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Kenya: Odinga chiama la piazza e le dimostrazioni contro il caro vita e il presidente Ruto non si arrestano

Africa ExPress
28 marzo 2023

All’indomani delle nuove violente manifestazioni, che si sono svolte ieri in diverse città del Kenya, l’Unione Africana, preoccupata, ha lanciato un invito alla calma.

Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’UA , ha chiesto alle parti  “di avviare dialoghi per superare ogni divergenza nel supremo interesse dell’unità nazionale e della riconciliazione”.

Nuove manifestazioni in Kenya

Anche i leader religiosi kenioti hanno chiesto colloqui incondizionati tra il presidente William Ruto e Odinga. Peccato che Ruto durante le violenze in piazza si trovasse in Germania.

Il capo di Stato è partito domenica scorsa per una visita di Stato a Berlino, dove ha incontrato il presidente  Frank-Walter Steinmeier, nonché il cancelliere Olaf Scholz, per rafforzare le relazioni biaterali tra Kenya e Germania.

Il viaggio di Ruto proseguirà poi in Belgio, dove sono programmati incontri con Alexander De Croo, primo ministro del regno. Si parlerà discuterà delle aree di interesse reciproco, tra questi sanità, sicurezza alimentare e la risposta alla siccità, azioni per il clima, il commercio e investimenti.

William Ruto, il nuovo presidente del Kenya

Infine, durante il suo tour in Europa, Ruto  incontrerà anche i vertici dell’Unione Europea, tra questi anche Charles Michel, Presidente del Consiglio dell’UE, nonché Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.

Ieri, malgrado il divieto, il leader dell’opposizione, Raila Odinga, ha indetto manifestazioni per protestare contro l’alto costo della vita e contro quella che definisce ”giustizia elettorale” dopo le elezioni dello scorso anno.

La polizia ha nuovamente fatto largo uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla. E, secondo il direttore di un ospedale locale di Kisumo, è stata nuovamente uccisa una persona, la seconda vittima dall’inizio delle proteste iniziate la scorsa settimana.

Il capo della polizia del Kenya, Japheth Koome, insiste sul fatto che le proteste siano illegali, ma Odinga afferma che i kenioti hanno il diritto di manifestare.

Il leader dell’opposizione ha esortato i suoi seguaci a scendere in piazza due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì.

Ruto, poco prima della sua partenza per l’Europa, ha chiesto a  Odinga di affrontarlo direttamente e di “smettere di terrorizzare il Paese”.

Lunedì sono stati segnalati anche incidenti nella fattoria dell’ex presidente Uhuru Kenyatta. Alcune persone hanno fatto irruzione nella sua azienda agricola nella periferia della capitale Nairobi. E, secondo quanto riportato dai media locali, sarebbero stati tagliati alberi e sarebbero state portate via delle pecore.

Il saccheggio nella grande fattoria di Kenyatta viene ritenuto come una ritorsione per il suo sostegno a Odinga alle ultime elezioni presidenziali del 2022.

Saccheggi nella fattoria dell’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta

Dal canto suo Odinga si è detto disposto a incontrare  Ruto , ma ha anche fatto saper che devono essere soddisfatte due condizioni: “In primo luogo, i server elettorali elettronici devono essere aperti per verificare se il voto dello scorso anno sia stato truccato e la selezione dei nuovi commissari dell’organismo elettorale deve coinvolgere tutti i partiti”.

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Manifestazioni in Kenya contro il carovita e il regime del presidente Ruto, il rivale contesta le elezioni

I misteriosi motivi dietro la liberazione del giornalista francese e dell’operatore umanitario americano in Niger

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2023

Il rilascio di Olivier Dubois, giornalista, rapito in Mali nel maggio 2021 da Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), ha avuto molta risonanza mediatica, mentre la liberazione di Jeff Woodke, un operatore umanitario  statunitense, sparito nel nulla nell’ottobre 2016, è passato in secondo piano.

Il giornalista francese freelance, Olivier Dubois, (a destra) e l’operatore umanitario statunitense, Jeffrey Woodke, ostaggi liberati in Niger

Woodke è stato sempre molto apprezzato in tutto il Paese, fatto confermato anche dall’allora presidente Mahamadou Issoufou che, durante una intervista rilasciata nel 2019, aveva specificato di aver ricevuto notizia secondo cui l’operatore umanitario era vivo e in buone condizioni di salute. “Faremo tutto il possibile per creare le condizioni affinchè possa essere liberato quanto prima”, aveva poi aggiunto Issoufou.

Le condizioni per la sua liberazione si sono poi presentate anni dopo, nel marzo 2023. Lunedì scorso la notizia del suo rilascio è stata resa nota in un breve comunicato da fonti ufficiali di Washington, pochi giorni dopo la visita a Niamey del segretario di Stato statunitense Antony Blinken.

Ovviamente Washington ha precisato che non è stato pagato alcun riscatto o un cosiddetto quid pro quo. Ma sta di fatto che Blinken, durante la sua visita a Niamey ha promesso 150 milioni di aiuti umanitari per tutto il Sahel. Il segretario di Stato ha sottolineato: “Contribuiranno a fornire un sostegno salvavita a rifugiati, richiedenti asilo e altre persone colpite dai conflitti e dall’insicurezza alimentare nella regione”.

Gli aiuti saranno destinati a Niger, Burkina Faso, Ciad, Mali e Mauritania e ai rifugiati saheliani in Libia. Alcuni dei Paesi destinatari sono attualmente in relazioni più che cordiali con la Russia.

Antony Blinken, segretario di Stato statunitense in Niger

La liberazione degli ostaggi occidentali era nell’aria da giorni, come lo hanno confermato durante un loro intervento a TV24, Wassim Nasr e Serge Daniel, due giornalisti ben informati delle questioni del terrorismo nel Sahel.

In particolare per quanto riguarda Dubois, le trattative per il suo rilascio hanno subito una brusca battuta d’arresto tempo fa, a causa delle pessime relazioni che si sono create tra Bamako e Parigi.

E’ stato necessario ricreare tutti canali con i terroristi e, grazie al governo nigerino, i negoziati sono stati riattivati e si parla sempre più spesso di un mediatore noto nella regione di Kidal (Mali), che avrebbe svolto un ruolo centrale tra i jihadisti e le autorità di Niamey..

Serge Daniel ha anche ricordato che il capo di Stato maggiore nigerino, Salifou Mody, è stato ricevuto pochi giorni prima della liberazione dei due, da Assimi Goïta, presidente della giunta militare di transizione del Mali, e questo malgrado le relazioni non proprio ottimali tra i due governi, visto che il Niger gode della massima fiducia dell’Occidente, mentre Bamako è sempre più vicino alla Russia.

Formalmente l’alto ufficiale nigerino si è recato a Bamako per parlare dei problemi di sicurezza tra i due Paesi, specie tra i confini comuni; non si esclude però che durante i colloqui sia stata menzionata molto discretamente anche la sorte del giornalista francese.

Molto probabilmente non conosceremo mai le condizioni stipulate per il rilascio degli ostaggi, se è stato pagato un riscatto, se sono stati liberati dei prigionieri o se sono state fatte altre concessioni. Ma sta di fatto che il Niger non è alle prime armi in questo tipo di trattative.

Dal febbraio 2022 sono in corso colloqui con i gruppi terroristi e Niamey. Un primo successo è stato ottenuto ad agosto con il rilascio di una suora americana, Suellen Tennyson. Fonti vicine al caso hanno assicurato a RFI che non è stato pagato alcun riscatto, in contropartita pare sia stato rilasciato un miliziano di un gruppo armato.

Va ricordato che in mano ai jihadisti si trovano ancora anche tre italiani testimoni Geova: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e il loro autista, un cittadino togolese. Sono stati rapiti nel maggio dello scorso anno da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
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Italiani rapiti nel Sahel: jihadisti e ostaggi in viaggio verso i santuari dei terroristi nel nord del Mali

 

 

Zimbabwe, smascherato da Al Jazeera ambasciatore-profeta che contrabbandava oro e riciclava denaro

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 marzo 2023

“Abbiamo un uomo di Dio che lavora per noi. È il mio primo ambasciatore itinerante incaricato di promuovere il marchio Zimbabwe”.  Sono le parole di Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe alla presentazione pubblica di Uebert Angel nominato ambasciatore nel marzo 2021.

“È stato necessario sottoporre questo giovane a una formazione diplomatica. È difficile formare un profeta e ci ha sorpreso che lo abbia fatto bene”, continua il presidente fiero del suo prezioso collaboratore.

Contrabbando di oro Ueber Angel e il presidente dello Zimbabwe Mnangwagwa
Contrabbando di oro. a sin. Ueber Angel e il presidente dello Zimbabwe (Courtesy Al Jazeera)

Prezioso di fatto perché il compito di Angel è trovare soldi. Gente che porti denaro contante nell’ex Rhodesia disastrata economicamente dall’iperinflazione e dalle sanzioni internazionali. Ma anche dalla corruzione.

E Gold Mafia – un’indagine dell’emittente TV qatarina Al Jazeera – ha scovato diverse bande di contrabbandieri d’oro nell’Africa australe. I centri più importanti sono Zimbabwe e Sudafrica.

In Zimbabwe accende i riflettori su Uebert Angel. Infatti, l’ambasciatore è uno dei protagonisti principali del contrabbando di oro e del riciclaggio di denaro sporco nell’ex colonia britannica.

Lo scoop

Lo scoop è di due giornalisti sotto copertura dell’Unità investigativa di Al Jazeera (I-Unit). Interpretano i ruoli del gangster cinese Mr. Stanley e Ms. Sin, consigliere finanziario che contattano l’ambasciatore Angel per ripulire grandi quantitativi di soldi sporchi.

Angel, si dichiara ambasciatore plenipotenziario con l’autorizzazione del presidente Mnangagwa di fare un accordo con Mr. Stanley e Ms. Sin. “Sono in grado di firmare trattati – che saranno vincolanti – con i governi senza coinvolgere direttamente il presidente – dice ai giornalisti – Sono il Numero Due con ampi poteri decisionali dopo il presidente”.

“Volete l’oro, possiamo fare la telefonata subito, ed è fatta – dice Uebert Angel, ai due giornalisti -. Arriverà in Zimbabwe ma non si non può toccare finché non arrivo a casa mia. Quindi, è necessario un piano diplomatico”. La telefonata in viva voce è con Henrietta Rushwaya.

Contrabbando di oro Zimbabwe
Contrabbando di oro in Zimbabwe. Da sin. Ueber Angel e Rikki Doolan (Courtesy Al Jazeera)

La nipote del presidente e 100 kg d’oro alla settimana

Henrietta Rushwaya è presidente della Federazione dei minatori dello Zimbabwe oltre che nipote del presidente Mnangagwa. Durante una telefonata ha detto ad Angel e ai giornalisti che contrabbandare 100 kg d’oro alla settimana non sarebbe stato un problema.

La lava-soldi perfetta e il Billion Group

La proposta da Henrietta prevedeva un investimento iniziale di denaro sporco per 10 milioni di dollari a Fidelity, la raffineria d’oro del governo. Ai clienti viene anche fatto uno sconto del 4 per cento. Per tutta la durata della truffa, cinque milioni vengono trattenuti da Fidelity, i restanti cinque vengono utilizzati per l’acquisto settimanale dell’oro. Che vola a Dubai per essere venduto.

I restanti cinque milioni di dollari vengono usati per comprare oro fino all’esaurimento del contante da riciclare. In questo modo tutto l’oro potrà essere venduto a livello internazionale in cambio di denaro pulito.

La conferma viene data ai giornalisti al telefono sempre da Rushwaya: “Siamo l’unico settore del Paese che paga in valuta estera in contanti”.

Doolan, socio di Uebert Angel, ai giornalisti conferma: “Buona lavatrice, giusto?”. Ovviamente il metallo prezioso non viene preso dalle multinazionali che sarebbero controllabili ma da cercatori d’oro indipendenti.

“Noi siamo quelli del Billion Group, di cui sono proprietario. Ha base in Zimbabwe e opera in Zimbabwe – dice orgogliosamente Angel ai giornalisti -. Quando hai bisogno di un’impresa non ti affidi a qualcuno che non conosci”.

Contrabbando di oro in Zimbabwe
Contrabbando di oro in Zimbabwe. Al centro Ueber Angel, a destra Rikki Doolan (Courtesy Al Jazeera)

Chi è Uebert Angel

È leader della congregazione Good News Church (Chiesa della Buona Novella) presente in 15 Paesi con 85 sedi. Ha 44 anni, cittadino britannico-zimbabweano, telepredicatore evangelico che si definisce profeta ma è soprattutto un uomo d’affari e un istrione.

Nel 2007, nel Regno Unito, ha fondato la congregazione pentecostale Spirit Embassy, diventata Good News Church nel 2015. La società madre dei suoi interessi commerciali si chiama The Angel Organisation.

Ha scritto una quindicina di libri diventati best-seller tra i quali Il denaro sta arrivando, Il più grande segreto che Dio mi ha rivelato sul denaro, Come sconfiggere il demone della povertà. Titoli che i suoi credenti comprano aspettando il miracolo.

“Alla richiesta di una risposta all’inchiesta – si legge sul sito di Al Jazeera – Fidelity ha negato ogni coinvolgimento nel riciclaggio di denaro o nel contrabbando. Mnangagwa, Angel, Doolan e Rushwaya non hanno risposto alle nostre domande”.

Sandro Pintus
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Lo Zimbabwe di Mnangagwa: speranza nell’inizio di una nuova era

Zimbabwe, Mnangagwa accusato di brogli ha giurato come presidente

Elezioni in Zimbabwe, Mnangagwa vince con un margine sottile e Chamisa accusa: “Brogli”

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Zimbabwe, salari svalutati oltre il 90 per cento: medici e 230mila statali in sciopero

La Chiesa Valdese finanzia in Sierra Leone gli ospedali di Emergency e MSF

Africa ExPress
Milano, 25 marzo 2023

Per i paesi del Sud del mondo, e specialmente per quelli africani, quasi sempre le ricchezze del suolo e dell’ambiente si sono rivelate una maledizione.

Tali risorse hanno infatti stimolato gli appetiti del mondo cosiddetto sviluppato, i cui trafficanti non si sono mai fatti scrupolo di depredare i territori africani, portando violenza e povertà alle popolazioni.

Cercatori di diamanti alluvionali nei fiumi della Sierra Leone (la foto in alto di Massimo Alberizzi)

Nel caso del piccolo Stato della Sierra Leone, ex-colonia britannica affacciata sulla costa occidentale del continente africano, questa ricchezza maledetta è rappresentata dai diamanti: anche se con toni diversi, lo hanno ben raccontato, nel corso di un incontro organizzato a Milano dall’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese, il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, che ha viaggiato a lungo in terra d’Africa come inviato del Corriere della Sera, e Abdul Hassan, presidente della Sezione Lombardia di UCAI (Unione Comunità Africane d’Italia) e rappresentante della comunità sierraleonese.

Un gruppo di guerriglieri Kamajor durante la guerra civile (foto Massimo Alberizzi)

Violenza e povertà, dunque. E, di conseguenza, un destino di emigrazione per chi se lo può permettere, con tutto il suo fardello di dolore e pericoli, e un’alternativa di insicurezza, personale e sociale, per chi resta. Una precarietà che si manifesta prepotentemente sotto il profilo sanitario: i medici sono pochi e quelli più bravi emigrano, le cure sono costose e quindi riservate a pochi.

I dati sulla mortalità sono impressionanti e impietosi. “La Sierra Leone, ha spiegato Elda Baggio, vicepresidente MSF Italia, è uno tra i paesi con il più alto tasso di mortalità materno infantile nel mondo: 78 bimbi muoiono alla nascita ogni 1000 nati vivi.

Un gruppo di detenuti del carcere di Freetown, capitale della Sierra Leone

In particolare, nel distretto di Kenema la mortalità dei bambini con meno di cinque anni è molto alta: tra le cause, malnutrizione, gastroenteriti acute e infezioni respiratorie”. È per questo motivo che due tra le principali organizzazioni non governative internazionali, Emergency e Medici Senza Frontiere hanno deciso di intervenire, realizzando strutture ospedaliere di prim’ordine, aperte a tutti e portatrici anche di opportunità lavorative per la popolazione locale.

Le strade di Kenama, centro minerario in Sierra Leone, sono piene di negozi di commercianti di diamanti, come nostra anche le foto più in basso. (foto Massimo Alberizzi)

“Nel Centro chirurgico che abbiamo realizzato a Goderich, Freetown, ha spiegato Daniele Giacomini, Direttore Area Emergenza e Sviluppo di Emergency, nel solo 2022 abbiamo effettuato oltre 18 mila visite ambulatoriali, per un totale di circa 1.600 ricoveri e quasi 2500 operazioni.

Sono ormai più di venti anni che il nostro ospedale è un importante punto di riferimento per la traumatologia e la chirurgia d’urgenza nel paese; trattiamo gratuitamente pazienti che, a causa della difficile situazione economica e dell’alto costo delle cure, non vedrebbero altrimenti riconosciuto il proprio diritto alla salute e rischierebbero di perdere la vita”.

Abbondanza di pesce, per fortuna, sulla costa atlantica della Sierra Leone

“Con i progetti in Sierra Leone, gli ha fatto eco Elda Baggio, Medici Senza Frontiere supporta la popolazione locale offrendo cure mediche per pazienti che necessitano di ricovero o gestiti nella comunità. Qui, abbiamo costruito un ospedale con focus pediatrico e materno-infantile, innovativo anche per la sua attenzione all’impatto ambientale e per la sua sostenibilità grazie a un sistema di pannelli solari”.

“Come tanti paesi del Sud del Mondo, commenta Manuela Vinay, la Sierra Leone vive lontano dai riflettori dei media internazionali: per questo motivo abbiamo voluto organizzare un momento di conoscenza e approfondimento sulla realtà di questo paese, in cui sono più che mai necessari gli interventi delle organizzazioni non governative italiane e internazionali che noi, come Chiesa Valdese, Unione delle Chiese metodiste e valdesi, sosteniamo con il contributo dell’8×1000”.

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Lettera tra il serio e il faceto del capo della Wagner al segretario di Stato americano: “Salviamo insieme l’Africa”

Africa ExPress
Mosca, 24 marzo 2023

Si fa la guerra ma si passa anche all’ironia alla satira e alla farsa. se non ci fossero centinaia di molti miliardi di euro di distruzione, ci sarebbe anche da sorridere leggendo il messaggio attribuita al fondatore e proprietario della società di sicurezza (legge mercenari) Wagner Group, Yevgeny Prigozhin

Tra il serio e il faceto i capo della Wagner ha scritto una lettera mercoledì al segretario di Stato americano Antony Blinken offrendo di finanziare assieme un progetto di sicurezza comune in Africa.

Il testo della lettera è stato pubblicato dall’agenzia di notizie turca Anadolu

Commentando le accuse di Blinken, secondo cui Wagner seminerebbe “violenza e instabilità” in Africa, Prigozhin ha affermato di aver notato che mentre il suo gruppo è “impegnato” in Ucraina, gli Stati Uniti e altri Paesi stanno “cercando attivamente di dividere la torta africana” e di imporre sanzioni a chiunque ostacoli questo processo.

Prigozhin ha affermato che “i tentativi a lungo termine degli Stati Uniti e dei loro satelliti” di ripristinare l’ordine e garantire la sicurezza in Africa “non hanno portato a nulla”, mentre nel 2017-2018, quando Wagner ha iniziato a operare attivamente in Africa, “è riuscito a ottenere grandi risultati nello stabilire la sicurezza e l’ordine in ogni Paese in cui siamo stati presenti”.

“Pertanto, vi suggerisco di sostenere gli sforzi della Wagner – continua la lettera – nel garantire la sicurezza in Africa e di finanziare un nuovo progetto Wagner denominato Wagner Safe Africa (WSA), dove potrete diventare uno degli investitori del progetto e quindi risparmiare le risorse dei contribuenti statunitensi”. ha scritto Prigozhin.

Il capo di Wagner si è impegnato “a fare tutto ciò che è più efficace dei proxy americani, che ricevono una grande quantità di denaro ma non forniscono sicurezza in Africa”.

“Poiché la maggior parte degli africani non si fida delle politiche della Francia e degli Stati Uniti, e il loro indice di fiducia è molto basso, vi suggerisco di abbandonare il tentativo di influenza politica in Africa e di concentrarvi esclusivamente sulla sicurezza che Wagner può fornire”, ha quindi consigliato.

Prigozhin ha osservato che se il progetto Wagner Safe Africa avrà successo, l’esperienza potrebbe essere estesa ad altri continenti.

“Se il progetto congiunto WSA dovesse avere successo – ha concluso – suggerisco di estenderlo al continente americano. Inoltre, in caso di cooperazione proficua, potremmo espandere la nostra area di influenza e lanciare i progetti WSA-2 — Wagner Safe America, WSA-3 — Wagner, Safe Asia, WSA-4 — Wagner Safe Australia e WSA-5 — Wagner Safe Antartide. Vi preghiamo di inviare un vostro rappresentante per discutere di questo tema”.

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Febbre di Marburg appare per la prima volta in Tanzania, mentre continua a mietere morti in Guinea Equatoriale

Africa ExPress
Dar Es Salaam, 23 marzo 2023

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha confermato due giorni fa: la febbre di Marburg è arrivata in Tanzania. Il ministero della Sanità tanzaniano ha lanciato l’allarmi: “I test di laboratorio – ha comunicato – hanno dimostrato senza ombra di dubbio che nella regione di Kagera, nel nord-ovest del Paese, alcune persone sono già morte” a causa del terribile virus.

Febbre di Marburg in Tanzania

Finora sono stati confermati ben otto casi; cinque pazienti sono già deceduti per il letale virus, che si presenta con sintomi come febbre alta, vomito, emorragia e insufficienza renale.

Tra i deceduti c’è anche un operatore sanitario. I tre malati sopravvissuti sono ora ricoverati in reparti specializzati, mentre 161 persone, entrate in contatto con il virus, sono sotto costante monitoraggio.

Il direttore regionale dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti, ha detto che l’organizzazione sta lavorando con il governo tanzaniano per incrementare rapidamente le misure di controllo,  per fermare la diffusione del virus.

Raccomandazioni del ministero della Sanità della Tanzania

La grave patologia, che è molto simile all’ebola anche se un pochino più leggera, è stata identificata per la prima volta nel 1967 a Francoforte, Germania e a Belgrado, nell’allora Jugoslavia, dopo una ricerca su scimmie verdi africane importate dall’Uganda. Allora alcuni ricercatori ne furono contagiati.

Il virus è poi riapparso nel 1975 in Sudafrica, nel 1980 e nel 1987 in Kenya, con pochissimi casi, subito isolati. Epidemie più violente sono poi state registrate nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1988 e il 2000 e nel 2004 in Angola, con più di un centinaio di morti.

Nel 2021 il virus è riapparso in Guinea, e lo scorso anno in Ghana e è tutt’ora presente in Guinea Equatoriale, dove è attivo dallo scorso febbraio.

Ora i test di laboratorio hanno riscontrato la presenza certa della febbre emorragica in altri nuovi otto pazienti, mentre i casi probabili sarebbero venti. E ben venti sarebbero già morti dallo scorso febbraio, tra loro anche due operatori sanitari.

Gli otto nuovi casi riscontrati in Guinea Equatoriale sono in zone distanti almeno 150 chilometri tra loro: due sono stati segnalati nella provincia di Kie-Ntem, mentre quattro nella provincia di Litoral e due in quella di Centre-Sur. Secondo l’OMS, la trasmissione del virus è più ampia del previsto.

E Moeti ha raccomandato vivamente alle comunità di effettuare sepolture sicure e di evitare  un’eccessiva presenza di partecipanti ai funerali.

Va ricordato che il mese scorso sono stati segnalati due casi del virus killer anche in Camerun, nonostante la limitazione dei movimenti lungo il confine per evitare il contagio.

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Oltre 17 milioni di affamati in Nigeria: troppe bocche da sfamare, le famiglie costrette a mandare via i figli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 marzo 2023

Attualmente sono ben 17 milioni i nigeriani a rischio insicurezza alimentare. Si prevede che fra qualche mesi saranno ancora molti di più.

In base all’analisi Cadre Harmonisé, dell’ottobre 2022, Unicef ritiene che i nigeriani a rischio potrebbero raggiungere facilmente i 25 milioni tra giugno e agosto. L’indagine alimentare viene pubblicata due volte all’anno dal governo di Abuja con il sostegno delle Nazioni Unite.

Sfollati nel Borno State

Il Paese è ricchissimo grazie ai proventi ricavati dal petrolio, ma la ricchezza è in mano a pochissime famiglie. Ma gli incessanti conflitti che flagellano da anni la ex colonia britannica, i cambiamenti climatici, l’inflazione galoppante e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari hanno creato una situazione allarmante: la povertà avanza in misura esponenziele.

Inoltre, l’accesso al cibo diventa sempre più difficile a causa delle persistenti violenze, che si consumano nel Borno, Adamawa e Yobe State. e del banditismo armato e dei rapimenti a fini di riscatto in altri Stati della Federazione nigeriana, come Katsina, Dokoto, Kaduna, Benue e Niger.

Se aggiungiamo anche i cambiamenti climatici estremi che hanno provocato diffuse inondazioni, distruggendo centinaia di migliaia di ettari di terreno coltivabile, il quadro della situazione è davvero drammatico. Con la crescente diminuzione dei raccolti, aumenta il rischio insicurezza alimentare per le famiglie in tutto il Paese.

In alcuni casi l’insicurezza alimentare ha assunto caratteri talmente drammatici, che i genitori sono costretti a mandare via i figli da casa. Il cibo non basta più per tutti.

Aisha si dispera, piange, urla quando parla dei suoi nipotini, che fino a non molto tempo fa vivevano con lei  nella periferia di Maiduguri (Borno State), in un insediamento informale, popolato  da sfollati interni, fuggiti dalla furia dei terroristi Boko Haram. La figlia e il marito sono stati brutalmente ammazzati qualche anno fa a Baga durante l’incursione dei jihadisti, lasciando i cinque figli orfani.

Studenti delle scuole islamiche costretti a chiedere l’elemosina

L’anziana donna ha cresciuto da allora i quattro maschietti e la bambina, ma ora non sa davvero più cosa fare. Da mesi non riceve più alcun sostegno, tantomeno cibo.

Aisha ha tenuto con sé la bimba, ancora troppo piccola per trovarle un’altra sistemazione, mentre si è vista costretta a mandare i quattro ragazzini in uno dei tanti controversi collegi islamici. Non aveva altra scelta, le bocche da sfamare erano troppe.

Localmente queste scuole vengono chiamate Tsangaya. Alcune sono ben gestite e frequentate anche da stranieri, ma gran parte questi istituti ospitano solo pochi alunni e sono rette da un solo insegnante, il mallam.

In questi casi si tratta di scuole molto informali e gli studenti, invece di apprendere, vengono mandati nelle strade e nei mercati per chiedere elemosina, soldi che servono per il mantenimento del maestro.

Il racconto di Aisha e della sua famiglia è una storia nella storia. Genitori e parenti sfollati come lei, costretti a vivere in accampamenti informali, devono spesso rinunciare ai  figli, per dargli un’altra chance, perché possano sopravvivere. In caso contrario rischierebbero di ammalarsi e di morire.

Basti pensare che attualmente 6 dei 17 milioni di nigeriani che necessitano aiuti umanitari urgenti, sono bambini sotto i cinque anni. Sono piccoli a rischio, poiché molti di loro soffrono già di malnutrizione grave.

Cornelia I. Toelgyes
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Nigeria: sevizie e violenze nella casa degli orrori e a scuola con le catene alle caviglie

Dramma siccità in Somalia: nel 2022 morte 43mila persone, metà erano bambini

Africa ExPress
Mogadiscio, 21 marzo 2023

Secondo l’ultimo rapporto redatto dal ministero della Sanità di Mogadiscio, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF, la siccità che ha colpito la Somalia, nel 2022 potrebbe aver ucciso 43.000 persone, metà bimbi sotto i cinque anni d’età.

Somalia, siccità e carestia

I ricercatori avvertono: questa crisi è ben peggiore dell’ultima grande siccità del 2017-2018 e, nel fascicolo presentato ieri, gli esperti hanno cercato di stimare le morti causate dalla siccità in tutto il Paese.

In base a uno studio condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine,  il tasso di mortalità potrebbe ancora aumentare nella prima metà del 2023, proiettando il totale dei decessi per tale periodo da 18.100 a 34.200.

“Questi risultati presentano un quadro desolante della devastazione che la siccità ha portato ai bambini e alle loro famiglie”, ha sottolineato Wafaa Saeed dell’UNICEF, durante la presentazione del rapporto.

Sia la Somalia che  le regioni confinanti di Etiopia e Kenya sono alla sesta stagione consecutiva di piogge  assolutamente insufficienti se non assenti. E, secondo l’ONU i tassi di mortalità più elevati sono stati registrati nella Somalia centro-meridionale, in particolare nelle regioni di Bai, Bakool e Banadir, epicentro della siccità.

Somalia: i cespugli non hanno foglie a causa dell’assenza di piogge

Secondo le Nazioni Unite, in Somalia la scarsità di precipitazioni ha portato quasi cinque milioni di persone a una grave carenza di cibo e quasi due milioni di bambini a rischio malnutrizione.

Un nutrizionista del Comitato della Croce Rossa Internazionale, di stanza all’ospedale di Baidoa, nella regione di Bai, ha spiegato: “Spesso i bimbi sono già così deboli quando arrivano all’ospedale che non si può più fare nulla per salvarli. E’ terribile. Altri, invece, muoiono nelle braccia delle loro mamme strada facendo”.

I piccoli, affetti da malnutrizione grave, rischiano di sviluppare anche altre patologie, come diarrea acuta, problemi respiratori, anemia, infezioni cutanee, polmoniti, in quanto hanno le difese immunitarie indebolite. Anche malattie infantili comuni possono diventare rapidamente letali.

Tra gennaio e ottobre dello scorso anno sono stati ammessi 2.395 piccoli pazienti, un numero tre volte più elevato dell’anno precedente. Malgrado tutti gli sforzi messi in campo, nell’ospedale di Badoia sono morti 63 bimbi.

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Nuovo allarme siccità nel Corno d’Africa: milioni di bambini a rischio malnutrizione

Manifestazioni in Kenya contro il carovita e il regime del presidente Ruto, il rivale contesta le elezioni

Africa ExPress
Kenya, 20 marzo 2023

Appena archiviata la visita del presidente Sergio Mattarella, la gente scende nelle strade e nelle piazze di Nairobi, ma anche in altre città, per protestare contro il galoppante rincaro dei prezzi e le elezioni “rubate” del 9 agosto scorso.

Manifestazioni contro il carovita e le elezioni di Ruto

La folla ha invaso diversi quartieri di Nairobi e la polizia ha usato gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti. Almeno uno studente dell’università di Kisumu, nella parte occidentale del Paese, roccaforte del leader dell’opposizione, Raila Odinga, è stato colpito da un proiettile e diversi suoi fedeli, membri dell’Assemblea nazionale e del Senato sono stati arrestati a Nairobi.

Il 78enne Odinga, leader di Azimio la Umoja, che ha perso le presidenziali del 2022, ritiene il governo di Ruto illegittimo. Il nuovo presidente ha vinto le elezioni di agosto per meno di due punti percentuali su Odinga e quattro membri dell’IEBC (acronimo inglese per Independent Electoral and Boundaries Commission) , composta da sette, hanno contestato i risultati ufficiali in tribunale. La Corte Suprema ha poi confermato il conteggio finale, in quanto il ricorso presentato dal partito Azimio è stato rigettato per mancanza di sufficienti prove.

L’appello di Odinga alle manifestazioni odierne è stato accolto da moltissimi kenioti, scontenti dell’inflazione, che lo scorso febbraio ha raggiunto il 9,2 per cento. Prezzi saliti alle stelle, in particolare il carburante, l’olio da cucina, la corrente elettrica e le spese scolastiche.

Rayla Odinga, leader di Azimio la Umoja

A Kibera, la più grande bidonville del Paese, i partecipanti alle proteste hanno urlato slogan come “Ruto te ne devi andare”. A tutta risposta la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Non tutti i manifestanti sono supporter di Odinga. Molta gente comune ha partecipato alle proteste. Una donna, che ha preferito mantenere l’anonimato, ha chiarito: “Siamo qui, perché stiamo soffrendo, siamo stanchi del regime di Ruto.

Ma il presidente si difende:  “Il mio governo sta gettando le basi per un’economia più sana, stiamo cercando di ridurre la dipendenza dai prestiti”.

Odinga, malgrado  i meeting di protesta che organizza ogni settimana settimanali , sembra che finora non abbia avuto molta risonanza tra la popolazione dopo le elezioni della scorsa estate. Ora, la crisi economica in atto nel Paese, potrebbe permettere a “Baba” di iniettare una nuova dinamica al suo movimento.

Ma secondo alcuni osservatori è troppo presto per dire se le azioni odierne possano essere considerate come un successo. E, Mutahi Ngunyi, analista politico keniota, ha aggiunto: “Il movimento di Raila Odinga manca di sostegno popolare, nonostante alcune recenti manifestazioni nella sua roccaforte di Kisumu. Improvvisando un discorso durante la manifestazione, il leader dell’opposizione ha promesso comizi ogni lunedì. Ma il fatto che stia ancora chiedendo l’annullamento delle elezioni sei mesi dopo la loro convalida da parte della Corte Suprema dimostra le difficoltà di Raila Odinga a mobilitarsi”.

Sta di fatto che, dopo sei mesi di presidenza, questo è il primo banco di prova per Ruto.

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Atletica: l’Uganda conquista la grande Mela, mentre il Kenya, la Madonnina

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 marzo 2023

Ha colto con facilità la prima (mezza) Mela. Dagli altopiani orientali dell’Uganda ai saliscendi delle strade di New York. Dal mondo agro-silvo-pastorale e di abigeatari del suo popolo, i sebei, ai grattacieli di Manhattan e alla 7a Avenue.

L’Uganda trionfa alla mezza maratona di New York

Jacob Kiplimo, 22 anni, ha dominato la mezza maratona di New York (km 21,097, in 1:01:31) confermandosi il ragazzo prodigio dell’atletica ugandese e mondiale.

Da bambino andava a scuola di corsa a piedi nudi per 4 chilometri. A 15 anni, nel 2016, è stato il più giovane atleta a qualificarsi alle Olimpiadi. A 18 anni è diventato campione mondiale di cross, a 20 medaglia di bronzo ai Giochi di Tokio e ai Mondiali sui 10 mila metri, a 21 recordman della mezza maratona a Lisbona in 57’31”. E ieri, alla sua prima discesa in campo nelle strade della Grande Mela, ha vinto la 16a edizione della United Airlines New York City Half Marathon (ben oltre 25 mila gli iscritti!) intascando i 20 mila dollari di premio.

Jacob ha sconfitto il vento e il freddo, ma soprattutto il suo grande amico-rivale, il connazionale, quasi…compaesano, Joshua Kiprui Cheptegei, 26 anni, campione mondiale dei 10mila metri.

Joshua è originario del distretto Kapchorwa, confinante con quello di Bukwo, dove è nato Jacob. Entrambi i corridori, infatti, appartengono allo stesso gruppo etnico, i sebei, appunto. Una popolazione di poco più di 300 mila persone da dove è sbocciato un numero straordinario di campioni: bastino per tutti i nomi di Oscar Chelimo, Stephem Kiprotich, Victor Kiplangat… Chepetegei, però, ha avuto un’infanzia e una giovinezza meno dure: ha studiato lingue e poi si è arruolato in Polizia.

La rivalità (amichevole) fra i due è ormai nota. L’ultima loro sfida risale a circa un mese fa in Australia al “World Athletics Cross Country Championships Bathurst 23”. Anche in questa occasione l’aveva spuntata il più giovane Jacob: Joshua si era dovuto accontentare del terzo posto. A New York è giunto secondo col tempo di 1:02:09 e con 10 mila dollari di premio.

Insomma, re e viceré di New York con i colori giallo-rosso-nero dell’Uganda. Terzo si è piazzato il marocchino Zohuair Talbi, 27 anni, in 1h02’18” e a lui sono andati 5 mila dollari.

Gloria anche al Kenya, però, sulle strade americane. Fra le donne ha conquistato la mezza maratona Hellen Obiri, 33 anni, due volte campionessa mondiale sui 5000 metri. Ha battuto dopo un serrato duello l’etiope Senbere Teferi, 27, giunta prima nel 2022.

Il Kenya stravince alla Stramilano 2023

Il Kenya per la verità è sugli scudi anche in Italia, dove ieri si è corsa la 50° edizione della (mezza maratona) Stramilano. Il podio, infatti, è interamente targato Nairobi: l’oro sfavilla sul 19enne debuttante Cosmas Mwangi Boi con un tempo di 59’40”, seguito da Isaac Kipkemboi Too, 28 anni, (1h01’05”). La medaglia di bronzo va a Bernard Musau Wambua (1h04″57”). Podio doppio, in verità, perché brillano anche le donne del Kenya: al primo posto la giovane Gladys Cherop Longari.

Un etiope, sempre ieri, ha invece conquistato la maratona di Seoul: è Amedework Waleleng, 24 anni, che aveva dominato sempre nella capitale coreana appena 4 mesi fa e che al traguardo ha preceduto ben 4 suoi connazionali!

Insomma: da Ovest a Est, passando per il Nord (Italia) dovunque si corra non tramonta il sole africano.

Costantino Muscau
musost@gmail.com
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