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Cardinale rapito in Centrafrica: insorge la gente e dopo poche ore viene liberato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 marzo 2023

Ieri, durante la riunione ordinaria dei capi di Stato di CEMAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale) a Yaoundé, capitale del Camerun, Paul Bitya ha passato lo scettro dell’organizzazione – in base alla successione alfabetica – al presidente della Repubblica Centrafricana, Assange Touadéra.

Il cardinale centrafricano,Dieudonné Nzapalainga

Poche ore dopo, durante la notte tra il 17 e il 18 marzo si è poi sparsa la voce del rapimento del cardinale centrafricano, Dieudonné Nzapalainga, in occasione di una visita pastorale nella prefettura Haute Kotto, nella parte centro-orientale del Paese. Secondo quanto riferito, l’alto prelato è stato sequestrato da un gruppo di uomini armati, presumibilmente appartenenti a Coalition des patriotes pour le changement (CPC).

Pare che il cardinale e i membri della sua delegazione – tra questi il vescovo di Bambari e il parroco di Bria (capoluogo della prefettura Haute Kotto) – avessero rifiutato la scorta dei caschi blu di MINUSCA, la missione dell’ONU presente nella ex colonia francese dal 2014.

Il convoglio è stato fermato dai criminali all’una di notte all’uscita della città di Ouatta, per dirigersi verso  Ouanda Djallé, che dista un centinaio di chilometri. Secondo alcune fonti, gli uomini armati avrebbero chiesto un riscatto di 5 milioni di CFA ( poco più di 7.500 euro).

La popolazione, appena ha appreso la terribile notizia, si è mobilitata per la liberazione del cardinale, mentre i vertici di MINUSCA avrebbero intavolato subito trattative con il gruppo armato.

Dieudonné Nzapalainga, anno 1967, è stato nominato arcivescovo di Bangui da Benedetto XVI nel 2012, mentre è stato chiamato alla carica di cardinale da Papa Francesco nel novembre 2016.

Intanto Nzapalainga non si ferma e continua la sua lotta per la pace nel suo travagliato Paese, dove dal 2013 si consuma un sanguinario conflitto interno.

Il primo ministro di Bangui, Félix Moloua, ha detto che sta seguendo il caso e ha precisato: “Il cardinale proseguirà la sua missione pastorale”.

Uomini di Wagner controllano casa per casa in un villaggio in Centrafrica

Malgrado la massiccia presenza dei mercenari russi del gruppo Wagner, le aggressioni alla popolazione civile sono all’ordine del giorno. I mercenari mostrano gran interesse verso le risorse minerarie del Paese e non hanno a cuore la sorte della gente e la tutela dei diritti umani.

Human Rights Watch in un rapporto dello scorso maggio, accusa i mercenari di crimini di guerra perpetrati nella Repubblica Centrafricana.

Bangui è sempre più vicino a Mosca. L’insegnamento della lingua russa è diventato obbligatorio nelle università con l’anno accademico in corso e non si esclude che con la revisione della  Costituzione, tanto voluta da Touadéra, la lingua di Putin possa diventare una delle tre lingue ufficiali, accanto al francese e il sango.

Ma non solo il Centrafrica, anche altri Paesi del continente, per lo più ex colonie francesi, subiscono il fascino di Mosca e dei Wagner.

Corbeau News Centrafrique, quotidiano ben informato sui fatti del Paese, ha annunciato che il presidente di transizione del Ciad, Mahamat Idriss Deby, si recherà nei prossimi giorni a Bangui. Durante il suo soggiorno avrà colloqui con il suo omonimo centrafricano, ma sarà anche l’occasione per incontrare il capo militare del gruppo Wagner in Centrafrica.

Aggiornamento:

Una volta giunti a Ouanda Djallé, dove il porporato e i membri della sua delegazione sono stati accolti da una folla immensa, il gruppo ribelle CPC ha categoricamente smentito il sequestro di persona e il suo portavoce, Aboubacar Sidik ha spiegato: “La zona è molto pericolosa e siamo sempre in stato di allerta. Non siamo stati informati dell’ arrivo di una delegazione di religiosi, pertanto abbiamo dovuto metterli in sicurezza in attesa di controlli e dell’autorizzazione dei capi”.

Dopo lunghe trattative che si sono svolte durante la notte, il cardinale e i suoi accompagnatori hanno potuto proseguire il viaggio. E Richard Appora, vescovo di Bambari, uno dei membri della missione, ha confermato: “Sono sorpreso che si parli di sequestro. Non c’è stato nessun rapimento, nessuna richiesta di riscatto. Abbiamo inviato una delegazione di parroci con uno o due leader della comunità alla base di CPC per perorare la nostra causa e chiedere di lasciarci passare”.

Cornelia I. Toelgyes
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Cambiamenti climatici: il ciclone Freddy semina distruzione e oltre 400 morti nell’Africa meridionale

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 marzo 2023

Il ciclone tropicale Freddy ha terminato la sua corsa di morte alle 6 della mattina del 15 marzo al confine tra Mozambico e Malawi.

Durante i suoi 38 giorni di attività, nel suo ping-pong tra Madagascar e Mozambico, ha seminato distruzione e disperazione. Fino ad oggi si contano oltre 400 morti nei tre Paesi dell’Africa meridionale colpiti dalla sua folle corsa.

Il bilancio provvisorio in Mozambico è di 73 decessi e 17 in Madagascar ma il Paese più colpito è il Malawi, ultima tragica tappa di Freddy che ha causato anche 183.000 sfollati.

Ciclone Freddy alcune bare dei morti in Malawi
Ciclone Freddy alcune bare dei morti in Malawi

Dopo essere tornato violentemente per la seconda volta nel Mozambico centrale è entrato pesantemente nel confinante Malawi fino a Blantyre, seconda città del Paese.

Il governo malawiano ha confermato 326 morti ma si teme che il numero sia molto più alto. Nel comune di Chilobwe una famiglia ha perso dodici membri contemporaneamente.

“Davanti ai cambiamenti climatici siamo senza aiuto. Mi sento triste e devastato per ciò che è successo” – ha affermato Lazarus Chakwera, presidente del Malawi in visita a Blantyre. Il capo dello Stato ha dichiarato lo stato di calamità in 10 distretti colpiti dal ciclone.

Secondo i media malawiani, nell’attuale situazione, alcuni feriti gravi potrebbero morire a causa dell’impossibilità di accoglienza nelle strutture sanitarie. Secondo il Dipartimento per le gestione dei disastri (DoDMA) il ciclone ha fatto sfollare oltre 4.300 famiglie e fino ad oggi, nella sola Blantyre risultano circa 800 feriti. I soccorritori continuano a cercare i dispersi sotto le macerie e le montagne di fango: all’appello mancano almeno 41 persone.

Ciclone Freddy
Il ciclone Freddy entra in Zambesia (Courtesy ZoomEarth)

Il secondo impatto di Freddy

Il 10 marzo la perturbazione da 257.000 Kmq (grande quasi quanto tutta l’Italia) che anticipava Freddy, è entrata in Mozambico. Il ciclone, di quasi 40.000 Kmq, era al suo interno. Freddy, in meno di tre settimane ha toccato per la seconda volta le coste mozambicane.

Il giorno successivo il ciclone tropicale ha colpito la città di Quelimane in Zambesia, con venti a 170 km orari. Ha spazzato via case, linee elettriche e telefoniche lasciando senza elettricità centinaia e comunicazioni telefoniche migliaia di persone. Nell’area di Quelimane, circa 250.000 persone hanno bisogno di aiuto.

Oltre 400 morti dal 20 febbraio ad oggi

Da quando il ciclone tropicale Freddy, il 20 febbraio, per arrivare sul continente africano ci sono stati oltre 400 morti.

Si è formato nell’Oceano Indiano il 3 febbraio a nord ovest dell’Australia sotto l’Indonesia crescendo di intensità. Ha viaggiato per oltre 8.000 km  passando pericolosamente vicino a Mauritius e La Reunion con venti tra i 150 e 260 km orari fino alle coste centro-orientali del Madagascar.

Superata l’Isola Grande e il Canale del Mozambico è entrato nell’ex colonia portoghese da Inhambane sulla costa mozambicana. La previsioni meteo lo davano esaurito entro il 23 febbraio al confine sudafricano ma ha ripreso forza.

Ha riattraversato il Canale del Mozambico per colpire nuovamente la costa sud-occidentale del Madagascar il 7 marzo. È quindi rimbalzato per tornare verso il Mozambico entrando da Quelimane l’11 marzo per esaurirsi nella devastazione del Malawi.

Freddy ha superato il record dell’uragano John

Il ciclone Freddy, nei suoi 38 giorni di vita e quasi 11.000 km è diventato il più longevo della storia superando l’uragano/tifone John del 1994. John ha mantenuto il record di 31 giorni prima di esaurirsi nell’Oceano Pacifico all’altezza dell’America Centrale.

Ma Freddy è anche il ciclone che ha prodotto la maggiore energia e il primo ciclone di categoria 5 del 2023. Il ciclone Freddy è quello che ha avuto il più insolito tragitto nell’Oceano Indiano.

Freddy
Il disturbo tropicale “92S” (Courtesy ZoomEarth)

Purtroppo, nel momento in cui scriviamo, a circa 700 km a est del Madagascar si sta formando un disturbo tropicale chiamato “92S”. La speranza è che non diventi un nuovo mortale ciclone.

L’appello arrivato ad Africa ExPress per sostegno urgente

Alla redazione di Africa ExPress, tramite David Mutua, dell’Ufficio stampa dell’ong CARE International per l’Africa meridionale è arrivata una richiesta di aiuto alle popolazioni colpite, che pubblichiamo.

In Malawi, il fiume Shire si sta ingrossando e l’acqua si sta spostando nell’entroterra verso le case, mentre il Paese è alle prese con un’epidemia di colera. Di seguito riportiamo una citazione del nostro direttore regionale dell’Africa meridionale:

La tempesta tropicale Freddy ha portato con sé inondazioni devastanti, distruzione e morte in Mozambico e Malawi. Strade e ponti sono stati spazzati via, impedendo alle comunità di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno. Case e abitazioni sono state distrutte, lasciando le famiglie bloccate e al freddo.

“Mentre proseguono le operazioni di soccorso, si prevede che il bilancio delle vittime sia destinato a salire. In Malawi, siamo preoccupati per i bisogni immediati delle persone colpite, ma anche per la recrudescenza del colera in Mozambico, dove stavamo già rispondendo agli effetti del ciclone che ha toccato terra il 24 febbraio, il numero di persone bisognose aumenterà”.

È necessario un sostegno urgente per raggiungere le persone colpite. CARE sta già lavorando a fianco del governo, dei nostri partner locali e dei leader delle comunità. Abbiamo distribuito cibo e kit di accoglienza in Mozambico e Malawi”, ha dichiarato Mathew Pickard, direttore regionale di CARE International per l’Africa meridionale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Allarme rosso in Madagascar e Mozambico: il ciclone tropicale Freddy minaccia distruzione e morte

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Mozambico, Zimbabwe e Malawi: oltre mille i morti per il ciclone Idai

Mattarella il tessitore in Kenya ha dato una boccata d’ossigeno alla CMC coinvolta nello scandalo dello dighe

Simba, il leone salvato durante l'indagine (Courtesy Lord Michael Ashcroft)Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi 16 marzo 2023

La vignetta qui sotto, apparsa ieri sul quotidiano keniota di maggior tiratura, Daily Nation, sembra disporre di informazioni analoghe a quelle che Africa Express aveva anticipato nell’articolo pubblicato in occasione della visita del Presidente Mattarella che sta volgendo alla sua conclusione.

Il progetto delle dighe di Arror e Kimwarer faceva parte di un’ambizione fortemente promossa e voluta dallo stesso William Ruto nel 2014, all’epoca dei fatti VicePresidente del Paese e aveva incontrato ostacoli di carattere politico nati da divergenze tra il Presidente dell’epoca, Uhuru Kenyatta, e il suo vice.

Il principale quotidiano keniota, il Daily Nation, ha pubblicato questa vignetta in cui i presidenti Mattarella e Ruto nascondono sotto il tappeto la spazzatura creata dal scandalo delle due dighe idroelettriche Arror e Kimwarer

Nel freddo luglio 2015 di Nairobi, in occasione della visita del Primo Ministro italiano dell’epoca Matteo Renzi aveva sbandierato il progetto come la riuscita dell’ecosistema italiano in Kenya spendendo parole forti per le ambizioni del progetto.

Dopo due anni, nel 2017 il progetto è stato affossato, con l’arresto persino del ministro delle Finanze dell’epoca Rotich per presunte malversazioni.

La battaglia tra Kenyatta e il suo vice era al culmine quando nel 2018 anche l’amministratore delegato della CMC (Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna) Porcelli è stato raggiunto da mandato di cattura Keniota per non esecuzione del contratto e malversazioni. Vere o presunte che fossero le accuse, niente che potesse assomigliare ad un cantiere era stato aperto da CMC in Kenya dopo circa tre anni di tira e molla.

Il progetto delle dighe era stato bell’e che cancellato dal Presidente Kenyatta, una sfilza di arresti avvennero in Kenya e una sequela di cause intentate da parte Keniota verso l’Italia e viceversa, con un conseguente raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi, a cui la debole rappresentanza diplomatica italiana dell’epoca non ha contribuito a risollevare.

Quando le elezioni presidenziali in Kenya del 2022 sancirono la vittoria di William Ruto, il progetto venne riesumato dal suo primo promotore e un lavoro di ricucitura intrapreso da parte Keniota, che intravvedeva un fastidioso arbitrato richiesto da parte italiana, propendere secondo l’Avvocatura di Stato de Kenya malgrado tutto sulle maggiori colpe del Paese ospitante il progetto che di quello che lo eseguiva, l’Italia.

L’arrivo del nuovo ambasciatore italiano a Nairobi, Roberto Natali, nel settembre del 2022, ha ridato impeto al dialogo costruttivo tra le parti, aiutato anche dalla calendarizzazione della visita del Presidente Mattarella come contributo fattuale per sotterrare le intenzioni bellicose: quando il nostro presidente ha calcato lunedì scorso il suolo keniota (34 anni dopo l’ultima visita di Stato), le intenzioni positive si sono cristallizzate, ritirando i contenziosi in sede legale e riaprendo il tavolo progettuale caro al Presidente Ruto.

Il presidente Mattarella saluta gli italiani presenti in Kenya, si riconoscono Marinella e Franco De Paoli, Michele Castegnaro, Lorenza Truffelli del ristorante Pomodoro al centro commerciale Village Market di Nairobi (foto Africa Express)

Rimarrebbe da comprendere ancora qualche aspetto del progetto, in particolare chi si è arricchito con i primi fondi erogati e spesi per acquisire SUV 4×4 di gamma alta, se l’assicurazione contratta dal Kenya con SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) sul progetto originale possa essere riutilizzata senza troppe penali e soprattutto se CMC, all’epoca alleata con il gruppo Gavio per l’esecuzione di questa opera possa ancora essere d’attualità.

Di memoria, la CMC aveva dichiarato concordato preventivo nel 2019 e a tutt’oggi non è fuori dal guado. Certamente questo progetto di 300 milioni di euro sarà una boccata di gran ossigeno per il gruppo ravennate che certamente ringrazierà Quirinale e Farnesina per il loro operato dietro le quinte.

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com
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DAL NOSTRO ARCHIVIO

Mattarella in Kenya per ricostruire i rapporti naufragati per le malversazioni provocate dai contratti della CMC

Rapiti 25 adolescenti nel nord del Congo-K: sospettati i criminali del Lord’s Resistance Army

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 marzo 2023

Nella provincia di Bas-Uélé, nel nord della Repubblica Democratica del Congo, sono stati rapiti 25 adolescenti alla fine di febbraio.

25 adolescenti rapiti nel nord del Congo-K

E’ successo nel territorio di Ango, zona confinante con la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan. Un gruppo di 7 uomini armati fino ai denti sono arrivati verso le 22.00 del 28 febbraio scorso e hanno attaccato tre villaggi (Namangu, Zamoi e Banda).

Il commando ha dapprima saccheggiato una decina di case e un negozio, poi, secondo quanto ha affermato un amministratore locale, ha portato via con la forza 25 giovanissimi tra i 12 e 18 anni, tra loro anche diverse ragazze e pare che una fosse pure incinta.

I tre villaggi sono situati in un’area isolata, lontani dal capoluogo del territorio di Ango, una zona molto vasta, controllata da un solo distaccamento militare.

Inizialmente le autorità del luogo hanno puntato il dito su ribelli ex-Séléka (gruppi di ribelli ancora attivi in Centrafrica), ma l’amministratore del territorio di Ango ha il forte sospetto che si tratti invece di uomini del Lord’s Resistance Army (LRA), in italiano, l’Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo armato ugandese, attivo anche in altri Stati africani (Repubblica centrafricana, Congo-K, Sudan, Sud Sudan)

“Si sono presentati con in mano due pistole ciascuno. Hanno portato via i nostri giovani. Non chiedono riscatti, hanno bisogno dei maschietti per il loro esercito, mentre le ragazzine subiscono abusi sessuali e sono costrette a diventare le mogli dei loro aguzzini”, ha specificato un amministratore locale.

Le province settentrionali della RDC sono ex roccaforti di LRA. Lultimo rapimento messo a segno dal gruppo armato ugandese nella regione risale al 2020.

Già la settimana precedente sono stati portati via 3 uomini in un altro villaggio; sono stati rilasciati poco dopo. Ora le autorità hanno fatto sapere di voler pattugliare l’intera zona per tentare di trovare i ragazzi sequestrati.

Per anni sia l’Uganda che gli Stati Uniti hanno dato la caccia a Joseph Kony, leader della Lord’s Resistance Army in Centrafrica, con un importante dispiegamento di truppe e costi. Nel 2017 i due governi hanno ritirato i loro uomini.

Il gruppo ribelle si è decisamente molto indebolito negli ultimi anni e si mormora che il loro leader sia gravemente ammalato. Sembra che ordini ai suoi uomini di procurare medicinali per curarsi, piuttosto che reperire nuove armi. Si suppone che Kony si trovi ancora in Centrafrica, sempre che non sia già passato a miglior vita.

Nel 2013 e nel 2021, gli Stati Uniti hanno promesso una taglia 5 milioni di dollari per informazioni che possano portare alla cattura di Kony.

Il leader di LRA resta comunque ancora uno dei terroristi più ricercati dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja per crimini contro l’umanità. Alla fine di gennaio, la Corte Penale Internazionale ha fatto sapere di voler confermare i 33 capi d’accusa contro Kony, sperando che in questo modo vengano incentivati gli sforzi internazionali per trovare il fuggitivo più ricercato dell’Africa.

Nel 2021, la CPI ha invece condannato a 25 anni di galera Dominic Ongwen, ex bambino soldato, poi diventato uno dei maggior comandanti di LRA.

LRA è stato fondato verso il 1987, dal fondamentalista cristiano Joseph Kony, con l’intento di rovesciare il governo ugandese del presidente Yoweri Museveni, per instaurare un regime fondato sui dieci comandamenti, anzi un undicesimo è stato aggiunto dal leader: divieto assoluto di andare in bicicletta, pena dell’amputazione di una gamba.

Joseph Kony, fondatore e capo di LRA

Questo gruppo è ritenuto responsabile di almeno centomila morti, del sequestro di decine di migliaia di minori e di averli trasformati in bambini-soldato; è accusato di torture, matrimoni forzati nonché stupri, per ottenere bambini da trasformare in soldati o in mogli per i soldati. Alle giovani donne spesso venivano tolti i neonati per essere usati come oggetti di scambio.

Kony è nato nel 1961 nel villaggio di Odek, nella provincia settentrionale di Gulu, in Uganda. I suoi genitori, Luizi Obol e Nora Oting, entrambi acholi, (etnia che risiede per lo più il nord dell’Uganda)  hanno avuto sei figli ed erano agricoltori.

Il padre era cattolico, la madre anglicana. Kony è stato chierichetto fino al 1976. All’età di 15 anni ha abbandonato la scuola per diventare un guaritore tradizionale.

Nel 1987, all’età di 26 anni, Kony ha fondato l’Esercito di Resistenza del Signore, un’organizzazione fondamentalista cristiana che ha operato nel nord dell’Uganda fino al 2006.

Dal punto di vista ideologico, il gruppo è fondato su un mix di misticismo, nazionalismo acholi e fondamentalismo cristiano. Sosteneva di voler istituire uno Stato teocratico in Uganda, basato sui 10 comandamenti biblici e sulla tradizione acholi.

Tra l’altro Kony si è proclamato portavoce di Dio, sostenendo di essere stato visitato da una schiera di 13 spiriti, tra questi anche un fantasma cinese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Atrocità, stupri, saccheggi: ex bambino soldato ugandese, condannato a 25 anni

La caccia a Joseph Kony è finita: USA e Uganda ritirano le truppe dal Centrafrica

Mattarella in Kenya per ricostruire i rapporti naufragati per le malversazioni provocate dai contratti della CMC

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,
é in visita di Stato
nella Repubblica del Kenya 
fino al 16 marzo.

 

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 15 marzo 2023

Dopo trentaquattro anni di assenza (Cossiga, 1989), il Presidente Mattarella effettuauna Visita di Stato in Kenya, dove si tratterrà per quattro giorni.

Visita di Stato in Kenya del presidente Sergio Mattarella, con il suo omologo, William Ruto a Nairobi

E’ avvenimento assai raro per l’Italia quello di impegnare così tanto tempo il Presidente per un viaggio in un solo Paese africano, forse il segno di un rinnovato interesse strategico del Kenya per l’Italia? In fondo siamo la seconda comunità europea presente in Kenya dopo gli inglesi. A dire il vero durante la seconda Guerra Mondiale eravamo tre volte più dei coloni inglesi, ma perlopiù prigionieri di guerra.

Accolto in gran pompa ieri mattina con ventun salve di cannone a State House dal Presidente William Ruto, Mattarella ha un’agenda fitta di impegni come descritto più sopra dall’Ufficio Stampa del Quirinale.

Le problematiche dell’ambiente saranno sicuramente il catalizzatore degli incontri, tuttavia che la maggiore ambizione è stata quella di tessere una relazione di diplomazia economica riaprendo il discorso interrotto sulle dighe assegnato alla Cooperativa Muratori e Cementieri, CMC, di Ravenna nel 2015 poi naufragato per malversazioni economiche e l’istanza di fallimento del contractor ravennate tre anni dopo.

I due Paesi hanno deciso di rinunciare alle azioni legali rispettive (Italia presso la Corte di Arbitrato dell’Aia per mancati pagamenti e Kenya contro le tre aziende di cui CMC è capofila per non esecuzione di contratto) e riaprire il dossier delle dighe di Arror e Kimwarer.

Malindi, Kenya: centro spaziale Luigi Broglio

Mattarella è oggi a Malindi per visitare il Centro Spaziale Luigi Broglio, di cui fa parte la piattaforma S. Marco, rampa di lancio di qualche satellite italiano negli anni Sessanta.

Sarà accompagnato dal DG dell’Agenzia Spaziale Italiana, Saccoccia, per intavolare un dialogo di formazione in ingegneria aerospaziale a livello locale, per creare competenze locali e rilanciare le ambizioni congiunte in questo settore.

L’agricoltura sarà anche uno dei temi cardine nelle conversazioni tra delegazioni, allargando il discorso alla gestione delle risorse idriche e la capacità delle soluzioni italiane, siano esse pilotate dalle numerose ONG italiane presenti in Kenya o direttamente tramite le azioni di AICS (l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) e in subordine ICE (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), che aprirà quest’anno un ufficio a Nairobi.

Si parlerà probabilmente anche di energie sostenibili, con ENI presente sul territorio grazie alla riconversione della raffineria di olio combustibile di Mombasa verso olii di origine vegetale, per il quale la presidenza keniota ha sin d’ora garantito 300.000 acri di terre marginali adatte allo sfruttamento di quei vegetali oleosi che sono materia prima per la raffineria.

Per finire, l’Università Cattolica del S. Cuore con il progetto E4Impact offrirà una visione delle startup operanti dal Kenya e sostenute dall’incubatore alla cui presidenza siede Letizia Moratti.

Michael Backbone
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DAL NOSTRO ARCHIVIO

Kenya, lo scandalo delle presunte tangenti CMC investe la politica italiana

Scandalo dighe in Kenya, giudici di Nairobi: arrestate Porcelli, AD della CMC

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Business e salute: l’Italia vieta gli ospedali psichiatrici? Bene andiamo a costruirne uno in Kenya

Nuovo rifornimento di armi dal Pentagono alla Somalia per contrastare i terroristi al Shebab

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Marzo 2023

Escalation bellico-militare USA in Somalia. Sessantuno tonnellate di armi (fucili d’assalto AK-47 di produzione ex URSS e mitragliatrici pesanti) e relative munizioni sono state donate dal Pentagono all’Esercito nazionale della Somalia.

Washington invia armi in Somalia per contrastare i terroristi al Shebab

Lo rende noto in un comunicato l’Ambasciata degli Stati Uniti a Mogadiscio. Gli armamenti sono stati trasferiti a bordo di due aerei cargo C-17 di US Air Force; i velivoli sono atterrati il 28 febbraio scorso nell’aeroporto internazionale “Aden Adde” della capitale somala. Ad attenderli il responsabile affari esterni del corpo diplomatico USA Tim Trinkle, il ministro della difesa della Somalia Abdulkadir Mohamed Nur Jama e il Capo di Stato maggiore delle forze armate, generale Odowaa Yusuf Rageh. 

“L’assistenza militare supporterà le operazioni correnti dell’esercito somalo contro le milizie di al-Shebab negli Stati di Galmadug e Jubaland e della Brigata di fanteria avanzata Danab di cui è stato avviato il processo di reclutamento”, scrive l’Ambasciata USA in Somalia. “La donazione di armi e munizioni rappresenta una delle priorità della partnership USA con la Somalia (…) La consegna verrà notificata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte del Governo federale somalo in stretto coordinamento con l’Ufficio di cooperazione alla sicurezza dell’Ambasciata USA a Mogadiscio in accordo con le risoluzioni ONU”. 

Secondo quanto riportato dal sito specializzato Defense News, in un comunicato ufficiale sottoscritto congiuntamente con gli altri partner di riferimento nella gestione delle operazioni di sicurezza in territorio somalo (Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito), il Pentagono si è impegnato a sostenere gli sforzi della Somalia nella gestione dei sistemi d’arma e delle munizioni nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite revocasse l’embargo di armi pesanti al paese africano.

L’ONU ha rinnovato l’embargo nel novembre 2022 anche se però ne ha alleggerito gli effetti: oggi la Somalia può importare infatti missili terra-aria e anticarro e droni da combattimento.

Il sempre più evidente sostegno USA alle operazioni offensive dell’esercito somalo avviene alla vigilia del ritiro dal Paese delle forze armate dell’Unione Africana  e dell’affidamento delle responsabilità di difesa alle autorità somale entro la fine del 2024. Washington intende sostenere pienamente la “guerra totale” dichiarata dal presidente Hassan Sheikh Mohamud contro i militanti di al-Shebab che controllerebbero una parte importante di territorio somalo. La controffensiva militare ha il sostegno formale dei paesi confinanti: Etiopia, Kenya e Gibuti.

Attualmente nel Paese africano sono presenti circa 450 militari USA; essi sono stati schierati nel corso del 2022 su decisione del presidente Joe Biden che ha revocato l’ordine di ritiro del suo predecessore Donald Trump. I reparti statunitensi stanno sostenendo l’intervento dei militari somali e della coalizione multinazionale dell’Unione Africana con operazioni di intelligence, l’addestramento militare e gli attacchi diretti con l’ausilio di droni killer.

Le milizie di Al Shebab reclutano nelle proprie file anche bambini soldato

Sono i sempre più frequenti dispacci del Comando delle forze armate USA per il continente africano (US Africom) di Stoccarda, Germania, a confermare il dirompente interventismo statunitense in Corno d’Africa. Due attacco aerei con velivoli senza pilota “su richiesta del Governo federale della Somalia” e “a supporto delle operazioni dell’Esercito nazionale contro al-Shebab” sono stati condotti da US Africom il 14 e il 17 dicembre 2022 nei pressi della città costiera di Adale, regione centro-meridionale dell’alto Shebele, a circa 250 km da Mogadiscio.

Nel corso dei due attacchi sarebbero stati uccisi quindici membri delle milizie armate jihadiste. Un terzo attacco con droni killer, ancora nei pressi di Adale, è stato ordinato dal Pentagono il 23 dicembre 2022 e avrebbe causato la morte di sei miliziani di al-Shebab. 

“US Africa Command ha condotto stamani uno attacco di auto-difesa collettiva a circa 260 km a nordest di Mogadiscio, vicino Galcad, dove le unità dell’Esercito nazionale somalo sono impregnate in un pesante combattimento a seguito di un complesso, esteso ed intensivo attacco da parte di un centinaio di combattenti al-Shebab”, riporta una nota emessa il 20 gennaio 2023. “Le azioni combinate da parte delle forze alleate schierate sul terreno e l’attacco aereo hanno prodotto la distruzione di tre veicoli e la morte di una trentina di terroristi”.  

Tre giorni dopo il Comando USA di Stoccarda si è assunto la paternità di un nuovo attacco con l’uso di droni armati in una “regione remota” nei pressi di Xaradheere, 396 km a nordest di Mogadiscio “dove le forze armate somale stanno conducendo un’operazione contro le milizie armate”.

Due i membri di al-Shebab assassinati. I velivoli killer USA tornavano a colpire ancora l’area di Xaradheere il 25 gennaio. La portata di quest’ultima operazione bellica veniva enfatizzata da una dichiarazione pubblica del Segretario della Difesa, Lloyd J. Austin III.

“Su ordine del presidente, i militari USA hanno eseguito un attacco nel nord della Somalia in cui hanno trovato la morte alcuni membri dell’ISIS tra cui Bilal-al-Sudani, un leader dell’organizzazione terroristica in Somalia ed elemento chiave della rete globale dell’ISIS”, riferiva il capo del Pentagono.

“Al-Sudani era responsabile della crescente presenza dell’ISIS in Africa e del finanziamento delle operazioni del gruppo in tutto il mondo, incluse quelle della fazione ISIS operante nella provincia di Khorasan, in Afghanistan. Quest’azione rende gli Stati Uniti d’America e i suoi partner più liberi e più sicuri e riflette il nostro costante impegno a protezione degli americani dalla minaccia del terrorismo in patria e all’estero”. 

Anche la Casa Bianca ha diffuso un comunicato sul bombardamento in Somalia del 25 gennaio 2023. “Al-Sudani ha una lunga storia da terrorista – esordisce l’ufficio stampa di Joe Biden -. Prima di operare con l’ISIS, egli era stato identificato dal dipartimento del Tesoro per il suo ruolo all’interno degli Shebab: facilitava i combattenti stranieri a raggiungere i campi di addestramento dell’organizzazione jihadista e collaborava al finanziamento degli estremisti violenti stranieri in Somalia”. Sempre secondo la Casa Bianca, originariamente era stata pianificata la cattura di Al-Sudani “ma la risposta delle forze ostili all’operazione ha portato alla sua morte”. 

“Il Dipartimento della Difesa ha presentato il piano d’intervento in un briefing al Presidente”, aggiunge lo staff di Biden. “Egli ha condiviso il piano con il direttore nazionale di intelligence, il direttore del Centro anti-terrorismo, il vicedirettore della CIA e i responsabili del team per la sicurezza”. La Casa Bianca ha stimato che una decina i “terroristi” siano stati uccisi nell’attacco contro Bilal-al-Sudani.

A febbraio 2023 il Comando di US Africom ha rivendicato altri tre attacchi con droni in Somalia: il primo – giorno 10 – a 45 km a sudovest di Hobyo (472 km di distanza da Mogadiscio); il secondo – il 15 febbraio – vicino Beletueine (460 km a nordovest della capitale); il terzo – il 21 – nello Stato di Galmudug.

Complessivamente sarebbero stati assassinati ventiquattro membri di al-Shebab. “Dato che tutti gli strike sono stati effettuati in luoghi remoti della Somalia, possiamo affermare con certezza che nessun civile è stato ucciso”, prova a rassicurare il Pentagono. “Il Governo federale della Somalia e l’US Africa Command continueranno a prendere le migliori misure per prevenire vittime civili. La protezione dei civili rimane una condizione vitale dei comandi operativi per promuovere una maggiore sicurezza per tutti gli africani”.

Per estendere tra la popolazione il consenso alle operazioni militari USA, Washington sta accrescendo pure la quantità di “aiuti umanitari” destinati alle autorità somale. “Gli Stati Uniti sono uno dei numerosi Paesi che contribuiscono agli sforzi di stabilizzazione economica e all’assistenza umanitaria e militare del Governo Federale”, spiega Washington. 

“Il Comando di US Africom è il braccio militare dell’intero approccio governativo USA con I partner africani. Diplomazia, sviluppo e difesa sono i tre elementi (3D) dell’intervento condotto dalle molteplici agenzie governative statunitensi per accrescere la cooperazione e il sostegno dei nostri partner: le soluzioni condivise per le sfide per la sicurezza, incluse quelle contro l’estremismo violento o il terrorismo”.

Per il Pentagono la Somalia assume sempre più un ruolo centrale per la “stabilità” di tutta l’Africa orientale. “Le forze armate assegnate al Comando di US Africom addestrano, accompagnano e assistono le unità militari alleate aiutandole a conseguire gli strumenti che necessitano per sconfiggere le milizie di al-Shabab, il più grande e mortale network di al-Qaeda nel mondo.

US Africom e le forze alleate continueranno a valutare i risultati di queste operazioni e forniranno informazioni addizionali a secondo dei casi. Non saranno però rilasciati dettagli specifici sulle unità coinvolte e sugli assetti impiegati in modo da rendere sicuri gli interventi”. E la guerra nel martoriato Paese africano si fa ancora più sanguinosa e secretata.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non si annega solo nel Mediterraneo: morti almeno 22 migranti malgasci nell’Oceano Indiano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 marzo 2023

Un nuovo dramma della migrazione si è consumato tra sabato e domenica notte, lontano dai nostri occhi, nell’Oceano Indiano. Qui in Occidente la notizia è trapelata solamente poche ore fa, grazie a un comunicato rilasciato dalle autorità malgasce. Seconde le prime stime gli annegati sarebbero tra 22 e 25.

Naufragio in Madagascar

I disperati sono fuggiti dal Madagascar con rotta verso Mayotte, un’isola in mezzo all’Oceano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

L’Autorità portuale, marittima e fluviale (APMF) del Madagascar ha fatto sapere che sul natante si trovavano 47 persone. Il naufragio si è consumato a largo del distretto di Ambanja, all’estremità settentrionale del Madagascar, che dista poco più di 350 chilometri dal dipartimento francese.

Ventitré passeggeri sono stati salvati, altri ventidue corpi senza vita sono già stati recuperati, ha dichiarato APMF in un breve  comunicato. Le ricerche sono scattate immediatamente, alle quali hanno partecipato non solo le autorità preposte – marina, gendarmeria, agenti della dogana – ma anche semplici pescatori.

Sulla rotta marittima che collega le Comore, o il Madagascar, a Mayotte, si verificano regolarmente i naufragi delle kwassa-kwassa, piccole imbarcazioni a motore utilizzate dai contrabbandieri. Incidenti in mare che raramente trapelano fino a noi.

I kwassa-kwassa sono in realtà tradizionali imbarcazioni da pesca, il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente.

Non solo malgasci o comoriani, anche altri abitanti del continente tentano questa via di fuga per raggiungere la porta d’entrata dell’Europa in questa parte del mondo, Mayotte, appunto, isola della quale sono attratti come da una calamita.

Ma non è tutto oro quello che brilla: gran parte degli abitanti di Mayotte, che comprende due isole principali, Grande-Terre et Petite-Terre, vivono in condizioni precarie, non hanno avuto dalla Francia i benefici e il tanto sperato progresso dopo che l’isola ha  ottenuto lo statuto come Dipartimento francese nel 2011.

La popolazione residente legalmente è passata da 40 mila nel 1978 a quasi 290.000 mila. Cifra sicuramente sottostimata. Il 50 per cento della popolazione è straniera, il 95 per cento proviene dalle vicine Comore, il 30 per cento sono migranti “illegali” e molto spesso, grazie alle leggi sull’immigrazione francese, le autorità procedono al rimpatrio immediato.

Le autorità controllano il tratto di mare con pattugliatori e aerei per intercettare i kwassa-kwassa. E il ministro dell’Interno del governo di Parigi, Gérald Darmanin, in occasione della sua visita a Mayotte dello scorso dicembre, ha dichiarato di voler rafforzare la lotta contro l’immigrazione.

Anche le leggi più severe non riescono a bloccare le partenze dei disperati. Attualmente alcune zone del Madagascar sono colpite da una grave crisi alimentare, specie dopo il passaggio del ciclone Freddy.

Nel sud-est dello Stato insulare sono oltre 880mila le persone che necessitano di aiuti umanitari, tra loro almeno 80mila, nella regione di Vatovavy,la più colpita dal ciclone, hanno bisogno di assistenza immediata per i prossimi tre mesi.

Ma le Organizzazioni chiedono anche donazioni per aiutare le popolazioni del sud e del sud-est del Madagascar, colpite anch’esse dall’insicurezza alimentare.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Migranti annegano nell’Oceano Indiano nel tentativo di raggiungere un’isola francese

Ciclone Freddy

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Menzogne, arroganza, guerre: quando la storia ignora la memoria e i media provocano o fermano i conflitti

dal Corriere della Sera
Massimo Nava
Parigi, 12 marzo 2023

Decisamente, il mese di febbraio è stato un mese di anniversari importanti. Non solo quello, appena ricordato, dell’invasione russa dell’Ucraina, ma anche di quello di vent’anni fa, in cui maturò la decisione degli Usa di invadere l’Iraq.

Storia e Memoria non si divertono con le coincidenze, ma le analisi dovrebbero tenerne conto.

La maggioranza dei Paesi rappresentati all’Onu ha condannato l’azione della Russia, ma allora l’Assemblea assistette a due drammatici interventi contrapposti.

Armi di distruzione di massa

Il 5 febbraio, il segretario di Stato Usa, Colin Powell, cercò di dimostrare che il dittatore Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa e che pertanto andasse attaccato, con l’obiettivo di abbattere il regime e avviare un processo democratico.

Colin Powe durante il suo controverso discorso alle Nazioni Unite con cui tentò di dimostrare che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di mazza

Ma il ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin, si oppose con fermezza, sostenendo la necessità di perseguire la via diplomatica e i controlli delle agenzie internazionali sugli arsenali dell’Iraq. Di fatto, si creò una spaccatura fra Francia e Stati Uniti, la cui onda lunga sarebbe arrivata in Europa e nel mondo arabo e africano. L’immagine dell’America fu offuscata.

La Storia darà ragione alla Francia. Non solo perché le accuse di Powell si dimostrarono false, come lui stesso ammise anni dopo, ma perché la guerra in Iraq avrebbe fatto a pezzi il diritto internazionale e innescato una drammatica instabilità in tutto il Medio Oriente, le cui conseguenze furono il Califfato dell’Isis, gli attentati di matrice islamica in Europa, la guerra in Siria. In Iraq, all’invasione e ai bombardamenti seguirono anni di attentati contro la popolazione civile e scontri fra le componenti religiose. In Afghanistan, cominciò un’altra operazione militare, fino all’ignominiosa riconquista da parte dei talebani.

Dominique de Villepin durante uno dei suoi interventi all’ONU

“In Iraq — disse de Villepin dopo il conflitto — non erano in gioco soltanto guerra e pace, ma anche le regole su cui deve essere fondato l’ordine internazionale. L’intervento preventivo non può essere una regola”. L’allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan definì l’intervento in Iraq con un solo aggettivo: “Illegale”.

Aggravare le divisioni

Come in una profezia, de Villepin aveva indicato il rischio di aggravare le divisioni tra società, culture e popoli, un terreno fertile per il terrorismo e l’instabilità internazionale. “La guerra è sempre la sanzione di un fallimento. (…) Parlo a nome di un vecchio Paese, la Francia, di un continente come il mio, l’Europa, che ha conosciuto guerre, occupazioni, barbarie…”. Ma furono parole al vento. Allora, come del resto oggi, la diplomazia fu messa tra parentesi, accantonata come un segno di debolezza o peggio di benevolenza verso il nemico. Salvo ritornare di moda in un deserto di lutti e macerie.

Colin Powell a un giornalista dell’Abc News ammise: “Naturalmente. È una macchia. Io sono colui che ha agito in nome degli Stati Uniti e questo sarà parte della mia storia. È stato doloroso”. Ma il 20 marzo, esattamente vent’anni fa, la guerra cominciò e l’Iraq fu invaso dalla cosiddetta “coalizione di volenterosi”, guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e sostenuta — ieri come oggi — dal più solerte alleato degli americani, la Polonia.

Non erano necessarie sfere di cristallo, rapporti dell’intelligence o profonda conoscenza dell’Iraq per prevedere che la guerra sarebbe stata breve e il dopoguerra infinito. Bastava ascoltare testimoni del tempo come il vecchio Amir, che citava Lawrence d’Arabia: “Quando si comincia una guerra da queste parti è come mangiare una zuppa con il coltello”; o guardare vecchie fotografie, come quella del 1917 (per chi ama le coincidenze, era sempre in marzo), che raccontavano l’invasione britannica. I soldati che entravano a Bagdad erano agli ordini del generale Stanley Maude che disse: “Non veniamo qui come nemici, né come conquistatori, ma come liberatori”. Seguirono rivolte e massacri.

Una bugia proclamata

I vecchi di Bagdad non potevano accertare l’esistenza delle armi di distruzione di massa, il pretesto della guerra, ma nemmeno immaginare che la tragedia del loro Paese sarebbe cominciata con una bugia proclamata nella massima istituzione internazionale.

La guerra divise l’Europa, dal momento che Francia e Germania si opposero all’intervento, mentre Gran Bretagna, Polonia e Italia sostennero la decisione americana. Anni dopo, anche il Parlamento di Londra mise sotto accusa il premier Tony Blair, confermando che l’intervento fu deciso sulla base di motivazioni false e non seriamente vagliate.

Tony Blair ammise, anche alla CNN, di aver provocato la guerra in base a informazioni false

La Francia, allora paladina del diritto internazionale e dell’opposizione alla guerra, cambiò tuttavia registro anni dopo: l’ex presidente Nicolas Sarkozy fu infatti il primo sostenitore del bombardamento della Libia per eliminare Gheddafi. Seguirono guerra civile, scontri tribali, ondate migratorie, instabilità endemica.

Pretesti e giustificazioni

Anniversari e ricorsi storici, oggi come ieri, rimandano al conflitto fra sovranità degli Stati e diritti dei popoli e delle minoranze. Conflitto che ha offerto negli ultimi vent’anni i più svariati pretesti e giustificazioni per interventi armati. Basti ricordare la legittima difesa e la lotta al terrorismo (Afghanistan), il dovere d’ingerenza (Bosnia, Kosovo), le armi di distruzione di massa e l’esportazione della democrazia (Iraq), la protezione di una minoranza (Libia).

Giustificazioni più o meno etiche, come il “bombardamento umanitario”, un ossimoro, o dettate da ambizioni e interessi strategici, che hanno contribuito a indebolire il sistema internazionale delle regole e a mortificare il ruolo delle Nazioni Unite, con il risultato che il vuoto di legalità è stato progressivamente riempito da altre logiche, da obiettivi politici e militari con pretesa di fondamento morale e ideologico e in sostanza dalla più ignobile delle leggi, quella del più forte, come nella martoriata Ucraina, vittima della legge di Putin.

Massimo Nava
mnava@corriere.it

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Dal Nostro Archivio:

Uno studio dell’esercito americano già nel 2019 aveva previsto con precisione cosa sarebbe successo in Ucraina

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

 

Le regole anti-migranti non colpiranno gli scafisti ma i poveracci in fuga

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
11 marzo 2023

Nonostante la diffusa commozione per il naufragio avvenuto sulla costa calabra con decine di vittime, difficilmente la politica italiana ed europea sull’immigrazione cambierà. Anzi. Il Consiglio dei Ministri riunitosi a Cutro è stato solo un fenomeno mediatico. Nel concreto, finora il governo ha promosso le espulsioni.

I relitti del barcone su cui erano imbarcati i migranti, naufragato nelle acque di Cutro

Quante altre persone dovranno morire – ha affermato Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee – prima che i politici europei si rendano conto che bloccare le rotte sicure e legali e criminalizzare i soccorritori non impedisce ai migranti di intraprendere i viaggi, ma rende le traversate ancora più pericolose? Invece di rendere i confini europei ancora più inaccessibili respingendo le persone e criminalizzando i soccorritori delle Ong che provano a salvare vite in mare, i governi europei dovrebbero concentrarsi sul garantire passaggi sicuri alle persone migranti”.

La riunione dei ministri

E’ di pochi giorni fa una riunione dei Ministri dell’Interno di Italia, Malta, Cipro, Spagna e Grecia. Durante il meeting è stata confermata la linea del contrasto all’immigrazione clandestina, mediante il rafforzamento dei rimpatri e l’aumento della sorveglianza dei confini.

Non solo, anche il Consiglio europeo del 9 febbraio, si è espresso in tal senso: “L’Unione Europea rafforzerà – si legge nelle conclusioni dell’incontro – la sua azione tesa a prevenire le partenze irregolari e la perdita di vite umane, ridurre la pressione sulle frontiere dell’UE e sulle capacità di accoglienza, lottare contro i trafficanti e aumentare i rimpatri. A tal fine si intensificherà la cooperazione con i Paesi di origine e di transito attraverso partenariati reciprocamente vantaggiosi.”

Controllo delle frontiere

Il Consiglio, inoltre, “invita la Commissione a finanziare misure degli Stati membri che contribuiscono direttamente al controllo delle frontiere esterne dell’UE, quali i progetti pilota per la gestione delle frontiere, nonché al miglioramento del controllo delle frontiere nei Paesi chiave sulle rotte di transito verso l’Unione europea;”.

Febbraio 2023: L’Italia consegna un nuovo natante alla guardia costiera libica

In altre parole fondi europei andranno a rafforzare gli apparati di regimi repressivi, ad esempio la Guardia Costiera libica, che addirittura ha nei propri dirigenti persone ricercate dall”Interpol proprio per traffico di migranti!

Poche settimane fa l’Italia ha consegnato alla guardia costiera libica la prima di cinque motovedette, pagate con fondi europei e le altre quattro andranno a Tripoli nei prossimi mesi.

Politica di chiusura

Questa politica di chiusura è coerente con quanto attuato dai governi succedutisi negli ultimi anni, ad esempio il Partito Democratico ha votato con poche eccezioni il provvedimento che ha autorizzato le missioni in Libia, ivi compresa la formazione e la fornitura delle navi destinati alla guardia costiera.

Durante il governo Gentiloni, l’allora ministro degli Interni, Marco Minniti, ha stipulato il Memorandum d’intesa bilaterale Italia/Libia nel febbraio 2017. Secondo Amnesty International, oltre 82.000 persone intercettate in mare sono state riportate in Libia nei soli primi 5 anni di operatività del Memorandum stesso, grazie ai natanti forniti dal nostro Paese.

Anche il Movimento 5 Stelle, quando era al potere non ha fatto nulla per cambiare le cose. Durante il governo Conte -1 sono stati adottati i decreti Salvini. L’Esecutivo Meloni ha riproposto tali norme, con il decreto-legge n.1/2023 convertito in legge nonostante le numerose proteste, fra cui quelle della Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatoviae.

Ostacolano ricerche e soccorso

Di fatto, secondo la signora Mijatoviae, queste regole potrebbero ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle ONG e quindi in contrasto con gli obblighi dell’Italia ai sensi dei diritti umani e del diritto internazionale.

Ma il nostro governo non si ferma, del resto è noto che strumentalizzare il fenomeno fa guadagnare voti. Le forze politiche non si rendono conto, tuttavia, che i migranti non fuggono da ineluttabili calamità naturali, bensì dagli effetti del cambiamento climatico che nei Paesi africani sono tremendi; da guerre combattute per procura per garantire le indispensabili materie prime per il nostro assurdo stile di vita e da regimi corrotti al potere proprio per garantirci tutto ciò.

Sono di pochi giorni fa le dichiarazioni del presidente tunisino, Kaïs Saïed, contro i migranti subsahariani che hanno scatenato l’odio razziale. L’Italia, ha sostituito la dipendenza dal gas russo acquistandolo prima da Egitto, Libia, Congo, Emirati Arabi Uniti ed altri, regimi autoritari, rafforzati dagli investimenti miliardari dell’ENI, in controtendenza con gli obiettivi europei di riduzione dei combustibili fossili.

Si moltiplicheranno così i migranti ambientali, costretti a lasciare le proprie terre, ormai incoltivabili. Con Tripoli il Cane a sei zampe ha siglato, quest’anno, un accordo da otto miliardi di euro per lo sfruttamento del gas, l’intesa sostenuta politicamente dal governo, non prevede condizioni sul rispetto delle libertà fondamentali.

Situazione deprimente

Di fronte a una situazione così deprimente è importante il segnale lanciato dalla società civile, che proprio oggi, 11 marzo, ha manifestato nella spiaggia di Cutro, per esprimere indignazione per quanto accaduto, e ha espresso solidarietà alle famiglie delle vittime.

“Fermare la strage, subito! La strage di Cutro non è stato un incidente imprevedibile. È solo l’ultima di una lunghissima serie di tragedie che si potevano e si dovevano evitare”. E’ l’appello sottoscritto da numerose associazioni, fra cui Amnesty International e la CGIL.

Questa manifestazione è solo il primo importante appuntamento nazionale di un percorso di iniziative e mobilitazioni che le predette associazioni intendono organizzare. Di fronte all’irresponsabilità dei governanti c’è chi non si rassegna e non vuole perdere l’umanità.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Discorso del presidente tunisino contro i migranti subsahariani e scoppia l’odio razziale

 

Italiano arrestato in Centrafrica con altri 4 europei: ancora niente accuse

Africa ExPress
10 marzo 2023

Sono stati liberati i 5 europei (due francesi, un belga, uno spagnolo e un italiano) fermati ieri nella Repubblica Centrafricana insieme a altri cinque, clienti e impiegati di un locale/albergo di Bangui. Lo ha reso noto il giornale online RFI Afrique poche ore fa.

Le dieci persone sono state arrestate all’alba di ieri nell’albergo-ristorante Le relais Des Chasses, ritrovo della capitale della Repubblica Centrafricana.

Due cittadini centrafricani e un ghaniano sono stati rilasciati poco dopo il loro arresto. Mentre i due francesi, uno dei quali un funzionario della FIFA, sono stati rimessi in libertà nel pomeriggio del 9 marzo.

Gli altri europei, tra loro, appunto anche un nostro concittadino, del quale non sono state rese note le generalità, sono stati interrogati a lungo dalla Direction de la Surveillance du Territoire (DST) di Bangui.

Non è emersa nessuna accusa nei confronti degli europei. Telefoni e computer sono stati restituiti ai legittimi proprietari.

Finora non sono state rilasciate comunicazioni ufficiali sull’operazione di polizia o sui motivi dell’irruzione nell’albergo dove stanno soggiornando gli europei.

Secondo fonti presenti sul luogo, i poliziotti dell’Office Central de Répression du Banditisme (OCRB) sono tutt’ora alla ricerca di prodotti altamente infiammabili o di altro materiale sospetto, ma non hanno trovato nulla del genere, né nelle camere, tantomeno nei locali del ristorante, locali perquisti nuovamente stamattina.

Degli europei si sa ben poco: uno tra loro è rappresentante della Federazione Internazionale di Calcio in missione di formazione, un altro volontario è di un’associazione di pensionati francesi che fornisce formazione tecnica, mentre un terzo è dirigente di un’azienda che si occupa di riparazioni stradali. Degli altri due non è trapelato proprio nulla finora.

Africa Express
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Continua in Centrafrica la propaganda anti-francese: arrestati due consulenti dell’ONU e Wagner perde “mercenari neri”

Missionario italiano “salta” su una mina in Centrafrica: ferito gravemente rischia di perdere una gamba