gravi crimini, anche i ribelli sono parte in causa nelle atrocità commesse nelle zone anglofone.

Per fuggire a questa situazione disastrosa, gli oltre seicento sfortunati migranti hanno investito tutti i loro risparmi, pensando di trovare un futuro negli Stati Uniti. Il gruppo si era illuso di arrivare clandestinamente nel Paese, dopo l’annuncio risalente allo scorso luglio del governo di Washington di essere disposto a elargire una protezione temporanea ai camerunesi già presenti nel Paese.

Migranti del Camerun a Antigua

I camerunensi si sono affidati a falsi tour operator, che con svariati annunci su internet hanno promesso di organizzare, oltre al viaggio, anche la logistica dell’immigrazione come parte del pacchetto. I trafficanti di esseri umani travestiti da agenzie di viaggio, hanno chiesto ai disperati oltre 6.000 dollari a testa.

La maggior parte di coloro che sono finiti inconsapevolmente ad Antigua – un’isola che alcuni dicono di non aver neppure mai sentito nominare prima,  hanno confessato alla BBC – si aspettavano di rimanere lì solo per pochi giorni prima di essere portati in Sud America, da dove è stato pianificato il tragitto verso nord, fino agli Stati Uniti.

Una rotta molto pericolosa. Per arrivare dal Sud America in Messico, i migranti devono affidarsi a trafficanti senza scrupoli che spesso li costringono al contrabbando di droga e altro. Prima di giungere in Messico, devono attraversare il Darien Gap, una foresta pluviale montagnosa tra la Colombia e il Panama. Molti muoiono durante questa lunga marcia che dura almeno sei giorni.

Purtroppo il sogno americano dei 600 camerunensi si è fermato a Antigua, le tappe successive non si sono concretizzate. Sono rimasti bloccati su un isolotto di 94mila abitanti, senza soldi per finanziare il resto del viaggio.

Tutto questo caos è scoppiato perché il governo di Antigua e Barbuda, Stato insulare nei Caraibi, ha voluto stabilire un collegamento diretto con l’Africa centrale.

Tre secoli dopo che gli antenati degli Antigua sono stati costretti a imbarcarsi sulle navi negriere dall’Africa per lavorare come schiavi nelle piantagioni di zucchero di proprietà britannica sull’isola, molti hanno accolto con gioia e grande entusiasmo i collegamenti con la madrepatria. Il primo volo charter è atterrato – in modo regolare – nel giorno dell’Indipendenza, il 1° novembre, accolto con raffiche di cannoni ad acqua come saluto.

Ma nel giro di poche settimane sono arrivati altri voli charter, gestiti da un altro vettore, con a bordo centinaia di camerunensi in fuga dalle persecuzioni.

Secondo i dati ufficiali, 637 camerunensi si trovano a tutt’oggi sull’isola, dove sono approdati a loro insaputa, arrivati con voli charter tra dicembre e gennaio, senza più un soldo in tasca. Ora sono costretti a vivere in case fatiscenti o in pensioni economiche, nell’attesa di racimolare i soldi da parenti o amici per poter continuare il viaggio.

Gli imprenditori locali ora temono che se il medio Atlantico dovesse diventare una rotta migratoria, potrebbe rovinare il turismo nei Caraibi.

Lo Stato insulare ha però rinunciato al rimpatrio dei migranti, come stabilito in un primo momento. Poi, dopo aver sentito che i giovani camerunensi potrebbero finire in galera o addirittura essere uccisi una volta ritornati in patria, il governo ha abbandonato questo piano per motivi umanitari.

Ovviamente i voli charter con l’Africa centrale sono stati sospesi, ma il governatore generale, Sir Rodney Williams, ha ribadito la promessa del governo di aiutare i “fratelli e le sorelle” africani.

Williams ha aggiunto che nessuno, tranne i criminali, deve temere l’espulsione; “Proteggeremo tutti da abusi e sfruttamento”, ha sottolineato Williams. E il ministro dell’Informazione Melford Nicholas, ha aggiunto: “Con la crescita dell’economia, avremo bisogno di più competenze. Forniremo un alloggio e troveremo un modo per dare loro uno status legale qui”.

Nicholas ha infine fatto un appello ai cittadini: “Spero che la popolazione accolga gli africani con tutto il cuore”.

Del resto molti residenti li considerano fratelli e sorelle ancestrali, e stanno aiutando gli sfortunati migranti come possono, con cibo, ospitalità e persino denaro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Pur di scappare dall’inferno africano si tenta di entrare in America Centrale

 

Ciclone Freddy gioca a ping-pong tra Madagascar e Mozambico seminando morte e distruzione

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
8 marzo 2023

La vita di Freddy, ciclone tropicale dell’Oceano Indiano, sembra non avere fine. È diventato una immensa e mortale pallina da ping-pong che con il suo macabro gioco colpisce alternativamente Madagascar e Mozambico lasciando scie di morte e distruzione.

Ciclone Freddy
Il percorso del ciclone tropicale Freddy nel Canale del Mozambico (Courtesy Zoom Earth)

Il primo passaggio 

Arrivato violentemente sulla costa sud-orientale del Madagascar il 21 febbraio a 180 km/h ha colpito circa 226.000 persone. Secondo le Agenzie ONU almeno 148.000 hanno bisogno di aiuti umanitari. La sua forza, al primo passaggio, ha distrutto o allagato 4.500 abitazioni e ucciso 11 persone.

Dopo aver attraversato il Canale del Mozambico, il 24 febbraio ha toccato le coste centro meridionali mozambicane nella provincia di Sofala. Ha quindi perso potenza diventando Tempesta Tropicale ma il diluvio ha colpito oltre 210.000 persone e distrutto oltre 28.000 abitazioni fino alla provincia di Maputo.

Ci sono stati almeno dieci morti. Tra i danni anche la contaminazione delle acque e in alcune aree sono già stati registrati casi di colera.

L’Agenzia mozambicana per la gestione dei disastri (INGD), stima che siano state colpite dal ciclone 1,75 milioni di persone. Gli sfollati, al momento, sono oltre 8.000.

Secondo le previsioni meteo di Zoom Earth Freddy sarebbe dovuto entrare per 400 km, fino al confine sudafricano, diventare Bassa Pressione Tropicale ed esaurirsi.

Ma ha ripreso vigore correndo per circa 1.800 km attraverso l’area centro meridionale del Mozambico ed entrando in Zimbabwe per tornare verso la costa.

Il secondo passaggio

Il ciclone ha attraversato di nuovo il Canale del Mozambico trasformandosi in Forte Tempesta Tropicale in direzione del Madagascar.  In mare ha acquisito energia e il 6 marzo è arrivato a 50 km dalla costa sud-occidentale delle Grande Isola.

Sul Canale all’altezza della città di Toliara, con venti a 125km/h, ha reso il mare estremamente pericoloso a causa del “moto ondoso ciclonico”. Il suo impatto ha causato altri quattro decessi e le forti piogge hanno inondato o distrutto oltre 3.300 abitazioni.

Freddy, secondo le previsioni meteo, attraverserebbe in diagonale il Canale del Mozambico per 900 km ed entrare nuovamente nella costa centrali mozambicane, in Zambesia.

Dovrebbe esaurire la sua energia durante i primi 50 km nella notte tra sabato 11 e domenica 12 marzo. Ma si muove all’interno di un “cono di incertezza” ampio 1,12 milioni di kmq (quasi quattro volte l’Italia) che complica le previsioni.

I primati di Freddy
I tristi primati di Freddy (Courtesy The Weather Network)

Il triste primato di Freddy

La World Meteorological Organization (WMO)  – Agenzia meteorologica ONU ha confermato il record del ciclone. Ha superato quello dell’uragano John che nel 1994 è durato 31 giorni. L’Agenzia ONU ha dichiarato che Freddy, dopo aver attraversato l’intero Oceano Indiano per oltre 31 giorni, è diventato il ciclone tropicale più longevo della storia.

Ma è un triste primato. Un’ulteriore anomalia che conferma il maggiore riscaldamento delle acque dell’Oceano Indiano e il rapido aggravamento delle mutazioni climatiche.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
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Allarme rosso in Madagascar e Mozambico: il ciclone tropicale Freddy minaccia distruzione e morte

Altro ciclone causa ancora morti e distruzione nel sud Madagascar

Ciclone tropicale Eloisa devasta il Mozambico: colpite 250 mila persone

Mozambico, Zimbabwe e Malawi: oltre mille i morti per il ciclone Idai

Macron annuncia il ribaltamento della politica francese in Africa: “L’era della françafrique è finita”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 marzo 2023

Pochi giorni prima del nuovo tour in Africa centrale (Gabon, Congo Brazzaville, Angola e Congo-Kinshasa) del presidente francese, Emmanul Macron ha annunciato a Parigi una importante riduzione delle forze francesi nel continente e un nuovo modello di partenariato.

Emmanuel Macron, presidente della Francia, in visita in 4 Paesi dell’Africa centrale

Dopo la partenza delle truppe d’oltralpe dalla Repubblica Centrafricana, Mali e Burkina Faso, alcune migliaia di uomini sono ancora di stanza nel continente.

A tutt’oggi, la Francia ha una imponente presenza militare in Africa, con quattro basi permanenti – in Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti – e dispiega truppe per operazioni specifiche in Niger e Ciad.

Al suo arrivo a Libreville, capitale del Gabon, Macron ha affermato: “L’era della Françafrique è finita, la Francia è ora un partner neutrale nel continente”.

In Gabon, dove il capo di Stato francese ha avuto colloqui con il presidente Ali Bongo, che quest’anno, in occasione delle presidenziali, potrebbe candidarsi per un terzo mandato. Macron ha anche partecipato al summit “One Forest”. Si tratta di un vertice organizzato da Francia e Gabon sulla protezione delle foreste tropicali, in particolare nel bacino del Congo, oggi considerato il polmone verde più importante del pianeta.

Macron, a sinistra, con il presidente dell’Angola, Joao Lourenço

Durante il soggiorno in Angola, Macron ha siglato con il suo omologo, Joao Lourenço, un partenariato volto a sviluppare il settore agricolo e agroalimentare del Paese, tra il principale produttore di petrolio dell’Africa, ma vuole diversificare la propria economia.

In Congo-Brazzaville il presidente francese è stato accolto in pompa magna dall’eterno capo di Stato Denis Sassou-Nguesso, che dirige il suo Paese con pugno di ferro dal 1997. I due hanno poi discusso per lo più dei problemi che sta affrontando il continente.

Se le prime tre visite si sono svolte in un clima disteso, a Kinshasa la situazione si è un pochino inasprita, in quanto la Francia è accusata di sostenere il Ruanda.

Durante una lunga e vivace conferenza stampa è stato affrontato soprattutto il sanguinario conflitto che si sta consumando nell’est della ex colonia belga.

Félix Tshisekedi (il presidente del Congo-K) ha atteso invano che il suo omologo francese condannasse chiaramente, “l’ingiusta e barbara aggressione perpetrata dal Ruanda nel nostro Paese”, come è stata definita dal presidente congolese stesso.

Nella regione del Nord-Kivu, sono presenti da oltre un anno i miliziani del gruppo armato M23, notoriamente appoggiati da Kigali.

Kinshasa, Congo-K: proteste contro la visita del leader francese, Emmanuel Macron

Macron non ha approfondito la questione. Si è limitato a dire: “Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, compreso il Ruanda. Chi ostacola il piano di pace, sa a cosa va incontro, comprese le sanzioni”. Ma ha poi aggiunto: “Il saccheggio a cielo aperto deve finire in questo Paese. Niente saccheggi, niente balcanizzazione, niente guerra”. La Francia ha comunque sempre negato il suo sostegno al gruppo M23.

Poco prima dell’arrivo del leader d’oltralpe a Kinshasa, si sono svolte diverse manifestazioni contro la Francia. Pur essendo una ex colonia belga, la percezione del sostegno di Parigi al vicino Ruanda ha alimentato il sentimento antifrancese. E tra i manifestanti alcuni hanno mormorato: “Parigi stia prestando maggiore attenzione verso l’Africa centrale, dal momento che le relazioni con le sue ex colonie in Africa occidentale si sono più che raffreddate”.

La Francia, pur essendosi schierata con il Congo-K, le Nazioni Unite e altri Paesi, nel denunciare il sostegno del Ruanda al gruppo armato M23, la gente ha criticato Macron perché non ha espresso il suo disappunto con più determinazione.

La Francia e il Ruanda si sono avvicinati dopo che nel 2021 Macron ha riconosciuto la responsabilità della Francia nel genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994, ma il presidente ha sempre negato di aver favorito Kigali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Guerre e massacri in Africa per il controllo del petrolio: il ruolo della Francia

Il Congo-K orientale sempre in guerra in attesa della visita di Papa Francesco a Kinshasa

Congo-B: Sassou pronto per il IV mandato, morto per covid il maggiore oppositore

Gabon: riprende la più importante gara ciclistica, dominata anche stavolta dagli atleti francesi

 

Sierra Leone: il 14 Marzo convegno dei valdesi con Emergency, Medici senza Frontiere e Africa ExPress

Africa ExPress
6 marzo 2023

INCONTRO CON LA SIERRA LEONE: GLI INTERVENTI DI EMERGENCY E MEDICI SENZA FRONTIERE

CON IL SOSTEGNO DELL’OTTO PER MILLE VALDESE E METODISTA 

MARTEDÌ 14 MARZO 2023 – ORE 18.00-19.30

LIBRERIA CLAUDIANA, VIA FRANCESCO SFORZA 12/A MILANO

Avrà luogo a Milano, martedì 14 marzo, presso la sala della Libreria Claudiana (via Francesco Sforza 12/a, MM1 San Babila), dalle 18.00 alle 19.30, un incontro con la Sierra Leone, nel corso del quale saranno presentati i progetti e le attività delle organizzazioni Medici Senza Frontiere ed EMERGENCY nel Paese africano.

L’incontro è organizzato dall’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese, che sostiene queste iniziative nell’ambito del supporto offerto a più di 1500 progetti in Italia e all’estero, grazie alle firme di oltre mezzo milione di contribuenti italiani.

Parteciperanno alla presentazione, Manuela Vinay, responsabile dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese, Elda Baggio, vicepresidente di Medici Senza Frontiere, e Daniele Giacomini, Direttore Area Emergenza e Sviluppo di EMERGENCY. Il dibattito sarà arricchito da un intervento del giornalista Massimo Alberizzi, per molti anni inviato speciale del Corriere della Sera in Africa e oggi direttore del quotidiano online Africa ExPress.

“Come tanti Paesi del Sud del Mondo, commenta Manuela Vinay, la Sierra Leone vive in una condizione di estrema povertà e di grande fragilità sociale e politica, lontano dai riflettori dei media internazionali: per questo motivo abbiamo voluto organizzare un momento di conoscenza e approfondimento sulla realtà di questo paese, in cui sono più che mai necessari gli interventi delle organizzazioni non governative italiane e internazionali che noi, come Chiesa Valdese, Unione delle Chiese metodiste e valdesi, sosteniamo con il contributo dell’8×1000”

“Nel 2022 nel Centro chirurgico di EMERGENCY a Goderich, Freetown, spiega Daniele Giacomini, abbiamo effettuato 18.470 visite ambulatoriali, per un totale di 1.607 ricoveri e 2.431 operazioni. Dal 2001 il nostro ospedale è un importante punto di riferimento per la traumatologia e la chirurgia d’urgenza nel paese; trattiamo gratuitamente pazienti che, a causa della difficile situazione economica e dell’alto costo delle cure, non vedrebbero altrimenti riconosciuto il proprio diritto alla salute e rischierebbero di perdere la vita”.

“La Sierra Leone, dichiara Monica Minardi, presidente MSF Italia, è uno tra i Paesi con il più alto tasso di mortalità materno infantile nel mondo: 78 bimbi muoiono alla nascita ogni 1000 nati vivi. In particolare, nel distretto di Kenema la mortalità dei bambini con meno di cinque anni è molto alta: tra le cause, malnutrizione, gastroenteriti acute e infezioni respiratorie. Con i progetti in Sierra Leone, Medici Senza Frontiere supporta la popolazione locale offrendo cure mediche per pazienti che necessitano di ricovero o gestiti nella comunità.

Qui MSF ha costruito un ospedale con un focus pediatrico e materno-infantile, una struttura innovativa per il suo impatto ambientale e per la sua sostenibilità grazie a un sistema di pannelli solari. Ringraziamo la Chiesa Valdese e Metodista per il contributo a favore dei progetti di MSF in Sierra Leone, un aiuto concreto e fondamentale alla nostra azione medica”.

La Chiesa Valdese concorre, come altre confessioni religiose, alla ripartizione dei fondi Otto per Mille e ha scelto di destinare tutti i contributi al sostegno di interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali, in Italia e nel mondo.

L’Otto per Mille può essere destinato da tutti i contribuenti a una delle confessioni religiose con cui lo Stato italiano ha sottoscritto una intesa, oppure allo Stato stesso. L’Otto per Mille funziona di fatto come un voto, perché le quote sono suddivise in proporzione al numero di scelte espresse.

EMERGENCY ONG Onlus è una organizzazione internazionale nata in Italia nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tra il 1994 e il 2022, nelle strutture sanitarie di EMERGENCY sono state curate gratuitamente più di 12 milioni di persone. Una ogni minuto.

Medici Senza Frontiere è una organizzazione medico umanitaria internazionale indipendente che fornisce soccorso medico a popolazioni la cui sopravvivenza è minacciata da conflitti armati, violenze, epidemie, disastri naturali o esclusione dell’assistenza sanitaria. Oggi è impegnata in oltre 70 paesi, tra cui Ucraina, Afghanistan, Yemen e tante altre emergenze più o meno dimenticate.

Per ulteriori informazioni:

Ufficio Stampa Otto per Mille della Tavola ValdeseStudio Vizioli & Associati Milano
Giorgio Vizioli t.3355226110
giorgio.vizioli@studiovizioli.it

Ufficio Stampa EMERGENCY
Claudia Agrestino: t.334 618 6239
claudia.agrestino@emergency.it

Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere
Paola Longobardi: paola.longobardi@rome.msf.org

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Altri stranieri rapiti in Mali: in mano ai jihadisti due cooperanti della Croce Rossa (un eritreo un burkinabé)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 marzo 2023

Ieri, tramite il proprio account Twitter, il Comitato internazionale della Croce Rossa in Mali ha annunciato il sequestro di due loro colleghi.

Mali: sequestrati due impiegati del ICRC

Il fatto è avvenuto nella mattinata di sabato a Kassambaré, a 110 km dalla città di Gao da un gruppo armato non ancora identificato. I due collaboratori dell’ ICRC sono originari dall’Eritrea e dal Burkina Faso, notizia confermata dal noto giornalista, collaboratore di molte testate, Serge Daniel, sempre ben informato sui fatti del Sahel.

Finora non sono state rese note le generalità dei due operatori sequestrati onde evitare speculazioni sul caso, come precisa l’ICRC.

Aminata Alassane, portavoce dell’Organizzazione in Mali, dove l’organizzazione è presente da ben 32 anni, ha ribadito il rapimento dei due impiegati a AFP. ICRC chiede l’immediato rilascio dei propri collaboratori.

Gli attacchi di gruppi armati terroristi, sia alleati a al Qaeda che allo Stato Islamico (ISIS) sono all’ordine del giorno, ma si susseguono anche aggressioni da parte di bande armate criminali. Al momento attuale non è dato sapere chi sia responsabile dell’ultimo sequestro di ieri in Mali.

I rapimenti di stranieri e maliani sono frequenti nel Paese, sia a scopo di ricatto che per ritorsioni.

Nel maggio 2022, uomini armati hanno rapito tre italiani: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e un cittadino togolese, autista della coppia. I quattro sono stati prelevati da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali. Da allora non si hanno più notizie dei nostri concittadini e del loro autista.

Nella regione gli stranieri tenuti in ostaggio dai terroristi sono ancora parecchi, tra questi il reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito nel novembre dello scorso anno nella capitale del Mali, Bamako; il giornalista francese Olivier Dubois, sequestrato nell’aprile 2021 nel nord del Mali. Lo statunitense Jeffery Woodke è in mano ai suoi aguzzini dall’ottobre 2016. Anche l’ultra ottantenne medico australiano Ken Elliott, rapito il 15 gennaio 2016 a Djibo nel Burkina Faso, insieme alla moglie Jocelyn Elliott, poi rilasciata poco dopo, non è ancora stato liberato. Mentre il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, è stato portato via con la forza da uomini armati da una miniera in Burkina Faso nel 2015.

Mentre nel dicembre 2022 è stato liberato, Joerg Lange dell’organizzazione HELP, sequestrato nell’aprile 2018 in Niger.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Italiani rapiti nel Sahel: jihadisti e ostaggi in viaggio verso i santuari dei terroristi nel nord del Mali

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Lotta continua in Sudan: ucciso un sedicenne durante le proteste di piazza della scorsa settimana

Africa ExPress
Khartoum, 4 marzo 2023

Durante le proteste della scora settimana contro il regime militare di transizione, è stato brutalmente ammazzato un ragazzino di soli 16 anni a Sharg al-Nil, un quartiere nella periferia della capitale sudanese, Khartoum.

Sudan: manifestazioni contro il regime militare

Come riporta il giornale online, Dabanga News, con sede in Olanda, Ibrahim Majzoub è stato ucciso da un poliziotto con un colpo al torace.

L’uccisione del ragazzo è stata ampiamente documentata da un video, postato sui social network, che ben presto ha ottenuto migliaia e migliaia di visualizzazioni. Ibrhaim è il 125esimo manifestante morto durante le proteste che vengono organizzate settimanalmente dopo il colpo di Stato dell’ottobre 2021.

La polizia ha ammesso il brutale assassinio del ragazzo, ma ha sottolineato che si è trattato di una iniziativa individuale, non conforme agli ordini impartiti. E, sempre secondo le forze dell’ordine, sarebbero scattate immediatamente provvedimenti penali contro il poliziotto coinvolto.

Il Comitato centrale dei Medici sudanesi ha commentato sul proprio account Twitter:  “Si tratta dell’ennesimo crimine commesso dalle forze di polizia, dai golpisti e del loro Consiglio militare”.

Le manifestazioni contro il regime militare e le difficoltà economiche sono state nuovamente represse con la violenza e centinaia di attivisti sono stati arrestati in base alle leggi dello Stato di emergenza. La polizia ha lanciato bombe lacrimogene mentre i manifestanti marciavano verso il palazzo presidenziale.

Le forze di polizia hanno dato la loro versione: in un loro comunicato c’è scritto che i manifestanti sarebbero stati molto aggressivi: “Hanno lanciato pietre e bombe molotov contro gli agenti, alcuni dei quali sarebbero rimasti feriti”.

“Continuiamo le proteste perché siamo contrari all’accordo quadro, in quanto concede l’immunità ai militari, che, invece, dovrebbero assumersi le proprie responsabilità”, ha detto uno degli attivisti che ha partecipato alla marcia di protesta.

I comitati di resistenza, che organizzano le proteste settimanali, hanno respinto i colloqui con le autorità  e chiedono il completo ritiro dei militari dal potere.

Africa ExPress
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Discorso del presidente tunisino contro i migranti subsahariani e scoppia l’odio razziale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 marzo 2023

“L’arrivo di masse incontrollate dal sud del continente africano hanno come obiettivo di trasformare la Tunisia in un Paese solo africano e staccarla dalle nazioni arabo-musulmane”. Sono parole pronunciate dal presidente tunisino Kaïs Saied il 21 febbraio scorso in occasione di una riunione del suo consiglio di sicurezza.

Kaïs Saïed, presidente della Tunisia

Durante lo stesso meeting, il presidente ha annunciato misure urgenti per far fronte al fenomeno migratorio che, secondo Saied, mira a modificare profondamente l’identità del Paese.

Ha poi accusato i migranti di essere responsabili di crimini, violenze e di atti inaccettabili. Il capo di Stato ha chiesto interventi immediati a tutti livelli – diplomatico, sicurezza e militare – nonché ad una rigorosa applicazione delle leggi sull’immigrazione e maggiori controlli alle frontiere.

Le misure annunciate dal governo di Tunisi sono arrivate un mese dopo la visita dei ministri degli Esteri, Antonio Tajani, accompagnato dal suo omologo degli Interni Matteo Piantedosi. In tale occasione i responsabili dei due dicasteri hanno promesso di accogliere più lavoratori tunisini per inserirli nel mercato del lavoro (industria e agricoltura), in cambio di un maggiore impegno della Tunisia nell’ambito dell’immigrazione irregolare.

Alcune ONG hanno fatto sapere che da quasi un anno odio e xenofobia si stanno diffondono contemporaneamente in Tunisia e Egitto. Sui social network si sono moltiplicate le campagne e gli appelli per il rimpatrio degli africani subsahariani.

Berberi tunisini

Bisogna ricordare che in Tunisia non tutte le persone dalla pelle scura sono di origini subsahariane. Pochi sanno che nel Paese è sempre esistita una popolazione dalla pelle nera, come alcuni berberi, presenti anche in altri Stati del Magreb, in Libia, Mauritania e Egitto. I berberi vivono nella regione ben prima dell’arrivo degli arabi alla fine del VII secolo.

Non è mancata un’immediata presa di posizione dell’Unione Africana dopo le parole pronunciate dal presidente tunisino.  L’organizzazione ha chiesto a tutti gli Stati membri di astenersi da qualsiasi commento di odio a sfondo razziale che possa danneggiare le persone.

E, in un comunicato, firmato personalmente da Moussa Faki Mahammat, presidente della Commissione dell’UA, si legge: “Condanniamo fermamente le scioccanti dichiarazioni delle autorità tunisine. Esternazioni che sono contrarie allo spirito della nostra organizzazione e dei principi sui quali si basa sin dalla su fondazione “. Nabil Ammar, capo della diplomazia di Tunisi, ha rigettato prontamente tutte le accuse, apostrofandole come “senza fondamenta”.

Dopo il discorso del presidente tunisino, le reazioni nel Paese non si sono fatti attendere. Molti lavoratori sub sahariani sono stati licenziati in tronco e cacciati dalle loro case. Altri sono stati arrestati e/o espulsi.

Migranti subsahariani accampati n Tunisia

Provvedimenti presi dai datori di lavoro e proprietari di case anche per timore di sanzioni, poiché, secondo una legge del 2004, obbliga i padroni a richiedere un permesso di soggiorno e a dichiarare alla stazione di polizia di ospitare uno straniero. Leggi, finora poco rispettate, poiché è difficilissimo ottenere un permesso di soggiorno in Tunisia.

Intanto è caccia all’uomo. Si susseguono arresti da parte delle forze di sicurezza, ma non mancano anche aggressioni fisiche e verbali da parte di comuni cittadini. E’ stato riportato che molte donne con i loro bambini non hanno più un posto dove dormire e tanti non hanno più un soldo per procurarsi il cibo. Sono stati attaccati anche studenti universitari, regolarmente registrati nel Paese.

Jean Bedel Gnabli, vice responsabile di un’associazione di migranti sub sahariani in Tunisia, ha dichiarato che l’intera comunità, che comprende senegalesi, guineani, congolesi e altri , vive nel terrore.

Centinaia di africani si presentano tutti giorni all’entrata delle proprie ambasciate a Tunisi. In particolare gli ivoriani hanno chiesto un immediato rimpatrio volontario. Dopo l’appello dei propri concittadini, il 1° marzo le autorità di Abidjan hanno sbloccato la somma di 1,5 milioni di euro per erogare anche uno stipendio a 500 ivoriani identificati per il ritorno volontario, per facilitare il loro reinserimento nel Paese. La Costa d’Avorio non ha ancora comunicato quando invierà un aereo che riporterà a casa i primi richiedenti.

Il governo guineano, invece, due giorni fa ha già provveduto a riportare a Conakry i primi 50 concittadini.

Ma non sono nemmeno mancate le manifestazioni di solidarietà. Sabato scorso centinaia di persone hanno protestato a Tunisi contro il discorso di odio pronunciato dal presidente.

Naturalmente non poteva mancare una telefonata di Tajani al suo omologo tunisino. Il ministro degli Esteri ha espresso la propria solidarietà al popolo e alle autorità di Tunisi in questo momento particolarmente delicato per il Paese.

Tajani ha poi commentato: “Il Governo italiano è in prima linea nel sostenere la Tunisia nelle attività di controllo delle frontiere, nella lotta al traffico di esseri umani, nonché nella creazione di percorsi legali verso l’Italia per i lavoratori tunisini e nella creazione di opportunità di formazione alternative alle migrazioni”.

Sta di fatto che, secondo le autorità di Tunisi, i tentativi di attraversare il Mediterraneo sono in forte aumento. Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2023 la guardia costiera tunisina ha soccorso in mare 423 persone, 352 tra loro di origine subsahariana.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Terminate le seconde esercitazioni navali in Sudafrica con Russia e Cina in salsa anti-occidentale

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
2 marzo 2023

Le esercitazioni navali delle marine militari di Sudafrica, Russia e Cina, programmate dal 17 al 27 febbraio, sono terminate. La parte attiva delle manovre militari si è tenuta dal 25 al 27 febbraio con tiri congiunti di artiglieria e manovre tattiche in mare.

Iniziate fra le polemiche, interne ed esterne al Sudafrica, per la partecipazione dell’ex colonia britannica, sono andate avanti con la disapprovazione dell’Occidente. Le date, infatti, coincidevano con il primo anniversario dell’occupazione russa dell’Ucraina.

Le proteste anti russe

L’arrivo della fregata russa Admiral Gorshkov nel porto sudafricano di Richards Bay è stato contestato da un piccolo yacht con bandiera ucraina che affiancava la nave.

Una metafora che ricorda il Davide ucraino e il Golia russo, mentre a Pretoria c’era una manifestazione contro le esercitazioni davanti all’ambasciata russa.

La fregata Admiral Gorshkov della Marina russa

Mosi 2 e i missili ipersonici

L’esercitazione, chiamata Mosi 2, segue la Mosi 1 che si è tenuta del 2019, ma è stata più lunga e con una differenza sostanziale. La Marina militare russa ha voluto mostrare i muscoli: la Admiral Gorshkov era armata con missili ipersonici Zircon.  Il comandante russo, Oleg Gladkiy, ha però affermato che non sarebbero stati utilizzati nelle esercitazioni. Oltre alla fregata la Russia aveva la nave cisterna Kama della Flotta del Nord.

La Cina ha partecipato con il cacciatorpediniere missilistico guidato, Huainan, la fregata Rizhao e dalla nave appoggio Kekexilihu. Le unità navali cinesi avevano appena terminato una missione di scorta nel Golfo di Aden. Il Sudafrica, che ha dichiarato la sua neutralità davanti all’invasione russa dell’Ucraina, ha schierato una fregata Mendi e due navi di supporto e 350 marinai.

Esercitazioni navali Mose 2
Esercitazioni navali Mose 2 nell’Oceano Indiano delle Marine sudafricana, russa e cinese

I muscoli di Putin

L’esercitazione Mosi 2, per Vladimir Putin, è stata l’occasione per mostrare la sua nuova arma. Si tratta di missili ipersonici che viaggiano a una velocità Mach 8-9 (9.800-11.000 Km/h) e raggiungono un’altitudine di 30-40 km.

Durante il volo, a causa dell’attrito, attorno al corpo del missile si crea una nuvola di plasma in grado di assorbire le onde elettromagnetiche. Questa caratteristica renderebbe invisibile ai radar la micidiale arma.

I Zircon possono essere utilizzati da portaerei, fregate, incrociatori e sottomarini nucleari ma anche da terra da sistemi missilistici di difesa costiera. Nei test il missile ha colpito un bersaglio a 500 km di distanza, ma arriverebbe a 1.000 km. È stato usato diverse volte in Ucraina per neutralizzare strutture di rilevanza strategica.

Il Cremlino “vuole punire gli ucraini”

Ma perché Putin ha voluto queste manovre al largo del Sudafrica? Paul Nantulya, dell’Africa Centre for Strategic Studies della National Defence University di Washington lo afferma al South China Morning Post di Hong Kong. “Il Cremlino vuole fondamentalmente dimostrare al mondo che è ancora in grado di condurre relazioni internazionali su larga scala – ha dichiarato lo studioso -. Vuole anche mostrare alcune delle capacità di combattimento utilizzate per punire i cittadini ucraini. E intende distruggere le infrastrutture civili, anche se sembra che queste armi siano state inefficaci da un punto di vista puramente militare”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
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Crediti foto:
– La fregata Admiral Gorshkov della Marina russa
Di Mil.ru, CC BY 4.0, Collegamento

Altra vittoria di Putin: a febbraio in Sudafrica manovre militari marine con Russia e Cina